FN_165_Gennaio - Febbraio 2014

 

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Rivista dei religiosi e della gente della Sacra Famiglia

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famiglia rivista dei religiosi, delle religiose e della gente della «sacra famiglia» Rivista bimestrale anno 2013, Poste Italiane s.p.a. Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n 46) art. 1, comma 2 DCB (filiale di Bergamo) | anno 95 - numero 165 nostra 01 Gennaio Febbraio 2014 SUI PASSI DELLA SANTA FAMIGLIA Il Pellegrinaggio di Congregazione in Terra Santa in occasione dei 150° anni di fondazione 1

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VISITARE LA SANTA FAMIGLIA Dal 27 dicembre 2013 al 16 gennaio la nostra Famiglia religiosa ha vissuto una esperienza indimenticabile: per la prima volta, religiosi, religiose e laici della Sacra Famiglia siamo andati in pellegrinaggio nella terra di Gesù (anche venendo dal Mozambico. Nella parte finale dell’anno faranno la stessa esperienza un gruppo di religiosi, religiose e laici della nostra Regione brasiliana). In questo modo abbiamo desiderato concludere il nostro grazie al Signore nell’anniversario di 150 anni della nascita della Congregazione maschile della Sacra Famiglia (cinque anni dopo lo stesso anniversario celerato dalla nostre Sorelle di Comonte). Abbiamo visitato i luoghi in cui è vissuto Gesù nella sua Famiglia di Nazaret, nella sua missione in Galilea e nel suo viaggio in Giudea, fino a Gerusalemme, dove è morto e risorto e i suoi discepoli hanno iniziato ad annunciare il Vangelo, finché è arrivato in tutte le parti del mondo dove noi lo abbiamo ricevuto. Tra noi c’era anche una “pellegrina speciale”, Santa Paola Elisabetta Cerioli, che ci ha aiutato a visitare Betlemme, Nazaret e Gerusalemme. Anche se non ha potuto conoscer quei luoghi durante la sua vita, in spirito li ha visitati molte volte, e ci ha raccomandato di continuare a farlo, quando scriveva: “La Sacra Famiglia del Dio fatto Uomo deve essere pure oggetto della vostra tenerezza, ed amore. Questa dovete spesso visitare, in Betlemme, a Nazaret, in Egitto, per cercare d'uniformare a quei santi personaggi i vostri gusti, i vostri desideri, le vostre inclinazioni, la vostra vita. Chi, mie/i carissime/i, deve andare più di frequente a visitarli, a trattenersi con loro, a prestare loro omaggi, adorazioni, ringraziamenti, sè non noi che siamo così strette/i e legate/i col titolo che portiamo?”. E così abbiamo visitato le regioni e città della Palestina, condotti dalla luce che scaturisce dal “mistero di Nazaret”, incontrandoci spiritualmente con Maria e Giuseppe. Soprattutto abbiamo capito meglio che Gesù è stato un vero figlio dell’uomo; e gli abbiamo chiesto la grazia di imparare a vivere da veri uomini e donne imitando Lui, facendo crescere la nostra famiglia ed educando tutti i figli che hanno bisogno del nostro amore e aiuto. In questo numero della rivista condividiamo con tutti voi alcune parole e immagini che ricordano il nostro viaggio. p. Gianmarco P. ˃ In copertina: Basilica e particolare della grotta dell’Annunciazione. ˃ Sotto: primo gruppo. 2 famiglianostra | gennaio-febbraio 2014

