L'oro verde di Terra di Lavoro

 

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descrizione della lavorazione della Canapa di Federico Scialla

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ORO VERDE IN TERRA DI LAVORO: NOSTRA CANAPICOLTURA Di Federico Scialla Le strade che congiungono Napoli a Caserta sono due: una, « nazionale » in tutto il suo tracciato che direttamente porta a Caserta attraverso Caivano, l'altra « nazionale » fin oltre Aversa, porta a Caserta tagliando Marcianise. Sono due belle strade, larghe e soprattutto ridenti perché attraversano una delle pianure più fertili e ricche della Campania felix. Gli alberi e le culture intorno le rendono fresche; l'occhio riposa e spazia in un mare di verde. Questo accade per tutto l'anno meno che di agosto, mese in cui, nei pressi dei Regi Lagni, l'odore caratteristico delle vasche di macerazione appesta l'aria intorno per un buon raggio. Allora la bellezza della campagna non avvince più, presi come si è dalla fretta di uscir fuori dalle spire dell'aria male odorante. Lenti carri in lunghe file trasportano, affastellati fino all'inverosimile, biondi fasci di canapa, dalla campagna alle vasche di macerazione o ai « fusari » e da questi alle aie. Lunghe, lente file di buoi e di cavalli sovraccarichi, zoccolanti sull'asfalto infuocato, ritornano a signoreggiare le strade e l'autista, allora, si sente l'intruso mal sopportato che deve cedere il passo; deve aspettare. Transita, intrisa di sudore, la ricchezza di Terra di Lavoro: la canapa. Quanti conoscono la resistente fibra tessile dal largo impiego e dalla laboriosa lavorazione? Quanti ne conoscono l'alto fusto elegante, la verde foglia palmata, il ciuffetto cimale svettante? Quanti sanno la fatica che richiede la canapa, dalla preparazione del terreno alla estirpazione, dall'essiccamento alla macerazione, dalla maciullazione alla spatolatura? L'abbiamo chiamata « ricchezza intrisa di sudore » ed è vero. Forse nessun'altra pianta, almeno qui da noi, richiede tanto lavoro umano quanto la gigante «.cannabis » da tiglio. Alcuni cenni storici varranno di certo, a rendere più completa la nostra presentazione di questa antichissima pianta tessile. Essa è anzi, ritenuta la più antica. La sua coltivazione in India ed in Cina si fa risalire a 3000 anni prima di Cristo; è particolarmente citata nell'opera cinese « Shu-King », scritta 500 anni ay. C. Il nome « canapa » è derivato dal greco kannabis, latino cannabis. La canapa non pare sia stata conosciuta dagli Ebrei e dagli Egiziani, ma è certo che gli Sciti ne facevano largo uso, così come testimonia Erodoto, nel 484 ay. C., il quale attesta che, mentre i Greci la conoscevano appena, gli abitanti della Scizia, adiacente al Mar Caspio, la coltivavano su vaste aree. È probabile che gli Sciti nelle loro migrazioni (1500 ay. C.) ne importassero la coltivazione in Europa. Per l'importanza delle droghe medicamentose che fornisce, la canapa, fu oggetto di molte ricerche chimiche. Degli infusi che si possono preparare dagli estratti di erba di canapa e della loro energica azione fa cenno, sia pure brevemente, C. Plinio Secondo nella « Naturalis Historia ». Fu, invero, una varietà della canapa, e cioè la « Cannabis Indica », ad imporsi nell'uso medico, grazie soprattutto alle esperienze su di essa effettuate per dieci anni di seguito a Calcutta ora è più di un secolo. Ricordiamo ancora che l'Hachisch, famoso narcotico usato dai tempi lontani, è composto di un miscuglio di Coras (resina), di Canya e Banga (prodotti erbacei di varietà di canapa indica), grassi, tabacco e sostanze zuccherine. Raffaele Barbieri, nella sua pubblicazione « La ` pre fioritura ' della canapa in Campania nell'annata 1952 », dà sulla canapa le seguenti interessanti notizie relative alla classificazione botanica: Seguendo gli aggruppamenti stabiliti da Serebriacova e Sisov la canapa appartiene alla Famiglia delle cannabinacee. La «specie » C. sativa L. viene ritenuta come una specie collettiva o « conspecie » scindibile in due specie: C. sativa (L) Serebr. emend. e C. indica (L) Serebr. emend. La nostra canapa (C. sativa excelsior: canapa comune, canapa gigante, ecc.) è inquadrata per tanto come « C. sativa (L) Serebr. emend., var. italica Serebr. » e la C. sinensis (a cui si riferiva la Pelosella), non più considerata « specie », e ritenuta una varietà della stessa C. sativa: « C. sativa (L) Serebr. emend. var. maritima Serebr. ». Conseguente-mente la Carmagnola, la Bolognese, la Ferrarese, la Paesana cam-pana, ecc. rappresentano tipi o entità culturali

