Lex Familiae n.3 2013

 

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LEX FAMILIAE LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 focus rivista trimestrale 3 | 2013 1 luglio|settembre E 2,50 PERIODICO DELL’AMI - ASSOCIAZIONE AVVOCATI MATRIMONIALISTI ITALIANI L’editoriale di Gaetana Paesano Il CNF decreta il riconoscimento della nostra Associazione Forense Il piacere di lavorare insieme La presenza dell’AMI su tutto il territorio é un grande vantaggio per gli associati Nella nostra professione capita non poche volte di dover discutere un giudizio di separazione fuori sede, o anche fuori Regione. I criteri di determinazione del foro competente per territorio ci impongono trasferte nel luogo in cui si trova l’ultima residenza comune ai coniugi, o anche in cui risiede o domicilia il nostro convenuto. I disagi, in questo caso, non sono legati tanto al viaggio in sé quanto alla consapevolezza del fatto che “Tribunale che vai, usanza che trovi...”, nel senso che la prassi specificamente adottata nella organizzazione e nella trattazione dell’udienza presidenziale costituisce una variabile. pur tra le corti del medesimo distretto, in grado a volte di incidere sulla gestione o sulla risoluzione del conflitto. Pochi giorni fa, in concomitanza con la splendida notizia del riconoscimento della nostra AMI da parte del CNF, mi sono trovata “fuori Sede” per una udienza presidenziale di separazione. La responsabile Territoriale dell’AMI mi ha fatto sentire a casa: dal disbrigo degli adempimenti, alla possibilità di utilizzare il suo studio, agli importanti e preziosi suggerimenti sul modus procedendi del magistrato designato, l’accoglienza è stata tale da rendere tutto molto più semplice. Su questo dobbiamo riflettere. Far parte di un gruppo che condivide la passione per il continua a pag. 7 L’AMI nell’Olimpo dell’Avvocatura Nazionale del nostro modo di interpretare la vita associativa non solo nei tribunali, ma anche nel territorio. In questo momento storico siamo la prima e l’unica Associazione Forense a matrice multidisciplinare ad essere stata riconosciuta dal CNF. Probabilmente con noi nasce una nuova era dell’essere Associazione Forense. Adesso, però, arriva il difficile. Attorno a noi ci sarà grande interesse e curiosità, molto più di prima. Perché anche noi faremo parte in qualche misura e indirettamente del “governo” dell’Avvocatura Nazionale. I traguardi, tuttavia, vanno difesi ogni giorno senza mai cullarsi sugli allori. Sarebbe un errore fatale ed imperdonabile. Dobbiamo riorganizzarci, strutturare un nuovo statuto, creare la scuola di specializzazione, profondere sforzi immensi senza sosta in ogni dove. Continueremo ciò che abbiamo sempre fatto garantendo, ancora di più, i medesimi standard di qualità della formazione continua in tutte le tante sedi dell’AMI disseminate su quasi tutto il territorio nazionale. Chi ha l’onore di presiedere una Sezione Distrettuale dovrà raddoppiare gli sforzi e portare avanti con impegno il credo associativo dell’AMI. continua a pag. 7 di Gian Ettore Gassani* Il Consiglio Nazionale Forense nella tornata del 25 ottobre 2013, presso il Ministero della Giustizia in Roma, ha decretato l’iscrizione dell’AMI nell’albo delle Associazioni Forensi maggiormente rappresentative. Il sogno di una vita si è avverato e l’AMI, ormai, è entrata nella storia del panorama Forense italiano. Per tutti i soci dell’AMI questo è un motivo di orgoglio e di onore. In pochi anni l’AMI ha raggiunto un traguardo ambitissimo quanto meritato. Anche noi, dunque, siamo parte di un ristrettissimo insieme di Associazioni Forensi che hanno ottenuto questo riconoscimento ufficiale. Non è stato facile ma ce l’abbiamo fatta. Questo è il segno che abbiamo saputo lavorare con grande impegno e con un non comune spirito di sacrificio in tutto il Paese, sacrificando gran parte della nostra vita privata. I requisiti richiesti dal CNF per essere “eletti” tra le Associazioni di riferimento sono rigidi e severi. Noi li avevamo e dimostreremo con maggiore vigore in futuro che siamo una grande Associazione di avvocati militanti e non certo dei “miracolati”. Senza falsa modestia sostengo che il diritto di famiglia e minorile avesse bisogno anche di noi e Danni al nascituro e responsabilità del medico di Rocco Pavese a pag. 3 Il sostegno alla genitorialità in Europa di Bianca Maria Farina a pag. 7 Congresso Nazionale AMI Roma 2013 a pag. 10

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2 focus LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani per la tutela delle persone, dei minorenni e delle famiglie AMI un “linguaggio comune” tra le varie esperienze professionali. Far parte dell’AMI significa contribuire attivamente a questo grande progetto sempre più in crescita ed importanza nazionale come possono ben testimoniare i nostri interventi nelle TV nazionali. Vantaggi per i soci AMI • Convenzioni e tariffe speciali dedicate ai soci AMI • Ricezione gratuita della rivista Lex Familiae • Posti riservati ai convegni e alle manifestazioni AMI • Scontistica su evenutale corsi o congressi a pagamento • Comunicazioni dedicate ai soli soci AMI • Possibilità di scrivere articoli o inviare notizie dei propri distretti Come iscriversi all’AMI L’iscrizione avviene in due fasi. 1. La prima consiste nell’invio a mezzo fax o e-mail del modulo di adesione alla Sezione di appartenenza mediante il quale viene richiesta la propria iscrizione. Perché iscriversi L’AMI è sicuramente l’associazione italiana per la formazione professionale multidisciplinare, sia di base che di aggiornamento professionale più forte ed attiva in Italia. Vanta numerosi soci sostenitori come psicologi, medici psichiatri, mediatori familiari, sociologi, pedagogisti, assistenti sociali e insegnanti. La finalità è, dunque, quella della creazione di un lavoro di equipe, di 2. Successivamente, ad accoglimento della richiesta, il richiedente dovrà effettuare il bonifico della quota di iscrizione alle coordinate indicate nello spazio dedicato ai Distretti. All’atto del pagamento della quota si formalizza l’iscrizione all’Associazione. Tessera per i soci dell’AMI Le nuove tessere AMI, con foto e microchip, saranno inviate gratuitamente ai soci che ne faranno richiesta e che invieranno la loro foto (formato tessera) ad info@ami-avvocati.it. Vuoi diventare un socio di un distretto? Gli aspiranti soci dei Distretti in cui non è stata ancora costituita una Sezione, dovranno inviare la scheda di adesione alla Sede Nazionale (Via Ezio n. 12 – Piazza Cola di Rienzo – 00192 – ROMA – presso lo studio dell’avvocato Gian Ettore Gassani) a mezzo fax allo 06 39754968. Successivamente, ad accoglimento della richiesta, dovrà essere effettuato il bonifico (indicando la causale) al codice IBAN del distretto di ap- partenenza ricavabile dalla pagina dei distretti. Per gli aspiranti soci appartenenti ai distretti in cui non esistono sezioni dell’AMI, inviare la scheda di adesione e successivamente il bonifico al codice IBAN IT52 T031 0403 2000 0000 0820 753 dell’AMI Nazionale. LEX FAMILIAE Edita dall’AMI – Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani per la tutela delle persone, dei minorenni e della famiglia Direttore Editoriale Gaetana Paesano Direttore Responsabile Gilda Fasolino Comitato di redazione Gian Ettore Gassani - Maria Bonifacio Chiara Breschi - Valentina de Giovanni Miriam Fanella - Katia Lanosa Elena Menon - Massimo Micciché Composizione e progettazione a cura dell’AMI con la collaborazione della brunolibri Salerno www.brunolibrisalerno.it Impaginazione, grafica e stampa Tipografia Buonaiuto - Sarno Reg. Tribunale civile di Roma n. 106/2010 - 1 aprile

