AMEDIT MAGAZINE, n. 18 – Marzo 2014

 

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Description

Rivista trimestrale di Arte, Cultura, Costume & Società.

Popular Pages


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EDITORIALE Con questo diciottesimo numero Amedit diventa simbolicamente maggiorenne. Un traguardo che non vuole essere autocelebrazione ma ricognizione, riepilogo, bilancio e al tempo stesso nuova e grintosa propulsione. Amedit va avanti e lo fa con rinnovato vigore, complice quella rincorsa, quell’anticipo sui tempi che da sempre accompagna gli audaci, gli sfrontati, gli impuniti. È il volto di un’anziana figura dall’espressione indefinibile a vestire coraggiosamente questo numero primaverile; a dispetto di tanta giovinezza patinata per una volta è l’infausta vecchiaia a finire in copertina. Proprio alla senectus abbiamo voluto dedicare un ampio percorso che ne indaga i molteplici aspetti lontano dai luoghi comuni, e che costituisce il tema portante di queste pagine. La ricchezza di argomenti qui proposti, attraverso l’arte, la letteratura, la musica, il cinema e le storie narrate, offre una volta di più al nostro lettore la possibilità di intraprendere un viaggio nei meandri della vita, senza più spettri da rimuovere, né tantomeno da edulcorare. Tutto richiede da parte nostra la capacità di uno sguardo nuovo, forse più disincantato ma non per questo meno avvincente, per saper scorgere ovunque la bellezza e la dignità d’una vita che continuamente ci rivendica nei suoi aspetti più concreti. Quello idealmente tracciato sarà il viaggio che nel corso di questa primavera ci traghetterà fino al prossimo numero, fino all’albeggiare d’una nuova estate, quando ci ritroveremo con altre storie e nuovi territori da esplorare, insieme, come nella migliore tradizione degli Amici del Mediterraneo. Giuseppe Maggiore SOMMARIO LA COPERTINA 4 SENEX | Sulla senescenza e su altri segni del tempo 8 UNA VECCHIA STORIA Storia della vecchiaia dalla Grecia arcaica alla Tarda antichità di Massimiliano Sardina PERSONAGGI 14 FERNANDO BANDINI | un ricordo di Marco Cavalli 16 WILLIAM BURROUGHS e la legge del desiderio frustrato di Carlo Camboni 18 LO SCRITTORE DEGENERE Vita, opere e altre delizie di Colette di Pier Angelo Sanna 44 GAETANO DA LENTINI Ambasciatore dei randagi di Giuseppe Maggiore LETTERATURA 20 MAX FONTANA NAZI-SUPERPOP Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler di Massimiliano Sardina 22 CAMUS | L’ATTUALITA’ DI UN UOMO IN RIVOLTA di Laura Vicenzi 25 L’INFANZIA DELLO SCRITTORE Notizie dall’interno | il nuovo romanzo di Paul Auster di Massimiliano Sardina MUSICA 26 RUFUS MESSIAH | Rufus Wainwright di Mauro Carosio 28 MAESTRO STROMAE | Racine carrée di Marina Montesano 30 IL SECONDO RUBINO DI RENZO di Leone Maria Anselmi 31 ANTONELLA RUGGIERO | L’impossibile è certo di Carlo Camboni – Giancarlo Zaffaroni 32 CRISCO DISCO | intervista a Luca Locati Luciani di Mauro Carosio 34 VIOLETTA? Non ne so di Giancarlo Zaffaroni ARTE 36 EROICO ANTIEROICO | VETTOR PISANI di Massimiliano Sardina CINEMA 38 LO SCONOSCIUTO DEL LAGO | Alain Guiraudie di Giancarlo Zaffaroni 39 DALLAS BUYERS CLUB | Jean-Marc Vallée di Carlo Camboni 40 GRAVITY | Alfonso Cuarón di Leone Maria Anselmi RACCONTO 41 E TU, CHE PAZZO SEI? di Giuseppe Benassi 42 UNO IN MENO di Pier Angelo Sanna

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La copertina ulla è destinato a durare. Umanità e divinità riportano la medesima data di scadenza. Tutto ciò che si spaccia per eterno non è che un’iniezione di botox nello zigomo sfuggente del tempo. L’immanenza non è una condizione, non può esserlo in termini fisici, poiché tutto è ciclico e transitorio. Le vanitas cinque-seicentesche (con i caratteristici teschietti abbinati ai fiori avvizziti) riflettono bene quel sottinteso di caducità che investe e traveste tutte le cose, quel memento mori che pedina come un’ombra il cammino dell’esistenza. Perché si invecchia? Perché dobbiamo invecchiare? Che cos’è la vecchiaia? È come se ogni forma di vita seguisse la traiettoria obbligata di un cerchio, dal punto di partenza a quello di arrivo: così come si viene, così si va. È il ciclo, quel passaggio del testimone che consente a una nuova vita di fiorire. Tutto si compie tra l’acerbo e il marcescente, tra l’impubere e il senile, una trasformazione lenta (ma impietosa) dalla culla dell’infante al capezzale del morente. Quel che lavora segretamente nella carne, negli organi interni, nella struttura ossea si riflette inevitabilmente sulla pelle, patina di confine tra uomo e natura. Tra la giovinezza e la morte c’è la senectus. Ladra del vigore e della bellezza, penultima usurpatrice, non guarda in faccia a nessuno. Talvolta sa essere infinitamente paziente, quasi invisibile, ma in silenzio opera nell’ombra. È metodica, meticolosa, sa far bene il suo mestiere, e dove passa lascia il segno. Può ritardare, farsi desiderare, ma alla fine arriva sempre puntuale. È offensiva, invadente, invasiva e fin troppo evidente. E niente trucco, lei non si trucca, è tutta naturale. Se non altro è schietta e sincera. È esattamente quel che appare. Senectus è una sterminata terra di mezzo, una spaziosissima anticamera, un punto d’osservazione assolutamente privilegiato, un’opportunità. Senectus non è una situazione ma una condizione, un anelito d’evasione, il progetto di un ponte colossale e pericolante che corre dritto fino alla più remota domenica di primavera. È quel che resta della pelle sulla pelle, è cipria labile, ma ci prepara a un mistero più grande di quello della vita. Non ha senso parlare della vecchiaia e della morte in termini perentoriamente negativi, perché senza vecchiaia e morte va da sé che non ci sarebbero nemmeno giovinezza e vita: è la discordia concors, la legge degli estremi che governa l’esistenza, il decline and fall che reca in sé il N Una mattina mi svegliai bagnato di sudore dalla testa ai piedi, le lenzuola tutte intrise. Avevo fatto un incubo spaventoso, il peggiore della mia vita: avevo sognato di avere trent’anni. Ne avevo ventuno. (Massimo Fini, Ragazzo, Storia di una vecchiaia, 2007) germe della resurrezione. Nel lungo corso della storia dell’uomo il concetto di vecchiaia ha subito profonde modificazioni. La vecchiaia, nei grandi numeri, è una conquista delle società più recenti, e proprio in questi ultimi decenni l’aspettativa di vita ha registrato una significativa impennata. Se guardiamo a homo sapiens, all’uomo della Grecia arcaica o all’uomo medievale appuriamo un’eccezionalità della vecchiaia, un traguardo riservato a pochi fortunati (si stima infatti che homo sapiens di rado tagliasse la soglia dei trent’anni, e i primi nonni fecero la loro comparsa solo trentamila anni fa). <> Siamo destinati a durare di più, a sopravvivere di più, e in condizioni di salute si spera più tollerabili, ma alla lunga nulla potrà sottrarci all’incanutimento (il progresso potrà garantirci solo ulteriori piccoli posticipi). Il solo antidoto alla senescenza di cui disponiamo è il mito dell’eterna giovinezza, ossia l’immortalità infusa nello “iuvenis venusto mai vetusto”. Esemplare a riguardo è la figura del bellissimo Ganimede (amato da Zeus) che, per privilegio divino, poté sottrarsi alla vecchiaia e alla morte. Titone invece, contraltare di Ganimede, godette sì dell’immortalità ma non dell’eterna giovinezza. Il mito incrociato di Ganimede e Titone riflette bene l’aspirazione più atavica dell’essere umano, tenacemente aggrappato alla fuggevolezza della vita e preda, suo malgrado, dello scorrere inesorabile del tempo. L’invenzione della divinità va a colmare esattamente questo vuoto, sostituisce l’uomo “perdurante” all’uomo “a tempo”. Il trompe-l’oeil della vita eterna schiude una finestra sul muro della finitezza, indica una via di fuga, concede una proroga, mantiene acceso il defibrillatore e opera il necro-lifting. Nei distinti regni naturali il processo d’invecchiamento interviene e si compie in ossequio a uno schema pressoché invariabile: l’acerbo matura e poi marcisce. Al turgido splendore della fase intermedia segue una lenta, graduale opacizzazione: il passaggio dalla luce al buio (e dal buio alla luce) non è mai repentino. Non scegliamo di invecchiare, così come non scegliamo di nascere. La vecchiaia, al di là d’ogni bonaria asserzione consolatoria, va solo subita, sopportata, e quanto più contrastata. È un processo naturale sì, anzi il più naturale di tutti i processi, ma questo non la affranca dall’alveo delle malattie incurabili. L’invecchiamento cellulare è al tempo stesso un processo naturale e una malattia. L’iper-edonismo delle società contemporanee guarda alla vecchiaia con profondo imbarazzo, un malcelato disagio che altro 4