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BETLEMME L’incontro con Betlemme avviene dall’alto delle colline adiacenti alla città di Gerusalemme, dalle quali si domina una terra unica, dove camminarono re, profeti, giudici e generazioni del popolo di Israele, terra nella quale vi fu la nascita di un bambino che cambiò per sempre le sorti dell’umanità dando compimento alle antiche profezie e inizio a un nuovo corso della storia così come ricordato dal profeta Isaia: “poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio […] ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; (Is 9,25)”. Betlemme città dove Davide nasce e vive da pastore e viene scelto da Dio come nuovo re dopo Saul (1 Sam 16-17), si trova a circa dieci chilometri da Gerusalemme. Betlemme che significa casa del pane, e denominata Efrata la fruttifera dal nome della tribù che vi si era stabilita, è per il Nuovo Testamento il luogo natale di Gesù, culla del mistero dell’amore senza tempo e sede della discendenza davidica: “E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele” (Mi 5,1). Gesù nasce in questo villaggio, dove Maria e Giuseppe erano venuti per il censimento, in una grotta adibita ad abitazione che diventa di notte rifugio di qualche animale domestico, così come ci racconta l’evangelista Luca: “Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, [..] ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. (Luca 2,1-7). In quest ’umile grotta, sicura di una lunga documentazione storico-archeologica che risale a san Giustino e divenuta nel 386 residenza monastica di san Girolamo, lì impegnato per 36 anni nella traduzione dei testi originali ebraici della Bibbia in latino, anche noi oggi come quegli umili “pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge”, vogliamo essere spettatori della grande notizia della nascita di Cristo, così come lo è stata a suo tempo santa Paola Elisabetta Cerioli che mirando semplicemente il presepio di casa, è riuscita a portarsi con la mente a Betlemme e a scrivere con semplici parole il suo viaggio spirituale: “Eccoci a Betlem! O felice Betlem! Qui entriamo rispettosamente in quest’umile Grotta soggiorno dell’Uomo Dio. Non temete, qui tutti hanno libero l’accesso. Qual bontà”. Betlemme è il luogo dunque del libero accesso, luogo in cui gli angeli hanno lasciato il posto al segno di Dio per gli uomini, luogo dove il Bambino avvolto in fasce è posto in una mangiatoia, “soggiorno dell’Uomo Dio” in cui si rinnova il mistero e il fascino della sua nascita, di certo tanto attesa e che da subito stupisce poiché ha come destinatari dei poveri pastori, uomini senza dimora, impuri peccatori, esclusi dalla vita religiosa ufficiale. Uomini, però, che diverranno per il cristianesimo, i primi cristiani, i primi fedeli, i primi missionari. Ebbene è proprio davanti a questa nascita stupefacente che santa Paola Elisabetta Cerioli impara in quale modo ha da viversi l’accoglienza e lo scrive con queste parole: “Cosi Gesù riceve i Pastori, li accoglie con bontà, sorride ai loro rustici e semplici modi, li colma delle sue benedizioni e lungi dall’arrossirne fa proclamare per tutto il mondo questa sua prima chiamata”. Ecco allora che la nascita di Cristo ha già all’origine inscritta la missione specifica di rendere nuove le vite di tutti i fedeli, così com’è stato per i pastori, così com’è stato per santa Paola Elisabetta, così com’è per tutti quelli che vanno senza indugio a quella grotta sapendo che la nascita di Cristo al mondo, come la nascita di tutti noi a vita nuova, senza fede resta nascosta, senza fede non è vissuta. p. Giovanni P. 3

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DIARIO DEL PELLEGRINAGGIO comunita’ di Martinengo Riprendere il filo di quel viaggio, diverso dagli altri, unico per la sua storia, quella terra calcata da Gesù, l’infanzia di Maria, il mondo, le usanze di allora con la sua religione non è stato semplice giacchè avevamo un po’ di confusione (del tutto non risolta). Ed eccoci lì tra le varie tappe. Un’esperienza unica, un gioco di emozioni, momenti di gioia, tristezza, paura … come descrivere in poche righe il vissuto di un Uomo che ha dato la vita per noi? Pochi giorni per provare a ripercorrere il suo cammino … e dentro di noi un susseguirsi di incredulità. In quel luogo dove tutto ebbe inizio … il nostro cuore batteva e il fiato ci soffocava. Per ogni avvenimento compiuto da Lui, esiste ancora un segno: una chiesa, una cappella, un resto. In poco tempo abbiamo visto tanti luoghi che toccano invece del cuore l’anima: la stella della nascita, quell’inchinarsi prima di entrare … infiniti luoghi dove predicava e compiva miracoli … la pietra dell’agonia, era come soffrire un poco con Lui. Al S. Sepolcro … piccolo … per un attimo un brivido ci ha percorso e ci sta accompagnando ancora sul cammino della vita quotidiana. Il calvario, la pietra della deposizione, tutto racchiuso in quel complesso così grande, così difficile d’afferrare per un niente come noi – solo due pellegrini. Ci ha fatto riflettere anche la cappella della lacrima. Lacrime che il popolo ebraico si trascina da allora a oggi, finirà mai? Nemmeno l’olocausto ha scritto la parola fine. In quel monumento gigante quanta angoscia, quanta tristezza ….. impossibile scrivere l’emozione. Questo viaggio è stato un dono della vita, quei doni nascosti in fondo al cuore che Dio sa, e a suo tempo ci regala. Un’esperienza unica, camminare sulla terra di Gesù, nel corso della vita è una cosa che vorremmo augurare a tutti, anche a chi non crede. Daniela e Umberto Celebrazione con le Consorelle nella basilica del Santo Sepolcro 4 famiglianostra | gennaio-febbraio 2014

