LA LIQUIDAZIONE DEI TERRENI DEMANIALI IN TERRA DI LAVORO DOPO L’UNITA’

 

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analisi storica della provincia di Caserta

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Olindo Isernia LA LIQUIDAZIONE DEI TERRENI DEMANIALI IN TERRA DI LAVORO DOPO L’UNITA’ LE VENDITE NEL CIRCONDARIO DI PIEDIMONTE DI ALIFE (1865-1892)

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Centro Studi “Osservatorio Casertano” Caserta Saggi, Studi, Documenti 1

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Introduzione La questione demaniale nella sua complessa articolazione (demanio antico, demanio comunale, Asse ecclesiastico) è sempre stato uno dei temi di cui si è occupato con maggiore frequenza la storiografia meridionale. Si può dire, però, che il prevalere di alcuni schemi interpretativi, basati per lo più sui dati generali e sui valori riassuntivi tramandati dalla vecchia bibliografia, ha finito per accreditare, senza distinzione, la tesi negativa, divenuta ben presto dominante, che le operazioni demaniali dopo l’Unità sottrassero nel Mezzogiorno capitali all’agricoltura e favorirono, a spese delle grandi masse contadine, grosse operazioni di concentrazione fondiaria. Un simile giudizio complessivo (di fronte al quale sta l’altra valutazione di segno opposto, che assegna alla liquidazione della questione demaniale un ruolo positivo soprattutto perché determinò il passaggio della proprietà della terra nelle mani di coloro che soli erano capaci di iniziativa economica) anche a distanza di anni continua a mostrarsi vitale e ad essere ancora recepito, semmai con qualche modifica qua e là, nell’impianto di opere storiche di carattere generale più recenti1. E’ evidente che, per la mancanza di un numero adeguato di studi particolari su entità territoriali ristrette (province e regioni), si continua a restare prigionieri di conclusioni troppo generali e resta elusa l’esigenza di una conoscenza meglio differenziata, che tenga, cioè, conto di tutti quegli elementi distintivi e specifici, che possono aver caratterizzato una zona a differenza di un’altra. Ora, soltanto il ricorso alle analisi condotte sulle singole circoscrizioni può servire a delineare un quadro più vario e dettagliato dell’intera operazione, attraverso una più minuziosa collazione e valutazione dei dati riguardanti, area per area, l’entità delle vendite effettuate, la superficie alienata a privati, le categorie sociali di appartenenza degli acquirenti e i loro legami col settore primario, le ripercussioni determinate nell’economia agraria. Eppure, che fosse questa la strada giusta da seguire era stato dimostrato già qualche tempo addietro da due lavori: quello del Ricchioni sulle quotizzazioni nel Comune di Noci (Bari) e quello del Colapietra sulle vendite dei terreni della Chiesa circoscritte ad un’intera regione2. Essi ebbero il merito di evidenziare come le quotizzazioni, oltre a favorire il sorgere di una serie di piccole aziende a conduzione diretta, conferirono impulso a lenti processi di trasformazione colturale (Ricchioni); e, nel procedimento delle vendite, di cogliere le differenze che intercorsero tra le varie zone a caratteristiche diverse esistenti in Abruzzo, non mancando altresì di individuare, in modo più concreto, i gruppi sociali da cui provenivano gli acquirenti ed evidenziando, in particolare, il ruolo ricoperto dalla classe politico-amministrativa (deputati, sindaci, assessori, consiglieri provinciali e comunali) nell’intera vicenda (Colapietra). E.SERENI, Il capitalismo nelle campagne, Torino 1947 (tesi negativa); M.ROSSI DORIA, L’evoluzione delle campagne meridionali e i contratti agrari, in “Nord e Sud”, 1955 (tesi positiva); B.CLOUGH, L. DE ROSA, Storia dell’economia italiana dal 1861 ad oggi, Bologna 1971; G.PESCOSOLIDO, Storia e società 1870-1898, in “Storia dell’Italia contemporanea”, a cura di R.De Felice, Napoli 1976. 2 V.RICCHIONI, Studi storici di economia dell’agricoltura meridionale, Firenze 1952; R.COLAPIETRA, Gli acquirenti dei beni ecclesiastici in Abruzzo dopo l’Unità, in “Annali di storia economica e sociale”, VII (1966). Di un certo interesse anche A.CESTARO, Aspetti della questione demaniale nel Mezzogiorno, Brescia 1963. 1

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4 Soltanto di recente, però, pare che la ricerca abbia cominciato a prendere in considerazione, con maggiore convinzione, la opportunità e la necessità di analisi e ricostruzioni di questo tipo, fondate sullo spoglio sistematico dei fondi archivistici (in prevalenza i contratti di compravendita dei terreni demaniali e dell’Asse ecclesiastico) conservati presso gli archivi provinciali. Non solo, in questi ultimi tempi, è più facile trovare inseriti nelle raccolte di studi di storia economica e sociale, che si vanno pubblicando3, contributi e saggi incentrati sull’argomento e sviluppati secondo i menzionati criteri; ma, soprattutto, per qualche regione si assiste a tutta una proliferazione di studi, che contribuiscono a delineare un quadro abbastanza ricco ed articolato, se non dell’intera questione demaniale, almeno di tutte le vendite avvenute in queste determinate realtà territoriali. E’ il caso, per esempio, della Campania e, in modo particolare, di Terra di Lavoro, la più estesa delle sue province. Ha appena visto la luce il volume di Giovanni Montroni su “Società e mercato della terra”, che, partendo proprio dalla raccolta e dalla interpretazione dei dati riguardanti i terreni passati dalla Chiesa ai privati, è andato al di là della semplice analisi quantitativa per ricostruire, attraverso l’uso incrociato delle fonti, uno spaccato piuttosto variegato della società rurale meridionale in età liberale e dei suoi rapporti con gli altri settori 4. Sulla liquidazione dell’Asse ecclesiastico in provincia di Caserta si attende, inoltre, di vedere pubblicati i risultati delle accurate ricerche da tempo avviate da Carmine Cimmino; mentre, sempre limitatamente alla Terra di Lavoro, da chi scrive l’indagine è stata allargata alle alienazioni cronologicamente precedenti dei beni (terre e edifici), che il nuovo Stato unitario aveva ereditato in parte dall’ex Regno borbonico, in parte aveva sottratto alle corporazioni religiose ed agli enti morali soppressi in seguito all’applicazione del decreto luogotenenziale del 17 febbraio 1861, n.2515. Si tratta, in quest’ultimo caso, di un’indagine che prende in considerazione la prima delle fasi - almeno in principio temporalmente distinte - in cui si articolò l’intera operazione delle vendite dei beni dello Stato in periodo postunitario e che ebbe propriamente inizio in seguito all’approvazione della legge votata in Parlamento del 21 agosto 1862, n.793. Indubbiamente essa fu meno importante di quella successiva cui diede il via l’altra legge del 15 agosto 1867 (Asse ecclesiastico)6, sia per l’entità assai più ridotta delle terre poste in vendita, (la metà), sia per il modo difforme in cui queste erano distribuite sull’intero territorio nazionale7; ma è anche vero, che, specialmente per alcune regioni dell’Italia meridionale, Campania e Puglia in particolare, significò ugualmente l’alienazione ai privati di una consistente massa di terreni. In queste zone è proprio la quantità abbastanza considerevole di beni demaniali venduti a rendere necessario, più che altrove, che accanto allo studio del così detto Asse ecclesiastico non manchi Per esempio, A.LENA, La liquidazione dell’Asse ecclesiastico nella diocesi di Anglona Tursi, in “Studi di storia sociale e religiosa”, a cura di A.CESTARO, Napoli 1980; O.ISERNIA, La vendita dei beni demaniali nella Valle del Liri dopo l’Unità (18661884) e C.CIMMINO, La vendita dei beni dell’Asse ecclesiastico nella Valle del Liri (1868-1907), in “Economia e società nella Valle del Liri nel sec.XIX. L’industria laniera”. Atti del Convegno di studi tenuti ad Arpino il 3-5 ottobre 1981, in “Rivista Storica di Terra di Lavoro”, aa.1982-86; G.MONTRONI, La vendita dei terreni dell’Asse ecclesiastico e la distribuzione fondiaria in Campania dopo l’Unità, in “Nuovi Quaderni del Meridione”, a.XIX (1981), n.73. 4 G.MONTRONI, Società e mercato della terra. La vendita dei terreni della Chiesa in Campania dopo l’Unità, Napoli 1984. Per una valutazione generale dei pregi e dei limiti del libro si rimanda alla recensione di C.CIMMINO in “Rassegna Storica del Risorgimento”, a.LXXII (ott.-dic.1985), pp.505-508. 5 Non ci risulta invece che sia stato avviato uno studio sistematico, che renda conto degli esiti delle quotizzazioni dei terreni comunali operate in provincia. 6 Per la ricostruzione del tormentato iter parlamentare, che condusse alla legge del 15 agosto 1867, F.ASSANTE, Francesco De Sanctis e l’Asse ecclesiastico, 1864-1867, Napoli 1978. 7 “Le terre da vendere ammontavano a circa 300.000 ettari, ed erano variamente distribuite fra le varie regioni. Mancavano quasi totalmente in Lombardia e Piemonte, in conseguenza delle confische e alienazioni avvenute in Lombardia nell’epoca napoleonica e in Piemonte nel 1855; invece circa il 40 per cento si trovava nell’Italia centrale, e circa il 60 per cento nelle province meridionali”. Cfr. G.LUZZATO, L’economia italiana dal 1861 al 1894, Torino 1974 (ristampa), p.30. 3

