FuoriAsse - Speciale LABirinti Festival

 

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FuoriAsse Officina della cultura

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FUOR Cultura ASSE Officina della Officina della Cultura Speciale LABirinti Festival Numero 9 [Ottobre 2013]

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FUOR ASSE Editor ale Non è un miracolo e forse è inopportuno di Caterina Arcangelo Il titolo scelto è solo indizio di uno scetticismo essenziale. Ha lo scopo di introdurci nei labirinti di una cultura sicuramente pronta ad inchinarsi alla dignità sostanziale e dolorosa dell’uomo sulla terra, in cui l’attenzione non cessa mai di essere diretta all’uomo, e nonostante l’apparente contraddizione con la presente realtà empirica che non sempre tende a favorire l’accrescimento della libertà individuale e creativa. Non meno proficuo è rintracciare le opposizioni e i giudizi pronunciati - su autori senza apparente relazione tra loro - e che sono in grado di illuminare e arricchire. Durante i festival e in occasioni analoghe vi sono sempre personalità ufficiali che tengono discorsi in cui si esalta il carattere e il valore di quanto si manifesta. LABirinti festival l’abbiamo vissuto come un’esplosione di fraternità, e dall’unione di più forze s’è scatenata una piacevole sensazione, come quando i paesi che si fanno freddamente la guerra si ritrovano in un certo momento a prendere parte insieme ad azioni di soccorso. Certamente il paragone è azzardato, ma il senso di disorientamento a livello culturale è tale da indurre a pensare che una tale esplosione di fraternità vuol solo dimostrare che non v’è nulla di così brutto in cui non germogli un fatto universalmente umano. Ma come? Forse il difetto di umanità è condizione indispensabile al vero sapere? No però da qui arriviamo a certi principi generali riguardanti la libertà individuale e il controllo pubblico. Russel scrive “la maggior parte degli impulsi umani si può dividere in due classi, quelli che sono possessivi e quelli che sono costruttivi e creativi”. A differenza degli impulsi possessivi quelli creativi sono diretti a scopi nei quali il vantaggio dell’uno non significa uno svantaggio per gli altri. Insomma l’aumento del sapere è un vantaggio per tutti quelli che ne subiscono l’influenza. Così la parte creativa dell’attività umana dovrebbe essere più libera possibile affinché possa rimanere spontanea e piena di vigore. E lo scopo dell’educazione non dovrebbe essere quello di rendere gli uomini uguali, ma di favorire l’espressione della proFUOR ASSE LABirinti Festival

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pria personalità. Questo l’obiettivo che ci spinge a incoraggiare gli incontri con gli studenti, non a caso evento di apertura di LABirinti festival. La sensazione è quella di vivere un momento di radicale trasformazione e si rende necessario, in questo particolare momento storico, riuscire a dare una risposta che può significare lottare per una nuova libertà. Ma come si può parlare di “libertà” in un mondo in cui i prezzi salgono, i redditi scendono e la fiducia nelle capacità di chi governa è in totale declino? Delle opportunità esistono ed ecco cosa rimane: è importante continuare a indagare e per fare ciò dobbiamo preservare le condizioni per il dibattito critico, razionale, in cui sia possibile anche essere in disaccordo. A LABirinti festival abbiamo provato a fare nient’altro che questo: al di là del dovere di collaborazione c’è il diritto dell’indagine. Quello che importa è di impegnarsi a illuminare con la ragione le posizioni in contrasto, di resistere alla tentazione della sintesi definitiva, di restituire agli uomini la fiducia nel colloquio e il rispetto dell’opinione altrui. Benedetto Spinoza, scrivendo a un amico durante una guerra, disse: «Queste turbe non m’inducono né al riso né al pianto, ma piuttosto a filosofare e ad osservar meglio la natura umana…Lascio, dunque, che ognuno viva a suo talento e che chi vuol morire muoia in santa pace, purché a me sia dato di vivere per la verità». FUOR ASSE LABirinti Festival