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La copertina non nasconde se non puro terrore; tutte le ossessioni estetiche delle pratiche edonistiche – dalla blanda cosmetica agli eccessi della plastic-surgery – non sono che rituali esorcistici, fallimentari e ingenui stratagemmi per scongiurare la fine. Mistero terrificante e sublime la senectus incombe su ogni giovinezza e, mimetica predatrice, sferra il suo agguato dall’interno, sottopelle. Premio di consolazione delle religioni rivelate la promessa di un’eternità ha stemperato la definitività della senectus rendendo la vita (del fedele) meno dolorosa e incomprensibile. L’ultraterrena second life agisce alla stregua di una crema miracolosa capace di lenire tutte le rughe (comprese quelle dell’espressione), antidoto estremo all’incartapecorimento. In natura però non c’è pietra che possa scongiurare lo sbrego, la crepa, la scalfittura (tanto il gesso quanto il porfido vanno incontro al medesimo processo di sgretolamento). L’istinto di sopravvivenza la fa da padrone, e la vita sugge ogni risorsa possibile pur di allontanare lo spettro del deperimento. La morte? Meglio rimandarla sempre a domani, e a domani, e a domani. Meglio rin(nei grandi numeri, s’intende) si vive più a lungo, si sopravvive di più, si tagliano traguardi un tempo assolutamente impensabili; le più ottimistiche previsioni vedono allungarsi progressivamente l’aspettativa di vita, complice quel benessere diffuso e crescente che si vuole a tutti i costi far coincidere con il futuro più imminente. L’aspettativa di vita si è amplificata considerevolmente soprattutto negli ultimi decenni, e attualmente, mentre scriviamo questo articolo, gli ultracentenari italiani sono all’incirca 8000. La questione della longevità, però, non può essere affrontata in modo univoco, poiché il problema non è semplicemente arrivare a invecchiare ma, cosa ben diversa, invecchiare bene. Se alla longevità non si accompagna un certo benessere (fisico e mentale) l’invecchiamento resta un processo gravoso. L’aumento progressivo della durata della vita si è verificato grazie a una concomitanza di fattori: la scomparsa di molte malattie (grazie ai vaccini, alle cure antibiotiche e alle migliori condizioni igieniche), la maggiore disponibilità e varietà alimentare e, più in generale, l’adozione di comportamenti più consapevoli e abitudini più sane. Quanto a longevità, almeno in quello (visto lo squallore che ci contraddistingue a livello internazionale), l’Italia si difende bene; le regioni con più alta aspettativa sono il Trentino Alto Adige per le donne (85 anni circa) e le Marche per gli uomini (80 anni circa), la popolazione ligure è la più centenaria mentre la bandiera nera spetta alla Campania (non a caso ribattezzata “la terra dei fuochi”). La più alta concentrazione di ultracentenari (pari al 20% della popolazione) la troviamo in Giappone, nell’isola di Okinawa. La longevità, certo favorita da fattori genetici, è speculare a uno stile di vita sobrio, dinamico e misurato. Nel recente saggio Longevità Umberto Veronesi, oncologo e pioniere della chirurgia conservativa, insiste molto sull’importanza di mantenere attivi i comportamenti culturali, la curiosità, la creatività, la ricettività agli stimoli. La longevità non elude la senescenza ma certo ne riduce notevolmente l’impatto. Una domanda su tutte: perché l’essere vivente deve invecchiare (e morire)? La ricerca medica potrà un giorno bloccare l’invecchiamento cellulare? Si tratta di un processo reversibile? Le staminali sembrano indicare un nuovo orizzonte, ma siamo ancora molto molto lontani (al momento la scienza non è in grado nemmeno di far ricrescere i capelli a un calvo). Le teorie che tentano di spiegare la senectus sono la “teoria dell’invecchiamento programmato” e la “teoria dell’accumulo dei danni cellulari”. Il segreto è criptato nella doppia elica dell’acido desossiribonucleico (il misteriosissimo DNA). <> Nella “teoria dell’invecchiamento programmato” prevale la tesi fatalista: il destino è scritto nelle cellule; nella “teoria dell’accumulo di danni cellulari” entrano in gioco fattori casuali e imprevedibili. Vero è che nel nostro corpo è installato un software di ripristino, un vero e proprio programma di risanamento (basti pensare a come si rimargina una ferita). A certi danni il nostro meccanico di fiducia pone tempestivamente rimedio, ma ad altri – forse più subdoli o meno facili da indi- viarla, sì, posticiparla, eluderla. Così per la vecchiaia, nefasta messaggera. Il senex ausculta quel rullo di tamburi che annuncia e precede il gran finale. Per comprendere cosa sia realmente la senectus bisogna innanzitutto spogliarsi d’ogni velleità antropocentrica. Ne Il gene egoista Richard Dawkins avanza l’ipotesi (assai convincente e sempre più condivisa) che siano i geni a occupare le postazioni di comando nella stanza dei bottoni. In altre parole, noi saremmo agiti dai geni, che ci tengono in vita quel tanto che basta per garantirgli una potenziale riproduzione. Osservata dal punto di vista genetico la natura, soprattutto quella umana, perde ogni connotazione romantica. Per i geni, stando alla teoria dawkinsiana, l’essere vivente non è che un serbatoio, un veicolo, un tramite, un medium. Assolto l’atto riproduttivo (assicuratisi percentualmente la potenziale avvenuta riproduzione) i geni si disinteressano dando il la al processo d’invecchiamento. La vecchiaia – ma sarebbe meglio dire la longevità – è una conquista relativamente recente. Oggi 5

