Per una lettura ravvicinata del brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro

 
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analisi del brigantaggio nel casertano

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OLINDO ISERNIA PER UNA LETTURA RAVVICINATA DEL BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO IN TERRA DI LAVORO Caserta 2011 1

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Pubblicato nell'anno 150° dell'Unità d'Italia Ad una considerazione pacata e lontana da sterili ideologismi e revisionismi a senso unico, è impossibile non riconoscere che il brigantaggio postunitario fu un fenomeno di particolare complessità, per il notevole numero delle componenti che vi concorsero, e, perciò, non riconducibile entro schemi riduttivi e semplicistici. I giudizi spesso marcatamente discordanti, quando non addirittura di segno completamente opposto, che vengono espressi sul suo conto, 3

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scaturiscono proprio in conseguenza di questa sua natura composita. Essendo essi, di regola, il risultato del privilegio accordato, in misura predominante o totale, esclusivamente ad una o qualcuna delle sue interne motivazioni, a discapito di una valutazione il più possibile omnicomprensiva, finiscono spesso, soprattutto a livello di storiografia locale, per porre in rilievo del brigantaggio soltanto l'elemento ritenuto predominante, a discapito di tutti gli altri, ai quali è riservata, al massimo, una collocazione più o meno marginale. A seconda del punto di vista da cui si guarda al brigantaggio, possono, perciò, emergere letture e valutazioni oscillanti di questo fenomeno, paradossalmente tutte vere, nella loro parzialità ed unilateralità. Perché il brigantaggio, con le dovute distinzioni di tempi e di luoghi, comprese, infatti, in sé, tutti insieme, sostegno alla causa legittimistica e avversione alla causa unitaria, rivolta sociale e delinquenza comune, guerra civile e repressione militare, occasione di vendette private1 e di violenza, quest'ultima non di rado efferata e perpetrata indistintamente da entrambe le parti. Una valutazione più ravvicinata e specifica del fenomeno, così come si manifestò nella provincia di Terra di Lavoro, potrà risultare, da questo punto di vista, quanto meno utile. *** Un punto di partenza senz'altro interessante può ritenersi l'individuazione delle motivazioni che furono alla base della scelta di tanti di diventare briganti. E' risaputo, in linea generale, che le componenti di carattere politico e quelle di carattere sociale finirono, senza dubbio, specialmente nella fase iniziale, che va sotto il nome di grande brigantaggio, per giocare un ruolo importante in tali decisioni, con la differenza, però, che mentre la prima opzione andò a poco a poco affievolendosi, di pari passo con il venir meno delle speranze della Casa Borbone di riprendersi il trono perduto, quella sociale restò, in un modo o nell'altro, sempre viva, collegata com'era alle permanenti tristi condizioni di vita delle classi contadine e popolari. L'analisi, tuttavia, delle risposte fornite negli interrogatori direttamente dai briganti casertani arrestati e sottoposti a processo, fornendo più specifiche informazioni sui loro percorsi individuali, può contribuire, come pare emergere, a nostro giudizio, dal pur breve 4

