Vendita beni demaniali post unitaria Nola

 

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LA VENDITA DEI BENI DEMANIALI IN PERIODO POSTUNITARIO NEL CIRCONDARIO DI NOLA (1865-1879) di Olindo Isernia 1. Terre alienate e dimensioni dei lotti La massa dei terreni demaniali posti in vendita nel circondario di Nola col ricorso ordinario all’asta pubblica non fu particolarmente consistente. Le alienazioni interessarono poco più di quattrocento ettari (in cifra esatta 406.05.46), ripartiti in centotrentatrè lotti. Le dimensioni alquanto ridotte delle vendite qui avvenute rispetto a quelle degli altri circondari sono messe bene in luce anche dal dato percentuale che indica che soltanto il 4,13 per cento di tutte le terre di qualità demaniali alienate nella provincia appartenevano al circondario di Nola. Questa ridotta entità delle terre era, però, compensata, come si vedrà, dalla superiore qualità e perciò dal maggior valore che esse avevano nei confronti di quelle più abbondanti, ma più scadenti di alcuni circondari interni della provincia o di qualche specifico comune in cui fu registrato un numero record di vendite (1). E’ significativo, perciò, che, a vendite concluse, mentre, per esempio, il costo medio di ciascun ettaro nel circondario di Piedimonte di Alife superò di poco le 1.000 lire (L. 1.062) e nel comune di Sessa (circ. di Caserta, 1.015 ettari di terreno alienati) si attestò a malapena intorno alle 869 lire, nel circondario di Nola, in presenza di incrementi degli originari prezzi di asta più o meno stabili, esso risultò superiore di più di tre volte (L. 3.633). Presso a poco la metà dei terreni effettivamente alienati (195 ettari) era concentrata – come mostra la tabella che segue – nel comune capoluogo di Nola. Tutti gli altri comuni presentavano, invece, misure di gran lunga più ridotte, racchiuse tra quella massima di Marigliano e Cicciano (26 ettari) e quella minima di Visciano, inferiore all’ettaro. Tab. 1 Circondario di Nola Estensione 195.31.69 26.42.48 26.24.71 20.13.57 17.22.70 15.68.45 15.05.99 14.06.11 11.61.29 11.22.76 11.21.25 10.61.45 6.10.46 6.01.33 6.00.67 4.47.34 4.44.87 2.20.25 1.20.98 0.46.72 0.30.39 406.05.46 % 48,10 6,51 6,46 4,96 4,24 3,86 3,71 3,46 2,86 2,77 2,76 2,61 1,50 1,48 1,48 1,11 1,10 0,53 0,30 0,12 0,08 100 N. lotti 42 10 6 8 7 6 3 14 4 2 1 7 4 5 3 2 3 2 2 1 1 133 Comune Nola Marigliano Cicciano Scisciano Saviano S. Vitagliano Brusciano Palma Campania Acerra Cimitile Camposano Roccarainola Liveri S. Erasmo Tufino Sirico Mariglianella S. Paolobelsito Casamarciano Cumignano Visciano TOTALE La misura media dei lotti alienati nell’intero circondario fu di 3,05 ettari. Nella maggior parte dei comuni essa raggiunse, tuttavia, valori inferiori, andando a stento al di là dell’ettaro o dei due ettari. Soltanto nel comune di Camposano (11,21), dove fu alienato, però, un unico lotto, superò i dieci ettari. In altri quattro, Cimitile: 5,61; Brusciano: 5,10; Nola: 4,65 e Cicciano: 3,47, pur risultando superiore alla media grazie soprattutto alla presenza di uno o più fondi di marcata estensione, non si discostò molto da essa. A Nola, in particolare, oltre i due terzi dei lotti non superava l’estensione di cinque ettari e di essi il 40,62 per cento misurava meno di un ettaro e il 31,25 per cento non raggiungeva i due ettari. Accanto a quest’offerta predominante di piccolissimi e piccoli fondi rustici ce ne fu, però, un’altra, numericamente assai ridotta costituita da un gruppo di cinque lotti, due dei quali di

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dimensioni veramente notevoli, 27 e 49 ettari, che finì per innalzare al valore sopra indicato l’estensione media dei lotti venduti in quel comune. La tabella, che qui appresso si riporta, riferita all’intero circondario, raggruppando i singoli lotti per classi di grandezza, offre a questo punto un’idea particolarmente precisa del modo in cui avvenne la suddivisione delle terre demaniali vendute nel Nolano. Tab. 2 Divisione dei lotti per estensione N.ro lotti 57 23 17 11 2 14 7 2 133 Totale estensione 25.90.49 32.29.81 40.35.90 37.84.98 9.21.49 99.25.64 83.98.81 77.18.34 406.05.46 Categoria Meno di 1 ha Tra 1 e 2 ha Tra 2 e 3 ha Tra 3 e 4 ha Tra 4 e 5 ha Tra 5 e 10 ha Tra 10 e 20 ha Oltre 20 ha TOTALE Netta era la prevalenza dei lotti piccolissimi, piccoli e piccolo-medi (fino a 10 ettari) su quelli, appena nove, di maggiore estensione. Essi costituivano il 60,30 per cento di tutta la terra venduta (245 ettari circa) a fronte del 39,70 per cento dei secondi. Soprattutto numerosi erano i microfondi: i lotti inferiori all’ettaro erano 57, quelli appena un poco superiori 23. Il caso limite era rappresentato dal comune di Palma, dove 11 lotti su 14 presentavano dimensioni ridottissime, misurando tutti insieme appena ha 0.17.25! E poiché dei fondi la cui estensione era compresa tra i 10 e i 20 ettari il più esteso misurava non più di 16, gli unici lotti di rilevante estensione si potevano considerare i due fondi di cui si è già detto e che si trovavano nel comune di Nola. Anche essi, però, a causa dell’elevato loro valore, finirono per restare di fatto ugualmente frazionati, in quanto non vennero aggiudicati ad un solo acquirente, ma fu necessario, per chi volle assicurarseli, ricorrere all’acquisto collettivo. In definitiva si può quindi affermare che il tipo di ripartizione realizzata dei terreni demaniali del circondario di Nola favorì, senza dubbio, con la varietà dei tagli collocati sul mercato, una più equilibrata distribuzione dei lotti tra i numerosi concorrenti, evitando, in armonia con lo spirito della legge del 21 agosto 1862, n. 793, di incentivare qualsiasi accentuata tendenza di accaparramento, anche se, come si avrà modo di vedere, non poté garantire, per gli alti prezzi, l’accesso alla terra alle classi agricole meno abbienti, che pure in teoria si voleva agevolare. Tab. 3 Provenienza dei fondi rustici Estensione in ha 132.77.82 104.25.81 72.10.72 49.63.33 17.08.57 14.20.46 10.26.48 5.72.27 % 32,70 25,68 17,76 12,22 4,21 3,50 2,52 1,41 Mon. S. Chiara in Nola Mon. S. Maria la Nova in Nola Mon. del Collegio di Nola Provenienze diverse Eremo Camaldolese di Nola Demanio antico Monastero SS. Cuori di S. Giovanni a Carbonara di Napoli Senza indicazione In particolare erano le terre già appartenute ai monasteri di S. Chiara, di S. Maria la Nova e del Collegio di Nola a rappresentare la massa più considerevole: esse da sole costituivano, infatti, oltre i tre quarti (76,13 per cento) di tutto quanto venne effettivamente alienato. Si trattava di tre ordini religiosi che sul territorio nolano erano radicati da antica data, a differenza di numerosi altri che facevano capo per lo più a Napoli e che in questi luoghi possedevano soltanto qualche più estesa (monastero dei SS. Cuori) o meno estesa proprietà (monastero delle Cappuccinelle, del Gesù delle monache a Porta S. Gennaro, dei PP. di S. Antonio di Tarsia, di S. Gregorio, di S. Agostino la Zecca in Napoli e di S. Maria in Portici di Napoli) (2). Trascurabile era infine l’entità delle terre del cosiddetto demanio antico, vale a dire dei suoli agricoli pervenuti al nuovo Stato italiano dai possedimenti della decaduta monarchia borbonica: essa faceva segnare una percentuale assai modesta, appena il 3,50 per cento del totale. La descrizione, sia pure sommaria, che di ogni fondo è contenuta nei singoli contratti originali di vendita, depositati presso l’Archivio di Stato di Caserta, consente di ricostruire un quadro abbastanza completo delle caratteristiche colturali dei terreni alienati nel circondario e, sulla base del fitto e della fondiaria, che si pagavano per ciascuno di essi, è possibile formarsi anche un’idea della loro redditività.