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LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 approfondimento 3 Danni al nascituro e responsabilità civile del medico di Rocco Pavese* Le problematiche bioetiche pongono all’interprete sfide complesse, in conseguenza da un lato dei progressi delle scienze mediche, che hanno consentito un enorme ampliamento delle possibilità diagnostiche e terapeutiche, dall’altro della crescente complessità dell’ordinamento giuridico. La molteplicità delle fonti del diritto e la crescente attenzione ai diritti personali -secondo la tendenza inarrestabile alla decodificazione e alla depatrimonializzazione del diritto civile- hanno infatti conferito rilevanza e tutela giuridica a vicende che, pur tragiche sul piano personale e sociale, sino a pochi anni fa sarebbero state relegate ai margini del mondo giuridico. Nella evoluzione del diritto vivente, dottrina e giurisprudenza accompagnano dunque i progressi medici lungo itinerari che progressivamente fanno emergere dalla sfera dell’irrilevanza nuovi interessi meritevoli di tutela, man mano che la scienza offre crescenti strumenti di intervento ed assume i conseguenti doveri di accuratezza professionale. Paradigmatica al riguardo, e di grande interesse culturale, è la giurisprudenza della Corte Suprema in materia di responsabilità medica per danni al nascituro e/o per la nascita di un bimbo malformato, nella quale si incrociano questioni di fondo del diritto civile con innegabili risvolti etici. Di seguito si proverà a tracciarne le linee fondamentali, invitando naturalmente il lettore a consultare le sentenze in materia, che sono di grande spessore intellettuale. La prima questione affrontata dalla giurisprudenza è stata quella del diritto al risarcimento del danno cagionato al nascituro da erroneo trattamento sanitario. L’interpretazione tradizionale, esemplificata dalla sentenza 3467/73, accordava il diritto ai soli genitori in proprio, escludendolo per il neonato, sul presupposto che la risarcibilità del danno richiedesse che il soggetto danneggiato fosse già nato al momento del fatto lesivo. La questione -intimamente connessa allo status del nascituro, ed alla estensione della sua tutela civilistica- ha trovato completa rivisitazione con la sentenza 11503 del 1993, che ha qualificato il rapporto tra la gestante e la struttura sanitaria quale contratto con effetti protettivi a favore del terzo nascituro; ed ha ribaltato il principio suddetto, riconoscendo il diritto al risarcimento anche a quest’ultimo, e non solo ai genitori (beninteso il diritto può essere azionato dopo la nascita e per il tramite dei legali rappresentanti, di norma gli stessi genitori). Ciò sul rilievo che “una volta accertata l’esistenza di un rapporto di causalità tra un comportamento colposo, anche se anteriore alla nascita, ed il danno che sia derivato al soggetto che, con la nascita, abbia acquistato la personalità giuridica, sorge e dev’essere riconosciuto, in capo a quest’ultimo, il diritto al risarcimento” (si verteva in una fattispecie di cerebropatia irreversibile, determinata dall’errato trattamento praticato alla nascita). È da notare che il nucleo argomentativo della Corte è consistito nell’abbandono dell’interpretazione classica dell’art. 1 c.c., secondo cui la tutela risarcitoria era esclusa dal riferimento, ivi contenuto, a diritti tipizzati (ad esempio, la possibilità di essere riconosciuto dal genitore naturale, art. 254 c.c.; la capacità di succedere attribuita a chi è solo concepito al momento dell’apertura della successione, art. 462 c.c.; la donazione a favore del solo concepito, art. 784 c.c., etc.). Con la sentenza del ’93, invece, si è affermato che l’art. 1 c.c. non poneva affatto tale limitazione, stante “l’esistenza stessa di un centro di interessi giuridicamente tutelato, che non può essere legittimamente contestato al concepito”. E ciò sulla base di una ricognizione complessiva dell’ordinamento giuridico, a partire dalla tutela della maternità (art. 31, co. 2, Cost.), e della salute (art. 32 Cost.) garantita come fondamentale diritto dell’individuo, “non limitato alle attività che si esplicano dopo la nascita od a questa condizionato, ma che deve ritenersi esteso anche al dovere di assicurare le condizioni favorevoli nel periodo che la precedono, volte a garantire l’integrità del nascituro”. Un notevole esempio -dunque- di ermeneutica costituzionalmente orientata, volta all’adeguamento del sistema giuridico in coerenza con la pluralità delle fonti. I principi enunciati dalla sentenza 11503/93 sono stati ripresi ed ampliati dalla giurisprudenza successiva, sulla scorta della crescente attenzione dottrinale alle problematiche bioetiche ed al principio della centralità della persona. In particolare la sentenza 10741/09 è arrivata a riconoscere al nascituro soggettività giuridica, sia pure sui generis (si verteva in una fattispecie di malformazioni causate da erronea somministrazione di un farmaco finalizzato a favorire l’ovulazione). Al riconoscimento della soggettività non si è spinta la sentenza 9700/11, che ha peraltro ribadito il diritto del neonato al risarcimento, ritenendo irrilevante la non contemporaneità fra la condotta dell’autore dell’illecito, che può realizzarsi durante la gravidanza, e il danno, che può prodursi successivamente. Ancor più ricca di sfumature filosofiche e questioni etiche è la cosiddetta responsabilità da nascita indesiderata. Si tratta della mancata informazione ai genitori di una situazione clinica problematica del nascituro, non diagnosticata sebbene le conoscenze scientifiche lo consentissero: col risultato di privare la madre, in presenza delle condizioni di legge, della possibilità di abortire. In capo al sanitario sussiste infatti un preciso dovere di informazione, che implica anche il previo svolgimento di tutti i necessari accertamenti medici. La fattispecie si differenzia dalla precedente, poiché la patologia non è causata, oppure aggravata, da errore medico; essa è invece congenita, sicché la colpa si sostanzia nella mancata diagnosi e conseguente omessa informazione ai genitori. Con l’importante sentenza 14488/04, la Cassazione ha statuito che la violazione del dovere di informazione comporta responsabilità contrattuale a carico del medico negligente, e conseguente obbligo risarcitorio in favore dei genitori per l’ipotesi in cui nasca un bambino malformato (fattispecie di mancata diagnosi di talassemia, consistendo la responsabilità del medico nell’aver omesso tutti gli accertamenti del caso, sebbene informato che la madre era portatrice sana della patologia, col rischio, poi verificatosi, di procreare un figlio malato). La decisione ha confermato che il contratto tra la gestante ed il medico ha natura di contratto con effetti protettivi a favore (anche) di terzo, segnatamente del padre del nascituro; ed ha quindi riconosciuto il risarcimento ai genitori. In ordine al regime probatorio, ha rilevato che il giudice di merito può assumere come fatto normale che la gestante interrompa la gravidanza se informata di gravi malformazioni del feto, potendosi inoltre trarre elementi indicativi di tale volontà da fattori ambientali e culturali, e dalla stessa circostanza che ella si fosse rivolta al medico per l’accertamento di eventuali anomalie del feto. La sentenza ha però escluso il diritto al risarcimento in favore del figlio malato, rilevando che non esiste il diritto a non nascere se non sano. Nel nostro ordinamento -ha statuito la Corte- non esiste il diritto all’aborto eugenetico, né in capo alla madre né in capo al nascituro. È bensì vero che l’ordinamento tutela la salute dell’embrione sin dal concepimento, ma in senso positivo (cioè che nessuno può procurare al nascituro lesioni e lo Stato, nelle sue varie articolazioni, deve provvedere a istituire strutture di tutela ed assistenza per la maternità); e non in senso negativo, cioè che il nascituro con gravi anomalie genetiche non deve essere lasciato nascere. A sostegno della decisione, la Corte citava le norme della legge 194/78, secondo cui l’aborto è consentito solo per evitare un pericolo per la gestante, serio (entro i primi 90 gg. di gravidanza), o grave (successivamente): disciplina che, contemperando i diversi interessi, accorda alla madre un mezzo giuridico (uno stato di necessità sui generis) per tutelare la propria salute o la propria vita, sopprimendo un altro bene giuridico protetto. La sentenza rilevava anche l’incongruenza logica di un diritto -appunto il diritto a non nascere- che verrebbe ad esistenza soltanto se violato; e che sarebbe, in ipotesi, esercitabile contro la madre, costretta all’aborto per non esporsi ad azione risarcitoria da parte del figlio. La sentenza del 2004 non ha però rappresentato un punto di arrivo. Essa è stata invero sottoposta ad ampie critiche dottrinali, sotto il profilo della esclusione del neonato rispetto agli effetti protettivi del contratto. In particolare, si è rilevato che l’alternativa non andava posta tra non nascere o nascere malato, bensì tra nascere sano o nascere malato; ed inoltre è stata criticata la mancata considerazione del nesso causale tra colpa sanitaria ed effetti lesivi in danno del bambino. Ed anche in giurisprudenza non è mancata la consapevolezza che la questione fosse tuttora aperta, anche per ragioni di sensibilità sociale. La stessa Corte, con la sentenza 16123/06, pur confermando il diritto al risarcimento per i soli genitori (in una fattispecie di mancata diagnosi di malformazioni congenite), ha infatti rilevato un vulnus ai diritti del neonato, ritenendo tuttavia che la relativa soluzione non potesse ‘essere ricercata nella elaborazione giurisprudenziale…’, mancando ‘il supporto indispensabile di una normativa’. I tempi apparivano insomma maturi per una rivisitazione del punto centrale, cioè il riconoscimento del diritto al risarcimento a tutti i componenti del nucleo familiare, ed jure proprio anche in capo al bambino malformato. D’altronde è fisiologico che il diritto si evolva, e la sua immagine come organismo vivente non è casuale. Con la sentenza 16754 del 2/10/12, la Suprema Corte ha appunto compiuto tale passo, reinterpretando in radice la materia. Nell’impossibilità di sintetizzarne la motivazione, basti ricordare che essa ha innanzitutto esteso il diritto al risarcimento (in presenza della continua a pag. 4 Riflessioni a margine delle pronunce della giurisprudenza

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4 negligenza del medico) ai fratelli e sorelle del neonato, che sono titolari, quali componenti del nucleo familiare, dello stesso interesse dell’altro genitore. Sul punto della risarcibilità del danno direttamente subito dal neonato, la Corte ha ribadito che l’ordinamento non riconosce al nascituro alcun diritto a non nascere (il diritto alla procreazione cosciente e responsabile spetta alla sola madre, che lo esercita nei modi e limiti della legge 194). Ma che dalla sua inesistenza non deriva affatto la risposta negativa alla pretesa in esame, poiché ‘…la situazione giuridica tutelata è il diritto alla salute, non quello a nascere sano. approfondimento Chi nasce malato per via di un fatto lesivo ingiusto occorsogli durante il concepimento non fa pertanto valere un diritto alla vita né un diritto a nascere sano né tantomeno un diritto a non nascere. Fa valere la lesione alla sua salute…’. Il nascituro diventa in tal modo oggetto speciale di tutela, senza necessità di attribuirgli soggettività giuridica, la quale sorge al momento della nascita, in uno alla possibilità di chiedere il risarcimento, che è ‘…l’unico intervento consentito al diritto, amaramente chiamato, in tali vicende, a trasformare il dolore in denaro, affinché quella condizione LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 umana ne risulti alleviata, assicurando al minore una vita meno disagevole’. Nella valutazione di diritto positivo, la sola consentita al giudice, resta infine esclusa la paventata azione risarcitoria del figlio contro la madre; infatti ‘il rigoroso meccanismo legislativo, in consonanza con quello di natura, esclude tout court la possibilità che il bambino, una volta nato, si dolga nei confronti della madre, come pure si è talvolta ipotizzato seguendo gli itinerari del ragionamento per assurdo, della scelta di portare avanti la gravidanza accampando conseguentemente pretese risarcitorie ’. * Consigliere della Corte di Appello di Potenza I rapporti con il G.T., l’inventario ed il conto finale di Maria Gabriella Gregori* La legge 9 gennaio 2004, n. 6 ha introdotto nel Libro Primo, Titolo XII del codice civile, la nuova figura dell’amministra zione di sostegno, con modifica degli articoli del c.c. in materia di interdizione e di inabilitazione. È stato, così, istituito, quale nuova figura di ausilio per gli incapaci, l’amministratore di sostegno, con la dichiarata fi nalità di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente. Ai sensi del “nuovo” art. 404 c.c., la persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilità, anche parziale o temporana, di provvedere ai propri interessi, può essere assistita dal suddetto amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio. Ai sensi dell’art. 408 c.c. la scelta dell’amministratore di sostegno avviene con esclusivo riguardo “alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario”. L’amministratore di sostegno, in altri termini, differentemente dalle altre misure a protezione dell’incapace, non si sostituisce al rappresentato, ma lo affianca per il conseguimento del miglior risultato. Nel corso del procedimento di amministrazione di sostegno, il giudice tutelare procede all’audizione dei parenti della persona protetta, che non sono sentiti in qualità di testi e nemmeno come parti bensì come “informatori” per contribuire a delineare l’an e il quomodo della misura di protezione. L’opinione del beneficiario è, invece, un elemento imprescindibile per l’applicazione della misura, pur non costituendo condizione necessaria per l’applicazione della misura dell’amministrazione di sostegno. La misura di protezione deve essere “modellata” sulle specifiche esigenze e necessità del beneficiario, tenuto conto, nei limiti del possibile, delle sue opinioni e dei suoi desideri; ciò non di meno, qualora l’amministrato dissenta dalle scelte dell’ amministratore di sostegno, quest’ultimo può informare il Giudice Tutelare per l’adozione di provvedimenti ritenuti necessari (Cass.13584/06 ). Per le modalità “operative” dell’amministratore, è opportuno attingere ai principi contenuti nella Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006 e ratificata dall’Italia per effetto degli artt. 1 e 2 della legge 3 marzo 2009 n. 18. Il trattato in esame riconosce espressamente “l’importanza per le persone con disabilità alla loro autonomia ed indipendenza individuale, compresa la libertà di compiere le proprie scelte”. La flessibilità e duttilità dell’amministrazione di sostegno, consente al giudice tutelare di graduare i limiti alla sfera negoziale del beneficiario, in modo da evitare che questi possa essere esposto al rischio di compiere un’attività negoziale per sé pregiudizievole. L’art.405 c.c. evidenzia che il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno deve contenere, tra l’altro, l’indicazione: • dell’oggetto dell’incarico e degli atti che l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario; • gli atti che il beneficiario può compiere solo con l’assistenza dell’amministratore di sostegno; • i limiti, anche periodici, delle spese che l’amministratore di sostegno può sostenere con utilizzo delle somme di cui il beneficiario ha o può avere la disponibilità; • della periodicità con cui l’amministratore di sostegno deve riferire al giudice circa l’attività svolta e le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario. Giova, inoltre, ricordare che in base all’art. 409 c.c., “il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno”. A fronte, quindi, di una generale capacità d’agire, sarà il provvedimento del giudice tutelare ad individuare nel dettaglio l’oggetto dell’incarico dell’amministratore e gli atti che questi ha il potere di compiere in regime di rappresentanza esclusiva c/o assistenza necessaria, adattandolo alla specificità delle condizioni psico-fisiche dell’amministrato. L’amministrazione di sostegno è, quindi, strumento che individua in capo al destinatario un’incapacità relativa in quanto riferita solamente agli atti espressamente indicati dal provvedimento del giudice tutelare;gli altri atti rimangono nell’ambito della gestione rimessa all’autonomia dell’amministrando, tanto che nessuno status di incapacità si determina in capo a quest’ultimo. In ogni caso, ai sensi dell’art. 409, comma 2, c.c., l’amministrato conserva la capacità per il compimento degli “atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana”, ovvero della c.d. “contrattualità minima”, vale a dire quell’attività negoziale a contenuto patrimoniale, legata al soddisfacimento delle esigenze della vita quotidiana, che normalmente si concretizza in operazioni di scarso rilievo economico, per le quali il legislatore ha presunto che non possano determinare alcun pregiudizio in capo al disabile. A tal punto è rilevante valutare come tutti gli atti di straordinaria amministrazione spettino alla gestione dell’amministratore di sostegno, ma anche che, in base all’art. 407 c.c. IV comma “il giudice tutelare può in ogni tempo modificare o integrare, anche d’ufficio, le decisioni assunte con il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno”. Inversamente, sono pacifici gli obblighi sicuramente a carico dell’amministratore di sostegno:redazione dell’inventario, rendicontazione annuale della gestione patrimoniale e conto finale (atti esenti da bollo, ex art.46 Disp. Att. al c.c.). In ragione del rinvio dell’art. 411, comma 1 c.c., alle norme in materia di tutela, trova applicazione all’amministratore di sostegno l’art.349 c.c. che impone al tutore, prima di assumere l’incarico, di prestare giuramento e di svolgere le proprie funzioni con “ fedeltà e diligenza”. Preso atto che l’obbligo di redigere l’inventario, nonostante l’art.411 c.c. non faccia alcun richiamo all’art. 362 c.c. che lo prevede per la tutela, è consolidato l’orientamento che ritiene applicabile tale norma anche all’amministratore di sostegno, posto che la redazione di tale atto costituisce un preliminare avente funzione cautelare, necessario per la migliore gestione del patrimonio del beneficiario. Alla stesura dell’inventario l’amministratore procede entro dieci giorni da quando ha avuto legalmente notizia della sua nomina, o meglio dal giuramento nel caso di nomina di professionista, e dovrà concludere tale attività entro trenta giorni, salvo che il giudice conceda una proroga nel caso le circostanze lo richiedano. Altro obbligo a carico dell’amministratore di sostegno, stante il richiamo dell’art. 411, comma 1 c.c. all’art. 380 c.c., è quello di tenere regolarmente la contabilità della sua amministrazione, rendendone annualmente il conto al giudice tutelare, salvo il caso che il G.T. non chieda una resocontazione temporalmente più ravvicinata. Una volta cessato dall’incarico, l’amministratore di sostegno dovrà, ai sensi dell’art. 385 c.c. (richiamato anch’esso dall’art. 411, comma 1, c.c.), riconsegnare tutti i documenti e presentare nel termine di due mesi il conto Amministrazione di sostegno e tutela dei soggetti deboli

