Rivista della Sezione Ligure

 

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La Rivista della Sezione Ligure del CAI - nr. 1 del 2014

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Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Spedizione in abbonamento Postale - iscrizione al R.O.C. 7478 del 29/08/1991 - Autorizzazione Tribunale Genova n.7 del 1969 Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Numero 1 del 2014 Club Alpino Italiano RIVISTA SEZIONE LIGURE della

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RIVISTA DELLA SEZIONE LIGURE del Club Alpino Italiano Sommario Marzo 2014 www.cailiguregenova.it DIRETTORE Paolo Ceccarelli DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Gardino CAPOREDATTORE Roberto Schenone REDAZIONE Marco Benzi Marina Moranduzzo Stefania Martini Caterina Mordeglia Gian Carlo Nardi Vittorio Pescia Roberto Sitzia PROGETTO GRAFICO Tomaso Boano Luigi Gallerani IMPAGINAZIONE Marta Tosco CTP e STAMPA Arti Grafiche Bi.Ci.Di. Genova Molassana Autorizzazione del Tribunale di Genova numero 7/1969 Abbonamento annuale Cinque Euro Per contattarci: redazione@cailiguregenova.it In copertina: Sul penultimo tiro di "Armata Calanca" alla Chandelle, Calanques Foto di C. Lopez Cames In questa pagina: Salendo al monte Gottero Foto di Stefania Martini Intervista al Presidente generale A cura della redazione EDITORIALE 3 UNIVERSO CAI 4 IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 8 Shackleton on my mind Giorgio Bertone Ararat, alla ricerca dell’Arca Valentina Vercelli SPECIALE 150 ANNI 18 CRONACA ALPINA 26 Sperone della Brenva Alessandro Raso Quattro passi alla Testa di Liconi Luciano Taccola Roccia bianca come il detersivo Cordula Lopez Cames SACCO IN SPALLA 28 AMBIENTE E TERRITORIO 33 Si fa presto a dire... asino! Marco Benzi IMPARARE DAL PASSATO 36 Mulini delle nostre vallate Paolo De Lorenzi Questione di allenamento Annalisa Alcinesio Perdin…Derindere! Matteo Bonizzone Chi più ne Antola, più ne metta! Alessio Schiavi SCIENZA E TECNICA 40 GROTTE E FORRE 44 UNIVERSO CAI 48 recensioni di R. Capucciati e di C. Ferrea Micheli Notiziario della Sezione Ligure 1 IN BIBLIOTECA 52 QUOTAZERO 54

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LO SCATTO FOTOGRAFICO 2 Comodi comodi alla scoperta della Val Ferret Foto di Elisabetta Robbiano

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Tempo di bilanci Paolo Ceccarelli Editoriale C hiusa la parentesi delle celebrazioni per i 150 anni dalla fondazione dal CAI, che ha visto la nostra Sezione protagonista di alcuni importanti eventi ed attivamente impegnata in quelli organizzati dal Gruppo Regionale, è tempo di bilanci e, soprattutto, di programmi per il nuovo anno appena iniziato. Il corpo sociale, con 2293 soci, ha fatto registrare nel 2013 un lieve aumento, continuando un ciclo virtuoso in atto da anni ed in controtendenza con il dato nazionale. Galleria Mazzini 7 assume sempre più il ruolo di motore del CAI in Liguria essendo sede, oltre che della nostra Sezione, del Gruppo Regionale della Liguria, del Soccorso Alpino e Speleologico della Liguria, della Guide Alpine della Liguria e dello Sci Club Genova. Tutto ciò determina all’interno della nostra sede un utilizzo piacevolmente intenso degli spazi. Per quanto riguarda i rifugi, nel corso del 2013 sono stati confermati i contratti di gestione del Bozano, Genova, Questa ed Antola, all’insegna di una continuità che è sinonimo di qualità del servizio. Nel 2014, grazie al continuo ed attento operato della Commissione Rifugi, saranno integralmente rinnovati gli impianti fotovoltaici dei rifugi Pagarì e Questa, usufruendo dei contributi del Ministero dello Sviluppo Economico e del Fondo Rifugi del CAI. Si profilano anche importanti novità sull’annosa questione della proprietà del rifugio Questa: il Ministero della Difesa ha avviato la pratica per il trasferimento della proprietà al Comune di Valdieri, dal quale abbiamo ricevuto ampie rassicurazioni che la struttura rimarrà affidata alla nostra Sezione. Da metà novembre è entrata in funzione la nuova piattaforma informatica per la gestione del tesseramento e di tutti i rapporti con la Sede Centrale. Il primo impatto è stato difficile: alle difficoltà che normalmente si incontrano nell’accedere a un nuovo sistema si sono sommate la carenza di formazione e alcuni errori di progettazione. Dopo i primi mesi, grazie agli aggiustamenti introdotti e alla maggiore confidenza con il nuovo sistema, abbiamo visto accorciarsi le fila dei soci pazientemente in attesa allo sportello. Superate queste difficoltà iniziali, rimarranno gli aspetti decisamente positivi che offre il nuovo applicativo: primo fra tutti il fatto che, lavorando attraverso un collegamento web con la Sede Centrale, ogni utente abilitato potrà operare da qualsiasi postazione connessa a internet. Inoltre il sistema offre servizi di statistica e di comunicazione con i soci attraverso la posta elettronica e gli SMS. Nell’ultima parte dell’anno è stata portata a compimento l’istruzione della pratica per la costituzione della nuova Sottosezione di Sori, che il Gruppo Regionale ha ratificato rendendola operativa a tutti gli effetti dal 1° gennaio 2014. Il brindisi inaugurale si è tenuto nel corso di una simpatica cerimonia nella sede messa a disposizione dal Comune di Sori, alla presenza del Sindaco della cittadina rivierasca, del Presidente e del Segretario del Gruppo Regionale, dei dirigenti di alcune Sezioni limitrofe e di un centinaio di simpatizzanti. A conclusione di questa panoramica non certo esaustiva riporto l’attenzione del lettore sul tema della tutela dell’ambiente montano ed in particolare sui pericoli del cambiamento climatico. Un argomento molto dibattuto sul quale ritorneremo per gli approfondimenti del caso. Non voglio però perdere l’occasione per richiamare l’attenzione su questo argomento: non esiste una soluzione radicale del problema, bensì la possibilità di invertire l’attuale tendenza affidandoci, non già ai grandi organismi o alle associazioni, ma al senso di responsabilità individuale di tutti coloro che frequentano la montagna. Cerchiamo il nostro Everest dietro l’angolo! Excelsior!  EDITORIALE 3