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della varietà italica; le Peloselle Fatza, Uniah. Hacicoy, rappresentano a loro volta tipi o entità colturali della var. marittima. Entrambe le varietà, la italica e la marittima sono ascritte alla « proles » australis (meridionale) della sottospecie culta. Alla stessa var. italica va riferita anche quella che impropria-mente dai nostri canapicoltori viene chiamata « ortichina », o « spicarella » o « mazzucchella »: la canapa così detta « orti-china », in altri termini, dal punto di vista filogenetico, non è che una delle tante entità colturali (e non razza o varietà), o meglio non è che una forma « immiserita » della nostra C. sativa, var. italica, resa tale dalle svantaggiose condizioni di coltura e capace di riassumere i caratteri dei tipi giganti se coltivata in adatte condizioni di ambiente, così come hanno dimostrato gli studi condotti circa venticinque anni or sono da Vivoli della Scuola di Portici. Tipi dunque o entità colturali della var. italica; tipi o entità colturali della var. marittima (Pelosella). Dal punto di vista morfologico, e soprattutto nell'ambito delle singole varietà, è difficilissima una distinzione tra i tipi che sono compresi nelle varietà medesime. Difficile è quindi distinguere Carmagnolese, Ferrarese, Paesana, Ortichina. La canapa è una pianta a rapidissimo accrescimento ed il suo ciclo vegetativo — per quanto concerne la produzione della fibra — si conclude nello spazio di circa 120 giorni che intercorrono dalla data della semina, che coincide con l'inizio della primavera, a quella della maturazione agronomica della bacchetta allorché è completa la formazione dei fasci fibrosi e le piante maschili sono in piena fioritura. In così breve tempo sul terreno si sviluppa una enorme massa verde caratterizzata soprattutto dalla statura delle piante che, non di rado, raggiungono anche i quattro metri di altezza. Ne consegue che la canapa è una pianta esigentissima sia nei confronti del terreno che dell'alimentazione per cui predilige i terreni classici di medio impasto, freschi, profondi, naturalmente fertili, ben preparati e perfettamente sistemati e sgrondati dalle acque. Esige, inoltre, laute concimazioni, organiche e minerali, per assicurare alla pianta la possibilità di alimentarsi costantemente, permetterle un accrescimento rapido ed uniforme e conferirle una costituzione sana e robusta che sono i presupposti per ottenere un prodotto abbondante e di ottima qualità. Ribadiamo il concetto già espresso, che la canapa richiede lavoro costante, preciso e faticoso: ripercorrendo il ciclo produttivo, dalla preparazione del terreno fino alla stigliatura della bacchetta macerata, risulterà, infatti, chiaro l'enorme lavoro richiesto affinché si giunga finalmente alla fibra pronta per l'impiego tessile. Il terreno destinato alla canapa va curato fin dall'annata pre-cedente con continue lavorazioni che avranno lo scopo di pre-parare un letto di semina ideale. A tale fine si avrà cura di effettuare una prima aratura estiva, profonda, non appena liberato il terreno dalla coltura precedente (comunemente grano, bietole, o altre colture o, addirittura, la stessa canapa quantunque quest'ultima non sia una buona re-gola agronomica). Seguirà una seconda aratura, autunnale, per la semina della coltura da sovescio e, quindi, una terza, invernale, per l'interramento del pascone. A metà marzo, infine, avranno luogo i lavori di preparazione per la semina consistenti in ripetute erpicature aventi lo scopo di amminutare e spianare