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LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 finale della sua gestione al giudice tutelare. Vediamo le singole incombenze in dettaglio ricordando che l’art 44 delle disposizioni di attuazione del c.c. recita:” il Giudice Tutelare può convocare in qualunque momento l’amministratore di sostegno allo scopo di chiedere informazioni, chiarimenti, notizie sulla gestione e per dare istruzioni inerenti gli interesse morali e patrimoniali del beneficiario” e, conseguentemente, è opportuno redigere con cura gli atti obbligatori. • l’inventario; per tale atto non vi sono delle rigide formalità , né delle vincolanti prescrizioni, ma è evidente che il primo atto che si presenta al Giudice Tutelare deve avere anche un carattere relazionale con i primi provvedimenti assunti dall’amministratore di sostegno che nel frattempo ha incontrato il beneficiario e/o i suoi parenti, acquisito i primi “desiderata” ed eventualmente disposto in conformità all’incarico ricevuto. Nell’inventario del patrimonio verranno quindi elencati i beni di pregio mobili e/o immobili su cui l’amministrato può vantare il diritto di proprietà e/o altro diritto reale, con una breve descrizione degli stessi . Utile una ricognizione bancaria con estratti conto alla data di presa dell’incarico e una succinta relazione delle varie voci di reddito su cui si può contare per la gestione, ma anche delle spese correnti che gravano sull’amministrato, possibili crediti da riscuotere, debiti da assolvere, eventuali controversie giudiziarie in corso, ecc... Viene, così, “fotografata” la posizione personale e patrimoniale dell’amministrato alla nomina dell’ amministratore di sostegno. Con la presa in carico il nominato amministratore di sostegno ha anche l’obbligo di farsi portavoce avanti il Giudice Tutelare di ogni mutamento di vita sociale e di autonomia della persona, di ogni istanza da assumersi nell’interesse del beneficiario riportandone, per quanto possibile, le aspettative che avrà preventivamente raccolto. • il rendiconto annuale della gestione. Questo è sicuramente un’incombenza delicata, da svolgere sia per il suo carattere riassuntivo/contabile della gestione patrimoniale, sia per la resocontazione delle vicende personali del beneficiario. Quanto al bilancio consuntivo del periodo, è utile predisporre una precisa indicazione di tutte le rendite e somme costituenti, per qualsivoglia titolo, l’attivo del periodo, nonché un correlato elenco delle spese sostenute costituenti il passivo dello stesso perio- approfondimento do con i relativi soldi. Utile l’allegazione delle movimentazioni bancarie del periodo e di copia della documentazione anche fiscalmente valida per la giustificazione delle voci di entrata/uscita più rilevanti. A corollario, una sommaria informativa in merito alle aspettative patrimoniali per l’anno economico iniziando. Come individuato dal Tribunale di Milano “ il provvedimento del Giudice Tutelare di approvazione del rendiconto di cui all’art. 380 c.c. viene emesso in esito ad una procedura caratterizzata da agilità, speditezza ed attuazione delle garanzie del contraddittorio per cui il giudice può svolgere indagini con la massima discrezionalità ed ampiezza di poteri”. Ovviamente il resoconto andrà sottoscritto dall’amministratore, taluni Tribunali chiedono che vengano sottoscritti , ovvero siglati, anche tutti i documenti allegati. • Il rendiconto finale. È atto dovuto per l’amministratore di sostegno che cessa dalle funzioni per tutte le possibilità quali sostituzione, esonero, rimozione dello stesso amministratore di sostegno e per eventuali vicende del beneficiario quali morte, revoca della protezione, ecc... Ex art 385 c.c. sono necessarie: a) la veloce riconsegna a chi ne abbia diritto di ogni bene e/o documentazione afferente l’amministrato, b) entro due mesi, la presentazione al Giudice Tutelare del conto finale. Nelle gestioni più lunghe e complesse il Giudice Tutelare può concedere proroga. Sulla falsa riga del rendiconto annuale anche il finale deve riportare tutte le informazioni utili dell’amministrato, sia personali che patrimoniali il conto della gestione dell’ultimo periodo eccedente il pregresso rapporto annuale. L’art. 385 c.c. detta un obbligo generale di rendiconto che trova la propria ragione nell’esigenza che i soggetti interessati svolgano il pieno controllo sull’attività espletata e anche per accertare le situazioni debitorie e creditorie dell’amministrazione nei confronti dello stesso amministrato. Se non vengono riscontrate irregolarità o lacune, il giudice tutelare procede all’approvazione del conto ex art. 386 c.c. , in caso contrario negherà tale approvazione. Eventuali azioni nei confronti dell’amministratore di sostegno aventi ad oggetto la mancata presentazione del conto, ovvero il suo contenuto, si prescrivono nel termine di cinque anni, decorrenti dalla pronuncia del giudice tutelare sul conto, ovvero dalla data della morte del beneficiario, nel caso di omessa presentazione del documento. Sono invece soggette a prescrizione decennale le azioni del beneficiario o dei suoi aventi causa per il pagamento del credito residuo risultante dal conto definitivo. Di tutti i predetti atti e, in generale, della propria gestione a favore dell’amministrato, l’amministratore di sostegno è chiamato a rispondere per eventuali danni derivanti al beneficiario per effetto di una (grave) violazione dei propri doveri. Secondo quanto previsto dall’art. 412 c.c., gli atti compiuti in violazione di legge, o per eccesso rispetto all’incarico o ai poteri conferitigli dal Giudice Tutelare , possono venire annullati su istanza dell’amministratore stesso, del P.M., del beneficiario o dei suoi eredi ed aventi causa. L’amministratore di sostegno deve chiedere al G.T. l’autorizzazione al compimento di alcuni atti di straordinaria amministrazione : acquisto di beni non di uso quotidiano, assunzione di obbligazioni, accettazioni e rinunce all’eredità e donazioni, costituzioni di pegni o ipoteche, vendita di beni mobili e immobili, divisioni o promozione dei relativi giudizi ecc...l’ elenco completo è previsto dagli artt.374 e 375 c.c. in virtù del rinvio operato dal comma I dell’art. 411 e riguarda, comunque, quegli atti che travalicano i limiti che il G.T. ha indicato nel provvedimento di incarico. 5 Da rilevare, in ogni caso, che è sempre del G.T. la competenza al rilascio dell’autorizzazione all’amministratore di sostegno per gli atti di straordinaria amministrazione anche per quelli che per gli artt. 375 e 376 c.c. richiedono l’intervento del Tribunale. Gli artt. 374 e 375 c.c. trovano applicazione all’amministrazione di sostegno ove sussista la necessità di compiere gli atti in essi indicati in epoca successiva alla nomina dell’amministratore, potendosi trovare, infatti, nel decreto di nomina, l’incarico di taluni precisi atti di natura straordinaria per i quali, poi, non sarà necessario chiedere ulteriori autorizzazioni. Qualora occorra l’autorizzazione, questa dovrà essere preventiva; assume la veste di decreto e dovrà aver riguardo esclusivamente agli interessi personali e patrimoniali del soggetto della protezione. Il decreto può essere oggetto di reclamo ex artt. 739 e 740 c.p.c. nel termine di dieci giorni dalla comunicazione. A decidere in prima istanza è competente il Tribunale in Camera di Consiglio e, poi, in secondo grado, la Corte di Appello sempre in Camera di Consiglio. Il P.M. può egualmente proporre ricorso o dovrà essere sentito su eventuale ricorso di altra parte. * Avvocato - Consigliere AMI Marche

