142

 

Embed or link this publication

Description

colline di Pavese

Popular Pages


p. 1

FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 142

[close]

p. 2

O IM S I V V A EA T N A PORT IN ORI T T E IL OSTR UN CONTRIBUTO PER MANTENERE VIVA UNA VOCE FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 36 n° 139 FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 37 n° 140 (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 141 FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca Cari lettori, ea le p ec la rivista Le Colline di Pavese è diventata negli anni la voce di questo territorio territorio, di cui sottoline sottolinea peculiarità e le problematiche. Costituisce nel contempo un ponte ideale con i santostefanesi lontani e con i sempre più numerosi cultori pavesiani italiani e stranieri. Il legame indissolubile con questi ultimi è comprovato dalla rilevanza raggiunta dalle varie iniziative in memoria del grande scrittore e dall’Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo. Il mantenimento e l’ulteriore incremento delle attività, in particolare la pubblicazione della rivista, dipendono, però, dalle risorse (sempre più ridotte) a disposizione. Facciamo pertanto appello ad aderire al sodalizio, mediante il versamento di una delle quote associative a fianco indicate, o, in alternativa, di un piccolo contributo nella convinzione che tante piccole gocce fanno un grande fiume. Per continuare, pertanto, a ricevere la nostra testata, chiediamo la cortesia di esprimere il consenso, compilando la seguente scheda. Il Cepam ringrazia per l’attenzione e augura Buona lettura! Il Presidente Luigi Gatti Restituire a mezzo posta oppure e-mail: info@centropavesiano-cepam.it ❑ Sì, desidero ricevere “LE COLLINE DI PAVESE” per l’anno 2014 Prego indirizzare la rivista a: Cognome Indirizzo Cap Tel. P.IVA o Cod. Fisc. VERSO LA QUOTA DI † 100 € (socio benemerito) † 50 € (socio sostenitore) † 30 € (socio ordinario) † Altro Città Fax Mail Prov Nome A MEZZO: † vaglia postale - assegno circolare o bancario intestato a CEPAM † versamento C/C postale nr. 10614121 † bonifico bancario presso UBI Banca Regionale Europea - IBAN IT32Y0690646840000000004317 Acconsento al trattamento dei miei dati personali ai fini sopra indicati. Firma FGE S S..r - Reg. S.r.l. R Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 142

[close]

p. 3

ANNO 38, N. 142 APRILE 2014 La Vigna di Pippo Leocata TESSERAMENTO 2 0 1 4 Iscriviti o rinnova la tua adesione, per sostenere le varie iniziative del sodalizio e per contribuire a mantenere in vita la voce de “LE COLLINE DI PAVESE” Modalità: versamento sul C/C n. 10614121 o con vaglia postale intestato a: CEPAM - Via Cesare Pavese 20 12058 S. Stefano Belbo SOCIO: ORDINARIO SOSTENITORE BENEMERITO € 30 € 50 € 100 Via Pavese 20 - 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141/844942 - Aut. Trib. Alba n. 376 del 29/4/78 - Direttore: Luigi Gatti Responsabile: Luigi Sugliano - Redazione: L. Bussetti Calzato, G. Brandone, F. Penna, F. Zampicinini Foto: Olivieri, Scaletta - Tassa pagata Taxe perçue - Abbonamento postale - Abbonement postel 14050 MOASCA - FGE S.r.l. Concessionaria esclusiva per la pubblicità su questa rivista: IMAGE ADVERTISING di Piero Carosso Tel. 0141 843908 - Fax 0141 840794 - Santo Stefano Belbo (CN) S O M M M A R I O 2 4 7 Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo La “musa nascosta” di Cesare Pavese di Antonio Catalfamo La breve e significativa esperienza della rivista diretta da Mario Motta Cultura e realtà: il coraggio delle idee di Franco Lorizio Un lavoro policromo, ricco di tensione I luoghi e i temi dell’opera di Cesare Pavese in un saggio di Franco Lorizio Giovanni Giosuè Chiesura 9 11 Il romanzo antesignano del Neorealismo “Paesi tuoi” di Cesare Pavese di Franca Maria Ferraris Occasioni di lettura Riflessioni sul romanzo di Alfredo Tocchi “Confessioni di un pazzo di raro talento” di Giovanna Romanelli 12 14 16 Problemi di ieri e di oggi “Dove batte la storia” di Pasquale Briscolini - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 142 Giornalista e scrittore, si è spento a 81 anni FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F Addio a Franco Piccinelli, cantore della civiltà contadina di Giancarlo Gatto Grande pediatra il primo, illustre entomologo il secondo Due grandi protagonisti della terra astigiana: I Currado (padre e figlio) di Sergio Rapetti 20 23 Casa Pavese: 3 – 22 maggio Pippo Leocata: Il segno della poesia di Gianni Milani Torino: Biblioteca Nazionale Universitaria “Guido Bertello. Il mondo dell’editoria” Un diario tra parole e immagini di Angelo Mistrangelo 26 27 28 29 30 31 34 L’angolo del racconto Mostre a Casa Pavese di Luciana Bussetti Calzato Fondazione Accorsi-Ometto di Torino: Alberto Pasini in mostra Viaggio in Oriente di Gian Giorgio Massara Primi successi espositivi per una giovane fotografa santostefanese Cubakids di Franco Fabiano Presentato un libro e inaugurata una mostra di un artista infaticabile Pierre Tchakhotine finalmente al Ce.Pa.M. di Franco Fabiano Recensione: “La macchina di carne” di Gabriele Lorizio Una macchina da incubo di Ferruccio Taurulus Letterati piemontesi dell’Ottocento Roberto Sacchetti di Fanco Zampicinini L’importanza della gestione fluviale e della manutenzione del territorio La Valle Belbo: una lettura del paesaggio tra evoluzione geomorfologica, ecologia ed attività dell’uomo (2a parte) di Claudio Riccabone 36 39 41 44 46 Permettevano il transito a piedi e ad animali da soma Le strade e i trasporti nelle Langhe di un tempo di Valter Barberis Memorie langarole Quel saggio di nonno Giuanin di Maria Luisa Brovia Uno sport antico con solide radici piemontesi Appunti di viaggio nel balon di Nino Piana Piante medicinali ed alimentari Il caco di Luciana Bussetti Calzato L’angolo delle poesie

[close]

