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FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 141

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IM VVISO A A ANTE PORT IN RI ETTO IL OSTR UN CONTRIBUTO PER MANTENERE VIVA UNA VOCE FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 36 n° 137 FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 36 n° 139 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 37 n° 140 Cari lettori, la rivista Le Colline di Pavese è diventata negli anni la voce di questo territorio, di cui sottolinea le peculiarità e le problematiche. Costituisce nel contempo un ponte ideale con i santostefanesi lontani e con i sempre più numerosi cultori pavesiani italiani e stranieri. Il legame indissolubile con questi ultimi è comprovato dalla rilevanza raggiunta dalle varie iniziative in memoria del grande scrittore e dall’Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo. Il mantenimento e l’ulteriore incremento delle attività, in particolare la pubblicazione della rivista, dipendono, però, dalle risorse (sempre più ridotte) a disposizione. Facciamo pertanto appello ad aderire al sodalizio, mediante il versamento di una delle quote associative a fianco indicate, o, in alternativa, di un piccolo contributo nella convinzione che tante piccole gocce fanno un grande fiume. Per continuare, pertanto, a ricevere la nostra testata, chiediamo la cortesia di esprimere il consenso, compilando la seguente scheda. Il Cepam ringrazia per l’attenzione e augura Buona lettura! Il Presidente Luigi Gatti Restituire a mezzo posta oppure e-mail: info@centropavesiano-cepam.it ❑ Sì, desidero ricevere “LE COLLINE DI PAVESE” per l’anno 2014 Prego indirizzare la rivista a: Cognome Indirizzo Cap Tel. P.IVA o Cod. Fisc. VERSO LA QUOTA DI A MEZZO: 100 € (socio benemerito) 50 € (socio sostenitore) 30 € (socio ordinario) Altro Città Fax Mail Prov Nome vaglia postale - assegno circolare o bancario intestato a CEPAM versamento C/C postale nr. 10614121 bonifico bancario presso UBI Banca Regionale Europea - IBAN IT32Y0690646840000000004317 Acconsento al trattamento dei miei dati personali ai fini sopra indicati. Firma FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 141 FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053

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ANNO 38, N. 141 GENNAIO 2014 Neve a Montezemolo di Luigi Pretin TESSERAMENTO 2 0 1 4 Iscriviti o rinnova la tua adesione, per sostenere le varie iniziative del sodalizio e per contribuire a mantenere in vita la voce de “LE COLLINE DI PAVESE” Modalità: versamento sul C/C n. 10614121 o con vaglia postale intestato a: CEPAM - Via Cesare Pavese 20 12058 S. Stefano Belbo SOCIO: ORDINARIO SOSTENITORE BENEMERITO € 30 € 50 € 100 Via Pavese 20 - 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141/844942 - Aut. Trib. Alba n. 376 del 29/4/78 - Direttore: Luigi Gatti Responsabile: Luigi Sugliano - Redazione: L. Bussetti Calzato, G. Brandone, F. Penna, F. Zampicinini Foto: Olivieri, Scaletta - Tassa pagata Taxe perçue - Abbonamento postale - Abbonement postel 14050 MOASCA - FGE S.r.l. Concessionaria esclusiva per la pubblicità su questa rivista: IMAGE ADVERTISING di Piero Carosso Tel. 0141 843908 - Fax 0141 840794 - Santo Stefano Belbo (CN) S O M M M A R I O 2 Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo Davide Lajolo: “Pavese e Fenoglio”. Alla riscoperta di un libro del passato di Antonio Catalfamo 6 A proposito del libro “O Tu, abbi pietà” di Monsignor Giuseppe Molinari Il sentimento religioso in Cesare Pavese di Franco Lorizio 9 Le attività del CEPAM Il Premio Cesare Pavese di Scultura a Vittorio Zitti di Angelo Mistrangelo 12 Riletture Cesare Pavese: l’ultima sorpresa di Giuseppe Brandone - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 141 14 19 Cesare Pavese: il mito classico e i miti moderni di Giovanni Giosuè Chiesura FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F Un’antenata di Don Milani, il fondatore della “Scuola di Barbiana” Autodistruzione. La storia di Elena Raffalovich, una donna eccezionale da riscoprire di Pasquale Briscolini 23 L’angolo del racconto Pensieri di Luciana Bussetti Calzato 26 La nuova opera dello studioso di Calosso d’Asti Pier Paolo Ruffinengo: o. p. degno figlio di Guzman! di Sergio Rapetti 30 Un ricordo poetico a cento anni dalla sua nascita Un poeta astigiano: Padre Franco Mazzarello di Giuseppe Oddone 32 Discussi i problemi legati all’eccesso di burocrazia Il moscato d’Asti nuovo in festa - XXIII edizione di Barbara Gatti 36 Eventi, nuove opere e consolidate situazioni Il labirinto: fra arte, musica, installazioni e memorie letterarie di Gian Giorgio Massara 38 L’importanza della gestione fluviale e della manutenzione del territorio La Valle Belbo: una lettura del paesaggio tra evoluzione geomorfologica, ecologia ed attività dell’uomo (1a parte) di Claudio Riccabone 40 Dal IV millennio a.C. ai giorni nostri L’evoluzione del paesaggio storico nelle Langhe di Valter Barberis 43 Storia della meccanizzazione agricola L’erpice di Franco Zampicinini 46 Piante medicinali ed alimentari Lo spinacio di Luciana Bussetti Calzato 47 Memorie langarole La veglia nelle stalle di Maria Luisa Brovia