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5 quello, altrettanto fondamentale, sulla vendita dei beni così detti demaniali, perché la ricostruzione generale risulti veramente completa. Questa considerazione rimane ugualmente valida se si circoscrive il discorso alla sola Terra di Lavoro, per il semplice motivo che in Campania la maggior parte di detti beni si trovava concentrata proprio in questa provincia8. Da questo punto di vista la nostra indagine acquista un preciso rilievo e si pone quale indispensabile completamento delle ricerche sulle alienazioni dell’Asse e quale momento imprescindibile di valutazione complessiva di tutte le vendite avvenute in detta provincia dopo l’unificazione. Grosso modo è possibile suddividerla in due parti. Una prima parte in cui si rende conto della quantità dei terreni (e degli edifici) alienati, della loro distribuzione nei vari Comuni, delle dimensioni e delle caratteristiche dei lotti, dei meccanismi interni delle vendite e del numero dei partecipanti alle aste; e una seconda parte nella quale si cerca di ricostruire le fisionomie socioprofessionali degli acquirenti, inseriti nella realtà economica in cui operavano e intessevano i loro rapporti. All’intero lavoro si è voluto poi dare un’articolazione per Circondari (nel presente saggio si danno appunto i risultati acquisiti per il Circondario di Piedimonte di Alife) pienamente giustificata dal carattere accentuatamente locale delle vendite9, proprio per meglio soddisfare l’esigenza di analisi più capillari e, perciò, più locali. Infine, circa le fonti utilizzate, si rimanda, per brevità, alle note e alle indicazioni fornite nel testo. 1. Terreni venduti e dimensioni dei lotti L’intero volume di vendite dei terreni demaniali effettuate nel Circondario di Piedimonte di Alife non fu di poco conto e rappresentò alla fine oltre il nove per cento di tutte le terre alienate nell’intera provincia10. Al termine delle operazioni, che si protrassero per quasi un ventennio, fino all’ottobre 188311, anche se in verità il grosso delle aggiudicazioni fu condotto a termine nell’arco del triennio 1865-1867, furono infatti liquidati fondi rustici per un’estensione complessiva di oltre novecento ettari, ripartiti in duecentoventisei lotti. Questi erano distribuiti in quattordici Comuni diversi, ma oltre la metà di essi si trovava in due soli Comuni, quelli di Alife e di Piedimonte di Alife che era il capoluogo del Circondario. Oltre i due terzi delle terre vendute (71,06%) erano infatti concentrati in questi due principali centri e più della metà nel solo Comune di Alife (56,89%). La tabella che segue dà un’idea assai precisa della localizzazione dei terreni alienati nei diversi Comuni e della loro frammentazione in lotti: 8 Da una tabella (p.527) riportata da M.MORANO nel suo saggio, Tecniche colturali e organizzazione produttiva nelle campagne della Basilicata del secolo XIX, in “Problemi di storia delle campagne nell’età moderna e contemporanea”, a cura di A.MASSAFRA, Bari 1981, risulta che il valore delle vendite effettuate dalla Società Anonima, il gruppo privato che aveva appaltato dallo Stato la vendita sull’intero territorio nazionale, ascendeva, nell’intera regione Basilicata, a poco più della metà del valore delle vendite effettuate nella sola provincia di Caserta (oltre 14 milioni). 9 Infatti, come si vedrà, la tendenza dominante fu che i vari licitatori effettuarono acquisti soltanto nell’ambito del Circondario di appartenenza, per cui assai rari risultarono i casi di acquirenti appartenenti ad altri Circondari o, addirittura, ad un’altra provincia. In riferimento alla zona qui studiata, di sicura utilità, per gli elementi di inquadramento generale che contiene, è D.MARROCCO, Piedimonte, Napoli 1960. 10 Più significativamente, la superficie esatta alienata, che fu di ettari 919.59.15, costituiva l’1,34% del totale della superficie agraria e forestale del Circondario. Cfr. MAIC, Superficie territoriale e superficie agraria e forestale dei Comuni del Regno d’Italia al 1° gennaio 1913, Roma 1913. 11 In verità l’ultima vendita avvenne il 26 maggio 1892 (lotto nel Comune di Gioia Sannitica), ma si trattò di una rivendita in danno.

