Theofilos Marzo 2014

 

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Rivista della Scuola Teologica di Base Arcidiocesi di Palermo Theofilos Marzo 2014

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Arcidiocesi di Palermo Rivista della scuola teologica di Base “san luca evangelista”

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2 0 1 4 Ma r z o2 0 1 4 2 0 1 3 No v e mb r e2 0 1 3 Ma g g i o2 0 1 3 Ma r z o2 0 1 3 2 0 1 2 No v e mb r e2 0 1 2 Ma g g i o2 0 1 2 Ma r z o2 0 1 2

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Numero uNico marzo 2014 AD USO INTERNo DISTRIbUzIONE GRATUITA TIRATURA: 2.500 cOpIE 2 ediToriale Tutti nella stessa “Barca” di Don Salvatore Priola area BiBlica dio Padre di Piero Conti direTTore reSPoNSaBile michelangelo Nasca 5 6 caPo redaTTore giuseppe Tuzzolino Salvatore Priola maria lo Presti giampaolo Tulumello maria catena alessandro di Trapani andrea Sannasardo redazioNe 9 area dogmaTica 10 il credo: un tesoro misconosciuto! di Giuseppe Tuzzolino 15 area liTurgica 16 Non di solo pane vivrà l’uomo di Maria Lo Presti 19 area morale 20 la Teologia morale oggi di Alessandro Di Trapani 23 il coNcilio oggi 24 due sacerdozi in un unico amore di Giampaolo Tulumello 27 SPiriTualiTà 28 giovanni Palatucci: un 'giusto fra le nazioni' di Maria Catena 30 leSSico SPiriTuale di Maria Catena 31 viTa della cHieSa 32 in preparazione al Sinodo sulla famiglia di Michelangelo Nasca 35 l’esortazione apostolica di Papa francesco Evangelii Gaudium di Silvana Morello 38 ThEOfILOS riSPoNde di Maria Lo Presti HaNNo collaBoraTo don Salvatore Priola Pietro conti giuseppe Tuzzolino maria lo Presti alessandro di Trapani giampaolo Tulumello maria catena michelangelo Nasca Silvana morello ProgeTTo grafico gianluca meschis www.widesnc.com Tutti i numeri sono online sul sito della scuola: e-mail: STamPa Wide s.n.c. www.stb.diocesipa.it theofilos2000@gmail.com Per le libere contribuzioni: Cod. IBAN: IT 95J 30690 46211 000000 06708 Intestato a: Arcidiocesi di Palermo Scuola Teologica di Base o zi Scu socia lo uce o e L T la one a d ntile c i g Ge Se a B i As CF 5 :9 X 7 5 9 72 0 0 10 0824 9 1

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Tutti nella stessa “Barca” di Don Salvatore priola ediToriale Nei nostri discorsi spesso capita di dire o sentire dire: “siamo tutti nella stessa barca!”. Lo si dice a volte con un pizzico di amarezza, a volte con un senso di rassegnazione, altre volte per esprimere una condizione che tutti accomuna e che dovrebbe essere fonte di “mezzo gaudio”. Una visione non del tutto ottimistica, mi pare, e anche di accomodante mediocrità che non si addice alla vita di chi è alla sequela del Crocifisso-Risorto! Noi siamo abitati da una speranza il cui fondamento è Dio: «non un qualsiasi dio, ma quel Dio dal volto umano e che ci ha amati fino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme» (Spe Salvi 31). Al di là dei luoghi comuni, il riferimento alla barca, sulla quale siamo in viaggio verso il compimento del Regno di Dio, può offrirci uno spunto di riflessione, ecclesiologica e pastorale, assai proficuo, al fine di accrescere il senso della nostra appartenenza alla Chiesa di Cristo e dare nuovo slancio all’azione evangelizzatrice che, come membri della Chiesa, siamo chiamati a svolgere in unione con i Pastori. Fin dal II e III secolo i padri della Chiesa, tra i quali il primo fu Tertulliano e poi Giustino, Ignazio d’Antiochia, lo Pseudo Clemente e altri ancora, fecero ricorso a questa immagine già presente nella letteratura biblica ebraica e nelle opere letterarie di natura mitologica e filosofica della classicità greca. Essa ben si prestava ad esprimere la condizione della Chiesa che, come una grande imbarcazione, trasporta uomini e donne di diversa provenienza tra i flutti tempestosi del mondo, per farli approdare al lido della salvezza. Ogni Padre della Chiesa, che ha usato questa fecondissima simbologia, arricchiva poi di significati ogni più piccolo dettaglio della struttura della nave, al fine di rendere l’analogia nautica sempre più completa e aderente al contenuto dell’insegnamento evangelico. Essa si presta ancora oggi a ben inquadrare il mistero della Chiesa e ad esprimere con puntualità la sua natura e il suo fine. La Chiesa, infatti, possiamo immaginarla, in conformità con quanto leggiamo nei vangeli, come la barca di Pietro sulla quale Gesù più volte è salito per ammaestrare la folla che lo cercava, per uscire a pesca in- 2