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La classificazione che si è ricavata e che si riporta nella tabella che segue, denota con immediatezza come i terreni poco pregiati o sterili fossero poco numerosi e coprissero una minima estensione Tab. 4 Caratteristiche colturali dei fondi Estensione Aratorio alberato vitato ha 315.95.34 Aratorio alberato con gelsi 40.93.33 Vigna e uliveto 19.08.79 Orto e giardino 11.95.63 Aratorio con alberi da frutta 8.21.38 Paludoso con gelsi 5.13.24 Aratorio nudo 1.86.33 Bosco ceduo 1.60.18 Montuoso quasi incolto 0.80.94 Incolto olivetato 0.50.30 % 77,81 10,08 4,70 2,95 2,02 1,26 0,46 0,40 0,20 0.12 Di fronte ad una ridottissima superficie a seminativo nudo, presente soltanto nei comuni di Palma Campania e di Mariglianella, di gran lunga predominante era,, invece, il seminativo “arborato-vitato”, il cosiddetto “arbustato”, seguito, a grande distanza, dall’ “aratorio-alberato”, senza viti e accompagnato, quasi sempre, a delimitazione dei poderi, da “piantagioni di gelsi”, alquanto rade però, a testimonianza del forte declino dell’antica attività dell’allevamento dei bachi da seta, che, prima del sopraggiungere della crisi, era stata praticata nella zona su vasta scala in funzione della fiorente industria serica (3). I terreni in questione si estendevano quasi tutti in posizione pianeggiante (soltanto un numero assai ridotto si trovava in “declivo”) e molti erano forniti di uno e, a volte, più fabbricati colonici e/o disponevano di pozzi e di sistemi di irrigazione (4). L’esistenza, poi, in alcuni casi, sul fondo, di vasche e fosse di macerazione fa pensare alla presenza su quelle terre della coltivazione delle piante tigliose, non tanto del lino quanto della canapa, la quale, proprio tra il 1864 e il 1866, faceva registrare in provincia una forte espansione (5). Le altre voci della tabella, “vigna e oliveto”, “orto e giardino” e “aratorio con alberi da frutto” rimandano, invece, almeno indicativamente, ai settori delle colture specializzate (viticoltura, olivicoltura) e dell’ortofrutta, quest’ultimo tradizionalmente sviluppato nel circondario di Nola, che in questo comparto produttivo svolgeva il ruolo di mercato di approvvigionamento per la città di Napoli. Tutti i fondi ad orto e giardino erano forniti di acqua sorgiva di uno o più pozzi, corredati della necessaria attrezzatura di ruote e di secchi per l’innaffiamento degli ortaggi. Passando ad analizzare il livello dei fitti esistenti sui terreni al momento della loro alienazione, va subito detto che essi risultavano alquanto inferiori alla media di quelli che si praticavano, nello stesso periodo, sul mercato. Senza dubbio i meccanismi (concorso con asta pubblica) attraverso i quali la pubblica amministrazione procedeva all’affitto delle terre provenienti dal demanio ex borbonico e dagli enti e dalle corporazioni soppressi (6) favorivano la tendenza al ribasso, che era comunque determinata non solo dalle ipotizzabili manovre speculative, ma anche dalle condizioni non sempre perfette in cui si presentavano i fondi stessi. Si può dire che l’andamento dei fitti di questi terreni non risentì per nulla della curva ascensionale che, come conseguenza dell’ampliamento del mercato dei vini prodotti nel circondario e dei prezzi (7). Soltanto le terre ad orto e giardino e quelle seminative e piantate a frutteto (complessivamente oltre sessanta ettari) superavano, infatti, questo limite, facendo registrare rispettivamente un fitto medio di duecentosessanta e duecentoquarantatrè lire, con punte, però, più elevate raggiunte da singoli fondi (fino a 300 lire circa). Abbondantemente al di sotto (124,03 lire) risultava l’ “aratorio nudo”, mentre non raggiungevano neppure le cento lire i terreni condotti a vigna e ad oliveto, ma il dato, in questo caso, è poco indicativo, trattandosi per lo più di fondi già in possesso dei frati camaldolesi che li facevano coltivare a granaglie, lupini e fave “abusivamente […] per essere in pendio e in contravvenzione alla legge Forestale del 21 agosto 1826” (8). sostenuti dei cereali, si spinse gradualmente, nel corso del decennio 1860-1870 a raggiungere le quattrocento lire per ettaro; ma essi restarono, piuttosto, fermi ai livelli dell’inizio degli anni Cinquanta, quando il fitto dei terreni in pianura oscillò tra duecento e duecentoventi lire ad ettaro Perfettamente ancorati ai fitti di 15-20 anni fa risultavano invece quelli praticati sui fondi “aratori arbustati”, che costituivano la parte di gran lunga prevalente delle vendite. Venduti nella maggior parte nel corso della seconda metà degli anni Sessanta, presentavano infatti un fitto medio per ettaro di duecentoundici lire, che, alcuni anni dopo, subì soltanto un leggero incremento (241 lire), calcolato su quei restanti lotti che presentavano la stessa tipologia e vennero alienati più tardi nel corso dei primi anni del decennio successivo. 3. Aste e licitatori

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Le operazioni di vendita dei fondi rustici demaniali, situati nel circondario di Nola, ebbero inizio nel novembre 1865 e si conclusero nel marzo 1879 (9). Nel corso di questi quindici anni furono ceduti complessivamente, per lo più a privati (10), 406 ettari di terreni ripartiti in 42 lotti per i quali si pagarono 1.475.370 lire (11). L’andamento delle vendite non ebbe, comunque un carattere uniforme e costante. Il periodo di maggior concentrazione, come mostra chiaramente la tabella che segue (n. 5), fu quello iniziale, compreso nel triennio 1865-1867 Tab. 5 1865-1867 1869-1873 1874-1879 TOTALE Andamento delle vendite anni 1865-1879 Lotti Ettari Prezzo asta Prezzo acq. 110 285.49.17 819.441,33 1.036.367 15 102.54.00 333.747,82 367.694,22 8 18.02.29 63.102,85 71.308,85 133 406.05.46 1.216.292 1.475.370,07 Aumento % 26,47 10,17 13 21.30 Tra la fine (novembre) del 1865 e l’inizio (gennaio) del 1867 furono, infatti, alienati oltre il 70 per cento dei terreni e il 75 per cento dei lotti e fu incassato il 70 per cento della somma finale. Oltre che dalla consistenza delle vendite questo periodo fu, però, caratterizzato anche dagli incrementi (in media circa il 27 per cento), che fecero segnare i prezzi posti a base delle aste, i quali, sebbene non eccezionali in assoluto, risultarono di gran lunga più elevati di quelli registrati poi negli anni successivi. A questo proposito occorre, però, specificare che il maggiore incremento non fu generalizzato per l’intero periodo, ma fu determinato in buona parte dagli esiti delle aste tenute nel dicembre 1866 e, in parte, nel gennaio 1867, quando le gare cominciarono a tenersi con maggiore frequenza nel capoluogo del circondario (Nola) e non più nel capoluogo di provincia (Caserta). In particolare la nuova tendenza delle aste a spuntare aumenti più consistenti si manifestò con maggiore evidenza nel comune di Nola, dove si trovava la maggior parte dei terreni da aggiudicare (tab. 6) Tab. 6 Andamento delle vendite nel comune di Nola Lotti Est. in ha Pr. asta 1865-marzo 1866 8 74.71.84 266.334,64 dic. 1866-gen. 1867 27 49.38.00 108.388, 61 1870-1873 7 71.21.85 215.429, 37 Totale 42 195.31.69 590.152, 62 Pr. acq. 268.520 177.466 236.162,22 682.148,22 Aum. % 0,82 63,73 9,62 Qui, nel periodo citato, in confronto di un indice generale di aumento registrato nel comune piuttosto contenuto (appena il 15,58 per cento), l’incremento raggiunse, infatti, la punta record del 63,73 per cento. La maggior facilità rispetto a prima di raggiungere la sede degli incanti da parte di quanti avevano interesse ad acquistare contribuì senza dubbio ad assicurare alle aste la presenza di un numero maggiore di partecipanti e, di conseguenza, una più serrata concorrenza, che si concretizzò in più frequenti rilanci, spesso di molto superiori ai minimi stabiliti. Si interrompeva, in questo modo, l’andamento negativo dei mesi precedenti, durante i quali terreni di consistente estensione e di buona qualità erano stati aggiudicati quasi senza discostarsi troppo dai rispettivi prezzi di asta; andamento negativo che si sarebbe ripresentato nuovamente, anche se con margini di aumento un poco superiori, nei primi anni Settanta, nella fase di aggiudicazione degli ultimi residui lotti. A metà anno 1873 si può dire che la vendita dei terreni che si trovavano nel circondario di Nola era in buona parte conclusa. Nel corso di cinque anni, a partire dal 1869, vennero ceduti, non senza difficoltà, altri quindici lotti per complessivi centodue ettari contemporaneamente ad un’altra dozzina di fondi che erano stati confiscati ai primitivi acquirenti morosi, per essere rivenduti in danno. Le cifre riportate nella tabella 5 documentano l’esito complessivo abbastanza deludente di questa ultima serie di alienazioni. Disaggregando, però, i dati, risulta che le aste tenute in questo periodo ebbero un andamento altalenante: ve ne furono alcune, abbastanza calde, caratterizzate da una concorrenza numerosa e da frequenti rilanci, le quali fecero registrare un più sensibile rialzo (22,82 per cento) del prezzo di partenza ed altre che si risolsero con incrementi minimi (0,83 per cento) e si esaurirono rapidamente per la presenza in genere di due soli concorrenti, che si limitarono quasi sempre ad una sola offerta. Va però anche detto che del primo gruppo faceva parte la maggior parte di quei lotti che, rimasti invenduti alle aste precedenti, avevano subito delle consistenti riduzioni dei rispettivi prezzi di esposizione, al punto che la somma che si incassò dalla loro aggiudicazione (147.450 lire) risultò inferiore a quella costituita dagli originari prezzi di apertura d’asta (153.333,33 lire). I rimanenti otto fondi furono liquidati, sette nel corso del 1874, e uno, che fu l’ultimo lotto del circondario ad essere venduto, nel 1879, a distanza di parecchi anni. Anche in questa occasione la percentuale di aumento risultò modesta (il 13 per cento), ma non disprezzabile se si considera che si era ormai nella fase conclusiva. Il bilancio finale delle vendite non fu certamente esaltante per le casse dello Stato. L’aumento del prezzo di stima delle terre demaniali dell’intero circondario non raggiunse, in percentuale, neppure il quarto (21,30)e risultò inferiore anche a quello spuntato per i terreni del circondario di