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Alla riscoperta di un libro del passato Davide Lajolo: “Pavese e Fenoglio” Antonio Catalfamo Dopo aver pubblicato, nel 1960, l’ormai famosa biografia di Cesare Pavese, Il «vizio assurdo»1, Davide Lajolo, nel 1970, dà alle stampe un altro prezioso volume, Pavese e Fenoglio2, nel quale procede, con la solita acutezza d’analisi, ad uno studio comparativo tra l’opera dei due scrittori langaroli. Abbiamo ripreso in mano, in questi giorni, l’agile libretto e, nonostante siano passati parecchi lustri dalla sua uscita, abbiamo potuto constatare, almeno dal nostro punto di vista, tutta la sua attualità. Come accade spesso ai grandi scrittori, Lajolo ha espresso giudizi che resistono all’usura del tempo, anzi prefigurano gli orientamenti successivi della critica, quantomeno di quella che non si lascia suggestionare dalle mode e dalle contingenze politiche, avendo l’unico obiettivo di chiarire il significato complessivo dell’opera letteraria, attingendo a tutti gli strumenti utili, senza pretendere, nel contempo, di essere depositaria esclusiva della verità e di precludere ulteriori sviluppi. Gramsci, ricordando Renato Serra, ha scritto giustamente che il critico dev’essere «mistagogo», deve cercare di chiarire i «misteri» che si addensano intorno ad un’opera, non crearne lui stesso degli altri. In tal senso, abbiamo trovato nel volume di Lajolo, seppur in nuce, tante anticipazioni delle posizioni che sono poi emerse dai tredici volumi di saggi internazionali di critica pavesiana, da noi pubblicati, a partire dal 2001, con cadenza annuale, come «Osservatorio permanente», nell’ambito dei Quaderni del CE.PA.M. E questa «concordanza», nonostante le differenze che esistono per taluni aspetti e l’approfondimento di quelle che talvolta in Lajolo sono felici intuizioni, è, a nostro parere, significativa. È la spia del perdurare degli antichi vizi che continuano a inficiare tanta parte della critica italiana, anche autorevole, da lui evidenziati e da noi rimarcati. Basta fare qualche esempio. Scrive Davide Lajolo: «In un tempo in cui la realtà, ogni realtà, batte alle tempie e al cuore dell’uomo con ostinazione e addirittura con violenza, l’uomo culturale, salvo poche eccezioni, è portato in maggioranza ad astrarsi, a cercare scampo nella rarefazione oppure a tentare di affrontare la realtà meno scomoda per lui per appunti, per immagini, senza riuscire più a ricavarne insegnamento e sostanza e soprattutto senza la volontà di inserirsi in questa realtà per dominarla»3. Gli uomini di cultura, sempre secondo il Nostro, cercano di «barattare la verità con fumisterie fin troppo screditate al primo apparire e sostituire ai fatti deformazioni immaginifiche, che altro, ancora una volta, non hanno per fine se non di fare copertura al loro poco coraggio nel difficile tempo di oggi e difendere le loro posizioni di potere culturale o peggio ancora della industria culturale nella quale quattamente si sono inseriti. Questa premessa per sottolineare come non sia affatto strano che buona parte degli studi o dei brevi saggi che si susseguono in Italia su Cesare Pavese abbiano volutamente dimenticato tutta una parte dell’opera e della sofferta vita dell’uomo, proprio quella che è alla base del suo sforzo nel «mestiere di vivere» e della sua battaglia umana, culturale e politica che egli è riuscito a condurre fino all’età di quarantadue anni e spesso a trasformarla in poesia»4. Queste parole, scritte da Lajolo più di quaranta anni fa, sono profondamente attuali, anzi possiamo dire che nel tempo la situazione è ulteriormente peggiorata. Nell’era del post-modernismo, una parte della critica, non solo letteraria, sostiene che la realtà non esiste, esistono solo le sue interpretazioni, per cui essa può essere conosciuta al massimo per «frammenti». Pavese – e non solo lui – viene staccato dal contesto reale in cui ha vissuto e identificato con la sue opere, definito addirittura «uomo-libro». Anzi, di tutte le sue opere vengono ritenute valide solo quelle considerate «mitiche», come Dialoghi con Leucò, sul presupposto erroneo che il «mito» è avulso dalla «realtà», mentre sono svalutate quelle ritenute «realistiche», a partire da Il compagno. Ma, come ha osservato opportunamente Lajolo, il complesso degli scritti letterari di Pavese trasuda realtà, la dura realtà della sua breve vita, del suo conflitto col mondo per cambiarlo. Italo Calvino, che lo ha conosciuto a fondo, ha messo in risalto la dimensione «tragica», in senso classico, dell’opera di Pavese, in quanto la tragedia greca è fondata, per l’appunto, sul rapporto conflittuale dell’uomo con la realtà esistente, in vista di un cambiamento: «essere tragicamente vuol 2