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e incompleto sondaggio2 condotto sui fascicoli giudiziari del tempo, di cui si darà di seguito conto, a fornire un'idea ancor più ampia e dettagliata delle effettive ed intime ragioni della scelta fatta da quanti decisero, spontaneamente o controvoglia, di «correre la campagna». Va detto, in primo luogo, che parecchi di coloro, che assursero al ruolo di capobanda ed operarono con i loro uomini sul territorio dell'allora provincia di Terra di Lavoro, provenivano prevalentemente o dai ruoli dell'esercito borbonico (Domenico Coja, detto Centrillo, Cosimo Giordano, Alessandro Pace, il tagliapietre Domenico Fuoco di San Pietro Infine, per citare i maggiori di essi; e, tra i minori, Pietro Trifilio il Calabrese e Salvatore del Greco); oppure appartenevano a famiglie di estrazione contadina, come il ben noto Luigi Alonzi, detto Chiavone, che, fino a poco tempo prima di darsi al brigantaggio, aveva fatto, a Sora, il guardaboschi comunale, ma che, comunque, pure lui aveva alle spalle un lontano passato di soldato poco disciplinato; i temibili Cipriano e Giona della Gala, galeotti fuorusciti dal bagno penale di Castellammare, e Francesco Guerra, originario di Mignano. Nell’allestimento di una banda non si andava, di certo, troppo per il sottile. Innanzi tutto non furono pochi i carcerati per reati comuni che, liberati dai briganti, entrarono a far parte di una comitiva brigantesca. I già citati Chiavone e Centrillo contribuirono ad ingrossare le fila dei propri uomini con i detenuti da loro stessi liberati, dopo aver aperto le porte delle carceri dei paesi, che avevano assalito3. C'era, comunque, anche chi, una volta riacquistata la libertà, decideva di non arruolarsi, oppure decideva di farlo soltanto in un secondo momento, come nel caso di una dozzina di detenuti, fatti evadere dai briganti con un astuto stratagemma, il 16 giugno 1861, dalle carceri di Caserta, che soltanto più tardi ritroviamo aggregati, sia pure per un periodo limitato di tempo, alla comitiva di Tommaso Romano4. L'anzidetto piccolo capo-banda Pietro Trifilio, operante nella zona del Matese5, già sergente del 3° reggimento Linea Principe e, a suo dire, divenuto brigante per «forza», dopo che fu sbandato a Velletri ed aveva trovato lavoro alla strada ferrata in costruzione Capua-Presenzano; per accrescere il numero dei componenti della sua banda, si rivolgeva, oltre ai soldati sbandati, 5

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lasciando intendere loro di voler favorire il ritorno di re Francesco II, a tutti quegli individui della zona, che era noto che avessero conti in sospeso con la giustizia e che continuavano ad operare nell'illegalità. Su questo suo criterio di reclutamento, che era, poi, comprensibilmente, comune a tutti i capi delle numerose comitive di Terra di Lavoro, concordavano tanto le affermazioni di diversi contadini incensurati, quanto degli stessi briganti, che per il passato avevano fatto parte della sua banda. In questi termini, infatti, a domanda, dinanzi al giudice, rispondeva il contadino Francesco Cardone: «In giugno ultimo [.] il Calabrese6 andava arruolando gente per formare una banda armata ed agire in favore di Francesco II, dirigendosi precisamente ad uomini di tristi affari e soldati sbandati»7. All'arruolamento il Trifilio provvedeva di persona o per mezzo dei più svariati intermediari. Pietro Esposito, alias Muletto, di Ailano, che era «latitante per furto», ebbe, per esempio, a dichiarare che fu avvicinato da una fanciulla per conto del Calabrese, che l'invitava a recarsi a Selvapiana, dove trovò lo stesso Calabrese ed altri suoi compaesani, tutti armati di fucili ed alcuni anche di coltelli. Aggiunse anche che costui lasciò intendere, anche in questa occasione, che scopo della formazione della banda era quello di voler favorire la perduta causa di Francesco II e che «per fare un numero maggiore si dirigeva ai soldati sbandati»8. Ed assai probabilmente soldati sbandati dovevano essere, se non tutti, almeno un buon numero di quelle persone, che l'Esposito definì straniere e sul cui conto dichiarò che si erano aggregate alla banda. *** Non è possibile dire in quale misura fu decisivo per i potenziali briganti l'idea di combattere per la causa della Casa Borbone. Indubbiamente, però, la prospettiva fatta loro balenare, all'indomani della caduta del Regno, di un prossimo ritorno di Francesco II alla testa di un potente esercito, per scacciare i piemontesi, dovette essere per parecchi un'argomentazione non poco convincente, se soltanto si tiene presente l'avversione che per costoro nutrivano soprattutto i contadini, che delle bande costituirono ben presto il nerbo principale, da essi riguardati come gli alleati e gli amici degli ancor più odiati galantuomini. 6