il terreno per ottenere un ottimo letto di semina, privo di zolle, soffice e profondo. Poiché, come abbiamo detto, la canapa è molto esigente rispetto all'alimentazione, nel terreno vanno incorporati i concimi minerali, nelle dosi note, soprattutto per assicurare alla pianta il fabbisogno di fosforo, azoto e potassio che sono elementi indispensabili alla sua vita. I concimi potassici e fosfatici vanno preferibilmente dati pre-semina e, meglio ancora, in autunno alla semina della coltura da sovescio. I concimi azotati, invece, vanno dati parte alla semina — localizzandoli nei solchi — e parte in copertura. Come abbiamo accennato la semina si effettua dalla fine di marzo alla prima quindicina di aprile e ciò di norma ed in dipendenza dell'andamento stagionale che, a volte, ostacola i lavori preparatori o le operazioni di semina stessa. Una volta affidato il seme al terreno, la nascita inizia dopo 7_8 giorni ed è questo un momento molto critico perché è proprio in coincidenza di questa delicatissima fase del ciclo vegetativo della canapa (ossia la levata dei germogli fuori terra) che si manifesta un indurimento del terreno in superficie, dovuto all'azione

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combinata della pioggia e del vento, che, comunemente, viene indicato col nome di « crostone » o di « scorza D. È una settimana di attesa spasmodica; ogni giorno che passa senza acqua né vento è un sospiro di sollievo, è un « gloria a Dio » detto a mezza voce, è un cero di più acceso. Se, invece, il Signore non ascolta le preghiere, il contadino, bestemmiando, rimedia come può, con erpicature leggere che rompono il crostone e liberano i germogli favorendone la levata. Quando le tanto sospirate piantine raggiungono una decina di centimetri vengono effettuate la sarchiatura e scerbatura (a mano o con zappette). È un lavoro da donne o da bambini che, pazientemente, tolgono via le erbacce. Non basta una sola sarchiatura; ne occorrono due o tre fino a che le piantine non abbiano raggiunto il mezzo metro. Da questo momento in poi le piante, adulte, ormai, pensano da sole, crescendo a passi da gigante, a soffocare le malerbe sotto il folto intrico della vegetazione. Quindi il lavoro del contadino ha una battuta di arresto; ma se la fatica fisica ha una pausa, il travaglio spirituale si fa più intenso. Il contadino attende, da spettatore trepidante, che il suo canapaio cresca. Attende e prega; vuole l'acqua abbastanza ma non molta, leggera, non a raffiche, con poco vento e niente grandine. Ricorre ancora al buon Dio, gli espone i desideri con candele più o meno grosse, con frequenti messe. Diventa cattolico praticante, è tutto intriso di carità cristiana, non bestemmia più! E, se l'acqua così come la vuole lui non viene ancora dall'azzurro cielo di maggio, di giugno, si raccoglie in chiesa, si agita, prende il Crocifisso, il suo Santo protettore e via, sotto il sole incombente, per le strade di campagna, litaniando e piangendo. La processione passa tra ali di folla implorante, prona nella polvere: Gesù, dacci l'acqua! ... Se all'indomani piove e vien giù l'acqua, di quella buona, la chiesa si riempie e vien cantato il « Te Deum ». Se dalle cateratte del cielo plumbeo le nuvole nere, rincorrendosi, rovesciano grandine, fulmini e vortici di vento, allora il salmodiante del giorno innanzi diventa indemoniato; pesta i ceri, picchia i figliuoli, ordina alla moglie di non andare più a messa e, bestemmiando, corre ... ad iscriversi al P.C.I. Questo, per fortuna, non accade quasi mai. Più spesso il buon Dio è misericordioso; premia sempre il sudore che basta da solo a santificare il nostro contadino prono sulla zolla. L'acqua è quasi sempre benevola, i tempi clementi; e la canapa si alza con la cima snella verso il cielo, svettando al vento primaverile. Giunti così alla fine di luglio si procede all'estirpamento. un'operazione, questa, da farsi tempestivamente, prima cioè che le piante abbiano a morire, chè, in tal caso, il tiglio diventa di debole consistenza e stopposo. Un uomo e due