Theofilos Novembre 2013

 

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Rivista della Scuola Teologica di Base Arcidiocesi di Palermo Theofilos Novembre 2013

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Numero uNico Novembre 2013 AD USO INTERNo DISTRIbUzIONE gRATUITA TIRATURA: 2.000 cOpIE 2 eDitoriALe inaugurazione anno Scuola teologica di base di S.E.R. Card. Paolo Romeo AreA bibLicA maria la madre di Andrea Sannasardo Direttore reSPoNSAbiLe michelangelo Nasca 5 6 cAPo reDAttore Giuseppe tuzzolino Salvatore Priola maria Lo Presti Giampaolo tulumello maria catena Alessandro Di trapani Andrea Sannasardo reDAzioNe 9 AreA DoGmAticA 10 credere la Fede di Giuseppe Tuzzolino 13 AreA LiturGicA 14 eucaristia di Michelangelo Nasca 17 AreA morALe 18 L’impegno del cristiano di Antonina Lo Coco 21 iL coNciLio oGGi 22 Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale di Giampaolo Tulumello 24 LeSSico SPirituALe di Maria Catena 25 SPirituALità 26 è santità coniugale di Maria Catena 26 Due orecchie grandi di Maria Lo Presti 33 A servizio della chiesa di Michelangelo Nasca 35 vitA DeLLA ScuoLA 36 Theotokos di Francesca Paola Massara 38 Dalla Parola alla contemplazione di Silvana Morello 39 Pellegrinaggio a tindari di Marco Morello e Silvestro Ravena 40 ThEOfIlOS riSPoNDe di Maria Lo Presti HANNo coLLAborAto card. Paolo romeo Don Salvatore Priola Andrea Sannasardo Giuseppe tuzzolino michelangelo Nasca Antonina Lo coco Giampaolo tulumello maria catena maria Lo Presti Francesca Paola massara Silvana morello marco morello Silvestro ravena ProGetto GrAFico Gianluca meschis www.widesnc.com tutti i numeri sono online sul sito della scuola: e-mail: StAmPA Wide s.n.c. www.stb.diocesipa.it theofilos2000@gmail.com Per le libere contribuzioni: Cod. IBAN: IT 95J 30690 46211 000000 06708 Intestato a: Arcidiocesi di Palermo Scuola Teologica di Base 1

