Lucchese e Buonadonna

 

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Il volto coniugale della carità

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Antonio Fasolo Lidia Di Mambro LUCCHESE E BUONADONNA Il volto coniugale della Carità Fraternità Ofs Sant’Antonio in Roma 2009

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“Nella loro famiglia vivano lo spirito francescano di pace fedeltà e rispetto della vita, sforzandosi di farne il segno di un mondo già rinnovato in Cristo. I coniugati in particolare, vivendo le grazie del matrimonio, testimonino nel mondo l’amore di Cristo per la sua Chiesa. Con un’educazione cristiana semplice ed aperta attenti alla vocazione di ciascuno, camminino gioiosamente con i propri figli nel loro itinerario umano e spirituale.” (Reg. OFS art. 17) “La bellezza e la forza dell'amore umano degli sposi è una profonda testimonianza per la propria famiglia, per la Chiesa e per il mondo." (C.C.G.G. O.F.S. art.24)

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PRESENTAZIONE Per presentare questo lavoro di Antonio Fasolo esprimerò due mie soddisfazioni. Ancor prima, però, dico, per chi non lo sapesse, che Antonio è sposato con Lidia, che appartengono entrambi all’Ordine Francescano Secolare e che entrambi, da circa dieci anni devono sottrarre (meglio, condividere) una considerevole fetta del loro tempo per dedicarsi a Maria Cristina, la quale non si accontenta certo di esigere semplicemente vitto e alloggio. Prima soddisfazione. - “Con quelle noi non ci andiamo”, “Le Terziarie”, “Possono anche gli uomini ?!”, “Anche i/le giovani ?”, “Anche noi due fidanzati ?”, “Anche noi due marito e moglie ?”. Da diversi decenni espressioni e domande simili mi causano disappunto. Evidenziano uno stato di cose che non è “giusto”. Non è giusto perché non è “vero”. L’“originale”, la “foto di famiglia” dell’OFS ci mostra Lucchesio e Buonadonna, marito e moglie. I momenti più qualificanti nella storia dell’OFS ci mostrano uomini e donne. La mia ammirazione giunge allo stupore quando leggo il martirologio francescano. Lì figurano coppie di sposi e addirittura famiglie intere di francescani secolari coronati con il martirio di sangue. Il “patrimonio genetico” dell’OFS richiede la lettura di questo codice: uomini e donne, coppie di coniugi, famiglie. Tutti sanno e affermano che è pericoloso alterare il codice genetico. Può deteriorare e perfino estinguere la specie. Inoltre, quest’alterazione dell’originale sottrae credibilità e forza di attrazione. Perché? Semplicemente perché né l’umanità, né la Chiesa sono composte di stragrande maggioranza di donne. La metà dell’umanità (senz’altro la più bella) è concepibile, leggibile solo se, come l’A o la U maiuscole, sono formate dai due tratti che si appoggiano. Se manca un tratto, sono un segno illeggibile o quasi. Neanche l’H maiuscola sarebbe significativa.

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Può darsi che questo mio discorso appaia stroncatore o sgarbato. Voglio sperare che non scoraggi nessuno. Io, infatti, non intendo dire “togliamo”, bensì “cerchiamo ciò che manca“. In questo senso, auguro ad Antonio e Lidia (e Maria Cristina) Fasolo buoni risultati con un’opera di restauro o di recupero, quale potrebbe essere questa, che mi hanno chiesto di presentare. Seconda soddisfazione. - “ L’avrei giurato che era un prete che cantava”. Nella chiesa vuota di Villa Italia, io mi sfogavo a cantare accompagnandomi con l’organo. Quella persona amica aveva fiancheggiato la chiesa per arrivare all’ufficio parrocchiale, precisò: - “Hai la voce da prete anche cantando”. Una volta ci riconobbero che eravamo preti nella spiaggia di Necochea. Durante una processione sentivo dire da uno la prima parte dell’Avemaria e la gente rispondeva con la seconda parte. - “Quello non è un prete”, mi dissi. Allungai il passo : era un giovanotto laico. Sapete che la chironomia è il movimento delle mani per dirigere il canto (gregoriano) segnando i diversi accenti delle frasi melodiche. M’è capitato, da chierico (quando non difetta la carica di ironia) di sentire come qualcuno, in sordina, accompagnava il salire e scendere della voce di un predicatore, con stereotipo scontato. Quando parliamo o scriviamo noi preti, quasi sempre (perfino raccontando una barzelletta) parliamo e scriviamo da preti. Credo non possa essere diversamente, sia riguardo ai contenuti sia alla forma. I laici hanno il loro modo. Devono averlo, per il loro status, per la loro vocazione, per la loro missione. Anche se a noi è affidato l’altius moderamen. - “Che bravo ! Ha parlato come un prete !” Questo elogio che una volta udimmo lo reputammo come squalificante per quello stimabilissimo laico che aveva tenuto la conferenza. Quando ho letto gli scritti di Antonio Fasolo, francescano secolare, sul Beato Lucchese ho goduto la duplice soddisfazione sia per i contenuti che per la forma. (E’ giusto che io aggiunga che

