Ernesto Rossi - Nord e sud

 

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Viaggio nel personaggio padre dell'Europa federata di Diego Lazzarich

Popular Pages


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MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo STUDI, OPINIONI E RIFLESSIONI LE DONNE DI CAMPAGNA E DI EBOLI RICORDANO E RACCONTANO ANNO XIII ! NUMERO 2-3 ! APRILE-SETTEMBRE 2013

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SOMMARIO Guido D Agostino Editoriale [5] NAPOLI Guido D Agostino Napoli. Ritratto di città lungo i 2500 anni della sua storia [9] ECONOMIA E SOCIETA` Stefania De Simone Pierluigi Frattasi Pierluigi Frattasi Il clima organizzativo e la soddisfazione lavorativa in sanità [83] Espansione e sviluppo dell industria aerospaziale campana negli anni 70 del Novecento [95] La ristrutturazione industriale negli anni 70 del Novecento. I salvataggi Gepi di imprese campane [120] VIAGGIO NELLA DEMOCRAZIA Francesco Soverina Mario Rovinello Le lesioni della democrazia nell Italia repubblicana [143] «SOSPESA» Misteri e misfatti dell Italia repubblicana attraverso il linguaggio del cinema. Un esperienza didattica [159] PROTAGONISTI: ERNESTO ROSSI Diego Lazzarich Salvatore Lucchese Simonetta Michelotti Gaetano Pecora Felicio Corvese In ricordo di Ernesto Rossi [178] Per una critica del capitalismo. La via social-liberale di Ernesto Rossi [182] Ernesto Rossi interprete di Gaetano Salvemini: implicazioni filosofico-educative [200] Ernesto Rossi, «pazzo malinconico» [231] NOTE E RECENSIONI Ernesto Rossi pubblicista. «Contro i gangsters dell economia e della politica internazionale» [207] Laura Capobianco Guido D Agostino Agi Berta, Confini incerti [247] Guido D Agostino Vittorio Silvestrini, Tessere del mio mosaico. Scienza e sogni di un fisico irrequieto [254] MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo La storia di come nasce una Storia (a proposito della nuova Storia di Campagna) [249] 2

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Sommario Raffaele Messina Raffaele Messina Mario Rovinello Apollonia Striano Eusapia Tarricone Eusapia Tarricone Mario Rovinello A Posillipo i nuovi approdi del noir napoletano. Le «api randage» di Angelo Petrella [256] Antonio Piscitelli, Zacinto mia [268] Le infiltrazioni camorristiche nell economia legale. Un percorso di letture a partire da Fuoco su Napoli [264] Roberto Todisco, Pareva un destino [270] Almerigo Realfonzo, I giorni della libertà. Dalle Quattro Giornate di Napoli alla Repubblica dell Ossola, a Milano liberata [270] Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l Unità [272] La memoria, la verità e la storia attraverso la voce di due partigiani [277] MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 3

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P R O TA G O N I S T I : E R N E S T O R O S S I Per una critica del capitalismo. La via social-liberale di Ernesto Rossi DIEGO LAZZARICH 1. Nel panorama intellettuale italiano, quella di Ernesto Rossi è senz’altro una figura molto importante, per senso critico, rigore e onestà intellettuale. Ricco di queste doti, egli non smise mai di interrogarsi e interrogare i nodi problematici del mondo che lo circondava con spigolosa serietà. Dal suo impegno giovanile come antifascista, al lavoro di saggista, fino all’attività più matura di editorialista, Rossi dimostrò sempre una coerenza e una libertà di pensiero non propriamente comuni in Italia. Ed è per questo motivo che non si può che esaminare con grande interesse la critica che Rossi svolse nel corso della sua vita nei confronti del capitalismo in generale e del capitalismo italiano in particolare. Un interesse dettato destato anche dal fatto che Rossi era un convinto liberale, nonché strenuo sostenitore dell’idea del libero mercato. Oggi più che mai, pertanto, ha senso andare a vedere quale fu la critica di Rossi al capitalismo, che cosa pensò di dover criticare di un sistema economico in cui in larga parte si riconosceva. Oggi più che mai, si diceva, perché attualmente siamo in una fase storica complessa, in cui il collasso del modello politico ed economico comunista, nell’ultimo decennio degli anni Novanta del Novecento, ha lasciato nel mondo un unico grande sopravvissuto, il modello politico-economico liberal-capitalista1, il quale però, a distanza di vent’anni dalla sua ‘vittoria’ storica, ha iniziato a mostrare pesanti segni di collasso sia sul versante politico, con la crisi del modello rappresentativo, sia su quello economico, con le drammatiche crisi economico-finanziarie che hanno colpito l’Occidente a partire dal 2008. Di fronte alla crisi degli ultimi anni del modello liberal-capitalistico, in molti ambienti intellettuali si assiste a una sorta di smarrimento della MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 182

