FuoriAsse 10

 

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FuoriAsse - Officina della cultura

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FUOR ASSE Officina della Cultura Numero 10 [Gennaio 2014]

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Editor ale ©Issaf Turki FUOR ASSE Gli aggettivi sono importanti Personalmente, io ho solo vaghe immaginazioni visive, e con molta difficoltà riesco a richiamare alla mia mente un’immaginazione particolareggiata e vivida. E tendo a seguire una certa linea di pensiero, e spessissimo penso in termini di parole. Ma quando sto per mettere per iscritto qualche idea mi accorgo di non riuscire a possedere un pensiero chiaro. Questa cosa che non posso afferrare, senza averlo formulato per iscritto, è il pensiero in senso oggettivo. Nella formulazione di un pensiero possiamo distinguere la sua verità o la sua verosimiglianza, o la sua compatibilità con altre teorie. Ma se cerco qual è la più profonda e incalcolabile volgarità degli istinti umani trovo sempre un evento impressionante e inquietante, che riesce a mettere insieme la Storia, gigantesca e monumentale, con le piccole vicissitudini di quegli uomini vittime dell’Olocausto. La Danimarca fu l’unica nazione che contrappose al potere nazista una resistenza non violenta, ma esplicita, regolare ed efficiente. La Danimarca riuscì a contrapporsi ad Hitler con efficacia e regolarità soltanto esprimendo unanimemente e validamente, in parole e in azioni, la forza delle convinzioni profondamente radicate. Queste convinzioni avevano la forza di essere semplicemente normali. Gli aggettivi sono importanti: questo è il punto. Ma oggi corriamo il rischio di trasformare la Memoria, già fortemente amplificata dai media, in una specie di “ossessione commemorativa” fino a rappresentarne un vero e proprio capovolgimento, trovando in questa operazione di oblio/ricordo un fondamento e dimenticando i processi persecutori che hanno portato verso la cosiddetta soluzione finale. Fornire un quadro generale in cui inserire i problemi che la ricerca è chiamata ad affrontare vuol dire invece individuare, sia pure a grandi linee, gerarchie di importanza e rapporti relativi, contando su una cornice bene o male abbozzata e su temi significativi sui quali val la pena lavorare. In effetti la Shoah rappresenta uno dei momenti più contorti della storia e delle scienze sociali; un territorio ingombro di luoghi comuni, in cui il grosso del lavoro resta ancora da fare. Dopotutto un grande tema è un essere dotato di molte facce e dimensioni, talvolta ben distinte, altre, invece, avvolte nel mistero più fitto. Gli articoli sono per necessità frammenti, esplorazioni, e sono limitati per definizione, ma sono soprattutto atti a porre problemi più che a risolverli. Con questo si vuole semplicemente dire che lo studio di un sistema sociale richiede sforzi congiunti di tutti gli studiosi. C’è molto da fare per tutti perché certi fatti sono ancora del tutto incomprensibili e troppi errori e troppi giudizi sono stati -e sono tuttora- superficiali, tanto da compromettere non solo il destino della ricerca, ma la vita stessa. Caterina Arcangelo FUOR ASSE