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NAZARET Al sesto mese Dio mandò l’angelo Gabriele in una città della Galilea chiamata Nazaret, ad una vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe della casa di Davide: il nome della vergine era Maria. Gesù (dopo che erano saliti a Gerusalemme per la Pasqua) scese con i suoi genitori e tornò a Nazaret, ed era loro sottomesso. Sua madre conservava tutte queste cose in cuor suo. E Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini. Luca 1,26-27 e 2,51-52 Della Nazaret del tempo di Gesù, oggi non è rimasto quasi nulla: la grande città che si presenta ai nostri occhi, in parte abitata da arabi e in parte (quella più moderna) da ebrei non ci aiuta a capire come doveva essere il paese dove vivevano Maria e Giuseppe, dove si sono conosciuti e si sono innamorati, dove l’angelo è apparso per proporre loro di aprire la loro casa e il loro amore ad accogliere il Figlio di Dio, dove Gesù è vissuto per lunghi anni, nell’umiltà di una famiglia di artigiani, condividendo le gioie e le sofferenze di un popolo povero, imparando a leggere le Scritture e a conoscere la storia dell’alleanza di Dio con il suo popolo. Siamo a Nazaret: entriamo pian piano in quest’umile abitazione… Che silenzio, che pace qui si respira... Maria lavora per la sua Santa Famiglia… Bassi uffici, quanto siete grandi, quanto siete invidiabili, santificati e prima di noi occupati dalla grande Regina del Ciel…. Vedete Giuseppe… Egli lavora, è felice e ringrazia in cuor suo il Signore di poter con i suoi stenti, e con le sue fatiche sostenere ed alimentare quei cari pegni, delizia degli Angeli, sua gioia, suo amore, sua consolazione. Ai suoi piedi Gesù, oh, il buon Gesù, fatto piccolo per nostro amore. Egli scherza coi pezzetti di legno che cadono dalle mani del suo Padre putativo, li unisce... per fare che cosa? Delle Croci... Egli ci ha veduti e ce ne offre, perché vuole che lo seguitiamo... Le ricuseremo noi dunque dopo che le accettò Maria, e dopo che abbiam scelto d’esserle Suore, e seguirlo si da vicino? SANTA PAOLA ELISABETTA CERIOLI Eppure, nonostante le differenze, è proprio qui, su queste colline affacciate sulla pianura di Esdrelon, a un’ora di strada dall’aeroporto di Tel Aviv, che la Santa Famiglia ha vissuto la sua vita semplice e nascosta. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce dei resti delle case di quel tempo, in parte scavate nella roccia friabile (dove si proteggevano cose e animali), in parte completate da piccole stanze sul davanti (l’alloggio), dove i membri della famiglia cucinavano e dormivano. In mezzo a queste grotte-case, qualcuno ha scritto nel secondo secolo: Ave Maria, ricordandoci che in questo pezzetto di terra la Madre di Dio, facendo le cose più semplici del mondo, ha cresciuto Gesù. Se chiudiamo gli occhi possiamo vedere ancora oggi, in queste povere case e tra le strade polverose, Giuseppe dedito al suo lavoro, e Gesù mentre corre giocando con gli amici, mentre cresce e aiuta nel lavoro il papà, mentre frequenta la Sinagoga e accoglie nel cuore il desiderio di Dio di salvare il suo popolo. Santa Paola Elisabetta ha visitato spesso questo luogo con la fede, e ha imparato le lezioni che si imparano a Nazaret. Invita oggi anche noi a sostare in silenzio, per entrare nel nostro cuore, per guardare alle nostre case, alle nostre famiglie, al nostro lavoro, al nostro desiderio di amare, alla nostra fede. Ci viene spontaneo chiedere alla Santa Famiglia di aiutarci a fare le cose semplici di ogni giorno credendo che Gesù è lì vicino a noi, come lo era a Nazaret, cresce con noi, ci accompagna nella gioia e nella fatica. p. Gianmarco P. 5

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AIN KAREM Siamo ad Ain Karem vicino a Gerusalemme nella regione montagnosa della Giudea. All’estremo ovest della citta, entro una vallata verde, su un poggio raccolto tra cipressi, sta la bella chiesa della Visitazione eretta sopra quel pozzo d’acqua che la tradizione riconosce quale luogo in cui probabilmente è avvenuto l’incontro tra Elisabetta e Maria, andata in visita alla cugina. Episodio che viene raccontato dall’evangelista Luca: “In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!” (Lc 1,39-42) Due donne si salutano, entrambe aspettano un bambino, una anziana e detta sterile sarà madre di Giovanni Battista, l’altra giovane e vergine darà alla luce il Salvatore come l’angelo di Dio le ha annunziato. Questo incontro mette in evidenza l’agire di Dio nella storia. Di fatto come con santa Elisabetta siamo di fronte ad una donna sterile resa feconda da Dio che interviene fin dalla nascita a segnare i suoi uomini, come era avvenuto per Sara, per la madre di Sansone e per Anna madre di Samuele, così avviene anche per Maria, con la sua maternità verginale, intervento sublime e indiscusso dello Spirito Santo. 6 famiglianostra | gennaio-febbraio 2014

