Il Catechismo del pallone

 

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Un libro di piacevole lettura per tutti gli appassionati di calcio che farà riscoprire aspetti, valori e contatti imprevedibili tra questo popolare sport e la catechesi cristiana.

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Corrado Gnerre IL CATECHISMO DEL PALLONE Giovanni Trapattoni Prefazione di Il calcio come metafora della vita. Riscoprire la dottrina cattolica con il gioco più bello del mondo

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IL CATECHISMO DEL PALLONE di Corrado Gnerre Per gli appassionati del gioco più bello del mondo

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Prefazione G iocando al calcio e poi allenando tante squadre (grazie a Dio con i successi che sono quelli che sono), ho sempre pensato che questo sport potesse e possa insegnare molto. Se è lo sport più amato nel mondo, un motivo deve pur esserci. Ho infatti sempre pensato che nulla accade per caso. É un insegnamento che mi porto dietro… che mi porto dietro dalla mia storia, dalla fede dei miei genitori, dalla mia terra. Quando mi è stata offerta l’occasione di leggere il testo Il Catechismo del Pallone sono rimasto positivamente sorpreso perché molte delle cose scritte non solo qualche volta le ho pensate ma le condivido. Con Corrado Gnerre sono entrato subito in sintonia e mi è sembrato giusto esternargli i miei complimenti per il suo lavoro, ma soprattutto l’augurio che questo libro abbia una grande diffusione, perché sono convinto che possa fare davvero del bene a tanti giovani che mai come oggi hanno necessità di capire quanto sia importante la Fede e quindi di scoprire un vero ed autentico senso per orientare la vita. Corrado Gnerre ha pensato di dedicarmi anche un capitolo. Ha colto nel segno. Ha citato la mia cara sorella suor Romilda a cui devo tanto, ha capito quanto ella mi abbia difeso anche dinanzi ad attacchi che tendevano a non comprendere certi miei comportamenti che altro non erano e non sono che il desiderio di esprimere le mie convinzioni nel lavoro che faccio. A proposito della benedetta (mai come in questo caso si addice meglio questo aggettivo!) acqua santa, ella soleva dirmi: “Guarda, Gianni, che 7

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questa ti fortifica… ovviamente non ti assicura la vittoria.” Ebbene, mi scuseranno gli intellettuali e anche i teologi di professione, ma parole come queste valgono molto di più di tanti libri, sono il segno manifesto di quanto ognuno di noi (anche la persona celebre ed affermata) abbia bisogno di affidarsi, di affidarsi anche ad un segno che rimandi ad un’Appartenenza più grande, ad un’Appartenenza con la “A” maiuscola. D’altronde è proprio questo esser convinto che c’è Qualcuno lassù che mi ha voluto prima calciatore e poi allenatore, che mi fa continuare in questo stupendo lavoro… e a riempiermi di sana soddisfazione non solo per le vittorie ma soprattutto per avere la possibilità di scoprire qualche talento (come è successo anche nella recente esperienza nel calcio irlandese), qualche giovane che forse sarebbe stato destinato a terminare la sua carriera nelle serie minori senza alcuna possibilità di emergere. Proprio questo ho detto a Corrado Gnerre in una delle nostre conversazioni telefoniche: “Corrado, mi creda: questa soddisfazione vale anche di più di uno scudetto!” Ma torniamo al libro. Sono contento di queste poche righe che condivido con voi. Sono contento per ciò che dice il testo, per l’idea assolutamente originale e che – ne sono convinto – colpirà molti. Ma sono contento anche perché ho saputo che l’Editrice MIMEP-DOCETE, che lavora nel campo della catechesi, è gestita da un ordine religioso femminile. E questa mia partecipazione, in un certo qual modo, la ritengo anche come un ulteriore atto di amore nei confronti della mia cara sorella suor Romilda. Forza Corrado! Forza MIMEP!… Io dalla “panchina” vi incoraggio di cuore. Giovanni Trapattoni 8

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Perché parlarne? Fin quando ci sarà un bimbo che per strada prenderà a calci qualcosa, lì riprenderà sempre il gioco del calcio L (Borges) o confesso. Ho avuto sempre una remora a trattare un certo argomento. Poi quando ho visto che due calibri dell’apologetica cattolica come Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro ne hanno parlato mutuandone la simbologia per formulare esempi e analogie ed hanno finanche pubblicato alcuni libri sul tema (Manuale di sopravvivenza per interisti e Secondo tragico manuale di sopravvivenza per interisti…), ho deciso che non era il caso di continuare a indugiare. Si tenga presente che Gnocchi e Palmaro non sono due scrittori cattolici in ossequio verso il mondo, ma due cattolici “tosti”, che giustamente hanno capito e fanno capire quanti guasti ha prodotto certa teologia contemporanea. Vi chiederete a cosa stia alludendo. Semplice: al gioco del calcio. Lo sport più praticato al mondo sembra sia la pallavolo. Un campo di modeste misure (va bene anche la spiaggia o qualche stanza di appartamento), una cordicella, un pallone e il gioco… pardon, la pallavolo è fatta. Sport quasi imposto dai professori di educazione 9