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Officina della Cultura FUOR ASSE NOMEN OMEN Ci sono delitti che richiedono corresponsabili: politici, scienziati, tecnici e operai. Così accade che un rimorso ridotto al millesimo non toglie il sonno all’uomo di oggi. Secondo i teorici dell’ubbidienza dell’assassinio degli ebrei risponderebbe solo Hitler, se non fosse che Hitler creduto pazzo risulta di fatto irresponsabile. L’idea è proprio quella di uscire da questo macabro gioco. E rimane un solo modo: dire ai giovani che l’obbedienza non è una virtù, che c’è bisogno di sentirsi ognuno l’unico responsabile di tutto. È questa la ragione che ci porta a porre dinnanzi a noi dei pensieri oggettivi in modo da poterli criticare o ragionare e a riconsiderare il nazismo sia in termini di scelte e di proposte editoriali che di letture e riflessioni sulla implacabile progettazione e la realizzazione dello sterminio di centinaia di migliaia di ebrei di tutta Europa (zingari, prigionieri di guerra sovietici, classe dirigente polacca, antinazisti, uomini, donne e bambini a vario titolo considerati nemici del “Reich millenario”). Un dramma che ci passa davanti agli occhi senza riuscire a scorgere i reali problemi raggiungendo l’apice dell’indifferenza e dell’apatia. Riflessione che ci porta a scegliere e a considerare come copertina di questo numero l’immagine di Misha Gordin. Particolare attenzione per gli approfondimenti sul tema meritano gli articoli all’interno de Il diritto e il rovescio di Sara Calderoni e i contributi immessi in Fumetti di Carta di Mario Greco. Senza perdere di vista la possibilità teorica di affrontare temi attuali parimenti importanti. Ricordiamo a tale proposito la nascita della nuova rubrica Redazione Diffusa, che ha lo scopo di dare voce anche a quei fatti che per ragioni geografiche o per scarsa consonanza tematica percepiamo lontani e perciò distanti dai nostri più vivi interessi. E’ evidente il bisogno di escludere la possibilità che gli umani si adattino al loro contesto, ieri come oggi. La cultura diventa per questo mezzo necessario. La realizzazione di un tale programma significa però passare attraverso il linguaggio, leitmotiv di questo nuovo numero e non solo per l’idea di sovrapposizione di immagini e parole che da alcuni articoli scaturisce, ma più fortemente inteso come tendenza a innestare il dubbio, a radicare un pensiero sostanzialmente sano. Buona Lettura Redazione FuoriAsse FUOR ASSE

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FUOR ASSE Officina della Cultura Direttore Responsabile Cooperativa Letteraria Sara Calderoni, Mario Greco, Vito Santoro, Nando Vitale, Claudio Morandini, Pier Paolo Di Mino, Silvio Valpreda, Erika Nicchiosini, Cristina De Lauretis, Marco Annicchiarico, Alessandro Baito. Redazione Direzione artistica, ideazione e progetto gra co Mario Greco Direttore Editoriale Caterina Arcangelo Arturo Mazzarella, Andrea Caterini, Fabrizio Elefante, Luca Ippoliti, Francesca Scotti Hanno collaborato a questo numero La copertina di questo numero Misha Gordin Cristina Mesturini, Louis Blanc, Misha Gordin, Hengki Lee, Saul Landell, Issaf Turki, Ilenia Pecchini, Anna Shakina, Lisa Conti, Jaya Suberg Diego Bonsignore, Carlotta Bernabei, Isabella Stefanelli, Luca Baldazzi, Gabriele Munafò, Silvio Bernardi, Francesca Rosini, Giorgio Pozzi, Chiara Di Domenico, Caterina Morgantini, Amalia Micali, Carla Fiorentino, Andrea Malabaila, Clara Raimondi, Renato G Virdis, Marco Saya, Livio Sassolini FUOR ASSE Foto Si ringrazia

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Riflessi Metropolitani Alphaville 68 Cinevisioni Il rovescio e il diritto FUOR ASSE La voce dei risorti di Andrea Caterini Immagini della Shoah di Arturo mazzarella a cura di “Wir Mario Greco a cura di 32 Nando Vitale. a cura di Vito Santoro a cura di Sara Calderoni 9 Officina della Cultura a cura di LABirinti Erika Nicchiosini Il rovescio e il diritto di Parole di Fabrizio Elefante In interiore homine 78 21 Cristina De Lauretis haben nichts gewusst” Fumetto d’autore Io René Tardi Francesca Scotti prigioniero di guerra allo stalag II-B di Luca Ippoliti Intervista La Copertina di Isaak Friedl 66 a cura di Istantanee Misha Gordin Questo paese non ci morirà tra le braccia di Caterina Arcangelo Alberto Vigevani Riflessi Metropolitani I compagni di settembre Alex fa due passi Gaetano Neri di Christian Mascheroni 6 FUOR ASSE 38 La fotografia non è a cura di un telefono 74 Silvio Valpreda Pippo Russo di Erika Nicchiosini L’importo della ferita e altre storie 46 Le recensioni di a cura di Cooperativa Letteraria Claudio Morandini Le Novità EDITORIALI 87 Il Garage del a cura di sergente Pepe Marco Annicchiarico LA BIBLIOTECA ESSENZIALE DI NARRAZIONI POPOLARI 76 L’intervista Marco Saya 85 TERRANULLIUS Shaun Tan L’approdo 64 FUOR ASSE di Pier Paolo Di Mino Redazione Diffusa Elektromove Il corpo e la voce di Marco De Meo

