Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone LGBT

 

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Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone LGBT

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INDICE Questa pubblicazione fa seguito al ciclo di seminari di formazione per giornalisti intitolati “L’orgoglio e i pregiudizi”, svoltisi nell’ottobre 2013 a Milano (15), Roma (16), Napoli (19 e Palermo (22) , organizzati dall’UNAR in collaborazione con Redattore Sociale, con il patrocinio dell’Ordine nazionale dei giornalisti e della Federazione nazionale stampa italiana, delle amministrazioni comunali, degli Ordini regionali e dei sindacati dei giornalisti delle città ospitanti. I video dei quattro incontri sono disponibili su www.giornalisti. redattoresociale.it). I seminari e le presenti linee guida sono stati realizzati nell’ambito del Progetto “LGBT Media and Communication”, finanziato dal Consiglio d’Europa, in attuazione del Programma “Combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, in linea con la Raccomandazione CM/REC(2010)5. L’Italia ha aderito, tramite il Dipartimento per le pari opportunità e l’UNAR, al Programma del Consiglio d’Europa, nel cui ambito è stata adottata la Strategia nazionale LGBT 2013–2015, consultabile on line sul sito www.pariopportunita.gov.it. Si ringrazia il Direttore dell’UNAR Marco De Giorgi. LGBT: dietro una sigla 3 5 7 Media e LGBT: i doveri dell’informazione Comunicare senza pregiudizi: 10 punti da ricordare 7 - 1. Cominciamo dalle basi... 8 - 2. Outing o coming out? 10 - 3. Lesbiche: la “L” invisibile 11 - 4. Transessuale: maschile o femminile? 13 - 5. Transessualità non è prostituzione 14 - 6. Unioni “contro natura” 15 - 7. La “famiglia gay” 17 - 8. Adozioni e «uteri in affitto» 18 - 9. Tic omofobici 19 -10. Se le immagini dicono più delle parole 21 Redazione a cura di Giorgia Serughetti, Redattore sociale (www.redattoresociale.it). Per l’UNAR hanno collaborato: Alessandra Barberi, dirigente Agnese Canevari, coordinatrice Strategia nazionale LGBT Marco Buemi, esperto. Grafica: luigitrasatti.com I discorsi d’odio 22 23 24 27 L’informazione online LGBT in Italia Clossario Il gruppo nazionale di lavoro LGBT

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LGBT: dietro una sigla Il termine-ombrello che racchiude decenni di lotte e guida le nuove battaglie contro le discriminazioni: perché imparare a usarlo 3 L GBT è un acronimo che tiene insieme le parole lesbica, gay, bisessuale e transessuale/transgender. degli omosessuali contro gli abusi della polizia), che sono considerati il momento di nascita del movimento LGBT, gay è divenuto un termine dal significato liberatorio. Nell’ambito dei movimenti nati alla fine degli anni ’60 si sono poi andate affermando altre soggettività: quella BISESSUALE, cioè delle persone che vivono relazioni affettive, di intimità e sessuali con partner sia del proprio che dell’altro sesso biologico. E quella delle persone TRANSESSUALI, che sentono di appartenere al genere opposto a quello a cui lo assegnerebbero i caratteri sessuali alla nascita. Una portata più ampia ha il termine inglese TRANSGENDER, che comprende tutte le persone che non si riconoscono nei modelli di LESBICA (da cui lesbismo) deriva dal nome dell’isola di Lesbo, dove era anticamente diffusa l’omosessualità femminile, come testimoniano i versi della poetessa greca Saffo vissuta tra il VII e il VI secolo a.C. (da cui anche le parole saffica e saffismo). A partire dagli anni ‘60, con la nascita e la crescita dei movimenti per la liberazione sessuale, le donne omosessuali hanno scelto questo termine per affermare anche attraverso il linguaggio la propria identità autonoma, distinta da quella degli uomini gay. Il termine GAY, assunto fin dal principio dai militanti del movimento, rappresenta il rovesciamento in positivo di una parola che era diffusa nel mondo anglofono con significato peggiorativo e stigmatizzante. Nel Settecento, gay designava il libertino, mentre nell’Ottocento assunse una carica dispregiativa, divenendo sinonimo di “lussurioso”,“depravato”. In questo significato era riferito anche alle donne: gay women erano le prostitute (donne allegre). Tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento, si diffuse negli Stati Uniti con il significato di “omosessuale”, che ha mantenuto fino ad oggi, ma con un rovesciamento da negativo a positivo. Soprattutto a partire dal 1969, la data dei celebri “moti di Stonewall” (dal nome di un locale del Greenwich Village, a New York, dove scoppiarono le grandi proteste A volte la sigla LGBT viene estesa con l’aggiunta di altre iniziali, per comprendere anche la condizione intersessuale e il termine inglese “queer “(LGBTIQ). Intersessuale è la persona che nasce con i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non definibili come esclusivamente maschili o femminili. Queer invece è un termine inglese che significa letteralmente “strano”, “insolito”. Veniva usato in passato in senso spregiativo nei confronti degli omosessuali, ma è stato ripreso in tempi recenti in chiave politico/culturale e rovesciato in positivo da una parte del movimento LGBT per indicare tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, rifiutando sia tradizionali identità di genere (uomo/donna) sia la distinzione rigida degli orientamenti sessuali (eterosessuale/omosessuale/ bisessuale).