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È, però, altresì certo che altre cause meno ideali ebbero ugualmente un peso non indifferente nel determinare la decisione presa da tanti di correre la campagna. È innegabile che a facilitare l'opera di arruolamento concorsero motivazioni esistenziali di primaria necessità, quali, per esempio, la difficoltà per molti di trovare un lavoro nel proprio paese e in quelli circonvicini, che li sottraesse da una condizione di intollerabile indigenza. È eloquente a tal proposito quanto ebbe a dichiarare, durante il suo interrogatorio, il giovanissimo brigante Giuseppe Leone, un diciannovenne di Raviscanina, anche lui appartenuto alla banda del Calabrese. Costui dichiarò che, «sceso in Vairano per mancanza di fatica nel suo paese, non avendone trovato nemmeno nella nuova sede, ritornò in patria cercando di arrangiarsi per vivere riuscendovi poco». L’incontro con un conoscente di nome Marcellino Sbriglia fu decisivo per la sua scelta. Fu così condotto dal Trifilio, che l’arruolò nella banda e gli assegnò un fucile. La vicenda personale del giovane Leone ci rivela il ruolo certamente importante che ebbero anche le relazioni amicali nell’avviamento di nuove leve al brigantaggio, specialmente nei casi in cui l’individuo da convincere si trovava in una condizione di estremo bisogno e la semplice assicurazione di ricevere ogni giorno la necessaria razione di cibo poteva apparirgli già da sola una conquista di non poco conto. Teneva, infatti, a ribadire il Leone, a conclusione del suo interrogatorio, che il Calabrese si faceva carico di provvedere «da mangiare limitato per altro a pane e qualche poco di formaggio, o presciutto, che si assicurava forse dai coloni dimoranti in quelle adjacenze»9. È probabile che a ciascuno dei componenti la comitiva fosse assicurato anche una mercede in danaro, semmai, come succedeva in tutte le bande di dimensione ed importanza più ridotte, non con una certa regolarità, ma di tanto in tanto, in relazione alle opportunità di finanziamento esterno o di autofinanziamento, ottenuto, quest'ultimo, di regola per la maggior parte con metodi illegali (grassazioni, estorsioni, ricatti ecc.). *** Disorientati ed in condizione di indigenza, dopo aver cercato vanamente un lavoro, si ritrovarono anche non pochi soldati dello sbandato esercito borbonico, dai quali l'opportunità di entrare nelle 7

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fila del brigantaggio fu vista probabilmente come una via di uscita. Quella dei soldati borbonici sbandati fu, in effetti, una ricca riserva da cui attingere a piene mani, non solo per la condizione di precarietà in cui si erano ritrovati improvvisamente, alla quale si è appena accennato, ma anche per lo spontaneo sentimento di rivalsa, che in non pochi di essi doveva essere rimasto ben vivo dopo la dolorosa sconfitta militare subita sul campo. Molti di loro avevano, pertanto, trovato naturale continuare a combattere per il loro re, lasciandosi facilmente arruolare nelle "truppe a massa", una forza militare eterogenea, che era stata messa su dai sostenitori della dinastia borbonica, nel disperato tentativo di ribaltare la sfavorevole situazione e di riportare sul trono, facendo leva anche sulla tradizionale sollevazione delle popolazioni, il deposto Francesco II. Dopo, però, che, nel novembre 1860, si procedette, a Velletri, al disarmo delle armate, molti dei componenti di queste, ritenuti un pericolo per l'ordine pubblico, erano stati arrestati, una volta ritornati nei loro paesi, e rinchiusi in carcere. Riacquistata, poi, la libertà, le vessazioni cui molti di essi furono sottoposti pesarono non poco nella decisione da loro presa di farsi briganti. Dichiarò Ferdinando Ferradino, un contadino di Alvignano, che, alla fine, si era spontaneamente consegnato, ponendo termine alla sua carriera di capo di una piccola comitiva di briganti, che, «[.] liberato, fu perseguitato di nuovo, per cui si dette alla campagna»10. Uguale sorte era toccata a Santagata Esposito, che, grazie ai buoni uffici di don Ambrogio Diana di Teano, era stato tirato fuori dal carcere, dove si trovava, ed aveva accettato di far parte dei saccheggiatori. Dopo che, però, la colonna fu sciolta ed ebbe fatto ritorno in patria, era finito nuovamente agli arresti. Evaso successivamente dal corpo di guardia di Teano, era divenuto «un fuggiasco» e, correndo la voce della formazione di una grossa banda di armati, anche per istigazione di Pasquale Rotondo di Teano, si era convinto a restare nella reazione11. Di essere stato convinto con la forza a diventare brigante tenne a precisare, invece, l'ex soldato borbonico e poi brigante Giovanni Saccoccia, di Limatola. Dopo la capitolazione di Capua, trovandosi ad Itri, aveva anche lui accettato, «per la mercede di due carlini al 8