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La Copertina di FUOR ASSE Misha Gordin Shout#16 Sono nato nel 1946, il primo anno dopo la ne della Seconda Guerra Mondiale. I miei genitori erano sopravvissuti ai disagi dell'evacuazione ed avevano fatto ritorno a Riga, sotto l'occupazione sovietica. Sono cresciuto a contatto con quella parte della popolazione lettone che parla russo cosicché quella cultura in uenzò la mia adolescenza. Mi sono laureato in ingegneria aeronautica, ma senza mai lavorare nel settore. Invece ho iniziato a collaborare con la Riga Motion Studios in qualità di progettista di attrezzature per e etti speciali. Avevo circa vent'anni e non mi ero ancora a acciato alla cultura dell'arte. A quel tempo il realismo sociale era la cultura u ciale del paese ma non me ne importava più di tanto; le informazioni sulla cultura moderna occidentale erano di cilmente reperibili e la mia conoscenza era molto limitata. Ho iniziato a dedicarmi alla fotogra a all'età di diciannove anni, spinto dal desiderio di creare un mio stile e la mia visione personale. Mi sono stati commissionati ritratti e scatti per documentari, ma ben presto mi sono reso conto che i risultati non mi soddisfacevano. Ho deciso quindi di mettere da parte per un po' la macchina fotogra ca e concentrarmi sulla lettura (Dostoevskij , Bulgakov) e sulla cinematogra a (Tarkovsky , Parajanov ). Ero costantemente alla ricerca del mio modo di esprimere le emozioni personali attraverso l'uso della fotogra a. Un anno dopo mi è apparso tutto chiaro e semplice. Ho deciso di fotografare Concepts. Nel 1972 ho creato la prima e importante opera - Confession. Ho subito riconosciuto le potenzialità dell'approccio concettuale e la consapevolezza acquisita da questa immagine divenne la linea guida delle mie creazioni. Nel 1974 , dopo anni di disgusto per le autorità comuniste, ho lasciato il mio paese e sono arrivato negli USA. Misha Gordin FUOR ASSE 6

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Do I point my camera outwards to the existing world or turn it inward towards my soul. Am I taking photographs of existing reality, or creating my own world, so real but non existent. Results from this two opposite approaches are notably different and, in my opinion, conceptual photography is a higher form of artistic expression that places photography on the level of painting, poetry, music and sculpture. It employs the special talent of intuitive vision. By translating the personal concepts into the language of photography, it reflects the possible answers to major questions of being: birth, death and life. Creating an idea and transforming it into reality is an essential process of conceptual photography . Today's conventional approach, with a few exceptions, completely dominates Art Photography. But introduction of digital photography can change this balance. The ease of producing altered realities, will bring a new wave of talented artists, who will use it to express their special world of visions, with all its meanings, symbols and mystery. In a world of high technology will you still believe in truthfulness of a photograph? And does it matter? To me it matters. In all these years of creating conceptual images, I tried to make them as realistic as possible. My technical abilities have improved, allowing me to broaden horizons for my ideas. But this is not the most important part of the process. The poor concept, perfectly executed, still makes a poor photograph. Therefore, the most important ingredient of the powerful image is a concept. The blend of a talent to create a concept and the skill to deliver it - those are two major building blocks of creating a convincing conceptual photograph. It is not a new idea to manipulate photographic images. As a matter of fact all images are manipulated to a certain degree. The real power of photography emerges when altered reality is presented as existent and is expected to be perceived as such. An obviously manipulated image is a trick that shows a lack of understanding of the unique power of photography - the belief engraved in our subconscious that what was captured by the camera has to exist. In the best examples of successfully manipulated images the question "Is it real?" does not arise. My first introduction to digital manipulations showed me how similar analog and digital techniques are. Each has it's bright and dark spots. At this moment I don't see any reason to switch to digital. I still prefer glowing quality of original print and the laborious process to achieve it. Yet, I believe, that it is only matter of time before digital technology replaces analog and the conceptual approach will receive well deserved place in Art of Photography. March of 1999 Misha Gordin La Copertina di FUOR ASSE