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4 LGBT: dietro una sigla genere correnti, sentendoli troppo rigidi e restrittivi rispetto alla propria esperienza. Sebbene sia ancora poco diffuso nel linguaggio comune, l’acronimo LGBT è utilizzato correntemente dalle organizzazioni della società civile e nel lessico delle istituzioni internazionali, europee ed italiane che agiscono per il contrasto di discriminazioni e violenze basate su omofobia, lesbofobia, transfobia. Si pensi al LGBT Project del Consiglio d’Europa, nato per promuovere il rispetto dei diritti umani e la dignità delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, ma anche all’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea che annovera i diritti delle persone LGBT tra i suoi 10 principali ambiti di azione, o in Italia all’UNAR, che ha presentato nel 2013 la Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere 2013 - 2015 e il Gruppo di Nazionale di Lavoro delle associazioni LGBT. Che ci sia un rifiuto a capire e usare la sigla LGBT è un segno di pigrizia. Come giornalista generalista io devo sapere un po’ tutto. Che cos’è l’OCSE, per esempio, io lo devo sapere. Se non me lo ricordo lo vado a rivedere su Wikipedia o da qualche altra parte. E allora perché questa pigrizia su LGBT? È così difficile? Alessandro Baracchini, giornalista (seminario di Roma “L’Orgoglio e i Pregiudizi”) Anche nel lessico dei movimenti per i diritti civili questa sigla ha sostituito espressioni più riduttive o parziali: per esempio LGBT Pride ha preso ormai il posto di Gay Pride nelle comunicazioni pubbliche. Si tratta quindi del termine-ombrello oggi più apprezzato dalle comunità di individui che rivendicano il diritto di esprimere liberamente la propria identità sessuale. Può essere utile, se ci si rivolge a persone che non conoscono le questioni connesse all’orientamento sessuale e all’identità di genere, spiegare la sigla in modo semplificato parlando di “persone omosessuali e transessuali”.

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Media e LGBT: i doveri dell’informazione Comunicare senza discriminare sulla base di orientamento sessuale e identità di genere è un dovere dei giornalisti. L’Europa condanna il“discorso d’odio” e anche l’Italia si sta adeguando 5 I n base alla raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sulle misure dirette a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere (Raccomandazione CM/ Rec(2010)5), gli Stati membri sono chiamati ad “adottare le misure adeguate per combattere qualsiasi forma di espressione, in particolare nei mass media e su internet, che possa essere ragionevolmente compresa come elemento suscettibile di fomentare, propagandare o promuovere l’odio o altre forme di discriminazione nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali o transessuali. Tale ‘discorso dell’odio’ dovrebbe essere vietato e condannato pubblicamente in qualsiasi circostanza”. Sempre nel rispetto della libertà d’espressione, “gli Stati membri dovrebbero sensibilizzare le autorità e gli enti pubblici a ogni livello al dovere e alla responsabilità di astenersi da dichiarazioni, in particolare dinanzi ai mass media, che possano ragionevolmente essere interpretate come suscettibili di legittimare tali atteggiamenti di odio o discriminatori”. In Italia il discorso d’odio (hate speech) è regolamentato da una apposita legislazione (legge n. 205 del 1993, detta Legge Mancino) che però lo circoscrive penalmente a motivazioni di razza, etnia, nazionalità o religione. Come ha rilevato l’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, nel suo rapporto sull’omofobia e sulla discriminazione basata sull’orientamento sessuale negli Stati membri dell’UE (2008), il nostro paese non conosce ancora il concetto di “crimine d’odio” (che com- Il lavoro di monitoraggio e di rilevazione delle segnalazioni di discriminazione e violenza da parte del Contact Center dell’UNAR segnala che oltre l’11% dei casi di discriminazione riguarda l’orientamento sessuale (dati 2012). Un terzo dei casi riguarda la comunicazione dei mass media, e di questi 1 su 3 passa attraverso l’uso di Internet. Gli incitamenti all’odio e alla discriminazione occupano ancora uno spazio rilevante nelle dichiarazioni provenienti da autorità pubbliche e rappresentanti delle istituzioni politiche ed ecclesiastiche, e sono veicolate costantemente dai media italiani. In particolare, l’identificazione dell’omosessualità con una malattia dalla quale si può essere curati o “salvati” appare come uno stigma tuttora di forte pre- sa sull’opinione pubblica. Se da un lato il lavoro fatto da un numero crescente di giornalisti e giornaliste sensibili a queste problematiche, nonché da alcune fiction e prodotti letterari, ha contribuito a costruire una narrazione diversa delle vite delle persone LGBT, priva di impronte denigratorie, dall’altra gli stessi mass media perdono troppo spesso l’occasione di fare una corretta informazione su queste tematiche, impiegando concetti e linguaggi appropriati. La non conoscenza della corretta terminologia, nonché la rincorsa morbosa a facili toni scandalistici e luoghi comuni, fanno sì che spesso l’informazione dei mass media ricada in facili e degradanti stereotipi, in particolar modo nei riguardi di persone transessuali e transgender.