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FUOR ASSE Officina della Cultura Direttore Responsabile Cooperativa Letteraria Hanno collaborato a questo numero Sara Calderoni, Claudio Morandini, Marta Lodola, Domenico Calcaterra, Caterina Arcangelo, Giuseppe Giglio, Marco Annicchiarico, Nando Vitale, Andrea Pomella, Gianni Montieri, Fernando Coratelli, Fabrizio Elefante, Demetrio Paolin, Silvio Valpreda, Gabriella Serravalle, Claudio Panella, Erika Nicchiosini Copertina Marta Lodola performance | A mia immagine - foto di Mario Greco Foto Ruggero Passeri, Francesco Gabriele Insalaco, Cristina Mesturini, Fabiana Piersanti, Issaf Turki, Mario Greco Progetto grafico Mario Greco FUOR ASSE LABirinti Festival

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FUOR ASSE Speciale LABirinti Festival Intervista Sepid Nour Kalantari 20 - Si tira avanti con lo schianto Marta Lodola 6 Officina della Cultura Carla Vasio - Vita privata di una cultura 9 di Claudio Morandini Davide Rondoni di Giuseppe Giglio Vanni Santoni - Personaggi precari di Demetrio Paolin 88 73 Amnesie collettive Pomella - Montieri - Coratelli Anna Maria Carpi - Anna Toscano Per quanto tempo è per sempre? 38 di Sara Calderoni - Calvino e il cinema di Claudio Panella Vito Santoro 98 Dialoghi, conversazioni e interviste tra: Fabrizio Elefante 43 Marco Lazzarotto 61 Andrea Caterini Sara Calderoni 55 Daniela Marcheschi Matteo Marchesini 68 93 Gabriella Serravalle Domenico Calcaterra Caterina Arcangelo Giuseppe Lupo 90 Massimo Maugeri Vito Ferro Giorgio Bona 22 16 81 Giuseppe Giglio Daniela D’angelo 78 Fabio Mendo Mendolicchio Marco Annicchiarico Silvio Valpreda 26 Gianluca Mezzafemmina Fannidada 102 105 Erika Nicchiosini Domenico Cosentino Stefano Delmastro Andrea Mlabaila Amalia Micali Francesca Rosini Gabriele Munafò 84 Renato G Virdis LABirinti Storie 30 Chiudere il cerchio di Fabio Ciriachi Fernando Coratelli - La Resa di Andrea Pomella 86PATNA, letture dalla nave del dubbio di Fabrizio Elefante Le con denze degli scrittori, 13 tra romanzo e saggio di Claudio Morandini FUOR ASSE A mia immagine 50 Marta Lodola introduzione di Nando Vitale LABirinti Poesia Dieci 35 di Maurizio Alberto Molinari LABirinti Festival

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Marta Lodola Regista del Film Sepid Nour Kalantari Intervista Amina proiettato al LABirinti Festival Amina è un viaggio nella condizione femminile delle donne africane, sia nel luogo d’origine, sia come emigrate e in particolare in Piemonte. Il paese d’origine della protagonista è la Nigeria, dove, nonostante il divieto dello stato all’infibulazione, nelle tribù la tradizione impone ancora questo atroce gesto nei confronti delle giovani donne. Con questo fardello sulle spalle le donne africane giunte in Italia si trovano a vivere una sessualità “separata”, drammatica. ML: Il tuo lavoro riguarda la salvaguardia dei diritti umani, cosa ti ha spinto ad interessarti al problema dell'infibulazione? Come sei venuta a conoscenza di questa pratica? SNK: Ho scoperto dell’infibulazione in Italia, sono qui da 24 anni. In Iran, il mio paese di origine, è una pratica sconosciuta “nonostante sia un paese musulmano” (non è infatti un fattore religioso, quanto culturale). Sicuramente perché l’Iran, distante dall’Africa, non è facile da raggiungere, non ha immigrati. In Italia il tasso di immigrazione africana è sicuramente più alto ed è stato facile venirne a conoscenza. Personalmente ne ho sentito parlare per la prima volta da un’amica che fa la ginecologa, lei stessa sorpresa e sconvolta di tutto FUOR ASSE il male che passa attraverso le mani delle donne. Sono arrivata in Italia all’inizio della rivoluzione, dopo la guerra, le condizioni sfavorevoli e la forte carica emotiva mi avevano portato a lottare a favore dei diritti delle donne. Ma questa scoperta mi sembrava terribile. Insopportabile. Una nuova condizione esistenziale che non avevo mai considerato. ML: Pensi che sia un problema che ha origini prettamente religiose o ha anche origini nelle diverse impostazioni culturali? SNK: E’ un’impostazione prettamente culturale. Ignoranza pura. Se queste popolazioni sapessero quali sono le problematiche di tale pratica sono sicura che non persisterebbero. Mi spiace che alla lunga l’ignoranza LABirinti Festival 6