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LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 l’osservatorio 7 Linee guida per un progetto condiviso di Bianca Maria Farina* Le politiche della famiglia attuate in Europa variano per contenuti in ragione della cultura, delle abitudini sociali e delle tradizioni dei vari Paesi: per tali motivi la Comunità Europea, fin dalle sue origini, ha preferito lasciare agli Stati la disciplina delle questioni riguardanti il diritto di famiglia. Benché tali politiche non rientrino in modo esplicito nelle competenze comunitarie, le Istituzioni europee hanno assunto, anche se indirettamente, un ruolo attivo in quest’ambito, in considerazione dell’impatto prodotto sulla vita delle famiglie europee da molti settori regolati dall’Unione Europea, come quello occupazionale, della libera circolazione delle persone, dell’ambente, dell’istruzione, della parità tra uomini e donne, dei trasporti ecc. Ed è proprio per l’influenza esercitata sulla vita delle famiglie da tali settori che l’UE ha ritenuto necessario integrare la dimensione familiare in tutte le politiche europee, attraverso numerose iniziative finanziate, in particolare, dal Fondo Sociale Europeo (FSE). In realtà l’armonizzazione del diritto di famiglia in Europa è un compito piuttosto arduo in quanto è in atto una profonda trasformazione delle strutture familiari a causa dell’aumento dei tassi di separazione, del numero delle famiglie monoparentali e di anziani dipendenti, del calo delle nascite e della mancanza di un reddito stabile, che determina povertà ed esclusione sociale. Una tale “morfogenesi” rende difficile individuare strategie comuni di sostegno alla genitorialità che, come precisato dalla Commissione Europea, si traducono in una serie di azioni finalizzate all’assistenza, all’istruzione, ai servizi per la prima infanzia, al sostegno ai giovani, alla consulenza, all’informazione sui servizi da attivare a sostegno della famiglia ed alla conciliazione tra vita familiare e lavorativa. Ciò spiega l’idea di proclamare il 2014 l’Anno Europeo della Conciliazione tra vita professionale e familiare e celebrare il ventennale dell’Anno Internazionale della famiglia delle Nazioni Unite. Il 2014 rappresenterà un’occasione unica per riflettere sulle tendenze che influenzano la vita delle famiglie e più in generale dei cittadini europei, visto anche che tutti i sondaggi dimostrano che la solidarietà familiare, a prescindere dall’evoluzione generale delle strutture familiari europee negli ultimi anni, occupa tutt’ora uno dei primi posti nella scala dei valori dei cittadini europei. Tuttavia, delineare un bagaglio di valori comuni in materia familiare è risultato problematico sul piano del metodo da applicare per individuare azioni volte all’armonizzazione. Sicuramente quello che accomuna le legislazioni nazionali sono i principi generali a tutela della famiglia collegati ai diritti fondamentali, diritti questi che hanno ottenuto piena affermazione grazie all’adozione della Carta dei diritti fondamentali dell’UE che, all’art.24, pone proprio all’apice delle responsabilità genitoriali la tutela dei minori, precisando che “il bambino ha diritto ad intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò non sia contrario al suo interesse”. Sullo sfondo del cambiamento che coinvolge la società odierna, e che si riflette nelle rinnovate dinamiche che animano oggi il nucleo familiare circa il ruolo della madre e del padre all’interno della famiglia e nel rapporto con i figli, è giusto chiedersi se, al di là dell’esistenza di una specifica competenza in materia, l’intervento comunitario sia giustificato dall’esigenza di salvaguardare quel bagaglio di valori comuni europei in materia familiare. Non va dimenticato che la Comunità nasce e si sviluppa come Comunità di obiettivi prevalentemente economici, per cui gli Stati si sono dimostrati sempre gelosi della componente identitaria del diritto di famiglia e ciò si evince anche dall’art.9 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, in base al quale il diritto di famiglia è lasciato alla disciplina degli Stati membri. Solo grazie alla “dimensione sociale” del Mercato interno, inaugurata alla fine degli anni ’80 ed alla progressiva affermazione dei diritti fondamentali nel sistema comunitario, che l’UE ha ritenuto necessario intervenire in modo più incisivo nelle questioni inerenti il diritto di famiglia, anche se in maniera settoriale, non sempre organica e prevalentemente sul piano del diritto internazionale privato. In questa direzione, il ruolo limitato attribuito dai Trattati alla disciplina della materia non ha impedito di perseguire un disegno di modernizzazione con continua a pag. 9 Il sostegno alla genitorialità in Europa da pagina 1 L’AMI nell’Olimpo dell’Avvocatura Nazionale La Scuola di Specializzazione, poi, sarà il fiore all’occhiello dell’AMI, il sogno di tanti anni di sacrifici, la meta raggiunta, il sigillo di un grande progetto. Ovviamente cercheremo al più presto di stipulare un protocollo di intesa con il CNF in attesa del regolamento ministeriale sulle specializzazioni forensi. Scrivo questo intervento con profonda commozione. Ripenso a quando siamo partiti in questa avventura che sembrava senza ritorno tra lo scetticismo generale e forme di invidia incomprensibili. Ora siamo qui a raccontare questo successo che ripaga i tanti soci per la loro fedeltà. Pochi ci hanno lasciati e pochi sono stati allontanati perché l’AMI è di tutti. Da oggi, però, stare con noi non sarà solo un atto di fede, ma anche una grande opportunità di crescita umana e professionale. Nessuno lo dimentichi! Saremo vicini ai giovani avvocati. Saremo una fucina di validi professionisti in una materia tanto delicata come il diritto di famiglia e minorile. E saremo al servizio di tutta la classe, e non solo dei nostri soci. Tutti avranno l’opportunità di crescere e recitare un ruolo da protagonista nell’AMI. L’impegno ed il talento dovranno essere ripagati per non vanificare gli entusiasmi e non disincentivare l’impegno di chi da sempre è fedele al progetto. Da oggi inizia un nuovo capitolo della nostra storia. Ci siamo anche noi e, a conti fatti, capisco che è valsa la pena crederci. E noi ci abbiamo sempre creduto anche quando nessuno credeva in noi. Roma, il 28 ottobre 2013 *Presidente Nazionale AMI Il piacere di lavorare insieme proprio lavoro e che quotidianamente si impegna per migliorare la qualità del proprio operato, a vantaggio del cittadino, è una scelta di vita. Lo è perché richiede sacrifici personali; lo è perché comporta una trasformazione del proprio modo di agire, dettata dall’osservanza e dal rispetto delle regole condivise; lo è perché ogni giorno siamo chiamati a mettere in pratica ciò in cui crediamo. È una scelta impegnativa, che può costituire una forza ma anche un valore aggiunto. La collega dell’AMI è stata al mio fianco per tutta l’udienza presidenziale. So che la ritroverò a Palermo, al nostro convegno nazionale, dove avremo insieme la possibilità di far sentire la voce dell’associazione su temi delicati e fondamentali come la cultura dell’infanzia e la promozione e la tutela dei diritti dei bambini in quanto bambini, dal diritto al gioco, al diritto all’ istruzione, al diritto al rispetto della propria individualità e della propria integrità psico- fisica. Perché se il foro competente cambia resta immutato il diritto del cittadino, soprattutto se piccolo di età, di ricevere la migliore assistenza possibile; allo stesso modo, resta immutato il dovere dell’avvocato specialista di garantire ed offrire, con l’ausilio prezioso di chi opera nella specifica realtà, la migliore difesa possibile.

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8 la voce del sostenitore LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 La Carta dei diritti del bambino prematuro di Maria Rosaria Lanza* La gravidanza é uno degli eventi più intensi e delicati della vita della donna e della coppia. La nascita prematura, avvenuta senza aver completato la 37a settimana di gestazione, rappresenta attualmente un evento estremamente traumatico e sempre più frequente. Nell’ultimo triennio, il 6,9% delle nascite in Italia è avvenuto prima del termine, le cause possono essere molteplici, ma l’impatto emotivo che ne deriva è decisamente forte ed è fondamentale garantire un’assistenza medica specifica neonatologica e psicologica rivolta a questi neonati ed alle loro famiglie. La neonatologia ha mostrato evidenti progressi negli ultimi anni con conseguente rilevante aumento della sopravvivenza neonatale, che ha raggiunto valori anche superiori al 90%. Infatti la possibilità di sopravvivenza, proporzionale al peso e all’età gestazionale, si è spostata sempre più in basso sia per il peso (anche di 500 grammi!) che per l’età gestazionale (anche di 23 settimane!). In un’ottica di “moderna“ neonatologia, i fattori che hanno consentito questi risultati sono molteplici: • aspetti organizzativi delle cure perinatali (coerenza di cura tra livelli ostetrici e neonatologici, con centralizzazione delle gravidanze ad alto rischio e formazione avanzata del personale di assistenza ostetrica e neonatologica); • miglioramenti clinici specifici verso la prevenzione della prematurità; • maggiore attenzione alla gestione degli aspetti comportamentali e relazionali del soggetto prematuro; • assistenza personalizzata e modulata in base alla valutazione comportamentale di ogni singolo neonato ed interventi individualizzati; • metodiche che promuovono il rapporto tra la madre e il proprio bambino, e promozione dell’allattamento materno. Fondamentale soprattutto in caso di nascita prematura poiché in questi casi, la composizione del latte materno evolve con il neonato, aiutando il piccolo a completare lo sviluppo neurologico. Ma non basta, bisogna tener presente che alla fine del suo percorso ospedaliero il neonato necessita, per il rischio evolutivo connesso alle sue caratteristiche e alla patologie che ha presentato in epoca neonatale, di un followup multidisciplinare che ne segua lo sviluppo fisico e psicomotorio nella sua globalità. Infatti, nonostante i miglioramenti assistenziali , circa il 10% dei neonati con un peso alla nascita inferiore a 1500 grammi presenta una problematica grave a distanza (paralisi, broncodisplasia, cecità, sordità), mentre il 20% presenta disturbi “minori” dello sviluppo che possono configurarsi come disturbi di attenzione, comportamento e apprendimento. È perciò fondamentale che il piccolo sia inserito in un programma di follow up che si propone da un lato l’individuazione precoce di eventuali disabilità o disarmonie di sviluppo, dall’altro la formulazione di proposte di Lavoro di squadra per i diritti dei più piccoli

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LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 intervento, considerando e integrando sia gli aspetti organici, sia le difficoltà funzionali dello sviluppo somatico, psicomotorio ed emotivo. Il servizio di follow up deve affiancare l’assistenza del pediatra curante e fungere da riferimento, guidando il bambino e la sua famiglia, soprattutto in caso di patologia, nel difficile percorso del programma riabilitativo. Nel caso di un neonato che nasce prematuro, appare evidente quanto sia importante che tutti i professionisti presenti nel punto nascita (neonatologi, infermieri, psicologi, fisiatri, fisioterapisti) siano in grado di offrire un aiuto professionale per far si che un figlio prematuro non costituisca un limite per l’evoluzione positiva della propria famiglia, bensì una grande risorsa. Per tali ragioni la prematurità e all’attenzione delle istituzioni anche con iniziative legislative, mirate ad assicurare ad ogni bambino prematuro tutte le cure di cui ha bisogno, tenendo in considerazione anche l’importante la voce del sostenitore ruolo delle famiglie e il supporto di cui esse necessitano in caso di nascita pretermine. A tal proposito grazie all’impegno ed alla proattività dell’Associazione Vivere è stato costituito un prestigioso gruppo di esperti nell’ambito della neonatologia, della ginecologia, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del Terzo Settore, che ha dato alla luce nel 2011 il Manifesto dei diritti del bambino nato prematuro: primo ed unico esempio al mondo di percorso codificato, al quale potranno ispirarsi tutti gli individui, le organizzazioni nazionali ed internazionali e le Istituzioni che collaborano per migliorare la salute dei bambini nati prematuri e la qualità di vita dei loro familiari. Questo importante documento è stato presentato ufficialmente all’Ospedale Monaldi di Napoli, per sottolineare l’attenzione del coordinamento VIVERE per la realtà meridionale, ancora poco attrezzata per rispondere adeguatamente ai bisogni dei prematuri e delle loro famiglie. Fa parte del Coordinamento Nazionale Associazioni a sostegno dei Bambini Prematuri VIVERE ONLUS, l’Associazione Genitori Bambini Prematuri “IL BRUCO, una ONLUS (www. ilbrucotin.it) nata il 28 Dicembre 2006 presso la Terapia Intensiva Neonatale (TIN) dell’Ospedale SS Annunziata di Napoli. L’Associazione Il BRUCO, è la risposta che genitori, personale medico ed infermieristico della TIN dell’Annunziata, hanno deciso di dare all’evento della nascita prematura, per supportare la Sanità locale nel sostegno ai bambini ed alle famiglie che devono affrontare questo difficile ed ancora poco noto percorso. Ad oggi siamo riusciti a raggiungere i seguenti obiettivi: Sostenere famiglie in difficoltà per l’acquisto di beni di prima necessità, principalmente latte e pannolini Donare alla TIN una macchina sterilizzatrice nel 2008, una culletta termica nel 2009, un sistema per il condizionamento dei gas in ossigenoterapia con miscelatore elet- 9 tronico aria/ossigeno, flussometro e ossimetro integrati nel 2010 ed un videoencefalografo nel 2013. Il nostro sogno però è di avere una sede fisica in ospedale, dove ospitare i genitori, rispondendo ai lori dubbi e domande, supportandoli psicologicamente durante la permanenza in TIN dei loro bambini e permettendo alle mamme di tirare il latte da donare vicine ai loro piccoli. Incoraggiandole nell’allattamento. Fondamentale per il corretto sviluppo neurologico dei prematuri. L’associazione promuove anche la creazione di GAS (Gruppi di acquisto solidale) e facilita il baratto e/o la donazione di corredini tra le famiglie aderenti. “IL BRUCO” è un’associazione a carattere volontario e, come tale, vive grazie alle iscrizioni dei soci ed alle donazioni dei singoli, di enti pubblici e privati. L’iscrizione dà diritto alla tessera associativa, con la possibilità di partecipare a tutte le nostre assemblee (con diritto di voto) ed iniziative. Presidente Associazione “Il Bruco” - Napoli da pagina 7 Linee guida per un progetto condiviso l’adozione dei Regolamenti cosiddetti di Bruxelles I, II, II bis (GUUE L 338 del 23/12/2003) riguardanti il “Riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni giurisdizionali in materia di separazione, divorzio e responsabilità genitoriale” e del Regolamento 1259/10 “Relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale” ( GUUE L 343/10 del 29/12/2010). Ci troviamo di fronte ad una graduale erosione delle competenze statali in materia familiare da parte delle Istituzioni europee che, per disciplinare un ambito che si colloca al di fuori dei meccanismi di comunitarizzazione, hanno ugualmente utilizzato Regolamenti vincolanti per gli Stati membri, atti tipici delle competenze di attribuzione. In altri termini la ratio del legislatore comunitario è stata quella di assicurare una certa omogeneità tra le norme nazionali relative alla competenza giurisdizionale ed al riconoscimento delle sentenze, allo scopo di garantire la più agevole circolazione delle persone, libertà questa che si colloca alla base della creazione del Mercato Unico. La libera circolazione delle persone, infatti, può intendersi effettiva e piena solo se il soggetto può far valere le proprie posizioni giuridiche, sia nel Paese d’origine che in quello di destinazione, e tali posizioni possano risultare protette. Un approccio questo condiviso e ribadito dalla Corte di Giustizia comunitaria che nelle sue pronunce in materia ha legittimato la validità della teoria dei “poteri impliciti” (oggi art.268), che consente all’UE di intervenire anche in materie non previste dal Trattato, purché risultino funzionali alla realizzazione del Mercato Unico. La teoria dei poteri impliciti si colloca all’estremo opposto della tendenza ad una interpretazione restrittiva delle norme del Trattato, in quanto rappresenta un ulteriore strumento a disposizione delle Istituzioni europee per l’esercizio delle loro funzioni, purchè rimanga nei limiti di una interpretazione estensiva e analogica. Va tuttavia rilevato che, proprio nelle materie riguardanti il diritto di famiglia la Corte ha addirittura stravolto l’art.268, ricavando nelle sue pronunce veri e propri principi interpretativi, in grado di ridurre ancora di più il campo d’azione degli Stati a vantaggio dell’UE. Anche la Commissione Europea in diverse Comunicazioni e Risoluzioni, al fine di “facilitare il reciproco riconoscimento in nuovi settori come lo Status civile delle persone, le relazioni familiari o civili (convivenza), la filiazione”, ha ribadito l’esigenza di sostenere quel processo di graduale ravvicinamento delle legislazioni nazionali, che devono continuamente misurarsi con le trasformazioni sociali in atto delle famiglie come: la diminuzione del numero dei matrimoni e nascite, l’aumento delle separazioni e dei divorzi, le unioni di fatto, l’affermarsi delle reti parentali “miste” e “composite”, le nuove forme di genitorialità rese possibili dalle tecniche di fecondazione assistita. Dietro l’apparente caos delle forme familiari presenti nello scenario europeo e delle differenti misure di politica familiare attuate dagli Stati membri è necessario individuare un modo nuovo di concepire il welfare familiare che, sulla base delle buone prassi emerse dagli interventi in favore della genitorialità attuati in Europa, deve necessariamente assumere le dimensioni: relazionale, rivolta non solo agli individui ma anche alle relazioni familiari; sussidiaria, cioè in grado di sostenere le domande di servizi da parte delle famiglie; societaria, cioè capace di mobilitare la società civile (associazioni di terzo settore, privato sociale) mediante interventi di rete basati su partnership tra tutti gli attori pubblici e privati coinvolti. A differenza di altri Stati più virtuosi come i paesi Scandinavi (Svezia, Finlandia e Norvegia), la Danimarca e per certi aspetti la Francia e la Germania, il caso Italia è abbastanza unico nel panorama europeo, non tanto per la “morfogenesi” precedentemente descritta, ma per il fatto che le politiche pubbliche hanno posto l’accento prevalentemente su interventi minimali a sostegno della genitorialità, intervenendo in favore delle famiglie solo in caso di rischio povertà o di estremo disagio. Si è trattato prevalentemente di interventi a carattere assistenzialistico ex post, che non hanno tenuto conto della necessità di far fronte alle problematiche familiari sulla base di approcci integrati e basati su logiche di empowerment, così come previsto dalla Legge 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” che, all’art.16, riconosce e valorizza il ruolo attivo delle famiglie nella proposta e offerta di servizi, in ossequio al principio di sussidiarietà. Purtroppo però il sistema italiano si è caratterizzato per la mancata sussidiarietà nei confronti delle famiglie, addirittura sembra configurarsi una sussidiarietà alla “rovescia”, in quanto le famiglie negli ultimi anni hanno compensato le carenze del welfare pubblico. Da quanto detto non può quindi essere sottovalutato il valore fortemente simbolico del graduale processo di armonizzazione del diritto di famiglia in Europa, processo che ha trovato rinnovato impulso a seguito del Trattato di Lisbona, che ha reso vincolante per gli Stati la Carta dei diritti fondamentali, che sancisce principi e valori comuni anche con specifico riferimento alla sfera familiare. Così, nel panorama europeo che si presenta estremamente variegato per ragioni storiche, culturali e religiose, appare sempre più evidente come lo sforzo compiuto dalle Istituzioni comunitarie per fondare una competenza europea in materia familiare possa contribuire ad individuare meccanismi di compatibilità tra le diverse legislazioni nazionali, in grado di agevolare il processo di armonizzazione in atto. *Professore Associato Università Suor Orsola Banincasa