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6 TABELLA 1 Comune Alife Piedimonte S.Angelo Valle Agricola Campagnano Gioia Sannitica Piana di Caiazzo S.Potito Castello S.Gregorio M. Caiazzo Ruviano Prata Sannita Letino TOTALE Estensione 523.18.50 130.34.35 114.24.48 56.04.73 25.18.03 16.91.49 14.44.65 11.77.14 10.17.21 6.85.31 5.04.73 4.03.79 0.96.07 0.38.67 919.59.15 % 56,89 14,17 12,42 6,09 2,74 1,84 1,57 1,28 1,12 0,75 0,55 0,44 0,10 0,04 100,00 n° lotti 104 30 4 27 16 2 11 7 8 1 5 3 2 6 226 L’estensione media dei fondi, come agevolmente si può calcolare, superava di poco i quattro ettari (4.06.90 circa) ed oscillava tra la misura massima del Comune di S.Angelo di Alife (ha 28.56.12) e quella ridottissima di Letino (0.06.44). In particolare, ad Alife (5.03.06) e Piedimonte (4.34.37) la superficie media era di poco superiore a quella calcolata per l’intero Circondario, mentre più accentuata era la differenza in eccesso a Gioia Sannitica (8.45.74) e S.Gregorio Matese (6.85.31). Negli altri Comuni, invece, la misura era di gran lunga al di sotto della media: a Valle Agricola (2.07.58) raggiungeva appena la metà; a S.Potito (1.68.16), Campagnano (1.57.37), Ruviano (1.34.59), Piana di Caiazzo (1.31.33), Castello di Alife (1.27.15), Caiazzo (1.00.94) era compresa tra uno e due ettari; a Prata Sannita (0.48.03) e a Letino (0.06.44) diveniva veramente microscopica. L’elaborazione contenuta nella tabella successiva offre, però, un’idea ancor più dettagliata del modo in cui fu realizzata la parcellizzazione delle terre poi effettivamente alienate nell’intero Circondario: TABELLA 2 Categoria meno di 1 ha tra 1 e 2 ha tra 2 e 3 ha tra 3 e 4 ha tra 4 e 5 ha tra 5 e 10 ha tra 10 e 20 ha Oltre 20 ha: TOTALE n° lotti 68 41 36 20 17 25 14 5 226 Estensione 38.61.57 59.33.73 85.92.34 69.72.79 77.88.18 179.92.57 179.01.15 229.16.82 9l9.59.15 Risulta evidente che l’80,53 per cento di tutti i lotti era costituito da fondi la cui estensione non era superiore ai cinque ettari, ma che essi, tutti insieme, racchiudevano soltanto il 36,05 per cento di tutte le terre vendute. La gran massa dei terreni (ha 588.10.54) era stata ripartita in appena quarantaquattro lotti (19,47%) e meno della metà di essi raggiungeva un’estensione di oltre quattrocento ettari. La tendenza ad una maggiore ripartizione delle terre da vendere, così come si era verificata, per esempio, nell’altro Circondario, pure esso interno, della provincia, quello di Sora12, sembra pertanto essersi realizzata qui soltanto parzialmente, dove non pochi Sia perché situati entrambi all’interno della provincia, sia perché presentavano un andamento del territorio e una varietà colturale per molti aspetti simili, i due Circondari di Sora e di Piedimonte si prestano bene ad un più approfondito confronto. Ebbene, mentre il frazionamento dei terreni demaniali posti in vendita nel primo dei due Circondari (Sora) risultò abbastanza 12

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7 lotti di apprezzabile estensione erano giunti agli incanti senza aver subito alcuna minorazione e, perciò, in tutta la loro primitiva consistenza. Ma vi è da dire che, almeno nei casi di quei fondi di più rilevante grandezza (oltre i dieci e i venti ettari), si trattava, in prevalenza, di terre non particolarmente pregiate, che, troppo frazionate, non avrebbero garantito livelli sia pure modesti di rendita, oppure di terreni, che abbisognavano di ampie e costose opere di ristrutturazione, come con chiarezza indicano sia i livelli dei fitti esistenti su questi fondi al momento dell’alienazione, sia lo stesso prezzo estimativo sul quale andava ad aprirsi la gara di asta13. La minore disponibilità di terreni divisi in piccolissimi e piccoli lotti si risolveva, dunque, in tutto il Circondario, stando almeno alle cifre generali su riportate, solo in parte a vantaggio dei lotti piccolo-medi e, in grande misura, invece, a vantaggio di quelli di più consistente estensione. Ad un’analisi, però, un poco più approfondita, capace di prescindere dal dato circondariale complessivo e di tenere invece presenti i valori espressi dalle vendite nei singoli Comuni, risulta chiaramente come la fetta più consistente dei fondi alienati appartenesse proprio alla fascia che abbiamo definito piccolo-media (oltre tre ettari e fino a dieci di estensione). E’ piuttosto nel Comune di Alife, senza dubbio il più rappresentativo dell’andamento delle vendite nell’intero Circondario, in considerazione della elevata quantità delle terre colà alienata14, che si coglie meglio il modo in cui era avvenuto il sostanziale frazionamento dei fondi ed appare con evidenza questa prevalenza. Il dato circondariale risulta in effetti alterato dalla presenza di pochi fondi di notevolissima estensione ed in particolare da due di essi, quello situato nel Comune di S.Angelo di Alife (ha 94.54.17) e l’altro posto nel Comune di Piedimonte (ha 38.69.99). Era dovuto proprio alla presenza di quest’ultimo fondo il fatto che Piedimonte presentasse una situazione più somigliante a quella registrata nell’intero Circondario che non a quella del Comune di Alife15. TABELLA 3 ALIFE Estensione n° lotti 7.96.17 13 25.96.82 18 34.14.68 15 38.53.20 11 60.13.77 13 158.96.32 22 125.73.62 10 PIEDIMONTE di ALIFE Estensione n° lotti 3.19.15 7 10.38.06 7 12.66.45 5 17.43.52 5 9.67.50 2 14.10.94 2 = = = = Categoria meno di 1 ha tra 1 e 2 ha tra 2 e 3 ha tra 3 e 4 ha tra 4 e 5 ha tra 5 e 10 ha tra 10 e 20 ha accentuato nei lotti piccoli e piccolissimi (i lotti fino a tre ettari raggiungevano l’82,42% di tutti i lotti venduti e il 40,17% di tutta la superficie alienata) e assai meno in quelli piccolo-medi (le percentuali dei lotti oltre tre ettari e fino a dieci erano rispettivamente il 14,24% e il 31,58%); nell’altro Circondario (Piedimonte), invece, i lotti fino a tre ettari costituivano, è vero, la maggioranza (il 64,16% di tutti i lotti venduti), ma soltanto il 20% di tutta la superficie alienata. Più numerosi erano, invece, qui, i lotti piccolo-medi, che rappresentavano il 27,43% dei lotti e il 35,62% delle terre. La maggior parte della superficie (44,38%; nel Circondario di Sora invece il 28,25%) era poi divisa fra lotti superiori ai dieci ettari (8,41%; nel Circondario di Sora il 3,33%). In particolare oltre 400 ettari risultarono divisi in 19 lotti. Per i dati del Circondario di Sora, cfr., O.ISERNIA, La vendita dei beni demaniali nella Valle del Liri, cit. 13 Ciò vale almeno per 258 ettari sui 407 ai quali complessivamente ammontano le superfici dei lotti compresi nelle due ultime categorie della tabella n.2. 14 Nel Comune di Alife i fondi estesi fino a tre ettari costituirono il 13,01% di tutta la superficie e il 44,23% di tutti i lotti ivi venduti; quelli compresi tra oltre i tre e i dieci ettari rispettivamente il 49,25% e il 44,23%; quelli infine oltre i dieci ettari, il 37,74% e l’11,54%. 15 Nel Comune di Piedimonte di Alife si ebbe infatti la seguente ripartizione: lotti fino a tre ettari: 20,13% della superficie e 63,33% dei lotti; lotti compresi tra oltre tre e dieci ettari: rispettivamente 31,62% e 30%; lotti oltre i dieci ettari: 48,25% e 6,67%. Si pensi, in proposito, per avere qualche elemento concreto di confronto, che nel Comune di Sora i fondi inferiori ai tre ettari raggiunsero il 58% della superficie e l’86,61% dei lotti; ma già nell’altro importante Comune di Arpino le percentuali scendevano al 28,20% e al 76,71%. La maggiore frammentazione registrata in Sora poté avvenire, secondo noi, proprio grazie al maggiore rendimento (relativo) di quei fondi. Del resto si può notare che anche nel Circondario di Piedimonte, là dove il terreno era redditizio, ci fu generalmente frazionamento, sebbene non costituisse regola fissa, perché, in diversi casi, frazionamento ci fu (oppure era già preesistente) anche per i terreni più scadenti, compresi per lo più nei Comuni alti (Valle Agricola, Letino ecc.). Proprio in Letino si hanno esempi-limite di quanto irrisoria potesse essere la rendita che garantivano questi piccolissimi, polverizzati fondi.