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Intervista al Presidente Generale a cura di Roberto Schenone e Stefania Martini Umberto Martini I ncontriamo Umberto Martini un lunedì pomeriggio; nel fine settimana ha partecipato ai festeggiamenti genovesi per i 150 anni di vita del CAI. Ha ricevuto il Grifo ed è ‘andato in Antola’... ora è tutto nostro e possiamo rubargli un po’ di tempo e parole. UNIVERSO CAI Qual è il primo ricordo legato alla montagna? Mio padre faceva il bancario e ogni anno a settembre sostituiva un suo collega allo sportello di Enego, sull'altopiano di Asiago. Si andava su con tutta la famiglia e proprio a Enego ho scoperto la montagna, anche se allora mai avrei pensato a cosa sarebbe accaduto dopo. Il primo ricordo in particolare è a 4-5 anni, il rumore dei campanacci delle mucche che al mattino venivano portate al pascolo. Vado ancora sull'altopiano, per sciare, è un posto splendido per lo sci di fondo. Riesci ancora a ‘viverti’ la montagna? Sì, compatibilmente con gli impegni che ho con il CAI sì, cerco di andarci. Quest'anno poi, con i festeggiamenti legati al 150° anniversario è particolarmente difficile. In più lo scorso anno ho subito un intervento all'anca e questo mi ha un po' fermato. Quali sono le motivazioni che ti hanno portato fino alla Presidenza Generale? Ti fai prendere dall'ingranaggio, dalla passione e un po' anche dall'ambizione. In realtà non dovevo neanche essere io a diventare Presidente. Per tradizione CAI il Presidente proviene, in una sorta di rotazione, da un'area geografica diversa dalle precedenti e in questo senso è 'toccato a me', dopo che il designato ha dovuto rinunciare. Avevo cominciato quando ero stato spedito a 'reggere il moccolo' a mia sorella maggiore (erano altri tempi ) che frequentava i campeggi estivi della Giovane Montagna. Nel '62 ho fatto il primo campeggio in Dolomiti, Val di Fassa, con la Giovane Montagna, dove ho scoperto la vera montagna e da allora fu tutta un'altra cosa. Ricordo ancora la data del mio primo Tremila (3004 per la precisione), il Catinaccio d'Antermoia, il 13 agosto 1962. Per me fu qualcosa di unico, anche perché la gita cominciava ad Alba di Canazei, con avvicinamenti lunghissimi solo per arrivare alla base della montagna. Al CAI mi sono iscritto solo qualche anno dopo, a 21 anni, e quando tornai dal servizio militare entrai nel Direttivo della Sezione come segretario. E da lì è cominciata tutta la trafila: presidente sezionale, presidente del Collegio Triveneto, consiglio centrale, Vicepresidente Generale. Sei soddisfatto delle manifestazioni che si stanno svolgendo in Liguria per i 150 anni del CAI? La Liguria ha lavorato molto bene. Avevo raccomandato (intervento del 26/10/2012 alla Camera a Roma) di non fare solo autocelebrazioni ma di parlare anche del futuro, per stare al passo coi cambiamenti e lasciarsi coinvolgere dalle trasformazioni della società, eliminando stereotipi e rimettendosi in discussione, cercando di capire qual è il nostro, perdonatemi l'espressione, 'mercato di riferimento'. Il CAI e i giovani: sarà pessimismo, ma si profila un deserto da qui a 20 anni. C'è una reale volontà di investire risorse su questo fondamentale aspetto? Questo per il CAI è 'il problema', non tanto perché i giovani siano pochi, quanto perché partecipano poco. Dobbiamo entrare nelle scuole e fare proposte appetibili che vengano recepite anche per i valori proposti. Abbiamo casi, isolati, di risultanti eccellenti. La nostra proposta formativa segue schemi sofisticati, ma io ho molti dubbi sull'efficacia, perché i giovani hanno voglia di emozionarsi. Abbiamo bisogno di leader, di 'pifferai' con straordinarie doti di attra- 4