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iNAuGurAzioNe ANNo ScuoLA teoLoGicA Di bASe eDitoriALe di S.E.R. CARD. PAOLO ROMEO Arcivescovo Metropolita di Palermo “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annunzia la pace, che reca la buona novella, che proclama la salvezza” (Is 52,7) 1. Sentiamo particolarmente per noi l’antifona d’ingresso di questa festa di San Luca Evangelista, che segna, come ormai è tradizione, la solenne inaugurazione del nuovo anno della Scuola Teologica di Base. Avvertiamo tutto lo stupore del profeta che comincia col vedere appena i piedi del messaggero di pace, di bene, di salvezza. Perché anche a noi, docenti e discenti, qui riuniti in Cattedrale, è stato annunciato il Vangelo, e questo annuncio ha innescato una dinamica che, con stupore, oggi possiamo riconoscere viva e piena di frutti: da destinatari dell’annuncio diveniamo anche noi “messaggeri”, annunziatori scelti e costituiti per andare e portare frutto (cf. Gv 15,16). Di cuore ringrazio tutti voi per la vostra presenza, ma permettetemi di dire il mio apprezzamento a don Salvatore Priola, Direttore della Scuola Teologica di Base, perché, insieme ai membri del Direttivo, continua a far maturare sempre più e sempre meglio questa iniziativa profetica nata dallo zelo pastorale e dalle geniali intuizioni del compianto Cardinale Salvatore Pappalardo, nel solco dei cammini aperti dal Concilio Vaticano II. 2. Mentre ci troviamo quasi alla conclusione dell’Anno della fede che il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto indire l’11 ottobre 2012, voglio riprendere quanto leggevamo nel suo Motu proprio Porta fidei: “Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia, che è ‘il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua energia’. Nel contempo – diceva ancora il Santo Padre – auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno” (Motu proprio Porta fidei n.9). Questa triplice scansione del “confessare – celebrare – testimoniare” sembra un valido e costante riferimento per la vita della Scuola Teologica di Base. Perché la fede va confessata con una migliore conoscenza dei suoi contenuti teologici e dei suoi criteri metodologici, per giungere a confessare con sempre maggiore consapevolezza la fede nel Cristo “pro nobis et propter nostram salutem”, nel Cristo che è Dio rivolto all’uomo, chino sulle sue povertà e sulle sue risorse, Dio pienamente incarnato nella storia. Nei Centri della Scuola – che grazie a Dio si stanno moltiplicando per la generosità, la disponibilità e la richiesta di tanti fedeli – avete imparato o imparerete a confessare questo Cristo, e non un altro. E, nella fede, lo ritroverete accanto al viaggio della vita, come i discepoli di Emmaus si ritrovarono il misterioso viandante sul loro cammino. La Scuola Teologica di Base permette poi di sviluppare quella vita e quella vitalità liturgica in cui la fede va espressa e, nello stesso tempo, nutrita. Confessare la fede è celebrarla nella liturgia, proprio nella comunità che si ritrova insieme, sull’esempio di quella chiesa apostolica narrata da san Luca negli Atti degli Apostoli. La liturgia eucaristica, come nel caso dell’episodio dei discepoli di Emmaus, consente di riconoscere il Signore, risorto e vivo, presente nella sua Chiesa che spezza insieme il Pane e la Parola. Ed infine la testimonianza. Ho già altre volte avuto modo di dirvi che obiettivo della vostra formazione teologica non è un puro e semplice nozionismo, un’interessante ed erudita conoscenza… No! L’obiettivo è quello di una vera e propria conversione personale che sia visibile all’interno delle singole 2