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10 focus fiscale LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 Presupposti e misura dell’attribuzione al coniuge divorziato di Elisa Gioia* Il diritto ad una quota dell’indennità di fine rapporto spettante all’altro coniuge, previsto e disciplinato dall’art. 12 bis, legge 898/1970 (aggiunto dall’art. 16 legge 6/3/1987 n. 74), sorge in presenza di tre presupposti: • il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio; • il mancato passaggio a nuove nozze del richiedente; • la titolarità di un assegno di divorzio. In relazione a tale ultimo punto la Corte di Cassazione (sentenza 6 giugno 2011 n. 12175) ha precisato che il diritto alla quota di indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge deve essere interpretato nel senso che esso sorge quando l’indennità sia maturata al momento o dopo la proposizione della domanda di divorzio e, quindi, anche prima della sentenza di divorzio, benchè l’assegno divorzile non sia, in tale momento, ancora stato liquidato: è infatti sufficiente la contestuale formazione del giudicato sulle due domande. La domanda della quota di TFR è, dunque, ammissibile nello stesso processo in cui sia domandato l’assegno di divorzio, tanto da considerarsi tempestiva anche se formulata nelle note di replica (Cass. civ. 14/11/2008 n. 2733). Un’interpretazione sistematica della norma porta ad affermare che il diritto alla quota sorge soltanto se l’indennità venga a maturare dopo la proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio; il precetto normativo, pertanto, non può riguardare le indennità concretamente riscosse (e quindi non soltanto maturate) prima di tale giudizio. Quanto alla misura della percentuale d’indennità (“40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio”) il legislatore ha ritenuto di collegarla agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Parlando genericamente di matrimonio, peraltro, sembra considerare allo stesso modo il periodo di effettiva convivenza e quello di separazione personale. Ciò appare vieppiù discutibile, se si considera che la ratio dell’attribuzione è da ricercarsi in un contributo che si presume fornito durante il matrimonio, essendo state le somme accantonate dal datore di lavoro durante il matrimonio e quindi imputabili ad entrambi i coniugi. La presunzione opera in modo assoluto e non è consentito fornire la prova che, in particolari condizioni, questo contributo non vi sia stato. Se la prestazione, dunque, si fonda sul predetto contributo, il diritto del coniuge divorziato deve considerarsi autonomo e non avente natura personale o legato a rapporti di assistenza tra ex coniugi. Tale autonomia fa sì che il diritto dell’ex coniuge ad una percentuale dell’indennità sussista anche in caso di morte del titolare, purchè il divorziato sia deceduto dopo aver conseguito il diritto, ma prima di aver concretamente riscosso il dovuto. La quota attribuita all’ex coniuge può essere quantificata mediante una semplice formula di calcolo: TFR : AL (anni di lavoro)=QA (quota annuale) 40% di QA = Y Y per AM (anni di matrimonio) = QD (Quota dovuta) Quindi, a titolo esemplificativo, se il TFR ammonta a € 40.000,00, gli anni di lavoro sono stati 40 e il matrimonio è durato10 anni, l’indennità spettante all’ex coniuge (pari ad € 4.000,00) sarà così determinata: 40.000,00 (TFR) : 40 (AL) =1.000,00 (QA) 40% di 1.000,00= 400,00 (Y) 400,00 (Y) per 10 (AM) = 4.000,00 (QD) Nel caso in cui il titolare del TFR abbia contratto un secondo matrimonio, il nuovo coniuge potrebbe reclamare il suo 40% solo se, prima della riscossione della quota, sopraggiunga un secondo divorzio. È bene precisare che, individuata la somma cui ha diritto, l’ex coniuge non può richiedere tale indennità direttamente al datore di lavoro, in quanto il diritto del coniuge divorziato costituisce un diritto solo nei confronti dell’ex coniuge e non un autonomo diritto nei confronti del datore di lavoro. * Socio Distretto AMI Piemonte – Valle d’Aosta Trattamento ed indennità di fine rapporto Congresso Nazionale AMI: Famiglia e Violenza “ Dedicato a Lucia Annibali, l’avvocatessa sfigurata con l’acido dall’ex compagno e collega, il congresso nazionale dell’AMI di questo anno 2013. Famiglie e violenze – Strumenti di prevenzione e tutela ” Si è tenuto Roma, nella Residenza di Ripetta nei giorni 14 e 15 giugno 2013, il congresso nazionale AMI, con esperti relatori, tra i quali Nino Marazzita, Melita Cavallo, Marina Baldi, Roberta Bruzzone, Vincenzo Mastronardi, Alessandro Meluzzi, Maria Rita Parsi, Cinzia Tani, Annamaria Bernardini De Pace, Massimo Dogliotti, Alberto Figone, Cesare Rimini. La decisione di dedicare il Congresso alla Collega Lucia Annibali di Pesaro è stata immediata e naturale; la vicenda ha scosso profondamente l’opinione pubblica ed il mondo forense in particolare, atteso che lo sfregio permanente cagionatole con l’acido solforico è stato inferto dal suo ex compagno, anch’egli avvocato. Ancora una volta, vi è stata la prova che la violenza tra coniugi e/o fidanzati è trasversale, senza distinzioni di sorta. In occasione dell’evento, multidisciplinare, si è affrontato il tema doloroso della violenza in famiglia in tutte le sue forme (psicologica, economica, sessuale e fisica), con l’obiettivo di fornire un quadro chiaro anche sulle violenze considerate “minori” e sulle proposte di mezzi di prevenzione e di difesa. Le due giornate di lavori congressuali sono state suddivise in

