Giornalino Centenario

 

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2013/14

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Cento anni in movimento movimento IN OCCASIONE DEL CENTENARIO DELL’ HASHOMER HATZAIR movimento movimento movimento movimento EDIZIONE STRAORDINARIA DI DAF HASHOMER 27 OTTOBRE 2013 - 24 CHESHWAN 5774 Aseret ha-Dibrot Le dieci leggi dello Shomer La nostra speranza è che lo Shomer resterà fedele ai suoi ideali durante tutta la sua intera vita. Chi si preoccupa per giorni – semina grano, chi si preoccupa per anni – pianta alberi, chi si preoccupa per generazioni - educa persone. pagine 2/3 Chazak Ve’Ematz Cari shomrim e shomrot, quest’anno celebreremo i 100 anni del nostro movimento. E’ una lunga e orgogliosa eredità. Abbiamo lasciato il segno nella storia della nazione ebraica, nella diaspora e in Israele grazie al fatto che abbiamo avuto un ruolo leader nell’ebraismo dell’Europa dell’est: l’Hashomer Hatzair attraverso la ribellione nei ghetti durante la seconda guerra mondiale e durante la lotta antinazista e antifascista, grazie al contributo per fondazione dello stato d’Israele, alla fondazione di kibbutzim e di un movimento che li unisce (hakibbutz haartzi) ha partecipato attivamente alla vita ebraica del Novecento. Siamo stati in prima linea, promuovendo un’Israele più unita, democratica e egualitaria (perché tutti siamo uguali), un’idea di Israele in cui fossero incluse sia la pace con lo stato palestinese sia la creazione di un’alternativa ebraica che fosse vibrante, laica, umanista sia nella diaspora e in Israele. La lista dei singoli nomi di Shomrim e Shomrot che hanno avuto un ruolo centrale in tutti questi sforzi è troppo lunga da elencare. Gli shomrim sono sempre stati guidati dai principali capisaldi del movimento: con C Janusz Korczak l’Hagshama (realizzazione) oppure dando un esempio con la Dugma Ishit, e minimizzando il più possibile la distanza che corre tra parole e azioni attraverso l’attivismo. Shomrot e Shomrim hanno accolto su di loro un ruolo centrale nei cinque continenti nella guida dei Kenim, che comprende numerose varietà di attività didattiche e educative, una società di lavoro collaborativo e l’attuazione quotidiana dei valori Shomrici. E’ passato un secolo e il movimento continua a crescere in tutto il mondo. E’ lo stesso, ma diverso, perché il segreto di questi 100 incredibili anni è nella la capacità di cambiare rimanendo fedeli ai nostri valori principali, la nostra spina dorsale: l’uguaglianza, la solidarietà, il Sionismo, la pace tra le nazioni, e un rilevante ebraismo che è libero e progressivo. In questo momento storico, è emozionante ricordare il gruppo di giovani che ha creato ciò che è diventato un movimento rispettabile, creativo, rigenerante ed educativo. Ognuno di noi può essere orgoglioso della nostra forte connessione al movimento, poiché siamo un anello della catena nella creazione dello Shomer; siamo educazione e azione, ovunque ci troviamo. Ognuno di noi dovrebbe essere fedele all’eredità che abbiamo nell’agire, nel dare l’esempio, nel creare e implementare i nostri valori per garantire al movimento lunga vita. Mentre celebriamo i 100 anni dell’Hashomer Hatzair, ci rapportiamo non solo con nostalgia o commemorazione del nostro glorioso passato. Siamo anche connessi a tutto ciò al fine di continuare a crescere, costruire, agire e sognare in tutto il mondo. Fermiamoci per un attimo a guardare indietro con orgoglio e, allo stesso tempo, a guardare avanti con grandezza, speranza e fiducia in noi stessi. Noi continueremo a sviluppare un grande e prospero movimento Hashomer Hatzair, rilevante per la vita ebraica nel 21° secolo in Israele e nel resto del mondo. Desidero estendere uno speciale Mazal tov all’Hashomer Hatzair di Roma. Nel corso di questi anni, il movimento italiano ha avuto un impatto significativo sulla costruzione di Israele, aliyah, Hagshama, educazione, uguaglianza e la continua richiesta di giustizia sociale e sostenibilità ambientale. Abbraccio tutti voi, cari Shomrot e Shomrim da Roma e tutti i Kenim in tutto il mondo! Chazak Ve’Ematz, Omer Hakim Responsabile del Desk europeo dell’Hashomer Hatzair Cos’è l’Hashomer Hatzair In poche parole Cari ragazzi, mi chiamo Keren e frequento da 8 anni l’HH. Spiegare in poche parole cosa sia questo movimento non è semplice ma cercherò di fare del mio meglio. In questo movimento si imparano molte cose: come vivere con gli altri in amicizia e lealtà, il senso della giustizia e della democrazia, il rispetto per il prossimo, vivere con la natura, amarla e rispettarla. A questo si aggiunge naturalmente una viva e calda atmosfera ebraica che permette si sentirci vicino allo stato ebraico e di conoscere la sua storia fin dalle origini. Non mancano recite, canti, e balli israeliani. Tutto questo avviene tramite le varie attività (peulot) che noi ragazzi facciamo il sabato pomeriggio. In questo giorno, guidato da un capo gruppo (madrich) ogni chvutzà (gruppo) si incontra affrontando interessanti discussioni (sichot) dove ognuno di noi, può confrontare con gli altri le proprie idee e crescere culturalmente. Questo è per me l’HH. C’è veramente posto per tutti. Venite a trovarci, diventeremo presto AMICI!!!!! Keren ento anni. Immaginate: cento anni fa il mondo era un posto molto diverso da oggi: non c’era la TV, né il computer o la radio pubblica. Il mondo non conosceva ancora il termine “guerra mondiale”. Cento anni fa le donne non potevano votare. L’antibiotico non era ancora stato inventato. Non c’era la pillola anticoncezionale. Nel 1913 Hitler, Trotsky, Tito, Freud e Stalin vivevano tutti nella stessa città (Vienna), la maggior parte degli ebrei vivevano fra la Russia degli Zar e l’Impero austro-ungarico. In Palestina, ancora sotto il regno del’Impero Ottomano, c’erano solo 78.000 ebrei. Nel 1913 la Lazio ha perso in finale 0-6 contro la squadra Pro Vercelli. Se la gente voleva divertirsi, nel 1913, poteva andare (nelle grandi città) al cinema a vedere i film – muti e in bianco e nero, ma i dolci e le caramelle erano uno lusso e l’aspettativa di vita era circa di 50 anni. Eppure, i sogni c’erano anche 100 anni fa. Erano loro i veri protagonisti nella fondazione del nostro movimento. Perché in un mondo di cambiamenti ed incertezza, in un’epoca di modernizzazione accelerata, di industrializzazione, di sviluppo e urbanizzazione dell’intero continente - i giovani ebrei cercavano risposte alle loro domande di identità e di appartenenza. I fondatori dell’Hashomer Hatzair scelsero l’educazione come metodo per realizzare i loro sogni. Furono sogni sociali, del gruppo, sogni di un mondo migliore in cui gli ebrei avessero uno Stato fondato su giustizia, uguaglianza, e libertà. Da questo tempo, fino ad oggi, il sogno e il metodo educativo rimasero le caratteristiche fondamentali del nostro movimento in tutto il mondo, questo è ciò che ci unisce e distingue. Ci auguro di continuare la strada iniziata 100 anni fa con vigore, coscienza e onestà – anche nel mondo di domani, che probabilmente sarà molto diverso da come è il nostro mondo, perché il sogno è giusto e il metodo educativo è corretto. Chazak Ve’Ematz, Gilad, lo Shaliach

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2 CENTENARIO HASHOMER HATZAIR movimento Aseret ha-Dibrot Le dieci leggi dello Shomer I comandamenti per noi non sono rigidi dogma, ma virtù che provengono da un profondo bisogno spirituale. Ecco perché noi non vogliamo che nessuno li memorizzi o li segua religiosamente. Crediamo piuttosto che ogni persona che soggiorna frequentemente sotto la nostra bandiera sarà permeata dello splendore di quelle virtù e sceglierà di compierle quotidianamente. I nostri comandamenti sono la bibbia del cuore ed è per questo che dobbiamo essere molto precisi nel nostro lavoro educativo. I nostri capi non imporranno dei dogma con l’oppressione. Essi cercheranno di ispirare i chanichim sulla bella verità dei comandamenti con una saggia hadracha ed esplorando tutti i differenti aspetti. Loro li ispireranno con dugma ishit come realizzarlo nella vita quotidiana. La nostra speranza è che lo Shomer resterà fedele ai suoi ideali durante tutta la sua intera vita.” (I 10 comandamenti 1916, Il libro dell’Hashomer Hatzair I - pagina 44) L “Lo/La Shomer/et è un/a uomo/donna di verità e la salvaguarda” e dibrot dell’Hashomer Hatzair sono le linee guida dello sho­ mer. Queste non possono essere considerate dei comandamenti da seguire obbligatoriamente ma sono più dei consigli per essere un bravo shomer e hanno lo scopo di guidare questo nel suo percorso. I madrichim oggi analizzano le dibrot con i propri chanichim e questi ultimi a loro vol­ ta hanno il compito di trasmetterle ai chanichim più piccoli tanto da esse­ re cosi di buon esempio. Noi siamo due chanichot della kvutzà più grande dell’alef e tra poco entreremo in bet. Data la nostra posizione all’interno del ken molto spesso ci sentiamo in dovere di essere di esempio per al­ tri chanichim e per questo ci infor­ miamo e cerchiamo di essere il piu partecipi possibile alla vita del ken. Vorremmo parlare della prima dibrà: “Lo/la shomer/et è un uomo/donna di verità e la salvaguarda”. Può essere semplice da capire ma dietro ogni di­ brà può essere data un’interpretazione più che soggettiva. La verità è la base dei rapporti con gli altri, è trasmettere lealtà al prossimo, che sia nostro ami­ co o che sia un semplice conoscente. Dire la verità o trasmetterla all’interno del nostro movimento da un senso di sicurezza, perché sai che un tuo cha­ ver non ti tradirà mai, ma al contrario sarà sempre pronto a proteggerti e a difenderti anche quando ti capita di non essere del tutto sincero. Verità può voler dire tante cose: amicizia, aiuto, onestà e salvaguardarla e pro­ teggerla significa difendere i nostri principi; infatti, all’interno dell’Ha­ shomer Hatzair è una delle poche di­ brot a non essere mai stata cambiata. Crescere con questo principio ti rende abbastanza forte e capace di aiutare una persona in