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zione. Per un giovane conta più l'ambiente in cui si ritrova che la bellezza e ampiezza della proposta tecnica. Un altro problema è che abbiamo deciso che si è giovani fino a 18 anni, mentre nel resto d'Europa gli altri club si è considerati giovani fino ai 25-26 anni. Se i giovani restano in ambienti protetti fino ai 18 anni, negli anni successivi si perdono. Quando ero giovane io essere accettati a 18 anni nel mondo degli adulti era una grande gratificazione, ma ho dei dubbi che sia ancora così. Rispetto profondamente l'Alpinismo Giovanile e chi vi opera, ma mi domando quindi se questa segmentazione (seguita anche da altre Scuole) non crei compartimenti stagni. Abbiamo l'esempio di OTCO che, dopo anni di incomunicabilità, finalmente comunicano fra loro; ma in tante Sezioni non ci si parla fra gruppi. Se ci abituiamo ai recinti, resteremo nei recinti. Serve trasversalità. La nostra offerta non deve essere 'supertecnica', il CAI non nasce per formare alpinisti da 8000 ma per portare la gente verso la montagna. Una volta che è in montagna, il socio sceglie la sua strada, più o meno tecnica e in questo momento rientra in gioco la formazione offerta dal CAI. Sia chiaro, non si tratta di trovare i colpevoli, si tratta di capire come invertire la tendenza. Forse è proprio il periodo dell'università il momento in cui perdiamo i giovani. Certo, per questo penso che dovremmo alzare l'età in cui consideriamo i soci giovani, dedicandoci anche alla fascia 18-25. Ma questo non è sufficiente per farli rientrare attivamente in Sezione. Bisogna cominciare nuovamente a dare ascolto ai giovani, perché hanno buone idee. Tanti ragazzi con meno di 30 anni fanno i rifugisti e tanti altri, magari laureati, riescono ad aprire una propria attività in montagna. Basti pensare al vostro rifugio Antola, dove ci sono addirittura ragazzi sotto i 25 anni con grandi progetti, tanta iniziativa e grande apertura. Siamo in tempi di crisi, è normale perdere soci, ma è anche una facile forma di autoassoluzione. Siamo più di 300.000 soci, ma in Germania sono oltre un milione. Due anni fa ci dicevamo che la crisi non ci toccava perché la montagna costa poco ma in realtà sta succedendo che in certe famiglie si co- UNIVERSO CAI 5 mincia a tagliare qualche tessera. Bisogna anche considerare che in Sud Tirolo ci sono 60.000 iscritti di lingua tedesca all'AlpenVerein e solo 6.200 di lingua italiana al CAI, oltre agli alpinisti sloveni di Trieste, i soci della Giovane Montagna e persino i soci del Club Alpino Siciliano. In generale, dobbiamo guardare all'esterno con altra disponibilità, perché queste associazioni sono comunque parte della nostra realtà. In un tuo discorso avevi parlato di sfruttare nuovi canali di comunicazione, legati alla multimedialità. La multimedialità è solo uno dei canali, da sola non basta. Abbiamo una convenzione con gli Scout che è da rilanciare, magari diventando noi propositivi per la Grand Route che si terrà in Italia, con circa 30.000 presenze. Non tutti gli Scout diventeranno alpinisti, ma occorre seminare perché magari qualcuno possa continuare con un impegno nel CAI una volta ridotti gli impegni negli Scout. Lavoriamo con la scuola in convenzione col MIUR. Coi docenti lavoriamo molto bene, ma questo lavoro difficilmente