p. 4

“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Atti di un importante convegno universitario La “Musa Nascosta” di Cesare Pavese Antonio Catalfamo L’«Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo», coordinato dal sottoscritto, è entrato nel suo quattordicesimo anno di vita. Sin dall’inizio, il suo scopo è quello di «monitorare» il panorama letterario internazionale per individuare nuovi studi sull’opera di Cesare Pavese. Ad esso hanno aderito come «corrispondenti» docenti universitari e critici di chiara fama che operano in tutti i continenti. Ogni giorno arrivano nuove adesioni. I risultati del «monitoraggio» sono stati resi noti attraverso la pubblicazione, a rigorosa cadenza annuale, di tredici corposi volumi (circa duecento pagine ciascuno) di saggi internazionali di critica pavesiana. E’ in preparazione il quattordicesimo. Gli studi da noi pubblicati hanno inciso notevolmente sull’evoluzione della critica, sia a livello nazionale che sovranazionale. Lo confermano le numerose citazioni relative ai nostri volumi, contenute in atti di convegni, saggi monografici, opere collettanee. Siamo stati sempre all’avanguardia, battendo nuove piste della critica. Solo per fare un esempio, abbiamo dedicato al rapporto tra Pavese e il mito classico gli ultimi due volumi da noi pubblicati, i cui titoli sono già significativi: Cesare Pavese, un greco del nostro tempo1; Cesare Pavese: il mito classico e i miti moderni2. In essi abbiamo smentito il luogo comune, secondo il quale lo scrittore langarolo era studioso improvvisato del mondo greco e latino, traduttore superficiale dei classici. Abbiamo, inoltre, messo l’accento sulla componente razionale del mito, che Pavese ha ereditato dai classici, come ha ben messo in rilievo Mario Untersteiner. Abbiamo, infine, evidenziato come nell’opera pavesiana siano compresenti «mito regressivo» e «mito progressivo». La critica accademica, colmando colpevoli ritardi, sta cominciando ora a battere la nostra stessa pista. E il merito va attribuito soprattutto ai classicisti. Ne è la conferma un convegno organizzato a Ravenna, presso il Dipartimento di Beni Culturali della locale università, il 19 e 20 marzo 2013, dietro la sapiente regia di Eleonora Cavallini, ordinaria di Letteratura greca e collaboratrice assidua del nostro «Osservatorio permanente». Vengono ora pubblicati gli atti di tale convegno in un volume intitolato La “Musa nascosta”: mito e letteratura greca nell’opera di Cesare Pavese3. Questo volume contiene, per l’appunto, numerosi riferimenti ai nostri studi pavesiani da parte di autorevoli studiosi come Giusto Traina (La Sorbona di Parigi) e Bart Van den Bossche, docente di Letteratura italiana all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) e collaboratore dell’ «Osservatorio permanente». Eleonora Cavallini, nell’Introduzione, precisa che l’espressione “Musa nascosta”, richiamata nel titolo del libro che qui presentiamo, è dello stesso Pavese, che la impiegò nel risvolto di copertina scritto per la prima edizione dei Dialoghi con Leucò. La stessa Cavallini individua i limiti tematici del convegno e del volume da esso scaturito: «l’esigenza di approfondire, ed eventualmente ridefinire, il rapporto di Pavese con il mito e con i classici greci». « Studiosi di varia provenienza ed estrazione, di Università italiane e straniere – scrive la Cavallini –, si sono riuniti per indagare la “Musa nascosta” di Cesare Pavese e per tracciare insieme, nel confronto di punti di vista diversi, un profilo inedito e stimolante di quello che potremmo definire, usando l’espressione di Calvino, il Pavese “filologo”»4. Il richiamo è alla presentazione che Italo Calvino scrisse sul «Bollettino di Informazioni Culturali» di Einaudi per i Dialoghi con Leucò pavesiani: «Questo nuovo libro può servire a capire quanta fatica, quanta ricerca anche erudita costi la sua tecnica creativa: scopre cioè il Pavese umanista, perché là dove qualcuno crederebbe di trovare uno scrittore il più spregiudicatamente moderno, i cui interessi si fermano ai Vittoriani e a Melville, c’è invece un filologo che si traduce e annota il suo pezzo d’Omero ogni giorno, e uno scienziato che ha sviscerato tutta la più avanzata cultura mondiale in fatto d’interpretazione delle religioni primitive»5. Eleonora Cavallini giustamente sottolinea i limiti della critica nostrana – non solo dei classicisti, aggiungiamo noi – nel valutare questo sforzo filologico di Pavese: «Le traduzioni pavesiane dal greco, redatte ad uso personale per lo più in due periodi distinti (nel 1935-1936 durante il confino a Brancaleone Calabro, e poi negli anni 1947-1950), e tuttora per la maggior parte inedite, bastano da sé a smentire il pregiudizio, ancor oggi diffuso fra i classicisti, secondo cui la ricerca di Pavese sul mito greco sarebbe stata esclusivamente rivolta ad aspetti etnologici»6. Le traduzioni pavesiane dal greco sono state, infatti, considerate a lungo semplici esercitazioni scolastiche, anzi sono stati cercati presunti errori in esse contenuti, senza rendersi conto, fra l’altro, che tutto questo studio sui classici era funzionalizzato alla costruzione della teoria del mito, che si proietta, a nostro avviso, anche sul presente e sul futuro, visto che Pavese, come tutti i buoni filologi (faccia- 2

[close]

p. 5

“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” mo, per tutti, gli esempi di Mario Untersteiner e di Sebastiano Timpanaro), trae da essa una concezione generale del mondo. Ed è stato proprio Untersteiner, nel recensire i Dialoghi con Leucò, nel 19477, a rilevare come Pavese, volgendo il suo sguardo al mondo classico, intenda affrontare i problemi eterni che assillano, nel loro riproporsi nei secoli, gli uomini. Non è possibile, nell’ambito di una breve nota, passare in rassegna tutti gli interventi contenuti nel volume degli atti del convegno ravennate. Ci limitiamo a segnalarne alcuni. Eleonora Cavallini, nel suo brillante contributo, prende in esame due traduzioni da frammenti della lirica greca (si tratta di Ibico, fr. 286 Davies e Saffo, fr. 168 B. Voigt), contenute all’interno di una lettera inviata dal confino, il 27 dicembre 1935, alla sorella Maria. L’illustre filologa mette in evidenza non solo la sostanziale correttezza di tali traduzioni, ma anche che esse «mettono in dubbio la diffusa convinzione che Pavese traducesse dal greco in modo scolastico e pedantesco, puntigliosamente attenendosi alla lettera del testo e mantenendo l’ordine delle parole dell’originale, anche a costo di dar luogo ad ambiguità soprattutto nelle concordanze fra sostantivi e aggettivi»8. Giovanni Bárberi Squarotti (Università di Torino) ricostruisce le fonti greche alle quali attingeva Pavese, attraverso l’analisi di «sottolineature, segni di lettura, annotazioni e postille»9 contenuti in un migliaio di volumi posseduti dallo scrittore langarolo e ora depositati presso il Centro Studi «Guido Gozzano – Cesare Pavese» dell’Università di Torino. Bart Van den Bossche approfondisce la visione che Pavese, partendo dal mondo classico, ha del mito come «vivaio di simboli». Egli scrive: «Per Pavese, il mito greco è un vivaio di simboli perché la rete di storie, episodi e nomi, contiene nuclei di “unicità”, norme poste una volta per sempre e, proprio per questo motivo, costantemente rielaborati in sempre nuove interpretazioni. Il mito greco, con il suo groviglio di storie costantemente riscritte e reinterpretate nel corso dei secoli, illustra in modo eccelso il rapporto inscindibile fra l’unicità del mito e la sua natura simbolica, fra quella che Pavese aveva chiamato in Del mito, del simbolo e d’altro, la “vita incapsulata” del mito e le “diverse e molteplici fioriture” della sua fortuna storica»10. Giusto Traina affronta, fra l’altro, il modo di configurarsi in Pavese e, in particolare, nei Dialoghi con Leucò, del rapporto tra il mito e l’antico, da una parte, e la modernità, dall’altra. Contesta11 con argomentazioni valide ed innovative quegli orientamenti critici (si pensi alle posizioni di Tibor Wlassics) che hanno stigmatizzato l’«ambigua stilizzazione pseudoclassica» dei miti greci, visti «attraverso la lente del proprio malessere esistenziale». Contesta parimenti le letture irrazionaliste e in chiave nietzschiana (vale a dire di contrapposizione tra spirito apollineo e spirito dionisiaco) del rapporto tra il mondo selvaggio e il mondo addomesticato, così come si presenta in Pavese (ad esempio, secondo Fausto Curi). Concludiamo con l’augurio che iniziative come quella del convegno ravennate si moltiplichino, introducendo elementi innovativi e chiarificatori nella critica italiana, con riferimento all’opera pavesiana, intorno alla quale sono sorti e si sono perpetuati parecchi equivoci. NOTE 1. AA. VV., Cesare Pavese, un greco del nostro tempo. Dodicesima rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana, a cura di Antonio Catalfamo, I Quaderni del CE.PA.M., Cooperativa Universitaria Editrice Catanese di Magistero, Catania, 2012. 2. AA. VV., Cesare Pavese: il mito classico e i miti moderni. Tredicesima rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana, Cooperativa Universitaria Editrice Catanese di Magistero, Catania, 2013. 3. AA. VV., La “Musa nascosta”: mito e letteratura greca nell’opera di Cesare Pavese, a cura di Eleonora Cavallini, Dupress, Bologna, 2014. 4. Eleonora Cavallini, Introduzione, ivi, p. 8. 5. Italo Calvino, presentazione a Dialoghi con Leucò, in «Bollettino di Informazioni Culturali» di Einaudi, n. 10, 10 novembre 1947, p. 2. 6. Eleonora Cavallini, Introduzione, cit., p. 7. 7. Mario Untersteiner, Dialoghi con Leucò, in «L’educazione politica», a. I, fasc. 1112, novembre-dicembre 1947, pp. 344-346. 8. Eleonora Cavallini, “E in primavera le mele”: due frammenti di lirica greca nella traduzione di Cesare Pavese, in La “Musa nascosta”: mito e letteratura greca nell’opera di Cesare Pavese, cit., p. 101. 9. Giovanni Bárberi Squarotti, Pavese e le fonti antiche: una ricognizione sui postillati, ivi, p. 66. 10. Bart Van den Bossche, “Un vivaio di simboli”: dialogare con il mito greco, ivi, p. 151. 11. Giusto Traina, «Allora la semplice frase “c’era una fonte” commuoverà». Paesaggio e memoria dell’antico in Pavese, ivi, p. 27. CENTRO PAVESIANO MUSEO CASA NATALE Il CE.PA.M. è una associazione senza fini di lucro con sede nella casa natale dello scrittore Cesare Pavese. Costituito nel 1976, ha tra i suoi compiti statutari prioritari la promozione e lo sviluppo culturale e socioeconomico del territorio. LE ATTIVITÀ • pubblica la rivista “Le colline di Pavese” • organizza il premio Pavese: letterario, di pittura e di scultura • promuove l’Osservatorio Permanente sugli studi pavesiani nel mondo • cura l’allestimento di mostre personali e collettive di pittura, scultura e fotografia • pubblica i quaderni del CE.PA.M. ad integrazione delle tematiche trattate su “Le Colline di Pavese” • organizza il Premio Letterario “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema” e la collettiva d’arte “Dioniso a zonzo tra vigne e cantine” • organizza il “Moscato d’Asti nuovo in festa” (8 dicembre), una manifestazione legata strettamente all’economia del territorio. CE.PA.M. · Via C. Pavese, 20 · 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141 844942 - www.centropavesiano-cepam.it info@centropavesiano-cepam.it 3

