2008 2009 1

 

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Lions Elba

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Anno lionistico 2008-2009 N. 1 Sommario INTERVISTA al Presidente Mauro Antonini CRONACA Il nuovo guidoncino Quarantesima Charter-Night Festa di Mezz’Estate Sviluppo dei servizi alla salute Quarantennale LA VOCE DEI LIONS Vittorio G. Falanca Michele Cocco Giorgio Barsotti Luciano Gelli L’importanza dei giubbotti di salvataggio Ma la subacquea non sarà pericolosa? Amarcord Desma, figlio di Caleb 2 3 3 3 4 4 6 8 8 10 12 13 16 16 17 18 19 20 21 22 23 RUBRICHE Interventi ed elargizioni Spigolature Organigramma del Lions Club Albo del Club Albo della Targa Lions Il Gonfalone del Club Disponibilità dei Lions CHI PARLA DI NOI (rassegna stampa) Copertina: Lion Prof. Giancarlo Castelvecchi, 1975 – tempera. E’ stampato in proprio a cura del Lions Club Isola d’Elba. Viene distribuito ai soci del Club in due edizioni nell’arco dell’anno sociale: il n. 1 a Dicembre in occasione della Festa degli Auguri, il n. 2 a Giugno per la celebrazione della Charter Night. La redazione ringrazia tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione della pubblicazione. La composizione del NOTIZIARIO si è conclusa il 30.11.08. Notizie e commenti stampa successivi saranno inseriti nel prossimo numero.

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2 al Presidente Mauro Antonini Nel corso di uno degli ultimi meetings ordinari il Presidente Mauro Antonini ha accennato ad una problematica, quella dei collegamenti marittimi fra l’Elba ed il continente, che riveste per tutta la nostra comunità un’importanza fondamentale, anticipando, nell’occasione, l’interesse e l’attenzione dell’Associazione Albergatori Elbani da lui presieduta sulla questione. L’argomento è di grande attualità per il comprensorio soprattutto in questo periodo di transizione delle imprese dal pubblico al privato, per cui non potevamo mancare di recarci presso il suo ufficio e chiedere ad Antonini di fornire chiarimenti in merito per il nostro NOTIZIARIO. La risposta è stata immediata, cortese, sintetica ed altrettanto chiara e determinata: “Saranno potenziati i trasporti marittimi per l ‘Isola d’Elba. Sarà più facile accedere all’Isola – afferma Mauro Antonini – grazie alla tratta Livorno-Portoferraio che sembra ormai in direttura di arrivo. Navi veloci (1 ora e 40 minuti), prezzi interessanti, un bacino d’utenza che comprende tutto il centro nord d’Italia e soprattutto – sottolinea Antonini – è interes- santissimo il collegamento che scaturirà con l’aeroporto di Pisa. Certamente sono preoccupato della situazione Toremar. Purtroppo al di là delle categorie economiche sembra che l’argomento non interessi gli amministratori elbani e la stessa Provincia e Regione. Sulla tratta di Piombino occorre assicurare e instaurare una vera concorrenza tra i vettori (Toremar e Moby). La dismissione di Toremar potrebbe portare ad un regime di monopolio con conseguenze drammatiche per il residente e per l’economia dell’Isola. Occorre vigilare perché la Toremar, sia che rimanga controllata dal pubblico o che venga privatizzata, rappresenti un vero e proprio concorrente della Moby. Guai se la Moby mettesse le mani direttamente o indirettamente sul suo concorrente. Il Garante dovrebbe necessariamente intervenire.”

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3 Dopo quarant’anni di silenzioso e dignitoso “servizio” il guidoncino a forma triangolare che per tutto questo tempo ha accompagnato le molteplici attività del Club va in pensione. In occasione della celebrazione del qarantennale infatti ne è stato ufficialmente adottato uno nuovo elaborato dallo studio pubblicitario della ex leo Martina Falanca. mediterranea, l’oro delle spiagge sabbiose, le scogliere scoperte in prossimità del mare, l’ocra delle zone minerarie, i capoluoghi degli otto comuni; il tutto è dominato da un cielo limpido attraversato da una sorta di surreale arcobaleno che, con un accenno di colori istituzionali, sembra voler ottimisticamente proiettare il simbolo Lion verso mete sempre più lontane, noncurante dei limiti imposti dall’orizzonte e dai margini dello stesso guidoncino. Sulla base infine, al di sotto della dicitura LIONS CLUB ISOLA D’ELBA, decorata da un fregio classico compare la scritta SINCE 1968 ad indicare la lunga e continua vita del sodalizio. Il retro reca su sfondo bianco l’immancabile banda diagonale rossa con le tre api elbane stilizzate, per l’occasione, in una tenue forma metallica satinata. fronte Hotel Biodola 28 Giugno 2008 E’ con un flashback dell’intensa attività sociale svolta nell’anno lionistico 2007/2008 retro Si è optato per una forma più ampia di gagliardetto verticale a punta singola dove, sullo splendido azzurro del nostro mare, compare in forma prospettica l’isola d’Elba sulla quale, con colori tenui, sono raffigurati i grigi massicci granitici dei più alti monti, il verde della macchia Cortini, Antonini: passaggio della campana.