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le stesse soddisfazioni ho provato leggendo e ascoltando altri e altre francescani secolari). Tutto questo a proposito di agiografie, ma anche a proposito di altri temi, specialmente di attualità ecclesiale. Credo proprio che sia il caso di prestare rinnovata attenzione alla “topografia” e alla “fisiologia” della Chiesa (e quindi anche dell’OFS).Tenerne conto, guidati dal sensibile monitoraggio del Vaticano II, della Evangelii nuntiandi, della Christifideles laici, della Familiaris consortio, ecc. e di incoraggiare i carismi, talvolta non emersi, dei laici di casa nostra. P. Antonio Giacomello, OFM

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Beati Lucchese e Buonadonna Sposi, terziari francescani

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PREMESSA Fatta eccezione per i membri della grande famiglia francescana, i nomi di Lucchese e Buonadonna, nonché la loro esperienza umana e spirituale, risulteranno sconosciuti alla maggior parte dei lettori. In realtà, a volte, anche gli “addetti ai lavori” potrebbero dimostrarsi carenti o male informati. Senza pretendere di offrire uno studio esauriente, per il quale si rimanda senz’altro ad opere più solide ed accurate, segnalate opportunamente nella bibliografia, abbiamo pensato di presentare una ricerca di carattere divulgativo, non agiografico, cercando di evitare di incorrere in banali semplificazioni e luoghi comuni che spesso finiscono col dare corpo a vere e proprie “figurine” devozionali abbastanza lontane dalla realtà storica. Nelle nostre intenzioni, questo libretto si rivolge pertanto a tre categorie di persone: coloro che di Lucchese e Buonadonna non hanno mai sentito parlare, né conoscono le vicende del Terz’Ordine Francescano o la spiritualità francescana in generale; coloro che nell’ambito della grande famiglia francescana1 hanno una conoscenza minimale della loro vita, per lo più ricavata dal breve profilo biografico, relativo al solo Lucchese, presente nel “Proprio dei Santi” della Liturgia delle Ore; le coppie di fidanzati o di sposi che desiderano conoscere la spiritualità familiare francescana attraverso il ricorso alle fonti e alla testimonianza delle origini e all’esempio storicamente documentato della prima generazione di Terziari, già allora così ricca di frutti di santità. A questi è dovuta un’attenzione particolare. A loro, in definitiva, dedichiamo questo libretto e a tutti coloro i quali hanno compreso che la santità, cui ogni seguace di Cristo è chiamato in forza del Battesimo, non è legata ad un particolare stato di vita (ad es. (1) Accanto ai tre ordini tradizionali, cioè minori, clarisse e terziari, oltre 250 istituti religiosi e laicali che s’ispirano in vari modi all’insegnamento del santo d’Assisi

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quello religioso), ma alla realizzazione della perfezione dell’amore nella propria condizione umana e sociale. L’amore degli sposi, infatti, non è legato al caso o ad una serie di circostanze fortuite, ma rientra in un progetto d’amore di Dio Padre, che vuole per tutti la pienezza della felicità. Esso, con la sua forte testimonianza evangelica, è peraltro indispensabile alla Chiesa, “perché il mondo creda”(Gv. 17,21) e perché essa si presenti un giorno all’appuntamento col Suo Signore “tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef. 5,2527). In sostanza c’è una via coniugale e familiare alla santità. Questa via hanno scoperto e percorso Lucchese e Buonadonna, seguendo la spiritualità francescana, e, dopo di loro, molte anzi moltissime altre coppie fino ai nostri giorni. Possiamo affermare che l’Amore stesso, cioè Dio, ha assunto di volta in volta in queste coppie una fisionomia particolare, concreta, carnale, diversa secondo l’inesauribile fantasia dello Spirito, fruibile ai sensi, coniugale appunto. Per venire incontro alle esigenze di molti, offriremo dunque prima una panoramica circa le origini e lo sviluppo del Movimento Penitenziale all’interno della Chiesa, la svolta decisiva che esso conobbe in epoca francescana con la nascita del cosiddetto Terz’Ordine, le figure di Lucchese e Buonadonna, che per primi si distinsero in esso per fama e santità. Infine proporremo un approccio conoscitivo alla spiritualità familiare secondo il carisma di S. Francesco. Concludiamo rivolgendo a tutti, indistintamente, l’augurio che S. Paolo, indirizzava alla Comunità di Efeso: “Possa davvero il Signore illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi, e qual è la straordinaria grandezza della Sua potenza verso di noi credenti, secondo l’efficacia della sua forza” (Ef. 2,18-19). Il Signore vi dia pace. Antonio e Lidia Fasolo, OFS