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ha sempre la meglio. La persona che subisce questo dramma, una volta acquisita una certa consapevolezza, la vive come una pratica assurda ed è intrinseco il bisogno di condividere solo con chi ha con questa atroce realtà una certa confidenza, precludendo quindi la possibilità di costruire ogni tipo di rapporto con persone che stanno al di fuori di un contesto assai chiuso e circoscritto. ML: Secondo te questa pratica, che lede non solo il fisico delle donne che la subiscono ma va oltre, potrebbe dare origini a problemi di livello sociale? Cosa causa nella condizione uomo-donna? SNK: Una causa grave ed importante è la sterilità di cui se ne subiscono le conseguenze sia a livello fisico che psichico: la possibilità di una mancata procreazione porta all’allontanamento da parte del marito e dei famigliari, dalla società tutta. E soprattutto per quelle donne che vivono in paesi in cui la procreazione è vissuta come condizione sociale. A livello fisico è doloroso. Determina la mancanza di piacere durante i rapporti sessuali, vissuti come una vera violenza. Crea complicanze sia durante il ciclo mestruale che al momento del parto. Le conseguenze sono estreme, talvolta mortali. A determinare i gravissimi effetti è anche la mancanza di preparazione da parte di chi esegue le operazioni: le condizione igieniche sono scarse e le incisioni a volte notevolmente brutali. È un male che viene dalle donne e infligge dolore alle stesse donne. Dobbiamo fare noi qualcosa, alzare le chiappe e andare a combattere contro le donne che fanno del male alle altre donne. Voglio difendere i diritti, voglio lavorare sui diritti. I nostri figli devono FUOR ASSE imparare da noi. ML: Indubbiamente si parla di differenze culturali, ma come pensi che le differenti culture possano comprendersi e sfruttare le diversità per promuovere gli scambi tra di loro? In modo da favorire la cosiddetta integrazione? SNK: Si tratta di popolazioni non bene integrate nei nostri paesi. Questo favorisce la totale mancanza di scambio e di integrazione e porta al rafforzamento del legame all’interno della stessa comunità. La mancanza di possibilità di scambio tra culture diverse preclude l’opportunità di nuove prospettive, e quindi di una presa di coscienza. Le donne che vivono in Italia accompagnano le loro figlie nei villaggi di origine affinché questa pratica venga eseguita. Infatti sono tanti i medici italiani che denunciano la mancanza di molte ragazze dagli ambulatori medici. Credo molto nella documentazione audiovisiva perché è diretta e completa. Favorisce un assorbimento emotivo forte e lascia anche il tempo di riflettere. Da non sottovalutare l’impatto che un tipo di informazione di tale portata può avere sugli stessi uomini. Penso alla mia amica Shir Neshat che vive a New York, e con la LABirinti Festival

