FuoriAsse #11

 

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Officina della cultura

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FUOR ASSE Officina della Cultura Numero 11 [Aprile 2014]

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FUOR ASSE Viviamo in un mondo assurdo nel quale vi sono paesi che muoiono di fame al contrario di altri che sguazzano nel benessere. E a prescindere da ogni ideologia mi preoccupa constatare il comune impulso di coloro che ritengono lo sviluppo economico e scientifico l’unica via degna di attenzione, l’unica in grado di migliorare la condizione umana. E senza minimamente degnarsi di analizzare quanto possa essere drammatico oggi l’inserimento dei giovani nella società: la selezione è inesorabile, tutti pronti a studiare, ma poi cosa se ne ottiene? È vero però che vi sono individui bene organizzati che integralmente si inseriscono nel sistema. Ma chi con maggiore difficoltà riesce a inserirsi non può che sentirsi ai margini della società. E il dramma è tanto più grave se questi giovani hanno una cultura e delle esigenze. La portata di tale fenomeno dovrebbe allarmare, invece assistiamo inermi a un quadro rattristante della specie umana, in cui la nostra libertà è in fase di totale decomposizione, e lo è sia a livello economico -e questo accade quando la società ha come solo scopo il profitto-, che a livello intellettuale –quando l’unica maniera di andare avanti per generare profitto è affidarsi alla demolizione di ogni ideale e dei valori familiari e sociali-. Ma la mancanza di una tensione culturale, oltre all’assenza di partiti presi, favorisce una forma di totale indifferenza, che raccoglie certezza piuttosto che spargere i semi del dubbio. “Di certezze -rivestite della fastosità del mito o edificate con la pietra dura del dogma- sono piene, rigurgitanti, le cronache della pseudo-cultura degli improvvisatori, dei dilettanti, dei propagandisti interessati. Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva” (Norberto Bobbio). E se le convinzioni in comune uniscono le controversie dividono, e poiché il pensiero logico conduce a delle scoperte che inevitabilmente tendono a disturbare l’armonia è chiaro che un certo conformismo appaia una soluzione assai più confortante, e credo questo spieghi in pieno la longevità dei dogmi. Ma è in un tale ribaltamento dei ruoli che occorre fermarsi a riflettere sul fatto che il pensiero confuso non si muove verso nessuna direzione e non produce nessuno impatto sul mondo, è statico. E occorre, nel contesto sociale attuale, ripensare alla Donna. Molte donne si percepiscono come continuamente impegnate, in un continuo confronto e riflessione su se stesse mentre un’analisi sulla presenza della figura femminile nei media genera un quadro a dir poco sconfortante. Le immagini diffuse dai mezzi di comunicazione infatti mostrano inquadrature di donne sorridenti e compiacenti e se consideriamo la rappresentazione della Editor ale Tra timore e speranza FUOR ASSE

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figura femminile all’interno del medium televisivo come lo specchio della società scopriamo che la maggior parte dei programmi televisivi si basa sulla feticizzazione del corpo della donna e sul voyeurismo. Ma è possibile emanciparsi da queste modalità percettive? Stando ai temi finora accennati può essere illuminante la lettura del libro di Fabrizio Elefante, Il cuore freddo di Blondie (Gaffi) che all’estensione estetica del femminino, vissuto nel contesto sociale attuale, moderno e tecnologico, fa riferimento: “Il fascino della ragazza era la totale assenza di pornografia in quel corpo e nei suoi gesti. Una pura nudità, un’esposizione che rinvia solo a se stessa, un far vedere quel che era già esposto, senza allusioni, senza rimando alcuno. Un’icona della nudità.” Parlando con la gente o prima di elaborare qualsiasi ipotesi mi accade spesso di formulare due giudizi che all’apparenza appaiono diametralmente opposti, uno ha a che fare con il mondo dell’arte e della letteratura e l’altro col modo di intendere la società intera. Una contraddizione che dipende da un contrasto tra due opposti desideri, tra la capacità di comprendere e la facoltà di desiderare, tra intelletto e sentimento. O perlomeno io vivo drammaticamente la contraddizione in questo modo, e questo è rappresentativo di come si vive oggi, combattuti tra timore e speranza: al timore ci spinge la ragione, alla speranza il desiderio di un nuovo umanesimo. Caterina Arcangelo ©Ibai Acevedo FUOR ASSE