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8 oltre 20 ha TOTALE 71.73.92 523.18.50 2 104 62.88.73 130.34.35 2 30 Si era realizzato, pertanto, un tipo di divisione delle terre demaniali in vendita a nostro giudizio in buona parte equilibrato: offerta di microfondi e di piccoli lotti, ma in quantità non soverchiante; prevalenza, in rapporto all’estensione, di lotti relativamente piccoli o mediamente estesi; presenza, infine, di pochi lotti di estensione più considerevole, che in genere non si prestavano al frazionamento in considerazione della loro qualità e del loro rendimento non di certo eccezionali. Era una divisione, in fondo, che si accordava con quella che era la ripartizione generale della proprietà fondiaria esistente nel Circondario, ove, più che nelle altre zone della provincia, era presente un diffuso strato di piccola e media proprietà. 2. Caratteristiche colturali, qualità e provenienza delle terre alienate. Come si è già accennato, con la legge 21 agosto 1862 n.793, vennero immesse sul mercato quelle terre (e quei beni in generale) di proprietà dello Stato, che questi aveva ereditato dai disciolti Regni pre-unitari o aveva incamerato in seguito alla soppressione decretata per legge di numerosi enti morali e corporazioni religiose. Nel Circondario di Piedimonte queste ultime erano di gran lunga più numerose di quelle già appartenenti all’ex Casa Reale Borbonica: TABELLA 4 Monastero di S.Salvatore di Piedimonte Monastero di S.Benedetto di Piedimonte Demanio di ex Casa Reale Monastero del Divino Amore in Napoli Monastero di S.Giovanni Gerosolimitano Monastero dei PP.Liguorini Beneficio di S.Donato in Gioia Sannitica Monastero di S.Maria di Cristo di Cerreto Monastero di S.Patrizia di Piedimonte Monastero dei PP.Riformati Monastero dei Minori Osservanti di Prata Beneficio di S.Antonio di Padova in Letino 279.17.95 226.72.70 159.36.80 140.69.85 56.04.73 29.83.12 13.55.00 10.48.71 1.34.60 1.00.95 0.96.07 0.38.67 I terreni demaniali antichi incidevano, infatti, sul totale nella misura ridotta del 17,33%; inoltre non erano presenti in tutti i Comuni e soltanto in quello di Alife si ritrovavano in quantità più consistente16. Per oltre i quattro quinti (81,15%) si trattava invece delle terre confiscate a numerosi Ordini religiosi, per lo più femminili (monache), che, riconosciuti di nessuna utilità sociale per le popolazioni, erano stati soppressi e privati delle rispettive proprietà, che, nel Circondario, come si può constatare, erano, in alcuni casi, abbastanza consistenti17. Assai modesta risultava soltanto l’entità delle terre provenienti dai “benefici” (1,52%) presenti, del resto, esclusivamente nei Comuni di Gioia Sannitica e di Letino. Gli altri Comuni erano: Caiazzo, Campagnano, Piana di Caiazzo, S.Angelo di Alife, S.Potito e Valle Agricola. Per uno sguardo esteso all’intero Mezzogiorno, A.SCIROCCO, L’incameramento dei beni delle corporazioni religiose nel Mezzogiorno dopo l’Unità, in AA.VV., S.Matteo. Storia, società e tradizioni nel Gargano, S.Marco in Lamis 1979. Si sa che i beni confiscati passarono dapprima all’amministrazione della Cassa Ecclesiastica e successivamente furono indemaniati per essere venduti. 17 16

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9 La maggior parte di questi terreni era destinata, al momento dell’alienazione, alla esclusiva coltivazione delle piante erbacee (frumento e granone principalmente e, poi, orzo e avena), che erano, in definitiva, le colture prevalenti nell’intera zona. Il seminativo nudo, in parte irriguo (non mancavano, infatti, nel Circondario, sorgenti e corsi d’acqua, che, però, erano male utilizzati), costituiva invero il 62,69% di tutte le terre vendute ed era diffuso in modo particolare nella fascia pianeggiante del territorio del Comune di Alife18. Per il resto la natura dei terreni presentava una maggiore varietà e la caratteristica dominante era fornita dall’elevata promiscuità esistente tra la cerealicoltura e le diverse specie di piante legnose, che va spiegata con la mancanza fino a questo periodo nell’intero Circondario, ad eccezione di poche aree ristrette, di una vera e propria coltura specializzata19. La superficie maggiore era occupata dal seminativo “vitato arbustato” (15,96%), seguito dal seminativo con querce (8,72%), con pioppi (4,35%), con piante fruttifere (1,60%), con olivi (0,22%) e con castagni (0,04%). Soltanto il 6,42% della superficie non recava traccia di coltivazione di cereali, ma era occupata da querceti (3,43%), da oliveti (0,52%) e da pascoli (0,37%) oppure era riservato esclusivamente alla coltivazione di pregiati prodotti ortofrutticoli (2,10%). A questo punto, i livelli dei fitti esistenti sui fondi al momento della loro alienazione, in mancanza di altre precise indicazioni, possono fornirci, anche se in maniera indiretta e in misura approssimativa20, un’idea della qualità dei terreni e della condizione generale dei lotti. Ora, il fitto medio di tutte le terre demaniali aggiudicate ascendeva a L.55,25 per ciascun ettaro21. Esso risultava di poco superiore a quello minimo praticato all’incirca in quel periodo nell’intero Circondario22. Logicamente si articolava, poi, in modi e proporzioni differenti, in rapporto al tipo di coltivazione, al grado di fertilità e, in generale, alla categoria di appartenenza del terreno. In questo modo si può presupporre che i terreni a seminativo nudo dal rendimento migliore si trovavano nel Comune di Piana di Caiazzo, dove il fitto medio per ettaro raggiungeva L.88,66, seguiti da quelli di Piedimonte (L.72,54), di Alife (L.56,30), di Letino (L.52,30), di Campagnano (L.50,77), di S.Potito (L.49,89) e, infine, di Gioia Sannitica, i cui fondi erano costituiti da terre veramente di “infima qualità”23. I terreni che accoglievano il “seminatorio, arbustato, vitato”, assicuravano, da parte loro, anche in considerazione del tipo di coltura, una rendita media in sostanza modesta, che andava dalle L.62,77 per ettaro di Alife alle L.61,76 di Piedimonte, alle L.61,35 di Castello, alle L.55,85 di Campagnano, alle L.53,95 di S.Potito fino a giungere, ancora una volta, ai bassissimi livelli di rendimento dell’“arbustato montuoso” di Gioia Sannitica. La ragione di fitti così contenuti con tutta probabilità va ricercata principalmente nel fatto che si doveva trattare di terreni già di per sé non eccezionalmente fertili, sui quali la presenza A fronte di ha 576.50.38 di seminativo nudo, rientravano nel Comune di Alife ben ha 424.52.72 di cui irrigui 141.94.52. Per la distribuzione delle varie colture sul territorio dell’intera provincia casertana, si veda C.CIMMINO, Agricoltura, esodo, malessere e regime demografico nel Mezzogiorno (1861-1900): il caso della provincia di Terra di Lavoro, in “Storia Meridionale Contemporanea”, Quaderno della sezione campana dell’Istituto Socialista di Studi Storici 1983-1984, passim. 20 Bisogna tener presente che questi fondi, dopo che furono incamerati, vennero fittati col sistema delle subaste e se è vero che il prezzo di apertura veniva stabilito in genere sulla media dei livelli dei fitti registrati negli anni precedenti, non dovettero però mancare manovre e tentativi più o meno riusciti da parte degli interessati di giocare al ribasso. In proposito, se non possediamo documentazione per i terreni demaniali, abbiamo rinvenuto invece una deliberazione della Commissione provinciale di Sorveglianza per l’Asse ecclesiastico (20 ottobre 1870) sulla questione dei fitti di quei terreni molto indicativa, nella quale si osservava “che le subaste per parecchi fondi rimangono deserte, per la qual cosa debbonsi diminuire gli antichi estagli, senza ragione positiva ed intrinseca” e “che le rendite di altri fondi rimangono stazionarie, mentre dovrebbero aumentare in ragione dell’incarimento operatosi nell’ultimo decennio su i prezzi delle derrate e di altri prodotti campestri”. Il documento è in Archivio di Stato di Caserta (d’ora in poi ASC), Fondo dell’Intendenza di Finanza, Vendita dell’Asse ecclesiastico, fascio (f.) 73, fascicolo (fs.) 4511. 21 Il calcolo è stato eseguito sul prezzo dei fitti rinvenuti (197 lotti su 226). 22 Nell’intero Circondario i fitti oscillavano tra le L.50 e le L.300. Cfr. il capitolo, Il crollo della produzione agricola dopo l’Unità, in A.DI BIASIO, La questione meridionale in Terra di Lavoro 1800-1900, Napoli 1976, p.91. 23 La definizione non è nostra. E’ uno dei rari casi in cui la descrizione del fondo da vendere all’asta è accompagnata dal riferimento alla qualità del terreno. La corrispondenza tra questa e il prezzo del fitto appare evidente (ASC, Fondo dell’Intendenza di Finanza, Vendite demaniali, d’ora in poi Vend. dem., f.109). 19 18