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si riversa anche sugli studenti, soprattutto per i grandi problemi che ha la scuola rispetto alla responsabilità degli accompagnatori. Il POF (Piano Offerta Formativa) delle scuole rigurgita di proposte, per cui forse conviene orientarsi sulle proposte più semplici e meno rischiose. Abbiamo moltissimi rifugi. Ne vogliamo parlare? Siamo il più grande albergatore d'Italia, nel senso che gestiamo più posti letto di chiunque altro, ma anche questo è un fronte su cui siamo deboli. Riusciremo in futuro a continuare a gestire tutto questo enorme potenziale? O dovremo utilizzare diversi sistemi di gestione? Abbiamo segnali preoccupanti, perché perdiamo proprietà di rifugi per difficoltà di gestione, per certe Sezioni i rifugi sono un impegno troppo gravoso a livello economico-finanziario. Bisognerebbe sostenerli maggiormente negli interventi di ristrutturazione, specialmente quelli appartenenti alle Sezioni più piccole. Troppo spesso abbiamo gestori che diventano di fatto padroni dei rifugi. Con l'aggravante che spesso gli oneri dovuti alle manutenzioni ricadono sulle Sezioni mentre gli utili vanno ai gestori. E qui ci ricolleghiamo anche all'argomento volontariato nel CAI. Reggeremo? Riusciremo a fare tutto quello che stiamo facendo adesso: CNSAS, sentieristica, Scuole di Montagna? Abbiamo un'età media degli addetti ai lavori che si sta alzando. Ce la faremo o finiremo per fare la consulenza tecnica su appalti affidati a professionisti? Diventeremo creatori di posti di lavoro? Sono domande legittime, in questo senso potremmo ritornare a fine '800 quando in montagna ci andavano i signori e davano lavoro a guide, portatori e osti. Tu e Annibale Salsa, tuo predecessore, sembrate persone diverse per formazione, carriera, argomenti. Tuttavia nella Presidenza del Club, sembra sia presente una linea d’azione comune. Dipende dalla struttura e dallo Statuto che impediscono ad un singolo di dare una impronta personale, oppure esistono valori trasversali a tutti i soci che si impegnano nella gestione del sodalizio e che di fatto ‘indicano’ automaticamente la strada da seguire? Le due cose convivono. I principi che ci ispirano sono sempre attuali, non sono superati. Vanno applicati diversamente. La linea continua è però effettivamente dovuta anche ad una certa rigidità, a certe 'liturgie'. Il CAI è difficile da capire, abbiamo molte specializzazioni e più gradi che l'esercito! Tutto questo serve ancora? Dobbiamo forse coltivare sensibilità diverse per trasmettere certi principi? Non dimentichiamo poi che siamo un'insieme di persone e la rigidità a volte dipende anche dalla disponibilità delle persone a cambiare. L'esplosione di Internet ha creato la nuova realtà dei frequentatori della montagna autodidatti: queste persone spesso mettono in discussione la validità/necessità della didattica CAI. Cosa ne pensi? L'alpinismo non è solo un'attività sportiva, non dovrebbe seguire solo il gesto atletico, il CAI deve essere diverso. Per chi fa 'solo' sport le alternative sono parecchie. Ma la forza dei nostri 150 anni è quella degli ideali e dell'ampiezza della visione. Senza questi non avremmo resistito. Quali sport di montagna devono essere nel CAI? Tutti. Nel 1995 durante un'assemblea dei delegati si decise di non occuparsi di attività agonistiche, rinnegando il fatto che lo scialpinismo e lo sci da discesa nacquero dentro al CAI e con essi le competizioni. Dobbiamo esserci, le gare e gli sport 'nuovi' devono essere un modo per catturare nuovi soci. Dobbiamo essere estremamente aperti. Il CAI e l’ambiente: si sente parlare poco di posizione del CAI in battaglie ambientali importanti… cosa ne pensi? Il CAI è un'associazione ambientale fin dalla nascita, il CAI ha sempre fatto difesa dell'ambiente, ma non come unico obiettivo. Le attività più 'barricadere' non fanno parte delle nostre prerogative. Siamo un Ente di diritto pubblico e prendiamo spesso posizione, per quanto riguarda la montagna, anche attraverso il gruppo parlamentare 'Amici della montagna'. E otteniamo anche dei risultati (ad esempio, il Protocol- UNIVERSO CAI 6