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LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 focus fiscale 11 Bonus mobili ed elettrodomestici fino a Natale di Alessia Todaro* Si estende il bonus di detrazione del 50% per l’arredo di immobili oggetto di ristrutturazioni edilizie : non solo mobili ma anche elettrodomestici. Le Commissioni Finanza e Industria del Senato hanno approvato alcuni emendamenti al D.L. n. 63/2013 tra i quali, appunto, spicca l’estensione del bonus di cui all’art. 16 comma 2 del Decreto Legge anche all’acquisto di grandi elettrodomestici di classe energetica non inferiore alla A+. Ma partiamo dall’inizio. Il secondo comma del D.L. 63/2013 dispone che i contribuenti, che stanno ristrutturando un immobile e che beneficiano della detrazione Irpef in sede di dichiarazione dei redditi ( modello Unico o 730), possono fruire anche di un’ulteriore detrazione, sempre del 50%, per le spese documentate per l’acquisto di mobili finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione. Più semplicemente, chi effettua spese di ristrutturazione e contemporaneamente procede all’acquisto dell’arredo può aggiungere alla detrazione delle spese di ristrutturazione anche quella relativa agli arredi acquistati. Trattasi di un’agevolazione, tre moduli; il primo, in particolare, ha riguardato il Diritto Penale della Famiglia, dallo stalking agli abusi sessuali fino alla ricerca della prova. Netta la posizione dell’AMI: il femminicidio esiste ed è un fenomeno di responsabilità collettiva, che viene da lontano e che va sradicato con la indefettibile applicazione delle leggi esistenti, quindi, cumulativa e accessoria a quella assorbente della ristrutturazione dell’immobile. Il tetto massimo di spesa detraibile è pari ad euro 10.000 da ripartire, come le altre spese di ristrutturazione, in dieci rate annuali. L’efficacia della detrazione decorre dalle spese sostenute dal 6 giugno 2013 ( data di entrata in vigore del D.L. 63/2013). È importante, quindi, che a tale data i lavori di ristrutturazione siano ancora in corso e non ultimati. Ma la grande novità, meglio chiarita dalla recente Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 29/E del 18 settembre 2013, riguarda l’introduzione della detrazione spettante anche per l’acquisto di elettrodomestici necessari al completamento dell’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione. Nello specifico, tra i mobili agevolabili l’Agenzia cita, ad esempio, “letti, armadi, cassettiere, librerie, scrivanie” che costituiscono un necessario completamento dell’arredo. Non sono, invece, detraibili, le spese relative all’acquisto di porte, pavimentazioni, tende e altri complementi d’arredo. Per quel che riguarda, invece, i grandi elettrodomestici la disposizione limita il beneficio a quelli con classe energetica A+ o superiore ad A per i forni. l’approvazione di leggi nuove e la predisposizione di centri di sostegno psicologico, per prevenire, e di pronto intervento ed accoglienza, per ridurre al minimo i danni. Le leggi ci sono. Ed i campanelli di allarme pure. Le prime vanno applicate, i secondi non devono essere sottovalutati. In più, urge una riforma del diritto penale famiÈ chiaro che l’indicazione di tale dettaglio fa si che l’acquisto di elettrodomestici sprovvisti di etichetta energetica sia agevolabile solo se per quella specifica tipologia l’etichetta non è obbligatoria. In ogni caso, al fine di individuare correttamente le tipologie di elettrodomestici rientranti nell’agevolazione, un valido riferimento è l’Allegato 1 B del Decreto legislativo 25 luglio 2005 n. 151. Ma attenzione, i mobili e arredi devono essere nuovi e la ratio di tale disposizione è nello stimolo dei relativi settori produttivi di riferimento. La circolare, infatti, ricorda che sebbene tale disposizione non sia prevista espressamente, il requisito deve ritenersi assolutamente implicito nella disposizione. Inoltre il collegamento richiesto dalla norma tra acquisto di mobili ed elettrodomestici e immobile oggetto di ristrutturazione deve sussistere tenendo in considerazione l’immobile nel suo complesso e non del singolo ambiente. Ad esempio non rileva se l’acquisto del mobile nuovo o dell’elettrodomestico sia destinato ad un ambiente della casa che non è stato ristrutturato. È fondamentale, però, che almeno un altro ambiente liare, posto che le pene previste per molti reati sono del tutto simboliche e non efficaci. E non solo. Occorre stroncare subito il fenomeno delle prescrizioni dei reati e costituire nei Tribunali sezioni penali con magistrati specializzati in materia, che sappiano intervenire con la massima tempestività. Comunicato stampa – dall’archivio AMI dell’immobile abbia avuto un qualche intervento edilizio. Inoltre rientrano nel conteggio delle spese detraibili anche quelle relative al trasporto e al montaggio degli arredi ed elettrodomestici. Non ci sono particolari comunicazioni da fare al Centro Operativo di Pescara ( adempimento eliminato già dall’anno 2011) ma è fondamentale conservare tutta la documentazione idonea che comprovi gli acquisti e gli interventi realizzati. Nel merito, appare doveroso precisare che gli acquisti devono essere documentati da fattura con la consueta specifica della natura, quantità e qualità dei beni e servizi acquistati ( e non ricevuta fiscale e/o scontrini – documentazione, invece, valida al fine delle altre tipologie di spese detraibili in dichiarazione, quali ad esempio le spese sanitarie). Invece, dal fronte dei pagamenti, risultano vali, oltre i bonifici cosiddetti “parlanti” ovvero con indicazione del codice fiscale, anche i pagamenti effettuati con bancomat e carte di credito. Quest’ultima appare, senza ombra di dubbio, un’importante semplificazione ed in questo caso la documentazione da conservare sono le ricevute di transazione. Farà fede come data di pagamento il giorno di utilizzo della carta di credito o di debito da parte del titolare e non il giorno di addebito sul conto corrente dello stesso. Ecco perché rileva la ricevuta telematica della transazione. Non contemplati, invece, i pagamenti effettuati con altri mezzi di pagamento, quali assegni bancari e contanti. Infine, relativamente al tetto massimo di spesa detraibile per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici appare importante specificare che il tetto massimo di euro 10.000 è riferito alla singola unità immobiliare, comprensiva delle pertinenze oggetto della ristrutturazione. I dati catastali dell’immobile oggetto di ristrutturazione dovranno essere indicati in dichiarazione dei redditi, a prescindere dal numero di contribuenti che partecipano alle spese. Inoltre, al contribuente che esegue lavori di ristrutturazione e acquista arredo ed elettrodomestici per più immobili, la detrazione fino a 10.000 euro spetterà per ciascuna unità abitativa. Così come in caso di immobile in comproprietà, il limite di euro 10.000 va ripartito tra tutti comproprietari. * Socio sostenitore Ami Napoli

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12 nota a sentenza LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 La violenza sessuale intrafamiliare e i cosiddetti doveri coniugali Il fatto diventa rilevante per il diritto quando l’astensione dai rapporti sessuali, non è frutto di un accordo più o meno tacito o più o meno subito, ma è espressione di repulsione e totale disinteresse nei confronti del coniuge e sintomo di mancanza di comunione di affetti. Nella fattispecie, il Tribunale di Firenze aveva trattato una causa di separazione rigettando la domanda di addebito del marito respinto, fondando la propria decisione sull’assunto secondo cui il fine del matrimonio non è la “sedatio concupiscentiae” e cioè l’appagamento sessuale che se ne trae. Inoltre, secondo il giudice di primo grado, il rifiuto di intrattenere rapporti sessuali non contrasta con i doveri coniugali e comunque il marito avrebbe tollerato senza troppo discutere la situazione per ben sette anni. La donna, infatti, dopo la nascita della figlia, aveva cominciato a rifiutare rapporti col marito fino ad escluderlo fisicamente dalla camera da letto. La Corte d’Appello ha ribaltato la decisione di primo grado sostenendo che l’intimità sessuale è uno dei fini essenziali del matrimonio. Quando il rifiuto del sesso diventa perdurante nel tempo, si tramuta in rifiuto della persona in toto e reca una grave offesa personale al partner. La Corte ha rilevato inoltre che il marito non era rimesto inerte ma aveva più volte spinto la compagna ad ottenere un sostegno psicologico che potesse risolvere il problema, ma senza alcun risultato. La separazione era stata pertanto addebitata alla moglie. La Cassazione aveva di recente esaminato una situazione analoga nella sentenza n. 6276/2005. In questo caso era stato il marito che per sette anni si era astenuto dall’avere rapporti sessuali con la moglie come reazione ad un comportamento della stessa, ritenuto contrario ai doveri matrimoniali, che consisteva nell’essersi schierata con il fratello piuttosto che con il marito, in una lite di lavoro. La Suprema Corte aveva dunque valutato il nesso causale delle due condotte nell’aver determinato la fine dell’unione matrimoniale, ma aveva ritenuto sproporzionata la condotta del marito e stabilito che l’intollerabilità della convivenza era stata originata dal suo comportamento, e pertanto la separazione era a lui addebitabile. Secondo i giudici della Consulta, il rifiuto alla prestazione sessuale rende impossibile al partner il soddisfacimento delle proprie esigenze di vita sul piano affettivo e l’esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato. La giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che nell’ipotesi in cui i fatti accertati a carico di un coniuge integrino violazione di norme di condotta imperative ed inderogabili, perché attaccano beni e diritti fondamentali della persona, come l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale e la dignità dell’altro coniuge, non possono neppure essere oggetto di giudizio di comparazione, perché non giustificabili come atti di reazione o ritorsione rispetto al comportamento dell’altro (Cass. Civ. n. 15101/2004, e Cass. Civ. n. 5397/1989). «Il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge, poichè, provocando frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner, configura e integra - affermano i supremi giudici - violazione dell’inderogabile dovere di assistenza morale che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca la comunione coniugale». Un comportamento del genere - prosegue l’alta Corte nella sentenza 19112 - non può «in alcun modo essere giustificato» e «legittima pienamente l’addebitamento della separazione, in quanto rende impossibile al coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze affettive e sessuali e impedisce l’esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato». Qualora poi la condotta del coniuge sia connotata da una particolare gravità intrinseca e sia tenuta con modalità tali da ledere diritti e prerogative personali del coniuge che la subisce, allora si realizzerà un danno ingiusto che non può trovare ristoro nella sola pronuncia di addebito, ma va trattato quale fatto illecito, dando luogo al risarcimento del danno. Con riferimento invece agli aspetti penalistici, il riconoscimento che possa esservi violenza sessuale anche tra coniugi è una conquista relativamente recente. Per tutti gli anni ‘50 i Giudici riconoscono l’obbligo, da parte della donna, di concedersi sessualmente come “re medium concupiscentiae” a beneficio dell’altro coniuge, oppure nel fine supremo della continuità della famiglia. In Italia risale al 1976 la prima decisione della Cassazione (Cass. Pen. n.12857 del 16/2/76), con la quale si riconosceva la violenza carnale anche quando era perpetrata da un coniuge ai danni dell’altro, pur se la punibilità veniva limitata ai soli casi in cui la condotta si realizzava in modo violento. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – nella decisione del 22 novembre 1995 – chiamata a pronunciarsi su una questione procedurale ha, incidentalmente, negato l’esistenza di una scriminante in capo ad uno stupratore che rivesta la qualità di coniuge. Il concetto di violenza sessuale non è, pertanto, suscettibile di connotazioni diverse tra estranei o nei rapporti tra coniugi, godendo senza alcun dubbio anche il coniuge del diritto insopprimibile ed inviolabile di disporre liberamente del proprio corpo a fini sessuali. Purtroppo e troppo spesso episodi di violenza sessuale si verificano all’interno delle mura domestiche con tutte le implicazioni che questa comporta perché la violenza sessuale tra coniugi è ancora più difficile da denunciare per il rapporto di vincolo psicologico che vi è tra i coniugi oltre alle dinamiche psicologiche che legano la vittima al suo carnefice. Occorre però tenere presente che secondo la migliore dottrina “il diritto ad avere rapporti sessuali” non è concepibile, giuridicamente, né nel matrimonio né, tanto meno nella convivenza. Esigere pertanto dal proprio coniuge o “partner convivente”, una qualsiasi forma di prestazione sessuale, facendo ricorso alla prepotenza fisica o psicologica, comporta, in ambito giuridico, la commissione del delitto di “stupro”. Dal matrimonio non scaturisce un “diritto all’amplesso” tra coniugi. Il marito che costringe la moglie a fare sesso può essere condannato per il reato di violenza sessuale. La configurabilità del delitto di violenza sessuale anche all’interno del menage coniugale o paraconiugale rappresenta un importante riconoscimento a favore delle donne e delle mogli che nasce dalla considerazione del disvalore insito negli abusi sessuali da chiunque subiti. Non si può pensare che la violenza carnale è semplicemente un rapporto sessuale al quale una parte non acconsente, né la mera imposizione di un’intimità non voluta o la lesione della libertà e dell’autonomia personale, ma un crimine di umiliazione, di sopraffazione e di soggiogazione, destinato a provocare nella vittima profonde ferite, fisiche e psichiche. Tali caratteristiche si rinvengono, identiche se non peggiori, anche nel caso di violenza sessuale perpetrata dal marito. Non può pertanto affermarsi che una donna, per il solo fatto di essersi sposata, abbia inteso consentire, implicitamente ed anticipatamente ad un atto di tal genere, né di aver ratificato tutti i futuri rapporti sessuali violenti o meno. Un risalente orientamento dottrinale diffuso tra gli anni trenta e (continua a pag. 13) di Katia Lanosa* Il reato di violenza sessuale sussiste anche se consumato nei confronti del coniuge? Si. Tale conclusione, oggi pacificamente assunta nella giurisprudenza, non era così scontata fino ad alcuni decenni or sono, in quanto prima della riforma dello stato di famiglia si riteneva che le relazioni sessuali tra coniugi fossero fondate su un vero e proprio jus in corpus; vale infatti la pena di ricordare che fino alla riforma del 1975 la posizione della donna appariva di estrema subordinazione. Sotto il profilo civilistico gli obblighi nascenti dal matrimonio non comprendono espressamente un dovere di soddisfazione sessuale del coniuge. Tale onere viene implicitamente fatto rientrare nell’obbligo di assistenza morale e materiale ex art. 143 c.c., benché ciò non possa comunque legittimare alcuna violazione o coercizione della libertà sessuale altrui, la quale costituisce, di per se stessa un diritto personalissimo. Infatti, nell’atto sessuale non si manifesta una reciproca disposizione del proprio corpo ad opera del partner ma solo un’espressione concreta del diritto di libertà. Con il matrimonio si acquista perciò un generico diritto alla copula, diritto che ciascun coniuge può far valere nei confronti dell’altro, benché in modo non coartato. Se pertanto, da un lato, l’atto sessuale rientra ancora tra i doveri coniugali, occorre rilevare che tale violazione può integrare unicamente sanzioni di natura civile, quali ad esempio l’addebito della separazione e, se ne ricorrono gli estremi il risarcimento del danno, ma non può in alcun modo giustificare la coercizione dell’atto sessuale da parte del partner. Sul punto è intervenuta di recente la Corte di Cassazione I Sezione Civile con la pronuncia del 6/11/2012 n. 19112 che ha affrontato nuovamente il problema dei cosidetti “matrimoni bianchi” che secondo una ricerca condotta dalla Nostra Associazione costituiscono il 30% dei matrimoni e riguardano soprattutto le coppie over quaranta.

