Caserta e l’utopia di S. Leucio. La costruzione dei Siti Reali borbonici

 

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Volumi, pubblicati o in preparazione, previsti nell’ambito del progetto di ricerca: a) Alle origini di Minerva trionfante. Cartografia della protoindustria in Campania (secc. XVI-XIX), vol. I, tomo I, a cura di G. Cirillo e A. Musi, Roma, a. 2008; Alle origini di Minerva trionfante. Cartografia della protoindustria in Campania (secc. XVI-XIX). Le fonti salernitane, vol. I, tomo II, a cura di R. Dentoni Litta, Roma, a. 2008. b) Alle origini di Minerva trionfante. Città, protoindustria e corporazioni nel Regno di Napoli nell’età moderna, pre­ fazione di A. Musi, a cura di G. Cirillo, F. Barra, M.A. Noto, vol. II, Roma, a. 2011. c) A. Puca, Alle origini di Minerva trionfante. L’impossibile modernizzazione. L’industria di base meridionale tra liberismo e protezionismo: il caso di Pietrarsa (1840-1882), prefazione di R. Verde, vol. III, Roma, a. 2011. d) G. Cirillo, Alle origini di Minerva trionfante. Protoindustrie mediterranee: città e verlagsystem nel Regno di Napoli nell’età moderna, vol. IV, Roma, a. 2012. e) G. Cirillo, Verso la trama sottile. Feudo e protoindustria nel Regno di Napoli (secc. XVI-XIX), vol. V, Roma, a. 2012. f ) Alle origini di Minerva trionfante. Caserta e l’utopia di S. Leucio. La costruzione dei siti reali borbonici, a cura di G.M. Piccinelli, I. Ascione, G. Cirillo, vol. VI, Roma, a. 2012. g) M.A. Noto, Dal Principe al Re. Lo “stato” di Caserta da feudo a Villa Reale (secc. XVI-XVIII), vol. VII, Roma, a. 2012. h) G. Cirillo, Virtù cavalleresca e antichità di lignaggio. La Camera di S. Chiara e le nobiltà del Regno di Napoli nell’età moderna, vol. VIII, Roma, a. 2012. i) Catalogo della Mostra documentaria L’Unità d’Italia vista da S. Leucio: Caserta e Terra di Lavoro nel processo di unificazione nazionale, S. Leucio, 2 maggio­6 aprile 2011, vol. IX (in corso di stampa). Volumi in preparazione: Alle origini di Minerva trionfante. Forme di protoindustria nella Basilicata moderna, a cura di A. Lerra (secc. XVI­ XIX), vol. VIII. Alle origini di Minerva trionfante. Le corporazioni di arti e mestieri nel Regno di Napoli, a cura di G. Cirillo e G. Rescigno, vol. IX. Alle origini di Minerva trionfante. Forme di protoindustria negli Abruzzi e nel Molise, a cura di G. Brancaccio, vol. X. Alle origini di Minerva trionfante. Forme di protoindustria nelle province calabresi in età moderna, vol. XI. Alle origini di Minerva trionfante. Forme di protoindustria nelle province pugliesi in età moderna, vol. XII.

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DIREZIONE GENERALE PER GLI ARCHIVI Servizio III - Studi e ricerca Direttore generale per gli archivi: Rossana Rummo Direttore del Servizio III: Mauro Tosti Croce Il volume, frutto di una convezione con la Direzione generale per gli archivi, ha usufruito del contributo della Facoltà di Studi Politici J. Monnet della Seconda Università degli Studi di Napoli, del Dipartimento di Studi Europei e Mediterranei, del Centro Studi di Storia e documentazione storica J. Monnet della Seconda Università degli Studi di Napoli e del contributo della Regione Campania POR FESR 2007-2013 (progetto di ricerca: Valorizzazione del fondo archivistico su S. Leucio nell’archivio della Reale Amministrazione dello Stato di Caserta sito nella Reggia di Caserta, presentato dalla Facoltà di Studi Politici “J. Monnet” della Seconda Università degli Studi di Napoli) © 2012 Ministero per i beni e le attività culturali Direzione generale per gli archivi ISBN 978-88-7125-317-6 Stampato nel mese di giugno 2012 a cura della Tipografia Gutenberg S.r.l. - Fisciano (SA)

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PUBBLICAZIONI DEGLI ARCHIVI DI STATO SAGGI 105 ALLE ORIGINI DI MINERVA TRIONFANTE Caserta e l’utopia di S. Leucio. La costruzione dei Siti Reali borbonici a cura di Imma ascIone, GIuseppe cIrIllo e GIan marIa pIccInellI MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITà CULTURALI DIREZIONE GENERALE PER GLI ARCHIVI ROMA 2012