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Per una critica del capitalismo capacità critica per mancanza di un modello teorico di riferimento. La caduta dalla galassia sovietica ha sicuramente depotenziato il carico ideale del modello critico marxista, così come, dall’altro lato, la crisi del sistema capitalistico, proprio nel momento storico di assenza di soggetti antagonisti, ha posto seri interrogativi sulle ricette formulate in questi anni dai teorici liberali. L’analisi del capitalismo di Ernesto Rossi, pertanto, può aiutarci a individuare una strada alternativa attraverso cui formulare una nuova critica del modello economico-politico attualmente egemone. 2. La prima riflessione organica che Rossi ha dedicato a questo tema appare nel 1948 ed è intitolata proprio Critica del capitalismo2. Questo saggio avrebbe dovuto essere la prima parte di un’opera più ampia dal titolo Critica delle costituzioni economiche in cui all’analisi critica del capitalismo avrebbero dovuto aggiungersi altre tre parti: «Critica del sindacalismo», «Critica del comunismo» e «Proposte di riforma». L’ampio progetto editoriale non vide mai la luce e Rossi pubblicò tutte queste parti come monografie singole, fatta eccezione per la «Critica del comunismo», che non portò mai a termine e per la parte dedicata alle «Proposte di riforma» che diede vita, invece, a due lavori distinti (La riforma agraria3 e Abolire la miseria4). Come racconta lo stesso Rossi, quella di scrivere un’opera così ampia era un’idea su cui rimuginava da anni e che si decise a intraprendere nel 1938 durante il periodo di fermo forzato, inflittogli per antifascismo dal Tribunale Speciale, nel carcere romano di Regina Coeli. Iniziò di getto, pertanto, a redigere la parte sul capitalismo, che doveva rappresentare il nodo problematico più propositivo dell’opera, ma per mancanza di fonti non riuscì a portare a termine la pubblicazione. Decise così di dedicarsi alle altre parti, per poi riprendere il lavoro durante il confino a Ventotene, dove terminò finalmente Critica del capitalismo5. Il fatto che il libro fu dato alle stampe solo nel 1948 – ovvero dopo la pubblicazione della Critica del sindacalismo6 e dei due volumi dedicati alle proposte di riforma – sarebbe un puro caso, come spiega lo stesso autore nella Prefazione alla prima edizione: Solo poche settimane fa, rovistando fra la roba accumulata in una casa in cui da molto tempo non abitiamo più, mia moglie ha ritrovato il manoscritto, che credevo fosse andato perduto insieme a molte altre carte scomparse nel turbinoso periodo dell’occupazione tedesca. E così come l’ho ritrovato ora lo pubblico, premettendogli solo un breve capitolo per chiarire alcuni concetti fondamentali7. MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 183