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4 che il presidente uscente del Club Paolo Cortini ha voluto dare conclusione al mandato suo e del consiglio che lo ha accompagnato in questa entusiasmante esperienza. Per il sodalizio elbano il “passaggio della campana” fra il presidente uscente ed il subentrante Mauro Antonini, si è tenuto sabato 28 Giugno nel corso di una elegante serata, arricchita dal cerimoniere con una originale coreografia informatica, nei locali dell’Hotel Biodola di Portoferraio per la celebrazione della quarantesima Charter Night. Nel suo breve intervento di saluto il nuovo Presidente ha dato un veloce cenno dei principali passi che caratterizzeranno l’opera che verrà attuata dal Club nell’imminente futuro. L’alto tenore lionistico dell’incontro ha offerto anche l’occasione per consegnare il “chevron” dei venticinque anni di appartenenza ai lions Paolo Menno e Tiberio Pangia. del Governatore Ubaldo Pierotti che, fra i primissimi atti del suo nuovo incarico, ha voluto inserire appunto la partecipazione all’evento elbano. A tutti i presenti è stato fatto omaggio del volume “ELBA L’ISOLA DELL’IMPERATORE” , ultima opera di Campeggi appena pubblicato, che lo stesso autore, in un suo breve intervento, nel corso del quale ha ricordato con orgoglio il manifesto per il film Via col Vento, suo primo lavoro realizzato all’età di soli 22 anni, ha commentato autografando a carboncino tutte le copie distribuite. La serata, egregiamente curata in ogni dettaglio dal cerimoniere Marcello Bargellini e favorita dallo spettacolare Piazza di Poggio Giovedì 7 Agosto 2008 E’ stato sicuramente Silvano (Nano) Campeggi, il celebre autore dei manifesti dei più famosi films proiettati in Italia ad iniziare dal dopoguerra, cittadino onorario di Marciana, il personaggio centrale della Festa di Mezz’Estate organizzata dal nostro Club nella serata di Giovedì 7 Agosto con il consueto scopo di interrompere la lunga pausa estiva e di fornire ai lions isolani l’opportunità di scambiare opinioni ed esperienze con i colleghi di altri clubs attualmente in vacanza all’Elba. Allocuzione del Presidente Antonini. firmamento offerto da un cielo perfettamente terso, si è conclusa col rituale scambio di guidoncini fra il presidente Mauro Antonini ed il DG Ubaldo Pierotti. Conferenza-dibattito Portoferraio, Sabato 11 Ottobre 2008 E’ questo il tema che il Presidente Mauro Antonini ha proposto in apertura della conferenza dibattito tenutasi a Portoferraio nella sala congressi dell’Hotel Airone nel pomeriggio di Sabato 11 Ottobre. All’incontro che, vista l’attualità per il comprensorio e l’alto livello dei relatori in ambito regionale, era aperto al pubblico, erano invitati a parlare: il Dott. Giovanni Barbagli Presidente. Panoramica di un momento della Festa. Fra i numerosi ospiti dell’incontro, svoltosi all’aperto nella suggestiva ed originale piazza del borgo di Poggio di Marciana, sul cui muraglione venivano proiettate in continuazione le immagini dei cartelloni di films come: Casablanca, Sayonara, Gilda, ecc. disegnati da Nano, non poteva mancare l’autorevole presenza

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5 dell’Agenzia Regionale della Sanità ARS, il Dott. Giovanni Donegaglia V.Presidente Nazionale ANSPI, il Dott. Lamberto Tozzi Presidente dell’Associazione Turismo Senza Barriere, il Dott. Maurizio Trifoglio Dirett. ASL 6 di Livorno (in sostituzione del Presidente Dott. Fausto Mariotti assente per impegni precedenti), il Dott. Leopoldo Provenzali componente della 4^ Commissione Sanità della Regione Toscana. Ad essi il Presidente Antonini, introducendo la riunione, ha chiesto in particolare di focalizzare l’argomento sulla vocazione turistica dell’Isola: “Non basta offrire solo il nostro mare ed il sole, – ha osservato fra l’altro il Presidente Lions - in molte fiere turistiche cui partecipiamo ci viene sempre più richiesta anche la garanzia di un’adeguata assistenza sanitaria per i visitatori e soprattutto per il turismo dei diversamente abili”. Consegna del guidoncino al Dr. Tozzi. Introduzione del Presidente Antonini. Si sono succeduti quindi gli interventi dei relatori. Il Dott. Trifoglio, pur riconoscendo le difficoltà nell’organizzare il servizio sanitario dovute soprattutto all’insularità del territorio e al forte squilibrio della popolazione fra inverno e stagione turistica, ha dipinto un quadro rasserenante della situazione, confortato dalle statistiche dei tempi di attesa per visite ed esami che all’Elba sono di gran lunga inferiori rispetto agli altri ospedali della Provincia. Trifoglio ha assicurato e provato l’impegno dell’Azienda per incrementare l’efficienza del nosocomio e soprattutto, ha proposto il relatore, quella dei distretti territoriali, che a livello periferico debbono costituire un valido supporto ed alleggerimento al carico del centro ospedaliero. E’ seguita la relazione del Dott. Barbagli che, di fronte alla constatata crescita dei bisogni e diminuzione delle risorse, ha fornito una serie di rilevazioni statistiche sulla dinamica demografica