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Santa Paola Elisabetta Cerioli quando parla della donna, non scrive mai che «donna» è un certo modo di essere in profondità, è uno spazio puro da ogni esteriorità e apparenza, è un grembo verginale capace di ospitare dentro di sé il tutto del mistero della vita, ma combatte una durissima battaglia contro la superficialità, la dissipazione e la frivolezza riconducendo la stessa Maria della Santa Famiglia a una essenzialità finemente pedagogica come ci viene trasmessa nei suoi scritti: “Maria qui seduta. Essa lavora, lavora per la sua Santa Famiglia. Sorelle stupite, ed ammirate. La Madre d’un Dio.. la vedete Ella prepara ed allestisce il cibo, lava le stoviglie, tien netta e scopa la casa. Qual maestà in tanta umiltà, qual pulizia in tanta povertà, qual ordine in tanta miseria, e perché. Perché Maria è raccolta, non parla, perché opera con tranquillità con amore e pel suo Dio” In questo incontro emerge chiaramente la beatitudine di Maria, la quale è beata perché “ha creduto”, perché ha avuto fede nella promessa permettendo al Signore di vivere nella storia. La fede di Maria ha reso visibile ciò che aveva creduto e ancor prima ascoltato. E allora se la maternità di Maria è causa della sua beatitudine, la fede è causa della sua maternità. Una maternità che prima di essere vissuta nel ventre, è presente nell’orecchio di chi accoglie con fede la parola. Pertanto, come la verginità accogliente di Maria si esprime nell’assenso della libertà più pura, nella collaborazione all’opera di Colui che l’ha scelta e plasmata nella grazia, nell’indissolubile legame del suo essere vergine e madre, così il femminile testimoniato nella concretezza della donna Cerioli è tutt’altro che remissivo e alienante; è invece di donna forte e coraggiosa che, come Maria, non dubita di proclamare che Dio è vindice degli umili e degli oppressi e rovescia dai loro troni i potenti del mondo (Lc 1,51-53); che la paternità di Dio ha anche la natura della maternità di Maria che Paola Elisabetta ha fatto propria soprattutto per chi era impedito di abitare il mondo. p. Giovanni P. Maria cammina con la Chiesa Opera di Umberto Gamba 7

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CANA Percorrendo la strada tra Nazareth e Tiberiade incontriamo il villaggio arabo di Kefar Kanna che la tradizione cristiana porta ad identificare con Cana di Galilea dove Gesù operò il suo primo miracolo trasformando l’acqua in vino durante un banchetto di nozze. Ecco come ci viene raccontato il fatto dall’evangelista Giovanni: “Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». (Gv 2,1-4) È chiaro che Gesù non vuole fare prodigi spettacolari, né per accontentare sua madre, né per venire incontro a una difficoltà concreta quotidiana. Egli desidera nei suoi atti, anche potenti e straordinari, offrire solo rivelazioni del suo mistero divino. È in questa luce che Maria, senza esitazione, comprende il senso vero di quella risposta di Gesù apparentemente negativa e dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». In questa prospettiva possiamo comprendere che Gesù a Cana con la sua presenza vuole semplicemente benedire una giovane famiglia con quell’abbondanza di grazia segnata dall’acqua trasformata in vino. Ancora oggi molti pellegrini andando a Cana, memori di quel fatto accaduto, amano rinnovare le promesse matrimoniali e pregare per le proprie famiglie affinché Gesù sia presente in esse e dia loro l’abbondanza dei suoi doni e del suo Spirito. 8 famiglianostra | gennaio-febbraio 2014

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Pensando e contemplando la presenza di Cristo in “quella nuova famiglia”, possiamo dire che a Cana si celebra il promesso sposalizio tra la divinità e l’umanità: Cristo, lo Sposo, è finalmente in mezzo all’umanità, l’ha assunta in sé trasformandola come a propria sposa, che è la Chiesa, una promessa già anticipata dal profesta Isaia (Is 62, 4-5), che presenta Dio stesso come uno sposo: «Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te». Queste parole del profeta ci ricordano come l’amore di un uomo e di una donna in tutta la Bibbia sia segno dell’amor di Dio per il suo popolo. Da questo fatto, pensando alla vita di santa Paola Elisabetta Cerioli possiamo affermare che questo amore di Dio si è dato con tutta evidenza anche a lei, che l’ha riconosciuto a partire dall’obbedienza alla volontà dei suoi genitori che la volevano sposa di Gaetano, come ben ci ricorda: “Senza nemmeno permettermi delle riflessioni sul mio destino, mi abbandonai alle loro braccia (genitori) come in quelle di Dio[…]”. Il seguito della dichiarazione della Cerioli chiarisce come la rielaborazione in senso spirituale degli avvenimenti successivi della sua vita confermano come quella “obbedienza ai genitori” fu di fatto la “prima” obbedienza ad un cammino che non doveva arrestarsi al suo matrimonio, cioè alla “famiglia da lei costituita sotto le indicazioni dei genitori”, ma proseguire verso altri impensabili lidi: quelli di una “Sacra Famiglia”, che doveva diventare “l’asilo degli abbandonati” come lei eprime in un dialogo avuto con suor Luigia Corti: “[…] e vidi come sia stato volere di Dio dagli avvenimenti che ora succedono, poiché se io mi opponevo a questo matrimonio, queste sostanze e questa casa non sarebbero divenute l’asilo degli abbandonati, come ora vedi”. Ora anche noi vogliamo far tesoro di questa obbedienza d’amore a Dio che si dà come un legame sponsale, anche noi vogliamo lasciarci illuminare dalle parole di Maria che disse, rivolgendosi ai discepoli, “Fate quello che vi dirà”, affinché nella nostre famiglie possa ogni giorno rinnovarsi quell’abbondanza di grazie che Gesù già aveva elargito a Cana, ma che è pronto a concedere a tutti coloro che tengono viva la fede in Cristo. p. Giovanni P. 9