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10 dell’“arbustato” era per lo più limitato ad un numero modesto di piante e a pochi filari di viti ad esse maritate. Sembrano essere invece particolarmente feraci e produttive alcune terre coltivate ad orto, specialmente quelle che si trovavano nel Comune di Piedimonte. Qui, infatti, il fitto medio per ettaro superava abbondantemente le duecento lire (L.225,97), ma anche ad Alife (L.188,31) e a S.Potito (L.165,98) si manteneva in fondo discretamente elevato, calando subito, però, più sensibilmente a Campagnano (L.101,18) e soprattutto a Castello (L.79,29). Assai bassi erano, infine, i fitti del seminativo con querce: L.23,15 a Caiazzo e L.12,40 a S.Gregorio, con la sola eccezione di Piana di Caiazzo (L.65,04); delle terre a querceto: ad Alife, L.22,49; e delle terre a pascolo: a S.Gregorio, L.12,4024. Questa situazione generale dei fitti non escludeva ovviamente l’esistenza di tutta una serie di lotti più appetibili in quanto capaci di garantire, in diversi casi, un rendimento di gran lunga superiore a quello medio calcolato. Ad Alife erano quindici i lotti che, fra tutti quelli esposti alle aste e che ricadevano in quel territorio comunale, assicuravano un fitto superiore alle cento lire per ettaro; in particolare, di essi, quattro superavano le lire duecento. Si oscillava così tra un minimo di L.104,52 ed un massimo di L.285,29. I terreni migliori, come è facile immaginare, erano quelli ad orto nudo oppure corredati da alberi da frutta e forniti per lo più, come raramente accadeva per la maggioranza dei fondi venduti in tutto il Circondario, di casa colonica e di dipendenze rustiche25. I fitti per ettaro, in ordine decrescente, erano: L.269,89; L.253,02; L.201,31; L.182,34 e L.175. L’aratorio nudo, a volte irriguo, raggiungeva la punta massima di fitto col fondo Morecine (L.161,65, anche irriguo). In Piedimonte i lotti che superavano il prezzo di fitto di lire cento per ettaro ammontavano a cinque; tre erano quelli che superavano le lire duecento; due andavano addirittura al di là delle lire trecento. Anche qui i terreni più redditizi erano quelli ad orto (il fitto per ettaro era compreso tra L.342,60 e L.123,69), ma anche qualche piccolo fondo a seminativo nudo offriva un eccellente (L.352,43) o discreto (L.106,69) rendimento. E’ significativo poi che quasi tutti questi lotti (nove su undici) fossero forniti di fabbricato colonico, che ne aumentava sicuramente il valore. Negli altri Comuni del Circondario, infine, solo a Piana di Caiazzo (4 lotti), a Campagnano (1 lotto) e a S.Potito (1 lotto) troviamo fondi con un fitto superiore alle lire cento per ettaro. Si riproponeva, in questo modo, anche in relazione ai terreni demaniali da vendere, la differenza tra le terre più fertili (Piedimonte, Alife, Piana di Caiazzo) e quelle avare delle zone interne e maggiormente arretrate più legate ad un’economia povera e di montagna, per cui, per esempio, a S.Gregorio, Gioia Sannitica, Valle Agricola, Letino i fitti più alti per un ettaro erano rispettivamente L.12,40, L.14,76, L.49,94 e L.56,10. 3. I meccanismi regolatori delle vendite. L’accesso alle gare di asta non richiedeva particolari formalità. Per partecipare agli incanti era sufficiente versare, a titolo di deposito, una somma in danaro o in titoli di credito corrispondente al decimo del valore estimativo del lotto per il quale si voleva concorrere. Non esistevano pertanto preclusioni, come era capitato, invece, per esempio, in epoca precedente, allorché, per lo stretto legame esistente tra liquidazione dei beni ed ammortamento del debito pubblico, furono in Manca purtroppo il prezzo dei fitti riguardanti il seminativo con olivi (Caiazzo e Prata), con piante fruttifere (Caiazzo e Piedimonte), oltre a quello delle poche terre ad oliveto (Campagnano e Piedimonte). 25 Dei 226 lotti rustici venduti nell’intero Circondario soltanto 30 erano forniti di fabbricato colonico e/o dipendenze rustiche così ripartiti per Comuni: Alife: 6; Piedimonte: 19; Castello: 1; Campagnano: 1; S.Potito: 1; S.Angelo di Alife: 2. 24