rilevate sull’area della costa e all’isola d’Elba. I dati, che potranno risultare assai utili in sede di programmazione dei servizi, sono stati messi a disposizione da Barbagli per i responsabili della sanità, sindaci ed amministratori in genere che vorranno utilizzarli. E’ toccato quindi parlare al Dott. Tozzi. Egli ha fatto notare come sia in continuo aumento il numero di persone con bisogni speciali che non vogliono più rimanere chiusi nei loro ambienti, ma desiderano viaggiare e chiedono di trovare servizi sanitari efficienti. Secondo Tozzi la situazione del nostro ospedale non è male, ma alcuni servizi, come la dialisi, i servizi territoriali, l’assistenza spicciola, il servizio di informazione e la rete di collegamenti stradali, necessitano di notevoli migliorie. “Spetta agli elbani – ha suggerito a conclusione Tozzi – attivarsi in tal senso”. Il giro dei relatori si è concluso col Dott. Donegaglia il quale ha ricordato che le difficoltà che si incontrano nelle isole minori a livello sanitario sono dovute in gran parte alla scarsità di peso politico delle loro rappresentanze, che, di conseguenza, sono poco ascoltate. Donegaglia ha fornito una serie di indicazioni utili alla soluzione del problema, come ad esempio la necessità di migliorare i livelli essenziali di assistenza e la loro integrazione con l’ospedale attraverso percorsi assistenziali, nonché la formazione, l’aggiornamento e l’incentivazione del personale medico e paramedico. Nel dibattito che è seguito sono intervenuti il sindaco di Portoferraio Peria, il sindaco di Capoliveri Ballerini, il consigliere del comune di Portoferraio lion Marini, il presidente del Tribunale del Malato Rossi. La conclusione dell’evento è stata affidata dal Presidente Lions Antonini al Dott. Provenzali il quale ha raccomandato ai presenti di eseguire un attento approfondimento di quanto emerso dalle relazioni e dalle osservazioni critiche prodotte nei vari inteventi.

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6 In tal senso Provenzali ha chiesto ai sindaci elbani una maggior coesione e più spirito di corpo nell’affrontare problematiche, come quella della sanità, che dovrebbero essere esenti da vincoli politici o ideologici. Egli ha infine ringraziato il Lions Club per aver procurato questa preziosa occasione di incontro fra varie amministrazioni e invitato il suo Presidente a proseguire con questa valida iniziativa. La serata si è conclusa con la consueta conviviale al termine della quale, nel salutare gli ospiti ed i lions, Antonini ha fatto omaggio ai relatori della conferenza, a ricordo dell’evento, del guidoncino del Club. Intervento del PID Massimo Fabio. Hotel Biodola Sabato 8 Novembre 2008 E’ stato probabilmente l’intrecciarsi fra sentimenti di commozione e di ottimismo a conferire singolarità e positività all’atmosfera in cui si è svolta la celebrazione del quarantennale del Club fondato, su sponsorizzazione del Lions Club di Piombino, nel 1968. Celebrazione dell’evento Il saluto del Presidente Antonini. L’incontro conviviale, tenutosi la sera di Sabato 8 Novembre, è culminato con la distribuzione di un elegante volume commemorativo di 88 pagine edito per la speciale ricorrenza la cui copertina, che rappresenta il nuovo guidoncino adottato dal Club, è stata realizzata dallo studio pubblicitario della ex leo Martina Falanca mentre l’opera di impaginazione è frutto dell’impegno di un’altra leo Laura Cortini. Il Presidente Mauro Antonini, nell’allocuzione con la quale ha dato corso all’incontro, ha indirizzato il saluto suo e del sodalizio ai numerosi intervenuti fra cui Autorità lionistiche, civili e militari ed un particolare ringraziamento all’Ing. Massimo De Ferraris che, mettendo a disposizione la sala Maitu dell’Hotel Biodola, ha reso possibile lo svolgimento dell’incontro in ambiente consono al suo elevato tenore sociale e rievocativo. Si sono succeduti quindi vari interventi ad iniziare dal lion prof. Giorgio Barsotti che ha accennato, fra l’altro, all’attività svolta in questo quarantennio intesa all’individuazione ed all’esame delle problematiche che interessano la nostra isola quali scuola, turismo, territorio, trasporti, sanità, socialità, cultura, al conferimento di riconoscimenti a emeriti cittadini e studenti meritevoli, all’impegno in services di più ampia portata attuati su scala regionale, nazionale e mondiale in collaborazione col Distretto e con la Lions International. Barsotti ha espresso soddisfazione per quanto è stato realizzato dal Club fino ad oggi, manifestando altresì la ferma volontà di continuare proiettandosi nel futuro con spirito ottimistico e con il costante adeguamento ed aggiornamento che esso richiede. Hanno poi preso la parola Marcello Murziani Delegato di Zona e Claudio Ciampi in rappresentanza del Club sponsor di Piombino. Dopo l’impeccabile pranzo ispirato alla tipica cucina elbana e curato dal catering dello chef Alvaro Claudi, l’incontro si è avviato a conclusione con l’intervento del Past Direttore Internazionale Massimo Fabio che, in rappresentanza anche del Governatore distrettuale Ubaldo Pierotti, si è complimentato per l’eccellenza dimostrata nei fatti dal Club elbano in tanti anni di attività e per la pubblicazione che in