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DIARIO DEL PELLEGRINAGGIO comunita’ di martinengo Siamo consapevoli che è inconsueto iniziare una riflessione sul pellegrinaggio in Terra Santa da poco terminato, al quale abbiamo partecipato come coppia, partendo dai ringraziamenti. Ma vogliamo esprimere riconoscenza alla Congregazione della Sacra Famiglia, nella persona del suo Superiore Generale, p. Gianmarco Paris, e di tutti i suoi religiosi, per l’opportunità che ci è stata data. Ci capita spesso, nonostante il tram tram della vita quotidiana e i problemi che ogni giorno si presentano, di fermarci e ritornare con il pensiero ai luoghi visitati e alle persone incontrate. Come dimenticare la messa quotidiana e la lettura dei passi dei Vangeli che raccontano la vita di Gesù nei luoghi in cui ha vissuto e il ripercorrere strade e luoghi dove “Lui” è passato: Nazaret, lago di Tiberiade, Cafarnao, Gerusalemme, Betlemme! Come genitori sono ancora vive in noi quelle sensazioni di serenità e pace provate davanti alla grotta della Natività, come indimenticabile il senso di angoscia e, nel contempo, di speranza suscitate durante la visita al Santo Sepolcro, dove per trasposizione abbiamo rivissuto i nostri drammi personali. Che tristezza davanti a quel muro che divide e separa un territorio geografico e che procura un’ingiustificata sofferenza alle popolazioni che vi abitano. Sono stati giorni intensi, vissuti nella frenesia di continui spostamenti per non perdersi nulla, cui si è più volte contrapposta la necessità personale di fermarsi, per riflettere e metabolizzare tutte quelle forti emozioni provate. Rinnoviamo quindi di nuovo il nostro più sentito ringraziamento, permettendoci un piccolo appunto: sul volantino di presentazione era indicato che il pellegrinaggio durava sette giorni, dal 27 Dicembre al 2 Gennaio. Ci piace ricordare, come peraltro ben evidenziato in una pubblicazione inerente i viaggi in Terra Santa, che questo non è vero: è solo l’inizio di quel viaggio interiore, di ricerca, che auguriamo a tutti coloro che sentano la necessità di “ripulire” la propria fede dalla polvere depositata nel tempo. Nel frattempo, a chi ci chiede com’è un pellegrinaggio in Terra Santa rispondiamo: quando il nostro sarà finito forse lo potremo meglio raccontare. Eugenio e Cristina Secondo gruppo 10 famiglianostra | gennaio-febbraio 2014

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NAIM In seguito andò in una città chiamata Naim. Lo accompagnavano i suoi discepoli insieme ad una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, s’imbatté in un morto che veniva portato al sepolcro: era l’unico figlio di una madre vedova. Molti abitanti della città erano con lei. Il Signore, appena la vide, ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere». Poi, accostatosi alla bara, la toccò, mentre i portatori si fermarono. Allora disse: «Giovinetto, te lo dico io, àlzati!». Il morto si levò a sedere e si mise a parlare. Ed egli lo restituì alla madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è apparso tra noi: Dio ha visitato il suo popolo» Luca 7,11-16 Lasciando alle spalle il monte Tabor arriviamo a una cittadina di nome Naim, quasi interamente abitata da mussulmani. C’è una chiesa cattolica che ricorda il giorno in cui Gesù, passando di qui con i suoi discepoli, si è incontrato con un funerale, e – mosso a compassione per una donna rimasta sola – risuscitò il figlio morto. La chiesa è chiusa, non possiamo entrare. Ma riusciamo a immaginare cosa successe quel giorno, quale dolore accompagnava la povera donna e quale meraviglia quando il bambino si è alzato in piedi. Possiamo immaginare come lo sguardo di Gesù per quella madre in lacrime, e lo sguardo di gratitudine di quella donna per Gesù dopo aver resuscitato il suo figlio. Cosa avrà pensato Gesù? Forse avrà immaginato il momento in cui, poco prima di morire, avrebbe guardato dalla croce sua madre in lacrime e le avrebbe dato il discepolo come suo nuovo figlio. Gesù ha sentito il dolore di chi perde un figlio, una persona amata; Gesù sa che la morte è un passo, è ciò che più fa soffrire noi uomini, creati per la vita. Per questo Lui stesso non l’ha scavalcata, ma l’ha attraversata insegnandoci che ci si può consegnare nella fiducia, perché oltre la morte ci accolgono le braccia del Padre. Santa Paola Elisabetta ha vissuto una storia così; Gesù non ha resuscitato il suo figlio, ma l’ha aiutata ad aprire il suo cuore ferito, per accogliere il suo amore di Padre e donare il suo amore di madre ai tanti figlie e figlie poveri e abbandonati del suo tempo. Ci sono molte Naim nel viaggio della nostra vita, molte madri e padri che piangono i loro figli morti. Il Signore risorto continua ad andare loro incontro, a sentire compassione per loro, a ridare loro forza per vivere, per continuare a donare il loro amore a chi non si sente amato. p. Gianmarco P. SANTA PAOLA ELISABETTA Cerioli “I giorni passano, ma il mio dolore per la perdita del mio Carlo si fa ognora più vivo: ho perduto tutto in quell’anima pura e immacolata!... Mio Dio, perché togliermelo? Perché darmi tante consolazioni per rendermi ancor più amara questa perdita? (Lettera a Mons. Valsecchi del 4 febbraio 1854) “Del resto sono contenta e soddisfattissima. Mio Dio! Come cambiò le mie afflizioni in consolazioni! Io non ci posso pensare senza intenerirmi ed eccitarmi all’amore di questo Padre sì buono, sì generoso” (Lettera al nipote Francesco del 20 giugno 1857). 11