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lo Trasporti nella Convenzione delle Alpi). Stiamo partendo con la Segreteria dell'Ambiente per coordinare le attività in questo campo, ma è certo che dobbiamo essere più veloci nel prendere le decisioni e farci sentire. Premettendo che non è facile conoscere la struttura centrale del CAI, l'impressione è di un organismo un po' burocratizzato (commissioni, scuole, organi tecnici, gruppi regionali, assemblee, congressi). Al momento c'è un gruppo di lavoro formato da persone che al momento non hanno alcuna carica nel Sodalizio, ma comunque di esperienza, che ha il compito di formulare proposte sui temi 'Il CAI che vorremmo' e 'Il CAI di domani'. È stato presentato a gennaio 2013 e sta lavorando. Il processo decisionale va snellito, ripartendo le competenze in maniera diversa. Non è semplice. Quando abbiamo dovuto modificare lo Statuto, il legislatore ci aveva consigliato di semplificare le strutture ma giunti al dunque, senza avere un'idea precisa non ce la siamo sentita. È una ricostruzione che dovrà avvenire dal basso, dal territorio. Mi auguro che le discussioni nei Gruppi Regionali siano fruttuose. In questo senso stiamo cercando di trasformare gli Organi Tecnici Centrali rendendoli un po' più trasversali. I tagli alla spesa pubblica hanno colpito anche il CAI? In quale misura dipendiamo dal contributo statale? Come sarà il futuro? L'attuale Ministro delle Attività Produttive Zanonato è un socio CAI attivo. Stiamo cercando di uscire dall'elenco degli enti 'inutili' in cui eravamo stati inseriti da Tremonti. Abbiamo dovuto tagliare dipendenti. Quando lo Stato interviene nel nostro bilancio solo per il 14%, con fondi quasi interamente destinati al CNSAS il quale interviene, nel 95% dei casi, per soccorrere non soci... non è facile. Noi non vogliamo essere finanziati dallo Stato, ma dobbiamo essere sostenuti per le attività in cui abbiamo competenze, quali il soccorso in montagna, la sentieristica, la formazione. Non gli nascondiamo che saremmo curiosi di continuare la discussione con lui. Un’occasione unica. E, se ci permettete, un’occasione di incontro non solo con un Presidente dalle idee chiare e lungimiranti, ma anche con un uomo con cui si chiacchera volentieri di montagna e di CAI. Ma questa sera presenzierà anche al Carlo Felice, per il concerto della SAT... e una cena non si nega a nessuno!  UNIVERSO CAI La consegna del Grifo Il 12 ottobre 2013, nella cornice di Palazzo Ducale, è stato assegnato al CAI il prestigioso Grifo: la più alta onorificenza conferita annualmente della Città di Genova, è stata consegnata al Presidente U. Martini in riconoscimento dell’attività di esplorazione e di conoscenza delle montagne del CAI nei suoi 150 anni di storia. La candidatura è stata presentata da V. Ottonello, Presidente del Comitato regionale ligure CONI. Nella foto da sinistra: Annibale Salsa, Past president CAI; Umberto Pallavicino, Consigliere centrale CAI; Ettore Borsetti, Vicepresidente generale CAI; Umberto Martini, Presidente generale CAI; il sindaco Marco Doria; Andrea Orlando, Ministro dell’Ambiente; Gian Carlo Nardi, Consigliere centrale CAI; Gianpiero Zunino, Presidente CAI Liguria. (Foto Cervelliinazione-Ufficio stampa CAI) 7

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Shackleton on my mind Giorgio Bertone Georgia Australe N IL VIAGGIO, LA SCOPERTA el capitolo X, del libro più famoso dell’epoca eroica delle spedizioni antartiche, “Sud. La spedizione dell’Endurance” di Ernest Shackleton, non sta scritto. Ma da altra documentazione sappiamo che prima di partire con i suoi due compagni - Worsley e Crean - per tentare di raggiungere attraverso ghiacciai e montagne allora sconosciute la costa nordest dell’isola, dove allora c’erano stazioni baleniere norvegesi, ‘The Boss’ lasciò un lungo ordine scritto agli altri tre malconci che dovevano restare vicino alla barca in King Haakon Bay: “oggi 18 maggio 1916, se la nostra traversata dei ghiacciai della South Georgia non dovesse aver successo, e non riuscissimo a tornare per recuperarvi, rimettete in sesto la scialuppa e tentate il periplo dell’isola per arrivare a Grytviken, la capitale baleniera”. E chi può dire, oggi, quale delle due imprese, quella via terra, che stava per iniziare, e quella, alternativa, via mare, fosse la più vicina al limite dell’umano? Ma Shack pensava sempre a tutto e il carpentiere McNeish nascondeva dei genietti nelle sue mani: tolse quattro dozzine di viti dalla barca e le fissò, otto a otto, in ciascuna delle suole degli stivali marinari dei tre aspiranti alpinisti, perché potessero tenere sul ghiaccio. Si lasciavano alle spalle gli altri tre compagni e la “James Caird”, una scialuppa di 6 metri e 85 cm, che ora si trova al Dulwich College di Londra, una ‘replica’ l’avremmo accarezzata con incredulità e affetto a Grytviken alla fine della gita: un capolavoro di carpenteria, soprattutto nella copertura con teli di fortuna, incatramati con un misto di grasso di foca e di fuliggine. In origine era un ‘open boat’, nient’altro che una delle tre scialuppe della nave Endurance, il trealberi che aveva portato i 27 uomini di Shackleton nel mare di Weddell, poi imprigionato (19 gennaio 1915) e infine stritolato dai ghiacci come una mandorla nello schiaccianoci (21 novembre), prima ancora di compiere un Stromness: fine dello Shackleton Traverse 8