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7 occasione del quarantennale intende portare a conoscenza della comunità i numerosi services attuati. Fabio ha voluto anche ricordare come un organo importante quale il Financial Times abbia individuato nella L.C.I.F. (Lions Clubs International Foundation) la migliore delle organizzazioni umanitarie al mondo. Non è difficile, ha semplicemente dimostrato il lion, scoprirne il motivo che sta in un ente snello, che opera senza passaggi burocratici, spese di viaggi, personale in trasferta, ecc.; sono gli stessi lions che vivono nei luoghi colpiti da calamità a fare richieste specifiche d’intervento e a ricevere direttamente i fondi il cui immediato investimento è seguito da loro stessi passo dopo passo fino alla conclusione. Al termine della serata sono state consegnate targhe ricordo al Lions Club sponsor di Piombino ed al Comandane Antonio Rossi primo presidente del sodalizio nel 1968. Di seguito riportiamo integralmente l’intervento di Giorgio Barsotti: Officers lions, Autorità, graditi ospiti, gentili signore, amici lions, mi è stato affidato l’incarico di dire alcune parole sull’attività del Lions Club Isola d’Elba dal 1968, anno della sua fondazione, ad oggi. Mi è apparso tuttavia immediatamente evidente che, in qualunque modo avessi voluto affrontare questo compito, i risultati sarebbero apparsi insoddisfacenti, riduttivi e forse incoerenti. Mi limiterò pertanto ad accennare ad alcune linee portanti che ci hanno accompagnato durante questo lungo percorso, affidando al libro commemorativo del quarantennale, che verrà distribuito questa sera stessa, l’esposizione dettagliata di tutto quanto è stato realizzato, anno dopo anno. Molte cose sono cambiate nel mondo e nel lionismo da quella lontana data in cui un gruppo di amici decise di fondare un club all’Isola d’Elba. Sono mutate, almeno in parte, anche le forme del nostro confrontarsi con i problemi della comunità locale e con le grandi tematiche nazionali e internazionali. Tuttavia, non è mai venuta meno nei nostri interventi la profonda consapevolezza del significato della nostra presenza sul territorio: la fede sincera nel principio fondamentale che è alla base della nostra associazione: servire gli altri. A questo abbiamo improntato la nostra attività, cercando di contribuire fattivamente, organizzando conferenze e dibattiti, ad evidenziare le problematiche presenti sulla nostra isola. Fra i diversissimi temi trattati e ripresi più volte, ricordo quelli concernenti la Scuola, con particolare riguardo al disagio giovanile; il Turismo sotto i suoi vari aspetti, la conservazione del territorio, nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile; la Sanità, i servizi pubblici e i trasporti, le campagne contro il diabete e la cecità, oltre ad una nutrita serie di conferenze su tematiche sociali e culturali tenute dai nostri soci e da illustri ospiti del Club. Intervento del lion fondatore Prof. G. Barsotti. Con l’istituzione della Targa Lions, abbiamo premiato cittadini che con il loro impegno e il loro prestigio hanno illustrato il nome dell’Elba; abbiamo poi aiutato persone e associazioni bisognose di aiuto materiale e morale, incoraggiato studenti con concorsi a premi e borse di studio: cito fra tutti il premio “Spiaggia d’oro” che ha cercato di avvicinare studenti di tutta la fascia costiera della nostra Circoscrizione alle tematiche riguardanti il mare. Il nostro Club ha inoltre collaborato in continuità e in sintonia con le innumerevoli iniziative del Distretto e del Lions International per la realizzazione di services di grande spessore. Senza iattanza, ma con orgoglio credo che possiamo considerarci soddisfatti di quanto abbiamo fatto, nella consapevolezza che dal passato si deve trovare slancio per proiettarsi verso il futuro. E’ in questo spirito che desidero ricordare coloro che nel corso di questi lunghi anni hanno lavorato nel nostro Club con entusiasmo e dedizione e che adesso sono scomparsi: Cambi Piero, Canu Alfredo, Cecchi Giovanni, Danesi Giuseppe, Gasperini Dario, Giovannetti Giuliano, Herd Smith Roger, Libotte Giorgio, Martini Piero, Mazzei Toscano, Montagnani Roberto, Sangalli Angelo, Tamberi Franco, Tantini Luca, Vai Guglielmo, Van Wessen Gilbert. A loro il nostro ricordo e il nostro ringraziamento. Un pensiero affettuoso all’amico e grande socio lion Giorgio Danesi, gravemente ammalato, a cui auguriamo di cuore di ristabilirsi presto. Ho parlato poco prima di una pubblicazione. Quella che state per ricevere è il frutto di un paziente lavoro di ricerca e di rielaborazione di materiale già pubblicato per il primo ventennio, mentre per i successivi venti anni si è usufruito in particolare dei rapporti stilati dai segretari del Club e della documentazione cartacea e fotografica pubblicata sugli eccellenti notiziari curati dai vari addetti stampa e dai cerimonieri. Molti lions hanno collaborato alla ricerca e alla selezione del materiale; mi scuso con loro