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Officina della Cultura FUOR ASSE NOMEN OMEN Le tematiche che emergono in questo numero sono sensazionali, questioni bene argomentate e capaci di trasmettere materia, idee e concetti che ben rappresentano l’audacia e la vigorosa resistenza di chi sul mondo e sulla vita ha uno sguardo sempre attento. Salterà all’occhio la parola pornografia, perché pornografica oggi è la vita stessa, come Corrado D’Elia spiega nella sua interessante rubrica intitolata GOLFO MISTICO, riflessioni, pensieri e incursioni: “Il nostro mondo, è così terribilmente pratico e lascia poche aperture, poche speranze” oppure “.. l'uso corrente quotidiano, ripetuto, fastidioso, nella conversazione e anche nei media”. Concetto quello della ripetizione che rimanda alla bella e intensa recensione di Vito Santoro sull’ultimo film di Lars vonTrier, Nynphomaniac: “ «Mio dio, cosa ci faccio qui, a fare questi stupidi movimenti ripetitivi? In altre parole, la sessualità, una volta decontestualizzata dall'intimità e dalla libido, diventa oggetto di discorso, a volte comico, a volte disgustoso, a volte noioso, a volte fonte di riflessioni teoriche.” E come non fare caso a Le Vite Minuscole di Pierre Michon: “sono vite di donne e uomini eclissate nel ventre della Storia, vaghe presenze che compaiono e si estinguono, impercettibilmente, sotto la superficie visibile dei grandi eventi che segnano il corso del tempo. Esistenze mute, ridotte all’oblio dalle proprie origini e, per le proprie origini, private di un ricordo memorabile…” dopo tutto il dire sulla faglia che sussiste tra la vita pratica e la letteratura, lontana come qualsiasi forma di cultura è dall’essere ritenuta un valore, nel contesto sociale attuale che solo verso il profitto sa guardare. Di grande valore culturale è l’ampia conversazione tra Andrea Cortellessa e Luigi Weber, a conclusione del lavoro di Claudio Morandini sul Gruppo 63. Questo numero è speciale anche per i contributi e le chiarificazioni che Veronica Santi e Alessandro Montosi hanno dato intorno alla figura di una donna, di un personaggio dell’arte quale Francesca Alinovi, che vale la pena riscoprire per la grande e profonda capacità di osservazione. E con altrettanto entusiasmo accogliamo un’idea di indagine notturna sulla metropoli con Orazio Labbate che concentra il suo talento di ispirazione kafkiana in Mostri notturni – underground metafisico e metropolitano. E adesso vi lasciamo alla lettura di FuoriAsse e alle sue immagini impetuose, a partire dall’immagine di copertina, per la quale ringraziamo Martina Marongiu. Buona Lettura Redazione FuoriAsse FUOR ASSE

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FUOR ASSE Officina della Cultura Direttore Responsabile Cooperativa Letteraria Corrado D’Elia, Vito Santoro, Sara Calderoni, Nando Vitale, Caterina Arcangelo, Orazio Labbate, Pier Paolo Di Mino, Claudio Morandini, Mario Greco, Silvio Valpreda, Cristina De Lauretis, Marco Annicchiarico, Erika Nicchiosini Redazione Direzione artistica, ideazione e progetto gra co Mario Greco Direttore Editoriale Caterina Arcangelo Franz Krauspenhaar, Giuseppe Giglio, Salvatore Santorelli, Alessandro Montosi, Luca Ippoliti, Marco De Meo, Marta Lodola Hanno collaborato a questo numero La copertina di questo numero Martina Marongiu Foto e illustrazioni Margherita Vitagliano, Saul Landell, Issaf Turki, Isabella Rose De Castro, Bernie Girod, Willem Oets, Jaya Suberg, Ennio Doria, Stefano Ortega, Paul Bilik, Veronica Leffe, Maria Grazia Galatà, Ibai Acevedo, Rafael Bojar, Barbara Bezina, Andrea Chisesi, Amarena Moon, Francesco Romoli, Ilenia Pecchini, Cristina Mesturini FUOR ASSE