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LEX FAMILIAE luglio|settembre 2013 gli anni settanta riteneva non configurabile la congiunzione carnale violenta in danno del coniuge ma non dobbiamo stupirci di questo visto che ancora oggi in alcune democrazie occidentali è lecito che il marito ottenga il congiungimento con la moglie (il cosiddetto debito coniugale) con la forza o con minacce; ancora, in alcuni stati degli USA è ammesso dalla legge il “marital rape exemption” (esenzione dallo stupro maritale), che rende legale lo stupro all’interno della coppia sposata, il diritto del marito si fonda su una tesi aberrante: col matrimonio la moglie avrebbe prestato un consenso a priori rispetto a tutti gli atti sessuali futuri pretesi dal marito. Tale arcaico orientamento non può essere accolto perché trascura del tutto il rispetto e la dignità della persona, ed in particolare del coniuge. Di conseguenza, in giurisprudenza, in tema di reati sessuali, si è ritenuto sussistere violenza sessuale anche quando la moglie non si oppone al rapporto sessuale, al quale acconsente in quanto costretta dai pregressi comportamenti di minaccia e violenza posti in essere dal coniuge e per lo stato di sottomissione derivante dall’essere anche vittima di continui maltrattamenti; tale condizione di implicito dissenso è certamente conosciuta o conoscibile dall’autore della violenza sessuale (cfr. Cass. Pen., Sez. III n.35242 del 20/10/06). Con un orientamento mi- nota a sentenza noritario, la Suprema Corte ha affermato che nelle coppie regolarmente sposate esiste un diritto al normale svolgimento dei rapporti sessuali, per cui in caso di separazione, tale diritto-dovere viene meno, con la conseguenza che è astrattamente configurabile il reato di violenza sessuale (Cass. Pen., Sez. III n.42979 del 21/11/07). Sull’argomento, recentemente, la Corte di Cassazione ha statuito che può sussistere violenza sessuale, anche nel caso in cui la moglie rifiuti silenziosamente il rapporto sessuale per evitare scenate, laddove, comunque, il marito ne sia a conoscenza (Cass. Pen., Sez. III n. 13983 del 3/4/2008) né sussiste un diritto dovere dei coniugi al rapporto sessuale, durante la vita matrimoniale. Occorre evidenziare anche tre recentissimi orientamenti della Suprema Corte. Come ribadito dalla pronuncia della Cassazione Penale, Sez. III n. 29514 del 22/7/2011, i rapporti sessuali imposti con violenza alla moglie contro la sua esplicita e manifesta volontà costituiscono condotte che integrano, senza ombra di dubbio gli elementi costitutivi, soggettivo e oggettivo, del reato continuato di violenza sessuale ex art. 609-bis c.p. Secondo altra pronuncia della Cassazione Penale, Sez. III n. 30364 del 1/8/2011, i rapporti sessuali laddove imposti con la forza dell’uomo, restano violenti (nel caso di specie, l’uomo – dopo aver immobilizzato con le mani la moglie – le imponeva rapporti sessuali, senza aderire affatto alle richieste del coniuge di effettuare la necessaria igiene del proprio corpo). Ci si chiede se nell’ipotesi in cui si costringa la convivente a praticare rapporti sessuali non tradizionali si possa configurare il reato di violenza sessuale. Ebbene è responsabile del delitto continuato di cui all’art. 609 bis c.p., commesso in danno della convivente, il soggetto che l’ha in più occasioni costretta ad avere rapporti anali e orali contro la sua volontà: Nel caso di specie, la vittima era pienamente capace di distinguere tra rapporti consentiti e non consentiti e tra rapporti normali, nel senso di vaginali – rispetto ai quali non era stata dedotta violenza ma solo un’accettazione controvoglia – e rapporti anali o orali, che la medesima invece aveva dichiarato di essere stata costretta a subire contro la sua manifestata volontà e con la forza, in almeno 4 occasioni (cfr. Cass. Pen., Sez. IV n. 36073 del 5/10/11). Da questa carrellata giurisprudenziale emerge, in tutta evidenza come le problematiche connesse alla violenza sessuale tra coniugi investono più propriamente l’aspetto probatorio. All’interno del legame coniugale, infatti, può risultare più ardua che altrove sia la prova dell’espressione del dissenso che della 13 violenza stessa. Secondo la giurisprudenza, non vale infatti a costituire una legittima condanna per violenza sessuale la semplice dichiarazione della presunta vittima o la prova di un rapporto violento essendo tale modus talvolta voluto dal partner. A ciò si aggiunga che l’ordinamento penale non prevede una aggravante speciale riconnessa al rapporto di coniugio, potendo trovare applicazione quella generale prevista dall’art. 61 n.11 c.p. (l’aver commesso il fatto con abuso di autorità…di relazioni domestiche). Viceversa, con legge 20 giugno 2008, n.97, l’ordinamento sanmarinese ha recentemente introdotto un’aggravante specifica alla violenza sessuale perpetrata da parte del coniuge, del convivente more uxorio nonché da parte di colui “che ha o ha avuto una relazione affettiva con la vittima”. Quanto mai attuali risultano, allora, le vecchie discussioni in tema di libertà sessuale all’interno del matrimonio a fronte di dati statistici che pongono in risalto l’allarmante diffusione di violenze fisiche e sessuali sulle donne all’interno delle mura domestiche e un interrogativo prevale su tutti: saranno sufficienti le recenti norme introdotte in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere per arginare l’escalation di violenza contro le donne? * Tesoriere AMI Nazionale, Presidente AMI Emilia Romagna Un Fondo di Garanzia e di Solidarietà per le donne maltrattate di Gian Ettore Gassani* Finalmente il Senato ha approvato il decreto legge per porre argine alla violenza in famiglia, allo stalking e più in generale all’odioso fenomeno del femminicidio. Si tratta di un passo avanti. Su questo non c’è dubbio. L’AMI da sempre aveva invocato, anche con due congressi nazionali, il varo di una legge che mirasse a prevenire e a reprimere l’intollerabile fenomeno delle violenze intrafamiliari e contro le donne. Ecco i punti salienti di tale decreto: 1. Pene più severe: aumento di un terzo della pena se alla violenza assiste un minore e/o se la vittima è in gravidanza e/o se la violenza è commessa dal coniuge (anche se separato) e dal compagno ( anche se non convivente); 2. Arresto obbligatorio in flagranza: previsto per i reati di maltrattamenti e stalking. Le Forze dell’Ordine saranno obbligate al fermo di colui che viene sorpreso in un atto di violenza domestica o di stalking; 3. Allontanamento del coniuge violento da casa: le Forze dell’Ordine hanno la possibilità di allontanare il coniuge o il convivente da casa se sussiste un rischio per l’integrità fisica della donna. I destinatari di questo provvedimento potranno essere controllati attraverso il braccialetto elettronico; 4. Querela irrevocabile per violenze e maltrattamenti: si intende con tale disposizione evitare il rischio di pressioni al fine di far rimettere la querela alla persona offesa; 5. Causa giudiziaria preferenziale: i tribunali daranno precedenza ai processi per femminicidio e maltrattamenti; 6. Patrocinio gratuito per chi è vittima di stalking o di maltrattamenti; 7. Permesso di soggiorno alle vittime straniere; 8. Vittime informate sull’iter giudiziario: le vittime saranno costantemente informate sulla posizione giudiziaria dell’indagato (se si trova in carcere o in libertà etc.). Si tratta di misure importanti che però hanno dato spazio a vivaci confronti tra gli addetti ai lavori. Le questioni più controverse hanno riguardato e riguardano ancora l’irrevocabilità della querela (per i maltrattamenti già si procedeva d’ufficio) e il potere delle Forze dell’Ordine di allontanare il coniuge/compagno violento da casa. Rendere irrevocabile la querela per stalking, secondo l’avv. Valerio Spigarelli (Presidente Nazionale Unione Camere Penali) potrebbe vanificare la possibilità di individuare una spontanea inversione di rotta dello stalker, mentre il potere attribuito alle Forze dell’Ordine di allontanare il violento, senza il vaglio di un giudice, potrebbe dare corso ad eccessi ed abusi. Grande soddisfazione generale si è registrata per l’adozione del braccialetto elettronico di cui l’AMI aveva invocato a gran voce l’utilizzo. L’unico sistema per monitorare uno stalker (e talvolta una stalker) è questo. È noto, infatti, che il 40 % delle denunce contro i molestatori non solo non hanno fatto desistere i carnefici, ma li hanno addirittura incattiviti fino ad arrivare al gesto estremo. Resta però da fare una considerazione piuttosto amara. Come tutti i decreti “a costo zero” si cerca di risolvere problemi sociali con i pannicelli caldi. Il 70% delle donne vittime di violenza non sporge denuncia per paura che la carcerazione del loro carnefice determini l’impossibilità della famiglia di sopravvivere. Mandare in galera un marito o un convivente more uxorio spesso significa andare sul lastrico con i figli. Questo dato non è stato valutato dal legislatore. Orbene, se da un alto la legge 154/01, introducendo gli ordini di protezione sia in sede civile che penale, ha previsto che il giudice possa obbligare il presunto colpevole (allontanato da casa) di erogare una somma mensile a titolo di mantenimento della famiglia, vi è da ricordare che in corso di misure cautelari custodiali tale garanzia economica scompare. Che fare in questi casi? Occorre garantire la sopravvivenza alle donne e ai loro figli se si vuole incentivare le vittime a denunciare i carnefici. Dunque occorre istituire un Fondo di solidarietà e garanzia che provveda in casi estremi al sostentamento delle vittime. Se non si investe nella lotta alla violenza intrafamiliare, anche in termini di sostegno economico, non ci sarà braccialetto elettronico che tenga e tutto rischierà di restare come prima. Presidente Nazionale AMI Non bastano i decreti a costo zero per arginare la violenza intrafamiliare