difficoltà. Siamo sicure che questo principio di vita, quando saremo più grandi, ci aiuterà ad essere delle persone migliori ma soprattutto siamo ancora più certe che le dibrot ci aiuteranno a crescere e a maturare in ogni momento. Francesca Piazza o Sed e Dafna Terracina, Kvutzà Kishor 1999 L’ “Lo/La Shomer/et è parte integrante del popolo ebraico ed ha un forte legame con lo Stato d’Israele. Lui/ Lei è radicato nella propria cultura ed è un/a chalutz del nostro ebraismo.” Hashomer Hatzair non è un club. Non è un posto dove passare semplicemente un po­ meriggio della settimana. Ho impa­ rato che l’Hashomer è l’alternativa, che ti da la possibilità di crescere, maturare ed essere ciò che vuoi nel modo migliore secondo le tue po­ tenzialità. Le dibrot sono alla base e valgono per ogni shomer nel mon­ do, gli shomrim crescono con delle fondamenta di educazione universa­ li. Tutti gli shomrim hanno gli stes­ si comandamenti da dover portare avanti, a cui aspirare. La seconda di­ brà tratta del forte legame che si ha con il popolo ebraico e con lo Stato di Israele. E’ un legame che va avanti da anni, a partire dai primi chaluzim fino ai numerosi shomrim di oggi; gli shomrim che il Movimento avvicina all’alya e allo stato stesso. Il legame di uno shomer con lo stato di Israele è un amore folle ma allo stesso tempo critico e razionale nei suoi confronti. Niente è dato per scontato, tutto è pensato. All’Hashomer ho imparato a comprendere e mettere in discus­ sione dopo il aver raccolto più opi­ nioni, piu ragioni e più parti. A volte si sente l’esigenza di dover andare oltre le peulot e mettere real­ mente in pratica gli ideali stessi che l’Hashomer Hatzair ci propone. Il sionismo è parte fondamentale del movimento e per questo lo Shnat Hachsharà significa passare un anno in Israele, vivere in quella terra e co­ noscerla nel modo più profondo pos­ sibile. Dopo aver lavorato per mesi nei kib­ buzim, dopo aver avuto un contatto diretto con persone che in quella ter­ ra hanno messo corpo ed anima, ci si rende conto che è un semplice lega­ me. È un legame profondo, cosciente, sentito ed è proprio questo che mi da la forza di poterlo criticare e miglio­ rare come credo. Le dibort non sono solo frasi stampa­ te su un foglio di carta. Che si abbia la possibilità di essere un shomer o meno, si ha sempre un ideale da se­ guire nella propria vita. Io ho ritrova­ to i miei valori e i miei ideali all’Ha­ shomer e grazie anche allo Shnat Hachsharà. Lo shomer ha qualcosa in piu che lo spinge a fare determinate cose che forse senza questo movimen­ to non avrebbe mai potuto o pensato di voler fare. In questo senso devo ringraziare il movimento per avermi dato l’oppor­ tunità di partecipare ad un anno in Israele che è stato fondamentale per la mia formazione; ho conosciuto a fondo la storia e realtà israeliana vi­ vendola non solo come un ospite o un turista. Ho sviluppato gli ideali con cui sono cresciuta vivendoli come parte integrante del popolo ebraico. Sono in questo momento più vicina che mai al popolo ebraico e allo stato di Israele. Giulia Gaj, shlichona, Kvutzà Nirim 1992 “A “Lo/La Shomer/et attribuisce significato al proprio lavoro e lotta per creare un mondo dove il lavoro è una espressione produttiva della creatività umana e della libertà.” me piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi.” Joseph Conrad chaverim e per la realtà in cui opera attraverso le sue azioni educative. Il movimento infatti, è e deve essere il veicolo del cambiamento, il mezzo che riesca a rompere l’ottica del lavoro come schiavitù mentale necessaria alla semplice sopravvivenza, per diventare uno strumento organico per la libertà e la felicità singola e collettiva. E’ im­ possibile solo se non lo si fa, sorridenti e decisi. Enrico Campelli, Kvutzà Reshafim 1989 In una realtà sempre più triste e deso­ lante, la sfida per il lavoro e la dignità umana è certamente una delle batta­ glie più alte, complesse ed intime che l’umanità si trova oggi a fronteggiare. Pensare ad un mondo in cui il lavoro possa essere diretta emanazione della creatività e della libertà umana non può essere solamente una lontana e vuota aspirazione, ma deve essere una battaglia concreta che parte ogni gior­ no, da ognuno di noi, nelle più picco­ le azioni quotidiane. Cosa significa infatti ridare dignità al lavoro umano? Significa, ad un livello più ampio, fare in modo che il lavoro torni ad essere inteso come risposta al bisogno umano di esprimere se stes­ so e di progredire; significa ,inoltre, smettere di trattare il lavoro come merce, come un prodotto che serve solamente a rispondere ai bisogni più materiali dell’essere umano e della società. Il lavoro, la più alta forma di realizzazione umana, deve poter rispondere intimamente al bisogno dell’uomo di sentirsi parte di una co­ munità, a cui da il suo contributo con la sua azione consapevole. In un mon­ do che sempre più aver sembra aver scordato quale sia il reale valore del lavoro, facendo pagare il prezzo delle sue scelte ai meno fortunati di tutto il mondo, l’Hashomer Hatzair può davvero fare la differenza, per i suoi A “Lo/La Shomer/et è politicamente attivo/a ed è un/a precursore/a nel perseguire la libertà, l’uguaglianza, la pace e la solidarietà.” bbiamo idea di quanto siano giusti questi principi? Faccia­ mo qualcosa per difenderli e promulgarli? Sono sufficienti le parole per rea­ lizzare questi valori? Per perseguire la libertà, l’uguaglianza, la pace e la solidarietà esiste una sola via: essere politicamente attivi. Per cui, lo shomer deve essere non solo vigile ma attivo politicamente per promuovere i valori in cui crede anche all’esterno del movimento. I valori a cui ci ispiriamo sono uni­ versalmente riconosciuti come fon­ damentali per la vita sociale delle persone, difenderli è un dovere di ogni shomer. Per far ciò occorre prima di tutto riconoscerli, interio­ rizzarli e farli propri, ma soprattut­ to applicarli quotidianamente con il proprio esempio; non bisogna essere statici, ma dinamici, attivi difenderli da ogni sopruso, bisogna educare le persone e trasmettere questi prin­ cipi morali, proprio questo è uno dei tanti obiettivi del movimento: educare i propri chanichim affin­ ché possano essere d’esempio prima

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CENTENARIO HASHOMER HATZAIR 3 imparando poi insegnando a vive­ re in un mondo eticamente giusto. Liana, anno 1998: Personalmente cerco di essere shomeret prendendo iniziative in piccole organizzazioni studentesche e anche nelle situazio­ ni tra amici. Se nel nostro piccolo ognuno applicasse questi ideali, sicu­ ramente ci sarebbe un miglioramen­ to della società. Sandro, anno 1958: Personalmente cerco di essere shomer partecipando ad iniziative umanitarie in favore dell’Africa, e nella Comunità ebrai­ ca di Roma, ma soprattutto tengo la casa sempre aperta a tutti (ex o no) dell’Hashomer Hatzair, non dimen­ ticando mai che la prima regola è l’atmosfera: vale sempre 10 punti!!! Liana e Sandro Fischer Q “Lo/La Shomer/et rispetta e protegge la natura, lui/ lei impara a conoscerla, impara a vivere al suo interno con modalità sostenibili”. L "Lo/La Shomer/et è un/a chaver/a impegnato/ta a lavorare insieme agli altri, lotta per il progesso della società e promuove i valori shomristici." o shomer deve lavorare insieme agli altri. Questo significa non solo collaborare con i propri cha­ verim per realizzare uno scopo comu­ ne, un'attività o un gioco, ma anche che tutti sono sullo stesso piano, e che si lavora "insieme" e non "per" qualcuno. Lo shomer lotta per il progresso della società. Io credo che in questo caso ognuno possa realizzare questo co­ mandamento nella sua vita di tutti i giorni, ed ogni contributo è valido, dal partecipare ad una manifestazio­ ne studentesca al fare un lavoro so­ cialmente utile. Infine, lo shomer deve promuovere i valori shomristici. Ad una prima im­ pressione, questo potrebbe sembrare scontato, in ken si rispettano i valori dell'Hashomer e quindi è facile pro­ muovere i suoi valori. Ma lo shomer non è tale solo quando si trova in ken, a fare peulà, un gioco, un hug, o in un seminario organiz­ zato dal movimento, ma deve esserlo anche quando torna a casa, o a scuola con i compagni. Nello stesso modo, lo shomer non è tale solo finché si trova fisicamente nel movimento, ma rimane tale (ov­ viamente se lo desidera), anche quan­ do è uscito dal ken, e durante qual­ siasi cosa si trovi a fare nella sua vita. In tutti questi casi, e qui mi ricollego alla decima dibrà, lo shomer deve es­ sere da esempio, promuovendo i va­ lori dell'Hashomer Hatzair oltre che rispettandoli egli stesso. Gabriele Fiorentino Nizanim uesta Dibrà spiega il rapporto che lo shomer dovrebbe avere con la natura, un rapporto di rispetto, ma oltre a rispettarla lo sho­ mer deve riuscire a trovarsi a suo agio in essa. La natura permette agli uomini di vi­ vere e quindi tutti la dobbiamo pro­ teggere, e soprattutto noi bambini e ragazzi in modo da preservarla perché è un bene di tutti. La gita durante il mio primo campeg­ gio mi ha fatto capire meglio quanto è importante la natura e che nella na­ tura ci si può divertire molto sempre rispettandola. Conservare la natura è importante non solo per noi ma an­ che per gli uomini del futuro. Amira Batori, Kvutzà Reim 2004 “C “Lo Shomer/et sviluppa e mantiene attivamente relazioni intenzionalmente libere e oneste all’interno della kvutzà e di tutta la comunità shomrica. Lui/lei si assume la responsabilità di occuparsi dei suoi chaverim” os’è l’Hashomer?” E’ una domanda a cui continua­ mente ci sentiamo obbliga­ ti a rispondere, dentro di noi, davanti alle richieste di spiegazioni di altri, in ogni singola discussione che affron­ tiamo, ogni volta che, e accade spesso nel nostro percorso di shomrim, ci capita di dover comprendere e affron­ tare un nuovo ruolo, nuove scelte. Ogni volta che decidiamo di cambia­ re qualcosa. E’ una domanda che ci spiazza, e cui ogni volta si danno ri­ sposte diverse. Forse a farlo ci aiutano le