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Responsabile scientifico del progetto: Giuseppe Cirillo Comitato scientifico: Giuseppe Galasso, Aurelio Musi, Francesco Barra, Salvatore Ciriacono, Luigi Mascilli Migliorini, Aurelio Cernigliaro, Rosanna Cioffi, Gian Maria Piccinelli, Gregorio Angelini, Antonio Dentoni-Litta, Mauro Tosti Croce, Imma Ascione, Maria Luisa Storchi, Cosimo Rummo Responsabile della redazione: Maria Anna Noto Redazione: Ugo della Monica, Angelo Di Falco, Claudio Meo, Giuseppe Rescigno La collana è provvista di referees anonimi italiani e stranieri Hanno collaborato al progetto: Seconda Università degli Studi di Napoli Giuseppe Cirillo, Lanfranco Cirillo, Fabio Converti, Angelo Di Falco, Elvira Falivene, Amalia Franciosi, Diego Lazzarich, Gian Maria Piccinelli, Elvira Romano, Carmen Saggiomo, Antonio Tisci, Rosanna Verde, Paola Viviani, Nadia Verdile Università degli Studi di Napoli, Federico II Gianfranco Borrelli, Aldo Di Biasio Università di Salerno Francesco Barra, Ugo Della Monica, Aurelio Musi, Maria Anna Noto, Giuseppe Rescigno, Claudio Meo Università di Chieti-Pescara Giovanni Brancaccio, Marco Trotta Biblioteca Centrale dell’Università di Salerno Marcello Andria (direttore), Angelina Pinto (capo ufficio acquisizioni), Patrizia De Martino (capo ufficio catalogazioni) Archivio di Stato di Avellino Gerardina Rita De Lucia (direttore) Archivio di Stato di Benevento Valeria Taddeo (direttore), Palma Stella Polcaro, Giuseppe Losanno, Ornella Colarusso, Albina Cerleglia Archivio di Stato di Caserta Aldo Santamaria (direttore) Archivio di Stato di Napoli Imma Ascione (direttore), Caterina Esposito, Daniela Ricci Archivio di Stato di Salerno Imma Ascione (direttore), Renato Dentoni Litta, Maria Teresa Schiavino, Biancamaria Trotta, Silvana Sciarrotta Archivio di Stato di Roma Maria Antonietta Quesada, Luisa Salvatori, Lucia D’Amico Consorzio-Osservatorio Appennino Meridionale (Università di Salerno) Raffaele Beato, Orsolina della Queva, Eduardo Martuscelli

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I Borbone a San Leucio: un esperimento di polizia cristiana dIeGo lazzarIch* - GIanfranco BorrellI** Quando nel 1789 fu pubblicato il testo Origine della popolazione di S. Leucio a firma di Ferdinando IV1, fu sancita la nascita ufficiale, nell’area del sito reale di San Leucio2, di una fabbrica per una produzione serica d’eccellenza destinata a portare il Regno di Napoli all’avanguardia in un’arte estremamente diffusa nell’Europa del XVIII secolo – anche in quelle regioni dal clima non propriamente favorevole come la Prussia, l’Irlanda e la Svizzera3. Lo straordinario sforzo di inventiva industriale sembrava confermare la tendenza ad una fase di riforme economiche che i Borbone avevano avviato nel Regno con l’arrivo di Carlo III nel 1734, ovvero da quando nel Meridione si assistette ad una nuova e più incisiva fase politica in grado di modi­ ficare profondamente gli assetti pubblici di una parte d’Europa rimasta ai margini rispetto ai grandi movimenti politici, istituzionali, economici e sociali che animava­ no il resto del continente. In questa cornice di rinnovamento storico dell’orizzonte meridionale, l’esperienza di San Leucio si troverà ad acquisire un significato del tutto originale, destinata a essere interpretata – dai contemporanei e da parte della storiografia – come punto di congiunzione tra la continuazione di una fase di rifor­ ma economica e l’avvio di una fase di riforma politica e sociale del Regno. La fabbrica di San Leucio sembrava a molti essere un riflesso di quella «economia civile» che Antonio Genovesi andava sollecitando, ovvero di quella nuova scienza in cui la politica «come gran padre e sovrano del popolo» riesce ad ammaestrare quest’ul­ timo e a governarlo «con sicurezza, prudenza [e] umanità», col fine di rendere ricca, potente e saggia la «sottoposta nazione popolata». Così come l’economia si rivolge al «capo e principe della sua famiglia» istruendolo sul come «ben reggerla e procacciarle virtù, ricchezza [e] gloria», così l’«economia civile» deve far sì che la politica guidi il popolo grazie all’«arte legislatrice»4. Genovesi, quindi, pensava allo sviluppo econo­ mico non come un canale di arricchimento ad esclusivo appannaggio del sovrano, ma come uno strumento destinato al miglioramento delle condizioni dello Stato, ovvero ­ 345 ­