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Golfo Mistico Istantanee 82 Mostri Notturni a cura di 10 Corrado D’Elia FUOR ASSE 18 Sara Calderoni a cura di 90 Cristina De Lauretis di Orazio Labbate 40 Officina della Cultura di Salvatore Santorelli STATI DI GRAZIA: un caleidoscopio di umanità autentica di Giuseppe Giglio Le vite minuscole di Pierre Michon a cura di Il rovescio e il diritto GLI EMIGRATI di W.G. Sebald. di Franz Krauspenhaar Intervista a Veronica Santi di Caterina Arcangelo 34 Ricordando Francesca Alinovi di Alessandro Montosi LA BIBLIOTECA ESSENZIALE DI cura di Riflessi Metropolitani a Nando Vitale Alphaville 13 a cura di Cinevisioni Vito Santoro 44 TERRANULLIUS NARRAZIONI POPOLARI di Pier Paolo Di Mino Daniele Cambiaso e Ettore Maggi “L’ombra del destino” Cooperativa Letteraria a cura di Claudio Morandini Gruppo 63. Il romanzo sperimentale e Le recensioni di Col senno di poi 66 Luigi Weber intervista Andrea Cortellessa Angel de la Calle - Tina Modotti Silvio Valpreda a cura di Fumetto d’autore Arabeschi di Nuvole La Copertina di Mario Greco FUOR ASSE 8 Scalped, l’insostenibile narrazione del Trauma nel noir. Martina Marongiu 74 di Luca Ippoliti 83 La fotografia non è a cura di un telefono 88 Il Garage del a cura di sergente Pepe Marco Annicchiarico LABirinti 95 Erika Nicchiosini a cura di di Parole 46 Le Novità EDITORIALI Redazione Diffusa WHAT THE HELL IS PERFORMING ART? di Marco de Meo e Marta Lodola 92 FUOR ASSE

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LABirinti di parole L’Associazione Culturale Cooperativa letteraria bandisce la 2° Edizione del Concorso Letterario “LABirinti di parole”. LABirinti di parole prevede la selezione di brevi racconti e poesie con l'intento specifico di realizzare un "Laboratorio creativo” che possa, al proprio interno, offrire la possibilità di entrare in diretto contatto con autori di indiscussa autorevolezza e, se meritevoli, di essere messi in contatto con le case editrici coinvolte nel progetto di Cooperativa Letteraria. I racconti scelti saranno pubblicati sulle riviste FuoriAsse, Achab, Atti impuri, Partitura - Almost blue, e letti pubblicamente in occasione di iniziative promosse dallo Spazio E di Milano. Nel mese di novembre 2014, all’interno della manifestazione LABirinti festival, saranno presentati i racconti e le poesie finalisti. La giuria è composta da: - Giuseppe Giglio (Presidente di giuria - Saggista e scrittore); - Mario Capello (Editor e scrittore); - Vanni Santoni (Giornalista e scrittore); - Sparajurij (Autore-Performer collettivo, organizzazione di eventi letterari, rivista Atti - Stefania Facciano (Impiegata, lettrice raffinata e socia di Cooperativa letteraria); - Maria Rosa Quaglia (Insegnante); - Marco Annicchiarico (Poeta e redattore su riviste e blog letterari); - Fabio Michieli (Critico letterario e poeta). Segretario: Erika Nicchiosini (Editor e giornalista) Il 15 maggio il bando del concorso sarà comunicato sul sito ufficiale di Cooperativa Letteraria (www.cooperativaletteraria.it; Info: info@cooperativaletteraria.it). impuri); FUOR ASSE LABirinti di parole