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DIARIO DEL PELLEGRINAGGIO Il già Superiore generale, p. Michelangelo Moioli, quando ha voluto presentare questa iniziativa sottolineava: “Con questo santo viaggio (Sal. 83,6) desideriamo che si animi una sana tensione spirituale volta alla purificazione di tutti quegli ostacoli che rallentano od impediscono la vita fraterna, la comunione collaborativa, la lotta individuale e l’amore alla Chiesa”. Si comprende bene come l’andare dunque in Terra Santa non è solo un viaggio straordinario, è in modo particolare fare esperienza di un incontro reale con Dio nella storia dell’uomo e della sua azione di edificazione della comunità ecclesiale. E’ bastato mettere piede in quella terra benedetta e tutti noi ci siamo sentiti invadere dal desiderio di ricercare le nostre radici cristiane e lì, nella Palestina di oggi, abbiamo trovato conferma della nostra identità come Chiesa di Cristo. Sulle strade di Gesu’ L’itinerario comunita’ di Milano e santuario Madonna della Bozzola Dal 27 dicembre al 02 gennaio 2014 il nostro gruppo formato da famiglie e fedeli frequentanti il Santuario mariano Madonna della Bozzola in Garlasco e una quindicina di parrocchiani dei SS. MM. Nazaro e Celso in Milano e completato dai Religiosi e Religiose della Sacra Famiglia impegnati in apostolato nello stato del Mozambico in Africa e comunque tutti accomunati dal desiderio di ripercorrere l’esistenza terrena di Gesù, hanno voluto lasciare per alcuni giorni la loro vita ordinaria per diventare “pellegrini dello Spirito”. Guardando i membri del nostro gruppo ti accorgi che c'è chi va per la prima volta e nell'emozione non immagina neppure, c'è chi va per la seconda col desiderio di rivedere in altra forma e in altro tempo, di far congruenti i ricordi alla vita, c'è chi va per l'ennesima volta, rispondendo alla forte nostalgia di quella terra con l'allegria di un ritorno. Ognuno parte a modo suo, col suo bagaglio e la sua ricerca, nella sua misura e con una domanda nel cuore. È un pellegrinaggio di una Congregazione religiosa che festeggia 150 della sua Fondazione, che propone ai suoi “amici” una rilettura del Carisma di S. Paola Elisabetta Cerioli, lei che aveva “calibrato” la sua Istituzione sulla Santa Famiglia di Nazaret, a cui inoltre si aggiungono alcune altre voci e dialetti: la diversità si fa subito esperienza, contrasto, ricchezza nei modi, nelle forme attorno alle sollecite e delicate premure dei sacerdoti presenti nel gruppo. 12 Il viaggio ha avuto il suo primo riferimento logistico per alcuni giorni a Nazaret, luogo dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria e dell’infanzia di Gesù ed è poi proseguito per Cafarnao e il lago Tiberiade, dove è ambientata tanta parte dei vangeli. E’ seguita la visita al Tabor, un piccolo monte della Galilea dove Gesù si è trasfigurato davanti agli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni. Lì ci è parso di toccare il cielo, tanto suggestiva è stata la silenziosa atmosfera. La stessa sensazione di “percepire” la presenza di Gesù l’abbiamo avuta sul Monte delle beatitudini, davanti al mare di Galilea: il sole, il vento, il profumo dell’erba, l’incanto di un silenzio primordiale e le parole eterne del vangelo ci hanno portato in estasi. Abbiamo proseguito poi giungendo a Betlemme, luogo della nascita di Gesù e realtà che ci ha ospitato per gli altri giorni, che ci ha visti muoverci verso Gerusalemme, luogo della sua morte e resurrezione e delle cittadine limitrofe. Le impressioni piu’ù forti Quanta ricchezza in questi giorni passati insieme, in condivisione. Una volta ancora torniamo da un pellegrinaggio in Terra Santa. Ciascuno di noi assorbe anche un po’ della vita degli altri, la gioia semplice di alcuni, le emozioni di altri, la meraviglia di altri ancora. E’ questa la riscoperta di una fede che sonnecchiava nel fondo di ciascuno di noi! E che si è risvegliata e arricchita man mano che scoprivamo luoghi, che leggevamo testi, che partecipavamo a celebrazioni e a incontri che ci hanno permesso di conoscere la vita di questo paese così complesso. famiglianostra | gennaio-febbraio 2014