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” dire condurre il dramma individuale – anziché spendi uscirne con una questione privata. Intriso dalla tederlo come moneta spicciola – a una forza concentrata sta ai piedi del grande fatto drammatico anche quanche impronti di sé ogni tipo d’azione, d’opera, ogni fare do Alba è stata definitivamente liberata e sulle Langhe umano, vuol dire trasformare il fuoco d’una tensione sono tornate a cantare indisturbate le cicale, rimane esistenziale in un operare storico, fare della sofferenza un postbellico, con la sua avventura sulla bocca, con o della felicità privata, queste immagini della nostra la sua favola vera da raccontare in continuazione»7. La guerra partigiana «è stata la sua più decisa presa di morte (ogni felicità individuale, in quanto porta in sé la possesso della realtà allo stesso modo di quella rappresua fine, ha una controparte di dolore), degli elementi sentata dalla sua gente e dalla sua terra»8 . Pavese non di comunicazione e di metamorfosi, cioè delle forze di 5 ha partecipato alla guerra partigiana «per orrore del vita» . Scrive, a conferma, Davide Lajolo: «Quale delle sue opere esisterebbe senza questa storia alle spalle, sangue»9. Anche Fenoglio ha orrore del sangue, ma, da langarolo temprato dal contatto con un mondo quale dei suoi libri potrebbe essere citato se non avesse abituato a convivere con la violenza e a resistervi con il sangue di quei fatti? Neppure le poesie di Lavorare vigore, riesce a superarlo. Partecipa alla lotta armata e stanca né I dialoghi con Leucò (che pure sembrano, a chi poi non può fare a meno di raccontarla: «Narratore di non voglia approfondire Pavese, soltanto una costruziouomini e cose insanguinate Fenoglio non può né vuone letteraria, dove il fascino del mito pare spingerlo al di le nascondere il sangue ma lo presenta come presenta fuori dello spazio e del tempo) perché è proprio anche l’erba e la terra. Lui deve dire in quelle poesie e in quei dialoquello che è avvenuto, il suo è ghi che si incontra il risvolto dei un documento, una storia racreali personaggi delle Langhe, contata da chi l’ha vissuta e ora il sangue cattivo dei momenti la rivive con la parola, oggettitragici e insieme una continuavamente»10. Il mondo contadizione del dialogo ininterrotto tra no di Fenoglio non ha, quindi, il bene e il male, tra la vita e la la dimensione «mitica» che asmorte, finché verrà con La luna sume in Pavese. e i falò il dialogo tra l’universo Da tutto ciò non bisogna e le colline delle Langhe, tra la trarre conclusioni affrettate. Paluce magica distante, perenne vese non è uomo d’azione, ma è della luna e i fuochi ravvicinati chiaro da che parte sta. Scrive dei falò sulla terra che durano Lajolo: «Basta leggere con aniuna sola ora della notte»6. Rivive, nelle opere di Pavese, mo sgombro le pagine dei suoi quella che un grande latinista, libri dove Pavese confessa i suoi Davide Lajolo Concetto Marchesi, ha definistati d’animo di escluso per to l’eterna dialettica tra bene e comprendere la sua intensità di male, finalizzata a che il primo prevalga sul secondo, tensione e il suo partecipare angoscioso alla guerra di anche se mai definitivamente. Rivive ancora, attraverso tutti, anche nell’orrore del sangue e degli spari»11. E ancora, a proposito della fase del confino pavesiano a il «mito», quella che lo stesso Marchesi ha definito «diaBrancaleone Calabro: «Le sue lettere dal confino non lettica dei tre presenti»: ciò che fu, è e sarà. Una dialetsono certo eroiche. La sofferenza distrugge in lui ogni tica che domina tutta la storia umana. Ciò conferisce ombra di retorica e ogni gusto di martirio, ma basterà universalità all’opera di Cesare Pavese, fa sì ch’essa sia riprendere in lettura le pagine del racconto Il carcere apprezzata in tutto il mondo. E Davide Lajolo ha eviche è di quei mesi o altre poesie di Lavorare stanca denziato come la critica straniera sia stata più obiettiva per intendere che, al di là dell’ironia e della malincodi quella nostrana nel giudicarla, nel capire la sua comnia, l’impegno morale, politico e culturale di Pavese plessità e la sua dimensione unitaria. Questa convinziocon quella prova si rafforza»12 . E poi, relativamente ne è stata ed è alla base degli studi compiuti dall’ «Osalla fase trascorsa da Pavese tra Casale Monferrato e servatorio permanente», che proprio in essa ha trovato Serralunga di Crea, dopo l’armistizio dell’8 settembre alimento per la sua costituzione e trova sempre nuova 1943: «Mi dirà, dopo la liberazione, nella redazione de linfa, nuovi spunti per continuare il proprio lavoro. “L’Unità” di Torino, dove venne per mesi ogni notte, Pure Fenoglio è un uomo delle Langhe che attinge che da quelle colline sentiva gli spari vicini delle banalla durezza della vita per comporre i suoi capolavori. de partigiane e avrebbe voluto partire ogni notte per La barbarie nazi-fascista, la necessità della guerra parvenirci a raggiungere, ma aveva l’orrore del sangue. Lo tigiana per mettervi fine, è stata una manifestazione scrisse più meditatamente nei libri, sia ne La casa in eloquente di questa durezza. Perciò «egli è rimasto nel collina sia ne La luna e i falò»13. giro della guerra liberatrice anche quando ha tentato 3

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Studi successivi hanno dimostrato che già durante la fase monferrina Pavese, prima del suo ritorno a Torino, collaborava con i partigiani comunisti e scriveva articoli su «La Voce del Monferrato», firmandoli a nome del Partito comunista italiano. A liberazione avvenuta, lo scrittore langarolo, rientrato a Torino, iniziò, dietro lo stimolo dello stesso Lajolo, la sua collaborazione all’edizione torinese de «L’Unità», organo del Pci, con il famoso articolo intitolato Ritorno all’uomo. Così Lajolo riassume il significato di quello scritto: «Nell’articolo Ritorno all’uomo di quel lontano ’45 Pavese dimostrava di essere in grado di rispondere con argomentazioni ineccepibili ai falsi convertiti e agli scrittori verniciati di socialità di quegli anni, ma anche a certi critici di oggi, i quali a venti anni dalla sua morte, ancora insistono nel rimasticare giudizi o condanne sul suo preteso fallimento, dopo aver dimenticato e la storia e la vita e il rigore morale di un uomo e di uno scrittore che seppe per quarantadue anni attraversare da solo e combattendo la bufera della vita»14. Le parole di Lajolo valgono anche, a più di sessanta anni dalla morte di Pavese, per i critici dei giorni nostri. NOTE 1. Davide Lajolo, Il «vizio assurdo». Storia di Cesare Pavese, Il Saggiatore, Milano, 1960. 2. Id, Pavese e Fenoglio, Vallecchi, Firenze, 1970; ma si cita sin d’ora dall’edizione 1972. 3. Ivi, p. 23. 4. Ivi, pp. 23-24. 5 Italo Calvino, Pavese: essere e fare, in «L’Europa Letteraria», I, n. 5-6, dicembre1960; poi in Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Einaudi, Torino, 1980, p. 61. 6 Davide Lajolo, Pavese e Fenoglio, cit., pp. 26-27. 7 Ivi, p. 88. 8 9 10 11 12 13 14 Ibidem. Ivi, pag. 89. Ibidem. Ivi, pp. 31-32. Ivi, p. 30. Ivi, pag. 31. Ivi, pag. 33. Pavese allegro e spensierato Ti vedo tra colline verdeggianti lieto vagheggiare e vagabondare in un’inconsueta spensieratezza e un insolito entusiasmo alla vita. CENTRO PAVESIANO MUSEO CASA NATALE Il CE.PA.M. è una associazione senza fini di lucro con sede nella casa natale dello scrittore Cesare Pavese. Costituito nel 1976, ha tra i suoi compiti statutari prioritari la promozione e lo sviluppo culturale e socioeconomico del territorio. LE ATTIVITÀ • pubblica la rivista “Le colline di Pavese” • organizza il premio Pavese: letterario, di pittura e di scultura • promuove l’Osservatorio Permanente sugli studi pavesiani nel mondo • cura l’allestimento di mostre personali e collettive di pittura, scultura e fotografia • pubblica i quaderni del CE.PA.M. ad integrazione delle tematiche trattate su “Le Colline di Pavese” • organizza il Premio Letterario “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema” e la collettiva d’arte “Dioniso a zonzo tra vigne e cantine” • organizza il “Moscato d’Asti nuovo in festa” (8 dicembre), una manifestazione legata strettamente all’economia del territorio. CE.PA.M. · Via C. Pavese, 20 · 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141 844942 - www.centropavesiano-cepam.it info@centropavesiano-cepam.it T’intravedo in ogni tua scritta pagina a fianco dei tuoi schietti personaggi non del tutto appagati dalla vita ma pur sempre sinceri e genuini: l’ubriaco felice che serpeggia sulle vette dei sinuosi colli, nell’afoso crepuscolo rutilante come il vino che sorseggia estasiato; il mezzadro che beve rincuorato dal frutto sanguigno dei suoi filari, rosso come il sangue delle sue vene stremate dalla fatica del giorno; lo spiantato vagabondo che ozia tutto il giorno tra coste, rive e boschi, errando solitario e spensierato nella brezza che accarezza i filari. E oso supporre nel tuo vizio assurdo l’ultimo tuo pensiero vagheggiato: vagabondare tra i tuoi amati colli sorridendo spensierato e felice. Ottavio Buratti 4