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Piedimonte di Alife (27,92), che erano di gran lunga di qualità inferiore (12). Eppure, soltanto in qualche occasione le autorità preposte al controllo (la Direzione del Demanio e delle Tasse di Napoli, la stessa Società Anonima) e all’approvazione (il Ministero delle Finanze) intervennero e ancora più raramente si giunse all’annullamento di qualche contratto di vendita, per lo più per sollecitazioni esterne (ricorsi circostanziati) o perché si era in presenza di un caso fin troppo eclatante (13). Materia per dubbi e sospetti non dovette mancare di fronte ad aste che vedevano gareggiare soltanto due offerenti, che si esaurivano rapidamente e facevano registrare solo leggeri scostamenti tra la forbice dei prezzi di partenza e di quelli di arrivo. Né mancavano, a volte, segnalazioni di eventuali mezzi illegali adoperati da questo o quel licitante, che non sempre si rivelavano infondate (14). La tendenza a lasciar correre, ad omettere di segnalare ai propri superiori i casi di aste sospette da parte del personale locale preposto alle vendite può spiegarsi in parte con le difficoltà di collocamento incontrate da un buon numero di lotti fin dalle prime battute, allorchè andarono deserte non poche aste, e con la convinzione che, anche se riesposti agli incanti, non sarebbe stato possibile ottenere prezzi maggiori; ma, in parte, va senz’altro attribuita ad una certa accondiscendenza verso personaggi autorevoli, per prestigio e ricchezza, la cui influenza andava, a volte, ben oltre i confini della stessa provincia. Esemplare, in proposito, ci sembra il modo in cui si conclusero le aste per la cessione di cinque lotti di media dimensione (ha 40.29.82 in totale) nei comuni di Brusciano, Marigliano, Scisciano, S. Vitagliano: esposti in vendita sul prezzo di stima di 127.731,97 lire, furono aggiudicati per la somma complessiva di 129.045 lire, con un aumento di appena 1.313,03 lire (1,02 per cento). Gli aggiudicatari erano tutte persone ben note (Calabria Gabriele, Giordano Sebastiano, il comm. Semola Francesco e De Ruggero Stefano). Incaricata di indagare, la Direzione del Demanio e delle Tasse di Napoli escluse, in due suoi rapporti, che ci fosse stata collusione per il fondo “Boscariello” (acquirenti: Giordano e De Ruggero, dieci ettari di estensione e aumento di sole 202,91 lire), specificando che “il prezzo pagato di lire 37.405 è[ra] di gran lunga superiore a quello che avrebbe potuto aversi […] tenuto conto del luogo, della qualità del terreno e dell’estaglio che pagano i convicini coloni”. Alo stesso modo giudicava per i fondi “Sirico”, “Centore” e “Starza”, mentre qualche riserva, sia pure velata, veniva avanzata sul conto del solo fondo “Selva” (acquirente De Ruggero Stefano, circa dieci ettari, aumento di 206,78 lire), per il quale i coloni pagavano un fitto più elevato. Del resto qualsiasi ipotesi di preaccordo era, a dire della stessa Direzione, da escludere completamente, trattandosi di tre persone (stranamente non è preso in considerazione il quarto acquirente, Calabria Gabriele), che, “oltre ad essere tutti e tre vistosi proprietari non solo; quanto i due primi sono impiegati del Governo di qualche importanza” ed il terzo membro della Commissione della Camera di Commercio, persone che godono nel pubblico un’opinione senza macchia; e che sono incapacissimi di fare e promuovere collusioni tanto nel proprio che nell’altrui interesse” (15). Se si escludono due vendite condotte a termine, l’una con licitazione privata e l’altra con trattativa riservata, cui si addivenne soltanto dopo che gli incanti riguardanti quei lotti erano andati per due volte consecutive deserti, in tutti gli altri casi, così come prevedeva in via ordinaria la legge, si procedette alla liquidazione col sistema dell’asta pubblica. Ne furono, pertanto, tenute in totale 131, alle quali parteciparono 143 concorrenti per complessive 329 volte. Gli ultimi due dati indicano chiaramente come fosse stato alquanto ristretto il numero dei licitanti che mostrarono interesse all’acquisto dei terreni demaniali nel Nolano e come gli aspiranti compratori si lasciassero per lo più guidare da interessi ben delimitati e circoscritti, se ciascuno di loro intervenne in media poco più di due volte (2,30), contribuendo in questo modo, a determinare quel fenomeno, cui si accennava prima, di aste fredde, poco combattute, che spesso si svolsero in presenza del numero minimo consentito di partecipanti. Decisiva in questo senso fu, senz’altro, la mancata presenza di licitatori di altri circondari o provenienti da fuori provincia, come pure i prezzi di stima relativamente alti, che erano richiesti dalla buona qualità delle terre, ma che finirono per escludere quei gruppi sociali (agricoltori, contadini in primo luogo) interessati ad acquistare, ma sprovvisti dei sufficienti mezzi finanziari per farlo. Può risultare di un certo interesse dare uno sguardo di insieme su chi furono i principali concorrenti alle aste, come pure individuare per i terreni di quali comuni di preferenza essi gareggiarono e con quali risultati (tab. 7). Tab. 7 I principali partecipanti alle aste I II III IV V D’Errico Clem. fu Luigi 3 6 2 Caliendo Gir. fu Mich. 9 Aponte Luigi di Gius. 10 Velotti Aniello fu Franc. 10 Arpaia Ern. di Pasq. 8 D’Avenia Vit. fu Luigi 7 1 Carbone Sav. fu Mich. 5 1 Pesce Gen. fu Raff. 2 1 Soprano Dom. fu Pasq. 4 3 VI 2 VII 2 VIII 5 3 Tot. 20 12 10 10 8 8 7 7 7 N.ro acq. 4 2 11 2 1 4 5 2 2 1 1 1

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Calabria Gabr. fu G.G. Napolitano Fel. di Cresc. 3 2 1 1 2 3 6 6 5 2 Legenda: I = Nola; II = Saviano; III = Palma Campania; IV = S. Vitagliano; V = Liveri; VI == S. Erasmo; VII = Roccarainola; VIII = altri comuni. Segue il totale e il numero degli acquisti effettuati. Si tratta di undici concorrenti che parteciparono alle gare d’asta complessivamente 101 volte (il 30,69 per cento del totale) e dichiararono 61 volte (su 101, il 60,39 per cento) che lo facevano per conto proprio, 38 volte (il 34,62 per cento) per persona da nominare e 2 sole volte ( il 1,98 per cento) contemporaneamente per conto proprio e per persona da nominare. Di essi l’unico che dà l’impressione di operare con maggior continuità e dentro un raggio territoriale più ampio è D’Errico Clemente. Egli, però, la maggior parte delle volte che concorre alle aste, lo fa in qualità di procuratore e di rappresentante di terzi (17 volte su 20), riuscendo ad aggiudicarsi lo stesso numero di lotti (due) che fece suoi quelle poche volte che licitò per suo esclusivo interesse. Del resto, non sempre dai verbali d’asta emerge una sua decisa volontà di acquistare e, in almeno cinque casi, limitandosi ad un’unica offerta di apertura, dà piuttosto l’impressione di essere più acquiescente che in gara con l’altro concorrente (alcuni di loro, come Semmola Francesco, Ronga Gaetano e Pesce Gennaro risultarono alla fine tra i principali acquirenti), che, in questo modo, si assicurò il fondo con un rialzo minimo (16). Con ciò non si vuole affermare che inevitabilmente, per tenere bassi i prezzi, si stabilissero ogni volta alleanze di convenienza, che, pure, sulla base di quanto è stato riportato in precedenza, in particolari circostanze era una possibilità tutt’altro che da escludere; piuttosto che era quasi spontaneo che tra personaggi che nella zona godevano di un certo prestigio si stabilissero delle intese, per così dire spontanee, dei patti taciti, volti a procurare a se stessi reciproci vantaggi. La tendenza a concorrere non solo per se stessi, ma anche in rappresentanza di altri era, comunque, comune, sia pure in misura diversa, un po’ a tutti i licitatori riportati in tabella. Qualcuno di essi, come l’avvocato D’Avenia Vitaliano (7 volte su 8) e Velotti Aniello (8 volte su 10) durante il periodo delle aste svolsero soprattutto questo ruolo di intermediazione legale, anche se poi il D’Avenia riuscì ad acquistare una sola volta e soltanto per se stesso e gli unici due lotti che si aggiudicò il Velotti andarono ad ingrandire i confini della proprietà familiare, avendo rappresentato in quell’occasione il fratello monsignore Angelo, vicario del vescovo di Nola. Un ruolo, invece, di pura e semplice intermediazione economica svolse un altro avvocato, Luigi Aponte, che acquistò per poi rivendere subito, a condizioni favorevoli (17), una serie di microfondi in Palma Campania, a lui aggiudicati col minimo aumento grazie al sostegno di Ernesto Arpaia, che solo apparentemente licitò per conto suo, ma in realtà funzionò da spalla dell’Aponte. Chi riuscì ad equilibrare abbastanza bene i propri interessi con quelli di coloro che si rivolsero a lui fu il “legale” Saverio Carbone: tre acquisti per conto di terzi e due nel suo interesse nei comuni di Nola e di Liveri. Acquistò tra l’altro anche per il sacerdote Caliendo Girolamo, che con dodici partecipazioni alle aste era riuscito ad aggiudicarsi soltanto due lotti, di cui uno al confine con altra sua proprietà, e ad agevolare l’acquisto di un terreno di grosse proporzioni (27 ettari) al comm. Semmola Francesco e fratelli (aumento minimo 1.003,56 lire). Intervenne invece per acquistare esclusivamente per suo conto il proprietario Calabria Gabriele, anche se non disdegnò di delegare persone di sua fiducia per concludere qualche altro importante acquisto da realizzare in società con altri (18). Ugualmente si comportò Pesce Gennaro, che in una sola occasione acquistò per conto di terzi, ma si trattava del fratello sacerdote Gaetano. Furono proprio costoro, con cinque acquisti a testa, a realizzare i due rapporti più elevati tra numero di partecipazioni alle aste e numero di acquisti effettuati, scavalcando quanti, di gran lunga più assidui, si ritrovarono aggiudicatari di un numero di lotti inferiore. Di questi ultimi, in verità, soltanto Aponte Luigi riuscì far corrispondere al numero, piuttosto elevato, di partecipazioni, un identico numero di acquisti, ma in questo caso si trattava, presa tutta insieme, di una superficie veramente minima di terreno (0.17.25 di ettaro). 9. La ripartizione delle terre tra gli acquirenti. I modi di acquisto La logica di una partecipazione mirata e contenuta che guidò la maggior parte di coloro che concorsero alle gare d’asta tenute nel circondario di Nola, se da un lato, come si è già detto, impedì una maggiore vivacità delle aste e un miglior risultato finanziario per lo Stato, dall’altro consentì una relativamente più equilibrata distribuzione dei terreni alienati tra gli stessi concorrenti. A questo scopo contribuì non poco ovviamente anche il criterio adoperato nella divisione in lotti delle terre prima della loro immissione sul mercato, che fece prevalere l’offerta di fondi piccolissimi, piccoli e piccolo-medi (v. tab.2) (19). Al termine delle operazioni di vendita i 406 ettari si ritrovarono così ripartiti Tab. 8 Categoria Meno di 1 ha Tra 1 e 2 ha Ripartizione dei terreni tra gli acquirenti Estensione 17.91.59 34.64.32 Pr. acq. 74.186,22 161.021 Diff. + 19.519,18 54.853,11 N.ro acquir. 35 24