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Diego Lazzarich Ebbene, se è legato al caso il motivo per cui quest’opera vide la luce più tardi rispetto all’originario progetto, probabilmente è molto meno casuale il motivo per cui l’autore decise di pubblicarla immediatamente dopo il ritrovamento – tanto che l’introduzione porta la data 22 febbraio 1948 – aggiungendo solo un breve capitolo iniziale e senza neanche apportare quelle modifiche più sostanziose che avrebbe voluto. Per motivare questa ipotesi è forse indispensabile ricordare il momento storico delicatissimo in cui uscì Critica del capitalismo. Il 18 aprile del 1948 si sarebbero tenute le prime elezioni politiche dopo le consultazioni politiche e referendarie del 1946, in cui la Democrazia Cristiana di De Gasperi era risultato sì il partito di maggioranza relativa, ma minoritario se paragonato alla somma dei voti del Partito Comunista e del Partito Socialista8. In vista delle successive elezioni, alla fine del 1947, Togliatti e Nenni decisero di unire le loro forze fondando il Fronte Democratico Popolare: un’alleanza tra comunisti e socialisti che sembrava sulla carta destinata a vincere le elezioni. Questa circostanza rendeva le elezioni del 1948 un momento di passaggio cruciale per le sorti dell’Italia, poiché in gioco all’epoca non c’era solo un incarico di governo, ma la collocazione dell’Italia stessa in una delle due grandi aree di influenza geopolitica: da una parte, gli Stati Uniti d’America con il loro modello politico liberale e un sistema economico capitalistico; e dall’altra, l’Unione Sovietica con il sistema politico comunista che promuoveva un modello economico anticapitalistico basato sulla statalizzazione dei mezzi di produzione. Con le elezioni del 1948, in pratica, il popolo italiano era chiamato a scegliere tra due ideologie antitetiche basate su valori e principii inconciliabili. Le elezioni rappresentavano uno spartiacque storico, destinato a segnare profondamente il futuro e il destino del Paese. Una drammaticità, quella di questo periodo, confermata non solo da un accesissimo dibattito pubblico, ma anche dall’attivismo di Papa Pio XII, il quale diede l’incarico all’Azione Cattolica – guidata dall’operosissimo Luigi Gedda – di fondare i «Comitati civici»: organizzazioni destinate a mobilitare l’elettorato cattolico contro le sinistre, oltre che a promuovere una pressante propaganda anticomunista.9 3. In questo frenetico momento storico, Ernesto Rossi fa pubblicare Critica del capitalismo: un testo per molti versi sorprendente perché pronto ad entrare, di fatto, nel dibattito di quel periodo, ma senza ricorrere ai toni manichei e ideologizzanti tipici di quel momento storico. Sebbene il lavoro fosse dedicato principalmente a formulare una critica del sistema capitalistico, il reale senso ‘politico’ dell’opera stava in un’iMERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 184

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Per una critica del capitalismo niziale breve analisi comparata dei due regimi economici antagonisti col fine di individuarne il migliore. Il senso di tale affermazione è facilmente riscontrabile leggendo il modo in cui Rossi inizia quel breve primo capitolo scritto in fretta e intitolato «Precisazione di concetti» – in cui offre una ricostruzione teorica di alcune idee generali. Il regime individualistico ed il regime comunistico […] sono due schemi concettuali che servono per interpretare la realtà dell’economia sociale […] Nel regime individualistico integrale lo Stato garantisce la proprietà privata dei fattori di produzione e dei beni di consumo, senza mai intervenire direttamente nella vita economica […] Ogni individuo va dove vuole, impegna il suo tempo e le sue energie come crede, può fare dei suoi beni quello che gli piace: investirli nel processo produttivo, consumarli, donarli, distruggerli, lasciarli in eredità in caso di morte, senza alcuna limitazione. […] Nel regime comunistico integrale, invece, la proprietà privata è […] completamente abolita [e] i governati non hanno più nessuna libertà di scelta nelle attività economiche, perché ogni iniziativa non rigidamente disciplinata dal centro costituirebbe un ostacolo, o almeno una causa di turbamento, all’attuazione dei piani disposti dalla classe governante10. Sebbene Rossi specifichi che quelli da lui prospettati siano solo schemi limite, due modelli assoluti, che mai nella storia hanno trovato una piena realizzazione, egli non manca di fissare in modo chiaro i punti di tensione verso cui i due regimi tendono. Leggendo le parole d’apertura del libro, una domanda sorge spontanea: è possibile che Rossi scriva in fretta un capitolo iniziale con questi toni per sola necessità di completezza scientifica? O non è forse chiaro che egli scelglie un modo molto personale per entrare in maniera decisa nel dibattito dell’epoca, lasciando intravedere quali sarebbero stati i due possibili scenari in cui l’Italia sarebbe potuta entrare facendo l’una o l’altra scelta? La risposta, ovvia, è resa ancor più palese se si pensa che, in qualche modo, il libro contiene una dedica esplicita. Nella Prefazione alla prima edizione, infatti, si legge: «Può darsi che, nonostante tutte le sue imperfezioni e lacune il presente libretto riesca di aiuto a qualche socialista non ancora completamente rincretinito dalle giaculatorie marxiste, inducendolo a rivedere e ad aggiornare le vecchie teorie di critica al capitalismo»11. Rossi, quindi, pubblicando Critica del capitalismo si rivolge direttamente ai socialisti cercando di convincerli a rivedere le loro posizioni, ma lo fa non utilizzando argomentazioni moralistiche, bensì fornendo loro un nuovo corredo critico del capitalismo: un corredo critico originale che fosse accettabile anche dai socialisti. MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 185

