FuoriAsse Speciale Fumetto

 

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Officina della Cultura

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FUOR ASSE Officina della Cultura Speciale Fumetto [2014]

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FUOR ASSE Il Graphic novel, ovvero una ridefinizione in termine libraria del fumetto Graphic novel o fumetto? La questione, con il relativo passaggio semantico che ha comportato, non è nuova. È tornata, però, prepotentemente alla ribalta ultimamente con il discorso comunicativo, dunque sociale e semiotico, che ha trascinato con sé la pubblicazione del nuovo lavoro di Gipi, unastoria, culminato con la presenza del fumettista su RaiTre a Pane quotidiano, trasmissione condotta da Concita De Gregorio. Alla domanda della giornalista se il termine per definire la sua ultima fatica fosse “graphic novel”, lui ha ribattuto di essere un autore di fumetti. InterScambio di terminologie che all’apparenza non nasconde nulla di così significativo, ma che, invece, da un lato testimonia un’evoluzione e un aggiustamento della concezione del medium fumetto in termini di marketing, dall’altro la persistenza di un pregiudizio culturale duro a essere sfatato. L’utilizzo e la conseguente affermazione della definizione “graphic novel” per indicare un fumetto sono il frutto di una (ri)semantizzazione recente e, crediamo, il risultato di un incontro tra il linguaggio giornalistico e quello comunicativo/promozionale per approssimare, a livello di immaginario condiviso, il campo del contenuto del libro a quello del fumetto in funzione di una più facile leggibilità e valorizzazione di quest’ultimo nei confronti di un’audience generalista. Insomma, un lavoro di nuova semiotizzazione (associazione di un altro significante alla stessa “porzione” del contenuto), peraltro ben congegnato, di uffici marketing e uffici stampa che ha dato i suoi frutti, consentendo al fumetto di affacciarsi con più costanza nelle pagine culturali di carta stampata e non solo. Tecnicamente un successo, che ha visto anche la comparsa di professionisti specializzati nel gestire un ufficio stampa nelle case editrici di fumetti. Questo tipo di mansione anni addietro sarebbe stato concepito come alieno, ma in un breve lasso di tempo ha consentito alle “storie disegnate” di guadagnarsi la vetrina di un pubblico più ampio. Il prezzo che si è pagato per questa uscita del fumetto dalla sua riserva indiana è stata proprio la conferma del pregiudizio che lo aveva relegato in una enclave. Infatti, agendo sulla leva del graphic novel per nobilitare e assimilare il fumetto a livello di un normale prodotto librario e letterario, e quindi renderlo “notiziabile”, si è implicitamente ammessa la sua natura di serie B e la necessità di ricorrere a una categoria altra per fargli acquisire una piena dignità culturale. Una riformulazione del campo semantico che ha aperto nuove strade al discorso sul e nel fumetto. Possiamo ritenerci soddisfatti(?). Luca Ippoliti Editor ale FUOR ASSE

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Officina della Cultura FUOR ASSE NOMEN OMEN L’idea di realizzare uno speciale FuoriAsse dedicato al Fumetto giunge in modo inesorabile con LABirinti di Nuvole: il concorso per fumettisti indetto da FuoriAsse in collaborazione con Cooperativa Letteraria. Un concorso che vede nella giuria personaggi che gravitano (per passione e professione) nel mondo del fumetto da una vita: Francesca Scotti, Luca Baldazzi, Luca Ippoliti, Nando Vitale, Giovanni Ferrara, Alberto Pagliaro e Mario Greco. Una scelta importante che ha preso forma lentamente, alimentata dall’esplosione di voglia e creatività del medium. Pensiamo alla candidatura al premio Strega di un Fumetto importante come quello di Gipi: l’intervista a Luca Baldazzi della Coconino Press è in tal senso illuminante. Altrettanto importante è la scelta della copertina che in questo speciale è di Alberto Pagliaro. La Sirena di Alberto Pagliaro per noi simboleggia il Fumetto nel vasto mondo della letteratura, una creatura meravigliosa dai poteri illimitati. Lo stesso autore ci regala una storia inedita, che inseriamo come simbolo di apertura delle opere selezionate dai giurati per LABirinti di Nuvole. Sostanziale in questo numero è la scelta di dare voce ad autori che, seppure diversi tra loro nel modo di fare fumetto, esprimono quei valori autentici che contribuiscono alla crescita culturale della nostra società. Questo perché quello che a noi interessa è renderci il più possibile osservatori delle evoluzioni di questo particolare medium. Buona Lettura Redazione FuoriAsse FUOR ASSE