dieci dibrot, che non sono obbli­ ghi ma semplici guide di comporta­ mento da seguire, che riguardano, e sono sacre e vere, non solo l’ambito shomrico ma anche quello della vita quotidiana. Non è un caso il nume­ ro 10, che è anche quello dei nostri comandamenti, che hanno, nella vi­ ta, un valore simile. Particolarmente importante per la sesta dibrà è la frase “lo shomer/eret si assume la responsa­ bilità di occuparsi dei suoi chaverim”. Durante il percorso dei membri del­ l’hashomer, dall’alef passando per la bet, la bogrut e la shlichonut, i giova­ ni, noi giovani, impariamo a render­ ci responsabili con il tempo. Quello dell’acquisizione della libertà, e, dun­ que e insieme, della responsabilità, è un processo che occupa gran parte della vita di un giovane ed è faticoso, e spesso confuso; questo processo nel movimento giovanile, invece, diviene meno faticoso e più indipendente, ragionato, e il movimento rende an­ che lo stesso processo più libero e re­ sponsabile. Prendersi cura dei propri chaverim, quindi di persone che sono alla pari con noi, è il modo migliore per iniziare il percorso verso la nostra indipendenza. La prima parte della dibrà si riferisce, invece, ai comportamenti che possia­ mo assumere, e dunque alla forma che diamo alle relazioni che intrat­ teniamo, all’interno dell’ambiente shomrico. Essa sottolinea proprio il ruolo fondamentale della libertà e dell’onesta, concetti strettamente collegati a quello della assunzione di responsabilità sui propri chaverim, all’interno di un ken dell’Hashomer Hatzair. Una sola condizione esiste perché ogni chaver possa esprimere la propria libertà in modo più intimo con la propria kutzà e con tutti gli shomrim in generale, e portare avanti dunque il processo verso l’indipen­ denza: agire in modo onesto, senza limitare l’espressione o la libertà degli altri chaverim e di se stessi. Il rappor­ to di “libertà ed onesta”, di “respon­ sabilità” ed esempio, che la dibrà cita corrisponde, a un livello più pratico, al particolare rapporto di complicità che si crea tra due membri dell’Ha­ shomer. Quello che si crea dal sempli­ ce incontrarsi prima tutti sabati e poi a moetzet e non svolgere attività come la scuola o di semplice divertimento, ma attività che coinvolgono e aprono la mente e l’animo. Questa complici­ tà permette lo svolgersi delle attività, il subire una critica e capire con un solo incrocio di sguardi che è per il bene del ken che si parla, che l’altra persona c’è e ci conosce, e che questi pomeriggi alternativi creano un lega­ me particolare, che con la maggior parte delle persone rimane anche fuo­ ri da quelle mura. E proprio in que­ gli sguardi, nelle discussioni , nelle azioni, il rapporto tra liberta, onesta, responsabilità sugli altri è fondamen­ tale perché questi rapporti rimangano puri, perché il ken funzioni. Rapporti sanciti anche dal principio fonda­ mentale della “Dugmà ishit”, “esem­ pio personale”: sentire sempre su di sé la propria responsabilità sugli altri, essere ciò che si vuole trasmettere con onestà, o, per esagerare un po’, “Esse­ re il cambiamento che si vuole vedere nel mondo”. Penso che questa dibrà raccolga sensazioni ed emozioni note a per noi shomrim e insieme ponga un fondamento per lo sviluppo da una parte della vita shomrica e dall’al­ tra della propria vita in generale. Aliza Fiorentino, shlichonà, Kvutzà Ein-Dor 1993 L’ “Lo/La Shomer/et è coraggioso/a, indipendente, ragiona in maniera critica e prende iniziative di conseguenza.” ottava Dibrà secondo me è una delle più importanti, o la più importante tra le dibrot: questa è una regola fondamentale. Duran­ te gli anni ho imparato molte cose all’Hashomer, ma la prima cosa che il movimento mi ha insegnato è essere indipendente, soprattutto attraverso i campeggi dove devi essere completa­ mente autonomo e ovviamente di con­ seguenza anche coraggioso. Quando ero piccolo non avevo un motivo preciso per il quale rimanere in questo movimento. Erano varie le ragioni che mi spingevano ad andare tutti i sabati in ken e una di queste è proprio il fatto che all’hashomer mi sento libero di dire ciò che voglio e per questo ho imparato a ragionare senza che qualcuno mi condizioni: ragiona­ re in maniera critica. Applicare poi in cose concrete ciò che imparo. Inoltre, l’attività non avrebbe senso se ognuno non ragionasse indipendentemente dal pensiero altrui. Il bello è proprio vede­ re le differenze e le somiglianze delle varie opinioni per trovare un punto d’incontro, per questo credo sia un punto basilare dell’hashomer. Federico Sereni, Kvutzà Galon 1998 nerà alla persona descritta nelle dibrot. Uno shomer deve aspirare alla totalità fisica, quindi rispettando il proprio corpo e usandolo nel migliore dei modi; alla totalità mentale e spirituale, quindi covando sani principi e anco­ ra una volta guardando il mondo con occhio critico. Si acquisirà questa tota­ lità con i propri mezzi e sviluppando pensieri propri, restando coerenti e se­ guendo linee morali che sono alla base della futura hagshamà (realizzazione) del singolo e sulle quali fonderà la sua identità attraverso un carattere forte e alla totalità di se stesso. Daniel Colasanti, Kvutzà Amir 1995 L’ “Lo/La Shomer/et è condotto dalla sua ragione e si assume la totale responsabilità delle proprie azioni. Lui/Lei deve essere d’esempio.” ultima, ma decisamente non per importanza: forse è la prima volta che mi fermo davvero a riflettere sul grado di importanza di alcune di­ brot; le ho sempre volute considerare ugualmente fondamentali. Eppure ri­ leggendo attentamente quest’ultima, mi rendo conto di aver fatto male i miei calcoli. Si parla di ragione, di responsabilità, di azioni, di esempio: come meglio racchiudere in quattro parole l’Hashomer Hatzair? Cosa sarebbero infatti le nostre attività, le nostre peulot senza questa fantoma­ tica “ragione”, senza questa razionali­ tà, questo senso di obiettività che ha sempre contraddistinto il movimento? Cosa sarebbe poi il ken senza “respon­ sabilità”? Chi si occuperebbe dei bam­ bini affidatici con tanta fiducia? Non vi sarebbe sabato ben riuscito, nessuna soddisfazione in fin di giornata che ti strappa un sorriso nonostante ti sen­ ta distrutta. Ancora poi: le “azioni”. Quante volte abbiam discusso dentro quelle mura blu di attivismo giovani­ le, di azioni socialmente utili e quante volte ci siam sentiti dire: “l’Hashomer Hatzair ha il compito di farlo”? Tutte quelle discussioni ideologiche, tutta quella voglia di fare altrimenti dove an­ drebbero a finire? Infine la parte che più preferisco: l’“esempio”, il cosiddet­ to Dugma Ishit (esempio personale). Detto così sembrerebbe una cosa più complicata e profonda di quel che è, invece in realtà è molto più semplice di ciò che sembra: io, madrichà, voglio che tu, chanich, faccia una determinata cosa. Ora, le opzioni sono due: posso urlarti contro e costringerti a pulire il pavimento (alternativa che personal­ mente escluderei, causa perdita tem­ poranea di energia e voce) oppure, più semplicemente, posso rimboccarmi le maniche e prendere io in primis quella scopa lì all’angolo a cui nessuno sem­ bra voler dare impiego per dargli il buon esempio (ovviamente bisogna es­ sere realistici: lo strillo in testa al chani­ ch, ahimè, sarà comunque necessario). Alessia Campagnano, Kvutzà Amir 1995 Q “Lo/La Shomer/et fortifica il suo carattere ed aspira alla totalità fisica, mentale e spirituale.” uesta è la nona dibrà dell’Hasho­ mer Hatzair. Come sappiamo le dibrot non sono dei comanda­ menti che siamo obbligati a seguire, ma sono delle linee guida su come do­ vrebbe essere ogni buon shomer. Forse questa è la dibrà più generale, che dà una visione più ampia. Ci spiega che ogni shomer fortifica il suo carattere. Fortifica il suo carattere? Come? Que­ sta frase indica che l’Hashomer è un posto in cui una persona forma il suo carattere, ma per fare ciò è necessaria la volontà e l’occhio critico dello shomer, per cui ogni esperienza lo accresce ag­ giungendo qualcosa di positivo (anche dalle esperienze negative) al proprio carattere, e quindi diventando una per­ sona capace di pensare con la propria mente e di non farsi sopraffare dalle idee altrui. Inoltre lo shomer aspira alla totalità fisica, mentale e spirituale. An­ cora una volta ribadisce il concetto per cui ogni dibrà è un’aspirazione e che si può essere un buon shomer, anche non avendo tutte queste caratteristiche, ma che basta aspirarvici poiché aspirando a tali forme di vita e identità si cercherà di essere sempre una persona migliore, e per questo una persona che cerca di raggiungere tali obiettivi accumulerà sempre più qualità morali e si avvici­