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solo passo verso l’impresa programmata dalla troppo roboante “Imperial Transantarctic Expedition”: attraversare l’intero continente passando per il Polo. Dopo una veleggiata sul saldo e very comfortable “Pelagic Australis” con il vento in poppa con due fiocchi bomati ‘a farfalla’ (è lo stesso vento, più o meno, che soffia in Patagonia dalle parti del Cerro Torre, poi arriva alle Falkland-Malvinas e di lì alimenta la sua inspiegabile ira lungo l’Oceano Antartico) da Port Stanley (Falkland), tocchiamo terra più o meno stabile in King Haakon Bay, a destra del Peggotty Bluff, la caletta dove arrivò il minuscolo due alberi di Shackleton con gli altri cinque della leggendaria banda. Ci si accorge subito che il paesaggio selvaggio e orrorifico (“la terra più orribile del mondo nel mare più orribile del mondo”, secondo uno che se ne intendeva, James Cook, che la scoperse e ne prese possesso in nome di Re Giorgio III, nel 1775) introduce a un viaggio nella più pura wilderness priva di storia, solo in apparenza. In realtà è un pellegrinaggio sulle orme di chi ci ha preceduto. Alpinisticamente: un nonsense. Non una vetta, non un picco, non una traversata per cresta. Piuttosto una deambulazione memoriale, che ogni pellegrino interpreta a modo suo. Un po’ complicatina, in verità. Persino i pinguini, gli elefanti marini, le foche che ingombrano la riva e tra cui ci dobbiamo fare largo con sci, pulke (slitte), sacche e zaini parlano di coloro che già vi approdarono in ben altre condizioni. Difatti, a corto di viveri, si cibarono allegramente di albatross (stufato) e di foche (10 maggio). Qui nel 2000 in aprile, - cioè in autunno, che per girovagare fra i crepacci non è il massimo -, arrivò la spedizione di Reinhold Messner, Stephan Venables e Conrad Anker supersponsorizzata e trasportata da una nave intera per girare il film “A Nova’s Giant Screen Film. Shackleton’s Antarctic Adventure”: la South Georgia si rivela ben presto un palinsesto. La stagione per noi è quella ottimale: ottobre-novembre, primavera nel grande Sud, troviamo le migliori condizioni dei ghiacciai ben coperti di neve compattata dal vento, a tratti gelata. Non così per il tempo atmosferico. Continue ondate di perturbazioni e del famigerato vento cata- batico, di neve, di pioggia, poi di sereno, poi ancora di neve, impediscono di partire. Nell’attesa portiamo a mano tutto l’armamentario dalla spiaggia fino all’inizio del ghiaccio. Mentre costruisco ometti, così, per abitudine, mi prende lo scrupolo di commettere qualcosa di scorretto, di non avere diritto di modificare neppure un granello o la posizione di questa foca che si mette di traverso alla mia pulka rossa. E dire che abbiamo firmato e osservato tutti i protocolli di biosecurity con cui il governo inglese intende preservare questa oasi di biosfera, proprio perché remota e unica. Dobbiamo sterilizzare tutto, scarponi e vestiti, a ogni sbarco e reimbarco, nemmeno calpestare il meraviglioso muschio, spesso e crostoso, è lecito. Che si fa? Si saltella con le molle? L’attrezzatura sbarcata con lo Zodiac fa un effetto straniante: sembra che nel luogo più repellente all’uomo siano stati scaricati i negozi di sport invernali di due continenti. In un posto dove anche le parole, non solo per la forza del vento, sembrano ingombrare inutilmente lo spazio e inquinare scandalosamente il paesaggio. Ognuno ha pensato alla pelle: sintetico o piumino, tende speciali double poles, che resisteranno a tre notti con 55 nodi misurati, e permetteranno almeno di riposare e, a me, di digerire le delizie del cibo anglosassone. Due cordate da quattro, ognuno con una slitta tirata da due briglie con elastico ammortizzatore, e la corda di sicurezza di 60 m (20 nel mio zaino in caso di crepacci voraci) che attraversa le pulke nella parte superiore, assicurata di prua e di poppa alla pulka stessa con due prusik, perché così ognuno governa sia quella anteriore che quella posteriore. In teoria. Piacevole o sgradevole, semplice o incasinatissimo, questo è il nuovo sport, battezzato dagli anglosassoni che ci tengono a lanciare nuove sfide sportive al mondo, “Sailing for climbing”. Che comporta, prima, una bella veleggiata con la prua piena di sci e piccozze, viveri e anche due animali macellati (due montoni delle Falkland) legati alle barre del radar di poppa e, poi, quando il moto delle onde incrociate è ormai accettato dal Labirinto e dalle Trombe di Eustachio, l’uso della barca come Campo Base mobile. Con IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 9

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IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 10 Le renne furono importate dalla Scandinavia dai balenieri norvegesi all’inizio del Novecento E si sono moltiplicate Salendo al Breakwind Pass, senza pulke, sotto si scorge Fortuna Bay