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Diego Lazzarich Per fare questo – per essere credibile – Rossi compie un’azione intellettuale rigorosa, sporgendosi ai limiti dello steccato dottrinale messo in piedi dal liberalismo economico classico. Per cominciare, egli si muove contro uno dei postulati cardine avanzati dagli «apologeti del capitalismo» – così li chiama – ovvero che «la libera concorrenza procur[i] il massimo benessere collettivo». Ebbene: «L’esame critico di queste teorie – afferma – ci porta alla conclusione che l’analisi teorica non giustifica in alcun modo i giudizi ottimistici»12. Rossi argomenta la sua tesi con numerosi esempi e muovendosi sia contro celebri economisti suoi contemporanei come Pareto, sia contro un classico del pensiero liberale come Adam Smith. Di quest’ultimo, l’economista italiano cita un celebre passaggio di La ricchezza delle nazioni in cui si legge: Ogni individuo si sforza continuamente di trovare l’impiego più vantaggioso per tutti i capitali di cui dispone. È vero che egli cerca solo il proprio vantaggio, e non quello della società. Ma la ricerca del proprio vantaggio naturalmente, o piuttosto necessariamente, lo conduce a preferire quell’impiego che è più vantaggioso per la società13. L’idea che la ricerca dell’interesse individuale fosse un modo per promuovere il bene comune era un pensiero che Smith aveva, in realtà, già espresso nel 1759 in Teoria dei sentimenti morali14 ed era strettamente legato alla convinzione che l’accrescimento del benessere fosse la principale via al progresso. Implicito, in questa visione, c’era anche l’assunto cardine della dottrina liberale per il quale lo Stato deve lasciare ampia libertà d’azione alla società civile. Come sostiene Fenske: «Su questo retroterra si colloca il gruppo di coloro che Marx avrebbe in seguito definito i «classici dell’economia politica»: gli inglesi Malthus, Ricardo e J.S. Mill, il francese Say, i tedeschi Rau e Thünen, e alcuni altri»15. È chiaro, quindi, che le tesi di Smith erano considerate un caposaldo del pensiero liberale. Per confutare questo assunto, Rossi si lancia in un serrato confronto coi concetti chiave fissati dalla teoria economica liberale per individuare i punti controversi della libera concorrenza, senza mancare di riportare le osservazioni di Barone16, di Einaudi17, di Knight18, di Serpieri19 e di altri. L’orizzonte critico di Rossi s’iscrive, va detto, in un più ampio alveo critico della dottrina liberale che nel corso dei primi anni del Novecento si era formato in Italia. Dall’idealismo all’attualismo erano giunte critiche ad una concezione individualistica e atomistica della libertà, tipica del liberalismo razionalistico o illuministico. Non da ultima va sottolineata l’importante influenza della Storia del liberalismo europeo, in MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 186

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Per una critica del capitalismo cui Guido De Ruggiero contribuì a proporre una concezione del liberalismo in grado di coniugare in modo più armonico libertà individuali ed esigenze dello Stato20. In realtà, ancor prima alcuni classici dell’economia politica avevano sollevato alcuni dubbi sulla visione smithiana della libera concorrenza o di quel peculiare concetto di mano invisibile che l’economista inglese aveva proposto per spiegare l’autoregolazione «provvidenziale», tra interesse privato e interesse collettivo, tipica del sistema economico capitalistico. Già Malthus aveva contestato la tesi di Smith secondo cui la libertà implica necessariamente un aumento del benessere del popolo, poiché quest’ultimo – egli affermava – era destinato a crescere più rapidamente rispetto ai beni disponibili per soddisfare i suoi bisogni21. Eppure sebbene Malthus vedesse come centrale per la stabilità sociale, politica ed economica la questione demografica, egli, fedele ai principi liberali, non arrivò a teorizzare un intervento attivo dello Stato, ma piuttosto una più «privata» continenza o l’innalzamento dell’età matrimoniale. Nel pensiero di Malthus, tuttavia, si possono scorgere tutte le angosce derivate dal crescere delle tensioni sociali che iniziavano a colpire l’Inghilterra. Quella della questione sociale è un tema che attraversa in qualche modo anche le riflessioni di Ricardo, ma senza che ciò lo porti a ripensare la struttura sociale esistente. L’economista inglese, nel suo celebre libro del 1817, Principi di economia politica e dell’imposta, aveva individuato tre classi sociali: i proprietari terrieri, i capitalisti e i lavoratori. Come Malthus, Ricardo vedeva negli operai una classe passiva e potenzialmente pericolosa. Questo aspetto silenzioso della questione sociale torna in Ricardo prepotentemente nella formulazione della sua teoria economica, quando definisce il «prezzo naturale» della merce-lavoro come il «prezzo che mette in grado i lavoratori, nel complesso, di sussistere e di perpetuarsi senza aumentare né diminuire»22. Come Malthus, anche Ricardo era fermo nelle sue posizioni liberali e riteneva che lo Stato non dovesse intervenire con leggi finalizzate ad arginare il pauperismo, convinto che ciò avrebbe alterato il sistema economico. Eppure, nonostante questi due grandi classici del pensiero economico liberale si ponessero in una posizione di continuità (ma critica) rispetto a Smith, Ernesto Rossi non li cita mai; così come non cita mai l’altro grande pensatore economico liberale, John Stuart Mill. Il fatto che Rossi non menzioni mai il pensatore inglese nel suo saggio è una circostanza strana, perché Mill rappresenta sicuramente un’evoluzione decisiva nel pensiero liberale verso una direzione che sicuramente era molto vicina a quella del liberale Rossi del 1948. Quando cent’anni prima era MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 187