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sieme agli altri discepoli e per spostarsi da una riva all’altra del lago di Gennèzaret (cf. Lc 5,1-11). Nel mare del mondo essa è inviata dal suo Signore a gettare le reti per pescare l’umanità naufraga, dispersa e disorientata dal peccato e dal non senso del male che l’affligge, e condurla alla salvezza facendola approdare all’altra riva, ovvero tra le braccia dell’amore trinitario di Dio. Sulla barca stanno i pescatori di uomini (cf. Mt 4,18-22), che Gesù ha scelto e chiamato in prima persona, intenti a gettare le reti là dove il Maestro ha loro ordinato (cf. Gv 21,1-14), sicuri che nell’obbedienza a Lui non sarà stata vana la fatica della pesca, cioè dell’annuncio del Vangelo. Questa, infatti, è la missione della Chiesa: annunciare il Vangelo con la Parola e con i Sacramenti perché tutti gli uomini riconoscano in Gesù, l’Unto dallo Spirito Santo, il Verbo Eterno della Vita, l’Unigenito Figlio di Dio fatto uomo per la salvezza del mondo. Così leggiamo a conclusione del Vangelo secondo Matteo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20). In questo consiste la pesca “miracolosa” che ogni giorno accade davanti ai nostri occhi, quando da discepoli scelti, consacrati e inviati dal Signore, assolviamo al mandato che ci è stato affidato. Siamo tutti sulla barca di Pietro, che è la Chiesa! Tutti con lo stesso scopo, ma ognuno con il proprio compito, coordinati dal nocchiero e dai vecchi “lupi di mare”, tutti con la stessa obbedienza all’unico Signore e maestro che ci invita a gettare le reti per la nuova evangelizzazione. Ma in cosa consistono queste reti? A cosa le possiamo paragonare, in questa allegoria biblica? Mi piace pensare che esse altro non siano che gli strumenti messi in campo dallo Spirito Santo per dar luce all’intelligenza pastorale e infondere vigore all’azione evangelizzatrice di tutta la Chiesa. In primis, la stessa struttura organizzativa della Chiesa: parrocchie e comunità religiose, che compongono il variegato tessuto delle diocesi sparse nel mondo. Una fitta rete di comunità che, obbedienti al comando del Crocifisso-Risorto, con impegno e fedeltà, attendono alla missione di portare, dalle “periferie esistenziali” dell’umanità del nostro tempo, come ebbe a dire Papa Francesco, fino agli estremi confini della terra, l’annuncio che Gesù Cristo è Signore! (cf. Fil 2,11). In secundis, ogni altra realtà ecclesiale: associazioni, confraternite, movi- 3