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La copertina viduare per tempo – a quanto pare no. Dall’accumulo di questi danni, secondo la suddetta teoria, deriverebbero per l’appunto le malattie e l’invecchiamento. Acerrimi nemici delle cellule sono i famosi “radicali liberi”, schegge impazzite che gradualmente danneggiano gli equilibri dell’organismo. Sappiamo molto di quel che avviene dentro di noi, ma non abbastanza. Certi perché ci sfuggono, e tante verità che diamo per assodate in realtà sono solo arbitrarie deduzioni, nient’altro che ipotesi. Perché invecchiamo? La domanda si ripropone come un mantra. Se le cellule potessero parlare ce la canterebbero tutta. Non è che siano mute, anzi sono fin troppo chiassose, ma parlano lingue sconosciute, forse dialetti stretti, e così velocemente e contemporaneamente che proprio non si riesce a stargli dietro. Le attuali conoscenze però ci consentono di distinguere le cellule buone da quelle cattive. Secondo il biologo Leonard Hayflick ogni singola cellula è in grado di replicarsi un numero determinato di volte, e solo le cellule cattive (tumorali) hanno la facoltà di riprodursi all’infinito (nessun meccanismo interno ne limita la proliferazione). Nel già citato Longevità Umberto Veronesi elenca sinteticamente tutte le teorie che hanno tentato e tuttora tentano di spiegare i processi d’invecchiamento: teoria dei telomeri, teoria della regolazione genica, teoria dell’usura, teoria ormonale, teoria immunologica… oggi, molto prudentemente, si guarda all’invecchiamento quale fenome(alla rilevazione del pericolo corrisponde la risposta immediata, il contrattacco, del sistema immunitario). Compito dell’infiammazione è quello di uccidere l’agente maligno e di riparare poi i tessuti danneggiati. Talvolta accade però che qualcosa non vada per il verso giusto, e l’infiammazione si cronicizza gravemente innescan- no multifattoriale: più elementi (genetici, memici, ambientali…) concorrono a determinare la progressione fisica verso la vecchiaia. Il processo d’invecchiamento innesca un rallentamento dell’attività metabolica e un accumulo infiammatorio (questi aspetti variano da organo a organo). Lo stato infiammatorio non è altro che la reazione del nostro corpo di fronte a una qualsivoglia minaccia o pericolo do a sua volta altre patologie (e pare che anche il cancro abbia in un qualche modo a che fare con le infiammazioni cronicizzate). Nel senex il sistema immunitario non ha la stessa prontezza di quello di un giovane, e le infezioni attecchiscono con maggiore aggressività; inoltre, nel sistema immunitario del senex questo processo stimola un’iperproduzione di cosiddetti “auto-anticorpi”, armi di difesa che (come in un gioco di specchi) si convertono in un “auto-attacco”. La biochimica dell’invecchiamento non opera per vie lineari, e non c’è una regola universale che possa essere isolata o eletta a norma. È ormai convinzione diffusa che il DNA interagisca pressoché ininterrottamente con ambienti e comportamenti (ha insieme caratteri fissi e caratteri variabili). In molti casi, un corretto stile di vita può fare significativamente la differenza. <> scrive Veronesi <> Il senex contempla “la profezia del corpo che s’inoltra”, per usare una splendida espressione di Erri De Luca. Senectus ipsa est morbus: la vecchiaia è in sé una malattia, scriveva Terenzio; una ma- 6

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La copertina lattia insanabilis, precisava Seneca. In Ragazzo (Marsilio, 2007) il giornalista e scrittore Massimo Fini stila un’analisi cruda e spietata del rapporto giovinezza-vecchiaia, un’analisi che prende le distanze da tanta trattatistica promulgatrice di una concezione consolatoria della senectus (dal De Senectute di Cicerone all’Elogio della tarda età di Piero Ottone, definiti <>). Fini si limita a constatare la condizione senile, senza giustificarla o edulcorarla: <> La riflessione di Fini investe il tempo residuo, il futuro che collima col Caso (e che <>), la velocità con cui la vita si consuma, la diversa percezione che si ha dello spazio-tempo (<>). In letteratura – dai poemi omerici della Grecia arcaica ai recenti “romanzi senili” di Paul Auster Diario d’inverno e Notizie dall’interno – la senectus è stata sviscerata nelle due opposte chiavi (positiva-negativa) e in tutte le possibili sfumature di mezzo. Tra le testimonianze più recenti quella di Massimo Fini ci è sembrata particolarmente indicativa per l’appunto sul versante “negativo”: <> Una siffatta visione della vecchiaia lascia spazio solamente all’orrore, all’irrimediabilità della perdita, alla temibile incognita della morte. Così tratteggiata la senectus è solo una giovinezza rovesciata, e non c’è saggezza o serena accettazione che tengano. <> Spogliata di ogni romanticismo e d’ogni altro anelito una vecchiaia così concepita è un’età senza illusioni e senza sogni, solo una lenta e gravosa attesa della morte. Cosa c’è di positivo e di vantaggioso nella vecchiaia? Nulla, in una visione come quella di Fini, nemmeno il bagaglio dei ricordi e le reminescenze delle soddisfazioni godute (il senex si muove in un mondo di ombre: le ombre degli amici morti). Il senex che subisce l’atra senectus non ha i tratti fieri e dignitosi del Crisippo ellenico, al contrario è sopraffatto da se stesso e dalla condanna che sente incombere sempre più pesantemente sul suo destino, è attanagliato dalla malinconia, si muove in luoghi e paesaggi trasformati e adulterati che stenta a riconoscere, guarda con sospetto tutti gli oggetti e i beni materiali che sopravvivranno alla sua dipartita, e convive malvolentieri con la più subdola delle paure. Questo senex non è da solo. Al suo fianco cammina un figuro altrettanto attempato e curvo, ma con una luce diversa in fondo agli occhi. È il senex trionfante, felice di trovarsi esattamente dov’è, senza rimpianti, lamentazioni o rimorsi, senza insulti di blefaroplastiche intorno all’espressione, senza rigurgiti di giovinezze… forse giusto un pizzico di nostalgia, ma quella non guasta mai. All’ineluttabilità, salvo improbabili colpi di scena sul gran finale, mal si sposano le code e gli strascichi: sì perché tutto quel che compare prima o poi scompare, e se restano qua e là delle tracce è solo per buona creanza. E poi, diciamocelo, perché mai si dovrebbe durare più del dovuto? A beneficio di chi e di che cosa? Tra l’eternità e la noia, alla fine, chi la spunterebbe? Massimiliano Sardina 7