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quale condivido moltissime esperienze, e pensiero: attraverso il suo lavoro Shirin Neshat analizza le difficili condizioni sociali, con particolare attenzione al ruolo della donna, rivolgendosi al significato sociale, politico e psicologico dell’essere donna all’interno della società islamica. Tanto è bastato perché venisse presa in considerazione, senza favoritismi da parte di entourage politici e culturali. Invece in Italia la politica è una condizione sempre più disarmante. Se non addirittura scoraggiante. Penso al fatto che in Italia di femminicidio se ne inizia a parlare solo adesso. ML: Mi dicevi che il tuo lavoro riguarda i diritti umani non solo della condizione femminile, ma come hai lavorato anche per dare sostegno ai diritti degli uomini? SNK: E perché? Forse gli uomini non hanno diritti? Certo che ho difeso e continuo a difendere i diritti dei padri separati. Perché i figli sono diventati un motivo di ricatto, un commercio tra i genitori. Il diritto del bambino viene troppo spesso schiacciato dalla rivalità tra le parti e spesso le lungaggini burocratiche finiscono per essere un peso sulle FUOR ASSE spalle dei bambini. I processi di separazione sono un pesante fardello sia a livello economico che emotivo. Se si lavora sui diritti non si deve guardare né colore, né partito -questo è il mio credo-, al contrario di quanto molto spesso fanno i nostri politici. ML: La nostra situazione di crisi causa quella che tu chiami "il distacco con noi stessi", la bellezza delle piccole cose e la gioia dell'esserci. Come vedi questo problema e come credi che le persone possano davvero ritrovare la gioia dello scambio di esperienze, differenze ed opinioni in maniera costruttiva? SNK: Se viene uccisa la speranza della gioia le persone non sono capaci di fare progetti. Lo stile di vita della società attuale, la vita frenetica e il consumismo sfrenato infittiscono il nostro ego mentale. Questo non ci permette di scorgere con chiarezza quel poco che di buono ci rimane. Affinché cerchiamo una soluzione solo attraverso i beni materiali non si riesce a cogliere il valore e la bellezza di ciò che ci circonda. LABirinti Festival

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Vita privata di una cultura Nottetempo 2013 Carla Vasio di Claudio Morandini Il 24 ottobre, al Festival LABirinti, si è parlato anche di Carla Vasio nel corso della presentazione del saggio di Massimiliano Borelli “Prose dal dissesto”, dedicato alla narrativa sperimentale degli anni sessanta. Vasio, oltre a essere una delle protagoniste di quella stagione appassionata e controversa, è ancora felicemente attiva. Proprio di recente, anche in coincidenza con la celebrazione del cinquantenario della nascita del Gruppo 63, Nottetempo ha pubblicato un suo libro di memorie incentrato sulla vita letteraria e artistica di quegli anni, “Vita privata di una cultura”. Mi piacerebbe tornare su quei momenti. Partiamo per una volta dall’immagine di copertina, una bella foto di Ugo Mulas che ritrae alcuni giovani leoni dell’avanguardia (Balestrini, Pagliarani, Porta…) e loro sodali riuniti attorno al vecchio Ungaretti: accanto al compiaciuto Ungaretti, sorride una giovane Carla Vasio. La foto illustra assai bene il senso del più recente libro della stessa Vasio, “Vita privata di una cultura”, in cui il dibattito culturale fervido, talvolta aspro, talvolta soggetto a dissipazioni e naufragi, è raccontato dall’interno anche come intreccio (umano, umanissimo) di rapporti, di amicizie, di affetti, di attrazioni, di allontanamenti. Accanto ai convegni, ai concerti, alle mostre, ai salotti, ecco allora i momenti “privati” di confronto, le fughe per negozietti e stradine e spiagge e mercatini, le conversazioni divaganti, fatte con sollievo, con grazia, senza la tensione delle circostanze ufficiali. La stagione è sempre quella: i primi anni sessanta, il ribollire di pulsioni innovative nei più differenti campi artistici, l’insofferenza giovanile nei confronti delle personalità più consolidaFUOR ASSE 9 LABirinti Festival