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contro agli altri, ci invia, ci chiede di muoverci per portare la gioia del Vangelo! Ancora una volta chiediamoci: siamo missionari con la nostra parola, ma soprattutto con la nostra vita cristiana, con la nostra testimonianza? O siamo cristiani chiusi nel nostro cuore e nelle nostre chiese, cristiani di sacrestia?”. Parole forti, dirette, parole che ci interpellano, proprie dello stile di Papa Francesco che nella semplicità ci indica come seguire sempre meglio i passi di Cristo. 3. Ma tutto il servizio della Scuola Teologica di Base è orientato a fare ed essere Chiesa. Il brano evangelico odierno presenta l’invio dei settantadue discepoli. Il numero indica la totalità della missione, nelle regioni allora conosciute. Come dire: nessun uomo può dirsi escluso dalla salvezza. E questa salvezza è anche l’essere riuniti in una sola famiglia, come abbiamo implorato nell’orazione colletta di oggi che riprende un’espressione cara all’evangelista Luca: “fa’ che i cristiani formino un cuor solo e un’anima sola, e tutti i popoli vedano la tua salvezza”. Dunque questo “professare – celebrare – testimoniare” (approfondito nella Scuola) si dà solo nella comunione… è un servizio alla comunione. Ribadisco che frequentare una Scuola Teologica di Base fa comprendere che il nostro cammino non è individualista ma comunitario. E l’ecclesialità non si fonda su un’appartenenza formale, ma sulla comunione sostanziale fra tutti noi. Il Santo Padre Francesco, fin dall’inizio del suo Pontificato, ha più volte sottolineato che la Chiesa non è una ONG ben organizzata, dinamica e presente in tutto il mondo. La Chiesa è la famiglia di Dio, il popolo santo condotto da Cristo, Pastore delle nostre anime. La Chiesa – come ha ben detto don salvatore Priola all’inizio di questa celebrazione – porta nel mondo, e lo rende presente, l’amore e la sollecitudine di Dio per la nostra salvezza. Non si tratta – come spiegava il Card. Pappalardo anni fa – di trasmettere nozioni, ma di trovare un luogo di esperienza di vita cristiana, e di vita cristiana vissuta all’interno di una comunità. Perché la Chiesa sia – come diceva Romano Guardini – “la comunità di quanti si aiutano reciprocamente a credere”. 3. Abbiamo davanti a noi un gigante della fede, figlio della nostra Chiesa e di questa stessa Chiesa padre, nel martirio: il Beato Giuseppe Puglisi. Mi pare che in lui si sia incarnata quella missionarietà “di confine” a cui l’evangelista Luca ci abitua, specie nei confronti dei “lontani” e dei “poveri”, in tutte le missioni affidategli di volta in volta dal Vescovo. La parola di Papa Francesco ci invita ad andare nelle periferie; non si tratta soltanto delle periferie geografiche, sono le periferie dello spirito, della solitudine dell’uomo che brancola nelle tenebre. Questo invito pressante del Pontefice, ripetuto così solennemente ad Assisi, di stare nelle piaghe di Cristo. Ecco l’esempio di don Pino Puglisi che venti anni or sono coronava con il martirio la sua vita. Egli, che usciva per le strade del mondo per entrare nelle comunità in cui siete chiamati a svolgere servizio, e negli ambienti di vita nei quali siete chiamata ad essere apostoli. La Chiesa si edifica sulla base della nostra testimonianza autentica che è annuncio coerente e coraggioso. Questo è quanto espresso da Papa Francesco nell’Udienza generale di mercoledì scorso, alla quale ho avuto la gioia di partecipare, per presentare al Sommo Pontefice la prima pietra che porremo domenica prossima nel terreno di Brancaccio dove sorgerà il nuovo complesso parrocchiale intitolato al Beato Giuseppe Puglisi. Mercoledì scorso il Santo Padre ha poggiato a lungo le sue mani su questa pietra, un po’ come quando un vescovo impone le mani sul capo degli ordinandi sacerdoti per invocare lo Spirito. Siamo stati testimoni di questo intenso momento di preghiera, di invocazione, non soltanto della benedizione di Dio ma di impetrazione per tutti noi, specialmente per noi della Chiesa di Palermo, perché possiamo seguire i passi e il modello di don Pino Puglisi. E nel corso di questa udienza il Santo Padre nella sua catechesi ha detto : “La Chiesa è apostolica perché è inviata a portare il Vangelo a tutto il mondo. […] Questo è ciò che Gesù ci ha detto di fare! Insisto su questo aspetto della missionarietà, perché Cristo invita tutti ad “andare” in- 3