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6 Media e LGBT: i doveri dell’informazione prende sia la violenza sia l’incitamento alla violenza, quindi l’hate speech) declinato in funzione protettiva verso la comunità LGBT. Tuttavia, un progetto di legge contro l’omofobia e la transfobia, che prevede la modifica della Legge Mancino, è attualmente in discussione al Parlamento. Per il mondo delle comunicazioni, il riferimento normativo principale è il decreto legislativo n. 44 del 2010 (attuativo delle direttiva 2007/65/CE sull’esercizio delle attività televisive), che prevede specificatamente che le comunicazioni audiovisive da parte di media soggetti alla giurisdizione italiana non possono comportare, né incoraggiare, discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. Inoltre, il Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica tutela “il diritto all’informazione su fatti di interesse pubblico, nel rispetto dell’essenzialità dell’informazione” (art. 5), “il diritto alla non discriminazione” (art. 9), e “la sfera sessuale della persona” (art. 11). La Carta dei doveri del giornalista ribadisce tali principi, attribuendo al giornalista “il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discriminare mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche”. Nel paragrafo dedicato ai “doveri del giornalista”, si specifica che “il riferimento non discriminatorio, ingiurioso o denigratorio a queste caratteristiche della sfera privata delle persone è ammesso solo quando sia di rilevante interesse pubblico”. Per quanto riguarda l’universo più esteso delle comunicazioni, il campo meno coperto da regolamentazioni è quello dei social network, che è pressoché privo di ogni tipo di tutela che riguardi le minoranze, e nello specifico le persone LGBT. L’ampiezza e l’estrema novità del panorama, unita all’assenza di una legislazione specifica, fa sì che il mondo virtuale sia il terreno ed il veicolo oggi più fertile per messaggi di tipo omofobico, lesbofobico e transfobico. Si chiama omofobia (e lesbofobia, transfobia) ma non è una fobia. Chi soffre di claustrofobia evita i luoghi chiusi, chi soffre di aracnofobia evita i ragni. L’omofobia invece (l’avversione verso le persone omosessuali, bisessuali e transessuali fondata sui pregiudizi) si esprime in atteggiamenti e comportamenti che non evitano ma anzi mirano a colpire attivamente le persone LGBT. Perché? L’omofobia ha una funzione di rassicurazione rispetto alla propria sessualità e una funzione normativa verso i pari, perché detta indirettamente le regole sui comportamenti “appropriati” o “inappropriati” a uomini e donne. Giuseppe Burgio, pedagogista (seminario di Palermo “L’orgoglio e i pregiudizi”)