donne, allorché il solleone batte a picco, nelle ore più calde, più propizie all'operazione, afferrano una bracciata di piante, tirano, tirano fortemente, affinché le radici, che per fortuna sono di assai più modesta lunghezza del tronco, vengano fuori. Così, a bracciate a bracciate, cade il canapaio, mentre altri operai stendono in andane le piante affinché il sole le essicchi. Dopo tre o quattro giorni, girate e rigirate, le bacchette sono secche. Allora si prendono per la mase e si battono per liberare i fusti dalle foglie e dalle infiorescenze. Si legano gli steli in mattole grosse quanto ne può abbracciare comodamente un uomo, si tagliano le radici e le cime con un secco colpo di accetta e si addossano l'una sull'altra in modo da farne tanti mucchi conici. Si formano così le legature. A proposito del lavoro di taglio delle radici e delle cime dobbiamo dire che da qualche decennio esso è diventato meno faticoso grazie alla ingegnosa trovata dell'agricoltore Gionti di Marcianise, il quale, nel periodo che seguì la prima guerra mondiale, costruì, perfezionandola via via, una macchina che risponde perfettamente allo scopo; una macchina molto semplice, invero, che evita il massacrante lavoro del taglio con l'accetta. La canapa, tagliate le radici e le cime, è pronta per il macero. Nella nostra provincia esistono due tipi di vasche di macerazione: i « fusari » e le « vasche » propriamente dette. I « fusari » sono delle vasche di grande proporzione dislocate lungo il corso dei RR. Lagni le cui acque, scorrendo dai monti di Cancello verso la pineta di Castelvolturno, vengono, durante la campagna di macerazione, deviate nei fusari ai quali assicurano un flusso lento e continuo per il necessario ricambio. Le

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vasche, al contrario, costruite interamente in muratura e con pareti impermeabili, disseminate in gran numero in tutto l'agro di Terra di Lavoro, non potendo usufruire dell'acqua dei R.R. Lagni, provvedono al proprio fabbisogno idrico attingendo l'acqua dai pozzi. Una volta erano l'asino o la mucca a girare lentamente la noria, oggi, invece, sono i motori che, soppiantando il lavoro ani-male, provvedono ad elevare l'acqua dalla profondità dei pozzi. Le vasche alimentate dalle acque dei Regi Lagni sono impiegate, vaste come sono, per la macerazione per conto terzi. Esiste, quindi, una industria della macerazione. Il contadino che, proprietario di un piccolo canapaio, non ha inteso costruire sul suo terreno una vasca alimentata dal pozzo, va ai lagni e, pagando un tributo in canapa ed in danaro, macera la sua bacchetta. Va da sé che, nei periodi di raccolta, le vasche sono sempre piene ed attorno ad esse molti sono i lagnatari che si immergono per disporre le « mattole » le une sulle altre, in senso alterno (zattere) e curare che le apposite pietre tengano le zattere immerse alla dovuta profondità. Si lavora dall'alba a notte inoltrata, mentre il cattivo odore si fa più acuto nell'aria calda di agosto e le zanzare pungono con maggior rabbia. La permanenza della canapa in acqua è di sei - otto giorni. Quando la temperatura è eccezionalmente calda, la macerazione pub anche esaurirsi nel limite di quattro giorni. Alla macerazione segue la lavatura, altra faticosa operazione per i lagnatari, i quali, stando in acqua, debbono sommergere due o tre volte ciascuna mattola affinché si stacchino dal tiglio le sostanze che ancora vi aderiscono. Macerazione e lavatura durano così fino a settembre. I carri si susseguono ai carri; mentre l'uno va verso lo stenditoio con la canapa gocciolante, altri sono in attesa carichi di fasci biondi da macerare. Uomini neri di sole, madidi di acqua e di sudore si affaticano nelle vasche. I cavalli battono impazienti gli zoccoli e tentano di liberarsi con furiosi .colpi di coda dalle mosche e dalle zanzare. I cani si dimenano da un capo all'altro dello spanditoio fra le mattole ammassate, uggiolando festosi ai pazienti buoi. Ci siamo soffermati sulla macerazione rustica perchè è quella in uso in Campania. È, tuttavia, possibile