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CE.PA.M Provincia di Cuneo Comune di Santo Stefano Belbo TREDICESIMA EDIZIONE DEL PREMIO LETTERARIO Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema Il CE.PA.M, associazione culturale con sede nella casa natale dello scrittore Cesare Pavese, indice ed organizza la 13a edizione del Premio Letterario dedicato al vino, elemento distintivo della cultura del luogo e del recupero del paesaggio e quindi dell’autenticità. L’iniziativa si affianca a quella ormai consolidata del “Premio Cesare Pavese: letterario, di pittura e di scultura” e si avvale del Patrocinio di Regione Piemonte, Provincia di Cuneo, Comune di Santo Stefano Belbo e della collaborazione della Cantina Sociale “VALLEBELBO” ed altre aziende vinicole del territorio. Il logo è dell’artista Lorena Robino BANDO DI CONCORSO I) Sono previste tre sezioni: narrativa, saggistica e poesia. Sono previsti inoltre lavori scolastici, individuali o di gruppo, che costituiranno categoria a sé stante, con riconoscimenti speciali. II) Le opere, edite ed inedite, (in 5 Copie) dovranno essere inviate entro il 30 aprile 2014, al seguente indirizzo: CE.PA.M. - via C. Pavese 20 - 12058 Santo Stefano Belbo (CN). Nell’ambito delle opere edite sono compresi articoli e saggi pubblicati sul riviste enogastronomiche. Il periodo delle opere edite non può essere antecedente al 2012. III) La Giuria (composta da: prof. Luigi Gatti, Presidente del Premio, prof.ssa Giovanna Romanelli, Presidente della Giuria, prof.ssa Elena Bartone, poetessa, prof.ssa Luciana Calzato, scrittrice, Giuseppe Brandone, enogastronomo) assegnerà tre premi per ogni sezione, consistenti in una selezione di vini e spumanti di Langa e Monferrato; sarà inoltre consegnato un diploma e un motivato giudizio sull’opera stessa. I lavori scolastici pervenuti verranno premiati con libri. Il giudizio espresso dalla Commissione è insindacabile. Le opere non verranno restituite. IV) I riconoscimenti dovranno essere ritirati dai concorrenti o da persone delegate, al termine della cerimonia di premiazione, che avrà luogo domenica 1 giugno 2014, presso la casa natale dello scrittore Cesare Pavese. V) Ogni partecipante dovrà versare la somma di € 30,00 quale quota associativa 2014 a mezzo vaglia postale o conto corrente postale n. 10614121. Ne sono esentati gli allievi delle Scuole di ogni ordine e grado. Tale quota dà diritto a ricevere la rivista “Le colline di Pavese” e a partecipare al Premio Pavese: letterario, di pittura e di scultura. Per qualsiasi comunicazione rivolgersi a: CEPAM – Via C. Pavese 20 – 12058 Santo Stefano Belbo – Tel. 0141 844942 – Cell. 333 9379857 Informazioni anche sul sito: www.centropavesiano-cepam.it – info@centropavesiano-cepam.it