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menti e gruppi che, per unzione dello Spirito, hanno ricevuto un carisma, ovvero un dono particolare, con il quale mettersi a servizio della comunità degli uomini, al fine di estendere l’opera di evangelizzazione ad ogni ambito della vita umana. Ecco quali sono le reti con le quali i pescatori di uomini, dalla barca di Pietro, pescano nel mare del mondo! Sono tante e diverse, a seconda di quale tipo di pesca s’intenda fare, a seconda del tipo di “pesce” per il quale si esca in mare aperto. E i pescatori di uomini sono pronti a faticare e rischiare, consapevoli dei pericoli sempre incombenti e le avversità cui possono andare incontro, ma fiduciosi che il Signore è sulla stessa barca e che a Lui obbediscono anche i mari e i venti, quand’Egli s’alza in piedi a sgridarli (cf. Mc 4,39-41). Dobbiamo stare attenti a mai confondere la barca, cioè la Chiesa, con le reti, cioè gli strumenti dei quali l’ha dotata lo Spirito Santo, per la pesca degli uomini! Sarebbe un errore che inficerebbe non solo la fatica del lavoro svolto, ma che comprometterebbe gravemente l’intera missione che il Signore ha affidato ai suoi discepoli. Carissimi nel Signore, ciascuno di noi, che appartiene a Cristo, è chiamato a quest’opera, a questa missione, nessuno escluso! Ognuno con i propri doni di natura e di grazia, le doti personali e i carismi elargiti dallo Spirito Santo, che arricchisce e fa bella la nostra vita alla sequela di Gesù. Insieme, sulla barca di Pietro, pronti e obbedienti al comando del Signore, perché il miracolo si rinnovi ancora, si compia quotidianamente, finché Egli, il Signore della storia, venga a porre il suo sigillo e giunga a pienezza il Regno inaugurato con il suo avvento in mezzo a noi. 4

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ARCIDIOCESI DI PALERMO SCUOLA TEOLOGICA DI BASE “ S. LUCA EvAnGELISTA “ area Biblica Oh, come è glorioso, santo e grande avere in cielo un Padre. San Francesco d’Assisi 5

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dio Padre di pietro conti «Celebriamo Dio dai molti nomi chiamandolo Patera pantokratore. Il primo nome gli è proprio perché egli è il principio onnipotente di tutte le cose, egli che comprende e contiene ogni cosa, stabilisce, fonda, tiene, corrobora l’universo: germina da sé ogni realtà come a termine che le contiene e com-prende, egli sede dell’energia di tutti gli esseri secondo virtualità contenitrice che trascende l’attualità com-prese. Tutte le rinsalda e nessuna ne lascia cadere fuori dal suo mantenimento, ché stabilite dalla loro perfetta fondazione non periscano… egli è il Signore di tutti e tutto egli governa nel modo puro meglio desiderabile, ed esiste senza fine e impone ogni giogo nel modo più soave» (Dionigi Areopagita (Pseudo), Nomi Divini 10,1-2). Dio si modula solo e dirige l’omnisonante armonia che fa scaturire dalle cose ogni materia. E artefice Dio di ogni natura e d’ogni arte in ogni opera è principio ed è fine che bene le fa e ben fatte conserva. «Sic Deus om- nisonae modulator et arbiter unus harmoniae per cuncta movet quam corpora rerum. Et naturae opifex Deus omnis et artis in omni fons opere et finis faciens benefactoque servens» (Paolino di Nola, Carmen 27, 81-84). La Dei Verbum insegna: «Dio dopo aver parlato molte volte e in diversi modi nei profeti “ultimamente”, in questi giorni ha parlato a voi nel Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti il figlio suo, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché abitasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cf. Gv 1,1-18). Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini”, “proferisce la parola di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cf. Gv.14,9), con la sua stessa presenza e con la manifestazione completa di sé, con la parola e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e gloriosa risurrezione dai 6