anche la macerazione industriale. Questa richiede costruzione di vasche con annessi impianti di riscaldamento e macchinari adeguati. L'operazione che fa staccare il tiglio dal canapulo è la stigliatura o « maciullazione ». Si pratica con rozze maciulle di legno ed è un lavoro faticosissimo, fatto com'è quasi sempre a mano, perché le maciulle meccaniche, non accoppiando al pregio della velocità quello della perfezione, incidono sulla qualità della fibra. La maciullazione è effettuata all'aria aperta sulle aie, spesso da donne. Ad essa segue la spatolatura. Consiste nel sottoporre la man-nella di canapa all'azione della spatola, strumento in legno di faggio a forma di coltellaccio smussato per liberarla definitiva-mente dai frammenti dei canapuli ancora attaccati al tiglio. Dalle mattole si è arrivati, così, alle morbide e lucenti mannelle. I canapuli e le radici saranno delle ottime esche per il fuoco invernale o troveranno largo impiego come combustibile nel-l'industria della calce. Una parte del canapaio, generalmente, viene destinata alla produzione del seme dopo aver estirpato soli maschi e lasciando, quindi, le femmine — i canaponi — che in settembre producono il seme. Nulla va perduto, quindi, di questa pianta che compensa largamente, così, i sacrifici che hanno fatto i contadini, dal momento in cui, con la prima aratura, le hanno preparato la terra. La graduale evoluzione dell'impresa agraria è un fatto indiscutibile dei cui effetti, però solo in minima parte ha beneficiato la produzione canapicola italiana. La quale, sembra quasi impossibile, dopo aver raggiunto vette altissime prima e durante l'ultimo conflitto mondiale, è andata man mano calando e si dibatte oggi in uno stato di crisi da cui si tende con ogni mezzo di liberarla. Sembra impossibile, abbiamo detto, perché la coltivazione della canapa, anche se limitata a talune zone del territorio nazionale, è di notevole importanza nel quadro generale della nostra economia: essa fornisce la materia prima per le manifatture tessili ed è materia di esportazione.

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Le ragioni per le quali oggi la canapa è in crisi possono riassumersi nei seguenti punti: 1) Pesantezza di mercato determinatasi subito dopo l'ultimo conflitto mondiale e durante il quale si ebbe, al contrario, una crisi di sovrapproduzione. La guerra di Corea valse a superare solo temporaneamente tale situazione di pesantezza ed infatti, alla fine delle ostilità, si riaffacciò la crisi che, di anno in anno, è andata vieppiù aggravandosi. 2) Concorrenza, sui mercati interni ed esteri, di altre fibre tessili vegetali quali il cotone ed il lino, in primo luogo, e di altre fibre dure meno pregiate quali il sisal, la juta, l'abaca ecc. 3) Elevati costi di produzione della canapa, sia nei confronti delle predette fibre tessili concorrenti (le quali godono nei Paesi produttori di una particolare politica di aiuto da parte dei rispettivi governi) e sia nei confronti di altre colture concorrenti a carattere industriale, quali il tabacco, la bietola ecc. 4) Concorrenza delle fibre tessili artificiali che si sono larga-mente sostituite alla canapa perché di basso costo e per la molteplicità degli impieghi a cui possono essere destinate. 5) Decadimento della tecnica colturale tradizionale e decadimento genealogico, attacchi parassitari, avversità meteoriche, peggioramenti della macerazione e delle lavorazioni rustiche per l'estrazione della fibra, hanno infine aggravato il quadro della situazione acuendo lo stato di crisi. Gli effetti della crisi sono manifesti ed hanno provocato una contrazione delle aree destinate alla coltura della canapa, principalmente nelle province settentrionali dove la coltivazione si è ristretta a qualche migliaio di ettari. Nelle province meridionali — ed in particolare in quella di Caserta — il fenomeno è stato meno sentito e la contrazione può ancora definirsi marginale. A nostro avviso questo è un bene perché crediamo nella ripresa della canapicoltura di Terra di Lavoro che oggi