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A proposito del libro ”O Tu, abbi pietà” di Monsignor Giuseppe Molinari Il sentimento religioso in Cesare Pavese Franco Lorizio Da tempo mi riproponevo di leggere il libro di Monsignor Giuseppe Molinari, Arcivescovo emerito dell’Aquila, “O Tu, abbi pietà” - La ricerca religiosa di Cesare Pavese (Milano, Ancora, 2006). Il volume aveva suscitato il mio interesse a partire dal titolo che riprende un’invocazione disperata dello scrittore piemontese, impressa sulla pagina del diario in data 18 agosto 1950. Oltre tale suggestione, mi affascinava l’argomento specifico dello studio, incentrato sulla religiosità pavesiana. È un tema, a mio avviso, di grande pregnanza, vero nodo gordiano del “poeta delle Langhe”. Costituiva un ulteriore motivo d’interesse l’identità dello studioso: un’insigne autorità ecclesiastica, nonché un intellettuale che già aveva affrontato il problema della fede in Pirandello e percorso i sentieri della letteratura italiana ottocentesca e contemporanea1. Il saggio nacque “nel contesto del trentennale della morte di Pavese e nell’ambito degli studi morali svolti presso l’Accademia Alfonsiana di Roma”, come afferma la prof.ssa Liliana Biondi (Università dell’Aquila) nella Prefazione al volume. Lo studio è strutturato in tre parti: “La tentazione della fede”; “L’angoscia dell’assenza di Dio”; “La speranza disperata”. Completano il lavoro gli apparati bio-bibliografici. Il primo segmento si sviluppa per tematiche desunte dalle opere e dalle notizie biografiche: il dolore, la solitudine, l’amicizia, la morte. La seconda parte si sofferma sull’ “incontro con Dio”, culminato nella partecipazione ai sacramenti della penitenza e dell’eucarestia, impartiti dal Padre Giovanni Baravalle, presso il Collegio Trevisio di Casale Monferrato il 29 e 30 gennaio 1944; un’adesione che presto, però, si trasformò in “rifiuto”, provocando in Pavese la “ricaduta nell’io”. L’ultima sezione stabilisce un confronto fra l’antropologia cristiana e quella pavesiana e si conclude con il “bilancio di un tentativo di credere”. Il saggio ha solide basi documentarie e critiche, tanto che sovrabbondano le citazioni di biografi e studiosi (Mondrone, Lajolo, Venturi, Alterocca, Di Biase, Guiducci, etc.) In maniera altrettanto copiosa il Molinari attinge al materiale epistolare, diaristico, narrativo e poetico (non escluse le opere giovanili). Difficile ripercorrere tutti i filoni di ricerca seguiti; il saggio è articolato e tocca le corde profonde dell’esistenza pavesiana. È tuttavia possibile individuare i criteri che determinano il giudizio morale sullo scrittore: sono dedotti – sul piano dottrinario e antropologico dal magistero cattolico e ad esso si conformano. Tali parametri denunciano però delle rigidità che non rendono giustizia alla travagliata esistenza dello scrittore piemontese. Fin dalla pagina iniziale il “senso tragico” e il “pessimismo” sono definiti “inguaribili”, quasi fossero il portato di un io infermo. Detta congetturata patologia morale non è attribuita alla obiettiva contraddittorietà del mondo ma alla pervicace ostinazione di Pavese nel non volersi abbandonare al credo religioso; con accento ammonitorio il Monsignore commenta: “Quando non si crede a una salvezza che può venirci dall’Alto, è più che logico concludere con una visione universale di malinconia e cinismo”.2 In altro luogo della trattazione il Pavese “stoico” è impietosamente definito “narcisista”3. A proposito del controverso rapporto con le donne - motivo di autentico tormento e lacerante sofferenza 6

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A proposito del libro ”O Tu, abbi pietà” di Monsignor Giuseppe Molinari - è riportata una citazione da Natalia Ginsburg, che invero, nonostante la familiarità, fu prodiga di giudizi sferzanti e critiche salaci destinate all’amico Pavese: “Si era creato con gli anni un sistema di pensieri e di principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli l’attuazione della realtà più semplice.” Conclude dunque Molinari: “In questa complessa e drammatica esperienza dell’amore come Pavese l’ha sofferta, non ci vuole molto a intuire che cosa la fede, che pure ha tentato di conquistare, avrebbe potuto arrecargli e come essa avrebbe potuto agevolargli sentimenti di fiducia, stabilità e certezza; invece tutto è mancato”4. La concreta vicenda dell’uomo rimane sullo sfondo; in primo piano è “la fede” astrattamente intesa, concettualizzata, indotta dall’esterno, non germinante dall’alveo dell’esperienza. Un tentativo ricorrente è la spiegazione del suicidio. Molinari fornisce al riguardo un’ampia serie di citazioni, quasi un’antologia. Formula infine la domanda: “Perché Pavese si è ucciso?” La questione rimane aperta giacché nessuno è in grado di decifrare il gesto in via definitiva. Tuttavia sono proposte alcune ipotesi che vanno dalla “affermazione di libertà”, al “difetto fisico”, all’impossibilità di cogliere – oltre la rappresentazione letteraria – la vita; anche “il fascino del mito” è considerato una possibile causa dell’atto estremo. Infine lo studioso enuncia l’argomento decisivo: “Forse […] Pavese si è ucciso perché non ha saputo approdare alla luce e alla pace che sgorgano dalla speranza cristiana”5. Ecco dunque il “vizio assurdo” pavesiano: non esser stato capace di credere. È una spiegazione – lo dico in tutta franchezza – che non mi soddisfa perché mi pare arbitraria e colpevolizzante. La tentazione del giudizio morale, nel libro sempre latente, si accentua riguardo alla vexata quaestio del suicidio. Da oltre sessant’anni si discute vanamente sulle cause che determinarono il naufragio pavesiano; è giunto il tempo di tacere, di raccogliersi con soffusa pietas nella contemplazione del mistero doloroso. Ogni insistito tentativo raziocinante, in questo caso, sfocia nell’ideologia, definita dal filosofo Gianfranco Dalmasso “la risposta che si dà a una domanda che non si tollera rimanga in sospeso”6. Lasciamo dunque che l’ interrogativo posto da Pavese continui a vibrare irrisolto. Mons. Molinari affronta nella parte finale della disamina un altro nodo problematico: l’adesione pavesiana al comunismo: “Fino a che punto lo scrittore fu realmente marxista e comunista?”7 La risposta è tutt’altro che univoca; lo stesso Pavese - in una lettera a Ernesto De Martino del 18 novembre 1949 – rivelava la difficoltà di fissare con nettezza la propria radice ideologica: ”Se dovessimo essere rigorosi […] dovremmo prima decidere se siamo marxisti o idealisti, e io per il primo non saprei come rispondere”8. Il suo impegno, invero, non era immediatamente dedotto da alcuna dottrina filosofica ma da un umanissimo senso di giustizia sociale: la vicinanza al movimento cattolico-comunista – che privilegiava un approccio non ideologico alla politica - conferma tale orientamento. Proprio la contiguità al cristianesimo di sinistra e la collaborazione alla rivista Cultura e realtà9 diretta da Mario Motta accentuarono l’irritazione dei vertici comunisti nei confronti di Pavese, già manifestatasi dopo la pubblicazione della Casa in collina. Lo scrittore subì la diffidenza dei compagni di partito e ne soffrì molto: “ ‘P. non è un buon compagno’ … Discorsi d’intrighi dappertutto. Losche mene, che sarebbero poi i discorsi di quelli che più ti stanno a cuore.” “Mi sono impegnato nella responsabilità politica, che mi schiaccia”10. Il testo di Giuseppe Molinari interpreta questa fase decisiva con le seguenti argomentazioni: “L’autentica fede cristiana impegna l’uomo lealmente nella storia di questo mondo in cordiale solidarietà con gli altri. La fede autentica è quindi un forte e sicuro antidoto per difendersi dai gorghi e dai baratri dell’anarchia individualistica. Pavese non ha visto nella fede questo ‘antidoto’. Anche per questo venne a mancargli una ragione profonda per impegnarsi nella storia”11. Dunque lo scrittore, che pure aveva affrontato l’impegno politico con generosità e determinazione, ricade nei “gorghi” e nei “baratri dell’anarchia individualistica” per essere rimasto privo del radicamento religioso. È una lettura che non tiene conto della realtà storica di quegli anni: come avrebbe potuto un uomo della levatura di Pavese accettare supinamente le “losche mene” partitiche che, suo malgrado, finirono per avvilupparlo? A impedir- 7