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Ringrazio sentitamente per l’attenzione dimostrata e per l’accoglienza riservata durante il pellegrinaggio. Custodisco gelosamente nel mio cuore ogni attimo vissuto in quei santi luoghi. Nel corso di tutto il viaggio, emozioni e sensazioni forti si sono susseguite in un crescendo continuo e si rinnovavano in ogni luogo sempre più profonde. Sul monte Tabor: guardare il panorama e pensare “non sarà cambiato molto dal tempo di Gesù questo splendido scenario”. Gesù l’ha visto come lo vedo io oggi e quello che è accaduto lì, la Trasfigurazione, è qualcosa per noi cristiani di strabiliante, ancora oggi a distanza di anni. A Cana, dove avvenne il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino, pensare a Gesù con la mamma, me lo ha fatto sentire profondamente uomo partecipe delle gioie della vita. La traversata del lago Tiberiade in battello merita una nota di rilievo. La giornata era un poco nuvolosa, il battello era guidato da palestinesi. Imbarcarono solo il nostro gruppo, ci accolsero con l’alza bandiera italiana e cantammo l’inno nazionale italiano tutti in piedi e le due bandiere, italiana e palestinese, sventolavano insieme in alto. La barca prese il largo solo per poco tempo a causa della precarietà del mare e per il vento un po’ forte. In quel luogo così evocativo, penso che ognuno di noi ebbe modo di pensare che quella situazione così come la stavamo vivendo era quella che Gesù aveva vissuto con i suoi apostoli. Essere lì, in quello scenario splendido ad ascoltare i brani del Vangelo sulla circostanza mi fece immaginare lo stato d’animo degli apostoli insieme a Gesù. Sostare in raccoglimento nella Basilica della Natività dove il nostro Signore è nato alla vita terrena, povero in mezzo ai poveri, per condividere la nostra condizione umana e per riscattarci dal peccato ha dato a tutti la certezza di sentirsi amati e pienamente partecipi del Suo progetto di salvezza. Gli ultimi giorni passati tra Betlemme e Gerusalemme ci hanno fatto scoprire la sconfinata realtà di Gerusalemme, la “città di Dio” per cristiani, ebrei e musulmani. A Gerusalemme, durante la visita ai luoghi della Passione abbiamo rivissuto, attraverso luoghi e scritture, i giorni della passione di Gesù. Pregare la Via Crucis, ripercorrendo la via dolorosa e immaginando le sofferenze patite da Gesù è stata un susseguirsi di stati d’animo carichi di commozione e di emozioni intense e indescrivibili. Fermarsi in preghiera al Santo Sepolcro e al Muro del pianto ha concluso questa meravigliosa esperienza: un pellegrinaggio nel cuore della fede cristiana, dalla nascita di Gesù nell’umile grotta alla sua gloriosa Risurrezione nel Santo Sepolcro. Don Angelo Pavesi e i Padri della Congregazione della Sacra Famiglia hanno invece curato amorevolmente lo spirito di questo pellegrinaggio e hanno celebrato le nostre messe con ispirati commenti alle letture sacre relative ai luoghi visitati e in particolare richiamando gli scritti di Santa Paola Elisabetta Cerioli. Ancora oggi, a diverse settimane da questa splendida esperienza, sentiamo di essere stati per un po’ una unica grande famiglia nella casa del Padre e questo lo dobbiamo ai Padri della Sacra Famiglia a chi ha permesso questo Pellegrinaggio. Grazie a tutti. p. Mario Vecchierelli e alcuni pellegrini Interno della basilica sul Monte Tabor 13

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CALVARIO-SEPOLCRO Quando giunsero sul posto, detto luogo del Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno»… E gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito». Detto questo, spirò. Lo depose dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in un sepolcro, scavato nella roccia, dove non era stato posto ancora nessuno. Aggirandosi per le strette e affollate vie di Gerusalemme vecchia è difficile rendersi conto di come potesse essere quando Gesù la percorreva. A un certo punto si arriva ad una piazza sulla quale si affaccia l’entrata di una antica chiesa. Essa oggi contiene i luoghi dove si è compiuto il cammino di Gesù sulla terra: il promontorio roccioso del “calvario” dove i romani realizzavano le crocifissioni e il luogo dove c’era un giardino di tombe, in una delle quali fu sepolto il corpo di Gesù. Qui dove Gesù ha compiuto la volontà del Padre donando la sua vita, il Padre ha compiuto la sua alleanza di amore con l’umanità risuscitando Gesù come primogenito della nuova vita che promette a tutti coloro che lo seguono. È un luogo speciale, dove la morte e la risurrezione di Gesù sono contemplate sui luoghi dove sono avvenute, in un’unica chiesa dove celebrano cristiani di molti riti e chiese diverse, ma uniti dall’unica fede. Per loro è il luogo più importante di Gerusalemme. Il mistero pasquale è il centro di tutta la nostra fede, lo celebriamo in ogni chiesa e in ogni messa, ma qui, guardando l’altare costruito sopra il calvario e l’edicola costruita sopra quello che è rimasto del sepolcro, siamo aiutati a capire che la messa Gesù l’ha celebrata dando totalmente la sua vita, condividendo fino in fondo la nostra morte e la nostra paura della morte, da dove il Padre lo ha liberato. Seduti davanti al calvario, stiamo con Santa Paola Elisabetta, che lo ha visitato molte volte, negli anni della morte dei suoi figli e di suo marito. Uscendo dal Sepolcro anche noi sentiamo che lo Spirito ricevuto da Gesù ci apre ad accogliere la vita nuova, ci fa camminare per una vita nuova: non possiamo evitare la morte, neppure Gesù l’ha evitata, ma possiamo vincere la paura della morte, affidandoci a Dio e donando il nostro amore a chi già in questa vita è come morto, perché non ha chi lo ami e lo educhi. p. Gianmarco P. … Il primo giorno della settimana, di buon mattino, si recarono al sepolcro, portando gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra che chiudeva il sepolcro era stata rimossa. Luca 23, 33-34.46.53; 24,1-2 SANTA PAOLA ELISABETTA CERIOLI 14 “La memoria dei patimenti di nostro Signore ci infonda assime l’amore, la confidenza e la fiducia di poterlo seguire sulla via dell’abnegazione della nostra volontà, specialmente di quella che richiede l’esatto adempimento dei nostri doveri” (Lettera a Suor Nazarena, 3 aprile 1965). “Risuscitate con nostro Signore e lasciate nel sepolcro le vostre mancanze, ma più di tutto la mancanza di confidenza in Dio” (Lettera a Suor Nazarena, aprile 1965). famiglianostra | gennaio-febbraio 2014