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4 CENTENARIO HASHOMER HATZAIR movimento PAAM SHOMER TAMID SHOMER - UNA VOLTA SHOMER PER SEMPRE SHOMER CHAZAK VE’EMATZ CHAZAK VE’EMATZ Nel 1997 Nel 2013 Dall’archivio di DAF HASHOMER Per Bia che è un anno che suona la chitarra e ci tormenta con il suo la-mi perché non sa fare altro. Per Miki e Alexia che stanno insieme da 1 anno, 3 mesi, 14 giorni e 9 ore. Per Micol Shomrià che si è lavata la sciarpina dopo 4 mesi ma non è ancora pulita. Per Massi che compie 21 anni e non è ancora uscito dal ken, l’unico shomer pensionato! Per il primo seminario degli Shomrià che erano 12, più dei bogrim! Per i beneakivisti che non sanno di appartenere ad un movimento giovanile, bisognerebbe comunicarglielo con molto tatto! Per Gaia che è guarita... Beh, solo dalla broncopolmonite. Per i Kishor che sono da un anno a moetzet. Per la nostra madrichà che è un anno che è con noi. Per Cesare grande che è un grande e che, se si comporta bene, lo facciamo venire in ken a fare un’esperienza nuova. Per Roni che si è tinta i capelli rosso-menopausa e che ha preso in Storia il suo primo 7 (oltre a quello in condotta). Per Cico che vuole fare l’alternativo. Per la strozzina del ken che in fondo in fondo è simpatica. (Su suggerimento di Dell’Ariccia, almeno è contento) Per Massi che ha preso 30. Per la cugina di Micol Shomrià che si è rasata e che verrà a Roma. Per Tacchinardi che segna il suo primo gol. Per l’hully gully che la madre di Fede ci ha costretto a ballare alla recita anche se non c’entrava niente. Per i Reshafim e soprattutto per Silvia, grazie ai quali abbiamo realizzato questo meraviglioso giornalino, grazie per averci disprezzato, fatelo ancora. Per tutti voi. IL CHADAR OCHEL RAPPRESENTA PER I CHAVERIM UN IMPORTANTE MOMENTO SOCIALE IN CUI VENGONO CONSUMATI I PASTI IN COMUNE DAF HASHOMER di oggi Per questi cento anni Per gli Shavit che sono finalmente entrati in bogrut Per gli shlichonim che ormai sono più numerosi dei bogrim Per bogrim che sono sempre più numerosi a moetzet Per il centenario che finalmente sta finendo Per superEdna che doveva salvare il mondo Per un maghen che suda sempre Per kishor che stanno imparando a stare a mifkad all’età di 14 anni Per “ok”, Per i reim che sono la kvutza più piccola ma più numerosa Però questi cento anni Per raffi che ci ha messo tutto............Ma proprio tutto Per la Zumba di Ginevra Per lo shnat che “ti cambia davvero” Per chi vuole cambiare il mondo Per chi in ken è una bomba e a scuola si fa bocciare Per Ema che prima o poi dal barbiere ci andrà Per le shavitot e il loro abbigliamento anni ‘90 Per giorgia che passerà con 100 alla maturità perché il pianto frutta Per Lale che stai più in treno che a Roma Per Sara che non trova pace con i suoi capelli, e nemmeno Gilad Per le gare di Yael Per Santer che prima o poi diventerà rosh Per Di Nola che li ha cresciuti bene Per questi cento anni Per Tami e Fede che dal Daf non si staccano più Per questi cento anni Per chi il Daf lo legge sempre Per il ginocchio di Federica che prima o poi guarirà Per questi cento anni Per i passi avanti di mushuto che quasi parla italiano Per questi cento anni Per nathan che arriva alle 17.22 Per questi cento anni Per i “pensieri sconnessi” Per questi cento anni Per quando Ariel diventa rosso Per questi cento anni Per “paam shomer tamid shomermi dicono” Per questi cento anni Per la macchina di Acco Per Ilan che sta all’Hashomer Hatzair Per questi cento anni Per il Movimento Hashomer Hatzair I miei primi 35 anni Luciano Assin KIBBUTZ SASA - Vivo in Israele da più di 35 anni, praticamente due terzi della mia vita, ma ancora non mancano le occasioni in cui qualcuno mi chiede le motivazioni che mi hanno spinto a vivere in Israele, fatto sta che anche il Daf di Roma è interessato a chi sa quale straordinarie rivelazioni, quasi fosse un elisir di lunga vita. lmeno voi siete stati gentili ed educati, in Israele, almeno nei primi tempi la reazione standard era “ma chi te l’ha fatto fare? In ogni caso le domande da porsi sono due: “Perché sei andato?”; “Perché sei ri­ masto?”. Riguardo alla prima la risposta non è univoca ma è un mosaico composto di tanti tasselli. La voglia di prolungare per un altro anno l’atmosfera dell’HH coi tuoi haverim, in questo caso la possibi­ lità di vivere i primi tempi di confronto con questo nuovo tipo di società assieme ad un garin è fondamentale. Volevo toc­ care con mano questa realtà di cui tanto si era discusso in innumerevoli e talvolta estenuanti discussioni, provare a vivere in una società diversa, possibilmente più giusta ed egualitaria di quella italiana da cui provenivo. Anche il fatto di poter svolgere un lavoro manuale, un lavoro “vero” mi affascinava enormemente. Il dover rimandare di qualche anno gli st­ udi universitari non mi stressava affatto anzi, mi sembrava una giusta pausa ne­ cessaria per aggiungere nuove esperienze vita ad un determinato posto, l’ideologia ti può portare in kibbutz ma non ti può far rimanere. Ciò che ti spinge alla fine a rimanere sono le persone, il paesag­ gio, lo stile di vita, e tutto ciò che ti è importante per definirti appagato e rea­ lizzato. Lo dico perché il kibbutz ha uno stile di vita molto particolare e bisogna avere un carattere particolare per rius­ circi a vivere. Il fatto di vivere 24 ore su 24 con le stesse persone crea alla fine uno stress sociologico non indifferente e se non sei in grado di riuscire a ritagli­ arti i tuoi spazi ed abituarti a guardare il mezzo bicchiere sempre pieno avrai molte difficoltà. Per concludere vorrei raccontare un piccolo aneddoto su come possono es­ sere cosi differenti i punti di vista a se­ conda delle latitudini. Quando arrivai a Sasa nel ‘78 ancora imperversava in Libano la guerra civile, ed essendo noi al confine sentivamo giornalmente gli spari e le cannonate. I haverim giravano armati tranquillamente e più di una volta ho visto gente che si dimenticava il proprio mitra in hadar ochel e tornar­ sene serenamente a casa. Uno dei miei primi giorni di lavoro cominciai a chiac­ chierare con un haver spiegandogli chi fossi, come mi chiamassi da dove venissi, ecc. Dopo avergli spiegato che ero itali­ ano mi disse: “Certamente avevi paura di stare in Italia, deve essere molto peri­ coloso vivere in compagnia delle Brigate Rosse”... Luciano Assin, Garin Godrim, Kvutzà Eilon 1957 A { in alternativa ad un percorso scontato e per certi versi noioso. Per inciso, la pausa dagli studi nel mio caso durò trent’anni ma non ho mai avuto la sensazione di essermi particolarmente sacrificato, ed in ogni caso studiare a cinquant’anni ha non pochi vantaggi. Ad essere sincero la motivazione sionista nel mio caso era L’ideologia ti può portare in kibbutz ma non ti può far rimanere. piuttosto marginale, ma era solo ques­ tione di tempo e quasi subito dopo es­ sermi stabilito al Kibbutz Sasa i legami con Israele, la sua storia, la sua atmosfera e quella famosa sensazione di sentirsi a casa propria furono parte di me stesso. Un po’ più complessa è la risposta sul perché sono rimasto. Personalmente non penso che basti una solida base ideologica per decidere di legare la tua Lo shomer nel futuro Dall’Archivio LO SHOMER FRA DIECI ANNI, SE ESISTERÀ ANCORA, DOVREBBE MIGLIORARE SOTTO QUESTI PUNTI: Prima cosa, sarebbe meglio che tutti si calmassero durante i mifchadim, e poi che la gente venga non solo per divertirsi e basta, ma per imparare di­ vertendosi. Nella mia sfera prevedo che il ken, nel 2000, sarà più aperto verso i chanichim, organizzando attività extra­venerdì: Per esempio, vedo vedo, un seminario sui campeggi lunari e sui loro prezzi salati. L’organizzazione: Sarà oligarchica, ci saranno lo shaliach e due superbogrim che daranno i buoni esempi ai chanichim, e, perché no, an­ che ai bogrim. Il ken si trasferirà progressivamente a seconda delle esigenze dei chanichim, abitanti in pianeti diversi. Esisterà una psicologa, un cardiologo (per i vari madrichim) e un’operatore ecologico tuttofare. Per quello che riguarda il vestiario, tutti quanti (compresi i bogrim) dovranno essere muniti di una tuta spaziale con lo stemma dell’H.H scolpito sulla parte sinistra della tuta. Gli articoli dovranno essere battuti direttamente sul computer che sarà in ken che passerà i dati direttamente alla memoria centrale, che è a casa dello shaliach, e che censurerà le cose volgari e troppo vere

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CENTENARIO HASHOMER HATZAIR 5 Balthazar B althazar, amico mio è una strana re­ altà, sarà difficile per me descrivere questo mondo. A Balthazar c’è sempre una strana atmo­ sfera, gli abitanti sono caratterizzati peren­ nemente dal loro sorriso, quando sono tristi, quando sono allegri, quando vorreb­ bero scappare, quando vorrebbero saltare in aria e gridare forte quanto è bella la vita; Il loro sorriso è sempre lì. A Balthazar troviamo abitanti di tutte le età e lì tutti con il tempo imparano a sor­ ridere, imparano a sorridersi a vicenda. Appena arrivai a Balthazar, da molto lonta­ no, anni fa, provavo un leggero fastidio nel vedere tutti gli abitanti allegri, sembrava di essere in un libro di favole. Quei libri di favole in cui nulla è reale, a Balthazar dav­ vero a Pinocchio cresceva il naso e davvero gli abitanti erano cordiali l’uno con l’altro alla ricerca di una perfezione, alla ricerca della beatitudine e della trasparenza. Co­ nobbi immediatamente alcuni ragazzi, me lo ricordo benissimo, arrivai allo sbocco sul mare e lì trovai alcuni giovani seduti su un muretto pronti ad accogliermi; sembrava di essere appena giunti nel “c’era una volta in un paese molto lontano”. No, per me non era quello il momento di conoscere persone, quei quattro ragazzi con i capelli rossi non mi conoscevano ancora, ero solo un turista, anni fa. Con il tempo, forse gra­ zie alla giovialità che trovai lì ho imparato anche a conoscere persone, a sapere sor­ ridere, a stringere i denti per far sorridere gli altri. Mi allontanai velocemente, prima che quei ragazzi potessero avvicinarsi a me, mi tolsi le scarpe e improvvisamente sentii la gelida sabbia sui miei piedi sudati. Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime col­ line di Balthazar e il mare –il mare­ nel­ l’aria fredda di un pomeriggio d’inverno quasi passato e benedetto dal vento che sempre soffia da Ovest arrivai io. La spiag­ gia. E il mare. E il gelido inverno. A ve­ derlo da lontano, l’individuo non sarebbe stato che un punto nero nel nulla, il niente di un uomo e il suo arrivo a Bal­ thazar. Intorno ad egli un’infinita distesa di acqua gelida solo a vedersi, l’azzurro, il blu, l’oscurità del profondo. Il pungente profumo di freddo nell’aria, i lunghi tra­ monti, l’inverno a Balthazar non riusciva a figurarsi come tristezza e malinconia. Il caloroso riso dei ragazzi accompagnava il forte vento, alla ricerca del turista, al tenta­ tivo di coinvolgimento di quell’uomo che era l’unico a Balthazar a muoversi solita­ rio­ ancora per poco. Giorno dopo settimana il tempo scorreva forte e le stagioni cambiavano più veloce­ mente che mai, nuovi turisti giungevano a Balthazar e inevitabilmente diventavano residenti, l’individuo cresceva e mano mano imparava a sorridere, prendeva forma sulle linee che la città di Balthazar suggeriva. Pare che fiori della primavera siano solo i sogni dell’inverno, questi sbocciavano meravigliosamente come i miraggi; il ra­ gazzo veniva a contatto con nuovi abitanti della città, abbracciando gli usi e i costumi di questa. Con il tempo imparava a co­ noscere le abitudini di Balthazar e capiva che quella sarebbe diventata la sua città, intorno a lui le persone che all’inizio lo in­ fastidivano con la loro spensieratezza, or­ { A Balthazar davvero a Pinocchio cresceva il naso e davvero gli abitanti erano cordiali l’uno con l’altro. come bianco, Balthazar sa prenderti, sa cambiarti. Trovò finalmente la sua occupazione all’interno della città, era impossibile non riuscire a trovare se stessi lì, tutti davano secondo le proprie capacità e tutti riceve­ vano secondo i propri bisogni. E lì davvero tutti sapevano essere uguali. Essere uguali non vuol dire saper essere uguali; nessuno imponeva loro l’uguaglianza ma il loro is­ tinto li portava ad essere così irrimediabil­ mente eguali. Non c’è che una stagione: l’estate. Tan­ to bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla. A Balthazar non esistevano dottrine, esistevano però valori molto più forti di tutto il resto, un’ideologia comu­ ne e giusta per tutti. Egli lo capì subito, non appena le sue idee un po’ retrograde e conservatrici si incontrarono con quelle degli abitanti di Balthazar, egli conobbe l’arte del pensiero e dello spirito critico: la ragione. Rosso, porpora, giallo, mischiati al verde e marrone, anelo ai caldi colori dell’au­ tunno, come una coperta a scaldare i miei sogni, le mie speranze per custodirli per tutto l’inverno. Ogni seme che l’autunno getta nelle profondità di Balthazar ha un modo suo proprio di separare nucleo e in­ volucro al fine di formare le foglie, i fiori e i frutti e proseguire la storia di questa città. Poi d’improvviso grazie alla razionalità ac­ quisita qualcuno si accorse che Balthazar aveva dietro di sé una storia di individui come lui, che dal nulla sposavano i valori e la forma della città, allargandola e portan­ dola sempre avanti, come negli scorsi cen­ to anni era già avvenuto. Scoprì che ogni turista, innamorandosi di quell’atmosfera diventava poi un nuovo cittadino, proprio come era successo a lui. Gli anziani saggi di Balthazar contribuivano allo sviluppo del­ la città educando i nuovi cittadini, quelli increduli, quelli più coraggiosi, quelli che credevano nella città, quelli che erano con­ vinti di essere solo dei visitatori, che non avevano responsabilità al riguardo e anche tutti coloro che apparentemente rifiuta­ vano l’insegnamenti: L’Hashomer educava i suoi cittadini solo contenendoli in essa. Ogni stagione è legata all’altra, incontri e adii formano il cerchio, il centro è la nos­ tra crescita: dove tutto cambia ma tutto è uguale. Balthazar riesce questa sera a racchiudere Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Trieste, Genova, Balthazar è riuscita ad es­ sere la città di ognuno di noi, la nostra casa natia, la nostra patria e il nostro caloroso abbraccio. Balthazar è un’immensa chet, è dentro og­ nuno di noi, è il movimento che da cento anni ci accompagna e ci cresce, ci educa e ci fortifica. Abbiamo voluto raccontare la nostra Has­ homer Hatzair attraverso la descrizione di una città inventata da noi, attraverso il cambiamento delle stagioni e la crescita del nostro shomer, delineando in ogni stagione una caratteristica fondamentale del nostro movimento: La giovialità giovanile del ken all’arrivo del nuovo shomer che il turista incontrava appena giunto a Belthazar, la formazione della kvutzà che egli ha conos­ ciuto durante i primi anni lì e lo sviluppo di legami affettivi, l’ideologia e la storia del movimento che ha appreso trascorrendo alcuni anni lì. Speriamo che ognuno di voi possa riflettere sulla nostra allegoria per comprendere l’importanza di questo movimento che da anni ci da così tanto, prendendosi sempre qualcosa indietro. Auguriamo ad ognuno di voi di trovare se stesso in questa città, di vivere come abi­ tanti di Balthazar per sempre. Tami Fiano e Jonathan Misrachi, Kvutzà Amir 1995 mai riempivano le sue giornate di gioia. E i fiori sbocciavano, e gli alberi facevano nas­ cere le loro foglie: La primavera era giunta, si era fatta spazio nei sogni degli abitanti ed era sbocciata sotto gli occhi allegri dei compagni. Il piccolo punto nero cominci­ ava ora a sorridere, a sentire il calore della compagnia, i ragazzi con i capelli rossi erano ormai la sua famiglia; condivideva finalmente con loro i valori di Balthazar. Balthazar è giorno come notte, è inverno come estate, è sazietà come pace, è nero I Se il campeggio fosse continuato tutto l’anno… struzione a “temi”) e di valutazione informale dei progressi nello studio. Inoltre, Il Mosad non considerava i Chanichim solo come studenti, l’insegnamento era onnicomprensivo e includeva delle attività sociali e culturali diverse. Quindi, per noi, nella classe l’atmosfera era spesso un po’ meno formale e la nostra vita continuava naturalmente e facilmente dopo le ore in classe: nel mondo delle Vaadot, delle attività sportive, culturali o sociali, con i compiti, con incontri romantici o semplicemente con lo sdraiarsi sull’erba a parlare durante le ore pomeridiane. Non c’erano i genitori a dirci cosa dovessimo o non dovessimo fare e anche i nostri “Mechanchim” (educatori, Membri dei kibbutzim responsabili di noi) la sera andavano via. Se il campeggio fosse continuato tutto l’anno… Immaginate un piccolo “vilaggio”, tutto immerso nel verde. Al centro si trova una grande struttura – il Chadar Ochel, il cuore della vita comune. Tutto attorno ci sono diverse strutture sparpagliate dappertutto. La maggior parte sono uno strano miscuglio fra una colonia ed una classe di una scuola (di solito, una fila di stanze con letti, docce, bagni ed un “Moadon” – un spazio sociale comune – accanto ad una classe scolastica “normale”). E poi, ci sono gli abitanti: Noi. Questo è il “Mosad Chinuchi” (Istituzione educativa), meglio conosciuto fra di noi semplicemente come “Mosad”. La lingua è di solito in plurale. Abbiamo vissuto nel Mosad per 6 anni, solo kibutznikim, da 12 a 18 anni. La mattina ci svegliava la “Metapelet” (un membro del kibbutz che si prendeva cura di noi, la “tata” della kvutza). Avevamo 20 inimmaginabili metri da attraversare, con gli occhi appena aperti, per entrare in classe. Dopo la prima ora, andavamo in Chadar Ochel, insieme agli altri ragazzi di tutte l’età, per la colazione. Alcuni di noi, troppo stanchi dalla notte precedente, ritornavano a letto per “rubare” un’altra mezz’ora di sonno. Poi continuava il giorno di studio fino al pomeriggio. La pedagogia dell’educazione collettiva era basata sulla motivazione interna degli studenti, sulla cooperazione fra di loro, sull’istruzione interdisciplinare (l’istruzione a “temi”) e di valutazione informale dei progressi nello studio. Inoltre, Il Mosad non considerava i Chanichim solo come studenti, l’insegnamento era onnicomprensivo e includeva delle attività sociali e culturali diverse. Quindi, per noi, nella classe l’atmosfera era spesso un po’ meno formale e la nostra vita continuava naturalmente e facilmente dopo le ore in classe: nel mondo delle Vaadot, delle attività sportive, culturali o sociali, con i compiti, con incontri romantici o semplicemente con lo sdraiarsi sull’erba a parlare durante le ore pomeridiane. Non c’erano i genitori a dirci cosa dovessimo o non dovessimo fare e anche i nostri “Mechanchim” (educatori, Membri dei kibbutzim responsabili di noi) la sera andavano via. La notte era tutta nostra. Ogni Venerdi sera c’era una serata culturale in Chadar Ochel (organizzata da noi, ovviamente). Inoltre, durante l’anno venivano organizzati progetti sociali, giochi e attività culturali che duravano giorni interi (a volte comprendevano anche le ore scolastiche), incontri con artisti, giornalisti, intellettuali, poeti, autori e altri, ci sono stati portati film che abbiamo visto tutti insieme nel Chadar Ochel. C’erano serate di Rikudei Am ed eventi speciali, come l’entrata della nuova kvutza, dei dodicenni spaventati, o l’uscita cerimoniale della Kvutza più grande, dopo sei anni di vita nel mosad. A prescindere, nella vita del Mosad, le feste hanno sempre avuto un posto centrale. Purim, per esempio, era la festa più onorata ed è sempre iniziata con la “Radio Mosad” – Delle casse messe sulle delle strutture, che suonavano la nostra musica (e le nostre battute) a forte volume, ogni pomeriggio, durante l’intera settimana prima di Purim, per il rancore dei kibutznikim che vivevano vicino al Mosad... La serata di purim comprendeva spettacoli preparati da ogni kvutza o gruppo di amici, sempre oggetto di orgoglio e gara fra tutti, sebbene la questione dei costumi ci ha sempre fatto perdere il sonno nei giorni precedenti. Purim era sempre responsabilità della kvutza più grande che faceva tutto possibile per decorare il Chadar Ochel e pensare alle idee più originali possibili, al fine di superare quelle degli anni precedenti. Essendo membri dell’Hashomer hatzair, i fondatori del Mosad (Il primo, A Mishmar Ha’Emek, fu fondato già nel 1931) credevano che la giovinezza non fosse solo un punto di transizione verso l’età adulta, ma un periodo a sé, con bisogni unici che si devono rispettare. Si è sempre tenuto conto che i giovani vogliono e possono essere responsabili nel gestire la loro vita, collaborando con educatori adulti. Vero, gli adulti sono stati sempre là, sullo sfondo, per aiutare al momento di necessità, per la comunicazione col mondo esterno, per guidarci – ma la vita quotidiana rimaneva sotto la nostra responsabilità. Per quanto so io, l’autonomia giovanile è stata realizzata nel Mosad dell’Hashomer Hatzair nella maniera più piena mai realizzata dovunque. In quel modo, e senza sempre essere coscienti di ciò, abbiamo guadagnato l’opportunità di crescere e svilupparci in un ambiente che non esiste altrove. Per me, gli anni del Mosad rimasero e rimarranno per sempre anni formativi, con valori ed esperienze che porto con me ovunque, fino ad oggi. Chazak Veematz, mmaginate un piccolo “vilaggio”, tutto immerso nel verde. Al centro si trova una grande struttura – il Chadar Ochel, il cuore della vita comune. Tutto attorno ci sono diverse strutture sparpagliate dappertutto. La maggior parte sono uno strano miscuglio fra una colonia ed una classe di una scuola (di solito, una fila di stanze con letti, docce, bagni ed un “Moadon” – un spazio sociale comune – accanto ad una classe scolastica “normale”). E poi, ci sono gli abitanti: Noi. Questo è il “Mosad Chinuchi” (Istituzione educativa), meglio conosciuto fra di noi semplicemente come “Mosad”. La lingua è di solito in plurale. Abbiamo vissuto nel Mosad per 6 anni, solo kibutznikim, da 12 a 18 anni. La mattina ci svegliava la “Metapelet” (un membro del kibbutz che si prendeva cura di noi, la “tata” della kvutza). Avevamo 20 inimmaginabili metri da attraversare, con gli occhi appena aperti, per entrare in classe. Dopo la prima ora, andavamo in Chadar Ochel, insieme agli altri ragazzi di tutte l’età, per la colazione. Alcuni di noi, troppo stanchi dalla notte precedente, ritornavano a letto per “rubare” un’altra mezz’ora di sonno. Poi continuava il giorno di studio fino al pomeriggio. La pedagogia dell’educazione collettiva era basata sulla motivazione interna degli studenti, sulla cooperazione fra di loro, sull’istruzione interdisciplinare (l’i-