[close]

p. 6

La breve e significativa esperienza della rivista diretta da Mario Motta Cultura e realtà: il coraggio delle idee Franco Lorizio Il periodico bimestrale Cultura e realtà – edito a Roma dall’Istituto Grafico Tiberino - rappresentò uno dei tentativi più significativi, messi in atto nel secondo dopoguerra, di dar vita in Italia a una rivista di prestigio, libera, coraggiosa, moderna, non conformista. Essa nacque per iniziativa di un gruppo di giovani intellettuali della sinistra cristiana: Mario Motta, Felice Balbo, Augusto Del Noce, Giorgio Ceriani Sebregondi, Gianni Baget Bozzo, Fedele D’Amico, Gerardo Guerrieri. Questo nucleo, culturalmente e politicamente integrato, riuscì a coinvolgere nel progetto editoriale esponenti di varia estrazione culturale: Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Italo Calvino (legati alla casa editrice Einaudi), Giacomo Mottura, Nino Novacco, Alberto Moravia, Geno Pampaloni, Claudio Napoleoni. Cesare Pavese per definire la qualità della neonata rivista stabilì un’analogia con alcuni dei più prestigiosi periodici statunitensi e inglesi come la Partisan Review, la Kenyon Review e la Horizon1. Il primo numero – di 123 pagine – è del maggio-giugno 1950; reca sul frontespizio il nome del direttore, Mario Motta, e dei membri del comitato di redazione: Fedele D’Amico, Augusto Del Noce, Gerardo Guerrieri, Nino Novacco, Cesare Pavese. Il Sommario riporta i seguenti articoli: Cesare Pavese, Il mito; Mario Motta, Il concetto di ideologia; Claudio Napoleoni, Il corporativismo – Appunti sugli interventi nell’economia; Fedele D’Amico, Monologhi sulla musica moderna; Enrico Tobia, Oggi e domani della poesia; Giacomo Mottura, L’ammalato per contratto di lavoro. Nella sezione “Note” figurano: Italo Calvino, Necessità di una critica letteraria e Moravia e l’ “Occidente”; Fedele D’Amico, La morte di Mounier; Giorgio Ceriani Sebregondi, Economia e umanesimo: Keynes e Maritain e La debolezza ideologica americana; Felice Balbo, Giaime Pintor; Cesare Pavese, Discussioni etnologiche; Mario Motta, Il Dio che è fallito. Completano il fascicolo due letture: Inizio del cap. XII dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni e Meccanica quantistica e realtà di Albert Einstein. Dal semplice esame dei titoli risalta l’eterogeneità degli argomenti trattati: antropologia culturale, etnologia, filosofia, economia, musica, poesia, letteratura, critica letteraria, medicina del lavoro, fisica. L’impostazione critica – antidogmatica e tendenzialmente sociologica – era l’elemento che accomunava i vari contributi, cosicché la versatilità contenutistica si risolveva nell’uniformità metodologica, conferendo alla rivista una specifica identità culturale. D’altro canto il motto della pubblicazione era “Distinguere per unire” - titolo di un’importante opera di Jacques Maritain - e rimandava al concetto di pluralità d’idee nell’unità d’intenti. “Il marxismo come scienza e non come filosofia”2 deve essere considerato l’altro caposaldo teorico di Cultura e realtà: il tentativo, forse ingenuo, di assumere la dottrina marxiana come strumento analitico rifiutandone le implicazioni ideologiche. Gli articoli di Pavese comparsi sul numero iniziale della rivista, Il mito e Discussioni etnologiche furono gli ultimi a essere pubblicati mentre l’autore era ancora in vita. Il manoscritto del primo saggio reca la data 27-29 gennaio 1950. Il mito3, – tema costitutivo della poetica pavesiana - era una riflessione teorica di grande rilievo sull’essenza del mito e sulle implicazioni - individuali e collettive - che da esso derivano. Il secondo contributo4 era una breve nota scritta il 17 marzo 1950; aveva per oggetto alcuni rilievi mossi da Franco Fortini5 4

[close]

p. 7

La breve e significativa esperienza della rivista diretta da Mario Motta riguardo al saggio di Ernesto De Martino Intorno a una storia del mondo popolare subalterno6. Pavese “rassicurava” Fortini circa il timore del diffondersi della cultura irrazionalistica: “Il pericolo da lui prospettato non sussiste […] Ci sarà invece, se mai, da temere che del mito, della magia, della ‘partecipazione mistica’, lo studioso ‘scientifico’ dimentichi il carattere più importante: l’assoluto valore conoscitivo ch’essi rappresentarono, la loro originalità storica, la loro perenne vitalità nella sfera dello spirito.”7 Il primo numero di Cultura e realtà fu accolto favorevolmente da cattolici e comunisti e, più in generale, dagli intellettuali italiani. L’interesse bipartisan suscitato dalla rivista fu forse, paradossalmente, il presupposto del suo tracollo. Rinascita, il periodico diretto da Palmiro Togliatti, formulò un attacco perentorio al bimestrale di Mario Motta. Il 6 giugno 1950 (n. 17) fu pubblicato nella rubrica La battaglia delle idee l’articolo anonimo Marx e il leopardo, scritto probabilmente da Togliatti o da lui ispirato. La stroncatura - definita da Adriano Ossicini “durissima”, “presuntuosa”, “volgare”, “ignobile”8 – era basata sul dogma dell’incontestabilità dell’ideologia marxista. Il dileggio sopperiva alla mancanza di argomentazioni pertinenti: “Rare volte c’era capitato di vedere un gruppetto di giovani, nell’età in cui tutti gli ardimenti sono possibili, impegnati collegialmente nella poco decorosa impresa di mettere le brache al mondo”. Il manipolo di sbarbatelli al quale l’anonimo (ma non troppo) articolista pretendeva di rivolgersi era in realtà un’équipe d’intelligenze fra le più qualificate della cultura italiana ed europea; quanto all’acerbità anagrafica, sulla quale lo scritto tanto insistentemente ritornava, occorre rilevare che molti esponenti di Cultura e realtà erano oltre la quarantina e che l’età media degli autori del primo numero corrispondeva ai trentaquattro anni. La disamina proseguiva sul medesimo crinale: “Che cosa vogliono questi giovani amici? E in primo luogo, amici di chi? Amici nostri o del leopardo?” Tali “giovani sconsiderati” erano infine invitati a rileggere la voce Idea del Dizionario filosofico di Voltaire, laddove è scritto: ”Certo, è triste avere tante idee e non sapere con precisione la natura delle idee. Ma è assai più triste, e molto più sciocco, credere di sapere quello che non si sa.” Secondo lo stesso Ossicini “fu il veto comunista che, di fatto, uccise la rivista” le cui pubblicazioni proseguirono coraggiosamente per soli due numeri. Il secondo fascicolo, del luglio-agosto 1950, in realtà vide la luce nel mese di settembre, quando la morte di Cesare Pavese aveva da poco funestato l’ambiente redazionale. Una nota editoriale si soffermava sobriamente sull’evento e sui tre articoli che costituirono l’estremo omaggio degli amici di Cultura e Realtà alla memoria del grande scrittore: “Pubblichiamo di Cesare Pavese, oltre a due note scritte appositamente per questo numero, tre saggi: tutto quanto egli aveva preparato fino al momento della sua morte per Cultura e realtà. Raccontare è monotono e L’arte di maturare sono inediti, e recentissimi. Poesia e libertà era già uscito nel marzo del 1949 sul settimanale Il sentiero dell’arte. Insieme al Mito, che la nostra rivista aveva pubblicato nel primo numero, questi saggi rappresentano il frutto di una meditazione che negli ultimi anni era divenuta a Pavese profondamente cara: la meditazione sui problemi più intimi della conoscenza estetica e sui rapporti segreti dell’arte con la natura e con la realtà personale e storica del mondo umano. In più di un senso, questi saggi rappresentano anche la esplicita dichiarazione di una poetica, e come tali costituiscono un contributo che crediamo prezioso alla comprensione critica di tutta l’opera di Cesare Pavese”9. Poesia e libertà fu composto fra il 31 dicembre 1948 e l’8 gennaio 1949; il testo – già comparso sulla rivista pesarese Il sentiero dell’arte (15 marzo 1949) – fu corretto in qualche punto da Pavese in previsione dell’uscita su Cultura e realtà. Raccontare è monotono e L’arte di maturare furono ideati a Varigotti nell’agosto del 1949, mentre lo scrittore era in vacanza, ospite dei coniugi Adolfo ed Eugenia Ruata. Denominatore comune dei tre articoli è – ancora una volta - il riferimento al mito come fondamento dell’ “arte narrativa”; il tema è ampiamente sviluppato in Raccontare è monotono: “Non crediamo che si dia racconto vivo senza un fondo mitico, senza qualcosa d’inafferrabile nella sua sostanza. La ragione ultima – e prima – per cui ci s’induce a comporre una favola, è la smania di ridurre a chiarezza l’indistinto-irrazionale che cova in fondo alla nostra esperienza. Questa riduzione non è mai totale, altrimenti il risultato sarebbero concetti e astrazioni – scienza o filosofia.”10 In Poesia è libertà Pavese ribadisce che la genesi della poesia “è sempre un mistero, un’ispirazione, una commossa perplessità davanti a un’irrazionale terra incognita”11. Il poeta è animato da “un’assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere. Il mito e il logo”. Una volta chiarificato il mito nella creazione artistica, è impossibile percorrere il cammino a ritroso. Ritrovare la verginità perduta, cioè ritornare al mito dopo averlo ricondotto a ragione, sarebbe una pura finzione che farebbe del poeta un àrcade epigono di se stesso. L’arte di maturare prede le mosse dal mito per sviluppare un tema centrale nella dialettica pavesiana: la maturità: “La scoperta romantica che gli stampi mitici della sensibilità, i simboli che orienteranno la nostra vita, risalgono ai primi contatti con la realtà – in sostanza alla nostra fanciullezza – ha riempito la narrativa di bambini saputi, di piccoli ribelli primitivi che pretendono nostalgica conoscenza di sé contrapponendosi al mondo convenzionale degli adulti, rifiutando ogni abbandono alla norma, all’autorità, al collettivo.”12 Nel prosieguo del discorso l’autore cita una sentenza scespiriana, tratta dal Re Lear, che pure compare in esergo alla Luna e i falò: “Ripeness is all” (“La maturità è tutto”). Il resto della trattazione è un elogio dell’ “arte di maturare” riferita agli scrittori e intesa come crescente capacità artistica di permeare la collettività di simboli individuali. In sommario compaiono altri due contributi di Pavese: La narrativa contemporanea italiana ispirata al marxismo (nella rubrica “Note”) e Due poetiche (nella rubrica “Discussioni”). Quest’ultimo intervento costituì la risposta “a un intelligente lettore” che, riguardo al Mito, domandava: “Di poesia ineffabile, angelica, mitica non ne abbiamo vista anche troppa nel 5