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periferie dello spirito, trovava il modo per rimanere in quelle piaghe, per dare coraggio, per sostenere. Padre Puglisi annunciò senza sosta la parabola del Padre misericordioso e del figlio prodigo, per ribadire che tutti sono chiamati a riscoprirsi teneramente amati dal Padre, a far ritorno alla sua casa, e ad essere protagonisti di una grande festa, specie dopo l’esperienza del peccato che degrada l’uomo e ne offende la dignità. Padre Pino non dimenticò mai il difficile contesto in cui il Vangelo va annunziato: “Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3). Un contesto fatto anche di difficoltà e minacce che, tuttavia, mai lo scoraggiarono. Come nel caso dei discepoli inviati in missione, la sua preparazione non fu fatta di mezzi materiali: “non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada” (Lc 10,4). Piuttosto fu una continua accoglienza delle tante sfide educative del mondo contemporaneo, e un continuo attrezzarsi per poter operare tentativi di risposta e di accompagnamento, attraverso un Vangelo incarnato nella storia. 4. Troppo spesso, pur invocando da più parti una maggiore responsabilità del mondo laicale, si lamentano ancora troppe carenze formative. La Scuola Teologica di Base ha mostrato e continua a mostrare come nella nostra Arcidiocesi una qualificazione teologica dei laici possa aprire concrete prospettive pastorali su cui abbiamo il dovere innanzitutto di credere, e perciò di investire. L’Anno della Fede è stato aperto nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II e nel ventesimo anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. In accordo a quanto auspicato dai frutti del Concilio e dalla diffusione del Catechismo stesso, la ministerialità promossa dalla Scuola Teologica di Base si basa su una consapevolezza della fede che può davvero creare testimoni del Vangelo negli ambienti di vita e nei contesti laicali ordinari. Auspichiamo anche che possa immettere linfa sempre nuova al tessuto delle comunità parrocchiali e alle iniziative pastorali già in atto o da promuovere. Questa Scuola Teologica di Base prosegue – direi con santa ostinazione – la profezia del Concilio che ancora si attua, ed è approfondimento fecondo e costante della fede come ci è stata sistematicamente ribadita dal Catechismo della Chiesa Cattolica, cui date tanto spazio nei vostri programmi. Si possono raccogliere così – e voi lo sapete bene – dei frutti insperati – visti i mezzi a nostra disposizione – , ma assolutamente conformi alla promessa di Gesù da cui sentiamo dipendere questa progettualità: “Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il Signore rivolge questa parola a ciascuno di noi, e in ciascuno di noi pone la sua attesa; si aspetta la nostra disponibilità, ci guida e con la sua grazia ci fa portare frutto, e il vostro frutto – lo vedete – rimane! Affido tale crescita personale che diventa testimonianza di servizio ecclesiale all’intercessione di Maria, che Luca ci presenta come “ancella del Signore”: in Lei la Parola ascoltata e accolta diventa, per la fede, Vita donata al mondo intero, fino all’estremo sacrificio della Croce, nel quale Gesù ci acquista come figli al Padre e ci dona come figli alla Madre. Chiesa Cattedrale Palermo, 18 ottobre 2013 4

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ARCIDIOCESI DI PALERMO SCUOLA TEOLOGICA DI BASE “ S. LUCA EvAnGELISTA “ Area biblica Sotto la protezione della tua misericordia ci rifugiamo, Madre di Dio. Non disdegnare nella difficoltà le nostre suppliche, ma liberaci dai pericoli, tu la sola santa e benedetta. 5

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maria la madre di Andrea Sannasardo indica nella donna Maria, nuova Eva (cf. Giustino, Dialogo con Trifone, n. 100), la madre di ciascun discepolo che in ogni tempo e in ogni spazio impara a reclinare la testa sul petto del suo Maestro (cf. Gv 13,25). Questo percorso della e nella Scrittura trova dunque pienezza e compimento nella figura di Maria di Nazaret che l’evangelista Giovanni non indica mai per nome, ma come “la madre di Gesù” e come “donna”. Il discepolo che Gesù amava presenta al suo lettore questo personaggio all’inizio (cf. Gv 2,1-11, inizio dei segni a Cana di Galilea) e alla fine del suo Vangelo (cf. Gv 19,25-37, sotto la croce di Gesù) e lo fa all’interno di due contesti narrativi molto diversi fra loro (uno di festa e di gioia, l’altro di morte e di tristezza), ma legati da una molteplicità di elementi significativi tanto a livello narrativo quanto teologico. Le due scene, infatti, sono relative ad un’ora, quella di Gesù, che da un lato non è ancora giunta (cf. Gv 2,4) e dall’altro realizza il suo pieno compimento (cf. Gv 13,1 e 19,27.30); inoltre, l’acqua diventata vino (…e vino buono!), che allieta il banchetto nuziale della prima scena (cf. Gv 2,9), sgorga insieme a sangue dal fianco di Gesù, colpito dalla lancia di uno dei soldati nella seconda scena (cf. Gv 19,34); e infine, se a Cana di Galilea Gesù dà principio ai suoi segni, manifesta la sua gloria e genera i suoi discepoli alla fede (cf. Gv 2,11), sul Calvario egli consegna il suo spirito e affida la fede di ogni uomo alla testimonianza di chi ha visto (cf. Gv 19,30.37). Questi elementi, insieme a tanti altri che potrebbero essere elencati, hanno però come denominatore comune la presenza della madre di «L’uomo chiamò la sua donna Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi» (Gen 3,20)… «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,25-27). Dal libro della Genesi al Quarto Vangelo, dall’Antico al Nuovo Testamento, il lettore della Bibbia si trova di fronte ad una 'icona' della maternità che supera il confine di un mero rapporto biologico per assumere respiro universale: Adàm chiama la donna Hawwâ (vivente) perché in essa riconosce il principio di ogni vita, la madre dei viventi; Gesù, nuovo o secondo Adamo (cf. Rm 5,14 e 1 Cor 15,21-22), 6