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fisica nelle scuole per via della sicurezza. Sembra che il rischio di infortuni sia scarso. Certo, una pallonata sul volto può sempre arrivare, ma tutto sommato è cosa molto rara; e poi non c’è lo scontro fisico, grande preoccupazione (si può capire) dei professori di educazione fisica nelle scuole. Ricordo quand’ero studente io. Il professore, in palestra, a catechizzarci sulla necessità di giocare a pallavolo o a basket e noi ad ubbidire fin quando eravamo alla vista del prof. Appena oscurati, la palla cadeva a terra per offrirsi ai nostri piedi. E via con passaggi e dribbling senza senso (perché non c’era né partita né porte in cui fare gol): sentivamo un prurito ai piedi vedendo quella palla e non poterla calciare. Poi, tornati alla vista del prof, quella stessa palla viaggiava nuovamente tra le nostre mani improvvisando opportuni baker e schiacciate. Mi sono sempre chiesto perché il calcio sia lo sport più seguito nel mondo, pur non essendo quello più praticato. La risposta – ed ecco perché ho ritenuto opportuno parlarne – sta nel fatto che, essendo lo sport metafora della vita, il calcio evidentemente lo è più di tutti gli altri sport, cioè più degli altri è metafora della vita. Ora – ne sono arciconvinto – non esistono più verità, ma una sola, che per me è quella di Cristo e della Sua Chiesa; e il fascino del calcio sta nel fatto che è lo sport che più chiaramente esprime la verità cattolica. 10

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Ovviamente non si tratta di una volontaria o addirittura programmata intenzione di voler esprimere tale verità (non è che il calcio sia nato per questo, ovviamente), quanto l’essersi trovato ad esprimere una verità del genere poiché è uno sport profondamente naturale. Il calcio sembra essere proprio nell’ordine naturale delle cose, nella quotidianità, nella concretezza del reale. D’altronde se c’è un pallone dinanzi, istintivamente viene di calciarlo piuttosto che prenderlo con le mani. Disse il famoso scrittore argentino Borges: Fin quando ci sarà un bimbo che per strada prenderà a calci qualcosa, lì riprenderà sempre il gioco del calcio. Ciò che sto per fare non vuole – ovviamente – essere una legittimazione delle degenerazioni di questo sport, che vanno dall’enorme giro di denaro (vera offesa a tanti problemi sociali), ai costumi capricciosi e diseducativi di tante “stelle” del pallone, fino alla violenza delle tifoserie che noi poveri contribuenti dobbiamo pagare per i tanti “straordinari” che le forze dell’ordine devono fare in occasione delle partite. Situazioni, queste, che – diciamolo francamente – sono digeribili quanto una minestra fatta con sampietrini. In tempi più seri certi comportamenti erano meritevoli dei più utili lavori forzati… ma tant’è, in un clima di “vietato vietare”, anche dinanzi alle intemperanze si cercano spiegazioni sociologiche che finiscono sempre per giustificare l’ingiustificabile. Dicevo: ciò che 11

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sto per fare non vuole essere una legittimazione di tutto ciò che insopportabilmente gira intorno e nel gioco del calcio, ma per dimostrare che il successo di questo sport è nella sua “cattolicità”. Ho spesso scritto di apologetica (di apologetica della verità cattolica, ovviamente). Ebbene, questo intento apologetico non voglio abbandonarlo, e non certo lo abbandonerò in questo libro. Vorrei far capire che il successo e la bellezza del gioco del calcio stanno nel fatto che questo sport esprime chiaramente il mistero della vita, è lo sport che più è metafora di questo mistero. Mi piace dire, ed è un po’ il leit-motiv di questo libro: Il calcio è solo un gioco, ma un gioco che aiuta a ricordare all’uomo che la vita non è un gioco ma una cosa seria. Per coloro che ancora storcono il naso non riuscendo a capire un simile rapporto, (tra il calcio e il cattolicesimo), ricordo che la mia professione è di essere quotidianamente a contatto con ragazzi che vanno dai quattordici ai diciotto anni (nella scuola) e dai diciotto ai venticinque (nell’università)… dovendo parlare loro anche e soprattutto di verità e senso della vita. Utilizzare simbologie anche di tipo sportivo (soprattutto calcistico) mi è sempre sembrato opportuno ed efficace. Provare… anzi insegnare per credere. Detto questo, entro subito nel vivo ed elenco quali sono i punti per cui il calcio è a mio parere uno sport “cattolico”: 12