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giorno», di arruolarsi nelle predette compagnie di volontari. Quando queste furono, poi, sciolte, avendo fatto ritorno al proprio paese, «la banda Romano lo costrinse a seguire. Una volta al campo gli fu fatto dal capo il seguente ragionamento, che il Saccoccia riferì in questi termini: «[.] avendo io fatto il volontario per Francesco Secondo dovevo seguir lui perché anche egli aveva ricevuto da Francesco Secondo il denaro per arruolar gente»12. L'affermazione di essere divenuto brigante per costrizione ritorna spesso negli interrogatori degli imputati. È assai probabile che simile dichiarazione non sempre corrispondeva a verità e in diversi casi era semplicemente un tentativo per diminuire le proprie responsabilità. È, tuttavia, indubitabile che il ricorso a metodi violenti, per convincere i riottosi, fosse piuttosto diffuso. Lo conferma, pur volendo prescindere dalle testimonianze degli interessati, il rinvenimento di rapporti, che ne fanno espressamente menzione. In uno di essi, inviato dal capitano della Guardia nazionale di Galluccio, Comune del distretto di Mignano, al prefetto il 28 giugno 1862, significativamente si riferiva della presenza di alcuni individui, quasi certamente briganti, che si aggiravano, «ora armati, ora inermi», in contrada Patierno e minacciavano di morte «quei contadini, che non essendo Guardie Nazionali, si nega[va]no di andare con essi»13. Quanto alle dichiarazioni, rilasciate ,nel corso degli interrogatori, dai briganti arrestati, essi, non di rado, si dicevano, per l'appunto, vittime di sequestro, come nel caso del calzolaio Pasquale de Santis, che svelò «di essere stato arruolato con la forza dopo essere stato rapito dai briganti di Pietro Trifilio»14. Ad usare metodi di coazione spesso erano individui dello stesso paese della vittima. In tal senso parlò a sua discolpa Giovanni Iannuccilli, affermando che ad entrare nella banda «fu costretto da due briganti suoi paesani», e corroborò la sua accusa facendo anche i nomi di Sabatino Riccio e Angelo Fortini15. Obbligato ad associarsi, a suo dire, alle bande brigantesche del Matese fu anche Vincenzo Fiorillo e dichiarazioni simili rilasciarono Antonio Pascale ed Alberto Torelli, secondo le quali essi furono costretti ad accettare di essere arruolati «con le buone o con le cattive»16. Ma brigante si poteva diventare anche per aver semplicemente seguito le orme del padre. Fu questo, per esempio, il 9

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caso di Pietro Parravano, contadino di Sora e componente della banda di Chiavone, che, a questo proposito, tenne a dichiarare che «anche il padre Luigi faceva parte prima di lui della comitiva»17. Oppure lo si diventava in età giovanissima per contrasti con la famiglia, come capitò al diciottenne Giuseppe Fuoco di Mignano, che ebbe a dichiarare di essere entrato a far parte di una delle bande, che scorrevano il suo territorio, dopo esser fuggito da casa «per contrasti col padre»18. Non mancarono, comunque, anche di quelli, come Raffaele Di Nuccio, originario di Riardo, sul cui conto risultò che aveva scelto volontariamente di marciare per Francesco II19. Nei casi, poi, in cui, di ritorno dallo Stato pontificio, si sfuggiva agli arresti, era l'insofferenza a restare a lungo inattivi a spingere non pochi dei reduci ad andare ad ingrossare le fila del brigantaggio. È quanto, per esempio, emerge da un interrogatorio cui fu sottoposto il brigante Michele Tommaso, un bracciante di Gioia. Costui dichiarò che, dopo essere stato assoldato dal duca Gaetani di Laurenzana, perché partisse con le truppe a massa, e di essere stato a Gaeta e a Terracina e, infine, a Velletri, dove si procedette al disarmo con la consegna delle armi nelle mani dei Francesi «verso il 9 o 10 novembre», fece ritorno a casa, restandovi tranquillo fino al 10 agosto 1861. Poi, «non potendo reggere contro l’inerzia che lo affliggeva, si dette brigante», unendosi alla comitiva di un tale Circorecci del suo stesso paese. Non andandogli questi più «a genio», era transitato nella banda del sergente Varrone, di Pietraroja, operante anch’essa, più o meno, nella stessa zona. Le migrazioni del nostro uomo, però, non finirono lì, essendo in seguito entrato a far parte prima della banda di Cipriano della Gala e dopo di quella di Filippo Tommaselli20. *** Questa tendenza al passaggio di singoli o gruppi di briganti da una banda all'altra doveva essere, da quanto risulta, abbastanza diffusa. Non a caso il campione documentario, di cui disponiamo, pur nella sua limitatezza, ci fornisce, in proposito, più di uno di casi simili, che rimandano, a loro volta, alla presenza di un forte dinamismo all'interno delle stesse bande, interessate da continui fenomeni di composizione, scomposizione e ricomposizione, con conseguente 10