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Gesù: l’ora di Gesù, l’acqua dei servi (cf. Gv 2,5-6) e l’aceto dei soldati (cf. Gv 19,29), la fede dei discepoli, trovano nell’esperienza della maternità di questa donna il contesto vitale all’interno del quale essere generati e prendere corpo. è, infatti, la madre di Gesù che non si lascia scoraggiare da un atteggiamento di rifiuto senza compromesso da parte del figlio: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4); ed è così che viene anticipato per Gesù l’inizio dell’ora; ed è la madre di Gesù che raccoglie il compimento dell’ora del figlio, lasciandosi accogliere dal discepolo amato: «E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,30). La madre di Gesù, poi, sta lì, a Cana di Galilea (cf. Gv 2,1) e presso la croce (cf. Gv 19,25), e sta lì come stanno lì quelle sei giare di pietra contenenti ciascuna due o tre barili di acqua (cf. Gv 2,6) e come quel vaso pieno d’aceto (cf. Gv 19,29): dalle prime i servi attingono vino buono (cf. Gv 2,8) e nel secondo i soldati raccolgono sangue ed acqua (cf. Gv 19,34)… e la madre di Gesù sta lì! Ed, infine, è la madre di Gesù che tesse la trama della nuova comunità dei credenti in Cristo, indicando ai servi la via della fiducia incondizionata al figlio: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5); ed ascoltando dinanzi (ob-audire, ascoltare dinanzi, obbedire) alla croce le parole del figlio, che la consegnano al discepolo amato (cf. Gv 19,27) e la fecondano quale madre dei testimoni della gloria di Gesù (cf. Gv 2,11), di quella gloria che nella sua morte trova splendore massimo (cf. Gv 19,33-35). Così, la Chiesa prende corpo nel volto e nella storia di questa donna, la madre di Gesù, la quale ne anticipa i segni, ne orienta il cammino, ne sostiene la fatica, ne raccoglie la testimonianza, ne custodisce la gloria, ne diviene madre: donna, madre di tutti i viventi (cf. Gen 3,20) e madre della Chiesa. Ma non è tanto la “maternità di sangue” che la lega a Gesù, a far sì che in essa si riveli la “maternità spirituale” della comunità dei discepoli (la Chiesa), quanto il suo assenso alla Parola: «mi accada secondo la tua parola» 7