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FUOR ASSE Segnala Kamen’ Gennaio 2014 pp. 96 – € 10,00 Editrice Vicolo del Pavone In questo numero: Stilistica La sezione di Stilistica a cura di Margherita De Michiel e Stefania Sini prosegue la traduzione degli scritti di Grigorij Osipovic Vinokur. Del grande studioso russo sono tradotti da Cultura della lingua: “La pratica linguistica dei futuristi”. Poesia La sezione di Poesia è dedicata al poeta di lingua inglese Darko Suvin, a cura di Furio Detti e dell’autore, la traduzione di You, Giacomo Leopardi. Segue il saggio di Daniela Marcheschi, La «colomba di un Diluvio diverso»: leggendo Darko Filosofia La rivista si chiude con la sezione di Filosofia. Alla nota introduttiva di Daniela Marcheschi, fa seguito la nona selezione di materiali dedicati agli Scritti sull’Umorismo dal 1860 al 1930. Dal volume sul Comico (1913) di Giulio Augusto Levi, son tratti: Esame critico di alcune teorie del Comico più note. Capitolo IV. La teoria di Freud. Teorie che definiscono il Comico come un rapporto tra il fatto e il pensiero FUOR ASSE 8

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Il rovescio e il diritto a cura di Sara Calderoni ©Cristina Mesturini è il titolo di un’opera di Albert Camus: la sorgente di ogni suo scritto. Si tratta di una raccolta di saggi giovanili in cui l’autore ci racconta quel mondo di «povertà e luce» che ha illuminato il suo pensiero e la sua rivolta, un mondo che lo ha salvato «dai due opposti pericoli che minacciano ogni artista, il risentimento e la soddisfazione». Perché la scelta di un nome che è anche un titolo? Perché la letteratura, in quel suo assediare con continui interrogativi la vita, in quell’incessante percorrere la distanza fra i contrari, ci mostra il rovescio e il diritto del nostro essere. La letteratura è l’esperienza che come lettori, autori, critici, possiamo vivere soltanto rovesciando ogni certezza per incontrare quel doppio che con il suo lato riflessivo ci attira e ci rivela ciò che siamo. Il rovescio e il diritto diventa il nome di una rubrica in cui fare critica letteraria non significa arrogarsi il diritto di giudicare un libro, ma accettare nel confronto con ogni autore, come afferma Gombrovicz, quello «scontro di due personalità con diritti identici», per raccontare infine di se stessi «in rapporto all’opera o all’autore». Un’avventura in cui lo scambio con l’altro da sé consente a ciò che siamo di «acquistare peso e vita». Sara Calderoni Il Rovescio e il Diritto FUOR ASSE 9 Il rovescio e il diritto