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11 effetti ammessi agli acquisti soltanto categorie privilegiate e, in genere, i possessori di cedole del debito pubblico26. Inoltre la regola per l’alienazione dei beni era, questa volta, la pubblica asta e soltanto eccezionalmente, quando si constatava che non si poteva procedere alla gara per mancanza di oblatori o del numero minimo necessario (due), era consentito ricorrere alla procedura delle schede segrete, una specie di asta ridotta, che si attivava in presenza di determinate condizioni, e, in via subordinata, alla trattativa privata. Le vendite erano poi ampiamente pubblicizzate con manifesti (gli avvisi di asta), che venivano affissi nei diversi punti del territorio provinciale un mese prima del giorno stabilito per gli incanti. E ancora, allo scopo evidente di allargare la partecipazione e di facilitare ulteriormente la presenza di quanti avessero avuto effettivamente interesse a comprare, le aste, che nei primi anni erano state tenute esclusivamente nel capoluogo di provincia, furono in seguito, a partire dal 1867, ripartite tra i cinque capoluoghi circondariali secondo il criterio che la località in cui si svolgevano gli incanti doveva essere il più possibile vicina ai luoghi in cui si trovavano i beni da alienare27. Le stesse modalità di pagamento, infine, prevedendo la possibilità di dilazionare il prezzo di acquisto in dieci rate (la prima, però, da saldare immediatamente), maggiorate di un interesse a scalare nella misura del 5%, concorrevano, almeno in teoria, a rendere le aste sempre più aperte al maggior numero possibile di concorrenti28. E’ facile immaginare, però, che anche in presenza di un corretto funzionamento di tutti questi meccanismi, già da soli il deposito iniziale e l’immediato pagamento della prima rata e delle spese connesse all’aggiudicazione rappresentavano quasi sempre ostacoli insuperabili per le categorie economiche più deboli, che facilmente finivano per restare escluse. Braccianti e contadini poveri, per esempio, difficilmente per questa via potevano trovare accesso alla proprietà della terra e le difficoltà aumentavano quanto più essi vivevano in zone dove i terreni erano particolarmente fertili e, perciò, più costosi. La legge che disponeva la vendita dei beni dello Stato appariva ancora una volta più adatta a favorire i progetti della borghesia terriera di ingrandimento delle quote di proprietà fondiaria da essa già possedute o ad incoraggiare la tendenza della borghesia degli affari e delle professioni ad investire in terre, in un periodo caratterizzato ancora da prezzi e fitti crescenti29. Nell’ambito della classe agricola, invece, essa poteva riservare possibilità più concrete di acquisto a quelle figure più agiate, che sole erano in grado di produrre risparmio sottraendo ai consumi una parte del loro guadagno. 4. Le aste pubbliche e i licitatori. P.VILLANI, La vendita dei beni dello Stato nel Regno di Napoli (1806-1815), Milano 1964 e il capitolo La vendita dei beni nazionali: una rivoluzione fondiaria?, in ID., Italia napoleonica, Napoli 1978, pp.45-73. 27 Successivamente furono autorizzate aste anche in altri centri della provincia, dove funzionasse un ufficio di Ricevitoria del Registro. Si ebbero così incanti anche ad Atina, Teano ecc. La ripetizione degli incanti andati deserti per quei terreni di più consistente estensione avveniva però di regola nel capoluogo di provincia. 28 Le vendite erano disciplinate dalle norme e condizioni previste in linea generale nella già citata legge del 21 agosto 1862 n.793, da quelle specifiche contenute nei vari articoli del Regolamento del 14 settembre dello stesso anno e da quelle richiamate dal Capitolato di vendita, parte seconda, che era allegato ai verbali di asta e ne costituiva parte integrante. C’è da dire che, più tardi, per far fronte alle impellenti necessità di cassa, con la legge 24 novembre 1864, n.2006, art.6, fu approvata dal Parlamento la convenzione, fissata in 25 articoli, tra il Governo ed un gruppo privato, la Società Anonima per la vendita dei beni demaniali, per effetto della quale, a partire dal 1° gennaio 1865, passava alla predetta Società il compito di provvedere alla vendita “a nome e per conto del Governo” (art.1). La S.A., dal canto suo, si impegnava ad anticipare una somma non inferiore a L.50 milioni e fino a L.150 milioni (art.7), produttiva di regolare interesse al 5% (art.11). In cambio avrebbe prelevato, “a titolo di partecipazione”, un quinto della somma risultante dalla differenza tra prezzo di apertura dell’incanto e prezzo di aggiudicazione (art.6), oltre al 2% del totale ricavato dalla vendita complessiva di spettanza del Tesoro. 29 Cronologicamente le vendite dei beni demaniali iniziarono diversi anni prima dell’arrivo della crisi agraria. Sulla situazione delle campagne casertane durante e dopo la crisi, C.CIMMINO, Agricoltura, esodo, malessere e regime demografico nel Mezzogiorno (1861-1900): il caso della provincia di Terra di Lavoro, cit., p.55 sgg. 26

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12 Le operazioni di vendita dei beni demaniali nel Circondario non si esaurirono rapidamente, ma richiesero, al contrario, un periodo di tempo che può apparire piuttosto lungo. L’ultimo lotto (ottobre 1883) fu alienato, infatti, a diciassette anni di distanza dal primo (dicembre 1865) e, nel 1892 si registrava ancora un’ulteriore vendita spuria di un fondo in Gioia Sannitica, riesposto agli incanti dopo dieci anni, in seguito a confisca per morosità in danno del primitivo acquirente. Tuttavia un’analisi più ravvicinata consente una ricostruzione più dettagliata di quello che fu l’andamento nel tempo delle vendite. TABELLA 5 Periodo 1865-1867 1869 1870-1883 n° lotti 170 13 43 Est. in ha 616.70.45 38.60.41 264.28.29 % 67,06 4,20 28,74 Pr. Acq. 727.101,00 14.645,00 235.545,52 % 74,40 1,50 24,10 Si calcola che in meno di un biennio (dicembre ‘65-maggio ‘67) furono smaltiti ben 170 lotti su 226; che, di conseguenza, furono alienati ha 616.70.45 (il 67,06%) su ha 919.59.15 e che essi fruttarono, come prezzo di acquisto, L.727,101 (il 74,40%) sul totale finale di L.977.291,52. In questo modo tre quarti dei fondi rustici (il 75,22%) erano riusciti a trovare un acquirente in un periodo relativamente breve. La ripresa delle vendite dei terreni situati nel Circondario si iniziò dopo oltre un anno di intervallo. Nel 1869 furono esposti agli incanti diversi nuovi fondi e furono riproposti tutti quelli per i quali, durante la prima fase, la gara di asta era andata deserta. Questa, volta, però, soltanto tredici lotti restarono aggiudicati. In seguito, sempre più di rado, negli anni maggiormente favorevoli, le aggiudicazioni superarono la dozzina, fino a ridursi a pochi lotti per ogni anno successivo al 1874. Senza dubbio il fatto che ai dodici lotti rimasti invenduti e appartenenti al Comune di Alife se ne erano aggiunti altri compresi nella fascia più accentuatamente collinare e montuosa, dove la qualità del terreno era scadente e il rendimento assai modesto30, non favorì le operazioni nel senso di una accelerazione del ritmo delle vendite. L’accoglienza fu tiepida e le aggiudicazioni procedettero a rilento. Questi fondi, inoltre, potevano sollecitare per lo più soltanto un interesse angustamente municipale, per cui mancò la disponibilità ad acquistare in queste zone terre lontane e ingrate da parte di coloro, che pure avevano vivacizzato le aste per l’aggiudicazione dei lotti esistenti in Alife e Piedimonte. Gli acquirenti furono, infatti, quasi tutti abitanti dello stesso Comune di appartenenza dei fondi e soltanto per qualche lotto, anch’esso poco produttivo, ma che, per essere di notevolissima estensione, richiedeva l’esborso di una congrua anticipazione di danaro, si trovò qualche facoltoso compratore di un altro Circondario disposto ad investire31. D’altro canto gli stessi residui fondi alifani non erano tutti dei migliori e ve ne erano alcuni che presentavano dei fitti di gran lunga inferiori a quello medio calcolato per ettaro ed altri che dal primo incanto avevano subito progressivi ed evidenti deterioramenti. Erano, tuttavia, nella maggior parte, di apprezzabile estensione32, per cui il prezzo di apertura risultava, malgrado le prime riduzioni, relativamente elevato e non invogliava certamente quei principali acquirenti, che già parecchio contante avevano investito nell’acquisto dei lotti precedenti e che probabilmente erano disposti ad impegnarne ancora soltanto nella prospettiva di concludere un affare Ivi, p.86. Per esempio, i fratelli Giulio e Raffaele Ranucci, originari di Sparanise, ma domiciliati a Napoli, principali acquirenti dei terreni demaniali e dell’Asse ecclesiastico in provincia, acquistarono in data 6 giugno 1870, a trattativa privata, in seguito ad un primo incanto infruttuoso, un fondo rustico fornito di fabbricato colonico in S.Angelo di Alife di ha 94.54.17, al prezzo di L.54.620 (+15%). ASC, Vend. dem., f.120. 32 Soltanto due di essi erano inferiori a cinque ettari e quattro misuravano oltre dieci. Globalmente coprivano l’estensione di ha 106.03.64. La loro vendita fruttò L.139.667,52. 31 30