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(Lc 1,38), risponde all’arcangelo Gabriele che le porta l’annuncio. La stessa Scrittura, infatti, ci consegna l’identità materna di Maria non tanto ristretta all’interno di un vincolo biologico, quanto fondata su una relazione senza riserve con la Parola: «chi fa la volontà di Dio, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mc 3,35). Questa relazione fondamentale e fondante con la Parola si concretizza nell’esperienza essenziale del discepolato: fare la Parola. La madre di Gesù fa la Parola. Il fare la Parola racconta al lettore della Bibbia l’unico modo di essere madre e discepolo: Eva non ha fatto la Parola, ma l’ha manipolata (cf. Gen 2,16-17 e 3,2-3), l’ha usurpata (cf. Gen 3,6) e l’ha svuotata di senso (cf. Gen 3,13); Maria ha fatto la Parola, l’ha accolta e generata (cf. Lc 1,38 e 2,7), l’ha colmata di sé (cf. Lc 1,46-55), l’ha sofferta e custodita (cf. Lc 2,34-35 e 2,4152) e, infine, l’ha rivelata: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Nei suoi brevi ma intensi riferimenti alla madre di Gesù, l’evangelista Giovanni offre al cuore e alla mente di ogni discepolo gli elementi abilitanti a questo servizio alla Parola. Anzitutto, la fede, quella piccola come un granello di senape ma in grado di spostare le montagne (cf. Mt 17,20), quella grande come il cuore di una madre che sa cosa fare quando manca il vino buono (cf. Gv 2,3); poi, l’ascolto silente, quello che consegna se stessi all’altro/Altro (cf. Gv 19,27), quello che fa del discepolo di Gesù un autentico uditore della Parola, felice espressione del teologo Karl Rahner; ancora, la presenza testimoniante, quella che genera comunione e comunità (cf. Gv 2,11), quella che vive e annunzia la buona notizia (cf. Gv 19,35). E, infine, la maternità. Quella della donna che genera nuove storie discepolari. Quella delle donne con le loro storie discepolari, quelle che ci racconta il Vangelo: storie aperte, che cambiano nel corso del loro incontro con Gesù, che mutano grazie alla relazione con lui, ad un riconoscimento che è reciproco e che coinvolge il corpo, il cuore, la vita. Maria di Magdala che per prima lo incontra risorto, Marta che lo serve e Maria che pende dalle sue labbra, Maria di Clèopa che lo segue fin sotto la croce, la peccatrice che bagna di lacrime i piedi di Gesù, l’adultera colta in flagranza di reato, l’emorroissa che crede di poter guarire toccando anche solo un lembo del suo mantello, la samaritana che al pozzo gli tiene testa, la donna siro-fenicia che con fermezza chiede la guarigione della figlia, la madre di Giacomo e Giovanni che pretende un posto di riguardo per i suoi figli, le madri che piangono sulla via che porta al Golgota… e Maria, sua madre! 8

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ARCIDIOCESI DI PALERMO SCUOLA TEOLOGICA DI BASE “ S. LUCA EvAnGELISTA “ Area Dogmatica Poiché la fede è una luce, ci invita a inoltrarci in essa, a esplorare sempre di più l’orizzonte che illumina, per conoscere meglio ciò che amiamo. Lumen Fidei 36 9

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credere la Fede il credo ragione della nostra speranza di Giuseppe Tuzzolino "La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità" (LF 53). PERCHÈ UN ANNO DELLA FEDE? Perché la fede è minacciata. Non da un’opposizione feroce e aggressiva, ma da una specie di svuotamento dal di dentro provocato dall'inesorabile e vorace "punteruolo rosso" dell'agnosticismo e del relativismo. Senza voler tentare di analizzare uno scenario complesso e di difficile decodificazione anche per i più acuti e illuminati addetti ai lavori, vorrei tentare di sintetizzare appena quattro direttrici, fra loro complementari, paradigmaticamente espressive del nostro tempo: 1. LA FEDE EVAPORATA NEL CARPE DIEM Viviamo il tempo dell’indifferenza religiosa: il Dio morto di Nietzsche è un 'cadavere' che non interessa più a nessuno, non fa più notizia! Il relativismo ha fatto evaporare lo slancio dell'uomo nell'orizzonte del trascendente; nella visione debolista di un mondo che diffida degli asserti globali e assoluti, si fa spazio una verità frutto del risultato del consenso e non dell'adeguamento dell'intelletto alla realtà oggettiva (cf. FR 56). "Contro le pretese 'forti' che la metafisica rivendica a sé per quanto concerne la conoscenza e la possibilità di stabilire dei fondamenti, il pensatore postmoderno difende un'ontologia 'debole', che non è in grado di fornire un fondamento ultimo né un senso alla vita" (Ignazio Sanna). La cultura imperante sembra avere liquefatto i valori in un credo umano che si risolve nella fattuale immanenza di un hic et nunc incapace di 'alzare' lo sguardo. La ricerca del Trascendente affascina sempre meno gli uomini, che hanno sfrattato la meraviglia e l'inquietudine, condizioni della ricerca esistenziale. Se Dio è morto, non ha più niente da dire ad un uomo impegnato a godere dei beni della natura e che ha fatto della sua storia e delle sue esperienze il suo unico cielo. Le emozioni che egli vive nel qui ed ora di un oggi, senza sporgenze nel passato e nel futuro, costituiscono un potente anestetico per il suo spirito. L’Anno della Fede si rivolge allo stuolo dei numerosi credenti tiepidi affinché ritrovino le ragioni di una professione della fede convinta e matura; paradossalmente, gli atei del nostro tempo, sono i nuovi credenti, essi infatti hanno maggiori possibilità di trovare e vivere la fede, rispetto a chi non osa più dubitare di credere e non questiona le ragioni dello stesso credere. 2. LA FEDE ROTTA Il dramma dei tempi moderni, si consuma poi, nella scissione fra Fede e vita. Dio, se c’è, non c’entra e se vuole entrare in 'scena' è un fatto suo privato. La fede non è che manchi: semplicemente non tocca e non trasforma le strutture del vivere. Spesso non si tratta di una forma ideologicamente dichiarata e tematizzata, ma 10