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A proposito del libro ”O Tu, abbi pietà” di Monsignor Giuseppe Molinari glielo non era alcun conato individualistico ma l’alto senso etico che sempre lo contraddistinse. L’ultimo capitolo, “Bilancio di un ‘tentativo di credere’ ”, propone un’ampia rassegna di riflessioni e giudizi sulla ricerca religiosa di Pavese, espressi da Geno Pampaloni, Leone Piccioni, Lorenzo Mondo, Bona Alterocca, Diego Fabbri, Divo Barsotti. Quest’ultimo definisce Pavese uno degli scrittori italiani contemporanei più religiosi; è un’affermazione del tutto condivisibile se si annette all’aggettivo “religioso” il significato di “tendente al totalmente altro”. Opinioni simili, del resto, furono espresse - in altri contesti - da Rosa Calzecchi Onesti e Lorenzo Mondo: l’insigne traduttrice di Omero, in varie occasioni, fece riferimento al tormento religioso dello scrittore12; Lorenzo Mondo sottolineò che “il disagio religioso, trascurato dalla critica a vantaggio di aspetti più laterali, è una delle componenti essenziali della sua opera”13. La ricerca di Pavese fu strenua, sincera, aperta al mistero, orientata alla comunione; per questo ha il valore di una testimonianza profetica. Egli, assieme a pochi altri “risvegliati” del Novecento (fra i quali Carlo Michelstaedter) può essere considerato un Suchende, secondo la definizione del vocabolo offerta da Massimo Mila a proposito del Siddharta di Hesse: ”Dal verbo suchen (cercare) i tedeschi fanno il participio presente, suchend, e lo usano sostantivato, der Suchende (colui che cerca), per designare quegli uomini che non s’accontentano della superficie delle cose, ma d’ogni aspetto della vita vogliono ragionando andare in fondo, e rendersi conto di se stessi, del mondo, dei rapporti che tra loro e il mondo intercorrono. Quel cercare che è già di per sé un trovare, come disse uno dei più illustri fra questi ‘cercatori’, e precisamente sant’Agostino; quel cercare che è in sostanza vivere nello spirito. Suchende sono quasi tutti i personaggi di Hesse: gente inquieta e bisognosa di certezza, gente che cerca l’Assoluto, ossia una verità su cui fondarsi nell’universale relatività della vita e del mondo, e tale assoluto trovano, se lo trovano, ¬in se stessi. Facendo uso di un titolo pirandelliano, si potrebbe dire che ‘trovarsi’ è l’ansia costante di questi personaggi: pervenire a quella consapevolezza di sé che permette alla personalità di realizzarsi completamente e di vivere, allora, realmente, quelle ore, quei giorni, quegli anni che vengono di solito sciupati nella banalità quotidiana d’una esistenza ‘d’ordinaria amministrazione’”14. Il volume di Monsignor Giuseppe Molinari costituisce un primo tentativo organico di decifrare l’insieme di riflessioni, scritti, atteggiamenti manifestati da Pavese in riferimento alla questione religiosa. L’argomento è tutt’altro che esaurito e necessita di ulteriori approfondimenti, in un’ottica non preconcetta di condivisione delle istanze che furono alla base della ricerca pavesiana, alla quale si addicono le parole pronunciate da San Paolo nel mezzo all’Areopago: “Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. […] Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo, andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi”15. NOTE 1. Il tema della fede in Pirandello costituì per Molinari l’argomento della tesi di laurea in teologia: la dissertazione fu pubblicata una prima volta nel 1974 (l’Aquila, Del Romano); recentemente ha visto la luce una nuova edizipne: Luigi Pirandello, Indagine teologica, Todi, Tau, 2011. Monsignor Molinari è anche autore di una Antologia storico-critica della letteratura italiana, Re Ferrarese, Book, 1991. 2. Giuseppe Molinari, “O Tu abbi pietà” - La ricerca religiosa di Cesare Pavese. Milano, Ancora, 2006, p. 15. 3. Ivi, p. 25. 4. Ivi, p. 29. 5 Ivi, p. 111. 6 Gianfranco Dalmasso, Il luogo dell’ideologia, Milano, Jaca Book, 1973 (La frase è riportata in prima di copertina). 7 Giuseppe Molinari, op. cit., p. 165. 8 Cesare Pavese, Lettere 1945 - 1950, a cura di Italo Calvino, Torino, Einaudi, 1966, p. 438. 9 Tra i collaboratori del periodico bimestrale figurano - oltre allo stesso Pavese - Augusto Del Noce, Felice Balbo, Mario Motta, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia, Gianni Baget Bozzo, Italo Calvino, Geno Pampaloni. Della rivista furono pubblicati appena tre numeri: n. 1, maggio-giugno 1950(contente il saggio pavesiano Il mito); n. 2, luglio-agosto 1950 (uscito dopo la morte di Pavese, del quale riportava alcuni scritti postumi: Raccontare è monotono, L’arte di maturare, Poesia è libertà, Due poetiche); n. 3-4, marzo 1951. Cultura e realtà incontrò un’accoglienza favorevole in campo cattolico e comunista; fu tuttavia aspramente criticata da Rinascita (6 giugno 1950, n. 17)con l’articolo Marx e il leopardo, attribuito a Togliatti. L’ostracismo del “Migliore” fu tra le cause che determinarono la fine delle pubblicazioni. 10 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, (15 febbraio 1950 e 27 maggio 1950), Torino, Einaudi, 1952 (seconda edizione), pp. 353 e 359. 11 Ivi, p. 171. 12 Vedasi a riguardo: Annalisa Neri, Tra Omero e Pavese: lettere inedite a Calzecchi Onesti, in Eikasmos - Quaderni Bolognesi di Filologia Classica, XVIII, 2007, pp. 429-447. 13 Lorenzo Mondo, Cesare Pavese, quel luogo infiammato dell’anima, in AA. VV., Letteratura e Cattolicesimo (Atti della II Giornata di Studi, Roma, 28 marzo 2001), Communio, n. 179, settembre-ottobre 2001, Milano, Editoriale Jaca Book, p. 62. 14 Massimo Mila, Nota introduttiva a Hermann Hesse, Siddharta, Milano, Adelchi, 1994. 15 Atti degli Apostoli, 17, 22, 23; 26, 27. 8