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La copertina om’è cambiato nel tempo il nostro rapporto con la vecchiaia? Ha subito profonde modificazioni o è rimasto sostanzialmente identico? Questa disamina della senectus nel mondo antico non ha (e non può avere) pretese di esaustività. Le fonti in nostro possesso sono lacunose e frammentarie, e le poche pervenuteci non offrono certezze univoche. Lo schema cronologico, unitamente all’analisi comparata di testi e immagini, ci consente però di cogliere aspetti significativi tutt’altro che generici o ipotetici. In epoca greca arcaica la prima figura di vecchio in cui ci imbattiamo è quella, seppur mitica, di Omero. Il celebre ritratto marmoreo di Omero conservato a Monaco (una copia di periodo imperiale di un originale del 460 a.C.) stigmatizza il kalòs géron: un uomo anziano, in là con gli anni, segnato e scavato nei lineamenti, barbuto, ma visibilmente saggio e dignitoso. Nella società omerica con il termine gérontes non si designavano solo i vecchi propriamente detti, ma anche gli uomini eroici nel fiore degli anni. Nei poemi omerici non è possibile isolare un’idea univoca della vecchiaia: all’emblema dell’anziano saggio incarnato da Nestore nell’Iliade corrisponde il vecchio sventurato Laerte nell’Odissea. Nell’Iliade la “buona vecchiaia” è una concessione divina (non elargita a tutti) che comporta anche notevoli vantaggi sociali: al vecchio saggio sono infatti garantiti il rispetto e la riverenza. Nel kalòs géron la debilitazione fisica è compensata e controbilanciata dalle virtù acquisite: esperienza, saggezza, eloquenza. Anche nella poesia di Esiodo l’età senile assume più connotazioni, dalle più positive (come nel caso del buon vecchio Nereo) fino alle personificazioni dell’infausta vecchiaia. Tanto in Omero quanto in Esiodo l’avenzare dell’età non è concepito negativamente quale mero processo di disfacimento, ma come fase naturale del ciclo vitale. Di Esiodo ci è pervenuto un busto bronzeo (una copia d’età augustea da un originale del 200 a.C.), un raro e straordinario esemplare di realismo tardoellenico; in questo presunto ritratto di Esiodo le fattezze decrepite stilano una cruda icona della senectus: la pelle raggrinzita, gli zigomi incavati, l’espressione sofferta e segnata. Figlio della grecità è quel Gerone, personificazione negativa della géras oulòmenon, le cui più antiche raffigurazioni vascolari risalgono all’inizio del V secolo a.C.; è di radice greca quel geronto da cui successivamente prenderanno il nome le discipline specifiche della gerontologia e della geriatria. Una visione in certo modo nostalgica della vecchiaia è quella offerta dai poeti lirici della Grecia arcaica, più inclini a riflettere sull’impietoso trascorrere del tempo. A questo riguardo l’aforisma di Teognide (prima metà del VI secolo a.C.): <> è fin troppo esaustivo. Lamentazioni sulla vecchiaia, frequenti nella poesia conviviale dei simposi, compaiono in Alcmane, Tirteo, Mimnermo, Saffo, Anacreonte e Solone, ma con sfumature e accenti diversi. Se Alcmane descrive la vecchiaia immedesimandosi nel senex nostalgico, Tirteo pone l’accento sul C tema della tutela degli anziani da parte dei più giovani; Mimnermo, estremo e categorico, auspica di morire entro i sessant’anni: <> mentre Saffo, più misurata, sembra accogliere la vecchiaia con pacificata rassegnazione: <> Anacreonte (570-485 a.C.) e Solone (640-560 a.C.) guardano alla senilità quale kakòn géras, che è sì un male inevitabile, ma naturale. Solone è autore della famosa Elegia della vecchiaia, dove suddivide la vita umana in dieci fasi di sette anni ciascuna; come legislatore promulgò la “legge di mantenimento”, ossia l’obbligo per i figli di prendersi cura dei genitori anziani. Nella polis classica il ruolo degli anziani presenta sostanziali differenze tra Atene e Sparta; ad Atene gli anziani non godevano di una posizione politicamente rilevante, contrariamente a Sparta che vantava invece una gerusia (consiglio degli anziani). Sul versante giuridico però gli ateniesi si affidavano spesso all’esperienza e alla saggezza degli anziani. I geronti spartiati, rispettati e omaggiati, erano un continuo punto di riferimento per i più giovani, ai quali di volta in volta dispensavano il buon esempio, il giusto consiglio o, all’occorrenza, la giusta punizione. Non che ad Atene la vecchiaia fosse disprezzata o tenuta in nessun conto, ma il confronto con 8

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La copertina Sparta non regge. La testimonianza di Lisandro lascia pochi dubbi: <> Non disponiamo di informazioni dettagliate sull’anziano medio della Grecia classica, né possiamo stimare con esattezza fin dove potesse spingersi a quel tempo l’aspettativa di vita; recenti indagini incrociate stabiliscono un tetto di 45 anni per gli uomini e 35 per le donne, una stima assai prudente che tiene conto dell’altissimo tasso di mortalità. Alle statistiche sfuuggono i casi isolati, in questo caso documentati, dei geronti ultracentenari ateniesi Littiade e Eufranore da Ramno (IV secolo a.C.). Nella Grecia classica la condizione senile è stata fatta oggetto di un ampio ventaglio di riflessioni: politiche, filosofiche, artistiche (in seno alla poesia, alla tragedia, alla commedia, all’iconografia vascolare e scultorea). Democrito (460-370 a.C.) accetta ed esalta la vecchiaia, e pone la saggezza senile su un piano più nobile del vigore giovanile. Platoestinguere. Nell’Edipo a Colono convergono tutte le riflessioni sul tema della vecchiaia dall’età arcaica a quella classica: la phthìsis, la saggezza, il rapporto conflittuale con le nuove generazioni, il ruolo sociale, la nostalgia, il rimpianto, la contemplazione della giovinezza, il rapporto col mistero della morte. In Euripide (485-406 a.C.) la deplorazione del senex eguaglia, e in taluni casi persino supera, le lamentazioni di un Teognide o di un Mimnermo; tra tutti i versi euripidei sul tema in oggetto questi qui di seguito sono forse i più incisivi: <> Nelle commedie aristofanee (scritte tra il 427 e il 388 a.C.) la vecchiaia viene spesso ridicolizzata, desacralizzata, colta negli aspetti caricaturali ma mai denigrata; nelle commedie attiche, inoltre, il conflitto generazionale tra padri e figli offriva spesso spunti per innumerevoli storie. La rappresentazione iconica della vecchiaia nell’arte classica – ne (427-347 a.C.) non ravvisa nella senilità un valore in sé poiché invecchiare non è sempre garanzia di saggezza; agli anziani però riconosce uno spessore intellettuale non eguagliabile dai giovani. Per Platone la vecchiaia è anche un’opportunità: quella di poter accrescere le virtù interiori a dispetto dell’incalzante declino fisico. Per Aristotele (384-322 a.C.) la senilità è negativamente condizionata dalla phthìsis (la debolezza), che influisce anche sull’intelletto e sul carattere. Una riflessione più articolata e problematica sulla vecchiaia e sul conflitto generazionale è offerta dai poeti tragici, Sofocle in particolare, e nello specifico nell’opera Edipo a Colono, tragedia senile per definizione. Sofocle (497-405 a.C.) canta i malesseri e gli acciacchi del senex, dolori che solo la morte può nella pittura vascolare, nella ritrattistica, nelle tecniche plastiche e nei rilievi funerari – presenta la stessa biunivocità che fin qui abbiamo ampiamente rintracciato nella poesia, nella filosofia e nel teatro tragicomico. L’iconografia dell’aulico saggio attempato convive con quella del senex incanutito, senza prevaricazioni. La Grecia dell’età classica (come quella dell’età arcaica) non ha partorito e promulgato un modello inviolabile e unilaterale di senex, al contrario, ne ha stigmatizzati molti, dai più irriverenti ai più venerabili, in un’unica soluzione di continuità, tra realismo e idealizzazione. In età ellenistica (dal tardo IV sec. a.C. alla fine del I sec. a.C.) le poleis vennero inglobate in ordinamenti sovrani monarchici, e il potere della gerusia andò man mano scemando. La mutata situa- 9