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di scelte non riflesse che sfociano nello status di quella apatheia che approda alla sospensione di ogni ` giudizio e decisione, da cui scaturisce una visione disposta a congedarsi da qualsiasi principio, dando vita ad un antievangelico relativismo etico. 3. LA FEDE TEATRO è la religiosità popolare, sostanziata da un coacervo di 'appaganti' consuetudini familiari e sociali, che liberano dalle frustrazioni i cristiani di sacrestia che abbarbicati nei posti di servizio, li trasformano in centri di potere. La pietà popolare è un patrimonio da non disperdere, ma sicuramente da riqualificare in una prospettiva evangelica. 4. LA FEDE DRIVE-IN - SUPERMERCATO Si assiste, in certi contesti a un inaspettato ritorno al sacro, ma si tratta spesso di un ritorno ambiguo. La religiosità del fai-da-te, del Dio pronto soccorso, una sintesi dettata più dal bisogno personale ed emozionale che dalla ricerca spassionata della verità: è un approccio alla fede di tipo magico sacrale. L'accenno a queste direttrici di tendenza ci fanno comprendere che è quanto mai urgente, per la vita credente riscoprire gli eventi decisivi e fondamentali che rendono ragione del credere stesso, in un tempo in cui l'uomo sembra avere abdicato alle ragioni di senso e alla ricerca della Verità. Queste, e sicuramente tante altre, le motivazioni che hanno indotto Papa Benedetto XVI a proclamare un anno dedicato alla riflessione sulla fede, affinché la cristianità, dopo anni di stanchezza speculativa, potesse meglio riscoprire il legame tra fede e senso della vita, nella circolarità ermeneutica del rapporto Dio- mondo-uomo-storia. Infatti, la percezione di un’amnesia relativa alla consapevolezza dell’appartenenza ecclesiale consolida, oggi, il rischio di un pericoloso sfaldamento dell’identità e identificazione cristiana e riapre significativamente la questione di come il Credo, spina dorsale delle principali verità di fede di cui la Chiesa è depositaria, possa aiutarci a ricomprendere, nella sua funzione di narrazione di un’ identità di appartenenza ecclesiale, alcune funzioni importanti per la vita credente che possano rivitaliz- zare il tessuto lacerato delle esistenze, senza orizzonti, degli uomini del nostro tempo. Infatti, se la dimensione della fede, non può essere vissuta come passiva credulità esaurita in un’asettica dimensione intimistica, e non può venire privatizzata, perché essa si rivolge alla società e si presenta nella società, sarà opportuno interrogarsi non soltanto sui suoi contenuti oggettivi, ma anche su alcuni fondamentali problematiche antropologiche. Oggi più che chiederci dov'è Dio, dobbiamo chiederci chi è l’uomo? Oggi più che mai urge 'ricostruire' l'uomo a partire dal Vangelo. Infatti, nell'idea di uomo di molti contemporanei, ciò che resta in piedi è solo la libertà individuale, intesa come “faccio quello che voglio”. Questo relativismo che pervade la nostra società nasce da una visione individualista del mondo, incapace di uguaglianza e di fraternità, di socialità, di urbanità, genera solitudini e, per questo, spesso uomini isolati e perciò scoraggiati, disorien- tati, centrifugati dalla vita. Dobbiamo perciò anzitutto ritrovare un senso del vivere che rimetta in primo piano l’altro umano e il legame con lui. Comprendere la dinamica della fede cristiana ci aiuta a riacquistare la dimensione dell'alterità non solo dentro un rapporto con l’altro, ma anche con la Verità oggettiva che fonda e rende libere le relazioni secondo un progetto di senso (cf. LF 54). "La fede non è 'mai' un fatto privato, né può essere confusa 11