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crescita o decremento del numero dei loro componenti. Il testimone Bartolomeo Ferrari ebbe a dichiarare che gli individui Favorito Giuseppe, Bartolomucci Michele e Coschena Filippo avevano fatto i briganti prima con la banda Chiavone, poi con quella di Cedronio, che operava anche nella Valle del Liri ed era ancora attiva nel 1866, e poi ancora con quella di Capassi, per passare, infine, in quella di Fuoco, tenendo a specificare, a conclusione della sua deposizione, che egli poteva asserire ciò con certezza, in quanto come capo squadriglia addetto alla persecuzione dei briganti nel Sorano, aveva avuto parecchi scontri con tali bande, durante i quali aveva riconosciuto i soggetti indicati . Allo stesso modo, il già citato brigante Saccoccia ebbe a dichiarare, a proposito di un altro brigante, di cui non conosceva il nome, che aveva militato con lui nella medesima banda di Tommaso e Giovanni Romano, che costui aveva già fatto parte in passato della banda dei della Gala21. Da una banda all'altra, durante la sua carriera di brigante, passò anche Giuseppe Canonico, un bracciante di Amorosi, che, nel corso dell'interrogatorio, cui fu sottoposto, dichiarò di aver fatto parte inizialmente della banda di Raffaele Massarella Santovito e successivamente di quella di Cosmo Giordano, «dalla quale fuggì e si unì a quella di Salvatore Greco alias Riccitelli», nella quale rimase fino al suo scioglimento dopo lo scontro avvenuto con la truppa in contrada Pinoliscio, nel distretto di Piedimonte d'Alife22. Poteva, però, anche capitare che un brigante lasciava la sua banda di appartenenza, per divenire il capo di una del tutto nuova. Angelo Pascarella di Cervino, per esempio, si era staccato dalla banda di Cipriano della Gala per costituirne una sua «abbastanza numerosa»23; oppure che appartenenti ad altre bande fuoriuscivano, per confluire in altre di nuova formazione, come nel caso della piccola banda di Gennaro De Lucia, che costui formò arruolando non solo diversi individui della classe contadina, ma accogliendone, appunto, anche altri provenienti da altre comitive (p. e., tali Filippo Pascarella e Salvatore de Francesco, «già briganti della banda della Gala»)24. *** 11

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Notevole incentivo all'arruolamento era ovviamente costituito anche dai vantaggi materiali che potevano derivare agli individui. La ricorrente proposta del pagamento di una mercede giornaliera a chi decideva di arruolarsi era per molti troppo allettante, per non essere presa in considerazione, considerati i salari che erano corrisposti, all'epoca, a compenso di una lunga giornata lavorativa. La promessa di una paga giornaliera, diventava così, il più delle volte, un fattore decisivo nell'indirizzare in senso favorevole la scelta. Il bracciale Silvestro Izzo, originario di Petrulo di Calvi, quando da un certo d’Ettore gli fu proposto di andare con lui a riunirsi ad una banda che si stava formando sulla montagna di Rocchetta, sulle prime si negò, adducendo il motivo che aveva bisogno di lavorare, per poi , alla fine, accettare, quando il d’Ettore gli disse che avrebbe ricevuto la paga di 50 grana al giorno25. Vi erano, poi, altri, che, senza farsi alcuno scrupolo, decidevano di arruolarsi in una delle numerose bande presenti sul territorio della provincia esclusivamente per la speranza di fare bottino. Fu per questa ragione che, per esempio, Pasquale Mennone accettò di diventare brigante. Come lui stesso rivelò, gli era stato promesso «una parte di quanto si sarebbe rubato». Il suo capobanda, il già citato del Greco, lo aveva, infatti, allettato «a correre la campagna con speranza di arricchimento»26. *** Ad ingrossare le fila del brigantaggio una spinta non indifferente venne, inoltre, a partire dalla fine di ottobre 1860, anche dall'introduzione, nel Mezzogiorno, della leva obbligatoria. Non a caso la speranza di Chiavone di mettere su una banda di considerevoli dimensioni poggiava in buona parte sulla possibilità di attirare dalla sua parte quanti disertavano la leva27. Il più volte citato Salvatore del Greco, ex soldato borbonico, originario di Gioia, si diede a scorrere la campagna, facendosi brigante e diventando poi, come già accennato, anche capo di una sua banda, «per non andare a fare il soldato». Allo stesso modo, nella decisione del contadino Raffaele D'Antonio di unirsi alle bande di Fernando Ferradino e dello stesso del Greco, un peso determinante, come si ricava dal 12