[close]

p. 8

La breve e significativa esperienza della rivista diretta da Mario Motta ventennio?” La replica pavesiana consisté nella riproposizione di uno scritto del 13 febbraio 1950, corretto e integrato per l’occasione. L’incipit riassumeva mirabilmente il pensiero dello scrittore sull’argomento: “Che ogni poesia nasca su un mito – su un estatico tormentoso entusiasmo contemplativo (l’ispirazione) che si celebra in un’atmosfera rarefatta sovrumana – non comporta di necessità che l’opera presenti lineamenti rarefatti, demonici o angelici, appunto mitici. Il momento mitico è per definizione pre-storico, liminare: non appena lo s’intravede o lo si sfiora, quel tanto di esso che è scorto o toccato è già calato nella storia, nella vita umana, e qui vive non più miticamente, bensì come volizione, come fantasia poetica, come pensiero, secondo le leggi della realtà.”13 In Italia, tra le due guerre, si sviluppò - come esito ultimo dell’arte post-romantica - la “poetica angelica”. A questa tendenza stilistica si contrappose il neorealismo. Tale antitesi rispecchiava la vicenda culturale degli ultimi secoli, ondeggiante tra le due poetiche anzidette: ”Si tratta del riflesso drammatico di una storia politica, dell’oscillazione tra i momenti involutivi, d’arresto (=angelismo) e quelli progressivi, slanciati (=realismo)”14.. Il fascicolo, dedicato in gran parte agli scritti di Pavese, AGRITURISMO “IL CRUTIN” di Barbero Marinella Il nome dell’agriturismo deriva dal “crutin” (grotta) che raccoglie acqua di sorgente potabile che i nostri avi usavano quotidianamente. Questa grotta è parte integrante dell’edificio. La zona permette di fare lunghe escursioni a piedi o in bici. comprendeva il saggio di Felice Balbo “Dittatura crociana” o problema dello storicismo? e quello di Nino Novacco Laicismo e Azione Cattolica. Completavano il numero gli interventi di Armanda Giambrocono Guiducci (Critica e critici), Fedele D’Amico (Dalla “musica che non si ascolta” all’opera a fumetti e Le “zone alte”), Felice Balbo (Difesa della metafisica?), Geno Pampaloni (A proposito di critica letteraria), Franco Fortini (Sul “Mito”), Giampiero Carocci (Cultura e realtà), Mario Motta (Realtà della cultura), Italo Calvino (Una lettera sul “Paradiso”). Il numero 3-4 del marzo 1951, di 191 pagine, fu l’ultimo a essere pubblicato. Conteneva, tra gli altri, gli articoli Silenzio di Natalia Ginzburg, Riflessioni per l’autocritica filosofica di oggi di Felice Balbo, Ritratto di Machiavelli di Alberto Moravia e Su laicismo e Azione Cattolica di Gianni Baget Bozzo. Contribuirono alla precoce conclusione della vicenda editoriale soprattutto due fattori, uno esterno, l’altro interno alla rivista: l’ostracismo del P.C.I. e la scomparsa di Pavese. Se infatti l’avversione manifestata dai vertici del partito ebbe un ruolo decisivo nello screditare sul piano politico il tentativo di Balbo e dei suoi sodali, il venir meno di un’intelligenza lucida e prorompente come quella di Pavese privò la rivista del suo principale orchestratore. Il poeta delle Langhe, infatti, possedeva straordinarie doti di organizzatore culturale, maturate e affinate nella lunga militanza in casa Einaudi. Cultura e realtà, nonostante tutto, costituì un tentativo originale, coraggioso e coerente di raccogliere alcune delle menti più sensibili e vivaci della cultura italiana in un organo espressivo prestigioso e autorevole. L’incompiutezza del percorso non ne sminuisce la valenza; genera piuttosto il rammarico per la fugacità di una così alta testimonianza di maturità culturale e civile. L’azienda dispone di 6 camere con bagno privato, riscaldamento autonomo e tv, tutte con vista sulle vigne o sulle colline Loc. Vogliere 3 - 12058 Santo Stefano Belbo (CN) Tel. e Fax 0141 840559 - Cell. 349-4749463 NOTE 1. Cesare Pavese, lettera a Ludovica Nagel (“Chiodino”) del 10 giugno 1950, in Cesare Pavese, Felice Balbo, Natalia Ginzburg, Lettere a Ludovica, a cura di Carlo Ginzburg, Milano, Archinto, 2008, p. 17. 2 Ibidem. 3 L’articolo è compreso in Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Torino, Einaudi, 1991, pp. 315-321. 4 Ivi, pp. 323-324. 5 Franco Fortini, Il diavolo sa travestirsi da primitivo, in Paese sera, 23 febbraio 1950. 6 In Società, n. 3, 1949. 7 Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, cit., p. 325. 8 Adriano Ossicini, Il “colloquio” con Don Giuseppe De Luca, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1992, pp.72-73. 9 Cultura e realtà, n. 2, luglio agosto 1950, p. 6. 10 Cesare Pavese, Raccontare è monotono, in La letteratura americana e altri saggi, cit., p.305. 11 Id., Poesia è libertà, ivi, p. 300. 12 Id., L’arte di maturare, ivi, p. 329. 13 Id., Due poetiche, ivi, p. 325. 14 Ivi, p. 327. 6