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Tra 2 e 3 ha Tra 3 e 4 ha Tra 4 e 5 ha Tra 5 e 10 ha Tra 10 e 20ha Oltre 20 ha TOTALE 51.12.06 38.10.01 4.81.00 73.71.57 135.50.18 50.24.73 406.05.46 225.791,85 131.862 18.300 190.720 496.826 176.663 1.475.370,07 59.216,35 35.800,48 300 39.688,52 35.871,65 13.828,78 259.078,07 20 11 1 11 9 2 113 E’ evidente il notevole affollamento di acquirenti nelle prime cinque categorie di grandezza e, in modo particolare, nelle prime due. Si registrò, infatti, una quasi perfetta corrispondenza, al di là degli spostamenti verificatisi all’interno delle singole categorie, tra il modo in cui era stata effettuata la suddivisione dei terreni in piccolissimi e piccoli lotti (145.62.67 ettari in 110 lotti) e l’esito finale delle vendite, che assegnò appezzamenti di terreno compresi tra meno di uno e fino a cinque ettari a novantuno compratori per un totale di 146.58.98 ettari. Più consistenti porzioni di terreni si aggiudicarono gli altri ventidue acquirenti, in special modo gli undici compresi nelle ultime due classi della tabella, che furono senz’altro quelli che approfittarono meglio dell’occasione offerta dalle vendite e meglio seppero organizzarsi per raggiungere i loro scopi. Calabria, Carbone, Barone, D’Errico, De Ruggiero, Montagna, Pesce, Ronga, sono questi i cognomi più in vista che si ritrovano tutti tra i principali acquirenti. Abili e accorti uomini di affari, mostrarono di saper con precisione su quali lotti puntare, badando a non innescare tra loro pericolose rivalità che avrebbero potuto provocare nello svolgimento delle aste brusche impennate dei prezzi, ma garantendosi, al contrario, reciproci favori e operando alcune volte di conserta per l’acquisto in parti uguali di un medesimo fondo per lo più di consistente estensione. Questo loro modo di operare, se non garantì a nessuno di essi alcuna posizione di particolare predominio sull’andamento delle vendite, contribuì ad incrementare in misura non irrilevante il patrimonio fondiario di ciascuno di essi che, del resto, in molti casi, era già abbastanza consistente. Gli acquirenti furono tutti locali e di essi quei pochi che risiedevano altrove, generalmente a Napoli, erano originari di uno dei comuni del circondario. Questo aspetto merita di essere sottolineato perché conferma in maniera ancora più piena e marcata, una tendenza che si è già avuto modo di sottolineare per qualche altro circondario (20), ma che qui acquista maggior significato in considerazione che questa volta si trattava di terreni senza dubbio più appetibili e geograficamente collocati in una posizione più favorevole. Con le dovute cautele e senza generalizzare (21) sembra evidente che andava allentandosi in maniera sensibile quel controllo sulla terra in provincia tradizionalmente esercitato dai grandi centri come Napoli e, in posizione subordinata, delle stesse città di Capua e di Caserta (22) Di regola, al termine di ogni asta, un solo concorrente diventava l’aggiudicatario dell’intero lotto. Soltanto in 25 casi (il 18,79 per cento delle volte) accadde che fu condotto a termine l’acquisto del medesimo lotto da parte di due o più persone. In alcuni casi (otto), però, gli associati furono esclusivamente individui uniti da vincoli di parentela (coniugi, fratelli, in prevalenza). Agli acquisti collettivi fecero, comunque, ricorso, almeno una volta, un po’ tutti i gruppi sociali (nobili, professionisti, proprietari, commercianti, artigiani e coloni). In qualche caso essi riguardarono fondi di notevoli proporzioni, come quello (50 ettari circa) acquistato da Barone Vincenzo per sé e per De Ruggiero Stefano, Ronga Gennaro e D’Errico Clemente, ma nella maggior parte dei casi, furono riservati ai lotti medi e piccolo-medi e solo di rado a quelli di piccola estensione (se ne aggiudicarono uno insieme i coloni Sorrentino ed Albarano). Non è facile individuare le motivazioni di queste scelte, che potrebbero ricercarsi più che in questioni legate ad un particolare tipo di conduzione dei terreni (23), nell’esigenza pratica, soprattutto per i piccoli acquirenti, di dividere con altri il costo, altrimenti insostenibile, del terreno acquistato; così come va tenuto ugualmente presente che, in alcuni casi, poteva costituire la soluzione giusta per prevenire le conseguenze negative di un’accesa concorrenza, quando su un determinato appetito fondo si concentrava l’interesse di più di un concorrente. La successiva ridefinizione dei patti dinanzi ad un notaio, come per qualche caso è stato possibile documentare, con conseguente scioglimento della comproprietà, pare suffragare una simile ipotesi (24). Il sistema generale di pagamento dei lotti fu quello rateale. Il pagamento in contanti invece rappresentò una vera eccezione. Quasi tutti gli acquirenti preferirono, infatti, di avvalersi delle ampie possibilità di dilazione concessa dalla legge, rinunciando allo sconto sul prezzo di aggiudicazione nella misura del sette per cento previsto nel caso di pagamento immediato. Soltanto per nove fondi i rispettivi acquirenti preferirono saldare il prezzo in un’unica soluzione, pagando in meno complessivamente 6.586,61 lire. La scelta dilazionata nel tempo dei pagamenti non provocò, comunque un contenzioso amministrativo-giudiziario di grosse proporzioni, come avvenne altrove. Soltanto in pochi casi, per morosità dell’acquirente, si dovette procedere alla confisca del fondo e alla rivendita in danno. I fondi in questione, in numero di dieci, furono poi rivenduti tutti a trattativa privata o col ricorso agli incanti, senza particolari difficoltà.

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5. La fisionomia economico-sociale degli acquirenti Giunti a questo punto della ricerca occorre procedere ad una prima identificazione economica e sociale degli acquirenti, dando conto della consistenza patrimoniale e delle attività e delle professioni che costoro esercitavano, ricostruendo la rete delle relazioni all’interno della quale operavano e cercando di individuare le motivazioni che potevano essere alla base dei loro acquisti. Tale lavoro di ricostruzione avverrà ovviamente nella misura consentita dalle informazioni ricavate dalle varie e numerose fonti che a questo scopo sono state consultate, a partire dalle liste politiche ed amministrative e dagli elenchi degli elettori per la Camera di Commercio per finire alle carte demaniali, ai ruoli fiscali, alle liste dei giurati ed agli atti notarili, che si conservano presso l’Archivio di Stato di Caserta. E’ bene, infatti, chiarire subito che non per tutti gli acquirenti è stato possibile risalire alla condizione socio-economica, al mestiere o alla professione. Tuttavia, con tutti gli elementi raccolti è stato elaborato un campione (v. tab. 9) che si può considerare largamente rappresentativo, comprendendo il 69,02 per cento degli acquirenti (78 su 113), l’85,18 per cento dei terreni venduti e l’84,66 per cento del prezzo pagato per il loro acquisto. Tab. 9 Categoria Nobili Ecclesiastici Proprietari Professionisti Funzionari e Impiegati Imprenditori Commercianti Agricoltori TOTALE Divisione degli acquirenti per categorie socio-professionali N.ro acq. Est. in ha 4 0.50.30 6 16.01.98 7 64.07.24 24 104.02.90 5 5 21 6 78 30.92.15 59.22.26 64.88.89 6.26.06 345.91.78 Pr. acq. 1.212,22 50.793 225.890 361.822 117.998,50 207.716 253.266,67 30.395 1.249.093,39 Fitto med. 104,87 213,59 208,20 200,12 230,19 202,39 245,31 200,17 - Dalle cifre riportate in tabella trovano conferma, anche per il circondario di Nola, alcuni dati di fondo, che si è già avuto modo di sottolineare per altre zone della provincia (26). E’ evidente, in primo luogo, il ruolo marginale che nel Nolano svolsero i nobili nelle operazioni di liquidazione dei terreni demaniali, come pure risultano chiare le difficoltà incontrate dagli appartenenti alla classe agricola nella loro aspirazione all’acquisto fondiario. I primi si aggiudicarono, sia pure a prezzi favorevoli, pochi fondi di estensione minima e, stando almeno ai fitti che per essi si pagavano, di qualità non eccezionale; i secondi acquistarono di più e meglio rispetto ai nobili, ma in misura nettamente inferiore rispetto a tutte le altre categorie. Si trattava in ogni modo di acquirenti che, anche se risulta che gestissero e/o coltivassero direttamente la terra, godevano in generale già una condizione di moderato benessere, a conferma di un altro aspetto: che l’accesso alla proprietà della terra là dove essa era di buona qualità (e nell’Agro nolano era tale) restava un sogno per tutti quei contadini, che pur non risultando compresi nella massa dei nullatenenti, non ancora detenevano quote di risparmio sufficienti per far fronte, malgrado la rateizzazione degli importi, ai prezzi elevati di aggiudicazione delle aste, mentre risultava per loro più agevole l’acquisto nelle zone dove l’offerta dei terreni era di qualità più scadente e, di conseguenza, i prezzi di aggiudicazione risultavano più bassi (27). All’incirca la stessa quantità di terreno si assicurarono proprietari e commercianti, anche se furono proprio questi ultimi ad impegnare capitali maggiori probabilmente compensati dal maggior pregio dei terreni ad essi aggiudicati, stando sempre all’entità dei fitti esistenti sui fondi al momento dell’acquisto. Il risultato non meraviglia se si considera che nella categoria dei proprietari sono stati inseriti soltanto tutti quegli acquirenti che disponevano di un consistente patrimonio immobiliare (terreni e fabbricati) e sul conto dei quali non è emersa indicazione di altra collaterale ed importante attività o professione; e se si tiene presente la maggiore propensione all’acquisto di terre, già riscontrata in occasione dello studio sulle vendite dei terreni demaniali nel comune di Caserta, da parte dei “negozianti” proprio in zone come quella di Nola, dove esisteva una relativamente più accentuata dinamica sociale ed economica (28). Ancor più dei commercianti, particolarmente agguerrito (diversamente questa volta, da quanto era successo nel comune di Caserta e in analogia, invece, con l’andamento delle vendite nei comuni della Valle di Suessola) fu il gruppo dei professionisti, che risultò, al termine delle vendite, il più numeroso e quello che investì in assoluto nell’acquisto dei terreni demaniali la somma maggiore (il 28,96 per cento del campione). Rientra invece nella norma la performance degli ecclesiastici, se si prescinde dai risultati eccezionali da essi conseguiti nel circondario di Piedimonte di Alife, ed è notevole, grazie soprattutto ad uno di essi, quello dei funzionari e degli impiegati, che confermarono comunque, anche in quest’occasione, la tendenza ad assicurarsi porzioni di tereno non proprio trascurabili.