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FUOR ASSE Officina della Cultura Direttore Responsabile Cooperativa Letteraria Hanno collaborato a questo numero Francesca Scotti, Daniela Odri Mazza, Furio Detti, Marco Annichiarico, Luca Ippoliti, Giovanni Ferrara, Renato Ruffini, Alberto Pagliaro, Luca Baldazzi, Viola Piuma, Caterina Arcangelo; Mario Greco Direttore Editoriale Caterina Arcangelo Direzione artistica, ideazione e progetto gra co Mario Greco La copertina di questo numero ALBERTO PAGLIARO Nando Vitale, Dana Ariadna Burlacu, Isabella Stefanelli, Gabriele Munafò e gli uffici stampa delle case editrici che hanno aderito a LABirinti di Nuvole (ERIS; Coconino Press, Magic Press; 001 Edizioni, Edizioni BD; Becco Giallo, NPE; BAO; Tunué; Pavesio). Un ringraziamento particolare lo rivolgiamo a Mario Checchia della Scuola Internazionale di Comics (sede di Torino). Si ringrazia www.cooperativaletteraria.it FUOR ASSE

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FUOR ASSE 84 6 Officina della Cultura Speciale Fumetto Intervista a Danilo e Toni Deninotti Bruno di Marco Annicchiarico Intervista a di Mario Greco di Giovanni Ferrara Marco Rizzo 11 14 GIPI Intervista a Unastoria Roberto La Forgia di Viola Piuma Un anno nel segno di 16 di Furio Detti Dagon Intervista a Tuono Pettinato 30 di Daniela Odri Mazza Andrea Pazienza Una estate 24 di Francesca Scotti Intervista a Adriano e Fabrizio Dori Barone di Mario Greco 18 42 di Mario Greco Nel paese dei Mullah Intervista a Maicol&Mirco di Daniela Odri Mazza 35 Intervista a 56 Don Alemanno di Mario Greco Alberto Pagliaro 96 CINZIA Intervista a 70 Roberto Recchioni di Mario Greco 74 Intervista a Luca Baldazzi di Caterina Arcangelo 38 di Francesca Scotti SUALZO Intervista a Intervista a Alberto Madrigal 82 di Renato Umberto Ru no Intervista a Paco Roca Maurizio Colombo I solchi del destino di Francesca Scotti di Mario Greco 66 Fumetto D’autore 63 di Marco Annicchiari- Intervista a Marco 90 Natale Intervista a 79 Stefano Simeone di Francesca Scotti di Furio Detti Intervista a Davide Garota 50 Intervista a di Mario Greco Carlo Gubitosa 93 44 LABirinti di Nuvole selezionato da Francesca Scotti di Renato Umberto Ru no Intervista a Alessandro Vitti 115 Giorgio Giusfredi 106 Viola Bairo Someday Never Comes HOVO selezionato da Luca Ippoliti Michele Salvador Incontro ravvicinato selezionato da Giovanni Ferrara 120 Veronica Carratello Le 8 fatiche dello stagista selezionato da Alberto Pagliaro 127 136 Andrea Schiavone Anyone...out there? selezionato da Luca Baldazzi Domenico Pannoli 145 Allegro con brio selezionato da Mario Greco FUOR ASSE