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• È l’unico sport in cui è così frequente il pareggio. • È l’unico sport in cui può vincere non solo la squadra più debole, ma anche quella che gioca peggio. • È l’unico sport in cui non si deve essere totalmente selettivi dal punto di vista fisico. • È l’unico sport in cui salta la regola della bravura come soluzione infallibile. • È l’unico sport in cui non solo non è indispensabile, ma è perfino dannoso che i calciatori di una squadra siano tutti campioni. • È l’unico sport che esprime con chiarezza l’identità culturale di un popolo. • È l’unico sport in cui si è davvero lontani da ogni intellettualismo. 13

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Cattolico perché … è l’unico sport in cui può vincere non solo la squadra più debole, ma anche quella che gioca peggio Non c’è niente di più umiliante che vedersi parare un rigore da un portiere così cretino da non capire la finta (Giuseppe Meazza) C ertamente ci sono molti sport in cui la squadra meno favorita può vincere … ma perché gioca meglio. Nel basket questo può avvenire, ma – lo ripeto – perché la squadra che esce vincitrice dal campo ha giocato meglio facendo più canestri. Nel calcio, invece, può accadere non solo che vinca la squadra meno pronosticata, ma anche la squadra che giochi peggio. Il caso non lontano (Champions League del 2012) del Chelsea di Di Matteo, che è riuscita ad eliminare l’invincible armada del Barcellona, lo dimostra. Il team londinese nei due turni di andata e ritorno ha – di fatto – tirato tre volte verso la porta avversaria: tre tiri, tre gol! Il Barcellona, pur dominando come possesso palla e occasioni avute, ha dovuto rinunciare ad una finale che credeva già sua. 21

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Avevo 11 anni, era il 17 ottobre del 1973. Mi capitò di osservare alla TV una partita tra la nazionale inglese e quella polacca. Era una partita di qualificazione per i Mondiali del 1974. Si giocava a Londra nel famoso stadio di Wembley, quello mitico prima del rinnovo di qualche anno fa. L’Inghilterra, per qualificarsi, aveva necessariamente bisogno della vittoria. Alla Polonia, invece, bastava il pareggio, ma era infortunato il suo migliore contropiedista: Lubanski. Il CT inglese era Ramsey. Questi decise di far fuori senza tanti complimenti Bobby Moore (ormai stella cadente ma sempre mostro sacro per la tifoseria britannica) e non tenne conto di due astri nascenti del Liverpool: il portiere Clemence (in realtà era difficile far fuori un ancora utilissimo Shilton) e un grande Kevin Keegan, quello che qualche anno dopo avrebbe fatto impazzire uno sprovveduto Zaccarelli in una celebre Inghilterra–Italia per le qualificazioni ai Mondiali del 1978. Sulle gradinate vi erano 100.000 (dico: 100.000!) tifosi e nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sulla qualificazione della Polonia. Il primo tempo fu un assedio degli inglesi. Jan Tomaczescki (venticinquenne portiere del LSK Lodz) parò di tutto. Al 10’ del secondo tempo, l’ala destra polacca Lato (attaccante che avrebbe vinto la classifica dei cannonieri proprio in Germania ‘74) s’involò con velocità straordinaria e servì il compagno 22

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Domarsky che in sovrapposizione andò ad insaccare. L’Inghilterra reagì con ancora più veemenza. L’assedio continuò. Raramente la Polonia riuscì a superare la metà campo. L’inglese Clarke donò qualche speranza pareggiando. Ancora pali, traverse, salvataggi in calcio d’angolo… e Tomaczescki, come un grillo, a saltare da un palo all’altro parando l’impossibile. Una partita di quel tipo, decisa ai punti, sarebbe finita senz’altro a favore dei Britannici. E invece finì 1–1. Io dovetti concludere (nonostante i miei soli undici anni): questo è uno sport intelligente! Diamo adesso un’interpretazione religiosa. Nella prospettiva calvinista un esito di quel tipo sarebbe inaccettabile. La distinzione tra eletti e non-eletti (di cui abbiamo già parlato prima) implica non solo che ci siano sempre dei vincenti e dei perdenti, ma anche che i vincenti vincano convincendo, nel senso che devono anche visibilmente trionfare. Nella classica cinematografia holliwoodiana non solo ci devono essere i buoni e i cattivi, ma i buoni devono anche essere più forti dei cattivi. Nel cattolicesimo, invece, chi vince non sempre convince, nel senso che il santo nella sua vita è di solito subissato da croci, prove, calunnie. Molti santi sono diventati santi nell’opinione pubblica solo dopo la morte, ovvero quando sono state scoperte grandi virtù ed eventualmente sono state dimostrate come infondate calunnie nei loro confronti. Per quanti santi agli occhi del mondo la 23

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