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Comunicare senza pregiudizi: 10 punti da ricordare 1. Cominciamo dalle basi... 7 I l primo passo per avvicinarsi alla comprensione e alla corretta comunicazione delle notizie che riguardano le vite di persone LGBT è conoscere i principali concetti che permettono di inquadrare i temi di cui parliamo. Il SESSO BIOLOGICO riguarda i cromosomi sessuali (XX e XY), la fisiologia degli apparati genitali e i caratteri sessuali secondari (peluria, seno ecc.) che si sviluppano durante la pubertà. In base a una dicotomia ormai classica, nata in seno ai women’s studies, il sesso può essere distinto dal GENERE, che è il complesso di elementi psicologici, sociali e culturali che determinano l’essere uomo o donna. gettiva e personale del proprio essere sessuato, che risponde a una esigenza di classificazione e stabilità, ma che contiene in sé anche elementi di imprevedibilità ed incertezza poiché rappresenta l’esito di complessi processi evolutivi derivanti dall’interazione tra aspetti biologici, psicologici, socioculturali ed educativi, nonché in parte dal caso. È composta da 4 fattori: sesso biologico, identità di genere, orientamento sessuale, ruolo di genere. L’IDENTITÀ SESSUALE è una dimensione sog- rezione della sessualità e dell’affettività: verso persone dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (eterosessualità) o di ambo i sessi (bisessualità). È quindi un concetto relazionale, riguarda le relazioni intime, sessuali, romantiche, sentimentali, e può attualizzarsi nei comportamenti oppure no, rimanendo solo un desiderio. A volte viene usata come equivalente l’espressione “preferenza sessuale” che invece non ha lo stesso significato ed è anzi da evitare perché sottintende l’idea che l’essere gay o lesbica o bisessuale sia una scelta, che si può rivedere o cambiare, magari con l’aiuto di terapie. L’orientamento omosessuale o bisessuale, così come quello eterosessuale, non è una scelta, e pretendere di modificarlo può causare gravi conseguenze sul piano psichico alle persone coinvolte. IL RUOLO DI GENERE riguarda invece l’insieme delle caratteristiche (atteggiamenti, gesti, abbigliamento, linguaggio, interazioni sociali ecc.) che sono riconosciuti in una data società e cultura come propri di uomini e donne. È quindi il modo in cui una persona esprime l’adattamento alle norme condivise su ciò che è appropriato Bisogna ricordare che l’identità sessuale, con tutto ciò che la compone, riguarda ogni essere umano. Parlarne solo in relazione ad alcune categorie di persone - lesbiche, gay, bisessuali, transgender rischia di approfondire la distanza tra ciò che si presume “normale” e ciò che si descrive come “diverso”. Delia Vaccarello, giornalista (seminario di Roma “L’Orgoglio e i Pregiudizi”) è il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono un uomo, io sono una donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita. L’IDENTITÀ DI GENERE L’ORIENTAMENTO SESSUALE indica la di-

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8 Comunicare senza pregiudizi: 10 punti da ricordare a un genere. Fin dall’infanzia ci si aspetta, per esempio, che una bambina giochi alle bambole e che un bambino giochi ai robot o che faccia giochi violenti e competitivi. È importante distinguere tra loro gli elementi descritti: sesso biologico, identità sessuale, identità di genere, orientamento sessuale, ruolo di genere. Sono tutti elementi dell’identità individuale che si possono combinare in modi molteplici, dando luogo a configurazioni inaspettate. C’è l’abitudine diffusa a pensare che, per esempio, ai cromosomi XY corrisponda il sentimento di appartenenza al genere maschile, con atteggiamenti e comportamenti corrispondenti, e un orientamento eterosessuale. Questo accade molto spesso, ma è solo una delle possibilità. Perché succede anche che invece un maschio biologico si senta donna, assuma atteggiamenti e comportamenti tipicamente femminili e provi attrazione sessuale verso le donne. 2. Outing o coming out? L a parola coming out è presa in prestito dall’inglese e, come spesso accade con le parole straniere, non sempre è utilizzata in modo corretto. La confusione più comune è con un’altra espressione inglese, che ha un significato diverso: outing. L’OUTING avviene quando qualcuno svela pubblicamente, spesso senza permesso e contro la volontà dell’interessato, l’omosessualità di qualcun altro. Sono famosi gli outing di politici o rappresentanti del mondo religioso fatti dagli attivisti per i diritti di gay e lesbiche. Il COMING OUT avviene invece quando una persona omosessuale rivela la propria omosessualità a familiari, amici, colleghi di lavoro (lo stesso processo può riguardare anche l’identità di genere, nel caso delle persone transessuali o transgender). Si tratta dell’abbreviazione della frase idiomatica coming out of the closet, letteralmente “uscire dall’armadio”, quindi uscire allo scoperto. In senso più allargato il coming out rappresenta tutto il percorso che una persona compie per prendere coscienza della propria omosessualità, accettarla, iniziare a vivere delle relazioni sentimentali e dichiararsi all’esterno. Se si vedono due omosessuali, o meglio due ragazzi che se ne vanno insieme a dormire nello stesso letto, in fondo li si tollera, ma se la mattina dopo si risvegliano col sorriso sulle labbra, si tengono per mano, si abbracciano teneramente, e affermano così la loro felicità, questo non glielo si perdona. Non è la prima mossa verso il piacere ad essere insopportabile, ma il risveglio felice. Michel Foucault