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ANDREA PAZIENZA di Giovanni Ferrara L’arte di Andrea Pazienza, nel suo straordinariamente intenso se pur breve percorso, si distingue anche per aver esplorato a fondo tutto o quasi tutto ciò che è possibile fare con il fumetto. E in appena 10 anni. Nel 1977 appare Le straordinarie avventure di Pentothal, tavole dallo strabordante impatto visivo, ricche di trovate grafiche, in cui però il filo della narrazione si smarrisce in continuazione. Nel 1986 si concludono le vicende di Pompeo, in cui al contrario il disegno è quanto mai scarno, il testo prende il sopravvento nella pagina, tutto è al servizio dell’urgenza di raccontare. Pentothal arriva quasi al limite di ciò che si può fare con un fumetto, prima di trasformarlo in una semplice raccolta di illustrazioni, Pompeo corre il rischio contrario, fin quasi ad essere romanzo illustrato. Ad Andrea Pazienza è stato possibile muoversi tra i due estremi del me6 FUOR ASSE dium fumetto perché in lui convivevano un grande artista visivo, e uno degli scrittori più abili della sua generazione. Qualche anno fa ho avuto la possibilità di assistere alla rappresentazione teatrale di Pompeo, trasformato in monologo per attore unico. Il puro testo recitato, privato del disegno, manteneva intatta la sua crudele forza evocativa, la sua struggente dolcezza. La stessa meraviglia l’ho provata nel leggere la trascrizione del testo di Una estate fatta da Oscar Glioti in quello che a mio avviso è il miglior libro scritto sul lavoro di Andrea Pazienza. Fumetti di evasione. Vita artistica di Andrea Pazienza (il libro è pubblicato dalla Fandango Libri, la casa editrice per cui lavoro, faccio un po’ di pubblicità, ma il libro stramerita.) Una estate è una delle più belle storie a fumetti di Paz, una di quelle a cui mi sento più legato. E, priva di Speciale Fumetto

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Una estate disegni, diventa un racconto perfetto. Che ho il piacere di farvi leggere. Quell’estate… Era iniziata per me coi primi gran caldi di giugno. Papà ci portava la domenica a caccia con lui, me e mio fratello Mik. S’andava a tordi dove i giganteschi ulivi del Gargano s’inframmezzano alla pineta e, più verso il mare, alla macchia odorosa. In un crescente, ossessivo frinire di cicale, l’aumentato calore del giorno sprigionava gli aromi più intensi. La rossa bauxite delle cave scavate nella montagna ammantata di verde ricordava l’orrendo morso dell’orca sul dorso della grande balena. Dall’alto di un colle, guardavamo l’azzurra distesa del mare e le Tremiti apparire vicinissime. Papà s’accendeva allora una sigaretta e diceva la solita frase: “Uh-oh, non le ho mai viste così”. E c’era da credergli, perché papà viveva ogni nuovo giorno dimentico dei precedenti. Era tale il suo amore per la natura che spesso accadeva piangesse. Mai però dei tordi che andava uccidendo e dei loro famigli. Questo perché papà era un cacciatore serio. Io e Mik fungevamo da cani da riporto. Papà aveva una mira infallibile e, dopo ogni sparo, io e Mik lanciavamo un urlo e correvamo a recuperare la selvaggina. Alle volte l’uccello era solo ferito e, nel prenderlo tra le mani unite a coppa ci sporcavamo di sangue appiccicoso. L’uccello era tiepido e tremava, noi lo annusavamo, inebriati dal suo afrore gentile e silvano, guardavamo la nostra immagine riflessa nei suoi occhi terrorizzati. Io allora pensavo che quegli occhi così vivi entro cinque secondi non avrebbero visto più. Contavo fino a FUOR ASSE Andrea Pazienza