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La Copertina di FUOR ASSE Martina Marongiu Sono nata il 22 settembre del 1987 a Torino dove ho sempre vissuto. Ho frequentato il mio primo corso di fotogra a a 11 anni ma ho iniziato ad esprimermi tramite le immagini fotografate solo recentemente. Prediligo su tutto i ritratti, soprattutto di donne, ma anche di soggetti particolari o anomali (come quelli di Diane Arbus) e la fotogra a di reportage. Il mio obiettivo è elaborare uno stile fotogra co riconoscibile, che produca immagini pulite ed esteticamente gradevoli, ma che sia anche in grado di provocare imbarazzo e disagio nello spettatore. Nel 2013 ho elaborato il mio primo progetto fotogra co: “Lesbica non è un insulto”. “Lesbica non è un insulto” è un progetto fotogra co ideato da me con la collaborazione di altre quattro ragazze di Torino: Fabiana Lassandro, Dunja Lavecchia, Morena Terranova e Letizia Salerno. Il progetto nasce con l'idea di spiegare e dare visibilità all'omosessualità femminile partendo dai pregiudizi più di usi sull'argomento e dimostrando, in alcuni casi, esattamente il contrario tramite le immagini, le foto appunto, con scritte dirette ed esplicative. Negli scatti realizzati la luce gioca un ruolo fondamentale e rende i colori volutamente desaturati, come se fossero oggetti sui quali scrivere e non corpi caratterizzati, per lo stesso motivo non ho mai fotografato il viso delle modelle. Ci siamo chieste quali siano le "idee preconfezionate" che appartengono non solo a persone dichiaratamente omofobe ma soprattutto al senso comune. Tra queste: le lesbiche hanno tendenzialmente atteggiamenti maschili, capelli corti e non sono belle; anche avessero rapporti sessuali tra di loro, di certo nulla le soddisfa di più rispetto alla penetrazione maschile; in un rapporto di coppia tra due donne c'è sempre chi fa l'uomo e chi fa la donna; le lesbiche odiano gli uomini; ora sei attratta dalle donne ma magari è solo una fase. Da qui sono nate le scritte sui corpi delle modelle: “Non tutte le lesbiche hanno i capelli corti”, “Con lei tocco il cielo con due dita”, “Amo le donne non odio gli uomini”, “Sono lesbica e non è una fase”, “Non ostento, esisto”. Abbiamo cercato di ripetere più e più volte la parola "lesbica", un termine controverso che spesso viene discriminato dalle lesbiche stesse, pur essendo l'unico atto a rappresentare una donna omosessuale, con l'obiettivo, nel nostro piccolo, di rivalutarla e portarla nell'uso comune, quotidiano. Perché lesbica non è un insulto, anche se è una parola che non si dice mai, come se lo fosse. Attualmente ho realizzato 12 scatti ma il progetto è ancora in corso. Inaspettatamente la mostra è molto richiesta, siamo state ospitate da diversi locali torinesi : il debutto è stato al Cap 10100 con il collettivo Altereva per Plaza del Sexo, festival di liberazione sessuale; poi il Circolo Pantagruel di Casale Monferrato, il SoundArt a San Salvario, il MusiFUOR ASSE 8

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cal Dream, le O cine Corsare e attualmente è esposta al Margot, circolo arci di Carmagnola. Il primo vero impatto con il pubblico però è stato a Paratissima 2013, dove sono arrivata tra i primi 15 artisti su oltre 600 partecipanti. Infatti, mentre le esposizioni precedenti sono sempre avvenute in ambienti selezionati, con un pubblico tendenzialmente predisposto a comprendere le foto, a Paratissima l'a uenza di persone è altissima e si tratta di individui diversi tra loro per età, estrazione sociale e idea del bello. La reazione più di usa è stata la risata, moltissimi guardando le mie foto ridevano e devo ammettere che subito non capivo. Poi ho realizzato che molti di loro erano imbarazzati. ©Martina Marongiu La Copertina di FUOR ASSE