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8 se citerò per tutti l’amico lion Antonio Bracali, senza la cui opera paziente e senza la cui competenza questo libro commemorativo non avrebbe potuto vedere la luce. Ringrazio anche le giovani Laura Cortini e Martina Falanca, l’una per l’eccellente lavoro di impaginazione grafica e l’altra per la bellissima copertina. Poiché la perfezione non è di questo mondo, spero che vorrete scusare le imperfezioni presenti nel testo, nonché le eventuali involontarie omissioni, certo che, in perfetto stile lionistico, sarete cauti nella critica e generosi nella lode. Grazie. I brani sono riportati secondo l’ordine cronologico di arrivo all’add. stampa. Un’avventura sulla M/n BICE Vittorio G. Falanca All’epoca della vela le navi venivano classificate a seconda della velatura e dell’alberatura; così si avevano: tartane, feluche, golette, brigantini, brigantinigoletta (detti più comunemente barcobestia), navi, ecc. Ed è appunto a quest’ultima categoria di velieri, quelli armati a nave, senz’altro i più maestosi (v. Amerigo Vespucci), che apparteneva il “BICE”. Questa unità, costruita in acciaio nel cantiere Orlando di Savona, varata il 2 Agosto del 1902 e battezzata “ANTONIO PADRE”, aveva una stazza lorda di 1.600 tonnellate ed una portata di 3.200; l’armatura era quella classica per questa categoria: tre alberi con cinque pennoni ciascuno per le vele quadre, una randa all’albero di mezzana, bompresso, fiocchi e vele di strallo. Era inoltre dotata di una calderina che produceva energia per una piccola macchina a vapore utilizzata principalmente per sollevare i pesanti pennoni. Fu impegnata nel trasporto internazionale di merci nel quale primeggiava per la velocità che riusciva a spuntare nelle traversate oceaniche nonostante fosse priva di motori; in quest’ambito alcuni ancor oggi ricordano le sue rapide navigazioni atlantiche per il trasporto di grano dall’Argentina all’Italia, mentre, in un volume che tratta della marina velica italiana, è fotografata all’ormeggio in un porto dell’Australia. Dipinto naif dell’Antonio Padre, probabile opera di un marinaio della nave. 8 Maggio 1942. La nave militarizzata Bice ritratta nel porto di Ancona. I tratti verdi sono una probabile ricostruzione dell’armatura mancante nella foto a causa del suo deterioramento. Durante l’ultimo conflitto mondiale, come accadde per tutte le nostre navi, fu requisita dallo Stato e militarizzata, finché nel 1945, cessata la guerra, subì il taglio degli alberi, l’installazione di due motori diesel e, nella nuova veste di motonave, molto meno gloriosa ma più pratica ed economica, impegnata in viaggi mediterranei. Negli ultimi anni di vita del BICE mi è capitato più volte di pilotarla agli ormeggi dei pontili del versante orientale dell’isola per la caricazione di minerali destinati agli stabilimenti di Genova, Piombino, Bagnoli, Taranto e di poterne osservare le tracce del suo passato velico ancora visibili come i tronconi dei tre alberi e l’originale grande ruota del timone sul cui legno pregiato era ancora ben visibile il primo nome scolpito a mano: “ANTONIO PADRE”.

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9 Nel corso di uno dei suoi frequenti approdi a Punta Calamita si verificò un incidente che per fortuna si risolse nel migliore dei modi, ma che poteva invece concludersi in grave tragedia. Le operazioni di arrivo, partenza e sosta per l’imbarco del carico al pontile di Calamita comportavano notevoli rischi procurando lunghi momenti trascorsi fra l’azzardo ed il pericolo a causa della presenza di insidiosi scogli a pochi metri dallo scafo, dell’eccessiva elasticità dell’ormeggio su campo boe e della notevole esposizione alle avversità meteorologiche dovuta all’assenza di protezioni naturali o artificiali. coprire il tutto con i panneaux (pannelli in legno), stendere due o tre teli cerati, fissarli con liste metalliche trasversali ed infine incuneare il tutto lungo i bordi delle boccaporte. Fatto sta che per portare a termine il tutto si fece buio. Nel frattempo, per limitare la perdita di tempo e rimanere nei pressi pronti a partire, avevamo mollato quasi tutti gli ormeggi lasciando la nave in solo potere di un cavo sulla boa foranea e dell’ancora. Una curiosità: il brigantino-goletta, veliero con un albero a vele quadre ed un secondo con randa e controranda, veniva comunemente definito dai marinai dell’epoca con il termine di “barco-bestia”. Si trattava di una innovativa soluzione che conciliava la necessità di imbarcare il maggior quantitativo di carico possibile con quella di navigare a velocità discreta. Per queste sue caratteristiche gli inglesi e gli americani lo chiamavano “best bark”, termine storpiato dai nostri marinai in “barco-bestia”. La M/n Bice a Portoferraio, 15 Maggio 1978. Ma quel 5 Marzo del 1979 le cose sembravano dover procedere nel migliore dei modi: il mare era un olio, nel cielo dipinto di un luminoso azzurro non v’era traccia di nubi, una