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Diego Lazzarich - Gianfranco Borrelli di un’entità identificabile sempre meno col soggetto singolare del re e sempre più col soggetto plurale della nazione. Questa tensione politica era stata espressa da Genovesi dall’alto della sua cattedra di Commercio e Meccanica dell’Università “Federico II”, influenzando sia i suoi «infiniti scolari, che portarono qualcosa della sua mente e della sua alacre volontà in ogni angolo del Regno»5, sia gli intellettuali napoletani: tutti stimolati a sostenere un progetto civile e politico volto ad armonizzare il Napoletano con le punte più avanzate delle esperienze di governo europee6. Con la sue idee circa la necessità che il “governo” conoscesse «il clima, la terra, l’indole degli abitanti, il forte e il debole di ciascuna parte delle sue province», nonché i «mestieri che meglio stiano a’ suoi popoli»7, Antonio Genovesi traccia un «vero programma di topografia sociale già abbastanza chiaro, lucido, in cui sembra anche annunciato lo stesso disegno di S. Leucio e della sua colonia»8. Come vedre­ mo, proprio l’abate napoletano fu tra i maggiori promotori di un intervento statale in favore del commercio e della manifattura per offrire un rimedio all’arretratezza economica: la politica avrebbe potuto così realizzare un «percorso di investimenti e di rinnovamento tecnologico e produttivo in grado di garantire il recupero del ritardo strutturale delle lavorazioni napoletane»9. Quando si apprese della volontà di Ferdinando IV di realizzare una fabbrica serica non lontano da Caserta, a molti sembrò che il sovrano stesse recependo gli stimoli che da Genovesi in poi auspicavano una politica economica in grado di ri­ lanciare la debole industria meridionale, seguendo l’esempio delle azioni di governo che da Colbert in poi avevano interessato la Francia10. L’entusiasmo degli ambienti intellettuali che circondò la nuova fabbrica di manifatture di San Leucio, pertanto, non era esclusivamente suscitato dalla dimensione economico­industriale dell’im­ presa borbonica, ma anche dalle possibili ricadute politiche e civili che quella spe­ rimentazione racchiudeva. San Leucio fu pensata come una colonia, come una comunità numericamente ristretta, fortemente isolata dal contesto circostante ed esclusivamente votata alla produzione della seta. Tutto su quel colle fu realizzato con l’intento di creare un am­ biente favorevole ad una produzione di eccellenza: dagli innovativi telai meccanici alla costruzione delle abitazioni degli operai vicino agli spazi di lavoro, alla coltiva­ zione dei gelsi da seta, fino ad un codice destinato a istituire gli organi di governo della comunità, nonché a regolare in modo attento e minuzioso la vita lavorativa, e non solo, della ristretta cerchia di sudditi selezionati per la colonia. È su quest’ulti­ mo aspetto che occorrerà ora soffermare la nostra attenzione. 1. Nel 1789 dalla Stamperia Reale di Napoli fu pubblicato un libretto di cen­ toquattro pagine a firma di Ferdinando IV Re delle Sicilie, in cui venivano rac­ ­ 346 ­

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I Borbone a San Leucio: un esperimento di polizia cristiana colte le leggi che segnavano l’origine e il governo della popolazione che abitava la colonia di San Leucio11. Il libro è articolato in una presentazione e due parti: la prima intitolata “Leggi pel buon governo della colonia di S. Leucio” divisa in cin­ que capitoli; la seconda intitolata “Doveri verso Dio, verso se, verso gli altri, verso il Re, verso lo Stato. Per uso delle scuole Normali di S. Leucio” in cui si snodano numerose domande e risposte. Il fulcro della legislazione leuciana è contenuto nei capitoli intitolati rispettivamente “Doveri negativi”12 e “Doveri positivi”13. I “doveri negativi” sono quelli che «impongono l’obbligo di astenersi dall’offender alcuno in qualunque maniera», individuando tre i modi in cui questo possa essere fatto: «nella persona, nella roba, e nell’onore»14. Nel secondo capitolo vengono illustrati i “doveri positivi” che «impongono di fare a tutt’il maggior bene che si possa», riconducendo questi doveri positivi ai “generali” che «riflettono sopra tutt’i nostri simili» e ai particolari che «riguardano un Ceto particolare di persone, come sarebbe il Sovrano, i suoi Ministri, i Superiori, gli Ecclesiastici, gli Sposi, i Genitori, i Figli, i Fratelli, i Benefattori, i Maggiori di età, i Giovini, e la Patria»15. Il testo raccoglie l’insieme delle regole che dovevano organizzare la vita lavorativa e personale dei soggetti inclusi nella colonia di San Leucio, soffermandosi in dettaglio sulle attività che possono o non possono svolgere i lavoratori del setificio. Se la fabbrica rappresentò una delle più importanti esperienze industriali nel comparto serico non solo italiano, ma anche europeo, il Codice scatenò un’eco amplissima nel Regno, in particolar modo tra intellettuali e filosofi che da anni speravano nell’avvio di riforme sociali e politiche intonate alla cultura politica illu­ ministica diffusa ormai in Europa. Come osserva Brancaccio, la «legislazione di San Leucio fu elogiata da filantropi e da massoni (Salfi, Jerocades), che nelle sue ispira­ zioni egualitarie intravidero una sorta di ideale integrazione della dottrina giuridica del Filangieri, nel quale si volle scorgere il vero ispiratore di tutta l’iniziativa»16. Sfogliando le leggi di Ferdinando, molti videro in filigrana l’influenza di Filan­ gieri che sembrava essere il reale ispiratore del Codice leuciano. Con sorprenden­ te energia intellettuale, il filosofo e giurista napoletano era riuscito a rafforzare la convinzione della necessità di una nuova fase politica europea, in cui le monarchie assolute avrebbero dovuto avviare le riforme politiche e abbandonare il loro tratto dispotico, responsabile, secondo Filangieri, dello «stato informe della legislazione della maggior parte delle nazioni Europee». Occorreva che i sovrani lasciassero alle spalle la vecchia legislazione, composta «dalle leggi d’un popolo prima libero e poi sciavo, compilate da un giureconsulto perverso sotto un Imperatore imbecille»17. Ciò fatto, si sarebbe poi dovuto «persuadere il pubblico contro l’antica legislazione» e orientarlo a «favore della nuova»18; il nuovo ordinamento legislazione avrebbe dovuto farsi carico della «felicità nazionale» e diventare strumento principale per il miglioramento dei costumi e del benessere del popolo. ­ 347 ­