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Golfo Mistico riflessioni, pensieri e incursioni di Corrado D’Elia Pornografia, la vita. Negli ultimi anni della sua carriera, forse qualcuno se lo ricorderà, Vittorio Gassman a lungo portò in scena sui palcoscenici di tutta Italia uno spettacolo che aveva un titolo semplice ma di grande importanza: "Poesia, la vita". Era uno spettacolo piccolo, sentito, direi sicuramente autobiografico, un modo di intendere e di riassumere la propria vita arrivata per il grande attore, quasi al termine. Poesia, la vita. C'era tanto nel titolo. Una comparazione che non faceva una piega, un suggerimento, un'dentificazione totale, forse un desiderio. Ricordo un Gassman diverso da quello a cui tutti eravamo abituati. Nessun istrionismo, nessun virtuosismo, nessuna interpretazione audace e sentita, nessun piglio da mattatore. Era un quasi recitare, un dire FUOR ASSE ©Margherita Vitagliano leggero, un esprimersi in punta di piedi, una confessione pubblica che aveva uno dei suoi momenti più alti nel rivelare ad un certo punto al pubblico: la poesia non deve voler dire, vuole solo esistere... Di quello spettacolo, a mio parere uno degli spettacoli più personali e sentiti, summa altissima del grande interprete, si ricorda, si dice, purtroppo poco. Un momento sicuramente offuscato dalle graffianti interpretazioni e dai grandi indimenticabili film. Parlare di poesia in fondo è sempre stato difficile. Non solo perchè la poesia non chiede. Non si mostra. Non invade. Non mette cartelli. Non ci sono luci al neon ad indicarcela. Servono occhi preparati, occorre andarsela quasi a cercare, anzi, trova proprio nella riservatezza uno dei suoi momenti più alti di espressione. 10 Golfo Mistico

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Serve dunque coraggio per fare poesia? Per essere poeti? E cosa vuol dire oggi essere poeti? Nessun coraggio credo, eppure non è così semplice. Soprattutto oggi. Il nostro mondo, è così terribilmente pratico e lascia poche aperture, poche speranze. E' un tempo che non ama ricordare, non ama conservare, che fa finta di conversare, che intende scambiare e condividere solo ad uso personale. Poesia che nell'origine etimologica voleva dire semplicemente creare, è alla fine invece un modo di vedere il mondo e quindi di comunicarlo. Se manca il desiderio di guardare e di non dire subito, di riflettere e sopratutto poi di raccontare, quell'urgenza di trasmettere, non credo possa esistere poesia. Guardare, osservare e comunicare sono azioni tra loro legate e imprescindibili. Danze meravigliose del sentimento. Più volte per definire il tempo che stiamo vivendo ho usato il termine pornografico. In conversazioni pubbliche e private, nei discorsi con gli amici, la parola pornografia è spesso risultata perfetta per definire in termini di sintesi non solo il nostro tempo ma anche il nostro stile di vita. E non credo sia un caso il moltiplicarsi delle riflessioni quotidiane sulla pornografia nel cinema, in teatro e nell'arte. L'ultimo lavoro di Ronconi al Piccolo Teatro di Milano si intitola appunto Pornografia, è uscito sugli schermi in questi giorni il film Nymphomaniac vol. I di Lars von Trier, le "Ragazze del Porno" si sono rivolte niente meno che ad un crowdfunding pubblico per realizzare "dieci corti d’autore vietati FUOR ASSE ai minori " e al Teatro dell’Orologio a Roma va in scena Porno Mondo, "il primo documentario teatrale scandalo dedicato al mondo della pornografia strettamente collegato ai new media". Insomma, sembra quasi che, sdoganata da qualche anno la pornolalia e l'uso corrente quotidiano, ripetuto, fastidioso, nella conversazione e anche nei media, di parole a sfondo sessuale a rafforzamento di miseri concetti, sia ora il tempo della pornografia e del suo grande salto nella società. Come ogni espressione umana anche la pornografia risente della cultura del tempo. Così, nella cultura mondiale contemporanea, Pornografia non è più solo la rappresentazione esplicita di immagini a scopo di stimolo erotico. Oggi la pornografia diventa un caso ©Isabella Rose De Castro Golfo Mistico