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Le attività del CEPAM Il Premio Cesare Pavese di scultura a Vittorio Zitti Angelo Mistrangelo Letteratura, pittura, scultura, sono il punto di riferimento culturale del CEPAM, di una costante ricerca di documenti e immagini che si rifanno alla vita, alla storia e alla scrittura di Cesare Pavese. In questa dimensione si colloca la XVII Edizione del «Premio Nazionale Cesare Pavese di Scultura 2013», che ha visto l’adesione di 38 artisti con altrettante opere, che hanno sviluppato il tema «Luoghi, Personaggi e Miti Pavesiani». Autori italiani e stranieri hanno partecipato il 27 ottobre alla cerimonia di premiazione nella Sala Conferenze del CEPAM – Centro Pavesiano Museo Casa Natale – a Santo Stefano Belbo alla presenza della Giuria composta da Gian Giorgio Massara, critico e storico dell’arte, Clizia Orlando, critico d’arte e giornalista (segretaria), Luigi Gatti, presidente CEPAM, e Angelo Mistrangelo, critico d’arte e giornalista (presidente). La scultura è senza dubbio una delle testimonianze dell’evoluzione del linguaggio dell’arte, degli aspetti della ricerca contemporanea, dell’impiego dei materiali innovativi per dare forma e consistenza espressiva al linguaggio degli artisti che hanno partecipato al concorso. Gli interventi dell’Assessore alla Cultura del Comune di Santo Stefano Belbo, Barbara Gatti, del Vicepresidente della Provincia di Cuneo, Giuseppe Rossetto, del Sen. Adriano Icardi, hanno messo in evidenza l’impegno del CEPAM nel campo culturale, con risultati di indubbio interesse e atti a valorizzare il territorio, e non solo. La Commissione ha quindi assegnato il 1° Premio a Vittorio La Giuria: da sinistra, G.G. Massara, A. Mistrangelo (Presidente), C. Orlando e L. Gatti Zitti di Acqui Terme, in provincia di Alessandria, per l’opera «Dalle cantine del Rossotto venne fuori una bottiglia, poi un’altra...», da «Il Diavolo sulle colline», con una ben articolata e rievocativa «installazione che trae spunto da una pagina pavesiana, ne rispecchia l’atmosfera e l’accentuato realismo dove il colore diviene storia». Il secondo premio è andato al milanese Achille Guzzardella che ha plasmato un ritratto dedicato a «Il giovane poeta. Orfeo»: riflessioni su se stesso», in cui si ravvisa come «l’intenso scavo del modellato estrae dalla materia l’immagine di un ideale «Poeta»». Con «Il tramonto della Luna» Ersilietta Gabrielli di Caselle Lurani ha vinto il 3° Premio, con una motivazione che ne sottolinea l’impegno tecnico-espressivo dove «la ricerca di una forma e di un cromatismo crea l’atmosfera di notturni 9

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Le attività del CEPAM Vittorio Zitti premiato da Luigi Gatti e Adriano Icardi Achille Guzzardella premiato da Clizia Orlando Ersilietta Gabrielli premiata da Angelo Mistrangelo Anna Virando ritira il Premio di Gualtiero Bianco dalle mani di Gian Giorgio Massara Giò Venturi premiato da Adriano Icardi Giancarlo Laurenti premiato da Luigi Gatti accesi dalla luce, permeati da aurei bagliori». Una ricerca che nel torinese Gualtiero Bianco si identifica con la composizione «Il sogno», che ha meritato «Il Premio Speciale Giuria». In particolare, la commissione ha affermato che «in un’opera bilanciata tra tradizione e scelta di materiali di reimpiego prende forma la scultura in divenire». 10

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Le attività del CEPAM Marcello Giovannone premiato da Barbara Gatti Michele Privileggi premiato da Sergio Rapetti Mario Milanino premiato da Giancarlo Gatto E proseguendo nella cerimonia di premiazione si segnalano i riconoscimenti a Giò Venturi di Canelli per «Berto e Gisella», Targa «Comune di Santo Stefano Belbo»; a Giancarlo Laurenti di Carignano per «Colpita a morte», Targa «Presidenza CEPAM»; a Marcello Giovannone di Torino per «Sei labbra e occhi bui, sei la vigna» con la Targa «Fondazione Cesare Pavese». Dalle opere decisamente veriste a quelle simboliche, dalle forme nello spazio a raffinate strutture, si delinea il «corpus» delle sculture presenti a Santo Stefano Belbo che hanno vinto le Targhe «CEPAM Museo Casa Natale»: Michele Privileggi per «27 agosto 1950» e Quinto Airola per l’essenziale «Figura di donna». Le Targhe «Le Colline di Pavese» sono state invece consegnate a Gabriella Sacchi per «Viaggi/ Omaggio a Cesare Pavese» e Mario Milanino per «Labirinto». Tra gli autori giunti in finale la Giuria ha segnalato Ferdinando Gallo, Nadia Gaus, Raffaele Iachetti, Marcello Pisano, Piero Villanelli, Renato Milano e Maria Lucia Biglione, mentre in mostra sono state esposte testimonianze che legano la scultura in legno alla tradizione figurativa espressa nei lavori eseguiti da Renato Milano, Roberto Verri e Salvatore Rapè. Un pomeriggio d’arte e cultura, di incontri nel nome di Pavese e di un rinnovato riscontro dell’impegno degli artisti e docenti Raffaele Mondazzi e Massimo Ghiotti a favore e per il futuro del Premio di Scultura. 11