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6 CENTENARIO HASHOMER HATZAIR movimento VOCI DAL NOSTRO PASSATO Cari chanichim, La morte di Izchak Rabin è stata un duro colpo per tutti noi Ebrei e non, Sionisti e non, è stato un duro colpo per il mondo civile che basa la sua esi­ stenza sui valori minimali dell’Umantà: il rispetto, la speranza, la ricerca di sere­ nità, di pace, di tranquillità. Gli uomini, ognuno a modo suo, cer­ cano la strada che assicuri a loro stessi e ai loro cari queste sicurezze. C’è chi mette in atto questo proposito lavoran­ do alacremente per tutta la vita, per la­ sciare alla sua famiglia un avvenire sicu­ ro, c’è chi sfrutta gli altri, c’è chi adotta metodi illegali, c’è chi non ci riesce, ma solo in pochi si adoperano per un in­ tero Popolo, solo in pochi dedicano la loro vita ad un’idea, malgrado le criti­ che feroci, la cecità e l’oscurantismo di coloro che li circondano. La scorsa settimana, cari chanichim, avete dedicato un’intera parete del ken a Izchak Rabin e a ció che rappresenta­ va, l’avete fatto con amore, e con strug­ gente sensibilità. Questa settimana una pagina del no­ stro giornalino è dedicata a questo evento doloroso. Possa il futuro vedere sempre, voi, chanichim dell’Hashome Hatzair tra coloro che lottano, mettono in pratica e realizzano un presente migliore per l’Umanità! E questo è il testo del messaggio che abbiamo inviato alla famiglia Rabin a nome dell’Hashomer Hatzair Italia: Dolore e sgomento. Queste sono le pri­ me parole che sgorgano dal cuore, dal cuore spezzato. E la mente rifiuta di accettare.. Solo un momento prima era sul palco e cantava Shir aShalom, col volto sereno. La tristezza si diffonde tutta intorno e si impadronisce di noi. Perché? Come può essere accaduto? Noi, chanichim dell’Hashomer Ha­ tzair, bogrim e shlichim, ci identifi­ chiamo con tutto il popolo d’Israele in questo giorno di lutto.. Noi che abbia­ mo esultato per l’inizio dei trattati di pace nei quali vediamo la realizzazione di un sogno che abbiamo ammirato il coraggio e la forza di Izchak Rabin e del governo Israeliano di continuare ad adoperarsi per un futuro migliore per tutto il popolo ebraico! Per i nostri figli che forse non conosce­ ranno più la guerra. Siamo sicuri che questo vile atto non farà che rendere ancor più salda la vo­ lontà di raggiungere la pace. Speriamo che riusciremo insieme con coraggio a percorrere la strada che egli ci ha indi­ cato con un raggio di sole luminoso che riempiva i nostri cuori di speranza. Con grande dolore partecipiamo al lutto della famiglia Rabin e di tutto il popolo d’Israele. Sia il suo ricordo benedetto. HAZAK VEEMAZ Edna e Yehuda Livne, Glilia e Dudi Danker, i bogrim e i chanichim dell’Hashomer Hatzair Italia. Un ricordo presente vissuto due volte Confronto di due viaggi in Polonia sulle tracce della Shoah con e senza la mia kvutzà I 20 gennaio 2013 Oświęcim, Polonia l pullman si ferma e Agata, la guida, smette finalmente di parlare, non mi ha lasciato tempo per pensare, ha parlato della geografia della Polonia per trenta minuti ininterrottamente. [...] Mi guardo attorno e cala il silenzio, che verrà interrotto solo tempo dopo dalla Sua voce che racconta. Scendo dal pullman, da sola. Mi guardo intorno, riconosco il luogo dalle foto che ho visto, sono davvero qui. Sento un tonfo al cuore e decido di scattare una fotografia anche io. C’è silenzio tutt’intorno a me. Sarà la neve, il rispetto per il posto, la paura, la rabbia, l’apatia... Ma nessuno si permette di parlare. Comincio a camminare nella neve guardandomi attorno impassibile. Rompo con forza il ghiaccio, affondo calci violenti nella neve. Loro si fermano sulla Bahnrampe, dove dalla primavera 1944 venivano fatti scendere i prigionieri dai treni e dove avveniva la prima selezione. [...] “Come posso dimenticarmi questo posto ragazzi? Qui mio padre è stato picchiato, davanti a me è stato quasi ammazzato di botte perché non voleva lasciare mia sorella Lucia. Vedete la grandezza di questa fabbrica della morte? Se mi chiedete come ho fatto ad uscirne non so darvi una risposta, non lo so davvero. Forse Padre Eterno ha deciso così perché io potessi raccontare a voi, affinché questo non succeda più. Sono uscito di qui a 14 anni solo, solo al mondo. Io non ero un uomo ancora, ero un ragazzo come voi ma i miei occhi qui hanno visto cose orrende che voi altri non potete neanche immaginare. Perciò ragazzi, fate che questo non succeda mai più. Io mi auguro che né voi né i vostri figli vedano ma ciò che ho visto io nei campi di sterminio” -ci dice Lui, con voce tremante, prima di commuoversi. Improvvisamente piango forte, cosciente della strana sensazione che sento al petto e dei brividi che mi assalgono comincio a infastidirmi, innervosirmi, singhiozzare, non sento più le mani a causa del freddo. Mi allontano respirando profondamente. Mi arrabbio con me stessa per la reazione avuta, inaspettata e poco razionale. [...] Torno a Roma e non voglio più andare a scuola, non voglio più essere inutile. Voglio smettere di perdere tempo e cominciare a vivere come voglio, come penso sia più giusto, voglio fare, imparare, trasmettere; la scuola non mi aiuta. La scuola mi ostacola ogni giorno di più. Sento mia una responsabilità che prima non avevo, cominciò a partecipare a tutte le conferenze di questo ambito e non, comincio a risvegliare le mie responsabilità. da Daf Hashomer n.7 (febbraio) 28 agosto 2013 di nuovo Oświęcim, Polonia Ho sentito i piedi strusciare sul ter­ reno e sui sassi camminando dalla rampa della morte in direzione delle camere a gas, mi ricordo di quando i miei scarponi calciavano la neve qualche mese fa, il suono è simile. Gli altri si avvicinano e sento sempre più rumori, vengo pervasa da un senso di rabbia, nausea, credo di impazzire – corro avanti. Cerco di essere sempre lontana dagli altri per non sentire i loro rumori ma soprattutto per non sentire i loro pensieri fortissimi. Ho visto una treccia di capelli grigi ad Aushwitz 1, ho riconosciuto quei capelli. Ho visto in quella chioma il volto di una donna più reale che mai, ho sentito un forte calore ribollire nel mio corpo e poi la nausea e il senso di vomito, sono uscita. Non sono vo­ luta entrare nella stanza delle protesi che la prima volta mi aveva scioccata, non sono voluta entrare nella stanza dei tatuaggi a birkenau perché lì Sami mi aveva distrutta con la storia di suo padre qualche mese prima. Vedo i miei pensieri nascondersi die­ tro una cassettiera inesistente, sento i pensieri degli amir correre per il campo e arrivati al confine tornare indietro, sbattono forte contro il filo spinato tentando di fuggire via e poi ripercorrono tutta l’area all’indietro all’impazzata. Non parlo più durante le peulot, non provo niente di significativo, manca la neve. Cosa vuol dire “significativo” ? Bisogna per forza piangere per essere adatti e non fuori luogo? Voler sentire? Sì, solo questo, voler essere in grado di sentire qualcosa, di provare un’emozione. Voler ride­ { re a crepapelle nel campo o piangere disperata, sentire la rabbia o il dolo­ re, la paura, il freddo, la responsa­ bilità; voler provare almeno una di queste cose ma riuscire a farsi per­ vadere solo dall’indifferenza, dall’a­ patia e dai sensi di colpa per questo. Non voler essere l’apatica, sempre. Mi sono rifiutata di entrare in alcune baracche per evitare di mostrare passi­ vità nei confronti di 10000 scarpe di persone morte, non era un negozio di scarpe usate e questa consapevolezza mi ha fatto aspettare fuori. Non sono entrata nella baracca con i letti per lasciarla pura, per non profanarla con i miei pensieri distratti e le mie emo­ zioni statiche. Vedo i miei pensieri nascondersi dietro una cassettiera inesistente,  sento i pensieri degli Amir correre per il campo e arrivati al confine tornare indietro. Entro poi nella baracca dei forni cre­ matori e forse capisco tutto, aspettavo questo momento, aspettavo il mo­ mento in cui avrei trovato la risposta alle mie domande. Ho pensato alla perfetta razionalità di quel campo. La disumana razionalità irrazionale, spaventa. Forse quando non senti le vere voci del ricordo e della memo­ ria è come leggere un libro di storia. Ho crudelmente pensato che forse è la “perfezione” di quel posto (per il suo scopo, come fabbrica della mor­ te) che mi fa restare razionale, mi fa pensare che non fosse frutto di un atto folle ma solo un perfetto strumento per raggiungere uno scopo poco ra­ zionale. Perché penso questo? Solo perché spesso intorno a me ascolto, leggo e vedo pregiudizi e conoscendo la cattiveria umana non resto incre­ dula davanti a tali sofferenze. Sento questa shoa lontana da me, forse da quando ho cominciato a pensare che per comprendere