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Diego Lazzarich stato pubblicato Principles of Political Economy23, l’Europa era stata scossa da numerosi moti popolari che avevano minato l’ordine politico della Restaurazione. Come scrisse Croce, in quel periodo «in tutti i popoli si accendevano speranze e si levavano richieste d’indipendenza e di libertà»24. La questione sociale era esplosa in tutta la sua violenza divenendo il tema centrale delle varie riflessioni politiche ed economiche o, in senso stretto, politico-economiche. L’opera di Mill – ha osservato Mastellone – «ricordò a tutti coloro che discutevano di libertà che non era possibile realizzare un sistema politico liberale senza affrontare i problemi economici e sociali, senza proporre concrete soluzioni ai cittadini»25. Di fatto, il pensatore inglese pose al centro della sua riflessione alcuni temi fondamentali per ripensare il liberalismo: il «salario minimo» per evitare le condizioni di miseria dei lavoratori; il «lavoro garantito» per assicurare a ciascuno il «diritto di vivere»; o l’«assistenza sociale» con la quale il «governo si deve sostituire alla carità privata con provvedimenti generali»26. Mill, pertanto, rappresentò uno scarto notevole rispetto alla scuola liberale classica che aveva strenuamente teorizzato la centralità dell’iniziativa privata e l’intervento minimo dello Stato. Egli fece nascere la consapevolezza che pur attraverso la lente del liberalismo occorreva utilizzare una «philosophy of society» che tenesse insieme le questioni sociali e i problemi economici e per questo motivo, l’opera di Smith, che aveva rappresentato il punto di riferimento per numerosi studiosi, andava considerata orami obsoleta in molti aspetti27. Muovendo dalla sua critica ad Adam Smith, Rossi, dunque, si pone in continuità con un certo filone liberale che aveva avuto modo di far pesare il suo pensiero critico in occasione dei moti sociali che avevano acceso l’Europa ciclicamente dagli anni Venti dell’Ottocento. Una direzione che, comunque, Rossi non intraprende da solo ma che aveva già percorso il suo «maestro» e amico Einaudi28. Ciò che fa l’autore, tuttavia, non è semplicemente rifarsi alla scuola einaudiana, ma rilanciare, fino a denunciare alcune disfunzioni profonde del capitalismo. Egli si pone addirittura l’obiettivo di «mettere in luce i difetti e gli inconvenienti principali del regime capitalistico in rapporto al nostro ideale di civiltà», fino ad arrivare a sottolineare «come una parte almeno di questi difetti e di questi inconvenienti non possano essere considerati dei malanni accidentali, delle forme degenerative del capitalismo, ma ne costituiscono delle caratteristiche strutturali, organiche, necessarie29, poiché incentrate sul dato antropologico dell’uomo economico capitalistico, il quale è inserito in un regime individualistico che spinge il singolo alla ricerca del bene proprio, smarrendo l’orizzonte del bene comune. MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 188