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verbale di uno degli interrogatori, cui fu sottoposto, ebbe il fatto che «egli apparteneva alla leva del 1859» e, di conseguenza, «doveva marciare per il nuovo Governo». Una motivazione identica si ritrova anche alla base della scelta compiuta da Nicola Buontempo e Antonio Gaudio, entrambi soldati sbandati, nativi di Gioia e renitenti alla leva, che si lasciarono convincere dal del Greco ad entrare a far parte della sua comitiva, per evitare di «essere arrestati pel compimento del servizio militare»28. Pressioni venivano fatte, allo scopo di indurli ad abbandonare il proprio reparto, anche su quanti, già arruolati, militavano di malavoglia, nell'esercito italiano29. Non erano infrequenti le informative, che pervenivano in Prefettura, che davano notizia circa i sospetti o l'effettiva scoperta dell'esistenza di veri e propri Comitati, costituiti generalmente da militari e civili, sostenitori del Borbone, che agivano sulle giovani leve per indurle a disertare. In seguito ad accurate indagini uno di essi, che si deve ritenere sia stato abbastanza attivo, dal momento che lo si riteneva responsabile dei frequenti casi di diserzione «dei Militari Napoletani sia a Gaeta che ne' posti circonvicini», fu scoperto, per l'appunto, a Gaeta. A presiederlo era un ex tenente colonnello dell'esercito borbonico, Arcangelo Troia, mentre a svolgere le funzioni di segretario era l'ex giudice della Città, Giuseppe Consales30. Non sempre, però, gli accertamenti polizieschi davano esito positivo, rivelandosi, alla fine, i sospetti del tutto infondati. In ogni modo, al di là di un allarmismo forse esagerato nel denunziare, è indubitabile che un contributo non trascurabile in questa direzione venne proprio da ufficiali e militi del disciolto esercito napoletano, che, ritiratisi nei paesi di provenienza, si adoperarono a fomentare la diserzione tra le fila della truppa italiana. Notizie allarmanti in tal senso giungevano, per esempio, al governatore della provincia dalla cittadina di Maddaloni, dove veterani dell'esercito borbonico, poi arrestati, profusero grande impegno per favorire la diserzione soprattutto tra le fila del Corpo dei bersaglieri. Nella stessa Maddaloni furono individuati, inoltre, alcuni «soldati de' Cannonieri di Marina», che non lasciavano nulla di intentato per spingere le reclute, che erano di stanza colà, a lasciare l'esercito e a passare dalla parte della reazione con promesse 13