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Diego Lazzarich - Gianfranco Borrelli Fin da subito, questa convinzione filangieriana fu collegata all’impresa di San Leucio come rivelano le parole scritte da Salfi per elogiare l’amico scomparso. «Il re stesso parve volere aggiungere credito alla dottrina del Filangieri ed afforzare l’anda­ mento dello spirito pubblico collo splendore del suo esempio. Sia per una di quelle benefiche ispirazioni che l’esercizio del potere assoluto non riesce a soffocare, o per suggestione ancor più rara di qualche cortegiano, che in mezzo alla corte non aveva obbliato le più grandi verità, risolvette nel 1789 di dare alla piccola colonia di San Leucio, fondata da lui presso Caserta, un codice disegnato sul modello della più perfetta egualità. Sarebbesi detto che si preludeva così a tempi più fortunati; vedevasi in questo saggio un esempio di ciò che si sarebbe potuto impromettere trattando la cosa in modo più generale e più sublime: ma colui che avrebbe potuto affrettare il bene del suo paese, colui che poteva ad un tempo far nascere e porre ad esecuzione così bei pensiero, Filangieri non esisteva più; e ben presto dopo la sua morte una procella impreveduta minacciò di distruggere la speranza di un migliore avvenire»19. Senza esitazioni, Salfi collega lo Statuto di San Leucio con la filosofia giuridica di Filangieri e ne ritrova la significativa corrispondenza con il «modello della più perfetta egualità» contenuto nel testo. Un elemento, quello dell’egualità, che ritorna spesso nel testo ferdinandeo, rappresentando sicuramente il principale motivo di entusiasmo tra gli intellettuali dell’epoca e che contribuì in grossa parte a donare la fama che le leggi di Ferdinando riscossero al momento della loro promulgazione. Nel Codice troviamo frequenti e ripetuti richiami all’uguaglianza quale valore di riferimento dello spirito della legge della piccola colonia. Per esempio, in merito al diritto di eredità si legge: «Abbian i figli porzion eguale nella successione degli ascendenti; nè mai resti esclusa la femina dalla paterna eredità, ancorchè vi sian de’ maschi»20. Per la società dell’epoca grande rilievo assumeva sicuramente la dichiarata parità tra uomini e donne, marcando un’eguaglianza tra i generi che veniva ribadita anche in un altro passaggio, laddove si specificava: «Nessuno di voi pertanto, sia uomo, sia donna, presuma mai pretendere a contrasegni di distinzione […] A quest’oggetto per evitar la gara nel lusso, e ‘l dispendio in questo ramo quanto inutile, altrettanto dannoso, comando, che ‘l vestire sia eguale in tutti»21. Come si osserva da questo passaggio, l’uguaglianza tra uomini e donne è in realtà inserita all’interno di un’architettura egualitaria più ampia che intende riguardare tut­ ti i membri della colonia senza distinzione. Nel testo, infatti, è esplicitamente dichia­ rato che «l’eguaglianza tra gl’Individui» è «lo spirito, e l’anima di questa Società»22. ­ 348 ­