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morti e infine con l’invio dello Spirito di verità, porta a perfetto compimento la rivelazione e la conferma con la testimonianza divina: che Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e per risuscitarci alla vita eterna (cf. DV 4: EV 1/875). Come possiamo parlare del Padre se non nel nome del Figlio! Il tema in oggetto implica il rimando all’unicità e all’universalità della mediazione svolta da Gesù Cristo, mediazione che è fondata sulla sua identità personale di Figlio unigenito e preesistente, di Dio, incarnato, crocifisso e risorto. È, in sostanza, solo per l’incarnazione che avviene quell’ingresso personale di Dio nella storia per cui una porzione di tempo, un suo frammento, viene ad acquistare una valenza assoluta per l’intera umanità. Non si tratta qui della pretesa di un solo individuo e della sua irripetibile storia di catturare l’assoluto dell’eternità, si tratta piuttosto dell’evento della discesa dell’eterno che si dà una figura storica, una sua concretezza umana e si offre, in essa, personalmente all’uomo (cf. Bordoni M., Singolarità ed universalità di Gesù Cristo nella riflessione cristologia contemporanea, in - a cura di - P. Coda, L’unico e i molti, la salvezza in Gesù Cristo e la sfida del pluralismo, Roma 1997). La riflessione muove i primi passi dalla singolare relazione con Dio che Gesù ha, della sua “esperienza religiosa”, da lui che lo chiama “Abbà”. Questo vocativo aramaico è un’indicazione preziosa sull’originalità e unicità del loro rapporto e non è un’espressione infantile ma il parlare solenne e responsabile di un adulto. In un’esplosione di gioia Gesù dice ai discepoli: «tutto mi è stato dato dal Padre mio, nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27). A Filippo che gli chiedeva «Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,9) Gesù rispose: «da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre, come puoi dire: mostraci il Padre! Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me, ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,9-11). La loro reciproca conoscenza e comunione è perfetta. «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). «Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). Si tratta di una conoscenza d’amore: «il Padre ama il figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35), «il Padre ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste e voi ne resterete meravigliati» (Gv 5,20). Dove trovare il Padre se non nel Figlio, per questo si parla di “analogia Christi”. Le parole di Gesù costituiscono la grammatica e la sintassi di esprimibilità umana del mistero divino. Gesù è il sommo esegeta del Padre. Come Figlio è Logos del Padre. Dice S. Giovanni della Croce: «il Padre, infatti, dandoci il Figlio suo, che è la sua parola, l’unica che egli pronunzi, in essa ci ha detto tutto in una volta sola… se guarderai Lui, vi troverai il tutto, poiché egli è ogni mia lacerazione e rispetta ogni mia visione rivelazione in quanto che io vi ho già parlato, risposto, manifestato e rivelato ogni cosa dandovelo per fratello, compagno, maestro, prezzo e premio…» (cf. Giovanni della Croce, Salita del monte Carmelo 2,22,3.5). Il Nuovo Testamento è pertanto il “vangelo” del Padre. Esso è infatti glorificato dalle buone opere dei discepoli del Figlio che sono sale della terra e luce del mondo: «così splenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,13-16). Gesù stesso dirà, o meglio, imporrà ai discepoli di amare i nemici, sull’esempio del Padre celeste: «Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperare nulla e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi» (Lc 6,35). Con la preghiera per i persecutori si raggiunge la perfezione stessa del Padre celeste (Mt 5,43-48). «Avete inteso che fu detto: Amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i 7

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giusti e sopra gli ingiusti […]. Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». E l’esperienza della pedagogia paterna è in mille altri passi del vangelo dove il cristiano è invitato alla modestia e alla semplicità, a non praticare le opere buone davanti agli uomini per essere glorificati altrimenti non si avrà ricompensa presso il Padre (cf. Mt 6,1); nell’invito a non affannarsi dicendo: «cosa mangeremo, che cosa berremo?... Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno» (Mt 6,31-32). L’approfondire e il dare testimonianza della dottrina di Dio Padre ha portato opere giuste, miracoli del quotidiano in figure ancora attuali come Madre Teresa, Massimiliano Kolbe, il beato Puglisi… L’ascolto e l’accoglienza del Vangelo di Gesù significano, quindi, ascolto e accoglienza del Padre e dello Spirito Santo, amore e dono reciproco tra Padre e Figlio. Terminiamo pertanto un discorso che ancora avrebbe tanto da dire con le parole del Padre per chi si affida a lui tratta del Dialogo della Divina Provvidenza di Caterina da Siena. «Io sommo letto e mensa. Il dolce e amoroso Verbo è il loro cibo, sia perché in questo glorioso Verbo essi gustano il cibo delle anime, sia perché è il cibo che io vi ho detto: la carne e il sangue sono tutto Dio e tutto uomo,voi ricevete nel sacramento dell’altare, postovi in mano e datovi dalla mia bontà finché siate pellegrini e viandanti: affinché lungo il cammino della debolezza non vi sopraffaccia; affinché non perdiate la memoria del beneficio del sangue sparso per voi con tanto fuoco d’amore, e anche perché sempre possiate trovare conforto e diletto lungo il vostro cammino». 8