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Per avere ora un’idea di quale fosse la consistenza patrimoniale fondiaria degli acquirenti, è possibile far ricorso ai ruoli delle imposte erariali che si pagavano sui terreni dai contribuenti dei diversi comuni del circondario (29): Tab. 10 Gli acquirenti dei terreni demaniali (68 su 78) suddivisi secondo le imposte pagate Imposta pagata Meno di 10 lire Tra 10 e 40 lire Tra 41 e 100 lire Tra 101 200 lire Tra 201 e 300 lire Tra 301 e 500 lire Tra 501 e 1.000 lire Tra 1.001 e 2.000 lire Tra 2.001 e 3.000 lire Oltre 5.000 lire N.ro contribuenti 2 10 10 18 9 6 4 6 2 1 La tabella su riportata, che ripartisce gli acquirenti-contribuenti in dieci diverse fasce di contribuzione, indica chiaramente come nella composizione dei patrimoni di non pochi di essi, un ruolo importante coprisse proprio la proprietà fondiaria. Ben il 67,64 per cento pagava, infatti, più di 100 lire di tassa erariale sui terreni, ma volendo restringere il discorso alle sole fasce più elevate, erano circa il 15 per cento quelli che pagavano più di 1.000 lire. Si trattava in tutto di nove acquirenti, tra cui due nobili (i coniugi Corio-Ruffo), due proprietari (Antonio Spinelli e Gabriele Calabria), un professionista (l’avvocato Vincenzo Barone), un imprenditore (Stefano De Ruggiero), un commerciante (Gennaro Ronga), un funzionario dello Stato (Sebastiano Giordano) e un ecclesiastico (il canonico Angelo Velotti). Non vi figurava alcun rappresentante degli agricoltori, che pagavano imposte che oscillavano tra un massimo di 86 e un minimo di 8 lire circa. A voler scendere maggiormente nei dettagli, la tabella n.11, elaborata sulla base del calcolo medio della imposta erariale che gli acquirenti di ciascuna classe sociale pagavano sui terreni di loro proprietà, consente di valutare, sia pure entro margini senza dubbio approssimativi, la consistenza del peso della proprietà fondiaria questa volta individuata all’interno delle singole categorie (30). Tab. 11 Categoria Proprietari Imprenditori Funz. e impieg. Ecclesiastici Nobili Professionisti Commercianti Agricoltori Imposta fondiaria media pagata dalle categorie degli acquirenti N.ro acquirenti 7 5 5 6 4 24 21 6 Imposta pagata 1.888,99 545,37 351,57 326,55 316,09 234,90 191,13 32,28 A prescindere ancora una volta dagli agricoltori che esprimevano in assoluto il valore più basso, è significativo che ai gradini inferiori venissero a trovarsi proprio le due categorie di acquirenti, professionisti e commercianti, che in numero più massiccio avevano partecipato alle operazioni di vendita delle terre demaniali. Il dato va spiegato con ogni probabilità sia con la tendenza di non pochi di loro, già possidenti, a non lasciarsi sfuggire l’occasione per allargare le basi della loro proprietà fondiaria, che ai loro occhi doveva apparire ancora troppo misera rispetto a quella dei maggiori proprietari, sia con l’aspirazione di quanti altri (si pensi soprattutto ai giovani professionisti e ai tanti piccoli commercianti) a fare proprio un primo possedimento fondiario, a quel tempo sentito ancora come particolare segno distintivo non solo di ascesa economica, ma anche di accresciuta considerazione sociale. Ai livelli più alti, subito dopo i proprietari, anche se a notevole distanza da essi, troviamo, invece, nell’ordine gli imprenditori e i funzionari-impiegati. In entrambi i casi si tratta di valori abbastanza elevati, ma che vanno valutati con prudenza, tenuto conto che sono il risultato di situazioni contributive assai poco omogenee (31). In posizione intermedia si collocavano, infine, gli ecclesiastici e i nobili con una contribuzione media che in entrambi i casi superava, sia pure di poco, le 300 lire. Per completare questo primo tentativo di tipizzazione di coloro che acquistarono terreni demaniali nel circondario di Nola, è opportuno passare a considerare due altri importanti aspetti, vale a dire se eventualmente ci fu e in quale misura un rapporto diretto, o anche indiretto tra gli acquirenti ed il personale politico ed amministrativo locale e quale fu la provenienza geografica degli stessi acquirenti.

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Quanto al primo punto, risulta che, nel periodo in cui si effettuarono le vendite, furono diciannove i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali e/o provinciali che acquistarono nel Nolano terreni del demanio (32). Essi rappresentavano, pertanto, in rapporto ai 113 acquirenti, che sono stati calcolati, il 16,81 per cento, il che significa che, grosso modo, un acquirente ogni sei ricopriva una carica pubblica amministrativa. La loro incidenza sale comunque ulteriormente se ad essi si aggiungono, come è giusto che si faccia, altri cinque consiglieri comunali e/o provinciali che nulla acquistarono, ma di cui è sicura la stretta parentela (genitori) con altrettanti acquirenti (33). In questo modo il dato percentuale aumenta ulteriormente di alcuni punti (21,23 per cento), spingendo il rapporto amministratori-acquirenti e semplici acquirenti ai livelli di uno a (meno di) cinque. Se poi si considera che diversi di loro, come Pesce Gennaro, Ronga Gaetano, Barone Vincenzo, De Ruggiero Stefano e Carbone Saverio, acquistarono parecchio non solo in proprio, ma anche per conto di altri (34), bisogna concludere che la classe amministrativa locale (erano essi tutti nati e residenti nel circondario) se non svolse un ruolo per così dire di monopolio sul controllo delle vendite, occupò costantemente in ogni sua fase uno dei primi piani della scena (35). Resta, infine, l’altro aspetto della questione. In proposito si è calcolato che dei 133 lotti venduti soltanto 22 (il 16,54 per cento) finì nelle mani di acquirenti che non erano nati e/o domiciliati in uno dei comuni del circondario di Nola e che almeno la metà di essi erano costituiti da fondi assai poco estesi e di limitato valore (36). Detti acquirenti, inoltre, provenivano tutti dalla vicina città di Napoli. Anche per il circondario di Nola, come per le altre zone della provincia finora studiate, si può, dunque, parlare di carattere prevalentemente locale delle vendite, che risulterà ancora più evidente se si considera che circa la metà dei lotti (il 47,36 per cento) furono aggiudicati ad individui che erano nati e/o dimoravano nello stesso comune in cui i predetti lotti si trovavano. 6. Un’analisi ancor più particolareggiata degli acquirenti Dopo aver delineato, nel precedente paragrafo, alcuni caratteri generali degli acquirenti delle terre demaniali, occorre, in quest’ultima parte del lavoro, procedere con un’analisi più accurata, che punti a dar conto, nel modo più dettagliato possibile, delle strategie e dei percorsi economicosociali dei componenti di ciascuna delle categorie in cui si suddivide il nostro campione (v. tab. 9). a) Commercianti e negozianti Gli acquirenti individuati come appartenenti alla categoria dei commercianti (37) sono ventuno e rappresentano il 26,92 per cento di tutti gli aggiudicatari compresi nel campione. Si tratta, dopo quelo dei professionisti, del gruppo più numeroso, che fece suoi 64.88.89 ettari per la somma di L. 253.266,67, pari rispettivamente al 18,75 e al 20,27 per cento dei valori complessivi espressi dal campione. La maggior parte di loro, fatta esclusione dei quattro “negozianti” di cui non si conosce il settore merceologico in cui operavano, si dedicava al commercio dei prodotti agricoli o derivanti dalla loro trasformazione. Erano sei in tutto e di essi due erano “negozianti” di cereali (Ferraro Antonio) e di generi agricoli (Barbato Carlo), due (i fratelli Gaetano e Gennaro Ronga) commerciavano in aceto e due (Nappo Angelo e Angelillo Marco, che curava anche la compravendita di animali vaccini) erano dediti al commercio del vino. Collegate strettamente al settore primario potevano considerarsi poi le attività di Pietro Basilicata, che commerciava in legname, e di Francesco Di Giovanni e Michele Piciocchi, che erano entrambi “negozianti” di cuoi. Di generi alimentari si occupavano Gabriele Ciccone (vettovaglie) e Costantino Cutolo (pizzicagnolo), mentre nel settore dei tessuti e delle manifatture operavano Emanuele Maggio, Vincenzo Grosso (merciaio) e Vincenzo Candido, che, in particolare, all’epoca delle vendite, commerciava in cappelli. Restano da citare, per completare il quadro, Gaetano Mele, che era orefice, ed i fratelli Minieri, entrambi, all’epoca, registrati come “calderai” e “ramieri” e, negli anni successivi, come distillatori. La loro presenza si concentrava, in particolare, nel capoluogo del circondario, dove presumibilmente, sia pure con tutti i suoi limiti, esisteva, rispetto a tutti gli altri comuni, una più diffusa rete commerciale e si realizzava un più elevato volume di scambi e di consumi. Sono dodici, infatti, i “negozianti” che avevano il domicilio a Nola e vi svolgevano la loro attività e, di essi, soltanto tre non vi erano anche nati: l’orefice Mele, il “pizzicagnolo” Cutolo e il commerciante di cappelli Candido, essendo originari rispettivamente di Massa di Sorrento, di Ottaviano e di Afragola. Gli altri commercianti avevano, invece, il centro dei loro affari a Saviano (tre), a Marigliano (due), a Tufino (due), a Palma (uno) e a Casamarciano (uno). L’attività mercantile che costoro esercitavano era, in linea generale, limitata al piccolo commercio e garantiva profitti alquanto contenuti alla maggior parte di essi, come stanno ad indicare a sufficienza i dati fiscali, che sul conto di un buon numero di loro sono riportati nelle liste elettorali amministrative dei diversi comuni per gli anni 1864-1865 e 1867-1868 e che riflettono per lo più una situazione patrimoniale antecedente alle vendite demaniali. Risulta, infatti, che ad essere tassati per cifre superiori alle cento lire erano soltanto in pochi (Candido Vincenzo, Barbato Carlo, Ciccone Gabriele), mentre tutti gli altri pagavano un’imposta di ricchezza monbile che, nel migliore dei casi, oscillava, poco più o poco meno, intorno alle trenta lire. Dai dati emerge, però, anche un altro particolare interessante, vale a dire che l’attività commerciale non era