non bisogna essere ebrei. Intendo dire, se sei ebreo com­ prendi, soffri personalmente e capi­ sci, e spesso sei e ti senti vittima; se non sei ebreo? Forse è uguale, forse è meglio. Sono quattro giorni che non mi sento ebrea, forse è meglio non sentire quel coinvolgimento e quel peso che si ha come vittime indirette. Ho forse pensato troppo, su noi, su me, sugli ebrei, sui nazisti, sui po­ lacchi e sui cittadini italiani. Forse è questo che mi ha fatta crescere in questo senso, ho pensato diversa­ mente per quattro giorni, ho pensa­ to per 4 giorni come una cittadina, senza essere vittima, senza soffrire per i parenti morti, senza immagi­ nare la vita nei campi. La mia razio­ nalità mi punisce ancora una volta. Forse per comprendere la shoa ci vuole anche questo, ci vuole anche una visione più oggettiva, razionale e imparziale, almeno per comprendere davvero al livello sociale e psicologi­ co la storia. Improvvisamente non mi sento più così in colpa, solo forse un po’ maturata e mi sento meglio. Non ne sono sicura, sono solo pen­ sieri, sono solo ragionamenti senza una fine, lunghi fili affusolati di colori diversi che si intrecciano follemente, pensieri pazzeschi che sembrano trop­ po razionali per esserlo davvero. A due mesi dal secondo viaggio in Polonia apparentemente sembro aver rimosso tutto, sembra che io stia bene e questa esperienza sia ormai molto lontana. Sembro aver assorbi­ to perfettamente “l’effetto Polonia”, il “quando torni però” non si è ve­ rificato in me questa volta e non mi sono sentita inutile al ritorno. Sono più consapevole e cosciente di prima. Ma in me rimane qualcosa di incom­ pleto, qualcosa manca, quale tassello ho perso? Non ci penso più, sbaglio? Non sbaglio? Ci penso troppo, sba­ glio? Non sbaglio? Ho piena consapevolezza del potere della mia kvutzà dopo aver vissuto la stessa esperienza (simile solo nel nome) con e senza di loro. Li ringrazio Tami Fiano Kvutzà Amir 1995 Il significato della Succà R acconta la Ghemarà un midrash in cui D.o dice agli appartenenti al popolo ebraico che chi si è occupato della Torà riceverà una ricompensa in relazione a quanto ci si è dedicati a quest’ultima durante l’anno. Gli altri popoli, i Goym, chiedono a D.o il motivo per cui loro non riceveranno alcuna ri­ compensa. Dicono, inoltre, di meritarla per aver fatto varie cose di cui anche gli ebrei hanno usufruito, come acquedotti e grandi terme. D.o non nega la verità di ciò, ma precisa che loro hanno fatto queste opere per sé stessi, senza pensare agli ebrei. I Goym chiedono di essere messi alla prova da D.o e gli chiedono una mizvà. D.o accetta e decide di dargli la mizvà della succà. Fatto sta che i Goym entrano nella succà e D.o fa venire un gran caldo, tale che è impossibile resistere dentro quella leggera capanna fatta di materia naturale. Tutti noi sappiamo che la Torà è per la vita, quindi, appena ci troviamo in difficoltà o rischio per fare una mizvà dobbiamo subito rinunciarci. Secondo i Goym la Succà ha soltanto una funzione di riparo (che, effettivamente, non ripara dal caldo), men­ tre gli ebrei sanno che la Succà è sia fonte di riparo che di incontro con D.o, perché ricorda le nuvole della pre­ senza divina che seguivano il nostro popolo in Egitto. Quindi succede che i Goym, stizziti, escono dalla Succà ed “arrabbiati” la scalciano perché non sono riusciti a compiere la mizva a causa della capanna che in realtà non ripara. L’ebreo sarebbe uscito consapevole di aver fatto la cosa giusta, e, visto che conosce il significato simbolico della succà, non l’avrebbe mai abbattuta in preda al nervosismo. Ho scelto di condividere questo midrash per la sua par­ ticolarità e per l’insegnamento che da: non dobbiamo mai considerare gli “oggetti” di mizvà come fini a sè stessi, e non dovremmo usufruirne solo per il banale, e purtroppo comune, motivo della “tradizione che si tra­ manda”, ma dovremmo sempre pensare al motivo per cui li usiamo ed in che modo essi ci legano al Signore. Noi parte del movimento Hashomer Hatzair, ma più in particolare noi come bogrim, ci impegniamo e ci im­ pegneremo sempre a trasmettere ai chanichim il valore tradizionale delle nostre feste e dei nostri riti, ma, so­ prattutto, il significato che hanno riguardo il rapporto di ognuno di noi con la Torà e con D.o. Ilan Misano, Kvutzà Amir 1995

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CENTENARIO HASHOMER HATZAIR 7 “I Scegliere Ha-shomer e vivere… l mio amico Notte S. aveva fondato a sua volta una sezione di “pionieri”, lo Heachaluz o Ha-shomer; ed era seguito da un’orda di bambini che si facevano chiamare zebim, cioè lupetti. […]Per la strada , i ragazzi, quando s’incontravano, si raddrizzavano sull’attenti, battevano i tacchi alla maniera austriaca, e gridavano: “Chazak!” cioè “Sii forte!”. Con questa “cartolina” da Bilgoray Isaac B. Singer (1904­1991) raccontava come la quiete di un paese fondato sulle tradizioni era stata scossa dai giovani, che iniziavano a riflettere insieme, confrontandosi sulle novità che riecheggiavano nelle future terre di Polonia, durante la prima guerra mon­ diale. Proprio dallo svilupparsi di tali momenti di dialogo su temi un tempo per adulti o da trattarsi in “sedi istitu­ zionali” come nel caso della religione, della società e della politica si raffor­ zarono e svilupparono i movimenti giovanili, che timidamente i ragazzi delle comunità ebraiche locali avevano iniziato a creare sull’eco dei Wanderfogel tedeschi dell’inizio XX secolo. Tra questi, nato in Galizia dalla fusione di due precedenti, il movimento scouti­ stico dell’Ha­shomer ha­tzair si pose come paladino del pensiero socialista e sionista. La rivoluzione russa e la fine della Grande Guerra, con la nascita de­ gli Stati nazionali dovuti alla disgrega­ zione dell’impero austroungarico e di quello zarista fecero sì che i cittadini, sin dalla più tenera età, venissero coin­ volti in nuovi progetti di vita sociale. In tale periodo, i giovani divennero il metronomo della società circostante, dei suoi dubbi, delle sue speranze e creazioni, agendo con l’entusiasmo, con la ricerca di senso in sé e negli avvenimenti circostanti e la conse­ guente voglia di cambiare il mondo. La Polonia, in particolare, divenne un banco di prova per le nuove politiche postbelliche. Però, questo nuovo Stato, che la leggenda dice essere anticamente indicato agli ebrei perseguitati come “il luogo dove riposerai” (lett. Po-lìn), fu anche il teatro di scontri tra gruppi sociali nei quali in alcune zone, il pre­ giudizio e la diffidenza accendevano la maggioranza della popolazione contro le minoranze. Così, talvolta, nelle terre polacche si ebbe un crescendo di atti che, partendo dal sospetto, portava al pregiudizio e da ultimo all’odio pale­ se e violento contro chi veniva prete­ stuosamente “accusato” tra l’altro di non essere totalmente dedito allo Stato natio, come accadde ai polacchi ebrei, in alcuni casi. Proprio con riferimento ai pogrom scatenati a Lwòw nel 1919 contro i cittadini ebrei, Szymon Wolf, membro dell’Ha­shomer ha­tzair, scrisse l’Appello alla gioventù polacca, con il quale voleva mostrare come fosse conciliabile l’amore per la propria Na­ zione natia divenuta Stato: la Polonia, con quello per la propria Patria di ap­ partenenza spirituale e di elezione: Erez Israel. Wolf indicava come il sionismo non fosse un elemento di divisione tra Polacchi ebrei e non, quanto, invece, uno strumento utile a capirsi, poichè mostrava l’eroismo con il quale il po­ polo ebraico affrontava “il proprio martirio di che durava dai duemila anni”, simile alla spartizione subita per lungo tempo e più volte dalla Polonia. Nel Novecento, che si mostrava come il “Secolo del numero che fa Storia”, i giovani avevano un ruolo nuovo socia­ le e politico, consapevole e capace di supplire anche alle assenze dei padri scomparsi sui campi di battaglia. Azione e ragione, prassi e cultura era­ no i binomi dai quali sarebbe nato il nuovo modo di sentirsi cittadini. Il percorso che dall’antitesi portava a momenti di approfondimento, cono­ scenza, chiarimento e poi di sintesi di­ ventava un modello per interpretare lo sviluppo del pensiero del movimento dell’Ha­shomer ha­tzair, caratterizza­ to proprio dalla valorizzazione di un mondo giovane non solo per motivi anagrafici, ma perché capace di ricor­ dare i valori sperimentati nel periodo della crescita. Così i “pratici” e “gl’in­ tellettuali” nel segno della volontà di aiutare i coetanei a crescere nella con­ sapevolezza di diffondere l’ideale di un nuova socialità ispirata al sionismo e al socialismo decisero di operare insieme, fondendosi e creando l’Ha­shomer ha­tzair, che allora come oggi ben mo­ stra le sue due anime che si confronta­ no in momenti di riflessione personale e collettiva, per giungere a una sinte­ si di crescita comune, fatta da scelte prese a maggioranza dopo dibattiti e argomentazioni a sostegno dell’una o dell’altra tesi. La scelta come frutto di un dialogo costante con se stessi e gli altri nel segno del rispetto fino al rico­ noscimento della necessità, talvolta po­ teva anche portare a “scegliere di non scegliere”. Tale volontà di tutelare la di­ gnità e la libertà dei singoli vinse anche nella riunione di Tarnow dell’estate del 1919. Lì, in una Polonia divenuta Sta­ to, i bogrim, finito il ciclo di studi delle scuole superiori, si videro dinanzi al momento di riflettere su quale tipo di realizzazione dare al proprio cammino iniziato nel movimento. Come ripor­ tato in seguito, nel bollettino n.1 del 1920 dell’Ha­shomer, nel convegno tarnowiense per la prima volta si era evidenziato “il passaggio dall’era dei sogni a quella della lotta dei partiti politici”. Onde prevenire spaccature nel mo­ vimento e riconoscendo la buona fede di ogni posizione espressa dai delegati, in tale occasione vennero riconosciuti come parimenti importanti due tipi di Aliya: una “pragmatico­fisica” median­ te l’immigrazione verso l’allora terra di al nostro problema ebraico e di partecipare personalmente nella creazione di