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I Borbone a San Leucio: un esperimento di polizia cristiana Sebbene la semantica egualitaria sia effettivamente un elemento importante nell’architettura del codice leuciano, a ben vedere quella parità che troviamo nel te­ sto non viene giustificata con gli argomenti del diritto naturale universale, come ve­ niva argomentato nella cultura filosofica europea; piuttosto, l’elemento egualitario discende dell’appartenenza di operai e operai del setificio alla categoria degli artisti: «Essendo voi dunque tutti Artisti, la legge che Io v’impongo, è quella di una perfetta uguaglianza. So, che ogni uomo è portato a distinguersi dagli altri; e che questa uguaglianza sembra non potersi sperare in tempo così contrarj alla semplicità ed alla natura»23. Non siamo di fronte a un’assunzione dei principi fissati pubblicamente in modo definitivo il 5 ottobre del 1789 in Francia dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, in cui si dichiara che gli uomini nascono e rimangono uguali e liberi nei diritti24, ma ad una forma di eguaglianza che trova la sua applicabilità solo all’interno del perimetro della colonia e vincolata alle prestazioni lavorative degli operai. Infatti, nel caso in cui un individuo «della Società» non si fosse applicato assiduamente al lavoro o avesse mostrato di essere «ozioso, o sfaticato», dopo esser stato seriamente ammonito per due volte sarebbe stato sottoposta al giudizio di Ferdinando, il quale avrebbe potuto mandare questa persona «in casa di correzione» o espellerla dalla «Società»25. Nonostante questa particolare declinazione dell’uguaglianza del testo leuciano, questo genere di enunciazioni venne letto come il segno di apertura verso i valori illuministici. Una prova di questa interpretazione ci è fornita inequivocabilmente da Pietro Colletta, il quale scrive che «quando il codice apparve, generò meraviglia nel mondo, contentezza ne’ Napoletani, i quali benché sapessero non essere del re que’ concetti, ne desumevano speranza di vedere allargati nel regno i principii governativi della colonia»26. Tale era la convinzione che si era affermata tra molti intellettuali meridionali, i quali erano giunti a considerare San Leucio un vero la­ boratorio politico­economico­sociale in cui sperimentare soluzioni successivamente applicabili all’esterno delle ristrette mura leuciane. La portata dell’esperimento leuciano non sfuggì anche al di fuori dai confini del Regno. A riprova della risonanza internazionale che ebbe lo statuto di San Leucio, Colletta riferisce anche un avvenimento accaduto nel 1790 a Vienna in occasione del matrimonio delle due figlie del re, Maria Teresa e Luigia Amalia. Durante il suo soggiorno viennese Ferdinando fu onorato dagli ungheresi, i quali «fecero allocu­ zioni in latino», lodandolo per le «eseguite riforme a pro de’ popoli, e facendo udire il nome di San Leucio»27. Che Ferdinando avesse colto il potenziale valore simbolico e la forte eco che le leggi per la colonia di San Leucio avrebbero potuto avere – nonché dell’efficacia propagandistica – appare evidente anche per la cura con cui fu preparata la ceri­ ­ 349 ­

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Diego Lazzarich - Gianfranco Borrelli monia per la promulgazione del codice, organizzata come un vero e proprio even­ to istituzionale e mondano accompagnato dalla rappresentazione del dramma La Nina o sia la pazza per amore, su musiche di Paisiello e messo in scena in un teatro di legno costruito a San Leucio da Domenico Chelli e con scenografie curate da Philipp Hackert. L’accoglienza calorosa delle leggi per la colonia di San Leucio fu sicuramente ancora maggiore a Napoli e presso molti intellettuali meridionali. Tra coloro i quali riuscirono a raccogliere l’entusiasmo che circondò questo evento nel panorama intellettuale partenopeo ci fu sicuramente Domenico Cosmi, «ufficiale della Segreteria di Stato e Casa Reale»28, il quale curò un libro di componimenti poetici in lode alle leggi di San Leucio dedicandolo alla regina Carolina. Il volume constava di 38 sonetti, 8 epigrammi, 12 odi, 4 canzoni e un poemetto intitolato Leuceide. Gli autori che si cimentarono in questa ‘laudatio’ erano intellettuali e letterati celebri, tra i quali ricordiamo: Clemente Filomarino, Antonio Ierocades, Francesco Daniele, Saverio Salfi e Eleonora Pimentel Fonseca; quest’ultima contri­ buirà a donare una certa fama al modesto volume di Cosmi dopo che il suo nome fu scritto nella storia tra le pagine tragiche della Repubblica Partenopea. Il fiero e dichiarato massone, il calabrese Jerocades, così elogiava l’uguaglianza espressa nelle leggi luciane: «L’uguaglianza è un gran mistero sempre esposto, e sempre ignudo; ma il Gran Re già scioglie il voto, che formò la sua virtù…». Eleonora Pimentel Fonseca elogia il Borbone per le sue doti di governante e di legislatore paragonandolo ai grandi personaggi dell’antichità. «Cinto Alessandro la superba fronte Di cento allori sanguinosi e cento, Mentre dietro traeva alto lamento Del Nilo debellato, e dell›Orante. Formar ampia Città d›eccelso monte Uom gli propose alle bell›opre intento; Sbigottì l›ardua impresa il fier talento, Benché di cose vago ardite, e conte. Ma Fernando il Tisate apre e disgiunge, E nobil terra in su l›alpestre vetta Fonda, e l›arti vi chiama, e onor le aggiunge. E d›innocenza, e di virtù perfetta, Mentre Egeria più saggia a se congiunge, Novello Numa, nuove leggi ei detta»29. ­ 350 ­