vanta un primato di produzione nazionale. Il nostro contadino si dibatte nell'alternativa di coltivare o non coltivare la canapa ma, evidentemente — e saggiamente aggiungiamo noi — sceglie la via di mezzo e, senza abbandonare la coltura, ne sacrifica una parte a favore di altre che, forse, e sempre a prezzo di duri sacrifici e sudati lavori, gli daranno un margine di guadagno maggiore. Non rinuncia alla canapa il nostro canapicoltore, perché vin-coli affettivi lo legano a questa pianta che fu l'orgoglio degli avi prima, e del padre, poi, sicché l'abbandono di questa tradizione familiare equivarrebbe ad un tradimento. I tempi ed il progresso sociale, hanno reso sempre più rara e costosa la disponibilità di mano d'opera specializzata occorrente per la lavorazione rustica della canapa — che in gran parte si effettua a mano — e, pertanto, malgrado ogni buona intenzione del canapicoltore, la produzione ha subìto un lento e graduale peggiora-mento in quantità e qualità quale conseguenza diretta della mancanza di una scrupolosa tecnica colturale e di lavorazione. Alla canapa, quindi, non si dedicano più le cure di una volta e, a poco a poco, affiorano deficienze sempre più gravi che contribuiscono in modo decisivo ad acuire gli effetti della crisi. Infatti, se da una parte sulla produzione incidono negativa-mente i costi molto elevati, dall'altra non corrisponde una ade-guata compensazione nella qualità e nelle rese che sono entrambe peggiorate. La crisi della canapa, peraltro, non è che uno degli aspetti del più vasto stato di crisi che oggi attanaglia i diversi settori della produzione agricola nazionale ed è proprio questa considerazione che deve mettere in guardia i produttori da un troppo frettoloso abbandono della coltivazione della canapa, alla quale invece, vale la pena di accordare ancora ogni fiducia per le possibilità concrete che vi sono di riportarla alla normalità, in tempo relativamente breve. Come abbiamo accennato le difficoltà che la canapa incontra per un proficuo collocamento sui mercati interni ed esteri nascono, principalmente, dalla concorrenza delle altre fibre vegetali ed artificiali facilmente reperibili sui mercati a prezzi più convenienti o addirittura di « dumping » con i quali numerosi paesi produttori si assicurano la conquista dei mercati internazionali. La soluzione del problema, quindi, sta nel saper condurre la canapicoltura ad un livello di costi che possa validamente concorrere con quelli imposti per le altre fibre tessili non dimenticando che, a parità di costo, la nostra produzione vanta un indiscusso primato qualitativo che, ovviamente, le assicurerebbe il rilancio e la riconquista dei mercati di tutto il mondo.

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È tempo dunque di stringere i denti e mantenere duro! Non bisogna dimenticare che l'area coltivabile del territorio provinciale occupata dalla canapa è ancora oggi valutabile intorno ai 12 mila ettari e non v'è chi non s'avveda del danno gravissimo, incalcolabile, che l'agricoltura locale verrebbe a subire se la coltivazione della canapa da un momento all'altro dovesse essere abbandonata. È noto che nella provincia di Terra di Lavoro non sussiste la possibilità pratica di organizzare la produzione agricola se-condo determinate direttive e ciò in conseguenza di un fenomeno, forse unico, che nel volgere degli anni ha favorito un estremo frazionamento della proprietà mentre le popolazioni contadine, a poco a poco, hanno abbandonato le campagne per andare a vivere in grossi centri urbani. Questo fenomeno ha avuto come conseguenza diretta la scomparsa quasi totale delle case coloniche — che ancora oggi si possono vedere abbandonate e semidirute — e la scomparsa dell'azienda vera e propria, intesa come entità a sé stante, più o meno estesa in superficie, e del « podere » inteso come unità capace di mantenere una famiglia colonica. L'accenno a tale stato di cose non lo abbiamo fatto a caso ed infatti esso ci dimostra come, in una così estrema polverizzazione del possesso terriero, ogni possibilità