un mondo migliore. Ma ci manca qualcosa per poter sentire che avanziamo veramente verso i nostri scopi che, non per caso sono gli scopi dell’Hashomer Hatzair. Cosa ci manca: Ci manca l’abitudine di saper stare semplicemente zitti quando un altro parla, canta, recita. Ci manca l’abitudine di ascoltare quello che un altro ci dice. Ci manca l’abitudine di sfogarci sinceramente per capire quello che un altro vuole dirci. Ci manca l’abitudine Palestina per realizzare il nuovo Israele, e un’altra “spirituale” attraverso la scelta di rimane­ re nello Stato natale per pro­ muovere il cambiamento della coscienza collettiva fino alla creazione di una società giusta, capace di tutelare e valorizzare l’Uomo in quanto tale e di rispettare l’ebraismo locale. La vita nell’Ha­shomer ha­tzair è co­ stellata da momenti di gioia esplosiva accompagnati da profondi percorsi d’introspezione personale e collettiva, dove il singolo cresce nel rispetto del gruppo, mettendosi al servizio degli altri, proseguendo e attualizzando il cammino tracciato da chi funge da esempio. In tale ottica l’Ha­shomer è una comunità perennemente in viag­ gio verso luoghi dove crescere insieme, riflettere sul passato e progettare un futuro coerente con gl’ideali sionisti e socialisti. La memoria del movimento negli anni della Shoah, offre ancora og­ gi i volti e le storie di chi ebbe la forza di scegliere di diventare un modello di vita secondo gl’ideali del movimento. La potenza degli esempi non è insita solamente nelle azioni eroiche di ri­ volta armata compiute da Mordechai Anieliewicz (1919­1943) durante la rivolta del 1943 nel “ghetto” creato dai nazionalsocialisti a Varsavia. Il va­ lore della shomeret Roza Robota (1921­ 1945), che collaborò alla creazione del­ la rivolta dei membri dei Sonderkommando a Birkenau il 7 ottobre 1944 e che resistette alle torture pur di non rivelare i nomi dei deportati e dei civili coinvolti non schiaccia il ricordo an­ che di tanti piccoli atti di eroismo del quotidiano. Negli esempi dell’eroismo della resistenza attuata dal movimento si ricorda sempre l’importanza dei bogrim che anche nel caos dei ghetti con­ tinuarono a fare gli educatori dei più piccoli. L’Ha­shomer effettuò anche tentativi di aprire dei piccoli kibbutzim in alcuni ghetti, onde potere tentare di sostenere senza costi il maggior nume­ ro di famiglie. La rivolta armata delle vittime definite nella prassi come “col­ pevoli di esistere per legge” vide sempre aderire i giovani del movimento, ma la resistenza spirituale­culturale si avvalse anch’essa degli shomrim, per esempio quando nell’Oneg Shabbath sotto la guida di Emmanuel Ringelblum ven­ nero coinvolti i giovani nella raccolta di tutti i materiali della cronaca scrit­ ta od orale, che dovevano lasciare te­ stimonianza della vita quotidiana del ghetto. Oggi, i ragazzi dell’Ha­shomer, che cercano di realizzare come educatori e spiriti liberi e critici una nuova so­ cietà rispettosa dell’Uomo in quanto tale, hanno saputo mantenere saldo nel tempo, rendendolo sempre più attuale, il testamento spirituale redatto dal me­ di collaborare in ogni momento, quando si parla o si canta, quando si pulisce, durante il mifkad del ken o durante la peulà della kvutzà. Ma il risultato? Ricordare quante belle cose abbiamo fatto insieme, quando c’è stata la collaborazione di tutti, della maggioranza, o almeno di alcuni? Che atmosfera c’è nella Chabalat Shabat quando tutti cantano armoniosamente, ad esempio! Ma ricordate anche quante cose non siamo riusciti a far per mancanza di collaborazione. Immaginatevi: quante cose belle dico educatore e appassionato dell’Uo­ mo Henryk Goldszmit (1878­ 1942), che collaborava con il movimento. Questi, meglio noto come Janusz Kor­ czak, nella propria lettera di candidatu­ ra per un posto di educatore nel Con­ vitto degli Orfani di Via Dzielna 39, il 9 febbraio del 1942 scrisse: “Non ho mai fatto parte di alcun partito politico. […]Sono un organizzatore, non so fare il capo. La mia miopia e la mia totale assenza di memoria visiva mi hanno molto limitato per questo per ben altre cose. La mia presbiopia senile ha compensato il mio primo difetto e intensificato il secondo. C’è però un lato positivo: poiché io non riconosco le persone, mi concentro sul problema da risolvere senza alcun pregiudizio o rancore. Sciocco, collerico, impetuoso, sono adatto a lavorare in gruppo, poiché mi sono dato dei freni lavorando su me stesso”. La gratuità e l’entusiasmo nel donarsi non per carriera, ma per la passione per gl’ideali sono le radici del movimento che trae linfa dalla gioven­ tù. Nella vita dell’ Ha­shomer questa resterà negli anni come un ricordo dolce, capace d’indirizzare le scelte, facendole diventare non capricci di una moda, ma tappe di un cammino meditato. Lo sguardo dei ragazzi nel Massà le Polin, nelle attività del Ken, nei campeggi o nel Viaggio in Israele e i loro dialoghi nei momenti di cresci­ ta comune nel segno dell’ascolto e del rispetto reciproco mostrano come lo spirito shomrico non s’inaridisce con il tempo solo se mantiene il ricordo del passato e ha il coraggio di adattarlo nel­ la quotidianità corrente, affinchè siano tutelati gl’ideali. L’Ha­shomer cresce con te e non ti abbandona solo se hai il coraggio di viverne gl’ideali anche da adulto, se sai “credere nell’Uomo e adoperarti per lui con spirito socialista e sionista”. Come sarà il Ken dei prossimi cento anni? Non ci è dato di saperlo, ma siamo cer­ ti che sarà reso vivo “dalle camicie blu con i legacci bianchi” che ricorderanno il coraggio si scegliere di non scegliere, le due vie dell’Aliya, i volti della Shoah, che vivranno gl’ideali socialisti e sioni­ sti e che su tutto ciò sapranno costruire il proprio futuro. Davanti al monumento di Ulica (in it. via) Miła 18, non assorda l’eco dei cannoni, ma, conosciute a memoria da chi ha condiviso il cammino shomrico, riecheggiano le parole di una lettera di un ventiquattrenne che, pur conscio dei propri limiti ha cercato di portare un cambiamento, di essere da esempio. A volte si vorrebbe cambiare il mondo e interessanti saremmo capaci di fare ­insieme­ nella kvutzà, nel ken o nel movimento, con uno spirito più grande di comprensione e collaborazione fra tutti. Ma per questo: Forse ci manca il capire che il ken non è un club dove si viene solo a godere un momento della vota? Forse ci manca capire che l’Hashomer Hatzair è un cammino nella vita, un’altra maniera di guardarla, un altro stile di prima? Vale la pena ­mi pare­ di meditare su questo tema. David in uno “scocchiar di dita”. Proprio tale gesto, all’interno del mondo dei ragazzi del Ken significa essere d’accordo. Ec­ co, forse il significato ultimo del modo di vivere shomrico ci porta a riflette­ re su come i grandi cambiamenti non possano esistere senza una comunione d’intenti, evitando per ciò personali­ smi e ricordandosi di quella missione che ci vede operare perché domani si realizzi una società più giusta, di eguali che concorrano a ricordare il passato essendo protesi verso il futuro, avendo nel cuore ciò che per ognuno di noi Erez Israel significa. Shomrim chazak ve’ematz Andrea Bienati Il mio ken tra 10 anni Nella mia mente il ken sarà un po' diverso tra tanti anni. Ci saranno due piani: uno per i chanichim dell’ ‫ א‬e uno per la ‫ ,ב‬uno schermo gigante per vedere i video e i film, non più un lenzuolo o un muro bianco con un videoproiettore non molto funzionante. Ogni stanza avrà nuovi muri digitali su cui scrivere, disegnare, cancellare e solamente spingendo un tasto, le parole dette ad alta voce andranno automaticamente scritte sullo schermo. Ogni kvutza avrà un tablet con cui esprimersi durante la peulà, in questo modo rispetteremo l’ambiente senza sprecare troppa carta. I bambini potranno sbirciare qualche volta nella stanza Bogrim. Durante i giochi non ci saranno i madrichim nelle stanze ma delle registrazioni ci diranno cosa fare. In ogni stanza ci saranno degli altoparlanti così i rashei potranno avvisare che ci sarà il cambio, sarà più facile perché adesso urlano a squarciagola “cambioooo!!”, ovviamente  spero che nessuno farà confusione. Ogni ken nel mondo avrà un cassetto che servirà a condividere le peulot e i giochi più belli. Funzionerà in questo modo: si metterà il foglio della peulà nel cassetto e la invierà automaticamente in un qualsiasi  ken perché ognuno avrà il proprio, in questo modo possiamo vedere le differenze che ci sono tra tutti i kenim. Vorrei che i Bogrim non uscissero a diciotto anni, magari a 20/21 o finché non avranno figli. Chi vorrà potrà venire ad un campeggio all'anno così rimarremo tutti uniti. L’uscita dei madrichim o l’entrata in bet potrebbe svolgersi al campeggio estivo e non invernale. Spero anche che Yom Laila (gioco durante la notte) si farà ad entrambi i campeggi. Vorrei tanto che all’estivo non ci fossero ragni in doccia e che la gita dei due giorni fosse meno faticosa, io stavo per svenire a quella di Pietralunga 7 ma il mio madrich Daniel Colasanti diceva sempre “dai ecco siamo arrivati”, comunque non arrivavamo mai. Vorrei dei magnifici shlichim come Gilad, sempre buoni, sempre allegri e non guastafeste. Ho scoperto un nuovo mondo cioè l’ Hashomer Hatzair. Ormai sono due anni che frequento il movimento e sono molto felice. Vorrei finire il mio percorso felicemente con la mia bella kvutzà, i Baram. Per me l’Hashomer è come una seconda famiglia, per me è Casa. Benedetta Di Porto, kvutzà Baram 2002 VOCI DAL NOSTRO PASSATO Cosa abbiamo e cosa non abbiamo Cosa abbiamo: Abbiamo la voglia e la necessità di essere insieme, d’esprimere noi stessi, di fare un’opera propriamente nostra. Abbiamo voglia e necessità di ballare, di scherzare, di giocare, di chiacchierare, di capire tante cose anche di noi stessi. Abbiamo ­in forma non del tutto chiara­ la necessità (più della voglia) di trovare una risposta convincente

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8 CENTENARIO HASHOMER HATZAIR Vita all’Hashomer Hatzair

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