leggera brezza da maestrale che spirava da terra manteneva una temperatura ideale, il sole, percorrendo il su arco diurno da Est a Sud a Ovest, illuminava con effetti continuamente cangianti i circostanti monti metalliferi macchiati dai colori più vari e vivaci. Insomma gli ingredienti per una giornata di tranquillo lavoro da svolgersi quasi in relax c’erano proprio tutti. Ed in questa totale serenità trascorse l’intera giornata sul Bice che, al comando del Cap. Lelio Muti di Rio Marina, riceveva nelle sue stive il carico di circa 2.500 tonnellate di minerale di ferro convogliato dal nastro trasportatore sostenuto da un traliccio a sbalzo che fuoriusciva direttamente dalla costa a picco sul mare. Terminate le operazioni di carico, prima di far partire la nave per la sua destinazione di Genova, si dovevano espletare alcune formalità fra cui quella di apporre i sigilli doganali alle stive; operazione che poteva essere compiuta dal milite della G.d.F. solo dopo la chiusura dei boccaporti; ma ahimé, come già accennato la nave non era modernissima, e per chiudere i boccaporti era necessario armare i bighi, sollevare le galeotte (pesanti travi trasversali in acciaio) collocarle negli appositi alloggi sull’apertura delle stive, Finalmente i piombi furono apposti, il finanziere fu portato a terra dalla motobarca degli ormeggiatori, i quali quindi (sempre al buio) si avvicinarono alla boa pronti a mollare l’ultimo cavo non appena ne fosse stato impartito l’ordine. E, mentre si salpava l’ancora, tale ordine fu dato avvalendosi, in mancanza di altri mezzi di comunicazione, di urla, fischi e lampi di torcia elettrica. Il cavo fu allascato dal posto di manovra poppiero per consentirne lo sgancio dalla boa, quindi, trascorso il consueto lasso di tempo, vista l’impossibilità di vedere o di udire segnali vocali dagli ormeggiatori in quanto il rumore assordante del motore diesel a scappamento libero del verricello poppiero lo impediva, fu passato all’argano per il veloce recupero. Ma purtroppo la cima, sotto la quale gli ormeggiatori, accostati alla boa, avevano posizionato la barca per rendere più facile l’operazione, non era ancora libera dal gancio; essa venne rapidamente in tensione causando l’immersione della boa stessa ed il conseguente immediato affondamento dell’imbarcazione. In poco tempo, anche grazie alle concitate segnalazioni fatte da terra dal caposervizio Enzo Agarini e dal suo assistente Paolo Paoli, ci rendemmo conto della gravità della tragedia che stava per consumarsi. Dal Bice disponemmo immediatamente la messa a mare del battello di servizio per tentare il recupero dei due ormeggiatori naufragati, cercando nel contempo di individuarli con i proiettori di bordo; ma, come già accennato, la nave non era dotata di mezzi troppo evoluti, per

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10 cui l’operazione si protrasse per un tempo che non saprei quantificare, ma che mi pareva un’eternità. E proprio quando finalmente l’imbarcazione fu sospesa al bigo e bracciata fuori bordo per essere ammainata a mare, giunsero segnali che Vladimiro Martorella e Michele Salvi , così si chiamavano i due bravi capoliveresi addetti all’ormeggio delle navi, erano riusciti sani e salvi a guadagnare a nuoto, nonostante fossero appesantiti dall’abbigliamento invernale, la riva distante oltre cento metri. L’autosalvataggio, di questo in effetti si era trattato, fu reso possibile dalla loro prestanza fisica, dall’abilità, dall’istinto di sopravvivenza, ma anche e soprattutto dalla scrupolosità loro e del caposervizio nell’osservare e far osservare una norma preventiva tanto importante quanto troppo spesso disattesa per spavalderia: quella di indossare, durante l’esecuzione di certe operazioni in mare, i giubbotti di salvataggio. Vale la pena, infine, di ricordare che allo stesso Capitano Muti toccò il triste compito di condurre questo glorioso vascello verso la sua ultima destinazione il 3 Gennaio 1981 ad un cantiere di demolizione del porto di La Spezia. esiti che possono andare dal normale banale trauma (ad es. caduta accidentale a bordo dell’imbarcazione) fino alla morte. Ciò è innegabile e documentato, come abbiamo detto. Ma basta questa comune percezione mediata da racconti di praticanti e mass media per definire la subacquea come una attività “rischiosa”? E se sì, quanto rischiosa? Un tentativo di dare una risposta oggettiva a questo interrogativo richiede l’ausilio di tecniche di statistica, al fine di calcolare la frequenza di infortunio della subacquea sportiva, comparando il dato con quello riferito ad altre pratiche sportive. Un esempio di tale comparazione ci deriva dalla tabella 1, ricavata da uno studio oramai famoso nell’ambiente dei professionisti della subacquea sportiva, e ripreso da varie fonti tra cui lo stesso DAN Europe. Da tale studio emergono evidenti alcuni aspetti, che riprenderemo anche in seguito, ma quello che salta immediatamente all’occhio è che l’incidenza di infortuni, cioè il numero degli infortuni in rapporto al numero dei praticanti, è per la subacquea di