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Per una critica del capitalismo 3. Che cosa significa questo? Che l’economia capitalistica è un sistema irrimediabilmente imperfetto e guasto e come tale da abbandonare? E abbandonarlo per rivolgersi a quale altro modello economico? Il comunismo? Come precisa subito Rossi, dalla critica da lui condotta all’economia capitalistica sarebbe avventato giungere a una condanna definitiva dei «regimi individualistici in generale», senza aver prima analizzato attentamente le «alternative possibili al capitalismo», vale a dire «gli ordinamenti di comunismo più o meno integrale». Come egli rimarca: «Lo studio del comunismo potrebbe mettere in luce difetti ed inconvenienti più gravi di quelli che rileveremo in questo nostro saggio»30. Fermo restando, quindi, che entrambi i modelli economici sono affetti da difetti e storture, per indicare quello verso cui tendere Rossi ricorre a tutto il suo corredo teorico di liberale rimarcando il valore della libertà quale criterio imprescindibile a cui attingere prima di effettuare qualsiasi scelta tra un regime e un altro, perché l’aspetto economico è solo uno dei fattori, e non il più importante, per operare la scelta. In definitiva, il giudizio tra il comunismo e il capitalismo deve «discendere dalla nostra generale concezione del mondo, considerando tutti gli aspetti che possiamo chiamare politici del problema, e comprendendo nella «politica» l’attività morale, oltre all’attività economica»31. La prospettiva rossiana è determinata dalla convinzione che l’organizzazione sociale verso cui indirizzarsi non sia, in ultima istanza, quella che «porta alla massima produttività», bensì quella che consenta «la più completa affermazione dei valori spirituali ai quali teniamo, lo sviluppo più ampio della personalità umana, nel senso che riteniamo conforme al nostro ideale di civiltà»32. La scelta tra un regime economico e l’altro, pertanto, deve essere compiuta tenendo fermo questo punto principale, ma neanche trascurando del tutto quello economico, poiché – spiega Rossi – se non è condivisibile la «teoria materialistica» di Marx, per cui «la morale sarebbe solo un «epifenomeno» dell’economia», neppure è condivisibile la visione di Croce, che crede che «la morale sia tanto indipendente dall’economia» da rendere conciliabile la libertà con qualsiasi ordinamento economico33. E poiché nessun «ordinamento economico individualistico può garantirci contro la tirannide[,] ma certi ordinamenti economici non possono essere altro che tirannici»34, allora non resta che volgersi verso il capitalismo per garantirsi almeno la possibilità di essere liberi. Le parole di Rossi ricalcano quelle di Einaudi quando, in occasione della polemica con Croce, ebbe a dire del comunismo: MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 189

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Diego Lazzarich Se la volontà è unica e la società collettivistica è perfetta, non può non esistere se non una sola ideologia, un solo credo spirituale. Non sono tollerabili ideologie concorrenti, eresie le quali sono altrettante forze indipendenti, […] forze assai più efficaci di quelle materiali o formali perché aventi radice nello spirito. Il comunismo non può dunque tollerare la libertà di pensiero; che lo trasformerebbe e lo minerebbe a breve andare. […] La libertà del pensare è dunque connessa necessariamente con una certa dose di liberalismo economico35 Rossi si inserisce chiaramente in un dibattito che già aveva preso corpo durante il fascismo, seppur rimanendo in un ambito strettamente teorico. Quando esce Critica del capitalismo nel 1948, lo scenario è totalmente cambiato e quella che era solo un’ipotesi teorica – la possibilità del comunismo – è ora pronta ad assumere le forme di una realtà storica concreta. Per contribuire a scongiurare questa ipotesi, Rossi pensa di poter convincere i socialisti a indietreggiare rispetto alla strada intrapresa insieme ai comunisti; per farlo, tuttavia, sicuramente non può limitarsi a riscontrare l’inevitabilità del sistema capitalistico pur di tutelare la «libertà». Rossi deve mostrare, da liberale, la convinzione della necessità di intraprendere una strada di seria riforma del capitalismo, perché se si ammette che con il comunismo si andrebbe incontro a un regime tirannico, allora «il buon senso consiglierebbe di apportare al regime capitalistico delle riforme anche radicali, ma senza spingere fino al monopolio statale di tutti gli strumenti della produzione ed alla regolamentazione di tutte le forza economiche con un unico piano centrale, rinunciando completamente all’aiuto che può venire dal meccanismo automatico del mercato»36. Ecco il passaggio fondamentale che racchiude il senso della critica rossiana al capitalismo: sottoporre il capitalismo a una seria politica di riforma. Solo in questo modo sarebbe stato possibile intraprendere una via comune tra liberali e socialisti. Il passo convinto verso questa direzione egli lo intraprese dopo la lettura di un testo del 1933, dell’economista inglese Wicksteed, intitolato The Common Sense of Political Economy, dal quale Rossi fu molto influenzato e che lo portò a «riconoscere la convenienza di maggiori interventi statali»37. In Critica del capitalismo Rossi riporta una lunga citazione i cui passaggi salienti sono: Finché si credeva che dal caos degli impulsi individuali, le forze economiche, lasciate a se stesse, avrebbero necessariamente condotto ad un cosmo di ordine sociale, così che ne sarebbe risultato il migliore dei mondi possibili, sembrava non ci restasse nient’altro da fare che indurire i nostri cuori alla presenza dei maggiori malanni della vita sociale. […] Ma ora che la noMERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 190