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con una concezione individualistica, e neppure con un'opinione soggettiva, ma nasce dall'ascolto ed è destinata a pronunciarsi e a diventare annuncio" (LF 22). Questa fede, che fonda la speranza da cui è costantemente dinamicizzata, si vive concretamente nella Chiesa e riunisce tutti coloro che l'accolgono in un solo corpo. è all'interno della ComunitàChiesa, infatti, che nasce, si sviluppa e si approfondisce la fede del cristiano come partecipazione intima alla fede del Corpo ecclesiale. Per questo, la fede che si esprime a diversi livelli -vita liturgica, insegnamento catechistico, annuncio esplicito della Parola- implica una vita condotta nella fedeltà al vissuto della Tradizione ecclesiale. La piena unità ecclesiale esige, dunque, che si arrivi a confessare in comune la fede: nella preghiera, nell'azione, nella testimonianza, nel servizio, ma anche in formule dottrinali che hanno il compito di mostrare alla coscienza cattolica la verità fondamentale, che sostanzia e caratterizza la fede cristiana. "La Chiesa, come ogni famiglia, trasmette ai suoi figli il contenuto della sua memoria" (LF 40). In questo senso, il Credo, che è al tempo stesso confessione e simbolo, non è un elenco di idee astratte. Non può pronunciare con verità le parole del Credo colui che non si immette nella storia di amore che in Dio lo avvolge (cf. LF 45). Nel Credo la storia della Verità di Dio e del suo Amore diventa storia accolta 12 per grazia dal credente invitato a entrare nel mistero di ciò che professa attraverso un cammino di gratitudine che si sostanzia ed esplica nella confessione delle verità credute e testimoniate (cf. LF 45). La professione di fede, pertanto, non è solo delle labbra ma crea e suscita lo slancio esistenziale nella vita del credente, come risposta all'appello di Dio che convoca l'uomo a salvezza e a lui si dona esaustivamente nel Figlio. La comunità credente è il locus teologico, ove è possibile attuare l'incontro con Dio, essa costituisce la sede privilegiata a cui ritornare sempre per comprendere il proprio essere credenti. "Il credere si esprime come risposta a un invito, ad una parola che deve essere ascoltata e non procede da me (...). È possibile rispondere in prima persona, "credo", solo perché si appartiene a una comunione grande, solo perché si dice anche "crediamo" (LF 39). Si comprende allora perché la professione di fede sia elemento perenne di ecclesialità, espressione di testimonianza, di lode, voce della fede, segno distintivo della Chiesa e dell'appartenenza ad essa.

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ARCIDIOCESI DI PALERMO SCUOLA TEOLOGICA DI BASE “ S. LUCA EvAnGELISTA “ Area Liturgica Alla fine del banchetto sacro l’attesa di Gesù si fa più viva, Gesù grandeggia nei cuori… Si ode da lontano il suo incedere dolce… Eugenio Zolli 13

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