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tre, poi lo sbattevo per terra. Quando lo raccattavo aveva subito una profonda metamorfosi. Era morto. Le piume non aderivano più al corpicino, le zampe e le ali, spezzate, ne confondevano il contorno, sugli occhi chiudevano le minuscole palpebre. Ma, qualche volta, la delicata macchina volante tratteneva, chissà come, ancora un poco di vita, e l’uccello restava, il becco aperto e lo sguardo pazzo di paura, fuso al terreno e vibrante di orrore per quella morte innaturale. Papà, per la ragione che si stupiva sempre e di tutto, ci trascinava di meraviglia in meraviglia passando da quelle di carattere più generale, per la magnificenza del panorama, le blandizie dei laghi o la vertigine degli orridi, a quelle in cui, con sommo grado di partecipazione, considerava l’incolonnarsi delle processionarie, ragionava dei peli delle stesse, della natura di questi e del loro colore. E siccome poco o nulla sapeva o gli interessava sapere dei perché forniti dalla scienza al chiedere del pellegrino, si profondeva in indagini sul territorio che arrivavano puntuali all’appuntamento col metafisico. Per cui, alle domande circa il perché degli enormi occhi dell’occhione, della capacità di torcere il collo del torcicollo, o del se è vero che i succiacapre succiano le sise alle capre, non c’era verso di ottenere da lui una risposta meno che stravagante. Quell’estate si confermò a giugno, quando nel tavoliere matura il grano e io mi cavavo via le calze e mamma mi comprava le pianelle col dito in mezzo. Si intraprendeva il viaggio verso San Benedetto del Tronto che, assenti le autostrade, al tempo, facilmente superava le sei-sette ore. FUOR ASSE Mentre l’azzurro Gargano stingeva le nostre spalle, papà si abbandonava a tutta una serie di patriottiche considerazioni. Dopodichè, si attaccava a cantare Azzurro il pomeriggio è troppo azzurro e Mamma mormora la bambina. Mio fratello raccontava una barzelletta che era sempre la stessa e mancava di finale. Il Molise ci si parava innanzi con il lucore delle sue marine e la sinistra Maiella, per poi cedere in colline ai ranghi stretti delle montagne abruzzesi. Noi si rideva, si cantava, e ogni tanto volava uno scapaccione. Solo ora mi rendo conto di quanto i miei genitori fossero, allora, dei semplici ragazzi. Come in tutti i lunghi viaggi c’è sempre una metà, superata la quale è tutta discesa. E come aiutati dall’abbrivio, accaldati e felici, arrivammo anche quell’estate a strombazzare sotto le finestre della casa dei nonni, una vecchia villa sul lungomare, molto ben tenuta e con un giardino meraviglioso pieno di luoghi segreti. S’era agli inizi di giugno. Io e Mik eravamo continuamente alle prese con i vermi che cercavamo sotto i mattoni e ci servivano per pescare. Trascorrevamo la maggior parte del nostro tempo sugli scogli del molo, curvi Speciale Fumetto

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sulle nostre ingenue ma efficaci attrezzature. Sul molo c’era un trabucco dove vendevano le pizzette. Usavamo a piacere le bici del nonno, grande pedalatore da sempre, e ogni anno gliene perdevamo. Quando non andavamo sul molo eravamo in spiaggia a fare circuiti di sabbia, scherzi alle ragazzine, a pescare cannolicchi alla secca e a mangiare coppe del nonno. Il momento più bello della mattinata era quando passava il tizio che vendeva giornalini. Mamma mia, che buon odore aveva la carta di quei giornalini! Il momento più nero della giornata era invece il primo pomeriggio, ed è appunto in uno di questi primi pomeriggi che inizia questa storia. Nelle ore in cui il sole più arroventava le salse spiagge, e le palme baluginavano ferme come giganteschi zulu ritti in faccia al mare, tutta la costa pareva fermare il proprio battito. La casa dei miei nonni non sfuggiva alla regola sicché, per l’appunto nelle prime ore del pomeriggio, il parentado si sparpagliava nelle varie stanze per una sacrosanta nonché epatica pennichella. Alché io e Mik venivamo confinati in una camerona alle pareti della quale pendevano lugubri i ritratti fotografici degli antenati, e qui ci era fatto obbligo di rispettare il più claustrale dei silenzi. Noi resistevamo sui quei letti ruvidi non più d’una decina di minuti, poi l’incontenibile prevaleva ed allora evadevamo in cerca di qualcosa di meglio da fare. Come dare la caccia alle lucertole in giardino. O spingerci a vicenda su un vecchio go-kart a pedali tutt’intorno alla casa. Tutto ciò e altro ancora rimanendo muti come pesci quasi che la consegna riguardasse il solo parlare e non l’infinita varietà dei possibili altri rumori. Io per l’appunto quel pomeriggio facevo rimbalzare una pallina contro la serranda del garage menandola con una vecchia racchetta, provocando una serie di tonfi che, sapevo, avrebbero presto trovata la strada del risveglio nel cervello dei dormienti. Al primo nella casa che avesse aperto gli occhi sarebbe toccato dissuadermi dandomi voce da una finestra. In attesa di ciò, continuavo svogliato a far rimbalzare la pallina. Fu allora. Mentre seguivo con gli occhi la traiettoria di un ennesimo rimbalzo, sentii ridere in alto sopra la mia testa. Da un balconcino dell’albergo che confinava col muro della rimessa vidi affacciarsi una DONNA e, subito alle sue spalle, un uomo. Erano entrambi nudi, e ridevano della loro provocazione. Con una ultima risata, come lottando, rientrarono nella loro stanza. Io rimasi lì. Cosa avevo visto, che mi aveva così turbato? Ricordo ancora le vampe che mi asAndrea Pazienza FUOR ASSE