[close]

p. 9

Un lavoro policromo, ricco di tensione I luoghi e i temi dell’opera di Cesare Pavese in un saggio di Franco Lorizio Giovanni Giosuè Chiesura Il mondo attuale, spesso caotico e poco incline alle confessioni personali e alle manifestazioni delle soggettive emozioni, è piuttosto restio all’incontro e al confronto, da cui possa scaturire la scoperta di una luminosa e avvincente verità. Viviamo nel labirinto della menzogna, in cui tutto ciò che passa attraverso le coscienze viene ad arte mascherato, occultato e imprigionato. Questo è presente anche negli ambiti culturali, ove chi scrive o parla mira soltanto all’affermazione di sé, attraverso l’ostentazione e il “fetido orgoglio”. Eppure… non sempre è così. Ce ne siamo accorti leggendo, in questi giorni, un pregevole saggio su Cesare Pavese di Franco Lorizio, docente romano di Lettere, in servizio presso un liceo dell’Urbe. Il titolo dell’opera, evocativo dell’explicit dell’ultimo capolavoro pavesiano (Come il letto di un falò – riflessioni su Cesare Pavese), è in limine una promessa (o un segno) di un’adesione totale, in senso storico, culturale e rituale alla vicenda di vita e di morte del Cantore delle Langhe. Ci siamo trovati di fronte a un lavoro policromo, ricco di tensione come in un mosaico da cui, grazie alla tenace volontà del critico, all’acribia inconsueta, all’affettiva adesione all’argomento, scaturisce il ritratto multiforme e convincente, sovente misterioso, di Cesare Pavese. Il capitolo introduttivo, che ci riporta indietro agli anni di studi liceali, conclusisi con la maturità classica, focalizza la folgorazione derivata dall’incontro con le opere dello scrittore piemontese, divenuto, da quel momento, compagno di strada, maître à penser, indispensabile e fecondo. Successivamente, la mediazione di “uno strano prete”, don Giacomo Tantardini, aprirà alla mente assetata del giovane una straordinaria “uscita di sicurezza” verso nuove prospettive esistenziali, di sapore agostiniano, pavesianamente fondate sull’attesa dell’“altro”, sull’approdo sospeso per l’inquietante esistenza brancolante nel vuoto. Sono struggenti le pagine che Franco Lorizio dedica a questo Maestro, precocemente scomparso, ma sempre vivo nella sua mente. Cogliamo dai numerosi segnali, disseminati lungo le pagine del poderoso volume, quanto l’amore, la passione, l’entusiasmo, una lunga fedeltà siano i responsabili di questo pregevole studio: l’amore, che ha orientato il critico verso sentieri mai interrotti, gli ha permesso di diventare per noi una sorta di Nuto-Virgilio tra le grotte infernali e i “bricchi” purgatoriali del cosmo pavesiano, oscillante fra mito e storia, fra ebbrezza e disperazione, fra il dionisiaco e l’apollineo. Sappiamo che il viaggio di Odisseo e di Dante è stato un punto fermo nell’immaginario di Pavese; ebbene, in sintonia con ciò, il presente saggio, in taluni punti, ci appare come una sorta di peregrinatio attraverso i luoghi pavesiani, salvaguardati da persone, come il prefessor Gatti, che alla tutela dell’opera e della memoria del Poeta hanno dedicato la loro vita. La Wanderung, attraverso le colline di Santo Stefano Belbo, gli incontri con le persone che perpetuano il vissuto pavesiano hanno fatto nascere capitoli interessanti, tra i quali molti dedicati a La luna e i falò, opera dal nostro critico e da molti giudicata come uno dei vertici della letteratura europea del Novecento. Per Lorizio, l’ultimo romanzo di Pavese è un macrotesto verso cui convergono molte opere precedenti: la violenza e il sacro sono le forze che regolano le vicende collettive e private della storia recente, vicende di conflitti, 7

[close]

p. 10

Un lavoro policromo, ricco di tensione spesso civili, di cui restano cadaveri e tracce, come il falò di Santina, arsa viva per placare, col sacrificio e col suo ritorno, la terra. Da questo rapporto intellettuale con la fisicità pavesiana, dai pellegrinaggi effettuati attraverso gli scritti e i luoghi, dall’incontro ermeneutico coi superstiti di un arcaico cosmo magico, mitico e corale, nascono le riflessioni e le indagini antropologiche ed etnologiche sul folklore delle Langhe, nonché le certosine catalogazioni lessicali appartenenti a una straordinaria e singolare civiltà materiale. Ci paiono, altresì, degne di nota le esegesi contrastive effettuate tra Il diavolo sulle colline e i testi più significativi dell’Alcyone dannunziano, quasi a voler sottolineare la presenza di un decadentismo ipostatico o carsicamente nascosto nell’opera del Nostro. Operazione questa, a nostro avviso, condivisibile, anche perché il realismo pavesiano è intriso di elementi densamente psicologici e il dialetto, qualora esso serpeggi o sussista, tende sempre ad elevarsi e ad assurgere a una del tutto nuova, nonché originale, dimensione stilistica. Il capitolo dedicato a I fuochi di san Giovanni tra mito e letteratura entra nel vivo degli interessi etnologici e antropologici di Cesare Pavese e, con grande lucidità, analizza la fucina all’interno della quale egli operò coi più grandi studiosi e specialisti italiani del secondo dopoguerra. Inoltre, il nostro critico ci fa vedere come il personaggio Pavese, considerato da molti un misantropo incapace di rapporti interpersonali, sia uno scrittore aperto alla realtà sociale, politica e culturale, inserito in una fitta rete di amicizie intellettualmente e moralmente utili, documentate da numerose testimonianze e, soprattutto, dall’epistolario, curato e salvaguardato da Lorenzo Mondo e da Italo Calvino. Nella galleria degli amici, oltre ai soliti noti e alle importanti figure femminili, che hanno messo a dura prova il fragile equilibrio psicologico di Cesare Pavese, Franco Lorizio ci presenta la figura del professor Antonio Chiuminatto, italoamericano, col quale egli ebbe per un abbondante triennio (dal 29 novembre 1929 al 24 gennaio 1933) un interessante e proficuo scambio epistolare, rigorosamente in lingua inglese, che gli diede le chiavi interpretative per affrontare lo studio della letteratura anglo-americana, ambito di cui, giustamente, poté vantarsi di essere stato il pioniere in Italia. Di ciò rimane come forte testimonianza la scelta, contro i desiderata accademici, di una tesi per la laurea in lettere su Walt Whitman, discussa nel 1930; il “mestiere del traduttore”, di cui sua fortunata e feconda erede divenne Fernanda Pivano, e i fondamentali saggi sulla letteratura americana, raccolti da Italo Calvino, sono ulteriori significativi documenti di questo suo fondamentale orientamento culturale, al quale dobbiamo certamente accostare l’ampio spazio dedicato alla lingua e alla letteratura greca. Un’altra personalità singolare, entrata in amicizia con Cesare Pavese attraverso un breve scambio epistolare, è Sibilla Aleramo; a questo incontro il nostro critico dedica un intero capitolo, associandolo all’influsso che sul Nostro esercitarono gli scrittori torinesi del primo Novecento, come appare evidente dalla nota del 29 maggio 1946 presente nel Diario. Un singolare e importante capitolo viene dedicato al soggiorno di Cesare Pavese presso il collegio Trevisio di Casale Monferrato, retto dai Padri Somaschi (novembre 1943-aprile 1945). Questo episodio, presente come mise en abîme ne La casa in collina, è legato, soprattutto, al lungo dialogo di spirituale amicizia intrattenuto col padre Giovanni Baravalle, di cui ci restano tracce di un tormentato travaglio interiore, cripticamente e diacronicamente annotate nel Diario. Una certa critica, che ha respinto tout court la veridicità di siffatta crisi, non ha considerato il forte afflato religioso di orientamento cristiano presente in Pavese. Il tema della morte ha ossessionato l’intero percorso della breve vita del Nostro. Tale meditazione, che si trasforma in un’autentica commentatio mortis, ha radici profonde nella lettura del Fedone, delle Tusculane e, addirittura, ne L’imitazione di Cristo, che il nostro vorace lettore non poté certo ignorare. Pavese ebbe un forte legame con la filosofia greca; lo dimostra il profondo rapporto epistolare avuto col professor Mario Untersteiner, grande estimatore de I dialoghi con Leucò, in cui l’assoluto e il contingente si scontrano. Nel voler indossare a tutti i costi i panni del filosofo antico, Pavese ritorna alle sue abituali ossessioni, ai suoi fantasmi, alle sue antiche immagini. Infatti, il compianto Pierre Hadot sosteneva che la filosofia antica altro non è che una preparazione alla morte. Ma ciò che Pavese ha potuto dire a padre Baravalle non lo sapremo mai: rimane, tuttavia, l’eco di una grande amicizia di cui, ancor oggi, il padre Giuseppe Oddone di Nervi si fa il continuatore. Franco Lorizio, in questa sua lunga e variegata disanima, ci propone il confronto fra Cesare Pavese ed Emil Cioran (1911-1995) perché, a suo avviso, le varie tematiche desolanti affrontate (il ricordo dell’infanzia, la vita, la morte, la disperazione, Dio, il Nulla) coincidono, sino alla terapeutica istanza della necessità della preghiera. A Pavese potremmo accostare un altro grande teorico dell’assurdo, Albert Camus, che, nonostante la percezione del Nulla, a dispetto di Sartre, oppose leopardianamente all’assurdo la prassi della rivolta e della solidarietà, sentimento non ignoto al Nostro e presente nell’epilogo de L’étranger. La percezione del vuoto portò Pavese ad istituzionalizzare il suo antifascismo con l’iscrizione al partito comunista, come già fece, senza essere marxista, Albert Camus. Il sentimento tragico del vuoto trascinò il nostro grande poeta verso “l’istante mortale” (termine felicemente coniato da un filosofo francese contemporaneo): fu una scelta, un’irrevocabile scelta, maturata da tempo, che evitò l’ora incerta. La tragicità della sua vita fu addolcita dall’interesse per il jazz, che influenzò, senza dubbio, le ultime forme della poesia pavesiana, attratta delle settime diminuite e dalle dissonanti atmosfere del Blues. Molte altre considerazioni potremmo effettuare su questo illuminante lavoro. Ma è importante chiudere accogliendo l’invito di Franco Lorizio a rileggere l’opera, perché essa perpetua il passo cadenzato di Pavese tra le colline. 8