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Esercizi di resistenza Immagini della Shoah sul piano storiografico e civile sia seguendo le corde della tonalità emotiva più immediata – la rievocazione della Shoah sembra affidata prevalentemente, se non esclusivamente, a un corredo di contenuti, di vicende indimenticabili nel loro abbrutimento disumano, più che a una variegata costellazione d’immagini. È diventata addirittura oggetto dell’altezzosa abiura iconoclasta operata da Claude Lanzmann, e dai suoi accaniti sostenitori, che nel fluviale documentario proiettato al pubblico nel 1985, con il titolo appunto di Shoah, si vieta qualsiasi frammento figurale dei campi: in nome di una sterile opzione moralistica nei confronti di un orrore dai connotati, secondo lui, assolutamente irrappresentabili. Eppure, come potremmo entrare nel vivo dell’orrore senza il medium dell’immagine? Georges Didi-Huberman rimane finora l’unico interprete della Shoah ad avere varcato coraggiosamente questa soglia attraverso pionieristici lavori, tra i quali il libro pubblicato nel 2003, Immagini malgrado tutto, rimane la ricapitolazione più completa. 10 Il rovescio e il diritto di Arturo Mazzarella L’intreccio quasi indissolubile che stringe in un solo nodo memoria e immagini risulta uno dei modelli che hanno scandito in modo rilevante la semantica concettuale della cultura europea. Dalla mnemotecnica cinquecentesca di Giulio Camillo e Giordano Bruno all’intero lavoro di scavo analitico condotto da Freud, fino agli esiti più significativi delle attuali neuroscienze, la memoria è andata definendosi, con precisione via via maggiore, nei termini del più cospicuo serbatoio di immagini a disposizione della mente. Quando si mettono in moto i procedimenti mnemonici, ecco che automaticamente le immagini cominciano a sovrapporsi, a confondersi secondo il ritmo di un’ars combinatoria che invade e sommerge gli schemi utilizzati di solito dalla mente. Sarà un caso isolato, data la fisionomia del tutto particolare degli eventi a cui rimane tragicamente inchiodata, ma, riguardo alla Shoah, questa osmosi tra memoria e immagini oramai pienamente accreditata subisce una smentita prepotente, radicale. Nella considerazione comune – sia FUOR ASSE

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Il regime nazista, la guerra, i campi di concentramento non sono stati solo immagini. Certamente, chi potrebbe mai affermarlo? Tuttavia si sono serviti ininterrottamente di immagini. Anzi, sono entrati nella coscienza collettiva, hanno acquistato quei contorni nitidi che ancora conservano, diventando immagini, ipotetici attivatori di altre immagini. Philippe Lacoue-Labarthe e Jean-Luc Nancy se ne sono accorti con spregiudicata evidenza nel Mito nazi, un breve testo del 1980 poi rielaborato nel 1991: «Il mito nazi […] – osservano i due autori – è la costruzione, la formazione e la produzione del popolo tedesco nell’opera d’arte, mediante l’opera d’arte, come un’opera d’arte». Si tratta dell’opera d’arte più fosca e tetra che possa essere realizzata, in quanto rivolta all’annientamento sistematico dell’alterità: la quale si presenta, comunque, sempre attraverso la mediazione dell’immagine. Di immagini viventi, ma sempre di immagini. Di forme che ottengono la propria riconoscibilità solo attraverso lo sguardo. Le sue traiettorie e proiezioni – al contrario di quanto si è tentati di credere – foto © Cristina Mesturini, Ri essioni e immagini al binario per Auschwitz FUOR ASSE Il rovescio e il diritto

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non hanno nulla di irrevocabile. Ogni volta, per attribuire alla vittima il proprio ruolo, devono rimetterne faticosamente in moto il processo di identificazione. L’orizzonte della visione, infatti, si affaccia puntualmente su uno spazio nebuloso e sfuggente (oramai lo sappiamo bene grazie a una tradizione che dalla psicologia della Gestalt arriva fino alle imprescindibili pagine di Merleau -Ponty e ai più recenti sviluppi della filosofia della mente). Appartiene, di conseguenza, allo statuto stesso dell’immagine la caratteristica di coincidere con una sagoma che l’occhio percepisce come una figura indecisa, incerta; pronta a ritornare nell’ombra, a mimetizzarsi o a trasformare del tutto la propria fisionomia, fino al punto da dissolversi anche nel principio contrario. Da trasformarsi in vittima, se si era carnefici; o, viceversa, in carnefici se i connotati originari erano quelli della vittima. Tutto è reversibile nell’ambito dello spazio visivo. Sembrerà paradossale, ma le vittime della Shoah – per essere ritenute tali – richiedono con frequenza inesorabile che qualcuno, un testimone interno o esterno al proprio schieramento, le riconosca. «L’arte di punire – ci ricorda Foucault in Sorvegliare e punire – deve […] riposare su tutta una tecnologia della rappresentazione». Da sola, senza che qualcuno ne certifichi l’esistenza, la vittima non è in grado di allestire quel dispositivo scenico decisivo ai fini di ogni tipologia di relazione (già nel 1959 lo aveva messo in luce, nella Vita quotidiana come rappresentazione, Erving Goffman, uno dei più autorevoli sociologi del secondo Novecento). È lo stesso dispositivo che ingloba, all’interno di FUOR ASSE gra ca © Cristina Mesturini Vittime e carne ci una rappresentazione specularmente rovesciata, le immagini dei suoi carnefici. Ci troviamo di fronte alla più stridente e, soprattutto, tragica, antinomia: attraverso un medesimo procedimento le vittime e i carnefici sono costretti a confermare i propri rispettivi ruoli. Vuol dire che la «zona grigia» di cui parla Primo Levi nei Sommersi e i salvati non recinge unicamente lo spazio di una contaminazione comportamentale tra i carnefici e le vittime, ma, prima ancora, accomuna le modalità di attribuzione dei reciproci ruoli. Che essi siano radicalmente antagonisti non incrina il potere inscritto nell’immagine, ne ribadisce, al contrario, la straordinaria elasticità: tale da essere utilizzata come tramite per l’identificazione di due ruoli antitetici. Nel perimetro di questa sorta di spazio neutro si svolge il conflitto quotidiano tra le vittime e i carnefici. Un corpo a corpo che rinvia a due modalità opposte di adoperare l’immagine. Utilizzata dai carnefici come strumento primario di soppressione dell’alterità, Il rovescio e il diritto