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lidate e più legate alla tradizione (o compromesse con essa, fate voi). Ma Vasio si spinge anche oltre, insegue le persone fino a tempi più recenti, e, con controllata malinconia, non nasconde lo sfaldarsi negli anni delle proposte più innovative, non tace l’infittirsi delle incomprensioni e delle rivalità, l’emergere di protagonismi e di posizioni opportunistiche. C’era dell’impaziente idealismo in quella prima fase, e Carla Vasio ne parla già nella Premessa: “Avevamo una speranza, una fiducia nel nostro avvenire: questo ci distingueva”. E subito dopo: “Forza creativa? Non so, ma certo forza propositiva. Un misto di audacia, consapevolezza, ingenuità, preparazione, presunzione, entusiasmo, che ci spingevano a lavorare per un futuro liberato” (almeno “da una tradizione ritenuta ormai inadeguata”). Era anche una fase pionieristica, in cui non solo si sperimentavano nuovi linguaggi, ma si diventava anche tipografi e editori, alla ricerca di una piena autonomia e con l’ambizione di articolare un programma editoriale lontano dalle logiche industriali (già allora). È così che, verso la fine degli anni sessanta, è nata l’esperienza della Cooperativa Prove 10: scrittori e musicisti attorno a una “vecchia stampante offset monumentale”, tra riunioni editoriali, sopralluoghi della polizia che li sospetta falsari, censure, presentazioni, e la quotidiana e rischiosa pulitura dei grossi rulli. Carla Vasio appare ovunque, presenza discreta ma non marginale, sin dal convegno palermitano del 1963, in cui legge certe sue pagine che sfoceranno poi nel primo romanzo, “L’orizzonte”. La sua, pur non essenFUOR ASSE do una posizione estrema, è frutto di una profonda ricerca (“Tu esprimi la ricerca in sé, non in tono tendenziale o provocatorio come fanno altri, ma proprio la ricerca, in un equilibrio di assoluta indifferenza” chiosa in quell’occasione Paolo Milano). Più avanti, Vasio ricorda una sua netta dichiarazione di intenti (pronunciata però in un’occasione privata, e quasi di malumore): “Vorrei arrivare al rigore di una pagina senza benevolenza, in cui ogni parola o punto o virgola sia necessaria, non sostituibile e non spostabile, e ogni pagina a sua volta sia indispensabile all'insieme, e ogni personaggio o episodio sia in grado di giustificare la propria presenza, e tutto il resto va abolito senza concessioni a contenuti emotivi anche se è difficile farlo in una prosa narrativa.” Non c’è solo la letteratura, in “Vita privata”. Il libro organizza i ricordi in tre sezioni, la prima incentrata sugli scrittori, la seconda sui compositori, la terza sugli artisti e i luoghi d’arte. In tutti, protagonisti e figuranti, qualunque sia la forma artistica a cui si sono dedicati, è il senso sempre inquieto e insoddisfatto della quête (come si legge del compositore Giacinto Scelsi) a interessare Carla Vasio: da quel comune senso di ricerca sono nate le affinità, le complicità, le amicizie, le collaborazioni. Si pensi al “Romanzo storico”, un non-romanzo che nasce nel 1974 dalla collaborazione con l’artista e designer Enzo Mari; o alla “Autobiografia” scritta da Vasio per Goffredo Petrassi; o ancora alla lunga frequentazione degli sperimentatori radicali del gruppo Nuova Consonanza; all’amicizia e alla collaborazione con Giulio Turcato, un LABirinti Festival