[close]

p. 11

Il romanzo antesignano del Neorealismo “Paesi Tuoi” di Cesare Pavese Franca Maria Ferraris Se già per l’avvio del romanzo Paesi tuoi (1941)1, Cesare Pavese ricorre a un fatto crudamente realistico qual è l’uscita dal carcere di due giovani, nel prosieguo della narrazione, soffermandosi col lungimirante intuito dei grandi scrittori sul reinserimento degli stessi giovani nel tessuto sociale di un’epoca che ruota attorno alla metà del Novecento, egli consegna l’opera compiuta alle avanguardie di quel neorealismo che ebbe poi molti seguaci. Imperniata sull’analisi introspettiva dei personaggi, la scrittura pavesiana, splendida nella sua essenzialità, connota i singoli caratteri di questi, per inquadrarli nella realtà ambientale del suddetto periodo storico. Una realtà che, a parte il tratto finale del romanzo, riflette sostanzialmente il modus vivendi degli abitanti delle Langhe piemontesi, ma non solo, poiché quelle stesse condizioni di fatica e di miseria erano allora presenti in molti paesi delle campagne italiane. Il lettore viene condotto nelle trame di una storia il cui clima, dapprima tranquillo, gradatamente si carica di inquietudine fino a concludersi con un episodio di sconvolgente, tragica drammaticità. Il punto di partenza è Torino, patria di Berto, uno dei due giovani rimessi in libertà, ma dal momento che il secondo, Talino, proviene dalla campagna, la decisione comune è raggiungere la casa di quest’ultimo nelle non lontane Langhe Piemontesi, dove, approssimandosi il tempo della trebbiatura, entrambi avrebbero sicuramente trovato un’immediata occupazione. Eccoli dunque arrivati in campagna, nella Langa, appunto, la cui immagine paesaggistica, oltre al risalto cromatico delle pennellate ambientali espresse con l’impressionismo lirico di chi ama visceralmente la propria terra, trova adeguata risonanza timbrica nelle voci dialoganti proprie del linguaggio gergale di Pavese. Attraversa ogni pagina del romanzo una testimonianza di verità, che mostra come si svolgeva la vita in quel tempo e in quel mondo in cui una qualsiasi forma di industrializzazione, che di lì a poco li avrebbe rivoluzionati, era al momento di là da venire. Infatti, priva del supporto offerto dai macchinari attuali, la vita contadina imponeva a chi lavorava la terra fatiche durissime, che non solo sfinivano i corpi e sfiguravano i volti di coloro che le sopportavano, ma soprattutto ne logoravano gli animi, esacerbandoli con la miseria con cui erano costretti a fare i conti. Talino, a un primo approccio rozzo ma innocuo, presto svelerà invece un animo in cui aridità spirituale e vuotezza mentale, accenderanno la miccia di una pericolosa aggressività. Berto, giovane di città, viene quindi introdotto nella casa dell’amico campagnolo dove, tra i familiari di lui, le sorelle sono le persone che più lo colpiscono. E non solo perché i loro volti hanno la bellezza della gioventù, specie quello di una fra loro, ma perché lo impressionano i loro piedi scalzi, somiglianti a “blocchi di terra”. La cruda definizione infligge sgomento, poiché mette a fuoco una realtà infinitamente povera e ingrata. Su tutto incombe, intanto, la calura estiva, resa opprimente dalla pesante presenza di Talino. Soltanto alle descrizioni della natura è dato il compito di alleggerire la miseria del quadro con visioni di poetica bellezza. Per entrare pienamente nel testo, Pavese trova identificazione nella figura di Berto, perciò in lui trasferisce i propri pensieri e sentimenti. Per un tratto del narrato, la vicenda sembra procedere senza grandi strappi poi, nell’atmosfera, lentamente comincia a insinuarsi un livido sentore di morte. Persino la grazia di una tra le sorelle di Talino, quella che Berto più apprezza e di cui un po’ s’invaghisce, porta in sé quel tragico sentore. Serpeggia tra le righe l’urlo di una violenza subita di cui nessuno osa parlare, e anche se un vento distruttivo se ne fa paladino, diffondendone l’eco come di una tragedia annunciata, nessuno vi porge ascolto. Non basta amare il bello e il buono se si è 9

[close]

p. 12

Il romanzo antesignano del Neorealismo costretti a una vita faticosa e avvilente dove il bello e il buono non entrano per nulla o solo per un fragile filo. Quel filo è una piccola fiamma, accesa più da un vago desiderio di sfuggire a una realtà invivibile che non da un vero ardore amoroso. A poco a poco, il rito della trebbia, vagheggiato fin dall’inizio sia da Berto come prospettiva di un immediato lavoro sia da Talino per ripristinare un certo ordine nella sua mente vacua e disorientata, si va trasformando nello scenario di un rito campestre che, prima di compiersi, farà assistere al macabro compimento di un rito sacrificale. Quando poi la vittima predestinata giacerà al suolo con uno squarcio alla gola, le pagine del libro si faranno schermo su cui una scrittura icastica e tagliente rappresenterà la turpe immobilità di una scena del crimine. Se nei Dialoghi con Leucò erano chiamati ad agire i miti degli antichi dèi greci, qui non agiscono dèi, ma mostri. E se mai qui c’è una dea, questa è una piccola dea dei campi che assurge a mistica divinità proprio attraverso il compimento del suo tragico destino. Non c’è Eros per la piccola dea, ma solo Thanatos, in un cupo e oltraggioso disegno, non divino ma diabolico. Protagonista è il suo volto troppo giovane per essere esangue, un volto la cui bellezza non solo perdurerà oltre i poveri piedi di dea campestre finalmente dilavati dalle acque dello Stige, ma risplenderà nella luce della sua anima purificata dal lavacro del martirio. Tuttavia, mentre l’obiettivo resta fisso sulla scena per mostrarla fino all’ultimo rantolo in tutta la sua spietatezza, la natura che sta intorno continua indifferente il proprio corso vitale, come nulla fosse accaduto. E, assieme alla natura, anche gli uomini, resi gretti e insensibili dalle spossanti fatiche, coriacei come tronchi di vecchi alberi, si mostrano estranei a quel dolore. Essi possiedono la stessa calma impassibile e selvaggia presente nella natura allorché, dopo aver scatenato tutte le sue forze in un uragano che ha causato morti, aperto voragini, prodotto danni, all’improvviso si quieta e tace. Anche l’ultimo lamento dell’infelice si spegne, e le donne piangono ancora per un poco, ma piano, quasi in silenzio, perché le loro lagrime non turbino il ciclo della natura, che comunque deve andare avanti e produrre, poiché dal raccolto dipende la sopravvivenza dei superstiti. Volti asciutti di lacrime, richiede la fatica dei campi, visto che a bagnarli già ci pensa il sudore, ed esse, le donne, a viso asciutto devono essere pronte a dare il loro aiuto perché domani sarà giorno di trebbia. Un giorno che non può essere rimandato perché la trebbia è grano, e il grano è pane. E il pane è cibo. Se non si vuole morire tutti, e questa volta di fame, occorre continuare a lavorare, subito. L’obiettivo si sposta idealmente sulla mattina dopo, cioè sulla mattina dopo la morte di qualcuno che ci è caro, e che dovrebbe essere riservata solo al dolore e alle lacrime. Ma non qui. Ché qui, già tutto è pronto per la trebbiatura. La morte? Un evento del tutto naturale, anche se questa morte naturale non è stata; e anche se l’assassino non grida, non urla il suo pentimento. Anzi, egli ignora addirittura cosa significhi pentirsi. Chiede solo di parlare col padre, con il pa’, mentre Berto guarda la collina non più come una grande mammella che dona linfa di vita, ma come un vuoto illimitato che lo risucchia, ed è stupito dall’indifferenza di coloro che sembrano non avvertirne la profondità, mentre lui, catapultato in quel vuoto, soffre atrocemente. O, forse, senza darlo a vedere, anche gli altri soffrono? Se sì, la loro maschera di durezza riesce a nascondere in modo perfetto la sofferenza. Egli sente di non poter restare oltre fra chi, dopo una simile tragedia, è ancora in grado di dialogare così: – E come va quest’anno il grano?- dice l’appuntato girando gli occhi. – Poca roba, stasera è finito, – fa Ernesto. Come si possa parlare del raccolto del grano dopo quanto è accaduto, per Berto è impossibile non solo comprenderlo, ma persino pensarlo. O, forse, sembra suggerire Pavese tra le righe, forse hanno ragione loro a comportarsi in quel modo. In fondo, dopo ogni tragedia, occorre tornare al quotidiano. È vero, nel discorso suona lugubre la parola finito. Perché non solo il lavoro della trebbia è finito, ma è finita una vita umana. E tuttavia è necessario guardare avanti, se no, domani non si mangia. E poi ci sono anche i bambini, che hanno bisogno di essere sfamati. Essi ancora devono vivere. L’indifferenza alla morte, in quel luogo e in quel tempo, è ciò che ancora più della morte sconvolge, ma proprio questo, a mio avviso, è quanto Pavese ha voluto sottolineare: morire è tragedia che sconvolge sì, e tuttavia non tanto da impedire alla speranza di credere che dopo la morte, anche per assassinio, il mondo possa continuare. Diventa una sorta di ‘saggezza’ prendere atto di questa speranza, come di un pragmatismo all’apparenza spietato, ma che, comunque, è sempre esistito e sempre esisterà, fino a che il sole risplenderà sulle sciagure umane 2. Quasi ventilando l’annuncio di una tragedia altra che, pur senza saperlo, già porta in animo.- È così -, sembra sussurrarci Pavese. Ovvero: soprattutto chi è vissuto in luoghi duri e faticati ha avuto modo di apprendere fin dalla più giovane età che, malgrado la sciagura di cui ogni morte è portatrice, il mondo seguiterà ad esistere e altri uomini sulla faccia della terra continueranno a camminare, ciascuno verso il proprio destino mortale. E ciascuno lasciando dietro di sé un’orma, sia questa la piccola orma di una povera dea campestre o la grande orma di chi ha lasciato poesia agli uomini 3. NOTE 1. Paesi tuoi, Cesare Pavese, Einaudi 1978 - quarta edizione. 2. Da I Sepolcri di Ugo Foscolo,vv. 294-295. 3. Dalle parole lasciate da Cesare Pavese come testamento spirituale. 10