concreta di attuare particolari ordinamenti agronomici sia praticamente frustrata. Abbandonare una coltura a favore di un'altra significa determinare — anche se l'abbandono si limita a qualche migliaio di ettari — una situazione di crisi immediata nel settore produttivistico verso il quale si è orientata la scelta. Figuriamoci quello che accadrebbe se l'area vastissima occupata ancora oggi dalla canapa fosse destinata ad altre colture! Sarebbe un fallimento! Esaminiamo, quindi, quali sono le vie da seguire per impedire una simile calamità e per mantenere ancora viva e vitale la nostra canapicoltura. Il problema, principalmente, è un problema di costi e, per-tanto, ogni sforzo deve essere compiuto per rendere la coltura remunerativa. La via da seguire — e verso la quale è orientata tutta l'attività del Consorzio Nazionale Produttori Canapa — è indicata dalle direttive che seguono: 1) Miglioramento, attraverso la ricerca genetica, delle se-menti allo scopo di ottenere razze di canapa ad elevato contenuto di fibra. In tal senso i risultati conseguiti fin qui dalla sperimentazione seguita dal Consorzio Nazionale Produttori Canapa, autorizzano a ben sperare anche se le difficoltà da superare non sono né poche né semplici. 2) Miglioramento della tecnica colturale e meccanizzazione delle operazioni di raccolta e di stigliatura del prodotto. In proposito il canapicoltore ha già nelle mani i mezzi per spingere la produzione a più alte rese unitarie migliorando le lavorazioni dei terreni; preparando ottimi letti di semina; spingendo generosamente le concimazioni; adoperando sementi selezionate e di alta germinabilità; curando il canapaio in vegetazione senza mai abbandonarlo fino alla raccolta. Per quanto concerne la meccanizzazione il problema è anche in via di risoluzione in quanto esistono già ottimi apparecchi per la falciatura della canapa mentre sono in corso di sperimentazione diversi prototipi di macchine per la stigliatura. Giova ricordare che il Consorzio ha bandito un concorso perla costruzione di macchine atte alla lavorazione rustica della canapa, attraverso il quale si è giunti a perfezionare un tipo di macchina scavezzatrice i cui risultati sono più che soddisfacenti. 3) Miglioramento dei processi di macerazione. 4) Lotta contro le malattie. Per salvare la canapicoltura, dunque, la strada è tracciata e già buona parte di essa è stata percorsa. I recenti accordi Internazionali per l'attuazione del Mercato Europeo assicurano alla canapa Italiana un sicuro collocamento e le ancor più recenti direttive di emanazione Governativa, che raccomandano il mantenimento della coltivazione sulle attuali basi di investimento nelle provincie meridionali, stanno a dimostrare, attraverso una serie di provvedimenti diretti ed indi-retti, quanto sia vivo l'interessamento verso questa preziosa pianta tessile.

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Ci siamo soffermati a parlare della canapa e della sua coltivazione; abbiamo cercato di puntualizzare i termini dei problemi inerenti la sua crisi, abbiamo sintetizzato i vari processi della sua produzione, l'utilizzazione ed i suoi mercati, convinti come siamo che essa possa ridiventare una ottima fonte di benessere per gli agricoltori di Terra di Lavoro che sapranno, anche se ciò implicherà sacrifici non indifferenti, aggiornarne la produzione e mettersi al passo col progresso adeguando i metodi tradizionali di coltura all'impiego delle macchine. Così, tra qualche anno, le lente file di buoi e di cavalli zoccolanti saranno un nostalgico ricordo. Al loro posto rombanti trattori andranno alle vasche da macero ove il lavoro dei lagnatari sarà reso più leggero dall'ausilio di potenti macchine. L'evoluzione dei metodi agricoli sarà allora, anche da noi, un fatto compiuto. E l'odore caratteristico che sentiranno gli autisti delle veloci macchine transitanti sull'Autostrada del Sole, nei pressi dei Regi Lagni, sarà anch'esso ottima propaganda della canapa, la ricchezza di Terra di Lavoro.

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