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Per una critica del capitalismo stra maggiore conoscenza ci mette in grado di capire che le forze economiche non sono mai state, non possono, né mai debbono essere abbandonate a se stesse […] quanto più chiaramente individuiamo i mali connessi alla forza della organizzazione spontanea e con tanta maggiore efficacia possiamo sperare di ridurli. […] Il libero gioco degli appetiti individuali porta a risultati che offendono la comune coscienza morale; ma, come siamo riusciti a controllare il fulmine quando ne abbiamo compreso la natura, così possiamo sperare […] di migliorare illimitatamente il nostro controllo sulle [forze economiche], fino a rendere subordinata ai pubblici scopi la sempre vigilante presenza del desiderio che ognuno ha di conseguire i fini suoi propri: aggiogheremo così l’individualismo al carro del collettivismo, avvalendoci delle sue prodigiose capacità economiche, salvo a dirgli, quando infurii nella distruzione: «fin qui andrai; non oltre»38. Era importante riportare questa lunga citazione perché in essa è contenuto tutto il senso della proposta di riforma che Rossi aveva mutuato da Wicksteed. Nonostante fosse convinto che un sistema politico liberale fosse compatibile solo con un regime economico capitalistico39, Rossi non si arrende di fronte alla quasi inevitabilità della scelta tra comunismo e capitalismo – e pertanto non accettando quest’ultimo pedissequamente – ma articola una critica costruttiva che, conscia dei limiti del sistema capitalistico, riesca a non arrendersi di fronte allo stato delle cose, proponendo un percorso di severo cambiamento. Contravvenendo alla regola aurea dei puristi del liberalismo, egli matura la convinzione della necessità dell’intervento statale anche nella sfera economica: unico strumento in grado di arginare le derive di un sistema incapace di autoregolarsi. La convinzione di Rossi si radica nel convincimento che l’uomo economico capitalistico, operando per la ricerca del proprio tornaconto, si comporti in modo predatorio nei confronti della società pur di aumentare la sua ricchezza40. Ed è in tale dimensione antropologica, inoltre, che egli scorge in ultima istanza la causa delle «divergenze fra le condizioni presunte dell’economia pura nell’ipotesi di libera concorrenza perfetta e le condizioni reali del regime capitalistico»41. 4. Esplicitato il suo convincimento, Rossi formula alcune proposte di riforma del capitalismo che avrebbero richiesto l’intervento dello Stato. Tra queste, una delle più interessanti e significative – ancora drammaticamente attuale – è collegata al problema dell’asservimento dell’industria alla finanza. Scrive Rossi: «L’ordinamento capitalistico dei nostri giorni consente […] ad affaristi senza scrupoli di assicurarsi il dominio permanente su imprese industriali, nelle quali non rischiano neppure un soldo né come azionisti né come creditori»42. Pertanto, MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 191