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ARCIDIOCESI DI PALERMO SCUOLA TEOLOGICA DI BASE “ S. LUCA EvAnGELISTA “ area dogmatica Come il seme della senape racchiude in un granellino molti rami, così questo simbolo della fede racchiude in seno tutta la conoscenza della pietà contenuta nel Vecchio e nel Nuovo testamento. San Cirillo di Gerusalemme 9

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il credo: un tesoro misconosciuto! di Giuseppe Tuzzolino Dopo il Concilio Vaticano II molti teologi nel tentativo di mediare il contenuto del Simbolo della fede con un linguaggio più appropriato all'uomo contemporaneo hanno redatto diverse Professioni o Credo: chi non ricorda le celeberrime quanto criptiche ‘formule brevi’ della professione della fede di Karl Rahner, o il Credo elaborato da Jean Guitton, Bruno Forte, Leonardo Boff e da tanti altri. Qualcuno non giovanissimo ricorderà l'articolato Credo del “popolo di Dio” che Papa Paolo VI ha formulato nel 1968 a conclusione dell'anno della fede. Si tratta di tentativi, che volevano mettere a tema e mediare i contenuti della fede con un linguaggio più accessibile all'uomo del nostro tempo. Poteva essere utile ridire il Credo nel linguaggio di oggi, perché esso é fatto per essere attualizzato in ogni tempo, in ogni vita, e anche per essere interiorizzato ed esteriorizzato dalla nostra creatività quotidiana, ispirata dallo Spirito. Questi tentativi hanno mostrato dei limiti; dal 2000 è andato avanti un ulteriore progetto, curato dalla SIRT (Società Italiana per la Ricerca Teologica), per ri-dire il Credo oggi; e il 24 ottobre 2013 si è concluso con un simposio presso i Musei Vaticani con la presentazione dei risultati del lavoro. La Chiesa ha conservato due Credo ufficiali, che hanno plasmato la memoria e la vita cristiana per quasi due millenni. Essi sono stati scelti, nella vita stessa della Chiesa, dalle liturgie e dai Concili ecumenici. Sono riconosciuti e adottati, come l'espressione più perfetta della fede, il Simbolo Apostolico (II secolo) e il simbolo Niceno-Costantinopolitano (IV secolo). Il Simbolo Apostolico, sorto in un contesto liturgico battesimale, divenne ben presto la formula per la professione di fede richiesta al catecumeno in occasione del suo battesimo. Tuttavia, poiché il battesimo non è un momento passeggero della vita cristiana, ma è l’atto di consacrazione di tutta la vita al Dio creatore e redentore, anche la professione di fede fatta in occasione del battesimo rimaneva e rimane programma stabile di vita, fino a che dalla presente condizione passeremo alla visione di Dio, faccia a faccia, attraverso il mistero della morte. Nei secoli successivi della storia della Chiesa, altri simboli e formule brevi della fede furono elaborati, sotto la pressione di diverse necessità proposte dalla concreta esperienza cristiana. Non si trattava certo di simboli alternativi rispetto a quello Apostolico, ma di dilatazioni o modulazioni diverse di quel simbolo, secondo le necessità via via emergenti. Il cosiddetto simbolo Niceno-Costantinopolitano, che prende nome da due concili ecumenici del IV secolo, fu composto, ad esempio, con prevalente preoccupazione di difesa della fede autentica 10