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13 conveniente. Dovettero essere probabilmente tutte queste circostanze a ritardare il completamento delle operazioni di vendita e assai meno, se anche vi fu, il calcolo speculativo da parte degli interessati di mandare deserti gli incanti, per poter avvantaggiarsi di prezzi di partenza scomputati e più favorevoli; calcolo che è, semmai, rintracciabile più marcatamente in altre zone della provincia, dove le terre, tra l’altro, presentavano un grado di fertilità largamente superiore. E’ possibile individuare nello svolgimento degli incanti riguardanti questo Circondario tre periodi distinti: un primo periodo in cui le aste si tennero soltanto a Caserta, un secondo in cui la sede delle gare fu trasferita a Piedimonte e, infine, un terzo durante il quale le aste continuarono di regola a svolgersi in quest’ultima località col particolare, però, che questa volta le vendite riguardarono prevalentemente quel gruppo di lotti, che, come si è appena detto, in precedenti occasioni non avevano trovato collocazione e che, proprio per questo, venivano riproposti sulla base di un prezzo di apertura sensibilmente ridotto rispetto a quello originario. TABELLA 6 Periodo 1865-1866 1867-1869 1870-1883 TOTALE n° lotti 79 104 43 226 Est. in ha 297.20.57 358.10.29 264.28.29 919.59.15 Pr. acq. 382.740,00 359.006,00 235.545,52 977.291,52 Aumento 36.262,11 136.482,70 40.573,72 213.318,53 La tabella su riportata, che ripartisce le vendite nei tre periodi suddetti, permette di fare alcune importanti considerazioni. In primo luogo occorre notare che il numero maggiore di vendite si verificò negli anni compresi tra il 1867 e il 1869 e che fu proprio in questa fase che la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di stima (o di apertura di asta) risultò più accentuata. Al contrario, nel periodo immediatamente precedente, durante il quale le vendite furono ugualmente numerose, si registrò l’aumento minimo e ciò nonostante gli aggiudicatari avessero avuto l’opportunità di assicurarsi lotti costituiti di terreno di migliore qualità come sta ad indicare la più elevata valutazione di partenza ad essi assegnata. Evidentemente il fatto che, in questa prima fase delle vendite, lo svolgimento delle gare di asta fosse stato accentrato esclusivamente nel capoluogo della provincia e che questo si trovasse relativamente lontano dai centri nei quali più numerosi risiedevano i potenziali acquirenti, agì da freno sulla partecipazione, che risultò alla fine alquanto depressa. Le aste riuscirono in generale particolarmente “fredde” e quasi mai si andò al di là di due partecipanti (e, a volte, di due sole offerte) a ciascuna di esse. I terreni, in questo modo, vennero aggiudicati o con gli aumenti minimi previsti dal regolamento oppure inferiori sensibilmente a quelli che sarebbero potuto venir fuori da gare animate da una partecipazione più allargata. Per avere un’idea, in concreto, della situazione che si era creata, basterà dire che, in questo periodo, agli incanti per l’aggiudicazione dei terreni posti nei due principali Comuni di Alife e di Piedimonte parteciparono soltanto quarantaquattro licitatori (ventidue per ciascun Comune) e che costoro non solo si guardarono bene dallo spingere troppo in alto i prezzi, ad eccezione di quei casi in cui gli obiettivi erano coincidenti e gli interessi contrastanti, ma ebbero anche l’accortezza di dividersi tra le varie aste allo scopo di non danneggiarsi e di garantirsi in ogni caso dei buoni affari. Il trasferimento della sede delle aste a Piedimonte determinò invece incanti più accesi, in conseguenza di un’accresciuta partecipazione di concorrenti. Si è calcolato che furono ben sessanta i nuovi offerenti per le terre di Alife e ventidue per quelle di Piedimonte. Le fasi di ciascuna gara divennero più lunghe ed elaborate e fu possibile giungere all’aggiudicazione soltanto dopo numerosi e continui rilanci. A parte va invece considerato l’ultimo periodo di vendite. Esse si svolsero in realtà quasi in perdita, se si considera che il prezzo complessivo originario, cioè non ridotto, di apertura di asta

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14 dei quarantatré lotti era di poco inferiore a quella che fu la somma finale ricavata in seguito alla loro liquidazione, a puntuale dimostrazione di quanto poco vantaggiose riuscissero le alienazioni ritardate. Inoltre, fu proprio in questo arco di tempo che si ebbe significativamente la quasi totalità (22 su 23) delle vendite condotte nel Circondario col sistema della trattativa privata33. Tuttavia le anomalie registrate durante la prima fase delle vendite, che, in verità, si riproposero anche successivamente, ma restarono circoscritte alle terre di qualche Comune di secondaria importanza34, risultarono in gran parte corrette dalla funzione, per così dire, equilibratrice svolta dalle vendite successive. La riluttanza di molti di quelli che avevano acquistato in precedenza a bassi prezzi di aggiudicazione a continuare ad impegnarsi in aste sempre più “calde” e dai prezzi crescenti per l’aumentata concorrenza35 favorì senza dubbio la ripartizione dei duecentoventisei lotti, per i quali gareggiarono centosessantasei concorrenti, tra un numero più elevato di acquirenti. A conclusione delle gare di asta e delle poche vendite stipulate a trattativa privata, il numero dei compratori ascese infatti a centosettantatré e pertanto risultò superiore a quello complessivo dei partecipanti alle aste. E’ vero che di essi non tutti erano riusciti ad assicurarsi un titolo di proprietà in esclusiva e ci furono di quelli che effettuarono acquisti collegandosi in società con una, due, tre e, a volte, anche quattro persone. Ma il numero di questi comproprietari36 se contribuì, senza dubbio, ad elevare in cifra assoluta il totale di tutti gli acquirenti senza distinzione, non modificò sostanzialmente il rapporto tra numero di lotti venduti e numero di aggiudicatari, che, anche a prescindere dagli acquisti (e dagli acquirenti) collettivi, risultò ugualmente basso: lotti 1,6 per ciascun acquirente37. Ma è opportuno, a questo punto, passare ad individuare quelli che furono i principali animatori delle gare di asta. Si consideri in proposito la tabella che segue: TABELLA 738 - I principali concorrenti delle gare di asta Nome Tot n° . acq . 20 9 11 15 16 14 3 4 4 1 2 3 1 4 6 1 23 20 19 19 17 16 9 2 2 11 6 3 APICIO Dom. fu Tomm. VIGLIA Carlo fu Mich. DEL VECCHIO G. fu Bal. VENTRIGLIA Nic. fu Fr. ZEPPETELLI G. di Mich. VESSELLA Luigi fu Al. 33 I lotti che subirono varie volte una diminuzione sul prezzo di stima, in seguito ad aste andate deserte, furono diciotto (dodici si trovavano in Alife). Soltanto di quattordici di essi, però, possediamo sia il prezzo originario sia quello dell’ultima riduzione. La differenza in meno ammonta a L.52.467,52. Un buon numero, poi, dei fondi venduti in questo periodo erano localizzati a Valle Agricola, dove si registrò anche il maggior numero di vendite a trattativa privata. 34 In particolare le aste tenute per l’aggiudicazione dei terreni in Castello di Alife. Cfr., infra, nota n.46. 35 Indicativo ci sembra il caso di Nicola Ventriglia. Nei primi anni di vendita caratterizzati, come si sa, da aste poco animate e da pochi concorrenti riuscì ad aggiudicarsi sette lotti rustici, di cui uno a nome e per conto di terzi, per complessive L.16.138, con l’aumento irrisorio di L.461,99, appena il 2,90% in più del prezzo di apertura. Successivamente, nel corso del 1867, acquistò altri quattro lotti per la somma di L.31.400. L’aumento, questa volta, fu di L.15.124,07, il 92,92% in più del prezzo di apertura di asta! 36 Se ne contano in totale cinquantotto. Non sono ovviamente compresi nel numero quanti, oltre che insieme con altri, acquistarono anche individualmente. Sono inclusi invece i pochi consanguinei e consorti, che si aggiudicarono insieme lo stesso fondo. 37 Il rapporto, per ciascun compratore, tra totale di tutti i lotti venduti e totale di tutti gli acquirenti varia, infatti, di poco: 1,3. 38 Rispetto al numero totale degli acquisti riportato nella tabella Apicio, Del Vecchio Giuseppe, Varatta e Vessella si aggiudicarono, ciascuno, un lotto in più che non risulta registrato perché fu altra persona ad acquistare per conto loro. Acquistarono soprattutto, o anche, per conto di terzi: Cornelio (7 acq.), Petella (2 acq.), Ventriglia (1 acq.) e Zeppetelli (1 acq.). Acquistarono soltanto per conto di terzi: Romagnoli (6 acq.), Gismondi (2 acq.). Gli unici di essi a fare acquisti in comproprietà furono: Apicio (2 acq.) e Vessella (1 acq.).