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tutti i vantaggi e gli svantaggi. Risalire a bordo del “Pelagic” comporta per noi una discesa in traverso sui 25 gradi sotto una seraccata di quelle che continui a guardare con la coda dell’occhio, tanto per scaramanzia, e lungo una valanga di blocchi di ghiaccio staccatisi da un seracco in vena di fare un salto giù alla spiaggia. Tutta una manovra per raggiungere Possession Bay, dove Shackleton si era solo affacciato per ritornare sui suoi passi: spesso qui i ghiacciai finiscono in mare con un fronte di decine di metri. Proibito sbagliare itinerario di discesa. E non basta San GPS. Mentre saltiamo di nuovo in barca gli americani si portano a bordo un pezzone di ghiaccio trasparente per farci un intruglio alcolico a 60 gradi, chiamandolo cocktail, anzi, in onore dell’unico italiano, ‘ap(e)ritivo’. L’intenzione è di arrivare a Fortuna Bay e di lì tentare di riprendere le orme del ‘Boss’. Per loro, per gli inglesi, la ricerca di quei passi è un’archeologia nazionale, qualcosa come una rifondazione laica. Cerchiamo persino lo “Shack’s last tea point”, bevanda sacra in un posto sacro. Un rituale che sublima il motto “Just a cup of tea”, al punto che per un attimo mi guardo intorno per scorgere qualche cimelio e reliquia, e ovviamente non vedo che ghiaccio e rocce grame. Sempre con gli sci e un po’ di ramponi verso il Breakwind Ridge e poi il Breakwind Pass, accanto al “dente rotto”, così chiamato nel Diario, ma senza pulka ci si sente più liberi, il peso dello zaino è un vecchio compagno ben conosciuto, stivaloni da barca compresi per attraversare il fiumiciattolo gelato che esce dal König Glacier. Poco prima, sul Crean Glacier il gruppo dei tre fortissimi nell’anno 2000 ebbe il suo daffare nell’attraversamento del labirinto di crepacci belli secchi e profondi. Nella ricca biblioteca di bordo, con centinaia di libri che foderano la sala-cucina, leggerò al ritorno il volume del grande himalaista Stephen Venables, “Island at the Edge of the World. A South Georgia Odyssey” (Odyssey Books, 2010, 2° ediz., anche i nomi delle Case editrici si adeguano). Venables descrive le dure condizioni che trovarono e loda il grande intuito del compagno nel trovare la via su e giù per quelle pareti oscure, e la tenacia, sempre di Reinhold (e di chi altri?), che si ruppe Partenza con le pulke Il primo sbarco a King Haakon Bay un piede - com’è raccontato anche nel suo libro “Tutte le mie cime”, Corbaccio, pag. 312 -, ma senza smettere di gridare: “Vee go on! Vee go on!” (“Noi andiamo avanti!”), secondo la sua pronuncia sudtirolese della lingua albionica; per cui i tre preferirono passare dal Fortuna Glacier direttamente verso Stromness, per incontrare la troupe cinematografica e terminare il film. Alla whaling station, immobile stratificazione di leggende e di storie, incluse quelle della guerra per le Falkland-Malvinas del 1982, noi siamo giunti con, finalmente!, un tempo umano. E con gli sci, su una neve leggibile alla bell’italiana: mezza crostosa, mezza cotta. Ma noialtri mediterranei ci sappiamo arrangiare, no? E i TLT6 ci pensano loro a comandare agli sci di girare a puntino. È Stromness un piccolo villaggio-fabbrica abbandonato dai norvegesi, sterminatori di balene (centinaia di migliaia solo vicino alle coste della South Georgia, dal 1904 a poco dopo la seconda guerra mondiale) ma non da pinguini, otarie e uccelli d’ogni tipo, un’enorme catasta di tettoie e cisterne per l’olio, ormai arrugginite. Arrugginite così omogeneamente che da distante sembrano pitturate di minio da un misterioso imbianchino. Ben vivo, invece, il villaggio quan- IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 11