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varie e la corresponsione di una paga giornaliera31. Al capo opposto della provincia, a dare notizia, nel suo rapporto al prefetto del 6 luglio 1862, delle «mene de' tristi», non meglio identificati, era il sindaco di San Pietro Infine, Ercole Raimondi. Costoro si aggiravano nel suo e nei Comuni circonvicini e non si limitavano esclusivamente a favorire il brigantaggio, ma «si estend[eva]no altresì a promuovere la diserzione de' soldati ne' distaccamenti che vi giung[eva]no, siccome in Mignano sta constatandosi con legale processo»32. Da queste manovre non risultava estraneo neppure il clero. A fare opera di convincimento tra le reclute aveva provveduto, ancora una volta in Maddaloni, anche un prete del posto, il sacerdote Alfonso Lerro, pure lui arrestato e poi rimesso in libertà dal giudice del posto33. Ed il suo non era di certo un caso isolato. A pochi chilometri di distanza, il parroco di San Felice di Arienzo, don Vincenzo Coppola, rifugiatosi in seguito presso i Barnabiti, ordine ritenuto ostile al nuovo Governo, aveva preso pubblica posizione contro la coscrizione obbligatoria34. Ed, ancora, nel circondario di Sora, nell'alto Casertano, le autorità del posto avevano più di un motivo per ritenere che il parroco di San Donato, don Gaetano Rufo, ed il canonico Francesco Rufo, finiti poi agli arresti, insieme con gli altri componenti del locale comitato reazionario, spingessero i coscritti «a non presentarsi per adempiere al dovere della leva»35. Sono questi da noi riportati solo degli esempi, sufficienti, però, ad evidenziare l'impegno dispiegato dalla Chiesa, anche in Terra di Lavoro, attraverso l'opera di tanti suoi ministri, con lo scoperto intendimento di rendere la vita difficile al processo di consolidamento del nuovo indirizzo politico, contribuendo a minare alla base, come nello specifico caso delle operazioni di leva, quelli che erano i gangli vitali della vita dell'appena costituita nazione italiana. In linea generale, il lavoro di questi propagandisti della diserzione fu accompagnato da un discreto successo. Ad attestarlo sono le continue notizie, che giungevano in prefettura, di soldati che da un giorno all'altro avevano abbandonato i loro reparti, facendo perdere le loro tracce36. Né tutto ciò può meravigliare più di tanto, se si tiene presente il diffuso malcontento, cui in precedenza si è fatto cenno, puntualmente registrato nei rapporti delle pubbliche autorità, che 14

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serpeggiava tra le fila dei coscritti meridionali, che prestavano servizio nelle fila dell'esercito italiano impegnato a combattere il brigantaggio37. È indubitabile, dunque, che un ruolo importante, rivolto ad incrementare le schiere del brigantaggio, sia stato svolto dai cosiddetti reclutatori che attivamente operarono non solo su tutto il territorio della provincia, ma anche nel confinante Stato pontificio. Per favorire l’arruolamento, si faceva leva su alcuni ricorrenti allettamenti, ai quali si è già avuto modo di accennare: la corresponsione di un ingaggio giornaliero, che si aggirava mediamente intorno ai quattro carlini, la prospettiva di un ravvicinato ritorno nel Regno di Francesco II, che avrebbe tenuto conto di quanti erano rimasti a lui fedeli, e la possibilità di fare bottino. Inizialmente, in tempi immediatamente successivi all'avvenuto rivolgimento politico, accanto a figure minori, si ritrovano impegnate nel reclutamento anche personalità di spicco della provincia, come, per esempio, il duca Raffaele Gaetani di Laurenzana, che, nell'autunno 1860, contribuì fattivamente alla formazione di quell'armata variamente assortita, da porre agli ordini del colonnello Teodoro Klitsche de Lagrange (i cosiddetti saccheggiatori), cui si è in precedenza già fatto cenno. Dopo il fallimento della spedizione dell'ufficiale legittimista tedesco, ad essere avvicinati inizialmente dai reclutatori furono, di preferenza, proprio i soldati sbandati, molti dei quali erano reduci dallo Stato pontificio, in seguito al disarmo di Velletri. Più tardi, dopo l'introduzione della leva militare obbligatoria, le loro attenzioni si rivolsero a tutti quei giovani che erano ad essa soggetti o che già si trovavano inquadrati nei reparti dell’esercito italiano di stanza nel Mezzogiorno ed erano impiegati nella lotta al brigantaggio. Un attivo arruolatore fu Raffaele de Lellis, che si definiva «marinaro» ed aveva già dei trascorsi quale «associato» alla banda del cosiddetto Coccitto (ovvero Francesco Piazza), originario di Fondi, che operava nel Cassinate. Costui, dopo che la predetta comitiva fu decimata, svolse dapprima le mansioni di corriere, recando «la corrispondenza da Roma, Terracina a Napoli», per poi passare a svolgere attività di reclutamento, rivolgendosi di preferenza ai «giovani iscritti alla leva» e inducendoli «a seguirlo 15

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