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Riletture Cesare Pavese: l’ultima sorpresa Giuseppe Brandone A quarant’anni dalla morte dello scrittore santosteIl lirismo che traspare da fanese, l’editore Einaudi aveva dato alle stampe nel 1990, in un volumetto fuori commercio, tirato in questi versi composti mille copie, le sue Poesie giovanili databili dal 1923 al 1930. Fu una grossa sorpresa, tale da mettere in dai sedici discussione tutta una concezione da tempo radicata: ai ventitre anni, nulla laquella di considerare Pavese come scrittore neorealista. Qui ci troviamo di fronte ad un Pavese lirico a cui solo scia prevedere il futuro autore Verrà la morte e avrà i tuoi occhi può essere accostato a significare tutto il principio e la fine di una poetica, di della saga langarola della “Bella estaun’avventura, rispetto alla quale l’opera più matura di Lavorare stanca sembra un corpo estraneo. Le poesie te” e de “La luna e i falò”. Quanti hanno creduto nella sua forza poetica (e non giovanili, non tutte ovviamente, e le ultime hanno un sono molti) hanno finalmente ragione. Occorre libeafflato lirico che mai più Pavese incontrerà nel suo tormentato cammino di scrittore e di poeta. Esse ribalrarsi di un certo Pavese “di maniera” e rendersi conto che è ormai necestano anche il concetto di Pavese “cantore delle Langhe” che sovente ha visto ridisario avere il coraggio di sminuire il mensionare la sua opera in sede critica. BELLA BALLERINA giudizio corrente di (27 ottobre 1926) uno scrittore neoreI DUE CORPI (25 settembre 1923) I due corpi si scuotono avvinghiati, muovono cauti, scattano felini, ristanno a tratti, alènano sudati poi tornano all’attacco repentini. Schermano con le braccia; che i guatati torsi potenti cingono. Ora, chini sui due fianchi, si gravano i costati e si torcono al suolo coi taurini muscoli tesi sull’ossa crocchianti coi muscoli di pietra poderosi, che, fremitando come archi scoccanti, si dànno a terra la stretta suprema, avviluppati com’serpi furiosi, finché l’un sorga e sotto l’altro frema. Oh! Chioma d’oro, bella ballerina, che muti tante volte in una sera i tuoi costumi, ma il tuo viso sempre dura immutato tra i capelli biondi, il tuo bel viso chiaro e pensieroso tra quei capelli corti, da bambina, oh Chioma d’Oro, bionda ballerina, dal bel corpo scoperto tra le vesti, alta e composta tra le tue compagne, perché mi sei apparsa così strana e in quel trionfo di colori e luci, di carne e forme nude, sulla scena, io non so più vedere che il tuo corpo e i tuoi grandi occhi chiari, da bambina? Oh Chioma d’Oro, bella ballerina? alista e provinciale, per collocarlo tra i grandi del Novecento basandosi sul “pathos” della sua Poesia. Tornando alle Poesie giovanili, ne riportiamo due, tra le più significative: La prima cosa che colpisce leggendo i due testi, tenendo conto della giovanissima età dell’autore, è la grande perizia formale, l’incredibile padronanza del verso e delle rime. Le due liriche sono inoltre accomunate da uno stesso rapporto con “il 12

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Riletture corpo”, che non troveremo più nelle sue poesia future. Ed è un rapporto felice e molto indicativo. Le due liriche sono state scritte a tre anni di distanza e sembra passare da un rapporto quasi fantasma del contatto fisico dei due lottatori (adombrato forse da una latente omosessualità tipica dell’adolescenza) alla scoperta della femminilità anche se lontana e irraggiungibile. In “Oh! Chioma d’Oro, bella ballerina” si respira una grazia assoluta, la femminilità si presenta in tutto il suo fulgore fisico e sublime. È una lirica completa, perfetta. E Pavese aveva solo 19 anni! In questa raccolta giovanile vi sono certi momenti meno belli, poesie che hanno il valore di semplici esercizi, ma in esse quasi sempre traspare quella padronanza del verso che rende l’insieme con tutti i crismi di un’opera completa. Bisogna attendere dunque “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” per ritornare al fascino di questi versi, anche se l’ispirazione sarà tragicamente diversa: qui si respira l’aria della speranza, della gioventù, della continua scoperta dei sentimenti e delle cose, là avremo il “canto funebre” per un’esistenza tribolata ormai avviata sulla strada senza ritorno. E il dolore sarà comunque fonte di un lirismo forte e struggente. Dispiace solo che l’editore abbia pubblicato la raccolta soltanto per “pochi intimi” senza immetterla in commercio. È un errore perché ha privato il pubblico, quello “pavesiano” in particolare, di poter avere fra le mani, ben documentato, l’incipit lirico del Pavese poeta, uno dei più grandi del nostro Novecento. AGRITURISMO “IL CRUTIN” di Barbero Marinella Il nome dell’agriturismo deriva dal “crutin” (grotta) che raccoglie acqua di sorgente potabile che i nostri avi usavano quotidianamente. Questa grotta è parte integrante dell’edificio. La zona permette di fare lunghe escursioni a piedi o in bici. L’azienda dispone di 6 camere con bagno privato, riscaldamento autonomo e tv, tutte con vista sulle vigne o sulle colline Loc. Vogliere 3 - 12058 Santo Stefano Belbo (CN) Tel. e Fax 0141 840559 - Cell. 349-4749463 13

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