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Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT 9 Forse perché outing è più immediato ed economico di coming out, l’espressione “fare outing” anziché “fare coming out” è entrata nel linguaggio comune. Così si sente dire, e si legge sui giornali, che una certa persona, normalmente famosa,“ha fatto outing”, per dire che ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. La questione del coming out è rappresentata negativamente da una parte dell’opinione pubblica, che propugna la filosofia del “Don’t ask, don’t tell” (non chiedere, non dire): negli Stati Uniti, è stata questa a lungo la politica in campo militare, il divieto per le persone omosessuali o bisessuali che prestavano servizio nell’esercito di dichiarare o rivelare in alcun modo le proprie inclinazioni. Questa dottrina si estende però anche molto al di là dell’ambito militare: in Italia, per esempio, risulta coerente con le opinioni conservatrici che dell’omosessualità stigmatizzano soprattutto la visibilità. È la cosiddetta “ostentazione”, il luogo comune del “gay esibizionista”, quella contro cui viene condotta la più importante battaglia. La convinzione che sottostà a questo pregiudizio è che esista un diritto alla vita privata di cui anche le persone omosessuali certamente godono, ma che non si debba dare alle identità LGBT alcun riconoscimento pubblico. Il coming out è invece promosso dall’attivismo per i diritti LGBT perché segnala l’accettazione Un discorso a parte merita la tendenza del giornalismo di cronaca a concentrarsi sull’orientamento sessuale del soggetto (rivelandolo, anche contro la volontà del diretto interessato), soprattutto nei casi di omicidi, violenze e altri reati contro la persona. Consideriamo un brano di questo tipo: “Un uomo di 59 anni è stato trovato privo di vita e con una profonda ferita al cranio nella serata a Roma. Secondo gli inquirenti si tratterebbe di omicidio. […] la vittima era vestita con dei boxer e una maglietta. […] il movente passionale sembra il più probabile. Chi lo conosceva dice di lui che fosse gay e che vivesse serenamente la sua omosessualità. Il gestore del ristorante al pian terreno […] racconta che spesso lo vedeva rincasare con ragazzi giovani o stranieri.“ L’omosessualità dell’uomo diventa qui sinonimo di sessualità torbida e pericolosa, suggerisce la frequentazione di ambienti e personaggi equivoci. Ricordiamo che, secondo l’art.11 del Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, “il giornalista si astiene dalla descrizione di abitudini sessuali riferite ad una determinata persona, identificata o identificabile. La pubblicazione è ammessa nell’ambito del perseguimento dell’essenzialità dell’informazione e nel rispetto della dignità della persona se questa riveste una posizione di particolare rilevanza sociale o pubblica”. di sé e promuove la trasformazione di atteggiamenti e comportamenti verso le differenze nella società in cui si vive.

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10 Comunicare senza pregiudizi: 10 punti da ricordare 3. Lesbiche: la “L” invisibile C ome accade più in generale alle donne, che tendono a sparire nel linguaggio a causa dell’uso del maschile in funzione universale, le LESBICHE faticano a veder riconosciuta la loro differenza nei discorsi sull’omosessualità: l’identità lesbica resta spesso occultata dietro i termini gay o omosessuale, che sono maschili ma vengono impiegati come neutri. La “L” in LGBT resta quindi troppo spesso invisibile. C’è nei confronti delle donne più ancora che nei confronti degli uomini una “presunzione di eterosessualità” che viene proiettata su tutto l’universo femminile. La struttura sessista dei discorsi e degli immaginari, che ancora attribuisce alle donne ruoli stereotipati che ne accentuano la disponibilità verso gli uomini - le donne sono innanzitutto donne, madri, amanti – fatica ad accogliere ed esprimere la differenza nei loro orientamenti sessuali. Donne transessuali e donne lesbiche hanno due problemi opposti rispetto alla visibilità: le prime sono iper-visibili, e perciò stigmatizzate, le seconde sono rese invisibili, e così eliminate dai discorsi. Ambra Pirri, saggista (Seminario di Palermo “L’Orgoglio e i Pregiudizi”) Si sente talvolta parlare di DONNE GAY, che è un’espressione diffusa nel mondo anglofono (gay women), ma in Italia già da alcuni decenni il movimento lesbico, che è si è legato fin dal principio con le istanze del femminismo, ha superato questa dicitura promuovendo l’uso – appunto – di lesbiche. Pensiamo alla denominazione di Arcigay, una delle maggiori organizzazioni per i diritti degli omosessuali, fondata nel 1985, che dopo qualche anno riconobbe ad una sua parte il nome di Arcigay-donna, passò quindi ad Arcigay-Arcilesbica fino alla scissione in Arcigay e Arcilesbica. Esiste poi un linguaggio apertamente ostile al lesbismo, che utilizza – anche nei discorsi politici – la parola lesbica come insulto. Per questo motivo, anche nei media, lesbica è percepita erroneamente come una parola dal vago senso offensivo. Pensiamo a titoli come: Michelle Bonev ha dato della lesbica alla Pascale. “Dare della…” è un’ espressione che sottintende un valore negativo della parola. Anche per questo, forse, si tende a usarla con parsimonia o a non usarla affatto. Ma c’è anche un uso di segno completamente diverso, che si ritrova specialmente negli articoli di costume, società, spettacolo e che riguarda l’aggettivo LESBO. Qui si rincorrono infatti formule dal sapore voyeristico o pornografico, per esemSe è vero che l’italiano è stato in grado di produrre decine d’insulti per gli omosessuali maschi, con le lesbiche ha fatto di peggio: non ne ha prodotto nemmeno uno. Guardate che non è un’impresa da tutti: riusciamo a essere maschilisti perfino nella discriminazione. Per le lesbiche non ci siamo nemmeno degnati di inventare un insulto (cosa che invece hanno fatto altre lingue) e il corrispettivo femminile di “brutto frocio” è semplicemente “brutta lesbica”. Claudio Rossi Marcelli, giornalista (Seminario di Milano “L’Orgoglio e i Pregiudizi”)