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l’unica (o fondamentale) fonte di reddito per non pochi dei “negozianti-acquirenti” del nostro campione, per i quali il binomio esercizio commerciale e proprietà fondiaria (terreni e /o fabbricati), con la più o meno netta prevalenza sul primo della seconda, costituiva una realtà ancora prima che sul mercato giungesse la massa dei terreni di provenienza demaniale, la cui vendita contribuì poi a dare un impulso più sensibile a questa tendenza, consentendo l’incremento dei patrimoni fondiari già esistenti o favorendone la formazione di nuovi . Il fatto, come si è visto (v. tab. 10), che avessero acquistato uno o più lotti di terreni demaniali e che pagassero, nel 1874, un’imposta fondiaria media di L. 191,13, rimarca già sufficientemente bene il ruolo che, all’interno dei rispettivi piani economici, ciascuno di essi finì per assegnare alla proprietà della terra. E che, in linea generale, non si trattasse semplicemente di un ruolo aggiuntivo e complementare emerge chiaramente dal confronto tra quanto essi pagavano di imposta fondiaria complessiva sui terreni (L. 3.446,49) e quanto pagavano di imposta di ricchezza mobile (L. 371,14), che era poi l’imposta specifica che gravava sui redditi di natura commerciale. Soltanto in un caso quest’ultima (L. 98,35) superava, anche se di poco, il livello della contribuzione fondiaria. In tutti gli altri casi risultava sempre inferiore, a volte in misura più contenuta (tra il 10 e il 20 per cento in meno), a volte, invece, in misura decisamente sperequata (intorno al 75 per cento in meno). Addirittura vi era poi un numero non piccolo di essi che, regolarmente registrato nei ruoli per l’imposta sui terreni, non pagava nulla di imposta di ricchezza mobile, particolare quest’ultimo che, se in qualche caso può essere ricondotto ad omissione o a morte sopravvenuta (38), in tutti gli altri si può più realisticamente collegare al carattere angusto e meschino dell’attività commerciale da essi svolta, non in grado di garantire tutti gli anni neppure un minimo di reddito tassabile. Si andava in questo modo delineando sempre meglio una figura di “negoziante” dai caratteri tutt’altro che ben definiti in cui interessi fondiari (39) e interessi mercantili potevano coesistere con la prevalenza, in diversi casi, più o meno netta, dei primi sui secondi, senza sensibile differenze tra quanti commerciavano in prodotti strettamente legati alla terra e quanti vendevano merci che ad essa erano poco o per niente collegate. Una spia eloquente del carattere un po’ precario delle loro imprese commerciali è fornita, del resto, anche dalla stessa frequenza con cui variava la qualifica con la quale i “negozianti” che qui ci interessano venivano registrati, nei diversi anni, negli elenchi degli elettori per la Camera di Commercio. Nell’arco di tempo di circa un ventennio (1868-1886) soltanto cinque di loro, infatti, continuarono a svolgere, nel lungo periodo, sempre lo stesso tipo di commercio, mentre per tutti gli altri le indicazioni risultarono di volta in volta alquanto mutevoli, perché essi passavano di continuo da un comparto merceologico ad un altro (per esempio, dalla vendita del legname a quello del bestiame, dallo smercio di manufatti al commercio di generi agricoli e così via), in perfetta sintonia con la funzione non unica ed esclusiva che per essi aveva l’attività commerciale, che, proprio per questo, non richiedeva tanto una specializzazione quanto tempestivi adeguamenti alle opportunità e alle congiunture favorevoli del momento. Questa loro peculiarità finisce per rendere meglio comprensibile anche l’altra loro inclinazione per forme di investimento a carattere speculativo, ricercate allo scopo di mettere a profitto l’eventuale surplus di capitale che figure di commercianti strutturalmente diverse avrebbero preferibilmente indirizzato al potenziamento della fragile rete dei loro traffici commerciali. Al riguardo, per alcuni di loro, la concessione di danaro a mutuo e l’aggiudicazione degli appalti dei cespiti comunali erano gli impieghi più ricercati. In quest’ultimo caso non di rado venivano costituite apposite società, composte di più persone, di durata eguale al periodo di vigenza dell’appalto, col patto di ripartire in porzioni uguali utili e perdite (40). La prevalente connotazione fondiaria che andarono assumendo, anche e proprio in conseguenza delle vendite, i patrimoni dei “negozianti” finora considerati e che in parte, come si è visto, era un dato preesistente al periodo in cui si tennero le alienazioni dei terreni demaniali, riguardò a lungo andare anche quel ristretto numero di commercianti dalla più spiccata fisionomia mercantilistica, i quali, fino a quel momento, non risultavano essere tra i proprietari di terre. Esemplare in proposito appare la vicenda di Vincenzo Candido, su cui vale la pena di soffermarsi più che su altri, anche in considerazione del fatto che sul suo conto si dispone di una più articolata gamma di informazioni. Don Vincenzo negli anni Sessanta era segnalato indifferentemente come “negoziante” o “industriante” di cappelli. I due termini, apparentemente contrastanti, rimandano, invece, nel nostro caso, in scala più ridotta, ad una di quelle figure di operatori economici tutt’altro che infrequenti in Terra di Lavoro (41), che esitavano anche direttamente attraverso appositi magazzini di loro proprietà la merce che essi stessi producevano. E’ significativo che per l’intero decennio egli non tentasse neppure di assicurarsi alle aste che si tenevano nel suo comune qualche fondo agricolo a prezzo favorevole e impiegasse, al contrario, i suoi capitali nell’acquisto da privati di un comprensorio di case, nell’erogazione di mutui al tasso di interesse dell’otto per cento, nella stipulazione del contratto di nozze tra il farmacista don Giuseppe Spera e la figlia nubile Elisabetta, alla quale assegnava in dote “1.558 ducati e 19 centesimi”, oltre al corredo e alla casa (42). Se un rapporto, in questo periodo, don Vincenzo intratteneva con la terra, era di carattere esclusivamente mercantile. Commerciava, infatti, anche in robbia, una pianta la cui coltivazione,

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insieme con la canapa, stava prendendo sempre più piede nelle campagne del Nolano per i buoni guadagni che essa garantiva. A questo scopo egli era solito stipulare ogni anno con numerosi coloni della zona, pagando una caparra, contratti di acquisto anticipato di consistenti partite di “rubia” da consegnare in settembre “al prezzo che correrà per ogni cantaio nella Piazza di Napoli” (43). Si dovettero attendere gli anni Settanta perché don Vincenzo cominciasse a mostrare un certo interesse per l’acquisto fondiario, di pari passo con la svolta decisiva che ebbe a subire la sua strategia economica, ormai concentrata quasi esclusivamente sul commercio della robbia (negli elenchi degli elettori per la Camera di Commercio veniva ormai indicato soltanto con questa qualifica). Nel 1874 acquistava, infatti, all’asta dal Demanio un fondo agricolo nel comune di S. Vitagliano, primo nucleo di una più estesa proprietà terriera, che faceva anche di lui una delle tante figure miste, particolarmente diffuse nella società meridionale del tempo. b) Imprenditori Gli imprenditori che acquistarono fondi rustici demaniali furono soltanto cinque. E’ assai probabile che anche nel loro caso, come, si vedrà, per i nobili e gli ecclesiastici, si possa affermare che essi costituiscono la totalità degli acquirenti appartenenti a questa categoria e non una semplice campionatura. Si aggiudicarono il 17,12 per cento di tutti i terreni venduti, per l’acquisto dei quali impiegarono il 16,62 per cento di tutto il capitale investito (44). Di essi, due esercitavano una vera e propria attività industriale, due erano imprenditori edili ed uno era appaltatore di imposte. Le informazioni riportate sul loro conto sono eloquenti. Ci troviamo di fronte, è il caso di dire, a figure di imprenditori che, pur trovandosi ad operare in settori che, almeno in apparenza, poco o nulla avevano in comune con la terra, rivelarono ugualmente una forte inclinazione ad acquistare titoli di proprietà fondiaria, per nulla preoccupati di distrarre risorse che avrebbero dovuto trovare più naturale utilizzazione nella gestione e nel potenziamento delle rispettive aziende. Il discorso vale prevalentemente per i due “industrianti” di sopra indicati, sia per il tipo di attività imprenditoriale che essi svolgevano, sia per la notevole consistenza dei capitali adoperati per gli acquisti (L. 153.903). Più comprensibili possono apparire, invece, a prima vista, le scelte dei due imprenditori edili che, del resto, rispetto ai primi, si limitarono ad investire somme poco più di undici volte inferiori (L. 13.388), acquistando soltanto qualche fondo da utilizzare probabilmente quale garanzia al momento dell’aggiudicazione degli appalti; oppure quella dell’appaltatore delle imposte fondiarie Paolo Blundo, trasferitosi nel 1860 da Ariano, dove era nato, a Cicciano, che dovette ritenere conveniente l’investimento in terre di parte dei profitti provenienti dalla sua attività, col duplice scopo di ricavarne una rendita e di poter disporre, anche lui, a fine di garanzia, di un’adeguata proprietà immobiliare. Ma analizziamo nei dettagli la situazione economico-finanziaria e professionle di ciascuno di loro, iniziando dagli industriali Stefano De Ruggiero e Alfonso Montagna. Dei due il più anziano era il de Ruggiero (45), all’epoca delle vendite ultrasessantenne, che vantava una solida posizione patrimoniale. Era titolare di una fabbrica di filatura per la produzione di seta organzina, molto ricercata all’estero “per la uguaglianza del filo e pel loro incannaggio” (46). Si trattava di uno stabilimento di non piccole dimensioni che, al dicembre 1862, dava lavoro a 96 addetti, costituiti in prevalenza di mano d’opera femminile (47). La filanda, che era stata fondata nel 1792 da Domenico De Ruggiero, venne, nel 1825,”aumentata ed illustrata” dai fratelli Stefano, appunto, e Celestino De Ruggiero, che, nello stesso anno, furono i primi ad introdurre le macchine a vapore, incoraggiando con il loro esempio l’ammodernamento degli impianti “ di molte altre Filande ridotte a vapore”. Attualmente la fabbrica si trovava in condizioni tutt’altro che floride, in quanto serie difficoltà erano insorte soprattutto in seguito al forte calo della produzione locale dei bozzoli, che si era verificata a partire dal 1858 “a causa della malattia, per la quale gli industrianti sono costretti ad usare il seme giapponese, siriaco e di altre contrade asiatiche, per ottenere un mediocre raccolto sia per la qualità che per la quantità” (48). E’ assai probabile perciò che la decisione del De Ruggiero di investire massicciamente in terre demaniali si ricollegasse soprattutto con le conseguenze della crisi che aveva investito l’intero settore della produzione della seta e che stava ormai a poco a poco travolgendo anche la sua industria (49). Va, però, sottolineato che, all’epoca, egli già si ritrovava ad amministrare un patrimonio fondiario di un certo rilievo, che, di regola, diviso in piccoli appezzamenti, concedeva in fitto ai coloni del posto (50). Non è da escludere che, proprio in quell’epoca, il suo status di proprietario terriero rispondesse anche, o soprattutto, come è stato sottolineato a proposito di quegli acquirenti dell’asse ecclesiastico che si potevano considerare a pieno titolo veri e propri industriali, “ad una strategia di controllo dell’accesso della terra, resa necessaria dal carattere stagionale della richiesta di manodopera nelle manifatture e dal forte legame che anche il lavoro stagionale conserva[va] con il settore primario” (51). Ma non era di certo più così, o almeno non del tutto, all’epoca della vendita dei terreni demaniali, allorché la sua strategia ci sembra principalmente dettata dal desiderio di disimpegnarsi da un settore produttivo in evidente difficoltà, per andare a potenziare quello primario, dove i suoi interessi risultavano già abbastanza consolidati e diffusi. Una conferma in tal senso può rinvenirsi, del resto, nel cambiamento che subì la sua attività economica,