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artista che “girava per il centro di Roma con la noncurante grazia degli dei antichi”. Dominano gli ambienti, in queste pagine fitte di incontri, di viaggi anche avventurosi (in una cupa Polonia, ad Algeri, nel Congo di Mobutu…). Carla Vasio è maestra nella descrizione di spazi vivi e aperti, e qui, sia pure senza le dilatazioni e le deformazioni sperimentali della sua prosa, ci consegna paesaggi e interni suggestivi come trompe-l’oeil – le abitazioni romane che ha frequentato o abitato, innanzitutto, tra le quali spicca, verso la fine, Villa Hélène, o Villa Andersen, sontuosa, cadente, che altri inquilini infestano come spettri, e che nasconde (occhio all’inganno del gioco prospettico) in alcuni cassetti fogli dello stesso Andersen in cui si aprono vedute di un grandioso e folle progetto di Città Ideale. Vasio è anche ritrattista acuta e veloce. Alcune delle figure che le sono più care danno vita a ipotiposi gustose: in una, l’innata eleganza di Balestrini si confronta con un incidente automobilistico in un giorno piovoso, e dallo sportello dell’auto rovesciata esce prima una mano che saggia la pioggia, poi un ombrello, poi, “senza fare una piega, né sgualcito né bagnato… impeccabile,” “il Nanni”. Un altro ritratto di affettuosa esattezza è dedicato a Ungaretti, colto in una condizione di “vecchiaia orrenda” (è lo stesso poeta a dirlo) oscillante tra un’arguzia silenica e momenti di impenetrabile obnubilamento. C’è poi il compositore Giacinto Scelsi, concentratissimo nella “infinita ricerca dell’essenza ultima del suono”, qualcosa “da sentire come la vibrazione del silenzio”, e immerso in un misticismo incline all’esoterismo. Ma sono decine e decine gli artisti, gli scrittori, i musicisti che Carla Vasio invita in questo salotto garbato, un po’ sentimentale e un po’ distaccato, che è “Vita privata di una cultura”. Quello ©Ruggero Passeri FUOR ASSE LABirinti Festival

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che lei scrive degli incontri nella casa svizzera di Aline Valangin, (“è la grande arte della conversazione di gente colta in un salotto elegante, dove le persone rispettano l’integrità altrui senza negarsi la capacità sottesa di una sostenuta ironia”) può valere anche per queste pagine, in cui anche i ghiribizzi e le tensioni e i caratteri difficili vengono mitigati dal lavorio della memoria. Quanto quegli anni contino ancora, al di là dello sfaldarsi dei progetti e del divaricarsi dei percorsi personali (e dello svanire di molti) emerge chiaro nel Commiato finale, in cui Carla Vasio si chiede “perché parlare ancora degli anni sessanta e dintorni?” La risposta commuove: “Si racconta che Richelieu alla fine della sua vita si sia fatto portare nella galleria dei quadri e dei libri che gli erano più cari, li abbia guardati a lungo, poi abbia sospirato: ‘Ah, mes amis… mes amis…’ E niente altro.” ©Fabiana Piersanti Carla Vasio e Claudio Morandini FUOR ASSE LABirinti Festival

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Le con denze degli scrittori, tra romanzo e saggio di Claudio Morandini Il pomeriggio del 25 ottobre, al Festival LABirinti, Giuseppe Giglio e io abbiamo provato a far dialogare i nostri due libri. Non è stato difficile: la raccolta di saggi di Giuseppe, “I piaceri della conversazione” (Sciascia, 2010), vede proprio nella letteratura l’estensione dell’atto comunicativo a una fitta rete che coinvolge scrittori di tutte le epoche, lettori presenti e futuri, e naturalmente critici; quanto al mio “A gran giornate” (La Linea, 2012), è un romanzo che vive di rimandi ad autori che mi sono cari, a opere che mi si sono sedimentate dentro, e con cui, nel corso della stesura, ho a lungo chiacchierato, in piena (e forse un po’ irresponsabile) libertà. Abbiamo, Giuseppe e io, ritrovato l’uno nell’altro alcuni degli autori più forti e presenti: per esempio Savinio, Landolfi. Certo, ognuno ha poi i suoi: ecco allora che Giglio persegue quella linea letteraria che da Montaigne arriva a Sciascia, una linea frequentata da autori di acuta e affabile intelligenza, che non si isolano in una speculazione sdegnosa ma anzi, fiduciosi, vanno in cerca dei loro lettori, o lavorano per lettori che prima o poi arriveranno; io mi porto dietro altre figure (Petronio, Palazzeschi, Verne…), anche incompatibili, almeno in apparenza, che invito a coabitare nelle medesime pagine. Giglio vede nella letteratura un sistema conversativo di straordinaria coerenza (“un sistema solare”, come FUOR ASSE ebbe a dire Sciascia): l’opera conversa con la realtà, prima di tutto, nello scovare relazioni tra le cose e funzioni alle cose; conversa poi con le altre opere che l’hanno preceduta, in un dialogo fecondo di rimandi che attraversa i secoli e alimenta la lingua, le idee, i temi, i personaggi; conversa infine proficuamente, come dicevamo, con quel lettore che in un certo senso ha modellato proprio al momento della creazione letteraria. È una visione seducente, con cui è difficile non essere d’accordo, di cui è difficilissimo non sentire, oggi in particolare, l’urgenza anche etica. A Giuseppe Giglio, come a me, sono insomma cari gli autori che hanno fatto del dialogo il centro della loro opera e il tratto dominante della loro funzione. Montaigne, Stendhal, Sciascia, Savinio, Borges (ma anche Brancati, Alvaro…), Giglio li ha colti in fitto colloquio gli uni con gli altri, in un fruttuoso intreccio di interessi, di scoperte, al di là delle epoche. La loro idea di letteratura è fondata sulla ricerca e sulla condivisione; non è schematica, categorica, impositiva; il loro procedere è spesso un appassionato divagare; la loro scrittura è anche ascolto e presuppone sempre un interlocutore. Lo stesso saggio di Giglio procede amabilmente per rimandi e digressioni, come dovrebbe fare ogni buona chiacchierata, anche la più assorta, secondo le reazioni di chi ascolta o legge. L’arte letteraria della conversazione, LABirinti Festival 13