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I Borbone a San Leucio: un esperimento di polizia cristiana L’accoglienza ammirata di molti colti napoletani è testimoniata anche da un testo di commento al Codice – sebbene l’autore non lo chiami in questo modo – di circa quaranta pagine scritto da Matteo Galdi nel 1790, intitolato Analisi ragionata del Codice Ferdinandino per la Popolazione di S. Leucio. In questo volumetto, Galdi opera un’analisi del “Nuovo Codice del Re per la popolazione di S. Leucio” con l’intento, egli precisa, non di commentare l’opera di Ferdinando, perché l’Europa «odia i comentatori […] capaci di adombrare il lume del vero, e d’involgere nel­ le tenebre dell’incertezza i principj più solidi della ragione», bensì di disvelare le «luminose verità contenute nel Codice Ferdinandino». L’intellettuale partenopeo intende ricostruire i percorsi intellettuali che si nascondono dietro al Codice ovvero di mostrare le idee filosofiche a cui il legislatore ha attinto per la scrittura di una legislazione ritenuta innovativa. Questo è, d’altronde, l’unico complemento che Matteo Galdi si sente di poter aggiungere senza appesantire un testo legislativo che palesa con chiarezza e brevità i suoi intenti: «Un Codice che gode di sì rari privilegi, i cui dettami parlano al cuore, persuadono la mente, alimentano i semi dell’industria, e che con dolce inusitata forza dirigendo l’uomo lo costringono ad essere felice; un Codice tale dalla sterile loquacità, dalla inopportuna erudi­ zione non potrebbe che rimanere profanato»30. L’approccio intellettuale di Galdi nei confronti del Codice leuciano è, quindi, di ammirazione e umiltà. Di fronte a questo testo egli ritaglia per se stesso il compito esclusivo di «farne concepire il bello e il sublime [, di] discovrirne con modesta mano il misterioso velo, esponendo agli sguardi meno penetranti i complicati stami di quella tela meravigliosa ordita dalla sagace Filosofia». Galdi intende dare corpo agli invisibili fili filosofici che hanno guidato la volontà del legislatore, in modo da svelarne la «prudenza legislativa che ha dettato le luminose verità contenute nel Codice Ferdinandino per la Popolazione di S. Leucio». E quali sono le «luminose verità» che Galdi disvela? Il fatto che «ciò che sembrava opra solamente della volon­ tà» è, in realtà, opera anche della «ragione»31. Qui si tocca un punto decisivo della rilevanza simbolica ricoperta dal Codice. Questo appariva a molti come il desiderato approdo ad una politica Assoluta porosa alle istanze illuministiche che gli intellettuali napoletani veicolavano nel Regno di Napoli nella speranza di portare anche nel loro territorio quelle spinte filosofico­ politiche che altrove in Europa avevano acceso nuove stagioni politiche, nonché spinte democratiche come nel caso della Rivoluzione Francese che nello stesso anno aveva incendiato la Francia. Le leggi scritte per San Leucio sembrarono a molti la risposta illuminata del sovrano a quella «filosofia in soccorso de’ governi»32 che Galasso ha riconosciuto nel ­ 351 ­

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Diego Lazzarich - Gianfranco Borrelli supporto dei numerosi intellettuali che animavano la scena culturale napoletana. Infatti, osserva lo storico Harold Acton, il Codice fu pubblicato e «portato alle stelle da contemporanei dottrinari»33. La domanda che possiamo porci è: fu veramente l’esperienza leuciana la prova o l’avvia di una fase di riforma che Ferdinando avviò nel Regno delle Sicilie? L’espe­ rimento leuciano fu un laboratorio politico in grado di coltivare i nuovi valori che da più parti venivano domandati al sovrano? Ciò che si può osservare è che il Codice di San Leucio è un testo che è riuscito a suscitare molte reazioni contrastanti dando quindi vita a letture storiografiche diverse. Tra queste possiamo individuarne quattro: l’entusiasta (che si rifà ad una visione di assolutismo illuminato), la socialista, l’utopista e la critica. 2. Una lettura storiografica particolarmente incline a sottolineare gli aspetti po­ sitivi del Codice leuciano è direttamente collegata alla ricezione dell’entusiasmo che generò il testo pubblicato nel 1789. Secondo Girondi, l’epoca ferdinandina fu illuminata per due traiettorie impostate dall’azione di governo del sovrano: la pri­ ma «mirava allo smantellamento definitivo della soggezione feudale dello Stato nei riguardi della Santa Sede»34; la seconda «tendeva all’ammodernamento dell’intera struttura dello Stato con la riforma completa dell’amministrazione e dell’econo­ mia»35. Riprendendo Ruggero Moscati, egli scrive: «Uno spirito innovatore soffiava dovunque, levandosi proprio dalla Corte, dove non poche delle idee del Filangieri trovavano rispondenza e dove […] ‘i consiglieri di Ferdinan­ do IV’, infiammati dall’idea del progresso, ‘potendo disporre ormai nelle segreterie di una rete di funzionari di prim’ordine, tutti imbevuti di spirito innovatore, fino al 1792 spiegano un’intensa attività per risolvere i problemi fondamentali del paese e tra essi quello della terra e dei suoi lavoratori»36. Non c’è dubbio per Gironda che San Leucio sia stato il tassello di un’opera più ampia di riforma economica dello Stato. Ma se da una parte è innegabile che le manifatture leuciane fossero un esemplare modello di produzione industriale nell’Europa dell’epoca, dall’altra appare più problematico il diretto collegamento tra quanto avvenne a San Leucio e la nuova concezione dell’economia così come teorizzata da Genovesi, in cui l’interesse dello Stato finisce col coincidere sempre più con l’interesse della Nazione, dove il popolo acquisisce una rilevanza e una centralità nella visione politica dei sovrani assoluti. Per Giuseppe Gironda non c’è dubbio: San Leucio fu il segno di un assolutismo illuminato che caratterizzò il re­ gno borbonico anche di Ferdinando, segno di una «felice e pacifica rivoluzione» ­ 352 ­