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15 GISMONDI Gen. fu Raff. ROMAGNOLI P. fu Pasq. DEL VECCHIO Al. di V. CORNELIO Salv. di Fil. CALVANESE Tomm. fu B. PETELLA Pasq. fu G.B. VARATTA Gius. di Ang. 4 8 8 7 7 2 4 4 2 1 2 8 1 1 1 2 1 9 8 15 13 12 11 10 10 9 2 6 8 3 2 Essa riporta non solo quante volte complessivamente ciascun concorrente concorse alle gare e quante volte acquistò, ma anche come distribuì la sua partecipazione agli incanti in relazione alla localizzazione dei terreni nei diversi Comuni. Senza dubbio non si tratta di cifre che indicano una particolare assiduità. Apicio Domenico, che con ventitré presenze si dimostrò senz’altro il più attivo di tutto il Circondario, limitò, in fondo, la sua partecipazione soltanto all’11,22% di tutte le volte possibili. Ovviamente livelli di partecipazione ancora più bassi fecero segnare Ventriglia Nicola (9,27%), Zeppetelli Giovanni (8,27%) e Vessella Luigi (7,80%), che, insieme con Apicio acquistarono in proprio il maggior numero di lotti. Ma non deve sfuggire che costoro circoscrissero il loro interesse ai terreni di non più di due Comuni e che i loro interventi furono riservati prevalentemente alle aste dei lotti che rientravano nel Comune di Alife. L’Apicio proprio per questi incanti mostrò un particolare interesse, che non risultava casuale non solo perché egli risiedeva in quel Comune, ma soprattutto perché era egli fittavolo della maggiore porzione dei terreni demaniali che venivano esposti in vendita39. Intervenne alle aste con la frequenza di una volta ogni cinque e riuscì ad acquistare mediamente alla cadenza di un lotto ogni tre interventi. Anche Ventriglia Nicola40, che era nativo di Piedimonte e non di Alife come gli altri, gareggiò di preferenza per i terreni di questo Comune, scegliendo quei lotti contigui ai suoi, il cui acquisto gli permetteva di ampliare in linea continua la proprietà terriera della famiglia e sua personale. Quasi tutti i suoi acquisti furono realizzati seguendo questo criterio. Egli concorse, rispetto ad Apicio, con minore assiduità (partecipò ad una gara di asta ogni sette, in percentuale: il 14,71%), ma si aggiudicò quasi un intero lotto ogni due interventi. Zeppetelli Giovanni41, che per le aste dei terreni di Alife risultò al secondo posto per assiduità alle spalle dell’affittuario Apicio (15,69% di tutte le volte), riuscì, come questo, ad assicurarsi all’incirca una aggiudicazione ogni tre sue partecipazioni. Acquistò invece al ritmo di un solo lotto ogni cinque suoi interventi Vessella Luigi42 con una partecipazione del resto limitata soltanto al 13,73%. 39 Capitano della Guardia Nazionale negli anni immediatamente successivi all’unificazione (ASC, Prefettura - d’ora in poi Pref. - carte amministrative - d’ora in poi cc. aa. - I inventario, fs.98), carica che riassumeva negli anni ‘70 (ASC, ibidem, V inventario, fs.307), proprietario e affittuario di terreni, al momento dell’inizio delle vendite, pur essendo “persona solubile”, era debitore di L.4693,06 per i fondi presi in affitto dal Demanio. Il direttore delle tasse e del demanio di Caserta lo definiva “uno de’ più molesti fittavoli” che l’Amministrazione aveva, “sempre pronto ad affacciare pretese ed escomputi”. La sua posizione debitoria complicava la liquidazione dei reciproci compensi tra le parti, che subiva dilazioni e provocava le proteste legittime dei nuovi proprietari (ASC, Vend. dem., ff.34 e 35, fascicoli intestati ad Apicio). Per ulteriori notizie su di lui si rimanda ai paragrafi 7 e 9 di questo saggio. 40 Indubbiamente fu tra le persone più notevoli dell’Alifano. Nato a Piedimonte di Alife il 27-2-1837, decurione di quel Comune dal 6 agosto 1860 e sindaco dal 6 ottobre, fu, in periodo unitario, eletto consigliere comunale nel maggio 1861 e qualche mese dopo fu nominato assessore ordinario, con delega di rappresentare il sindaco, rimanendo in tale carica fino al 1867. Nel 1863 fece parte della Commissione mandamentale per la repressione del brigantaggio. Rieletto nuovamente sindaco della città e presidente della locale Congregazione di Carità nel 1867 e nel 1868, istituì la Cassa di Risparmio in Piedimonte, di cui restò presidente fino al 1905. Fu deputato provinciale dal 1868 al 1888 e poi presidente del Consiglio provinciale nei periodi 1896-1897 e 1901-1903. Cfr., La Provincia di Terra di Lavoro, a cura dell’Amministrazione Provinciale, Caserta 1961, p.31. 41 Più volte consigliere comunale di Alife, discreto proprietario terriero, si servì dei fondi rustici acquistati anche per consentire lucrose carriere in altri campi a componenti della sua famiglia. E’ in data 6-9-1877 l’istanza da lui rivolta all’intendente di Finanza di Caserta per ottenere con urgenza copia del verbale di aggiudicazione di un esteso fondo acquistato dal Demanio perché “gli necessita(va) per presentarla al Sig. Prefetto onde dare cauzione per l’Esattoria di Alife, rimasta aggiudicata a suo figlio Pietro Zeppetelli”. (ASC, Vend. dem., f.35, fascicoli intestati a Zeppetelli). 42 Proprietario terriero e farmacista, residente in Alife.

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