solo lo 0,04%, cioè di 4 incidenti ogni 10.000 praticanti. Inoltre secondo tale rapporto, tali incidenti sono per lo più ascrivibili ad incidenti minori o indiretti, quali traumi da caduta su imbarcazioni, oppure barotraumi derivanti da una errata manovra di compensazione. Tale dato risulta estremamente basso se confrontato con l’incidenza di infortunio in altre attività sportive comuni quali calcio, basket, pallavolo, collocandosi addirittura al di sotto in tale classifica, di attività quali il nuoto ed il bowling. IANTD1 Advanced Nitrox Instructor, Michele Cocco: Guida Ambientale Subacquea della Regione Toscana Ma l’attività subacquea non sarà pericolosa? Quante volte mi sono sentito rivolgere questa domanda un po’ ingenuamente all’inizio di un corso Open Water Diver da allievi preoccupati e soprattutto da loro genitori e parenti. A fronte di tali preoccupazioni noi, come tutti gli istruttori coscienti ed appassionati del proprio lavoro, ci siamo immediatamente prodigati in una serie di spiegazioni, tesi a tranquillizzare tali giustificate apprensioni. Ma quanti, tra i professionisti del settore, sono in grado di esprimere un parere documentato sull’argomento? La subacquea, è pericolosa? Domanda legittima quindi, alla quale cerchiamo di dare una risposta articolata. Per prima cosa, risulta abbastanza evidente che tale domanda in assoluto non ha senso. La subacquea è un’attività che presenta degli innegabili aspetti di rischio, così come avviene per qualunque attività umana, dagli scacchi al parapendio. In generale, l’esperienza insegna che, per la subacquea, ogni anno si registra un certo numero di incidenti, così come viene puntualmente riportato dai mass media, con Sono attendibili queste statistiche? Da tale indagine ne emergerebbe quindi un livello di pericolosità della subacquea estremamente ridotto, talmente ridotto da risultare in contrasto con l’esperienza diretta ________________________________ International Association of Nitrox and Trimix Divers 1

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11 degli istruttori subacquei professionali e di quei divemaster attivi presso centri di Immersione. Da tale esperienza, chiamiamola sul campo, emergono alcuni aspetti che contrastano con la statistica medica, anche se il numero di incidenti riportato dai Centri di Immersione (circa 1 caso di PDD – Patologia da Decompressione – ogni 10.000 immersioni), risulta in accordo grosso modo con i dati riportati da altre fonti della letteratura medica.1 Ad esempio, un ottimo campo di studi statistici è costituito dal comprensorio del Mar Rosso, che annovera circa 600.000 presenze/anno (costituisce la prima voce del PIL egiziano), per un totale di 2-4 milioni di immersioni/anno. Il governo egiziano si è sempre rifiutato di fornire i dati ufficiali sulle statistiche degli incidenti, ma da una raccolta di informazioni raccolte tra gli operatori professionali nel comprensorio, è possibile ottenere un dato di circa 4 ricoveri/giorno in camera iperbarica, ma soprattutto circa 100 decessi/anno per incidenti direttamente correlati alla subacquea (inclusi quindi anche incidenti non direttamente legati all’iperbarismo, quali annegamenti, smarrimenti in mare aperto, incidenti traumatici di vario genere, etc.). Il che ci riporta ai termini della discussione iniziale: la subacquea è pericolosa? Le statistiche ci direbbero di no, ma il numero degli incidenti gravi riportati sembrerebbero contraddirle, quindi proviamo ad analizzare. Un’analisi dei rapporti di incidenti mostrano che le complicazioni in immersione avvengono sempre per innesco provocato da un evento spesso per sé magari non grave, a volte anche banale, ma che poi fa partire una concatenazione di eventi che sfociano nell’incidente stesso La catena dell’incidente subacqueo si puo’ quindi scomporre in: • Innesco dell’incidente: un evento di per sé quasi sempre minore, che provoca un’induzione di stress; • Errore di valutazione da parte del sub • Errate procedure di gestione dell’emergenza da parte del sub • Innesco del panico • Errore di gestione da parte del supporto tecnico-logistico L’esperienza mostra che un corretto addestramento, una giusta preparazione fisica e mentale, permettono di ridurre a percentuali molto basse la possibilità di 1 Marroni. A., L’immersione sportiva oggi: Primo soccorso ed emergenza per le emergenze subacquee. La rete di soccorso del DAN International, DAN (Diver Alert Network) Report, 1994 incidenti anche in immersioni avanzate e tecniche. Un addestramento minimo per immersioni ricreative avanzate e tecniche richiede almeno un brevetti di 2° grado/advanced, un brevetto di salvataggio subacqueo, un corso di rianimazione cardiopolmonare, un corso di somministrazione di ossigeno ed un corso di immersioni con decompressione. A tutto ciò gli operatori professionali dei Centri di Immersione devono aggiungere i corsi di formazione professionale per Divemaster e/o Istruttore Subacqueo Una corretta formazione, sia per i subacquei che a maggior ragione per gli operatori professionali del settore non