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I Borbone a San Leucio: un esperimento di polizia cristiana che si era avviata da qualche decennio stimolata da «una fattiva collaborazione tra monarchia e pensatori illuministi»37. Di questa collaborazione, la colonia di San Leucio sarebbe «l’espressione più avanzata, il risultato più spinto e socialmente più rivoluzionario»38. Ben prima di Gironda, Alexandre Dumas contribuì a fornire un forte sostegno al filone storiografico degli entusiasti con un saggio dedicato ai Borbone di Napoli – che come recita una breve nota introduttiva, è stato scritto «su documenti nuovi, inediti, sconosciuti, scoperti dall’autore negli archivi segreti della polizia, e degli affari esteri di Napoli» –, in cui lo scrittore francese riservò a San Leucio un intero capitolo, composto principalmente dalla riproposizione del Codice e da qualche commento. Dumas osserva che Ferdinando avviò la manifattura della seta per ten­ tare anch’egli «qualche riforma nei suoi stati» e così facendo «risolvette molto prima di Fourier, di stabilire un falansterio nelle vicinanze di Napoli, e più felice di quello vi riuscì»39. Venendo poi a un giudizio sul Codice che regolava la vita dei lavoratori, egli attribuisce a Ferdinando la capacità di aver adottato una sorta di paternalismo illuminato, grazie al quale a San Leucio si è dato vita ad un progetto “filantropico”, in cui il sovrano mosso dalla volontà di migliorare le condizioni di vita di alcuni sudditi decise di realizzare la fabbrica serica. È chiaro che in questo caso l’accento positivo sull’esperienza leuciana si sposta dal piano politico­economico­sociale a quello umano del sovrano, contribuendo però, in misura non minore, ad esaltare il suo carattere politico illuminato. Resta, in ogni caso, il nodo problematico di come sia veramente conciliabile il carattere illuminato, che avrebbe segnato l’esperienza leuciana, con il forte tratto paternalistico imposto da Ferdinando IV. La fabbrica del Re: l’esperienza di San Leucio tra paternalismo e illuminismo: così Mario Battaglini mise in relazione questi due aspetti nel suo libro del 1971. Tra queste due categorie, tuttavia, sembra esserci uno iato filosofico­politico quasi inconciliabile, come magistralmente segnalato da Kant nel 1793 quando osservava che un «governo fondato sul principio della benevolen­ za verso il popolo, come di un padre verso i suoi figli, vale a dire un governo paterno, dove dunque i sudditi, come i figli minorenni, che non sanno decidere cosa sia loro veramente utile o dannose, siano costretti a comportarsi in modo puramente passi­ vo, così da dover aspettare soltanto giudizi del capo dello Stato come debbano essere felici, e quando questi pure lo conceda loto, solo dalla sua bontà: questo governo è il massimo dispotismo pensabile»40. Il breve commento di Dumas, tuttavia, apre, o per lo meno accredita, un’altra pista storiografica: quella che legge l’esperienza leuciana utilizzando la categoria del socialismo. Già il riferimento ai falansteri di Fourier lascia intravedere la natura so­ cialista che lo scrittore francese vede nell’esperienza leuciana41. Traccia, questa, che Dumas accredita ulteriormente quando afferma: ­ 353 ­