[close]

p. 13

Occasioni di lettura Riflessioni sul romanzo di Alfredo Tocchi “Confessioni di un pazzo di raro talento” (Edizioni d’Este, 2013) Giovanna Romanelli Ho riletto con interesse, nella versione eBook il romanzo di Alfredo Tocchi, del quale peraltro già conoscevo le capacità narrative, avendo egli partecipato al Premio letterario Cesare Pavese, per la sezione “narrativa inediti”, nella quale ha vinto il primo premio due anni or sono. Le indubbie qualità di fascinazione di questo testo sono confermate dal successo della nuova versione elettronica curata dalla Casa Editrice d’Este di Varese: infatti, Confessioni di un pazzo di raro talento è stato tra i dieci libri più scaricati su Amazon e primo assoluto su Mazy. Ha avuto, inoltre, interessanti recensioni, tra le quali ricordiamo quella della scrittrice e editor Sabrina Minetti su Mondo Rosa Shokking e quella di Luciano Pagano, scrittore e blogger su Amazon. Ma vediamo ora più da vicino quali sono, a nostro avviso, gli aspetti che caratterizzano tale romanzo. Protagonista delle vicende narrate in prima persona è Giulio Di Tocco, un giovane uomo la cui vita è all’improvviso sconvolta dalla malattia che rischia di annientarlo, sottraendogli affetti e consolidate certezze. Scampato il pericolo di vita, Giulio è costretto dalle circostanze ad accettare la nuova realtà ma, per fare ciò, deve prima scendere nei meandri più profondi della propria coscienza, intraprendere un cammino in interiore homine, una discesa agli Inferi, che passa anche attraverso l’alienazione e la ricerca compulsiva del sesso, che maschera altri, più veri desideri. E, infatti, il protagonista, come del resto l’autore, indulge letterariamente sulla figura del Maudit, del Maledetto, di cui però conosce e denuncia i limiti, fin dal principio della narrazione: «Finirò male perché sono un Maledetto. Ma in fondo, cosa significa? Qualcuno forse, finisce bene?» (p. 3). Mutatis mutandis, fatte cioè le dovute differenze, Giulio, come Rimbaud, il Maledetto per antonomasia, attraverso il “deragliamento dei sensi” tenta di arrivare all’ignoto, di “domesticare” la realtà, comunque sempre inafferrabile e mutevole. Questo è, dunque, il tema di fondo della prima parte del romanzo, che introduce e sviluppa nella sua seconda parte il tema del Destino, quello che gli antichi chiamavano Fato (Fatum, ciò che è detto) e che i filosofi stoici identificavano nell’esistenza di un ordine prefissato nell’universo ad opera del Logos. Allora l’interrogativo è quello stesso con il quale termina la seconda parte del romanzo: «Siamo artefici del nostro Destino? Certamente. Ma la vita è un castello di sabbia la cui bellezza dipende dal nostro lavoro e dall’imponderabile forza delle onde» (p. 173). Sono evidenti, in questo passaggio, echi letterari, tra tutti ricorderemo il grande Borges di Frammenti di un Vangelo apocrifo, ove si dice che «Nulla si costruisce sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma abbiamo il dovere di costruire sulla sabbia come se fosse pietra». Dunque, Giulio, ma anche Alfredo, sono consapevoli della limitatezza e dell’impotenza, almeno parziale, dell’agire umano, e questo equivale a riconoscersi naufraghi. La figura del naufrago ha così una valenza allegorica, esprime l’impossibilità a superare le difficoltà della condizione umana (come non ricordare a tale proposito Il naufragio del Pequod in Moby Dick?). Il protagonista, tuttavia, a conclusione della narrazione, esprime un sussulto di orgoglio che lo induce ad opporsi ai mali del vivere: «Vagherò come un naufrago che ha perso tutto salvo i propri ricordi» (p. 219). E questo non è dissimile da quello che Cicerone diceva per sé: omnia mea mecum ovvero, in altre parole, nessuno potrà sottrarmi ciò che mi appartiene veramente, i miei pensieri, i miei ricordi, la mia dignità. Queste riflessioni trovano adeguato sviluppo e conclusione nell’epilogo del romanzo, ove ogni speranza nel futuro è subordinata all’imponderabile contro cui l’agire umano spesso si infrange: «Si qua fata sinant! Si compia il Destino» (p. 224). Queste le parole pronunciate dal protagonista, che in qualche modo suggellano e fanno proprio il pensiero di Borges, quando sottolinea che nostro dovere è agire e credere che forse davvero la sabbia su cui affonda la nostra azione possa infine diventare pietra. Anche sul piano stilistico questo romanzo è molto interessante e degno di nota. La scrittura, seppur sorvegliata, risulta efficace, espressiva, capace di catturare l’attenzione del lettore grazie alla sensazione di naturalezza che riesce a comunicare. Pregevole inoltre il costante riferimento a testi musicali che connotano in modo incisivo alcuni passaggi cruciali del romanzo. Questi sono, a nostro avviso, gli elementi che caratterizzano le Confessioni di Alfredo Tocchi che, come Svevo, sembra trovare il proprio ubi consistam nella scrittura, quando ci dice: «Io non sono colui che visse, ma colui che scrisse». GiovannaRomanelli. Già docente alla Sorbonne, Paris III Presidente della giuria del premio letterario Cesare Pavese 11

[close]