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di fenomenogia comportamentale, la facilità cioè di desiderio e la richiesta di uguale veloce appagamento. É un'ibris della mente che usa la medesima semplice modalità del mouse quando siamo al computer. Ogni click è una progressione inarrestabile: "io desidero, io voglio, io posso avere". La banalizzata sintesi infantile di "Io desidero, io sono". Pornografia pura, legata oggi alla distanza siderale che desideriamo mantenere tra di noi. Pornografici risultano così i discorsi nei bar, pornografico è il mondo che incontriamo sul treno, sugli autobus, negli uffici, in palestra, pornografico è il nostro modo di vedere la vita. E in tutto questo la poesia? Possiamo in qualche modo affermare che poesia e pornografia si oppongono? Possiamo intendere modalità poetica e modalità pornografica opposti in un ideale stile di vita? Lascio a voi la riflessione. Di sicuro e per nostra fortuna, essere testimoni del tempo non vuol dire essere costretti ad assimilarci alle modalità del tempo presente. ©Saul Landell FUOR ASSE Golfo Mistico

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FUOR ASSE Cinema Alphaville Cinevisioni a cura di Vito Santoro ©Margherita Vitagliano L’anti-Justine ninfomane e il vergine apollineo. Alcune osservazioni su Nymphomaniac di Lars von Trier I. Nel documentario The pervert's guide to cinema (Sophie Fiennes, 2006), Slavoj Zizek osserva come durante l'atto sessuale, può capitare – quando non si è trascinati dal desiderio, ma ci si estrania, guardando il proprio corpo, per così dire, dall'esterno – di sentirsi stupidi e di pensare: «Mio dio, cosa ci faccio qui, a fare questi stupidi movimenti ripetitivi?» In altre parole, la sessualità, una volta decontestualizzata dall'intimità e dalla libido, diventa oggetto di discorso, a volte comico, a volte disgustoso, a volte noioso, a volte fonte di riflessioni teoriche. È quanto avviene in Nynphomaniac di Lars von Trier, uscito in due parti, anzi in due 'volumi', in versione tagliata dalla produzione, senza l'assenso del regista, almeno così avvertono i titoli di testa del film (o, se si preferisce, dei due film), in attesa della versione FUOR ASSE integrale, destinata al mercato home video e alla tv a pagamento (nella distribuzione italiana è coinvolta Sky). In Nynphomaniac infatti il sesso, pur mostrato in maniera esplicita, diventa un pretesto per una serie di divagazioni, che vanno dalla matematica alla musica, dalla cultura pop alla psicanalisi, viene ridicolizzato, viene estremizzato nelle sue tonalità drammatiche, sulla base di quegli effetti di straniamento già ampiamente usati dal regista danese in molti dei suoi film precedenti: si pensi agli intermezzi musicali di Dancer in the dark, alla ‘scenografia’, fatta con i gessetti, di Dogville e Manderlay, agli inserti metafilmici de Gli idioti e de Il grande capo, oltre alla abituale scansione della narrazione in capitoli. In questo modo si crea una sorta “pathos della distanza” – per riprendere la fortunata formula Alphaville 13