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pio, sia Jean Améry in Intellettuale a Auschwitz sia Robert Antelme nella Specie umana, entrambi testimoni dalla lucidità quasi allarmante. È difficile replicare a queste parole di Antelme: Proprio perché siamo uomini come loro – scrive Antelme nella Specie umana –, le SS in definitiva saranno impotenti davanti a noi. Perché avranno tentato di mettere in questione l’unità di questa specie, finalmente verranno schiacciati. […] E se pensiamo allora questa cosa, che da qui è certamente quello che di più considerevole si possa pensare: «Le SS sono degli uomini come noi»; se tra le SS e noi – nel momento cioè della più forte distanza tra esseri, nel momento in cui il limite dell’asservimento degli uni e il limite della potenza degli altri sembra doversi immobilizzare in un rapporto sovrannaturale – noi non possiamo vedere nessuna differenza sostanziale né di fronte alla natura né di fronte alla morte; siamo costretti a dire che non vi è che una sola specie umana. […] Noi qui ne abbiamo la prova, la più irrefutabile prova, visto che la più miserabile vittima non può far altro che constatare che anche la potenza del boia nel compiere la sua funzione non è che una delle tante possibilità umane, la possibilità di uccidere. Può ammazzarlo un uomo, ma non cambiarlo in qualche cosa d’altro. ©Cristina Mesturini gra ca © Cristina Mesturini Vittime e carne ci, sovrapposizioni espressione della più compiuta volontà di annientamento. Impiegata, invece, dalle vittime quale arma privilegiata di resistenza, anzi quale il più solido «punto di resistenza» – direbbe Foucault nella Volontà di sapere – sul quale attestarsi per sopravvivere. La divaricazione tra i due modelli non potrebbe essere maggiore. Mentre per i carnefici deve rimanere in vita solo un’ immagine – la propria –, le vittime reclamano il diritto all’esistenza di una pluralità di immagini, anche tra loro antagoniste. Proprio attraverso questa richiesta si manifesta l’indomabile lotta per la sopravvivenza che li sostiene giorno per giorno. Si dimostra tutt’altro che una lotta per valori ideali come il bene, la tolleranza o la giustizia. Ogni prigioniero combatte esclusivamente, anche con crudeltà selvaggia se è necessario, per il riconoscimento della propria immagine. Non hanno alcuna difficoltà ad ammetterlo, per esemFUOR ASSE Proprio così: un uomo non può essere cambiato in qualche cosa d’altro. La sua immagine è indistruttibile. Continuerà sempre a resistere. Il rovescio e il diritto