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La copertina zione politica produsse significativi cambiamenti anche nel tessuto sociale. Il dibattito sulla vecchiaia, sempre aperto e sempre problematico, generò una sterminata trattatistica (in larga parte perduta) specie intorno alla cerchia di Aristotele. Negli scritti di Aristone di Ceo (III sec. a.C.) torna il confronto tra giovani e anziani su vantaggi e svantaggi legati all’età; Aristone, al quale in seguito si riallaccerà Cicerone, si discosta sensibilmente da certe posizioni negative sulla condizione senile appartenenti al pensiero aristotelico. Se Ippocrate (460-370 a.C.) non produsse alcun trattato specifico sulla vecchiaia, Aristotele formulò la sua teoria sui “quattro stati originari”: caldo, freddo, secco, umido; secondo la teoria aristotelica l’invecchiamento sarebbe causato dal progressivo inaridimento e raffreddamento del corpo (che genera rughe sulla pelle secca e disidratata). Dopo Aristotele la medicina ellenistica adottò un atteggiamento più scientifico e meno speculativo. Più in generale nell’età ellenistica si incominciò a indagare l’uomo con maggior realismo e oggettività, e ne troviamo testimonianza sia nei testi scritti che in quelli visivi. Teofrasto (372-286 a.C.) nei Caratteri restituisce anche un modello grottesco-caricaturale, quello del vecchio che si atteggia a giovane; un’immagine ridicola e sgradevole della vecchiaia venne inoltre veicolata dalle arti plastiche cosiddette minori (piccole statuette raffiguranti vecchi storpi, vecchie nutrici, pescatori e pastori fiacchi e ingobbiti). Tutti i temi già presenti nella poesia lirica d’età arcaica e classica convergono, debitamente riaggiornati alla luce di nuovi umori e intendimenti, nella poesia ellenistica; sempre cruciale la riflessione sulla transitorietà della bellezza: la bellezza senile è lodata da Filodemo ma ridicolizzata da Meleagro (in composizioni del I sec. a.C.). Va da sé che quanto riferiamo sulla vecchiaia nel mondo antico si basa su quel che ci è pervenuto: tanta trattatistica specifica è andata perduta e così pure tante te- stimonianze segnico-plastiche. Nella commedia ellenistica (specie in Menandro, 342-290 a.C.) i gérontes appaiono a seconda bonari, goffi, testardi, flemmatici; alle vecchie viene attribuita un’immagine comica sgradevole, con pochi denti e rughe profonde. I vecchi menandrei – di cui troviamo trasposizioni in mosaici e statuette – ricalcano stereotipi diffusi ma non in una chiave esclusivamente negativa. Davvero arduo individuare un modello ricorrente o un motivo conduttore nelle arti elleniche, caratterizzate per lo più da una commistione di elementi eterogenei, dalla pacifica convivenza tra realismo e idealizzazione. La senescenza, eletta a vera e propria categoria estetica in tutte le sue declinazioni, coesiste in parallelo alle stilizzazioni idealizzate. Esemplari a riguardo sono le statue raffiguranti Crisippo e Diogene, sulle quali varrà bene la pena soffermarsi. Nel Crisippo (un rifacimento in gesso di una statua acefala del Louvre e di un busto del British Museum) la vetustà delle membra fiacche lascia intravedere un principio di ginecomastia; nel Diogene (sempre in gesso, copia imperiale da un originale ellenistico del III inizi II sec. a.C.) l’ingobbimento e le carni flaccide prostrano la figura come in un atto d’inchino; in entrambe le statue la senectus è stemperata dall’aura dignitosa implicitata nei volti, nelle espressioni contenute e fiere. In queste rappresentazioni realistiche non c’è alcun intento denigratorio o derisorio, la vecchiaia compare per quello che è, e su essa trionfa la sopravvivenza del buon intelletto. L’iconografia della senescenza trova vasta rappresentazione anche nelle arti plastiche minori, perlopiù terrecotte e bronzetti, e in taluni casi anche sculture in marmo. Particolarmente nutrito è infatti il repertorio di statuette di contadini, pastori, pescatori…, in molti casi raffigurati in là con gli anni, altrettanto spesso persino decrepiti, quasi che vecchiaia e bruttezza fossero appan- 10

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La copertina naggio dei soli bassi ceti. Particolarmente fertile in età ellenistica fu anche la rappresentazione di vecchiette, donne non più desiderabili, spesso addirittura ripugnanti. Megere, ubriache, corrotte, quasi che la vecchiaia estetica non fosse che lo specchio di una condotta amorale e depravata, contraltare di una produzione coeva di nutrici bonarie (non più vizze e negative come in età arcaica e classica). Queste rappresentazioni comiche e crude di anziani, certo desunte dai canoni della commedia, si annoverano in una produzione di genere di ancora dubbia committenza e destinazione. Sappiamo tanto sì, ma ancora tanto ci sfugge dei nostri antenati elleni. Se la gerusia spartana era costituita da soli anziani (sopra i 60 anni), il senato romano – a dispetto del termine che deriva da senex (senato sta per “assemblea di anziani”) – prevedeva al suo interno anche membri più giovani; nel primo periodo della Repubblica romana vigeva comunque un predominio di illustri e saggi anziani. La gerontocrazia ha caratterizzato molteplici aspetti della prima società romana; nei pater familias e nei capi delle gentes, saggi e autorevoli per definizione, è possibile rintracciare i primi membri senex, ricordato nei cortei funebri sia oralmente sia attraverso le imagines maiorum (maschere che riproducevano le fattezze del compianto). Le imagines maiorum possono considerarsi a tutti gli effetti dei proto-ritratti. Il culto dell’antenato trova una sua icona nel celebre Togatus Barberini di Roma (statua in marmo del primo periodo imperiale) che, si presume, raffigura un uomo tra i busti del padre e del nonno. Nella Roma tardo repubblicana l’elogio dei maiores da parte dei più iuvenes ribadiva la tradizione gerontocratica. Nel 44 a.C., come abbiamo già accennato, Cicerone (all’età di 62 anni) compose una sorta di trattato sulla senescenza: il Cato maior de senectute, con protagonista l’anziano Catone; Cicerone dedica lo scritto al suo amico sessantaseienne Tito Pomponio Attico, come a volersi consolare a vicenda per la comune sorte nell’onus senectutis (il fardello della senescenza). Cicerone parla per interposta persona, servendosi per l’appunto del vecchio Catone, che a sua volta dialoga con il più giovane Scipione Emiliano e con il giovanissimo Lelio. Catone difende le virtù della vecchiaia, cita gli esempi di illustri maiores (Platone compreso) e cerca di confutare i luoghi comuni negativi sulla vecchiaia, principalmente l’errata convinzione che una certa età sia incompatibile con una vita attiva. Cicerone tratteggia in Catone un modello di dignitoso vecchio, ma non manca di riflettere su certe caratteristiche negative ricorrenti nella vecchiaia, come la scontrosità, l’irascibilità, l’avarizia…, ascrivendole però più al carattere che alla condizione senile in sé. Nella commedia romana di Terenzio e Plauto i vari esempi di senex contraddicono il modello idealizzato del Catone ciceroniano e si caratterizzano nella ridicolaggine del senex amator (patetico farfallone) e in altri stereotipi negativi amplificati in chiave comico-grottesca. I segni e i solchi sul volto sofferto ma dignitoso del senescente fanno bella mostra di sé nell’iconografia verista del ritratto. Negli anni d’oro della Res Publica i ritratti degli anziani maiores dovevano essere numerosissimi, ma pochissimi ci sono pervenuti. Tra i rari esemplari il celebre bronzo del Bruto (si presume del III sec. a.C.) del Palazzo dei Conservatori, provato dal tempo ma ancora attivo. Il repertorio ritrattistico più nutrito di cui disponiamo parte dal I secolo a.C. e coincide con la stagione aurea della grande ritrattistica repubblicana romana. Le facce marmoree sono più che mai indicative dei vari gruppi sociali, dal ceto aristocratico – più incline a prediligere modelli di rappresentazione greco-ellenistici – a quello medio e medio-alto. Comun denominatore il valore romano dell’auctoritas dignitosa della vecchiaia, implicitato, sotteso nella restituzione veristica; si veda la Testa del vecchio di Otricoli (Roma, Museo Torlonia) e più ancora la Testa di vecchio da Scoppito (Chieti, Museo Nazionale) entrambe del tardo I sec. a.C.. Dalla ritrattistica repubblicana, nelle teste e nei bassorilievi funerari, si possono desumere abbastanza chiaramente le differenze tra i ceti nella struttura sociale. Tutte queste rappresentazioni offrono della vecchiaia un’effige assolutamente positiva quale fruc- del senato romano. Nel senato, si legge in Livio, gli anziani (maiores natu) esercitavano una forte influenza (auctoritas seniorum); di questi seniores e veteres Livio non specifica l’età ma elenca le cariche e il curriculum politico, e non è da escludere che tra gli anziani potessero rientrare anche uomini al di sotto dei 60 anni. Nelle opere di Livio (59 a.C. – 17 d.C.) il vecchio romano incarna le buone virtù. Una trasposizione iconografica della concezione di Livio la si potrebbe individuare nel Vecchio di Dresda (un busto in marmo, ritratto di un repubblicano, copia del primo periodo augusteo di un originale creato forse intorno al 60 a.C.). Nella società tardo repubblicana i conflitti generazionali, stando alle fonti letterarie (specie Sallustio e Cicerone), subiscono un’impennata, e con toni tutt’altro che moderati. Gli anziani accusano i giovani (stulti adulescentuli, come li appellava il poeta Nevio) per la cattiva politica romana; anche Cicerone, nel suo Trattato sulla vecchiaia, non spende giudizi favorevoli sulle nuove generazioni, specie per quel che concerne la gestione della politica. La centralità del senex nella Res Publica è ben visibile anche nel culto degli antenati. L’antenato è l’iper- 11