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A cura di www.pp-investigazioni.it S.r.l. info@pp-investigazioni.it AIUTO, NON CAPISCO COSA SUCCEDE A MIO FIGLIO! La tutela dei minori nell’ambito investigativo In ambito investigativo quando si parla di tutela dei minori ci si riferisce, prevalentemente, alle richieste di aiuto per la “gestione materiale” di un minore. Queste richieste, rivolte da genitori e parenti, preferibilmente sostenuti da un legale, riguardano la specifica necessità di sostegno a quel ramo della competenza genitoriale che riguarda la salvaguardia dei minori, da qualunque forma di rischio contestuale e sociale. In fase adolescenziale in particolar modo, il maggiore fattore di protezione del minore è rappresentato dalla rete familiare. I fattori di rischio, invece, sono molteplici: frequentazioni di cattive compagnie, dipendenza da sostanze stupefacenti, abuso di alcool, giochi d’azzardo, utilizzo improprio di internet, assenteismo scolastico, sono solo alcuni esempi di devianze giovanili possibili e scarsamente controllabili. CASE HISTORY Monitorare i movimenti di un ragazzo per verificare i luoghi che frequenta abitualmente ed accertare l’identità dei soggetti con cui intrattiene rapporti di amicizia o di ciclica frequentazione. Questa è la richiesta avanzata da una coppia di genitori. Sono preoccupati per gli atteggiamenti del figlio. Sospettano che il minore faccia uso di stupefacenti perché notano strani atteggiamenti, ma non sanno se attribuirli all’adolescenza che il minore sta vivendo o ad altri elementi contestuali, primo fra tutti il gruppo di riferimento del ragazzo. In base alle informazioni fornite dai genitori decidiamo di intervenire con l’osservazione statica e dinamica del soggetto, monitorandone le uscite serali e gli intervalli di tempo libero dopo l’orario scolastico. Utilizziamo uno scooter ed incarichiamo i nostri due più giovani detective che, in abbigliamento da teen-ager, si confondono negli ambienti frequentati dai ragazzi. Nei primi giorni di osservazione identifichiamo numerosi amici. Godono tutti di buona reputazione. Eppure notiamo che un gruppo ristretto di essi ha l’abitudine di appartarsi per consumare grandi quantità di bevande alcoliche, ponendo in essere comportamenti “da bullo” nei confronti degli altri amici coetanei, caratterialmente più introversi. I dubbi dei genitori sono fondati. Il minore non fa uso di sostanze stupefacenti, ma di sostanze alcoliche, altrettanto pericolose per un giovane in pieno sviluppo fisico e sociale. Gli atteggiamenti del figlio sono la logica conseguenza delle cattive abitudini legate alle sue frequentazioni. I genitori hanno deciso di intervenire con modalità di correzione mirate. Il ragazzo ha ripreso il ritmo di studi, riportando risultati soddisfacenti e adottando un comportamento che non è stato più motivo di preoccupazione per i suoi genitori. Gli incarichi investigativi dell’ambito minorile dunque, si configurano come quegli interventi finalizzati alla risoluzione della “preoccupazione” familiare legata al benessere della propria prole. Sopraggiunto un dubbio, si cercano strumenti conoscitivi che permettono di avere informazioni necessarie a chiarificare il quadro della situazione. La funzione dell’avvocato in questi casi è quella di “fiduciario” e “consigliere” familiare, che supporta tecnicamente questo delicato momento della vita familiare e genitoriale, che potrebbe condurre alla scoperta di interessi dei figli fino ad allora totalmente ignorati. In questi casi la richiesta di supporto investigativo non è classicamente rivolta alla ricerca di elementi di prova validi per un successivo giudizio, a differenza dei ben peggiori casi di sospetti maltrattamenti ad esempio. Nei presunti abusi i ruoli dell’investigatore privato e dell’avvocato assumono sembianze ancor più strategiche, legate all’intelligence da mettere in campo ancor prima della denuncia alle autorità competenti. È infatti elevatissimo il “rischio” di veder magicamente dissolversi attenzioni e violenze fino ad allora ricevute dalla vittima, proprio in concomitanza con la denuncia. Ovviamente la fine delle violenze è l’intento principale, ma avere la possibilità di perseguire l’aggressore fino alla condanna, è prerogativa di mandato e di principio. In questo caso è fondamentale avere materiali audio/foto/video raccolti, nel rispetto della normativa vigente. Registriamo un incremento generale di indagini di supporto preventivo e legato proprio a sospetti maltrattamenti, ma l’incremento più sensibile lo registriamo nei casi in cui il nucleo familiare è disgregato, in fase di separazione o divorzio. Qui accade che l’investigatore privato sia incaricato da un solo genitore che sostiene maltrattamenti nei confronti del figlio da parte dell’ex coniuge. In effetti, per esperienza professionale, in alcuni casi si è avuto riscontro del presunto maltrattamento, tuttavia molto più spesso le accuse di maltrattamento vengono “usate come arma contro” l’ex coniuge ad esempio per impedire le visite ai figli all’ex partner. CASE HISTORY È questo il caso di una donna. Abbiamo ricevuto incarico dal marito per sospetta relazione extraconiugale. La donna ha la strana abitudine di uscire sempre in compagnia del figlioletto. L’uomo presume lo faccia proprio per non dare sospetti. Decidiamo di intervenire, pedinando la donna. Quel giorno incontra il suo amante in una zona periferica della città. Lei si muove con l’auto di sua proprietà, si incontra con l’uomo e, insieme, si dirigono verso il luogo prescelto per appartarsi. Notiamo che la donna fa salire l’uomo all’interno della sua auto. Anche il figlioletto è a bordo dell’autovettura, adeguatamente s e d u t o all’interno del suo seggiolino. Nel frattempo la madre sta amoreggiando con l’uomo sul sedile accanto a quello del piccolo. Le riprese video sono state sufficienti per ottenere la separazione con addebito per infedeltà coniugale e l’affido esclusivo del figlio al padre, imponendo la presenza di un assistente sociale a tutti gli incontri madrefiglio. Questo è ovviamente un caso estremo, di difficile replicazione con la nuova legge sull’affidamento condiviso, ma emblematico dell’importanza della raccolta lecita di prove da portare in sede giudiziaria. Anche casi come questo appena descritto hanno indotto P & P INVESTIGAZIONI S.r.l. a definire un processo operativo ad hoc finalizzato alla verifica dei presunti maltrattamenti e violenze sui minori, specifico nelle modalità applicativa di raccolta delle prove, seppur aderente alle necessità specifiche del caso. L’avvio delle indagini prevede il pedinamento del sospettato, quando insieme al minore. Se accade che il minore venga affidato dal sospettato a qualcuno, si procede all’identificazione ed al reperimento delle informazioni sui legami che questo ha sia con il minore che con il genitore, sulla sua vita privata e sulla condotta morale, anche nel caso di babysitter. È sempre consigliato documentare le attività che l’adulto fa con il minore, specialmente quelle che ne mettono a repentaglio la sicurezza, la tranquillità e l’innocenza. I motivi che rendono “indegno” un genitore infatti, possono riassumersi nella violenza gratuita ed eccessiva; nella mancata custodia e vigilanza sul minore; nell’abbandono, anche temporaneo; nell’esposizione del minore a situazioni o scene che possano intaccare la sua innocenza. E sono questi gli elementi che dovranno emergere dal dossier investigativo finale. Qualora poi si assista a gravi casi di indegnità, è sempre opportuno effettuare delle riprese video-fotografiche e far intervenire le Forze dell’Ordine per la fragranza del reato. CASE HISTORY Genitori e zio di un bambino di 9 anni arrivano in ufficio molto preoccupati perché il bambino ha, da poco, un’ amicizia con un uomo adulto. Mentre i genitori lavorano, lo zio si prende cura del minore che, appena può, esce per andare ad incontrare l’uomo sospetto, fa notare lo zio. Il bambino sostiene di incontrarsi con il sospettato solo per il gioco delle figurine, ma i familiari sono molto preoccupati, in particolare lo zio. È stato lui infatti a convincere i genitori a rivolgersi a P & P INVESTIGAZIONI S.r.l. Decidiamo di sorvegliare il bambino all’uscita da scuola, durante gli incontri di scambio di figurine. Identificato l’adulto e accertata l’inoffensività del sospettato, convochiamo i clienti in agenzia per informarli dell’innocua personalità del soggetto sospettato. Anche in questo caso lo zio è presente. Decidiamo di rimandare i clienti a casa. Dopo qualche giorno, prima di dichiarare definitivamente chiuso il caso, decidiamo, senza dar avviso ai clienti per evitare l’inquinamento o la distorsione della ordinaria quotidianità, di sorvegliare nuovamente il bambino. Come di consueto lo troviamo in compagnia del sospettato, intenti nello scambio delle figurine. Ma qualcosa accade dopo. Vediamo il bambino allontanarsi, seguendo la strada che conduce a casa. Il minore è strano, si guarda intorno. Sembra preoccupato. Dopo qualche metro vediamo avvicinarsi l’auto dello zio conosciuto in agenzia. Osserviamo il bambino salire in macchina e notiamo un’anomalia nel percorso scelto dall’adulto. Invece di dirigersi verso casa, lo zio si dirige verso la periferia della città. Si apparta con il bambino ed inizia ad abusare di lui. Interveniamo prontamente, bloccando il reo e chiamando le forze dell’ordine. Lo zio è stato arrestarono in fragranza di reato. L’abuso andava avanti da alcuni mesi. Come per qualunque altro intervento investigativo, anche nella tutela dei minori è la capacità tecnica e strategica degli investigatori, unitamente alla effettiva realizzazione delle violenze ipotizzate o alla presenza di comportamenti devianti nel minore, che può condurre ad un risultato. Proprio in virtù di tutti questi elementi infatti, il servizio investigativo, parimenti a quello legale, non può ritenersi un intervento di risultato, ma di processo, a supporto del cliente, con l’augurio, ad esempio, che le preoccupazioni genitoriali possano essere infondate, restituendo nuova serenità alla famiglia.

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Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani per la tutela delle persone, dei minorenni e delle famiglie AMI Basilicata Distretto di Potenza Via 2 Torri n. 33 – 85100 Potenza Tel.: 0971.274662 | Fax: 0971.26974 Email: potenza@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Gaetana Paesano Calabria Distretto di Catanzaro Via Sandro Pertini n. 6 - Castrolibero (CS) Tel.e fax: 0984.852224 Email: catanzaro@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Margherita Corriere Distretto di Reggio Calabria Via Pio XI, II Trav. Privata, n. 10 - Reggio Calabria Tel.: 0965.591778 | Fax: 0965.597701 Email: reggio-calabria@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Anna Bellantoni Campania Distretto di Salerno Corso V. Emanuele n. 58 - 84123 Salerno Tel.e fax: 098.234815 Email: salerno@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Claudio Sansò Distretto di Napoli Via Tasso 428/F - Napoli Tel. e fax: 081.19134349 Email: napoli@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Valentina de Giovanni AMI Emilia-Romagna Distretto di Bologna Via Riva di Reno n. 54 - Bologna Tel.: 051.6486263 | Fax: 051.6562872 Email: bologna@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Katia Lanosa AMI Lazio Distretto di Roma Via Ezio n. 12 - 00192 Roma Tel.e fax: 06.39754968 Email: info@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Gian Ettore Gassani AMI Liguria Distretto di Genova Piazza Sant’Agostino n. 38 – La Spezia Tel/Fax:  0187-020730  Email: genova@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Marzia Sperandeo Lombardia Distretto di Milano Largo Camussi n.5/A – 21013 Gallarate (VA) Tel.: 0331.701433 | Fax: 0331.778710 Email: milano@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Elena Menon Distretto di Brescia Via dell’Armonia n. 156 - Romano di Lombardia (BG) Tel.: 0363.902862 | Fax: 0363.902862 Email: brescia@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Nadia Carfi’ AMI Marche Distretto di Ancona Via Cardeto n. 3 - Ancona Tel. e fax: 071.202114 Email: ancona@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Massimo Micciché AMI Molise Distretto di Campobasso Via Umbria n. 170 - Isernia Tel.: 0865.270094 | Fax: 0865.270095 Email: campobasso@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Maria Bonifacio AMI AMI Piemonte e Valle D’Aosta Distretto di Torino Via Paolini - 1410138 Torino Tel.: 011/4330830 | Fax: 011/4330830 Email: torino@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Edoardo Rossi Puglia Distretto di Bari Via Imbriani n. 34/A – 70026 Modugno (BA) Tel.: 333.4739595 | Fax: 080.5328336 Email: bari@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Rosa Angela Martucci Zecca Distretto di Lecce Via Trinchese n. 61/D - Lecce Tel. e fax: 0832.452420 Email: lecce@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Lorenzo Iacobbi Sicilia Distretto di Caltanissetta Viale Gen. Ciancio n. 22 – 94015 Piazza Armerina Tel. e fax: 0935.683981 Email: caltanissetta@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Miriam Salvatrice Anna Fanella Distretto di Catania Viale della Liberta n. 221 – 95129 Catania Tel. e fax: 095.387072 Email: catania@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Paola Barbara Giurato Distretto di Messina Via F. Faranda n. 2 – 98123 Messina Tel.: 090.717669 | Fax: 090.6781402 Email: messina@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Francesco Genovese Distretto di Palermo Via Goethe n. 1 – 90138 Palermo Tel.e fax: 091.323704 Email: palermo@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Donatella Sanzo AMI Toscana Distretto di Firenze Via Curtatone e Montanara n. 31 - Pistoia Tel.: 0573.24697 | Fax: 0573.503639 Email: firenze@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Chiara Breschi AMI Trentino Alto Adige Distretto di Trento Via Pennella n. 40 - Pergine Valsugana (TN) Tel.: 0461.533978 | Fax: 0461.1860160 Email: trento@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Romina Targa AMI Umbria Distretto di Perugia Via dei Filosofi n. 14 - Perugia Tel.: 075.8522836 | Fax: 075.8521710 Email: perugia@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Enrico Serafini AMI Veneto Distretto di Venezia Galleria Brancaleon n.2, Padova Tel.: 049.661009 | Fax: 049.662242 Email: venezia@ami-avvocati.it Presidente: Avv. Valeria Quaglia

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