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Diego Lazzarich - Gianfranco Borrelli «Si comprende quanto, la promulgazione d’un codice socialista in pieno secolo XVIII, meravigliò il mondo intero. I Napoletani ne trassero buon augurio, e credettero essere quella una prova, che stenderebbesi poi in tutto il regno»42. Quello del socialismo come categoria interpretativa dell’esperienza storica di San Leucio è una ipotesi raccolta e rilanciata in particolar modo da Stefano Stefani (in Una colonia socialista nel regno dei Borboni43) e da Agostino Gori (in Gli albori del socialismo, 1755-184844), i quali danno supporto a questa ipotesi basandosi una dimensione collettivistica favorita della comunità leuciana. Questa lettura appare, comunque, forzata perché pone alcune semantiche presenti nel Codice leuciano decontestualizzandole e dando loro un significato frutto degli avvenimenti storici e teorici successivi. Allo stesso modo va sottolineato come la stessa similitudine proposta da Dumas tra la colonia di San Leucio di Ferdinando IV e il falansterio di Fourier appaia percorribile ma solo in merito ad alcuni aspetti formali: la di­ mensione comunitaria in cui si trovano a vivere i lavoratori, il numero limitato di persone coinvolte e la tensione verso un raggiungimento della felicità dei membri. Ciò detto, l’orizzonte filosofico­politico dentro cui si muove Fourier è irriducibile a ogni esperimento politico­sociale che si ponga sotto il segno del paternalismo, perché privo di quella tensione emancipativa e liberatoria dentro cui si muove la visione comunitaria fourieriana45. Secondo l’opinione di Adriana Corrado, l’uguaglianza presente nel Codice «non mira, però, tanto all’uguaglianza di beni materiali, lontani quindi da un modello di tipo comunista, bensì, fondandosi sull’idea che siamo tutti figli di un unico Dio, diviene supremo valore morale»46. Collegandosi a Trousson, Corrado ricolloca que­ sta caratteristica della volontà del sovrano più ad una pista utopica che socialistica, poiché, come scrive lo studioso belga: «Un’altra caratteristica costante dell’utopia è il collettivismo giustificato dall’assenza di proprietà. Si tratta in realtà di una di­ mensione etica più che di una dimensione economica: il collettivismo garantisce una rigorosa uguaglianza»47. Con questa interpretazione, e con questo riferimento, giungiamo alla terza in­ terpretazione storiografica legate all’esperienza di San Leucio ovvero quella utopica. Per lo storico dell’arte De Seta le «leggi del buon governo di San Leucio» sono la testimonianza del recepimento di quei «principi utopici ed umanitari» che circo­ lavano nella cultura napoletana dell’epoca: una utopia realizzata48. In un passaggio di I Borboni di Napoli, Acton definisce San Leucio come «utopistica colonia»49. Ancora, in un testo di Agostino Bagnato si riconduce la colonia di San Leucio alle esperienze “utopiche” realizzate dalla Compagnia di Gesù in Paraguay con la comu­ nità Guaranì e si mettono in luce i parallelismi tra il Codice leuciano e la Città del Sole di Tommaso Campanella50. ­ 354 ­

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I Borbone a San Leucio: un esperimento di polizia cristiana Secondo alcuni storici, quindi, l’esperienza storica di San Leucio può essere spie­ gata servendosi della categoria dell’utopia, sia per i suoi tratti ugualitari, sia per la sua dimensione collettivistica, sia, non per ultimo, per il fatto che la colonia fu pensata come un territorio isolato e circondato da una rigogliosa natura selvaggia in cui poter sperimentare una forma di governo migliore, richiamando chiaramente l’originario modello fissato da Thomas More51. C’è chi, come Adriana Corrado, ha operato una lettura in filigrana del Codice leuciano con l’opera di More per cercare di stabilire se quella di San Leucio sia stata o meno un’esperienza utopica. In un suo lavoro dedicato a More, l’autrice aveva de­ finito l’utopia come «un progetto, un modello di organizzazione sociale da proporre ad una collettività, e che porta in sé un’ipotesi di perfezione a cui tendere, nella spe­ ranza di vederlo realizzato»52. Fedele a quest’enunciato e ad una stretta interpreta­ zione dell’utopia sulla matrice fissata dal pensatore inglese, la Corrado analizza vari tratti della vicenda leuciana per verificare la presenza di tracce utopiche. Nel tenta­ tivo di rinvenire queste similitudini, ella si sofferma su alcuni aspetti sia della vita di Ferdinando, sia su quelli più strettamente legati ai principi fissati dal Codice. Lungo questa strada l’autrice trova alcuni possibili punti di congiunzione tra la vicenda di San Leucio e l’utopia, come quando opera un parallelismo tra Utopo, «il mitico legislatore di Utopia pensato da More», e Ferdinando, sostenendo che per il suo “essere nella storia”, quest’ultimo possa essere paragonato ad un «Utopo parlante»53. Nonostante gli accostamenti trovati tra la vicenda leuciana e alcune caratteristiche dell’utopia, alla fine del suo saggio, la Corrado conclude affermando che quella pensata da Ferdinando “sostanzialmente” non fu un’utopia perché il “modello” leu­ ciano «invalida due principi fondamentali dell’utopia moderna, iniziata proprio da Tommaso Moro»54: il primo, quello che vuole che l’utopia non sia «nulla di più che modello, progetto politico­sociale, di perfezione possibile, da presentare ai propri contemporanei però solo per aprire il dibattito, sollecitare la riflessione ed evitare pericolose derive sociali»; il secondo principio sarebbe quello che configura lo Stato dell’Utopia come una entità politica totalmente laica, in cui i “cittadini” sono «libe­ ri di professare la propria fede religiosa nel pieno rispetto delle leggi dello Stato»55. Secondo la Corrado, quindi, San Leucio sarebbe sottratta al terreno dell’utopia sia perché destinata a realizzare nella storia ciò che invece l’utopia vuole rimanga nel piano meta­storico, sia perché l’ordine politico­sociale pensato da Ferdinando per la colonia trova il suo centra di gravità irrinunciabile in un verticismo che colloca Dio alla testa di un «sistema che mescola pericolosamente pragmatismo politico e trascendenza»56. La Corrado nega che si possa utilizzare la categoria di utopia per descrivere l’esperienza di San Leucio perché a suo giudizio il progetto leuciano sarebbe stata troppo lontana dalle griglie individuate da Thomas More. Sebbene contribuisca a ­ 355 ­

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