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La copertina tus senectutis (un traguardo, una conquista). Nell’età repubblicana compiuti i 60 anni si varcava la soglia della senectus. I pater familias debilitati dall’età avanzata potevano contare sulla pietas erga parentes dei figli; ciò che era comunemente valido per i ceti alti e medi non lo era, ovvio, per gli schiavi (che se diventavano anziani dovevano continuare a lavorare senza l’ausilio di un patrono). Gli schiavi più anziani, inabili al lavoro, erano destinati a morire senza alcun conforto. Nella società repubblicana – come forse in ogni altra società – ai poveri era destinata la vecchiaia più trista. Un’analisi della vecchiaia in età imperiale (ossia nei primi due secoli d.C.) deve necessariamente allargarsi da Roma alla vastità dell’Impero Romano. Negli anni della pax et salus Augusta ritroviamo pressoché immutati i topoi dei conflitti generazionali, solo riaggiornati alla luce dei cambiamenti politici; sotto Augusto il senato perse prestigio, ma la tradizionale cultura gerontocratica si manteneva ben salda. Dalle fonti letterarie e artistiche, dalle iscrizioni e dai dati dei censimenti desumiamo un gran numero di informazioni. In epoca imperiale la tutela della vecchiaia non è lasciata solo al buon senso del singolo nucleo familiare, ma viene regolamentata da leggi apposite. La tutela giuridica della vecchiaia regolamentava questioni connesse (diritti ereditari, di adozione, di mantenimento…). Se la deserta senectus (vecchiaia trista e solitaria) colpiva chi non aveva figli o chi li perdeva prematuramente, diversa era la condizione delle vedove che potevano contare sulla solidarietà della prole. Leggi specifiche stabilivano anche tetti di pena a seconda dell’anzianità. Nell’Imperium Romanum i prestigiosi membri della classe dirigente occupavano cariche senza limiti d’età, si riunivano in una nuova tipologia di gerusia (si occupavano dell’organizzazione delle feste pubbliche e sostenevano economicamente fondazioni). Gli anziani del ceto alto e medio-alto conducevano quel che si dice una buona vecchiaia, lontani dai disagi e dalle preoccupazioni. All’età si poneva rimedio con l’otium agreste, con le sane abitudini, la morigeratezza, l’esercizio, la buona condotta. La senectus ideale è quella che Plinio, nel 100 d.C., ascrive all’amico Spurinna, nella cui giornata tipo riconosce la ricetta di una vecchiaia sana e attiva. Tra i membri illustri delle gerusie d’età imperiale c’erano i “cosmedi”, anziani ed esperti educatori dei giovani maschi. Un bell’esemplare di cosmeta attico è quello conservato nel Museo Nazionale di Atene (datato 140 d.C.): qui gli attributi nobili e positivi dell’età attempata si palesano nella barba importante, nella fronte spaziosa, nell’espressione densa di esperienza e dignità. I romani del periodo imperiale fecero proprio il modello passato dei greci e lo riproposero in un vero e proprio culto, associando l’archetipo del senex a quello dell’intellettuale filosofo e saggio. Nelle elegie di Catullo (87 a.C.-55 a.C.) ritroviamo motivi già propri della lirica e della commedia greca, specie in tema di vecchiaia (positivamente o negativamente intesa), e così anche in Properzio (47 a.C.-2 a.C.). In Tibullo (50 a.C.-19 a.C.) si spazia dal senex libidinosus (che vuole riammogliarsi) al nonno appagato dall’affetto dei nipoti; un’analoga bipartizione interessa anche la donna anziana, rappresentata ora come ruffiana megera ora come buona nutrice o vedova inconsolabile. Ovidio (43 a.C.-17 d.C.) dapprima sposa la tradizione degli elegiaci, e come Tibullo ridicolizza il vecchio libidinoso (<<…brutto è un soldato vecchio, brutto è anche l’amore senile>> scrive in Amores); successivamente nelle Metamorfosi presenterà Nestore come anziano ideale, saggio e degno. Una visione pessimistica e negativa della vecchiaia Ovidio la esprimerà negli anni dell’esilio sul Mar Nero. In Virgilio (70 a.C.-19 a.C.), che recupera la figura omerica, la senescenza è descritta spesso in toni tutt’altro che sereni e positivi (talvolta con rimandi alla concezione di Aristotele), ma nella sostanza è accettata consapevolmente come parte fondante del ciclo naturale. Orazio (68 a.C.-5 a.C.) si spinge oltre e identifica la vecchiaia con il torpore degli stimoli vitali e amorosi: <> Nelle Satire Orazio definisce la vecchiaia: <> Anche Giovenale (50/60 d.C.127 d.C.) ci consegna un tristo resoconto sulla senectus: <> Marziale (38/41d.C.-104 d.C.) ridicolizza nelle sue satire il vecchio che si atteggia a giovane. Questi giudizi negativi sulla vecchiaia che fin qui abbiamo riportato (Virgilio, Orazio, Marziale, Giovenale…) non necessariamente vanno ricondotti allo spirito diffuso del tempo, e possono “funzionare” come tipologie isolate e archetipe interne alle opere (siano esse elegie o satire). Il senex viene lodato quando sublima la sua condizione attraverso la levatura spirituale, e schernito quando si maschera da giovane o quando si lascia schiacciare dalla sua finitezza. Tra le più alte riflessioni sulla vecchiaia come non annoverare la filosofia di Seneca, che non ravvisa il problema nella vecchiaia in sé ma nel come la si vive e nel come la si raggiunge (De brevitate vitae). Nel 12