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nei confronti dell’eresia trinitaria. È il Simbolo che ancora oggi si recita nella liturgia eucaristica domenicale; per l'essenziale esso segue lo stesso ordine del Simbolo Apostolico: il Padre Creatore e il Figlio per mezzo del quale tutto è stato creato e tutto è stato salvato, lo Spirito Santo Signore e datore di vita che rende efficace l'opera di salvezza nella storia degli uomini; la Chiesa-sposa, mistero teandrico di salvezza. Se il Simbolo di Nicea è più preciso e ci permette di penetrare più a fondo la Rivelazione, il Simbolo degli Apostoli, come tutte le fonti arcaiche, risulta più conciso ed essenziale nei contenuti: ricorda la morte di Cristo e la sua discesa agli inferi. Nella sequenza di questi articoli si svelano i segreti della fede: i segreti spesso dimenticati dalla nostra cultura secolarizzata, totalitaria, fondata sulla morte di Dio. Il Credo ci conduce oltre la morte, in quell'oltre di Dio nel quale sarà tersa ogni lacrima e cesserà ogni affanno (cf. Ap 21,3-4). LE FUNZIONI DEL SIMBOLO NELLA COMUNITà CREDENTE La professione della fede cristiana svolge una pluralità di funzioni, le quali non sempre sono facilmente distinguibili in concreto, né hanno tutte la stessa importanza. A volte, queste finalità si sovrappongono o una predomina sulle altre, ma nel loro in- sieme indicano come il Credo renda un servizio praticamente insostituibile alla fede cristiana. In questa prospettiva, mi soffermerò brevemente solo ad alcune di queste funzioni che caratterizzano il Simbolo della fede: confessionale, dossologica, catechetica, apologetica e integrativa. Aspetto Confessionale La Chiesa è una comunità di fede e di confessione. La si potrebbe chiamare 'comunità eloquente', perché conserva, comunica e tramanda ciò che le é stato affidato. Come dice Modras: «La proclamazione della fede è una nostra esigenza della nostra natura di essere sociali. Come non si dà esistenza umana senza pensiero e senza linguaggio, così non c'è fede cristiana senza pensiero e senza linguaggio, così non c'è fede cristiana senza una sua proclamazione orale». La fede, infatti, non è un segreto da custodire gelosamente nella propria interiorità ma è il vincolo 11

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di comunione fraterna, il segno di appartenenza alla Chiesa, nella quale la fede cristiana è stata ricevuta e viene continuamente vissuta e celebrata. Necessariamente deve anche esprimersi esternamente. Pertanto, la nostra fede esige da noi il servizio del cuore e quello della confessione, rifiutare questo secondo servizio, è essere infedeli a Dio che dà all'uomo di credere in Lui e di confessarlo. Il cristianesimo non può essere muto. Fin dalle origini i cristiani hanno avvertito l'esigenza irriducibile di riesprimere a parole ciò che comprendevano e credevano, tale esigenza è strettamente collegata all'essenza stessa del Mysterium cristiano che a differenza di quelli pagani, selettivi ed incomunicabili, si qualifica come ciò che necessariamente deve essere detto e non può essere taciuto. La religione, il cui primo atto è il credere, ha come atto secondo la confessione. Ce lo ricorda San Paolo: «Come potranno credere senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?» (Rm 10,14-15). Ed aggiunge con passione: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!». È in virtù di questo legame necessario, riconosciuto ovunque fin dalle origini, che il futuro battezzando è invitato a pronunciare ad alta voce il Credo in modo da essere inteso da tutta la comunità riunita. Il Credo è verità: la Verità stessa di Dio, espressa all'uomo con parole semplici, che noi dobbiamo scoprire, assimilare. Il Credo enuncia le verità essenziali per la nostra vita, ma questo testo, breve e coerente, non enuncia soltanto alcune verità, bensì la Verità di Dio. È una verità di fatti, più che di parole. «Recitate il vostro Credo tutti i giorni», raccomandava Agostino. «Quando vi alzate al mattino, quando vi coricate alla sera, recitate il vostro simbolo, recitatelo davanti al Signore, ricordatevi il suo contenuto, non stancatevi di ripeterlo. Guardati - prosegue sant'Agostino - in questo specchio. Constata, se veramente credi quel che confessi, e rallegrati ogni giorno della tua fede. Qualunque sia la tua ricchezza, sia per così dire il vestito della tua anima, che tu indossi tutti i giorni. Forse che non ti vesti dopo esserti alzato? Così pure vesti la tua anima ripetendo il simbolo, affinché l'oblio non ti metta a nudo». Funzione Dossologica del Simbolo Strettamente collegata con la proclamazione é l'espressione liturgica della lode a Dio. Il contesto tipico della professione di fede é appunto la celebrazione liturgica, anzi per essere più esatti, la risposta acclamativa data dalla comunità dei fedeli che, dopo avere udito la Parola di Dio si aprono ad essa nella lezione e nella predicazione. La comunità col Credo esprime come in un grande Amen la sua adesione di fede a tutte le opere di Dio e al messaggio della sua Parola. La professione di fede è atto di ossequio, esaltazione, perché loda e magnifica Dio che si è fatto conoscere e si manifesta rivelandosi agli uomini in modo più sublime in Cristo Gesù. Come atto conclusivo, prima di passare alla seconda parte della celebrazione eucaristica, la comunità dell'ascolto si fa comunità orante e confessa l'unica fede, come vincolo di carità ed amore, anticipazione della comunione sostanziale e profonda che si attuerà nel memoriale eucaristico. 12