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CELEBRIAMO LA NOSTRA MADRE Nel mese di gennaio, il giorno 23, ricorre la festa liturgica di Santa Paola Elisabetta, nostra Fondatrice. La celebriamo con la semplicità e solennità che merita, oltre che in tutte le comunità, nelle case dove la Congregazione femminile e maschile sono nate e dalle quali si sono poi aperte al mondo: Comonte e Martinengo. Condividiamo qui alcuni passaggi della riflessione che il Superiore generale ha proposto durante le S. Messe celebrate in queste due Chiese. La nostra Famiglia religiosa maschile e femminile è lieta di celebrare, insieme alla Chiesa tutta, la festa della sua Fondatrice, Santa Paola Elisabetta Cerioli, ringraziando il Signore per avercela data come sorella, madre e fondatrice. Lei ci invita e ci aiuta a ascoltare la Parola del Signore, nella quale cerchiamo la luce per il nostro cammino. Il profeta Osea legge nella storia tormentata del suo matrimonio l’alleanza d’amore che Dio ha stretto con il suo popolo. Prestando a Dio la voce del suo amore ferito, dopo aver esposto alla sua sposa i suoi tradimenti e le sue infedeltà, mosso da una forza interiore alla quale non può resistere, sceglie di iniziare di nuovo il patto di alleanza con l’amata, fiducioso che ciò possa rinnovare il suo cuore. Il salmo 133 canta la gioia dei pellegrini che vanno al Tempio e sperimentano come è buono e bello vivere da fratelli. San Paolo scrivendo ai Corinti, innalza un inno al dono più grande che lo Spirito Santo possa concedere: l’amore. Nel Vangelo, Gesù istruisce i discepoli circa il destino che lo attende a Gerusalemme. Essi non capiscono e sono preoccupati di altro. Di cosa parlavate lungo la via? Chiede Gesù quando sono in casa. E insegna che il più importante è l’ultimo, il servo. Prendendo poi un bambino lo abbraccia e spiega che il modo concreto di essere piccoli (per essere grandi) è di amare e curare chi ha bisogno di aiuto e non può dare nulla in cambio: appunto come i bambini, o chi è debole e indifeso e solo. Le pagine della storia della salvezza che la liturgia di Santa Cerioli propone alla nostra riflessione sono legati tra loro dal filo rosso dell’amore: l’amore sponsale che rinnova e cura l’infedeltà; l’amore fraterno tra coloro che servono il Signore; l’amore per gli ultimi e piccoli; l’amore come dono che Dio comunica agli uomini, più importante di qualunque altra cosa che possiamo desiderare. La vita di Santa Paola Elisabetta, che si è conformata ai tre divini personaggi della Santa Famiglia, ci aiuta a vedere più da vicino, quasi a toccare con mano, la rivelazione di Gesù, il cammino che Egli ci offre da seguire: Dio ci dona il suo amore per vie umane (i nostri genitori e fratelli, gli amici, il marito, la moglie e i figli; i confratelli con cui condividiamo la vita in comunità e nella missione), e ci chiede di rispondere a questo amore con i gesti più umani e semplici, a esempio del Suo Figlio, che ha preso l’ultimo posto e ci chiama a seguirlo nella strada del servizio, dell’attenzione agli ultimi, dell’educazione che richiede di abbassarsi per innalzare l’altro. Dio, mediante Santa Paola, ci manda ancora oggi ai piccoli e poveri, perché li accogliamo in una famiglia di amore e di fede. Questo è il nostro modo di seguire Gesù nel suo mistero pasquale, entrando a far parte della sua ‘nuova famiglia’. 15

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