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salivano e le campane suonare nella testa mia. Cosa avevo visto mai, che mi aveva così turbato? Non mi peritai di andare a ritrovare la pallina, che quell’ultimo rimbalzo aveva fatto ro- tolare chissà dove. Forse è ancora lì, da qualche parte, da quel giorno fatale incastrata tra le maglie d’una siepe di lauro. FUOR ASSE Speciale Fumetto

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Intervista a Roberto La Forgia Arancione, nero, arancione. Luca e Gianni, due ragazzini di dieci anni alle prese con le prime esperienze di vita, le prime domande e le prime pulsioni sessuali. E Paolo, più piccolo, amico dei due. Loro, i grandi, in qualche modo lo proteggono. Ma tra i grandi più grandi, gli adulti, c’è anche il Signore dei Colori con il quale Paolo si troverà in un rapporto particolare. Veloce, adagio, veloce. E poi buio, luce abbacinante del sole e ancora buio. Lo scenario è un paesino del sud Italia, il ritmo della storia varia rendendola avvincente, profonda, mai ovvia. Ci sono i mostri o forse no. Li guardiamo da vicino e poi da lontanissimo. I testi sono scritti nella lingua autentica dei bambini, cruda, sincera. Roberto La Forgia fa un lavoro accurato, senza farcene subire la complessità. La bicromia che sceglie a volte illumina, fa sentire al caldo. E altre acceca e porta inquietudine. Il Signore dei colori è una storia che fa procedere su un filo, funamboli senza rete. Un’educazione sentimentale. Francesca: L’arancione: qual è la prima cosa a cui ti fa pensare? Come mai lo hai scelto come unico colore, insieme al nero? Roberto: L'arancione è luce. Senza quella precisa tonalità di arancione FUOR ASSE di Francesca Scotti che ho utilizzato, il mio racconto non sarebbe stato lo stesso. La mia generazione, quella nata e cresciuta negli anni novanta forse è stata l'ultima a conoscere e vivere il gioco per strada. Ricordo che le nostre sessioni di gioco si prolungavano fino alla mezzanotte e a quell'ora si rimaneva in pochi. Due, massimo tre ragazzi. Eppure, nonostante l'oscurità (vivevo in una periferia molto poco illuminata), nonostante fossimo completamente soli, c'era uno strano senso di sicurezza che faceva stare tranquilli noi e nostri genitori che ci aspettavano a casa. Il calore e la luminescenza dell'arancione ha restituito alle pagine del mio racconto quel senso di sicurezza. Ma ho voluto esagerare scegliendo una tonalità di arancione molto accesa perché in alcune parti del racconto avevo bisogno di dare Il signore dei colori 11