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Note e ringraziamenti Per la maggior parte delle vicende riguardanti la biografia di Lucchese e Buonadonna, nonché in relazione al contesto storico in cui esse si svolsero, abbiamo abbondantemente attinto all’opera di P. Martino Bertagna, segnalata nella bibliografia, la quale, nonostante le ultime importanti acquisizioni di documenti coevi la vita del santo, rimane in ogni modo, fra le altre, a nostro giudizio, la più seria, completa e meglio documentata. Un ringraziamento particolare è dovuto inoltre alla comunità dei frati minori della basilica e del convento di S. Lucchese a Poggibonsi, che ci ha fornito grande collaborazione e materiale prezioso per il completamento del presente studio.

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Beato Lucchese e S. Maria Maddalena santi penitenti

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Capitolo I IL MOVIMENTO PENITENZIALE Nell’accezione più comune, praticamente in tutte le lingue moderne, quando si usa il vocabolo “penitenza”, si pensa immediatamente ad un’opera esterna di mortificazione. Vengono in mente dolori corporali inflitti spontaneamente tramite ad esempio, veglie, digiuni o strumenti di autentica tortura come il cilicio o la disciplina2. Fu soprattutto nell’Alto Medioevo, forse per influenza della filosofia platonica, col suo disprezzo nei confronti del corpo, che tale significato divenne prevalente, come altrettanto comune divenne l’uso di certi strumenti, quali la suddetta disciplina3 adoperata per castigare la carne con la flagellazione. Si pensava allora che l’unico modo per entrare in rapporto con Dio fosse quello di allontanarsi dal mondo, chiudendosi fra le mura di un monastero, lontani dalle tentazioni della vita normale. Il senso originale, biblico prima, e poi francescano, della parola penitenza è invece, come vedremo, completamente diverso. Nell’Antico Testamento la “penitenza” è essenzialmente un atteggiamento interiore. Il termine usato nella traduzione greca dei Settanta, come anche poi nel Nuovo Testamento, è “ metànoia “, parola che in greco, anche al di fuori del contesto religioso, indica un mutamento radicale di persuasione, di attitudine, di pensiero o di progetti ; secondariamente indica anche il dispiacere per il modo di agire precedente. Afferma il Catechismo della Chiesa (2) R. Pazzelli, in “ Dizionario Francescano ”, voce Penitenza, p. 1447. (3) Consisteva in un complesso di funi o catene, piccole o grandi, semplici o terminanti con sbarre o palline di sostanze dure (legno o metallo).

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Cattolica4: “La penitenza interiore è un radicale riorientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura col peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesso” . Convertirsi significa “ritornare a Dio” (1 Sam. 7,3), sinceramente con azioni che comportano un cambiamento di costumi e la decisione di osservare in avvenire la volontà di Dio. “Cercare Dio” significa “cercare il bene e non il male” (Am. 5, 414), ritornare all’amicizia con Lui (Os.3), attraverso un mutamento personale e interiore fortissimo (Ger. 3,10 e 4,3-4 ; Ez. 33,14-15 ; Ml. 3,7-8) che si esprime anche esteriormente attraverso i segni tradizionali del lutto israelitico (strapparsi le vesti, indossare il sacco e il cilicio5, digiunare ecc.). Ultimo fra i profeti, alle soglie del Nuovo Testamento, Giovanni Battista scuote energicamente il popolo col suo invito alla penitenza (Mt. 3,2 ; Lc. 3,10-14). Gesù stesso inizierà la propria missione pubblica con quello che si può considerare l’annuncio essenziale del Regno: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15) - “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo“ (Lc 13,3). Successivamente, nella predicazione della Chiesa primitiva, quest’invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo ed il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima fondamentale conversione. E’, infatti, mediante il Battesimo che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova6. (4) - C.C.C. nr. 1431. (5) Una stoffa ruvida e pungente o una cintura con nodi o catenella che si portava sulla nuda pelle. (6) - C.C.C. nr 1427.