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trasferitasi, nel corso degli anni Settanta, dall’ambito imprenditoriale a quello commerciale; come pure è significativo che il genere di prodotto da lui commerciato fosse la robbia, la pianta tintoria che, insieme con la canapa, aveva visto in quegli anni aumentare progressivamente e in misura sensibile la sua produzione sotto lo stimolo di una domanda estera particolarmente sostenuta (52). Alfonso Montagna aveva invece poco più di trent’anni quando ebbero inizio le operazioni di vendita dei terreni demaniali posti nel circondario di Nola. Anche l’attività industriale da lui esercitata in quel periodo si caratterizzava, come quella del De Ruggiero, per lo stretto rapporto che la legava all'agricoltura. Egli era, infatti, figlio di Nicola, proprietario di una delle più importanti fabbriche per la produzione di alcol che esistevano nel comune di Marigliano (53), dove i Montagna risiedevano. Con i fratelli cooperava a mandare innanzi l’impresa paterna, che estraeva di preferenza alcol dal granone ed era fornita, per la fase terminale della lavorazione, di due macchine “distillatorie” (54). Gli addetti erano per lo più braccianti e contadini, che lavoravano a giornata e ricevevano una paga massima di L. 1,50 gli uomini e 77 centesimi le donne (55). Non era tuttavia escluso che il pagamento potesse avvenire anche in natura, a volte addirittura con generi alimentari avariati, come quella volta in cui, si legge in un rapporto di polizia, “il fabbricante Montagna” dispensò “ai lavorieri del suo Stabilimento” della farina “proveniente dal grano avariato […] in mercede dell’opera che presta[va]no” (56). Per la particolare composizione della manodopera il ciclo della lavorazione non risultava, poi, continuo per l’intera durata dell’anno, ma si interrompeva nei mesi di giugno, luglio ed agosto, allorché la fabbrica chiudeva perché “i lavorieri [erano] impegnati in lavoro di campagna” (57). Alla distillazione degli spiriti i Montagna associavano inoltre anche una discreta industria molitoria (grano e granone) per la produzione di farina (se ne producevano Kg 1.400.000 per un valore di L. 102.000), che occupava una quindicina di operai (58). Sembra proprio che queste due attività assorbissero completamente interessi e risorse della famiglia Montagna, che, ad eccezione di Alfonso, non effettuò nessun acquisto né di terre demaniali né dell’asse ecclesiastico. Del resto degli stessi pochi acquisti tra privati di cui si ha notizia e che riguardano Nicola si può dire che furono effettuati sempre in funzione delle necessità delle sue aziende (59). Quella di Alfonso appare dunque una scelta che si poneva in contrasto con le opzioni di fondo del resto della famiglia. In proposito può essere significativo il fatto che Alfonso acquisti soltanto nel 1873, quando ormai le vendite delle terre demaniali nel circondario di Nola erano agli sgoccioli e lui stesso non abitava più a Marigliano, ma a Napoli. Tutto lascia allora pensare che a quel tempo egli non doveva ormai vantare più alcuna partecipazione negli affari delle aziende familiari (60). Non conosciamo se, stando a Napoli, abbia messo su una propria attività imprenditoriale o commerciale, ma l’acquisto di quell’unico fondo rustico di considerevole estensione (oltre sedici ettari) ad un prezzo tutto sommato vantaggioso (L. 59.000) poté essere l’estremo tentativo, anche alla luce della tragica conclusione della sua vicenda economicofinanziaria, di porre rimedio ad una situazione patrimoniale che stava diventando sempre più fallimentare, aggrappandosi ad una risorsa come la terra, che poteva apparirgli in quel momento più sicura. Alcuni anni dopo il fondo, però, finì ugualmente sotto sequestro e, ad istanza del “creditore pignorante” Ferdinando Del Nunzio, fu venduto “giudiziariamente”. Assillato dai creditori, ridotto all’assoluta povertà, era ormai “un debitore fallito”, come scriveva il ricevitore del registro di Nola il 25 gennaio 1880, “a cui furono espropriati tutti i beni e che vive vagando nascostamente di casa in casa nella città di Napoli, ove non è facile rinvenirlo e ove si rinvenisse non vi sarebbe cosa togliergli” (61) Restano, per concludere, da analizzare le figure dei tre appaltatori. Sul conto di Paolo Blundo, oltre a quanto riferito in precedenza, si deve aggiungere che pagava sui terreni che possedeva a Camposano L. 502 di imposta erariale, che corrispondeva all’incirca all’imposta che gravava sul fondo di oltre 11 ettari, situato proprio in quello stesso comune, da lui acquistato all’asta per la somma di L. 40.425. E’ evidente che egli fu tra quelli che divennero per la prima volta proprietari terrieri in occasione delle vendite demaniali (62), senza, però, indebolire la sua originaria attività di appaltatore di imposte, da cui doveva continuare a ricavare notevoli profitti, se pagava, nel comune di Cicciano, di imposta di ricchezza mobile la bella somma di L. 385,33. Il fascino dell’acquisto fondiario agì anche su Giulio Ronga e Felice Del Giudice che, come Blundo, non possedevano terre prima di quel momento. Entrambi svolsero con continuità quello che era il loro mestiere principale, cioè di appaltatori di strade, di opere pubbliche, di fabbriche, come erano di volta in volta classificati negli elenchi degli elettori per la Camera di Commercio nell'arco di circa venti anni (1868-1886). Nel loro caso si ha, però, netta l’impressione, anche considerando le più ridotte dimensioni dei fondi ad essi aggiudicati, che si trattò di acquisti isolati, che come si è prima accennato, potevano anche essere funzionali alla loro attività imprenditoriale. E se è vero, come risulta dai ruoli fiscali per l’anno 1874, che uno di essi, il Ronga, che acquistò un fondo demaniale in Nola nel 1866, pagava un’imposta fondiaria sui terreni (L. 70,96) superiore, sia pure di poco, a quella di ricchezza mobile (L. 63,51), è altrettanto vero che fu proprio intorno a quel periodo che costui andò particolarmente intensificando la sua attività di imprenditore. L’assidua partecipazione alle gare di