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una sensazione di abbagliamento come se quello che ci appare chiaro potesse illuminarci così tanto lo sguardo da accecarci. Francesca: Dove hai trovato la scintilla che ha fatto nascere la storia che racconti? Roberto: Riflettevo e scrivevo storie sulla condizione dell'infanzia di oggi paragonata a quella che ho vissuto io. La differenza sostanziale, come dicevo prima, sta nella quasi scomparsa del gioco per strada e tutto quello che significa ritrovarsi a vivere e conoscere alcuni aspetti della vita confrontandosi solo con propri coetanei. Oggi l'infanzia è concepita come una parte di società da proteggere, una potenziale e costante vittima del mostro sessuale, il che è comprensibile fino a quando non si sfocia nella paranoia. Oggi attribuiamo all'infanzia il ruolo sociale di vittima e nient'altro. Se ci pensi, in tv si parla di bambini solo nelle pagine più nere dei telegiornali. Io ho voluto mettere in scena un'infanzia/adolescenza più attiva, reattiva e complessa anche di fronte a situazioni estreme, come quella delle relazioni sentimentali e sessuali tra coetanei e non coetanei. Francesca: Da bambino leggevi fumetti? Roberto: No, guardavo solo le figure e penso che questa (pigra) pratica mi abbia in qualche modo aiutato scrivere meglio le mie storie, dove tento il più possibile di raccontare attraverso le immagini che non con le parole. Poi sono cresciuto un po' e ho anche incominciato a leggerli, i fumetti. Spero di aver fatto la scelta giusta. Francesca: La storia segue diverse velocità: come hai lavorato per la sua costruzione? Roberto: E come faccio a spigartelo? FUOR ASSE Non lo so neanche io. A un certo punto, quando avevo per l'ennesima volta spostato scene, cestinato dialoghi, riequilibrato le velocità, avevo la cartellina del mio racconto che perdeva fogli e appunti da tutte le parti (appunti non più decifrabili neanche per me). Così ho appeso tutto su una parete di casa sperando che la visione panoramica portasse a qualche risultato. Durante gli ultimi mesi di lavorazione sul testo, quella parete era la struttura del mio racconto e ogni giorno subiva strappi di skotch e Roberto La Forgia

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nuove puntine. Consiglio a tutti i giovani fumettisti di procurarsi al più presto una parete. Può aiutare molto quando si va in confusione e penso che quando si scrive, quando si vuol costruire una storia, la confusione faccia parte del gioco. Francesca: Una parola che ami, una parola che detesti. Roberto: “Niente” è una parola che amo? Non lo so se la amo ma mi da serenità e sicurezza in quasi tutti i contesti. Sapere che dopo la morte non c'è niente è certamente preferibile a una qualche ipotetica vita di cui non sappiamo assolutamente niente (rieccola). Penso di non detestare nessuna parola ma col tempo mi sono stufato di sentire parole tipo “vero”, “sincero”, “autentico” perché spesso usate a sproposito. Francesca: Scegli di parlare anche di sessualità infantile; di qualcosa che fa sorridere come le prime esperienze e di qualcos’altro che fa paura come l’abuso: com’è nata questa scelta? Roberto: Si è parlato de “Il Signore dei Colori” come un libro sull'abuso sessuale e la pedofilia e certamente sono ingredienti fondamentali del racconto (anche se mai svelati, mai messi in mostra, mai accertati). Mi fa piacere che tu riconosca anche una vena ironica al mio libro che per tre quarti è composto di scene di vita per strada di tre ragazzini, ovvero scherzi, ridicole competizioni, assurde e ironiche pretese di conoscenza del mondo e della vita. Penso che la scelta di procedere su due binari sia una pura conseguenza di tutto il cinema della commedia all'italiana di cui mi sono nutrito. Quel cinema che – come diceva Scorsese – riusciva a farti ridere raccontandoti la morte. FUOR ASSE Mi sembra un atteggiamento savio, lucido e realistico quello di riuscire a mantenere l'ironia davanti al dramma. È qualcosa che via via va sparendo nel nostro cinema. Nel fumetto italiano poi... qui facciamo o fumetti seri o fumetti comici. Una distinzione abbastanza superficiale (e anche molto comoda). Qualcuno diceva che chi non riesce a ridere non è una persona seria. Francesca: La storia è ambientata al Sud: è la tua terra? Roberto: Sono nato a Treviso. Al decimo giorno di vita ero su un treno diretto a sud. Evidentemente non mi ci volevano tra campi di radicchio e prosecco. Sono cresciuto a Capurso, in provincia di Bari. Adesso vivo a Milano. Francesca: Ci sono libri sul tuo comodino?Quali? Roberto: Sul mio comodino no ma nel mio tablet ho “1Q84” di Haruki Murakami, “On writing” di Stephen King, non è proprio un libro sulla scrittura, è l'autobiografia di uno scrittore quindi è inevitabile che si parli anche di scrittura. Ogni pagina di questo libro mi fa sognare e infatti lo leggo prima di addormentarmi. E in ultimo, aperto da pochi giorni, dopo anni di mancanza di coraggio “Infinite Jest” di David Foster Wallace, quel malloppone di mille e passa pagine con cento e passa pagine di note di cui si è tanto parlato. Tra qualche anno saprò dirti com'è. Speciale Fumetto