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critica che Cesare Cases propose a proposito della narrativa di Calvino – tra schermo e spettatore, con quest’ultimo che dapprima viene irretito e sedotto dalle situazioni narrate, per poi esserne immediatamente allontanato e condotto altrove, disorientato com’è dall’alternanza, a volte insensata, tra vari registri espressivi, così come dalla sensazione che tutto quello che viene raccontato sia falso. Nymphomaniac può essere dunque considerato un caleidoscopico iper-film, in cui le informazioni contenute non si presentano più in una sequenza lineare, ma possono essere tutte contemporaneamente presenti in un sistema di associazioni e rimandi interni e anche esterni al testo stesso. Opera pluristratificata, capace di contenere sviluppi narrativi potenziali e livelli interpretativi sovrapposti: cinema espanso, che dallo schermo nero ci spinge nelle atmosfere gotiche di Edgar Allan Poe, tra le macerie della casa Usher, o nella prosa più decadente di Thomas Mann. E poi le polifonie più conturbanti di Giovanni da Palestrina, Bach, Cesar Frank, Saint Saens, Steppenwolf, Shostachovich, Rammstein. E naturalmente tanto cinefilia, da Tarkovskij a Bergman, da Pasolini ad Haneke, oltre a due sfacciate e ironiche autocitazioni da Melancholia e da Antichrist. (È però opportuno sottolineare, sia pure tra parentesi, come questi aspetti di Nymphomaniac sono passati in secondo piano, anche per le scelte discutibili di von Trier, come noto, grande manipolatore dei media, di épater le bourgeois, con l'uscita di indiscrezioni, corredate da locandine 'orgasmiche', sul coinvolgimento di FUOR ASSE star di primo piano del cinema mainstream, come Charlotte Gainsburg – già protagonista dei due precedenti lavori del regista danese, Antichrist e Melancholia –, Uma Thurman, Shia LeBeuf, in scene di sesso esplicito. Fatto poi smentito dalla produttrice della Zentropa, Louise Vesth, che ha prontamente rivelato l'utilizzo di controfigure per le scene hard: in particolare, l'attrice danese Elvira Friis, specializzata in film per adulti di genere punish, è il body double della Gainsbourg e di Stacy Martin). II. Nymphomaniac si struttura intorno al rapporto dialettico tra la quarantenne ninfomane Joe (Gainsburg) e il signor Seligman (Stellan Skarsgård), signore gentile di origine ebraica, ma con un ‘eccentrico’ rapporto con le sue origini («sono antisionista, non antisemita», chiarisce all’inizio, in una battuta che rimanda chiaramente alla controversa conferenza stampa di Melancholia che costò l’espulsione di von Trier da Cannes). All’inizio troviamo la donna sdraiata per terra, in una serata piovosa, priva di conoscenza. Ha il viso tumefatto: ha subito violenze. La soccorre un signore di mezz’età dai modi particolarmente gentili, il quale la porta a casa, le offre un tè e le chiede che cosa le sia capitato. È questa la cornice narrativa del film, che racchiude le (dis)avventure di Joe – da lei raccontate in flashback e riunite in capitoli (cinque nel primo volume, tre nel secondo) – figlie del suo furore uterino. Un furore, almeno apparentemente, da lei condannato su un piano morale («sono una persona cattiva», dice subito a Seligman). Vediamo così Joe bambina fare giochi erotici masturbatori nel bagno con Cinevisioni

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©Bernie Girod l’amichetta; poi, quindicenne androgina e bruna, perdere la verginità vaginale e anale; quindi eccitarsi di fronte alla cartina geografica della Scozia; gareggiare con la sua migliore amica a quanti più uomini adescare e possedere nel cesso di un treno di media percorrenza, prima e seconda classe, senza biglietto. Quindi creare una sorta di setta pansessualista esclusivamente femminile, la cui regola è «mai scopare con un uomo per più di una volta» e il cui inno è «mea vulva, mea vulva, mea maxima vulva». E poi amplessi su amplessi, tra cui quelli seriali con partner, tutt’altro che fascinosi, ad ognuno dei quali fa credere essere l’artifex del suo primo, vero, orgasmo. Situazioni a volte buffe (Joe si siede nuda sul letto tra due stalloni di colore, che la ignorano, ‘incorniciandola’ con le loro strepitose erezioni), a volte tesissime, come quando la ninfomane si sottopone a sedute masochiste. Il tutto FUOR ASSE rigorosamente senza amore. “Amo”, più che prima persona dell’indicativo presente di amare, è per Joe, sostantivo maschile che attiene alla sfera semantica della pesca: «voglio che mi riempi tutti i buchi», urla Joe al suo seviziatore sadico. Ma è vera ninfomania quella di Joe? La donna racconta a Seligman la verità? Domanda assolutamente legittima, cui il film non dà risposta, visto che per tutta la sua durata non sarà mai abbandonata la mediazione narrativa della protagonista, che possiamo definire una sorta di anti-Justine sadiana (quelle dell’eroina del Divino Marchese sono disavventure della virtù, quelle di Joe sono disavventure del vizio). Non solo. I vari racconti (im)morali nascono dagli oggetti, dalle sigle, dai quadri, dalle macchie persino, in altre parole, dai feticci presenti nella stanza di Seligman, manifestazioni degli interessi personali e intellettuali dell’uomo: l’esca Alphaville

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