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Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT 11 pio video lesbo, bacio lesbo… Ma si veda anche un titolo come Delitto di Ostia: spunta la pista lesbo, che fa pensare a un thriller erotico. Lo stesso vale per l’aggettivo SAFFICO, che richiama atmosfere lascive e seducenti adatte a stuzzicare anche il lettore maschio. Insomma, troppo spesso l’omosessualità femminile è presentata a uso e consumo di un pubblico di uomini e cancellata completamente nella sua esistenza autonoma, anche all’interno dell’universo LGBT. Fare entrare la parola lesbica nell’uso comune e nel linguaggio dei media, liberandola da connotazioni dispregiative o voyeristiche, è un passo importante verso il riconoscimento dell’omosessualità femminile e l’attribuzione di diritti alle donne che desiderano e amano altre donne. 4. Transessuale: maschile o femminile? N ella maggioranza delle persone il sesso biologico e l’identità di genere coincidono, in altre no. Le persone TRANSESSUALI sentono di appartenere al genere opposto a quello a cui le assegnerebbero i loro caratteri sessuali e in molti casi decidono di modificare la conformazione dei propri genitali attraverso l’iter di riassegnazione chirurgica del sesso. In Italia questo iter è regolato dalla legge 164 che esiste dal 1982. Si parla infatti di TRANSGENDER per comprendere sotto un più ampio termine ombrello tutte quelle persone che non riescono a riconoscersi o ad identificarsi nei modelli di identità e ruolo di genere attribuiti al proprio sesso. Sulla transessualità esiste un’ignoranza diffusa, che – spesso commista a pregiudizi – genera continui errori e confusioni nel discorso mediatico. La prima questione riguarda la distinzione tra identità di genere e orientamento sessuale. Talvolta si ha l’impressione che la persona transessuale sia considerata una sorta di “super-omosessuale”, tanto omosessuale da voler assomigliare al genere diverso dal proprio. Ovviamente non è così. Le persone lesbiche e omosessuali provano attrazione per persone dello stesso genere ma non hanno il desiderio né la convinzione di appartenere al genere opposto né l’intenzione Si chiamano Female to Male (FtM) le donne biologiche che transitano verso l’identità maschile, Male to Female (MtF) gli uomini che compiono il percorso opposto, verso l’identità femminile. Non tutte le persone che vivono una discordanza tra sesso e genere sono interessate a effettuare la transizione sottoponendosi ad interventi chirurgici per modificare il proprio corpo.