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Tuttavia, già durante i primi secoli di vita della Chiesa, si cominciò a porre il problema della riconciliazione per quei fedeli che dopo aver ricevuto il Battesimo, per umana fragilità erano incorsi in peccati particolarmente gravi (ad esempio: omicidio, idolatria, adulterio). Il perdono era allora legato ad una disciplina molto rigorosa, poteva essere concesso una sola volta nella vita ed i penitenti dovevano fare pubblica ammenda per i loro peccati, spesso per lunghi anni7. Paradossalmente, conclusosi il tempo delle persecuzioni, durante il quale la testimonianza dei martiri aveva tenuto alta e viva la fede della comunità cristiana, la pace di Costantino, nel 313 d.C. segnò una svolta importante. Da religione proibita qual era prima, il Cristianesimo passò ad un regime di tolleranza legale, che si trasformerà presto in piena libertà privilegiata, fino a diventare nel 391-392 l’unica religione autorizzata. Tuttavia, mentre il periodo delle persecuzioni obbligava i catecumeni8 ad una fede d’alta qualità, in epoca constantiniana, si assisté ad un calo di fervore. Si degradavano i motivi di conversione. Dal momento in cui tendevano ad appianarsi gli ostacoli che una volta i candidati dovevano superare, diventò più facile entrare nella Chiesa, ma molti non avevano una motivazione valida e sufficiente, ciò che volevano ottenere era semplicemente il titolo di “cristiano”, senza nutrire in sé un autentico desiderio di conversione. Intorno al IV sec. d.C. si erano ingrossate le file del cosiddetto Ordine dei Penitenti. Esso sorgeva all’interno della Chiesa, come si è detto, come risultato di una disciplina ecclesiastica penitenziale volta ad ottenere il perdono dei peccati commessi dopo il Battesimo. Coloro che entravano a farvi parte vi restavano sino a quando fosse compiuta l’espiazione fissata dall’assemblea (7) - C.C.C. 1447. (8) Coloro che ricevevano l’istruzione religiosa per essere battezzati.

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cristiana con a capo il suo Vescovo. Essi esprimevano il loro stato di penitenza interiore, anche con atti esterni quali la preghiera, l’elemosina, il digiuno. A partire dal IV sec. era loro vietato, anche una volta ottenuto il perdono, espletare alcune attività, come il servizio militare, il commercio o altre funzioni pubbliche. Il vedovo non poteva risposarsi né il celibe contrarre matrimonio. Contemporaneamente iniziava il fenomeno per cui alcuni fedeli, pur non avendo commesso alcuna colpa grave, e non avendo quindi obbligo di espiare, entravano nell’Ordine della Penitenza di spontanea volontà per amore di perfezione e si assoggettavano volontariamente alla legislazione penitenziale, disposti a rimanervi per tutta la vita, come gli statuti ormai prescrivevano. Erano i penitenti volontari o più semplicemente “i penitenti”. Essi potevano essere chiamati anche “conversi”, perché avevano deciso una “conversio” che si realizzava in varie forme: a) gli oblati che si mettevano al servizio di una chiesa, di un monastero o di un episcopio con la promessa di stabilità; b) gli eremiti, fenomeno molto diffuso specie fra il V e l’XI sec.; c) le recluse, cioè donne che si consacravano a Dio senza entrare nelle forme istituzionali del monachesimo femminile; d) i pellegrini verso i luoghi Santi; e) i coniugi che pur continuando a vivere nelle proprie case, facevano “vita di penitenza”. Tutti costoro indossavano un abito caratteristico, dotato di bastone, bisaccia e sandali, spesso contrassegnato da un “Tau”, si dedicavano ad opere di carità presso ospedali, ospizi di pellegrini e lebbrosari, o alla riparazione gratuita di chiese e cattedrali. Il movimento penitenziale ricevette un grande impulso in crescita ed in direttive dalla Riforma Gregoriana nella seconda metà del sec. XI, a seguito della quale si verificò la diffusione fra il popolo cristiano più sensibile, dell'anelito ad una vita più semplice, povera ed evangelica, simile a quella dei primi tempi apostolici.

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