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Funzione Apologetica La Chiesa ha sempre avvertito la necessità di presentare il messaggio di cui è depositaria e trasmettitrice in maniera ragionevole e giustificata, sia quando si rivolgeva ai propri figli, sia quando, a motivo della sua vocazione 'cattolica', si è rivolta agli uomini di mentalità diverse. Tale compito si é fatto più imperioso quando la Chiesa ha dovuto far fronte alle obiezioni lanciate contro la verità della fede cristiana, o quando è dovuta entrare in dialogo con altre confessioni religiose. Il cristiano deve difendere con convinzione il proprio punto di vista, manifestando pubblicamente il fondamento della sua fede. Il credente è obbligato alla omologhìa della fede in modo riflesso e pubblico. La dimensione apologetica è pertanto coestensiva della fede. Nel Nuovo Testamento troviamo espressioni di fede che talora assumono un tono positivo, ora difensivo e polemico. Le difficoltà che sorgevano nel cammino della vita cristiana aiutavano ad approfondire i contenuti della fede e a far apparire tutte le luminosità del messaggio rivelato. In questo senso le formule della fede hanno una funzione apologetica o difensiva in quanto tracciano chiare linee di demarcazione tra il proprio messaggio specifico e ciò che non è cristiano. Funzione integrativa La fede è un'adesione personale, ma nessuno può darsi la fede da solo. La riceviamo da altri e la trasmettiamo ad altri; gli altri sostengono noi e noi sosteniamo gli altri. Non è possibile essere cristiani senza la comunità cristiana. La fede è comunitaria e la comunità è madre e maestra di credenti. Per condividere la fede e professarla insieme, occorre un linguaggio comune; sono praticamente indispensabili anche formule fisse. «Nell’apprendere e professare la fede, abbraccia e ritieni soltanto quella che ora ti viene proposta dalla Chiesa ed è garantita da tutte le Scritture... Io ti consiglio di portare questa fede con te, come provvista di viaggio per tutti i giorni di tua vita e non prenderne mai altra fuori di essa» (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi prebattesimali 5, 12). La Chiesa, corpo comunitario di Cristo, è il soggetto multipolare professante la fede. I singoli soggetti credenti vivono all'interno della comunità e da essa accolgono la professione di fede che li integra nella Chiesa locale e questa, in quella universale. Per ogni cristiano perciò, diventa indiscutibile il principio che solo nella e dalla Chiesa può venire la predicazione autentica, che solo dove c'è la Chiesa è annunziata ed ascoltata la Parola di Dio nella pienezza della verità, per il mutuo rapporto esistente tra Parola e Chiesa: la Chiesa dipende dalla Parola, è discepola e testimone di tutta la Parola di Dio, è sempre in religioso ascolto; d'altra parte la Parola è custodita ed interpretata fedelmente soltanto nella Chiesa. Il cristiano, deve rendersi conto che la sua fede è la fede della Chiesa in quanto essa è il fondamentale luogo dove Dio opera per mezzo dello Spirito Santo che comunica la salvezza. Essa trasmette la sua fede non solo in formule di fede, ma anche mediante «tutto ciò 13

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