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La copertina concetto: <> è racchiusa la concezione della vecchiaia in Seneca. Nei primi tre secoli d.C. l’iconografia scultorea dei busti-ritratto e dei rilievi funerari ci tramanda facce e facce della condizione senile. La gamma di varianti è ampia, proporzionale ai ceti sociali e alle singole storie individuali; le diverse acconciature denunciano la scansione delle generazioni. Prevale un piglio realistico e veristico. Dall’età tardo repubblicana alla fine dell’età tardo antica resiste e si consolida il modello della famiglia romana (piccolo nucleo familiare che, all’occorrenza, includeva al suo interno anche anziani, nonni o vedove). Quando ci riferiamo al periodo tardo antico intendiamo grossomodo gli anni tra il 284 e il 565 d.C. (ossia tra Diocleziano e Giustiniano). Sotto molti aspetti potremmo considerare questi tre secoli come una propaggine della precedente età imperiale, soprattutto per quel che concerne la condizione senile nella struttura familiare e sociale. Cambiamenti più significativi li si registreranno solo all’inizio del V sec. d.C., con il processo di cristianizzazione viepiù massiccio e con le guerre sui confini territoriali. In età tardo antica la popolazione anziana (sopra i 60 anni) si attestava intorno al 5%, contro un’aspettativa di vita che si aggirava intorno ai 30 anni: dati affini all’età imperiale. Nessun significativo cambiamento quindi, e la mutua assistenza tra padri e figli continua a garantire gli equilibri sociali. L’istituzione della nascente Chiesa cristiana lavorò fin da subito in relazione alla fascia senile: incamerando eredità (dal 321 d.C.), offrendo sostegno alla deserta senectus e, in generale, a vecchi ammalati e bisognosi. La Chiesa cristiana promuove il modello del senex bonus, esempio di vita sobria e devota. Le carriere all’interno dell’istituzione religiosa non prevedono limiti d’età, anzi l’età avanzata diviene valore aggiunto, garanzia di maggiore credibilità. Le prime organizzazioni di vita conventuale, poi confluite negli ordini monastici, offrono agli anziani (con o senza vocazione) ricoveri sicuri e assistenza in caso di malattia. Quintessenza del senex bonus è l’asceta, incarnazione patologica della rinuncia alle passioni. Il modello ideale di vecchiaia promosso fin da subito dalla cristianità organizzata puntava molto sul contrasto esteriorità-interiorità: il fisico sbattuto, provato, segnato dagli anni poteva essere riscattato da propositi nobili, preghiera, sobrietà, umiltà, devozione. Si vedano a tal proposito le testimonianze di Giovanni Crisostomo e di Girolamo. Una dicotomia non nuova, che certo attingeva abbondantemente dalle culture dei secoli passati, dall’età imperiale e ancor più dietro fino alla Grecia arcaica. La nascente cultura cristiana vive di travasi, assimila, modifica laddove serve e cambia etichette. Tutte le tematiche inerenti la senectus già riscontrate nei secoli precedenti – vantaggi e svantaggi, contrapposizione tra debolezza fisica e saggezza spirituale, l’accettazione della condizione – riaffiorano nei testi cristiani della tarda antichità. Più emblematico e significativo è il rapporto del senex cristiano con la morte, vissuto attraverso la fede. La vecchiaia cristiana non termina con la morte terrena ma si rigenera nell’al di là promesso dal Dio delle Scritture. Non paura (sentimento vile proprio dei pagani), ma fiduciosa attesa. Il binomio senescenza-saggezza caratterizza fortemente l’iconografia cristiana tardo antica: santi, apostoli, pantocratori sfoggiano barbe copiose e fronti spaziose; la vecchiaia suggella le virtù dell’esperienza, della purezza d’animo e della fede. Se i volti, o meglio, se gli attributi dei volti sono mutuati da quelli dei filosofi e dei grandi vecchi greci, lo stesso non si può dire dei corpi. Tutti i corpi dell’iconografia cristiana tardo antica sono infatti coperti, drappeggiati, castigati (non ci sono corpi di vecchi ma solo volti di vecchi); a far capolino, oltre alle facce, troviamo mani e piedi. L’iconografia tardo antica cristiana ha attinto a piene mani dalle tradizioni greco-romane, ma di certo non ne ha eguagliato il verismo. Nella poesia elegiaca tardo antica (Boezio, 480 - 524 d.C. e Massimiano, VI sec. d.C.) le lamentazioni sulla vecchiaia riflettono una tristezza profonda. Scrive Massimiano: <> Dalla filosofia all’elegia, dalla tragedia alla commedia, dalla pittura vascolare alle arti plastiche e musive è possibile estrapolare informazioni preziose, talvolta anche molto dettagliate. Compito degli storici è riempire gli spazi vuoti, cucire le fratture senza toppe posticce, con prudenza, anteponendo in prima fila tanti punti interrogativi e, soprattutto, mantenendo aperto spalancato il campo d’indagine; criteri, questi, ben individuati da Hartwin Brandt (docente di Storia antica presso l’Università di Bamberg) nel suo interessantissimo saggio Storia della vecchiaia (edito in Italia da UniversaleRubbettino), un viaggio che parte simbolicamente da Omero (archetipo del senex) e si spinge fino al cuore dell’età tardo antica. Il percorso che qui abbiamo tentato di tracciare, lo ribadiamo, non ha inteso schematizzare concezioni unilaterali della senectus di epoca in epoca, al contrario, ne ha evidenziati i tratti comuni più ricorrenti e universali, validi allora come ora. Massimiliano Sardina 13