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Diego Lazzarich la sorte delle imprese industriali dipende allora dall’interesse del momento dell’affarista che le controlla. Questi non risente più vantaggi o danni diretti per l’aumento o la diminuzione della produttività della imprese: può guadagnare sia dalla speculazione al rialzo che dalla speculazione al ribasso […] La produzione industriale diviene, in tali casi, un pretesto, o meglio uno strumento della speculazione di borsa43. Da questo passaggio appare chiaro che quando Rossi parla di intervento dello Stato, il suo intento non è quello di ampliare l’azione dello Stato per limitare il libero mercato, bensì quello di far intervenire il potere statale per proteggere il ‘vero’ libero mercato – questo è un punto che egli tiene ben fermo in tutta la sua proposta teorico-politico-economica. Rossi non pensa tanto all’estensione dello Stato in un’ottica socialista – o almeno non solo e non in maniera principale –, ma pensa all’estensione dell’intervento dello Stato quale unico strumento per arginare il soggetto predatorio. Gli ultimi esempi del precedente paragrafo illustrano bene quei metodi predatori […] che, nel regime capitalistico, consentono ad alcuni individui di farsi attribuire una parte dei risultati della produzione sociale, non come remunerazione di servizi utili prestati, ma come bottino dei loro atti di pirateria. […] Questi casi sono espressioni caratteristiche del regime capitalistico, perché derivano dalla libertà riconosciuta ai singoli di disporre come meglio credono dei beni di cui sono proprietari44. Rossi vede che il sistema individualistico-capitalista crea soggetti endemicamente votati all’eccedenza rispetto al bene comune, pertanto il compito dello Stato deve essere quello di riassorbire tale eccedenza, riconducendo l’azione individuale in un orizzonte collettivo. Egli traccia il senso di un moto perpetuo che non riesce mai a trovare un equilibrio se non nel continuo oscillare delle parti. È chiaro, quindi, il senso del dialogo che Rossi intende aprire coi socialisti. Egli mostra che anche dall’ottica liberale è possibile pensare a una nuova visione del capitalismo che contempli un’apertura all’intervento dello Stato nella società civile finalizzata al raggiungimento di un più ampio bene comune. In questo modo, egli, intellettuale liberale, spera di indicare ai socialisti un terreno comune sul quale fare incontrare le due diverse dottrine politiche, nonché un varco attraverso il quale sganciarsi dai comunisti per seguire una via riformistica che andasse nella direzione del percorso socialdemocratico che da Bernstein in poi i socialisti europei avevano introdotto nel loro progetto politico differenziandosi dalla via rivoluzionaria comunista45. MERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 192

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Per una critica del capitalismo Con un tale corredo critico liberal-socialista del capitalismo, Rossi rafforzava la prospettiva socialista-liberale46 già aperta da Gaetano Salvemini47, Piero Gobetti48 e, soprattutto, da Carlo Rosselli49. Quest’ultimo, di fatto, fu colui che più di tutti teorizzò il nesso tra socialismo e liberalismo, nonché l’indipendenza del socialismo dal marxismo. Come scrisse Rosselli, il «socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale» e come tale «si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell’avvenire», intendendo che tra socialismo e marxismo non vi fosse una «parentela necessaria»50. Parentela che invece egli scorgeva tra socialismo e liberalismo, poiché il «socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l’erede del liberalismo»51. Appare chiaro, quindi, il sentiero che Rossi intendeva seguire sia storicamente, sia teoricamente grazie alla pubblicazione di Critica del capitalismo, ma anche con altre opere di piena tensione socialista, quali Abolire la miseria e La riforma agraria52. Per questo motivo la critica del regime capitalistico operata da Rossi fu ed è un contributo prezioso per tracciare una via riformista in grado di sanare le storture di un sistema che è sì economico, ma non può che essere pensato all’interno di una cornice politica. Occorre tenere ben presente, infatti, che Rossi aveva chiaro in mente quante e quali distorsioni politiche potesse causare un sistema capitalistico lasciato in balia degli appetiti dell’uomo economico predatorio. Passando dal piano teorico generale a quello storico concreto, egli non smise mai di denunciare tutti i difetti del capitalismo inquinato dell’Italia. Lo studioso riteneva, per esempio, che l’esperienza del «fascismo» non «un accidente da attribuire alla criminale iniziativa di Mussolini»53, bensì il risultato di più componenti in cui una grossa responsabilità ricadeva sui «Grandi Baroni dell’industria e della finanza». Molte delle responsabilità che solitamente venivano attribuite alla classe politica – afferma Rossi – andavano, invece, «fatte risalire all’oligarchia industriale», la cui volontà «era stata un fattore determinante dell’ordinamento politico e giuridico» del ventennio54. Rossi aveva visto come il sistema economico che trovava nelle idee liberali il suo fondamento – il capitalismo – poteva, per tutelarsi, arrivare a contribuire alla nascita di un sistema politico pronto a rovesciare proprio i principi di libertà. È da questo cortocircuito tra la teoria economica e la storia politica che Rossi aveva imparato a proprie spese – come amava ricordare – che «ogni forza economica è sempre anche forza politica»55. È giusto ricordare, comunque, che pur essendo consapevole dei limiti strutturali, delle distorsioni e delle insidie che caratterizzavano il caMERIDIONE Sud e Nord nel Mondo 193

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