p. 14

Problemi di ieri e di oggi “Dove batte la storia” Ovvero, ogni periodo storico ha le sue difficoltà... Pasquale Briscolini Questo che stiamo vivendo è un periodo di grandi difficoltà che sembra non finire mai. Avevamo visto crescere intorno a noi, nel corso dei decenni dal dopoguerra in avanti, un indubbio benessere almeno esteriore anche se non privo di contraddizioni. A queste, alle contraddizioni, quasi sempre si passa sopra, spesso con un’alzata di spalle; d’altro canto si sa, finché le cose vanno bene non si ha tempo (cioè voglia) di pensare poi, quando le cose cominciano a peggiorare si ha ancora meno voglia di pensare. Specie al pensare in generale, ai problemi della comunità in cui si vive o del paese intero. Quando le cose non vanno più bene comincia a crescere una specie di rancore contro tutto e tutti, in particolare contro i politici e senza distinzione di colore. Questo rancore poi si autoalimenta – è un po’ quello che viviamo noi oggi – e si finisce per dare ai politici non solo la colpa dei loro privilegi, ma addirittura quella di essere stati eletti. Ma ad eleggerli siamo stati noi e da qualche parte non starebbe male anche un po’ di autocritica. Il problema più grande di oggi, che certo non si risolverà a breve né con colpi di bacchetta magica, è la mancanza del lavoro. È un problema generale, almeno se pensiamo al significato della parola “lavoro” per come l’abbiamo conosciuto fino a qualche decennio fa. C’era il lavoro inteso come fatica fisica, quello dei campi prima e poi delle fabbriche, e c’era l’altro lavoro, quello con meno fatica fisica e più fatica intellettuale (a vari livelli, ma senza esagerare, perché alcuni ruoli da “colletto bianco” hanno avuto fatica fisica zero e pochissima fatica intellettuale). Ci siamo illusi, in modo un po’ miope, che si potesse andare avanti così, senza limiti. Poi è arrivata l’automazione in ogni settore, che ha quasi azzerato la fatica fisica - e questo è stato certo un bene per tutti – ma ha anche ridotto i “posti di lavoro” intesi come numero di persone necessarie per svolgere un certo compito; ad essa si è aggiunta la globalizzazione, che ha reso indipendente il luogo dove il prodotto si costruisce dal luogo dove si vende e si consuma. In questo quadro di grande movimento si inseriscono anche le strategie (e quindi la politica) con cui i vari paesi hanno seguito e interpretato il cambiamento: ci sono paesi virtuosi che hanno gestito il cambiamento adeguando le leggi e l’organizzazione ai tempi nuovi; e ci sono altri paesi, come il nostro, che non hanno avuto alcuna strategia, che hanno rincorso il giorno-dopo-giorno (con la logica carpe-diem = una-carpa-al-giorno, come diceva con ironia un mio caro amico di tanti anni fa). E siamo arrivati al punto che i giovani non hanno alcuna prospettiva, e non riusciamo a dar loro alcun criterio di orientamento, nè per prepararsi (quindi cosa studiare, quale mestiere imparare), né per spendere le proprie competenze una volta acquisite. Qualcuno dice, a volte, che bisogna andare all’estero: qualche anno fa un illustre opinion maker come Pierluigi Celli innescò una lunga polemica invitando esplicitamente i giovani a lasciare l’Italia per l’estero. D’altro canto, se si perdono i giovani più validi si produce anche un ulteriore impoverimento del paese, e si innesca a maggior ragione una spirale negativa, un circolo vizioso. È allora un bel dilemma: i giovani migliori dovrebbero “andarsene” o insistere a restare qui, se possibile, anche per cambiare il proprio paese? Può sembrare, a prima vista, un dilemma nuovo, tipico da un lato delle nostre difficoltà attuali e, dall’altro lato, del nostro mondo globalizzato. E invece no. Mi è capitato di rileggere e di trovare incredibilmente attuale, oltre che bellissimo, un articolo di Pavese pubblicato sull’Unità nel 19461. Attuale per il problema che pone; i punti di vista che si sostengono, ovviamente, possono poi essere trasferiti con difficoltà nella realtà attuale, in un mondo così cambiato e che cambia sempre più rapidamente, al punto tale da rendere difficilmente prevedibile quello che accadrà domani. Pavese immagina un dialogo con un suo amico con il quale discute (e polemizza) proprio su questo argomento, se lasciare o no l’Italia per l’estero: “Io frequento qualche volta colleghi, gente che scrive come me, che è stata a scuola come me, e mi vuol bene. Ci vediamo un momento e parliamo con foga. L’altr’anno mi dicevano tutti: - Si va all’estero. In Italia non c’è più niente 12

[close]

p. 15

Problemi di ieri e di oggi da fare -. Finiva che sarei rimasto solo e ci soffrivo. Poi nessuno è partito e ogni tanto ci rivediamo. Uno di loro – un bravo giovane – mi ha spiegato perché voleva andare all’estero. – O in America o in Russia, – dice. – Noi intellettuali abbiamo il dovere di trovarci sempre dove la storia cammina. Ci sono paesi che la storia dimentica. Tutti i fiumi hanno gomiti, angoli morti. Oggi – e ieri – nascere in Italia è come perdere il treno. Manca l’ossigeno, l’occasione, la scelta. Non si vede nessuno, non si tocca niente. È una provincia. Le questioni italiane sono vecchie questioni borghesi e romantiche, già risolte all’estero. Nel migliore dei casi, restando in Italia non si può che rattopparci il vestito coi cenci smessi dagli altri. bisogna aver coraggio e rinnovare il guardaroba. Ricominciare.” Non sembra una conversazione di oggi? E anche sui paesi dove andare, sembrano scenari più di oggi che di ieri: “- Andare in Cina non ti piacerebbe? - Perbacco. La cina è il mondo di domani? - Trent’anni fa non era niente. Una grossa provincia. - Ma adesso è tutta un’altra cosa. È rientrata nel torrente della storia. Ci si scontrano due mondi. Prendi anche l’India… - A me pare, – gli dissi, - che se i cinesi di trent’anni fa invece di starci a lavorare se ne andavano dove la storia cammina e buttavano i vestiti rattoppati, la Cina restava il pantano di prima. - Ma è diverso, - gridò l’amico, - è diverso. La Cina ha la massa, le centinaia di milioni. Ha problemi mondiali. È un terreno di scontro fra Oriente e Occidente… - Dappertutto è terreno di scontro. Dappertutto la gente è milioni. Basta andare alla base, nelle cantine della società, e trovi anche in Italia i milioni affamati, ignoranti e mondiali, come quelli cinesi. Finché procedi per sezione orizzontale, fosse pure in America, fosse pure in Russia, ti tieni fuori dalla storia. Ma, toccato lo strato più vero, la massa che suda, puoi spaziare lo sguardo a piacere. Nemmeno ti fermano i confini politici. Dappertutto la storia cammina. L’amico mi guardò seccato. – Non negherai, – mi disse, – che ci sono paesi più intelligenti degli altri, dove si sente n’aria più viva e mossa, dove il semplice trovartici ti fa capire il tuo tempo in modo più pungente o, se vuoi, disperato. - Non capisco. A sentirti, sei abbastanza disperato di vegetare in Italia. Che altro chiedi? Se il problema è sentire di più, capire di più, ecco che capisci, tant’è vero che sai dove andresti; e sentire, se mai, senti di più stando qua. Conoscevo il mio pollo e sapevo i suoi vezzi. Sono del resto i vezzi miei, e di tutti noialtri. Se anch’io non ho pensato di andare all’estero, è perché sono più pigro di qualcuno. -Vedi com’è, – continuai, – se l’idea è d’informarsi di quel che succede nel mondo, non c’è che da leggere quel che nel mondo si scrive. Tutt’al più, fare un viaggio. Farne molti, se vuoi. Come i cinesi o i nichilisti. Ma non fare quel muso. Non pigliare quell’aria, come fosse il diluvio. Scomodare la storia e trapiantarsi chi sa dove per sentire e capire di più, è a dir poco una leggerezza. È come vantarsi di amare il prossimo perché si è tifosi di calcio e si gode la folla delle grandi partite. Se il paese è arretrato, borghese e romantico, tanto meglio: ci sarà più da fare. Quello che conta nella storia è fare. - Oh ecco, – fa l’amico, – l’hai detta. Nei paesi che la storia abbandona, non c’è niente da fare. Là si guarda e si vegeta. - Chi guarda? Chi vegeta? Chi non trova da fare a due passi da casa, non ne trova nemmeno a New York. Tutto quello che sei ce l’hai dentro. E io credo che tu vuoi trapiantarti non per fare di più ma per trovar la pappa fatta e abbandonarti alla corrente della storia con più comodo. Quello che avviene oggi in Italia è sufficiente per un uomo. - Ma insomma, ce ne sono paesi di punta. Ogni secolo ha i suoi. Prendi Firenze e poi la Francia. Senza dubbio era tutt’altro nascere nel Trecento a Firenze oppure in Turchia. - Tutt’altro come? - C’era più senso, c’era scelta, c’era gusto. Una persona intelligente rendeva di più. Tutto quel che facevi ci pulsava la storia. Non che sia un merito, d’accordo. - Lo vedi che dici sciocchezze? C’era gusto… Sei tornato al capire e sentire di prima. Non parlare di storia che pulsa. Dì che ti piace quel che è fatto, che s’impone quest’oggi e il consenso di tutti lo segue. Il pulsare non sai cosa sia. - Tu lo sai? - Non ci penso. Ho di meglio da fare. - Per esempio, discorrere… - Per esempio discorrere. Non soltanto con te. Con della gente che contiene tutto il mondo e la sua storia. E la contiene non perché la voglia fare ma perché si accontenta di vivere dove le tocca e di agire su quel che le tocca. La rivoluzione è una sola. Che cosa credi? Di trovare in capo al mondo della gente che non abbia gli stessi problemi di qui? - Lasciamo stare la politica, - mi disse ridendo. - Oh, non volevi andare in Russia? – faccio. Mi diede allora del patriottardo. Intellettuale dilettante, gli risposi. Si può esser più scemi? Non ci siamo più visti.” Ce n’è per riflettere, no? Riflettere, oggi, è un bel problema, in un mondo che ha fretta e che vuole soluzioni subito, già pronte, come il panino di McDonald’s. Per pensare non c’è tempo o non vale la pena. Sarà meglio riprendere alcune vecchie abitudini pur senza buttare – ma utilizzando in modo più consapevole – tutte le potenzialità di oggi? Riferimenti e-mail: p.briscolini@libero.it NOTE 1. Dove batte la storia, L’Unità, Torino, 6 giugno 1946 13

[close]

Comments

no comments yet