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12 do se lo figurò d’improvviso nella mente Shack, sentendo il fischio della sirena delle 7 (era il 20 maggio 1916) che chiamava gli uomini al lavoro di squartamento e bollitura dei cetacei (“il primo suono umano dal dicembre 1914”). Lo udirono da lontano sul Breakwind Ridge. Quasi trattengo le curve per non perdermi ogni connotato del paesaggio, immaginandolo non vergine qual è, ma segnato dai tanti altri passi. Del resto gli inglesi con me scendono a piedi, sci in spalla, sostenendo che in fondo anche il loro pluriglorificato connazionale aveva fatto così, in realtà perché non si fidano della propria sciata ‘english style’. Anche questa è tradizione, boys. Quando Shackleton per ottenere fondi si rivolse al Presidente della Royal Geographical Society, che rispondeva al nome di Douglas William Freshfield, questi, ben sapendo come gli esploratori inglesi erano per tradizione digiuni di tecniche alpinistiche, lo guardò dall’alto al basso con scetticismo maggiore della sua parsimonia. Enormi eliche abbandonate ormai spuntano dalla terra cosparsa di ciottoli, qualcosa come una spiaggia e una morena insieme. Prima ancora di scorgere Stromness, Worsley riconobbe in alto le stesse linee geologiche ‘a Z’ che si era appuntato quando erano partiti, nel 1914, con l’Endurance, tanti cani da slitta, una gatta, e una montagna di speranze e di ambizioni. Per noi è il contrario. Di nuovo in barca, alla fine, sul nostro 20 metri d’alluminio, il cui albero avevo scorto già durante la discesa per via delle due strisce rosse in testa (e anche in chiglia, com’è d’obbligo in oceano, così dritta o rovesciata la barca è avvistabile, da chi non si sa). Il pellegrinaggio non sarebbe completo se non toccassimo anche Grytwiken, la capitale. Anche questa una vecchia whaling station, ma con un piccolo museo e la chiesina norvegese restaurata, nella canonica della quale (2x1.50 m) sta una bacheca con la bandiera italiana, una piccozza leggera da scialpinismo, un drappo con una preghiera buddista e targa ricordo, tutti simboli portati di persona da Messner, quasi una teca sintetica della sua biografia. Poco distante sta il cimitero. Ho girato da solo fra quelle tombe tra cui quella di un militare argentino, morto in circostanze controverse quando era già prigioniero degli inglesi du- rante l’episodio sudgeorgiano della guerra delle Falkland-Malvine, che gli umani vollero rimbombasse fino a qui. Felix Artuso era il suo nome. Ho visitato la sua tomba. Sta a cinque metri da quella di Shackleton con l’alta, solenne, troppo celebre stele, incisa con una specie di rosa dei venti a nove punte che in realtà era lo stemma di famiglia, e due versi del suo poeta prediletto, Robert Browning: I hold that a man should strive [to the uttermost for his life’s set prize (Intraducibile. Qualcosa come: “Ritengo che un uomo dovrebbe sforzarsi nel più profondo per [conquistare] il premio della sua vita compiuta”). Devo ringraziare almeno una dozzina di persone. Mi limito qui, innanzitutto, ad Anna, per il suo aiuto fino all’ultimo, quando a sacche pronte, mi ha detto: “Ma hai messo dentro anche qualcosa per la traversata in barca?”. Infatti, concentrato sul Shack’s Traverse, non avevo pensato all’abbigliamento tecnico marinaro. Grazie a Maria Paola, che dall’Africa con la sua conoscenza delle lingue e delle menti che le parlano, mi ha aiutato con entusiasmo a scalare l’'himàlaia' di scartoffie, contratti, assicurazioni, protocolli, circolari, biosecurity (disinfettare, disinfettare e spazzolare il velcro) e certificati medici. Grazie a “Pagno” (Giovanni Pagnoncelli, CAAI) e ai gioielli Dynafit che mi ha dato (soprattutto i TLT6: fantastici, anche senza lingue rigide); anche pinguini ed elephant seals ne erano meravigliati, visto che me li hanno riempiti di sabbia. Un abbraccio grato a Mario Mochet, guida di Courmayeur, mio ‘trainer’ al Colle del Gigante, dove gli addetti alla Funivia e i tecnici delle gru di Punta Helbronnner si divertivano a vedere un Tizio con una pulka (in realtà un “Bob Bimbo” comprato alla “Befana”, negozio di giocattoli di Piazza Corvetto) andare su e giù verso il Dente del Gigante e all’attacco della Kuffner, trasportando pietre, come un mulo nella nebbia, nel vento o nel sole splendido di fine settembre.  IL VIAGGIO, LA SCOPERTA

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South Georgia, Antartide 12 ottobre-9 novembre 2013 Itinerario essenziale Da Port Stanley (Falkland IslandsMalvinas) alla South Georgia sulla barca a vela Pelagic Australis. Nei giorni 22-24 ottobre con sci e pulka da King Haakon Bay, sulle orme di Shackleton alla vigilia del centenario della sua più grande anabasi privata della storia, attraverso il Murray Snowfield fino al campo sotto il Trident Pass, quindi per il vento a 55 nodi, discesa in sci su Possession Bay. Ancora in barca fino a Fortuna Bay, di nuovo su ghiacciaio, Fortuna Glacier, Breakwind Ridge, verso il Breakwind Pass, attraverso la bocca del König Glacier, Shackleton Pass, Shackleton Waterfall, Stromness (26 ottobre). Mt. Hodges, Grytviken (607 m) il 29 ottobre. Ritorno a Port Stanley, Isole Falkland (in barca a vela, ovvio, e tutto di bolina, più o meno mille miglia). Il team: Cam Lewis, Gretchen Scott, Larry and Amy Rosenfeld (USA); Julian Freeman-Attwood, Ed Douglas (UK); Skip Novak (SA, ‘master and commander’); Giorgio Bertone (ITA, Cai Sez. Ligure). IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 13

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