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La copertina F ernando Bandini è morto a Vicenza il 25 dicembre 2013. Aveva ottantadue anni. Peccato che quel giorno non ci sia stata la neve: lui l’avrebbe gradita. Ne cade parecchia nelle sue poesie, e poi è congeniale al carattere invernale, rupestre, dell’autore. Non che Bandini fosse incapace di socievolezza, ma stringere rapporti con un poeta, e personali per giunta, è un’impresa proibitiva. I poeti, specie se di nazionalità italiana, sono dei geroglifici: anche quando ti stanno di fronte riesci a vederne solo un profilo, ed è facile equivocare questo limite umano troppo umano, prenderlo per una forma di pudore, di discrezione. Spesso un profilo sommario è tutto quello che un poeta può offrire di se stesso, poesia a parte, dove l’evasività diventa una figura retorica e ogni leva la sezione di un piano inclinato. Nessuno come Bandini avrebbe avuto bisogno in vita di essere focalizzato nelle sue ambivalenze, nei suoi cul-de-sac caratteriali che poi, a ben guardare, sono la vasca di decantazione della sua poesia. A voler prendere un contrasto a campione, sceglierei quello tra l’ideologia politica di Bandini e il suo temperamento elegiaco. Iscritto al partito socialista in anni in cui il socialismo italiano veniva associato all’esempio di Nenni e non ancora a quello di Craxi, Bandini ha svolto una militanza attiva e operosa. Ma il suo socialismo, anche nelle stagioni di partecipazione più fervida, è stato una specie di pellegrinaggio penitenziale, una scarpa ortopedica ch’egli si forzava a indossare nonostante la predisposizione a camminare scalzo. Il socialismo, si sa, implica una fiducia nelle possibilità di riformare il mondo, di cambiarlo in meglio, ed esige da chi lo professa un ottimismo cieco, studiatamente dissennato, nei confronti dell’avvenire. Un atteggiamento che non era nelle corde di Bandini e che urtava sia contro la sua intelligenza delle cose, sia contro un naturale scetticismo. Culturalmente, Bandini era legato al passato. Si identificava nell’Italia contadina, ma non quella astratta e idealizzata del marxismo alla Pasolini. Il punto di riferimento di Bandini era la civiltà rurale che legge il tempo sul volo degli uccelli, legata al ciclo delle stagioni, e però anche ottusa, servile, democristiana. Un coacervo di paganesimo georgico e di cattolicesimo della Controriforma, che deve la propria immobilità e pesantezza alla mentalità religiosa, e il fascino e il dinamismo al cuore antico. Questa natura molto veneta, vecchia nei campanili e moderna nel vomere d’aratro, riempie le poesie di Bandini, raffigurata talvolta con nostalgia, sempre con affetto, forse per sovrapposizione all’infanzia del poeta. Non sono descrizioni plastiche, benché Bandini ne abbia date di mirabili. Nelle sue poesie il paesaggio è soprattutto linguistico e va cercato in una certa musicalità, in un certo ritmo riconoscibili a orecchio, effetto di un intarsio delicato di materiali vecchi e nuovi. L’infanzia in Bandini significa dialetto e latino, cioè il sostrato dell’Italiano. Solo che Bandini sente e usa il dialetto come se fosse latino, una lingua morta, di tradizione illustre, evocativa di un mondo ormai scomparso e fiabesco, e il latino come se fosse un dialetto, la cui sonorità è significativa quasi più per se stessa che per ciò che designa. La poetica di Bandini non ha niente di particolarmente originale: non in Italia, dove più naturalistico è il tema, più accademica e raffinata è l’esecuzione. Basti pensare ad Andrea Zanzotto, le cui “egloghe” sono sempre a rischio di stancare e diventare inavvicinabili per eccesso di rifinitura e sprezzatura stilistica. Colto e sofisticato quanto Zanzotto, Bandini gli era superiore nella poesia. I suoi versi possiedono quel timbro intermedio e cordiale che parla al lettore di tutte le età: una dizione semplice senza affettazione di semplicità, capace di elementarizzarsi e pertanto di scavalcare la trappola del virtuosismo. Umanamente, Bandini era afflitto da una cronica carenza di apprezzamento. Con il moralismo intransigente e vendicativo dei bambini ipersensibili, voleva che l’accuratezza e la fedeltà alla poesia da lui dimostrate fossero intese e applaudite. Accettava la solitudine del poeta che, infrangendo qualcosa di completamente abituale, lo rende evidente, ma non capiva che, quando questo gesto di infrangere diventa abitudinario, nessuno ci fa più caso. E noi viviamo in un paese di poeti autoproclamatisi tali, dove non si fa che commettere infrazioni, il più delle volte, a differenza di Bandini, per nascondere una totale ignoranza delle regole. Abbiamo avuto molte discussioni in proposito, in passato. Ne ricordo una nella sua casa di contra’ Carpagnon, in cui a un certo momento, esasperato dalla ricorrente geremiade dell’artista incompreso (la gente non capisce, questa città è cieca, ho scritto al vento ecc.) gli dissi in modo alquanto brusco che trovavo sconcertante che un uomo della sua levatura intellettuale si aspettasse una contropartita in comprensione e generosità da parte dei suoi concittadini, come se le cose che aveva scritto le avesse scritte per loro e pensasse non solo di avergli arrecato un beneficio, ma che quest’ultimo consistesse nel dirgli grazie. Gli rammentai che quando è monca della generosità, l’intelligenza è destinata a patire la sindrome dell’arto fantasma, e di conseguenza a far patire il prossimo, perché poi le fisime di ciascuno diventano quelle di chi 14

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Personaggi le subisce per amor nostro. Lui concordava, ma con la testa; con tutto il resto si sentiva defraudato, anche da me, cui rimproverava, senza invero dirmelo in faccia, di perdere tempo dietro ai libri di Aldo Busi invece di scrivere qualcosa sui suoi. Ogni tanto mi fissava scuotendo la testa, come un maestro che veda un alunno dotato buttarsi via per colpa della dipendenza da una qualche droga sintetica. In un’altra occasione ritornammo sull’argomento e gli dissi che non c’era, da parte mia, alcuna intenzione di contestarlo, che ritenevo la sua poesia intoccabile da quello che a me pareva un limite dell’uomo più che del poeta. “Come per Rimbaud” postillò lui, e aggiunse che Rimbaud (da lui tradotto) era stato un accentratore insopportabile, oltre che un trafficante d’armi, e tuttavia ciò non faceva schermo alla luce purissima della sua poesia. Insomma, Bandini sembrava scusarsi di non essere come, secondo lui, avrei voluto che fosse, mentre io volevo semplicemente riportarlo a un comune principio di realtà e rammentargli, semmai, che il poeta è padrone solo a casa sua. Altrove (parola che a Bandini piaceva molto, tanto da entrare nel titolo della sua ultima raccolta, Oltre i cancelli e altrove) valgono le condizioni condivise dalla maggioranza, non un magistero estetico, supremo solo per chi lo sa vedere. L’ultima volta che ci siamo parlati è stato alla presentazione pubblica del vocabolario del pavano. Vedendomi seduto in prima fila - eravamo quattro gatti al piano nobile di palazzo Cordellina -, mi rivolse un sorriso fanciullesco, uno di quei sorrisi senza riserve in- terne come forse ne avrà rivolti a qualche donna, a me mai, prima di allora. Un sorriso di addio preventivo, ricordo di aver pensato. Se Bandini mi sorride così, deve essere perché sente che non gli rimane più tempo per rimandare alla prossima la generosità. Il suo intervento fu tra i più ispirati. Recitò a memoria un sonetto del Magagnò che commosse la ragazza che mi sedeva accanto (mai vista prima) e si commosse a sua volta ricordando Marisa Milani, braccio destro di Gianfranco Folena,  il pioniere degli studi sul pavano in Italia. Alla fine andai a salutarlo e a congratularmi, sebbene non ne avessi voglia. Ecco una delle autoviolenze che Bandini si risparmiava giudiziosamente; ma io volevo premiare quel sorriso stupefacente che in un istante aveva cancellato dalla faccia del poeta la maschera di accidiosa sofferenza che gli conoscevo. Lui mi accolse con un “Sono ancora io!”, alludendo, credo, alla sedia a rotelle cui era costretto a causa dell’angioma. Chissà, forse temeva che gli dicessi qualcosa di maldestro sul suo stato di salute. Pensai a quante volte ci eravamo visti e mai che gli avessi chiesto “Come stai?”, perché non si chiede una cosa così a un poeta o a uno scrittore, e magari lui si sarà persino offeso e mi avrà serbato rancore senza mai farmelo capire, credendo con questo di punire me anziché sé. Comunque, decisi di prenderlo alla lettera e chinandomi per abbracciarlo gli dissi “Anche di più, mi pare”. Lo tenni stretto per qualche secondo, volevo portarmi via un po’ del suo odore. Lui ruppe in lacrime sopra la mia spalla. Negli ultimi tempi, reso vulnerabile dalla malattia, piangeva spesso: scrosci secchi, privi di lacrime, fulminei e brevissimi come temporali estivi. Mi ritrassi, e davvero non potei trattenermi dal bisbigliargli “Sei sempre il solito”, sperando che cogliesse il tono più che il senso della frase. Deve essere andata così, o avrò parlato a voce troppo bassa, non so. Sta di fatto che Bandini mi sorrise - stavolta, il suo consueto sorriso un po’ commiserante – e mi disse “Se n’è andato anche quello”. Ci siamo fraintesi fino all’ultimo. Marco Cavalli 15

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