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GIPI Unastoria di Viola Piuma Si può dire che unastoria, per certi versi, ricordi Rughe, il graphic novel di Paco Roca (dal quale è stato tratto il film omonimo per la regia di Ignacio Ferreras). In Rughe il protagonista è un anziano malato di alzheimer che vive in attesa di tornare a casa, sospeso tra passato e presente, tra la ferma volontà della propria coscienza e il vuoto provocato dalla malattia. In Una storia, invece, il protagonista è Silvano Landi, un cinquantenne (sano) che un giorno viene trovato sulla spiaggia in stato confusionale: anche lui attende di tornare a casa. Landi è un uomo di successo, uno scrittore, che per fuggire alla tridimensionalità del suo presente, pieno di domande e di dubbi, compie viaggi immaginari. A fare da filo conduttore tra la realtà e l’immaginazione è un’imponente albero, efficacemente reso via via sempre più vivo e presente dal segno nervoso di Gipi. Davanti a questo albero si ripercorre la poetica storia del bisnonno, storia che ha scoperto attraverso le lettere scritte dal fronte alla propria amata. FUOR ASSE Il segno della matita scorre, torna indietro nel tempo, sfigura il volto delle persone e segna la fronte per la preoccupazione di quel tempo incerto che ancora deve venire. Ma il viaggio mentale di Landi sottende una domanda ancora più profonda: quando la morte verrà, i nostri desideri, la nostra esistenza tutta, dove andranno a finire? La parte che più colpisce emotivamente il lettore è quella centrale, in cui Gipi racconta e disegna come gli esseri primitivi abbiano scoperto l’acqua con la pioggia. Di come dolorosamente essa abbia modellato i loro volti. Di come Silvano, sfinito, si ritrovi svuotato e rimodellato sotto la pioggia, uomo nuovo e consapevole, tra i fanali delle macchine e i lampioni della strada. Quest’uomo è l’uomo moderno, il risultato di secoli di lacrime, di secoli di vita. Lui che non va al mare perché il mare lo scrive, che vive la vita in una storia continua; lui, ex diciottenne, che una mattina si risveglia cinquantenne, deformato da quel tempo che lentamente è passato. GIPI - unastoria 14

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Unastoria è la riflessione sui limiti dell’uomo, sulla precarietà della vita e sulla potenza della modernità che vorrebbe accelerare tutto e rendere più efficiente, per noia, ma che non riesce a consolare. Si può dire che Gipi stia invecchiando insieme alle sue fobie e che continui ad allontanarle da sé attraverso il disegno. Ma si deve soprattutto dire che unastoria è davvero una storia bella e poetica, dove, alla fine, l’albero e il cielo sono la casa e la guarigione il futuro che aspetta, il desiderio che si realizza, vivido come la neve. Le storie ci rovinano? Ci rallentano? Gipi non lo crede, anzi corre il rischio della lentezza del loro tempo, il rischio dell’immaginazione, il rischio di stare nel buio dove è possibile trovare quella luce dei nostri desideri e delle nostre radici. In altre parole, si può con certezza affermare che unastoria non è altro che la nostra storia. FUOR ASSE Speciale Fumetto

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