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appalto che si tenevano presso l’ufficio di Prefettura de capoluogo gli consentì di aggiudicarsi l’esecuzione di numerose opere edilizie, anche se, singolarmente considerate, di importi non particolarmente elevati e tutte circoscritte al territorio nolano, che andavano dai lavori di arginamento, di sistemazione e di manutenzione dei torrenti Avella, Gaudo, Sasso e Quindici (costruzioni e riparazioni di briglie, muri di sponda, ricavamento di vasche ecc.) a quelli di rettificazione del Regio Lagno presso Nola, dalla costruzione di strade a quella di ponti. (63). Anche Felice Del Giudice (64) limitava per lo più il raggio di azione della sua impresa edile al circondario di Nola. Più volte si aggiudicò appalti per lavori di manutenzione degli alvei dei torrenti che scorrevano nell’Agro nolano e dei tronchi di strade nazionali e provinciali che attraversavano quel territorio oppure lavorò alla riparazione dei danni che i torrenti con le loro piene e inondazioni continuamente provocavano e alla costruzioni di edifici per lo più da adibire a depositi (65). Da altre fonti sappiamo, però, anche che era impegnato a costruire strade per conto dei comuni, particolarmente sollecitati dai governi, negli anni subito dopo l’Unità, a dotarsi di un’adeguata rete viaria di comunicazione; e che neppure disdegnava di lanciarsi, quando se ne presentava l’occasione, in qualche attività speculativa, di natura diversa da quella normalmente esercitata , come quando si assicurò l’affitto del “dazio della molitura nel Comune di Marigliano, quattro Casali e masserie”, rilevandolo dal primitivo aggiudicatario Francesco Leonessa (66). c) Nobili I nobili si aggiudicarono una superficie davvero esigua di terra: poco più della metà di un ettaro, ripartita tra tre acquirenti (due di loro erano, infatti, marito e moglie ed effettuarono un insieme un unico acquisto). E’ probabile che si trattò di acquisti mirati, sia perché gli acquirenti si interessarono esclusivamente di alcuni stacchi di terreno, che “circonda[vano] i Cappuccini”, per lo più montuosi, incolti, con pochi ulivi e castagni cedui, sia perché tanto il fondo acquistato, tramite procuratore, dal principe e dalla principessa di Castelcicala, i coniugi Corio-Ruffo, quanto quello che si aggiudicò il marchesino di Montanaro, Gaspare Cocozza, pagati entrambi in contante, confinavano rispettivamente con altri terreni di proprietà delle loro famiglie (67). E’ indubbio che la presenza di una rappresentanza così esigua di nobili tra gli acquirenti dei beni demaniali nel circondario di Nola e, in particolare, i pochi acquisti di entità assai limitata da essi effettuati, rinviano quasi naturalmente a considerazioni quali la diminuzione di prestigio e di funzioni di questa classe all’interno della società, cui si accompagnava spesso una preoccupante flessione dei patrimoni. Tuttavia, nel nostro caso, se si esclude il marchese Gennaro Tornincasa (68), sul conto del quale non si dispone di nessuna informazione utile per conoscere la consistenza e la composizione del suo patrimonio, non sembra che sia così per gli altri tre acquirenti, la cui condizione economica risultava essere abbastanza solida e, pertanto, non poteva essere di certo la penuria di mezzi e le difficoltà finanziarie a determinare da parte loro un interesse così tiepido. Basti dire che il principe di Castelcicala e la consorte pagavano in due complessivamente alcune migliaia di lire di imposta fondiaria nel solo comune di Nola: e che Gaspare Cocozza era il giovane primogenito, laureato in giurisprudenza (69), di Giuseppe, marchese di Montanaro, più volte consigliere comunale e poi sindaco di Nola, consigliere provinciale negli anni compresi tra il 1861 e il 1892 e, infine, senatore del Regno. Mentre Gaspare pagava soltanto L. 61,43 di imposta fondiaria, a dimostrazione, probabilmente, che quel suo acquisto demaniale doveva rappresentare il primo passo sulla strada della costituzione di un suo esclusivo patrimonio terriero; il marchese di Montanaro, che risiedeva a Napoli, ma possedeva terre nei comuni di Nola, Saviano, Caserta e Maddaloni, pagava per esse rispettivamente L. 20, L. 81,42 da solo e L. 359,36 con il fratello Gabriele, L. 706,55 e L. 488,26 di imposta fondiaria. Era, infatti, dalle terre che egli ricavava gran parte delle sue rendite. Dai fondi di sua proprietà, concessi in fitto ai coloni, ricavava gli estagli, corrisposti, per la maggior parte, in denaro e, parzialmente, anche in derrate (per lo più olio, grano e vino), mentre dei possedimenti in pendio, come quelli che aveva nel villaggio di Casolla di Caserta, dove sorgeva un intero palazzo di sua proprietà, si serviva per il pascolo degli “animali pecorini” dei pastori della zona (70). d) Ecclesiastici Gli ecclesiastici, sei in tutto, rappresentano il 7,69 per cento di tutti gli acquirenti del campione (v. tab. 9). Si aggiudicarono il 4,63 per cento delle terre incluse nel citato campione e pagarono per acquistarle il 4,06 per cento della somma complessiva riportata nel campione stesso. Essi, in genere, perseguirono la duplice strategia dell’incremento, più o meno cospicuo a seconda dei casi, delle rendite personali e dell’ampliamento dei patrimoni delle rispettive famiglie. Anche per questo le loro scelte che, soltanto a volte risultarono, almeno all’apparenza, isolate, come nel caso del sacerdote Luigi Allocca (71), erano per lo più strettamente coordinate con quelle dei loro congiunti più stretti, i fratelli soprattutto. I sacerdoti Angelo e Girolamo Caliendo acquistarono, per esempio, terre nei comuni di Saviano, il primo, e di Nola, il secondo, dove contemporaneamente effettuava i suoi acquisti anche l’altro loro fratello Pasquale (72). Dal canto suo, il sacerdote Gaetano Pesce collaborò con il fratello Gennaro nel suo tentativo, conclusosi in maniera piuttosto disastrosa (73), di dare, approfittando dell’opportunità offerta dalle vendite

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demaniali, una più robusta base fondiaria al patrimonio familiare; e, allo stesso modo, l’altro sacerdote, Alfonso Minieri, non fece mancare il suo contributo finanziario ai fratelli Luigi e Marcellino, che di mestiere facevano i calderai e i commercianti, per spuntarla nell’acquisto in comune di un fondo rustico in Nola, che, con ogni probabilità, andò a costituire il primo nucleo di proprietà fondiaria della famiglia (74). Lo stesso mons. Velotti, infine, che era indubbiamente l’esponente più in vista tra quelli che componevano il gruppo degli ecclesiastici, non lasciò cadere la favorevole occasione, ma effettuò i suoi acquisti servendosi, in qualità di procuratore, del fratello Aniello con il quale aveva interessi fondiari in comune (75). E’ comprensibile che, ben inseriti nelle logiche patrimoniali dei loro gruppi familiari, su di essi non operasse la benché minima remora il divieto imposto dalle autorità ecclesiastiche ai cattolici e, a maggior ragione ai preti, di acquistare terreni e beni che erano appartenuti alla chiesa e che, a loro giudizio, ad essa arbitrariamente erano stati sottratti. In questo senso il caso più eclatante fu certamente quello del canonico Velotti che, nel periodo immediatamente successivo all’unità, trovandosi il vescovo di Nola fuori sede, aveva retto la diocesi nella sua veste di provicario, mostrandosi fin troppo ligio alle direttive antinazionali del suo vescovo e, in generale, della chiesa (76). Anche per lui, però, di fronte all’impellenza degli interessi economici e patrimoniali, passava in seconda linea qualsiasi altra considerazione di carattere religioso ed ideologico, per cui non si faceva scrupolo, utilizzando tutta la necessaria discrezione, di acquistare, per interposta persona, due terreni, che erano appartenuti alle monache del monastero di S. Chiara di Nola (77) e) Professionisti I professionisti inclusi nel campione (v. tab. 9) sono in tutto ventiquattro (il 30,76 per cento). Facendo sempre riferimento ai totali riportati nel campione, si aggiudicarono il 30,07 per cento dei terreni, impiegando il 28,96 per cento del capitale. Di essi ben diciotto, equamente ripartiti, erano avvocati e legali (nove) e medici (nove); tre erano, invece, farmacisti, due notai e uno solo era architetto. Ad eccezione degli avvocati Luigi Aponte e Alfonso e Giulio Semmola (78), che erano nati ed avevano il loro domicilio nella città di Napoli, dell’altro avvocato, Vitaliano d’Avenia, nato anche lui a Napoli, ma domiciliato in Nola, del dottor fisico Giovanni Napolitano, del fu Mariano, e dell’architetto Raffaele Sirignano, che avevano entrambi stabilito a Napoli il loro domicilio, tutti gli altri erano nati ed avevano il centro dei loro affari e dei loro interessi in uno dei comuni del circondario di Nola (79). Piuttosto limitata risultò anche l’area di riferimento degli acquisti. Soltanto il vicepretore Gennaro Pesce acquistò terreni in (cinque) diversi comuni (80) e se furono quelli che si limitarono alle terre di due soli comuni. Gli altri effettuarono i loro acquisti nell’ambito di un unico comune, che, in oltre la metà dei casi, coincise con quello in cui avevano fissato il loro domicilio. Il confronto tra la somma complessiva di imposta erariale che i professionisti pagavano sui terreni (L. 5.031,54) e quella che pagano di imposta di ricchezza mobile (L. 557,97) rivela con particolare evidenza come costoro affondassero radici più o meno solide nella proprietà terriera. Disaggregando il primo dato, risulta, del resto, che dei venti professionisti registrati nei ruoli fiscali, erano diciassette quelli che pagavano più di 100 lire, così ripartiti: otto erano compresi nella fascia tra 101e 200 lire; sei in quella tra le 201 e le 500 lire; due in quella tra le 501 e le 700lire ed uno, infine, pagava oltre 1.000 lire. Se guardiamo invece le quote di ricchezza mobile, la situazione risulta completamente diversa. Dei dieci contribuenti inclusi negli elenchi fiscali, erano soltanto due coloro che versavano al fisco poco più di 100 lire. Né il rapporto tra i due dati cambia di molto, se poniamo a confronto soltanto le somme pagate dagli otto professionisti, che versavano entrambe le imposte (81). Anche nel circondario di Nola ci troviamo, dunque, di fronte a dei professionisti dal profilo per lo più incerto, che non avevano nell’esercizio delle professioni (ammesso pure che tutti esercitassero per davvero) la fonte unica o principale dei loro redditi, che essi, invece, combinavano con altre, non di rado più importanti, come, ed era il caso più frequente, i proventi della rendita agraria. Ma questa loro condizione non desta, in fondo, neppure troppa meraviglia, se si considera che, in linea di massima, provenivano da famiglie proprietarie borghesi, che dalla proprietà della terra attingevano le principali risorse economiche, e non si trascura il particolare che l’accesso alle professioni era tutt’altro che facile ed immediato e gli emolumenti che si ricavavano dal loro esercizio, specialmente nei piccoli centri di provincia, non raggiungevano per tutti livelli soddisfacenti.(82). L’arrivo, pertanto, sul mercato di una massa imponente di terreni (alle vendite delle terre demaniali si aggiunsero qualche anno dopo quelle dell’asse ecclesiastico) assecondò e stimolò contemporaneamente la loro naturale tendenza ad ampliare il patrimonio terriero già posseduto, ma ritenuto ancora insufficiente, o a gettare le basi per la costituzione di uno nuovo attraverso la conclusione di qualche buon affare. Chi perseguì con decisone l’obiettivo di un consistente ampliamento del proprio patrimonio fondiario fu l’avvocato Vincenzo Barone, che, al termine delle operazioni di vendita, si ritrovò ad aver acquistato più terra (20,74 ettari) e ad aver speso la somma più elevata (L. 78.760) di tutti i professionisti acquirenti compresi nel campione (v., in appendice, la tab. 5). La sua era una famiglia di agiati proprietari (il padre Salvatore e lo zio Raffaele, che commerciava anche in

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