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In interiore homine di Fabrizio Elefante Un sentimento, una sorta di rovello interiore, pare abitarci sin dalla prima infanzia come dagli inizi della cultura, una radice profonda e permanente i cui amari germogli sono patimenti, divieti, autopunizioni: è il senso di colpa. Il pensiero qui sembra dover fare i conti con qualcosa che trascende la stessa riflessione filosofica e s’inoltra nei territori del mito e della religione. Secondo una formula biblica, contenuta nel Libro di Ezechiele, la colpa è come la neve: ricopre ogni cosa tacita e lieve, poi si scioglie a primavera, penetrando nel terreno e creando fiumi sotterranei che alimenteranno la vita della terra stessa. D’altronde per il testo biblico la colpa originaria, l’atto di disobbedienza, è l’origine del sapere: gli animali, che non hanno sensi di colpa, non possiedono neppure il sapere. Questo segnala che quel che più conta nella natura del senso di colpa è la sua pervasività, la sua antecedenza ogni agire fattuale. Il senso di colpa è indipendente dalle azioni poiché preesiste a esse, il lavoro di Søren Kierkegaard prima (il concetto di angoscia) e quello di Sigmund Freud più tardi, nel corso dell’intera sua opera, hanno colto e reso evidente il cuore del problema: l’enigma del FUOR ASSE ©Louis Blanc senso di colpa è la sua anteriorità, esso non è conseguenza di cattive azioni commesse, semmai ne è la causa, e come tale è costitutivo della coscienza stessa, della sua “voce”, voce della quale, secondo tradizione, non c’è scampo alcuno. E infatti a tutto si può sfuggire, per astuzia o per fortuna, ma non a questo tarlo interiore, come i monumenti della nostra cultura ci hanno costantemente mostrato: dall’Oreste di Eschilo o dall’Edipo di Sofocle, all’Amleto di Shakespeare, sino al Raskòlnikov di Dostoevskij o al Santo Bevitore di Joseph Roth, e infine alla percezione del mondo di Franz Kafka. Tuttavia, dovremmo avvertire un mutamento, per il quale il tradizionale argomento morale secondo cui il senso di colpa sarebbe un prezioso deterrente nei confronti di azioni infami o dannose per il prossimo, e perciò irrinunciabile presidio sociale, sorta di gendarme interiore, appare sempre più infondato. Ha scritto Hannah Arendt nel 1966: «La nostra è la prima generazione per la quale questo fenomeno interessi non più una piccola élite, ma la gran 14 Il rovescio e il diritto

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©Louis Blanc massa della popolazione. Insomma è difficile immaginare oggi che la gente creda ancora in una voce divina che parla segretamente alla coscienza» (Alcune questioni di filosofia morale). Nonostante noi siamo partner di noi stessi quando pensiamo e testimoni delle azioni che compiamo, il declino del credito verso questa voce divina si traduce per noi in due piani distinti che non s’incontrano mai pienamente: chi compie azioni riprovevoli e universalmente condannate non per questo si sente in colpa, e chi si sente in colpa sempre più spesso non sa darsene una chiara ragione. Questa condizione contemporanea pare aver accecato, o quanto meno appannato quello sguardo che sin dalle origini sta alla base della natura colpevole dell’uomo: lo sguardo di Dio, cui nulla può sfuggire dell’agire nonché del cogitare umano, la legge divina che kantianamente chiamiamo “la coscienza morale in noi”. Poiché oggi le origini tendono ad apparire sempre più chiare e incontroverse – dall’origine della specie, all’origine della vita, all’origine della FUOR ASSE galassia – le colpe originarie ci appaiono le credenze di un senso arcaico ormai tramontato. Quelle colpe che per gli antichi giustificavano le malattie, le disgrazie, le calamità naturali, percepite come qualcosa di celato nell’intimo di una natura teofanica, e da cui tutte le cose traevano origine nelle figure del vaso di Pandora, o dell’atto di superbia di Prometeo o di Lucifero, paiono svanire come la neve del Libro di Ezechiele al sole della coscienza storica. E’ questa una delle sfide, io credo, più ardue del nostro tempo. Una liberazione, un affrancamento da antichi tabù in conseguenza del quale la nostra vita sembra trovare i suoi piaceri solo a distanza della chiarezza e della misura, satura di diritti da rivendicare e povera di debiti da assolvere, irretita senza altra via d’uscita nella trama dell’immediato. Il rovescio e il diritto

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