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12 Comunicare senza pregiudizi: 10 punti da ricordare di intervenire per modificare i propri caratteri ed attributi sessuali. Una persona transessuale o transgender, al contrario, può essere tanto eterosessuale quanto omosessuale o bisessuale. Il sentimento di appartenenza a un genere è altra cosa dall’orientamento sessuale. Da questa confusione nasce anche quella tra transessuali, travestiti, drag queen… Il TRAVESTITISMO fa riferimento a una condizione psicologica molta diversa e riguarda il piacere nell’uso, solitamente da parte di persone di sesso maschile, di abiti del sesso opposto, a prescindere dall’orientamento sessuale. DRAG QUEEN è l’uomo che si veste da donna, accentuandone le caratteristiche, con finalità artistiche o ludiche (esiste anche il corrispettivo femminile DRAG KING, la donna che si veste da uomo). Oppure: Vladimir Luxuria si è presa la sua rivincita. Il trans più famoso d’Italia potrà fare infatti da testimone al matrimonio di sua cugina. Dal maschile al femminile, o viceversa, nella stessa frase. Per la transessualità vale il principio dell’identità. Se la persona di cui si parla transita dal maschile al femminile, non importa in che fase della transizione si trovi, né se si sta sottoponendo all’iter della riassegnazione chirurgica del sesso, se lei sente di essere una donna va trattata come tale. Lo stesso vale per la transizione female to male. Come principio, quindi, è corretto utilizzare pronomi, articoli, aggettivi coerenti con l’apparenza della persona e con la sua espressione di genere. Quando questo risulta difficile al/alla giornalista, la soluzione è denominare la persona nel modo in cui preferisce essere appellata. E infine, sarebbe bene ricordare sempre che appunto di persone stiamo parlando: piuttosto che il/la trans o il/ la transessuale, parliamo di PERSONA TRAN- Ma l’errore più diffuso nel giornalismo riguarda l’attribuzione del genere grammaticale al soggetto transessuale. Le persone che sui giornali sentiamo SESSUALE. continuamente chiamare I trans in realtà sono LE trans. Tra l’altro, quelle di cui si parla di solito han- Si chiama transfobia la reazione di paura, no tutta l’apparenza di soggetti femminili: le foto disgusto e discriminazione nei confronti delle perspesso ritraggono lunghi capelli, tacchi alti e mi- sone transessuali. Il terreno fertile da cui nasce questo atteggiamento discriminatorio e pregiudinigonne. Dovrebbe venire spontaneo attribuire il ziale è il “genderismo” che si esprime all’incirca in femminile, e invece le contraddizioni, anche gram- questa affermazione: “esistono solo due generi, il maticali, abbondano: Uno dei trans di via Gradoli, maschile e il femminile, tutto il resto è malattia!”. Brenda […] è stata prelevata dal Ros nel suo apparPaolo Valerio, psicologo (seminario di Napoli “L’Orgoglio e i Pregiudizi”) tamento di via Due Ponti, per essere sentita.

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Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT 13 5. Transessualità non è prostituzione D ata l’invisibilità di cui soffrono le identità transessuali e transgender nei media e nel discorso pubblico, c’è la tendenza a sovrapporre in toto la questione della transessualità con quella della PROSTITUZIONE TRANS, che è una delle manifestazioni che la rendono più visibile, specialmente nelle notizie di cronaca. 40.000 transessuali e 10.000 vivono prostituendosi. Di queste, il 60% è di origine sudamericana, ma c’è anche una presenza rilevante di italiane. Ciò su cui la cronaca dovrebbe puntare l’attenzione, e raramente fa, è la grande difficoltà per le persone transessuali e transgender a inserirsi in altri settori del mercato del lavoro, a causa delle discriminazioni transfobiche di cui sono vittime. Le costrizioni e gli ostacoli che incontrano molti e molte di loro (sia FtM sia MtF) in ambito lavorativo rendono molto discutibile e pregiudiziale anche l’affermazione comune secondo cui la scelta della prostituzione nasce, per le persone che transitano dal genere maschile al genere femminile, dal bisogno di confermare o affermare la propria femminilità. Vorrei che sui giornali non si parlasse di transessuali solo per riferirsi a fatti di cronaca nera o di “overdose di curve e silicone” ma che si parlasse di diritti e delle cose che non funzionano. Come il lavoro che non c’è e per questo le trans sono ancora oggi costrette a prostituirsi, perché discriminate. O il fatto che molte trans non si ricoverano in ospedale perché temono di essere messe nel reparto degli uomini. Il modo stesso in cui ci stigmatizzano nei media lede la nostra dignità. Loredana Rossi, associazione ATN (seminario di Napoli “L’Orgoglio e i Pregiudizi”) La lavoratrice del sesso trans è spesso l’unica figura e l’unica iconografia conosciuta della transessualità, da cui deriva il luogo comune per cui tutte le persone transessuali si prostituiscono. Persino i servizi giornalistici che si occupano della condizione delle persone transgender in Italia succede che siano illustrati con immagini tratte dalla prostituzione di strada, oppure con foto che le ritraggono in pose e abbigliamenti esuberanti, facendone (più o meno involontariamente) dei fenomeni da baraccone. Quella che esercita la prostituzione è invece una parte minoritaria delle persone transessuali e transgender che vivono in Italia, che possono svolgere una quantità di mestieri e professioni. Secondo le stime dell’associazione Free Woman (Caritas Diocesana di Ancona), in Italia vivono