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secondo Giglio, è anche, e forse soprattutto, indagine insieme al lettore: non quindi prescrizione dogmatica di una verità assoluta, ma esplorazione paziente della realtà, inseguimento di un possibile senso, che solo la letteratura può dare, quando nell’appropriarsi della vita la dota di una sintassi. Noi due abbiamo parlato parecchio di vita, in effetti, e della letteratura come capacità di svelare e interpretare la vita, e della critica come supporto indispensabile a questa investigazione sulla natura umana. In questo senso – e spero di non forzare il pensiero di Giuseppe – il romanzo tende quasi a farsi saggio, a modo suo e con le sue peculiarità, mentre il saggio tende di sicuro a farsi narrazione di un rapporto tra critico e autore. L’opera letteraria è fatta sì di vita, ma anche di quella particolare vita che filtra da altri libri. Per Giglio (e, se permettete, anche per me), essa è anche frutto dell’assiduo confronto di un autore con i suoi autori, con gli abitanti del suo personale canone, con quei modelli che gli sono rimasti nella penna e che continuano ad agire in lui, che lo voglia o no. La sensibilità di Giuseppe Giglio ha saputo perciò avvertire in “A gran giornate” sintonie anche insperate con il Landolfi de “La moglie di Gogol”, con il già citato Savinio (con la frase saviniana “Quando si dice pensare, s’intende pensare alla morte. E a che altro pensare?” inizia la recensione scritta da Giuseppe mesi fa per “La Sicilia”), con Buzzati, con l’anonimo del Lazarillo de Tormes. A me piace pensare all’invenzione narrativa come a un continuo oscillare tra controllo e abbandono, a una sorta di deriva pilotata (“A gran giornate” è questo, in fondo, il racconto del naufragio di alcuni inadeguati avventurieri, in mezzo a cascami letterari e allegorie intellegibili). In questo naufragio monitorato, il critico letterario diventa essenziale curatore delle intenzioni, espresse o inespresse, volontarie o inconsapevoli, LABirinti Festival FUOR ASSE

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dell’autore: ne definisce la rotta (a posteriori? ma sì, il libro, se è buono, continuerà per un bel pezzo a vivere e a crescere), o almeno una delle possibili rotte, vi scova un ordine, vi intercetta delle connessioni, vi scava alla ricerca di qualcosa che l’autore ancora non sa e che è bene che qualcuno gli dica. Claudio Morandini Giuseppe Giglio FUOR ASSE LABirinti Festival

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