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14 Comunicare senza pregiudizi: 10 punti da ricordare 6. Unioni “contro natura” A mico intimo, amico vicinissimo, la persona che gli è/gli è stata più vicina… Sono tutte espressioni che servono a raccontare ciò per cui sembra mancare, insieme al diritto, anche il lessico: l’unione stabile tra persone dello stesso genere, tra due uomini o due donne. Sul tema delle unioni e dei matrimoni tra persone dello stesso genere si fa grande confusione, e abbondano i pregiudizi. Per esempio, quando in Francia furono introdotti i Pacs, cioè le unioni civili per etero e omosessuali, e una coppia italofrancese firmò questo patto all’ambasciata francese a Roma, la loro unione fu definita dai giornali il primo matrimonio gay in Italia. Ma non è affatto la stessa cosa. Per fare un po’ di chiarezza, quindi: si parla normalmente di COPPIE DI FATTO per le convivenze non riconosciute giuridicamente, in quanto diverse dalle unioni di diritto, cioè matrimoniali. Le prime non prevedono i diritti e i doveri reciproci che riguardano i coniugi: alla coabitazione, all’assistenza materiale e morale, alla fedeltà. Questo tipo di convivenze quando coinvolgono persone di sesso diverso sono chiamate anche convivenze more uxorio, cioè vissute come se si trattasse di un rapporto tra coniugi ma in assenza di matrimonio. E se ci riferiamo alle coppie omosessuali? La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 138 del 2010, ha definito l’unione tra omosessuali “come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri.” Le unioni di persone dello stesso sesso in Italia si qualificano come coppie di fatto perché non esiste alcun altro statuto giuridico che disciplini obblighi reciproci e diritti. Non potendo sposarsi, per le coppie gay e lesbiche la convivenza è l’unica alternativa possibile. L’Italia è, infatti, l’unico paese in Europa, insieme alla Grecia, che non prevede alcuna tutela per le coppie omosessuali: né una disciplina delle UNIONI CIVILI (o unioni domestiche, partnership domestiche, partnership registrate, unioni di vita, Pacs…), né l’istituto del MATRIMONIO tra persone dello stesso sesso. Si tratta di istituti diversi, perché le unioni sono regolamentate (in modo diverso nei diversi paesi) con normative ad hoc, che le distinguono dal matrimonio. Quando di parla di matrimoni tra persone dello stesso sesso (spesso chiamati sbrigativamente matrimoni gay) si intende invece l’estensione del principale istituto di regolazione della vita familiare alla componente omosessuale, per cui le coppie gay/lesbiche ed etero sono non solo equiparati nei diritti e nei doveri, ma riconosciuti uguali davanti alla legge sotto ogni aspetto (incluse per esempio le adozioni). Il tipo di resistenza che provocano in una parte dell’opinione pubblica provvedimenti legislativi di questo segno è però molto simile, e si può rias-

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Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT 15 sumere in tre concetti: tradizione, natura, procreazione. Le unioni tra persone dello stesso sesso vengono descritte come una minaccia alla “famiglia tradizionale”, come “contro natura” e come “sterili”, “infeconde”. Del tutto assente da queste rappresentazioni è la dimensione dell’amore, dell’impegno, della responsabilità che portano la coppia omosessuale a desiderare il matrimonio, o almeno il riconoscimento di diritti attraverso un istituto ad hoc. Eppure, a nessuna coppia eterosessuale può essere negato il matrimonio né in quanto “non tradizionale” (pensiamo alle coppie miste) né in quando “innaturale” (per esempio quando c’è grande differenza d’età ma entrambi i coniugi siano maggiorenni) né infine perché incapace di procreare. È bene quindi ricordare che diritto Il matrimonio non esiste in natura. Mentre in natura esiste l’omosessualità, persino nel mondo animale. Matteo Winkler, giurista (seminario di Milano “L’Orgoglio e i Pregiudizi”) delle persone omosessuali ad avere una famiglia e alla non discriminazione sulla base del proprio orientamento sessuale è sancito a livello europeo dalla Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo, dalla Carta di Nizza, nonché da diverse Risoluzioni del Parlamento Europeo. Con una sentenza del 15 marzo 2012, inoltre, anche la Cassazione italiana ha stabilito che le unioni omosessuali devono poter godere di un trattamento omogeneo a quello assicurato ai coniugati. 7. La “famiglia gay” “Q uando parlano della mia famiglia come ‘famiglia gay’ io li interrompo sempre e dico: ‘Per il momento gli unici gay in casa siamo noi papà, sui figli non ci sono ancora notizie certe e, anche se saranno etero, per noi due non cambierà nulla e gli vorremo bene lo stesso”, afferma Claudio Rossi Marcelli, autore di Hello Daddy! (Mondadori, 2011). Parlare di FAMIGLIA GAY o FAMIGLIA OMOSESSUALE per indicare il nucleo in cui i genitori sono dello stesso sesso, comporta proprio questo rischio, di trasferire l’omosessualità dai genitori su tutti i componenti, rafforzando il luogo comune per cui chi viene cresciuto da una coppia di gay o di lesbiche è destinato a sviluppare a sua volta un orientamento omosessuale. Un luogo comune che le scienze sociali continuamente smentiscono. Meglio quindi riferirsi ai genitori e parlare, per le famiglie in cui questi sono due uomini o due

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