può essere approssimata o compiuta con tecniche d autodidatta. La lettura di testi lo studio, la pratica autonoma, lo scambio di opinioni anche se di immenso valore non possono sostituire una corretta formazione. Essa passa attraverso l’identificazione di un metodo didattico, di un istruttore e di un centro subacqueo professionalmente validi e preparati. La scelta di un corretto percorso formativo passa attraverso alcuni parametri fondamentali: Spesso, sulla base di una presunta esperienza, si sottovaluta l’importanza della formazione, senza capire che essa costituisce uno scalino inevitabile sia per un subacqueo che per un serio professionista. Per poter scegliere un corretto percorso formativo occorre prima scegliere due aspetti fondamentali di esso: 1) l’Agenzia Didattica 2) l’Istruttore Per quanto riguarda l’Agenzia didattica, occorre chiedersi: a) Che tipo di sistema didattico sto scegliendo? Un sistema che prevede molto allenamento in piscina e poca pratica in acque libere (tipo FIPSAS, CMAS, per intendersi) oppure un sistema tipo PADI o SSI (che da invece importanza all’addestramento in mare)? b) Che livello di esperienza essa richiede da un subacqueo che desidera un corso specifico? c) Che standard impone ai suoi istruttori? Se è vero che un buon Istruttore fa la differenza, è anche vero che buoni Istruttori non si nasce, ma lo si diventa dopo aver seguito dei buoni corsi, proposti da buone Agenzie Didattiche. Da questo punto non è possibile prescindere: da una cattiva Agenzia Didattica vengono fuori, con elevata possibilità, dei cattivi Istruttori. La lettura di testi lo studio, la pratica autonoma, lo scambio di opinioni anche se di immenso valore non possono sostituire

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12 una corretta formazione. Una corretta formazione passa attraverso la identificazione di un metodo didattico, di un istruttore e di un centro subacqueo professionalmente validi e preparati. Poi, per passare alla figura dell’Istruttore, le domande che occorrebbe porsi, prima di scegliere un corso, sono: a) b) c) d) e) f) Chi è il mio Istruttore? Qual é il suo CV? Con quale frequenza insegna e si immerge? Che/quante immersioni fa al di fuori dei corsi? E’ professionalmente aggiornato? E’ un professionista o pratica l’insegnamento subacqueo parttime? aperto e speriamo che le sue conclusioni possano velocemente portare ad una seria inversione di tendenza che porti al rilancio di questa meravigliosa attività nel nostro Paese. Per una corretta formazione avanzata/tecnica è fondamentale la scelta sia di una buona Agenzia Didattica che di un buon istruttore. Giorgio Barsotti Stimolato dall’amico Gianni Falanca, mi accingo a scrivere alcune noterelle tra il serio e il faceto, in margine alla serata dell’8 Novembre in cui abbiamo festeggiato il nostro quarantennale. Spiace constatare l’assenza di alcuni lions che, sinceramente, non mi riesce facile considerare dei veri soci: se non si partecipa in occasioni come queste è evidente che ogni parola del codice d’onore e dell’etica lionistica finisce per suonare come un puro esercizio retorico senza sostanza e significato. So per certo che alcuni avevano altri impegni inderogabili, ma gli altri? Ci sono momenti in cui il sentimento di appartenenza ad un’associazione come la nostra deve prevalere, ammesso che sia veramente tale. Più grave comunque mi è sembrata l’assenza quasi totale dei rappresentanti delle amministrazioni locali. Basta sfogliare le pagine del libro commemorativo per rendersi immediatamente conto che la grande maggioranza delle attività svolte dal nostro Club in tutti questi anni sono state indirizzate al bene civico, a cercare di aiutare a risolvere problemi della comunità, con impegno disinteressato e atteggiamento costruttivo. Continueremo a farlo perché questo è lo scopo precipuo della nostra presenza sul territorio, ma talvolta, di fronte alla superficialità e al pressappochismo di tanti personaggi si rischia di esserne contagiati e di essere coinvolti nel disinteresse generale. Mi sono messo poi a sfogliare di nuovo le pagine del libro e, allora, poco a poco, dalle righe e dalle foto che purtroppo ci ricordano molto più giovani e più spensierati, una folla di ricordi lieti e tristi è emersa. Si è fatta strada prima faticosamente, poi sempre più nitida, l’immagine tridimensionale della nostra storia e della nostra vita, legate a cento piccoli eventi che, con la solidità di una memoria finalmente ritrovata, mi sono comparsi dinanzi attraverso i volti di tanti E poi, specie nel caso di immersioni avanzate/tecniche: g) con quale assiduità pratica immersioni del livello di quelle previste per il corso che ho intenzione di frequentare? La subacquea sportiva come tutte le attività umane è soggetta ad una continua evoluzione. Tale processo evolutivo riguarda sia la qualità dei servizi (subacquea ricreativa) che l’innovazione tecnologica (subacquea avanzata e tecnica) che la qualità e le procedure dell’insegnamento. Questo processo evolutivo richiede una professionalità sempre maggiore degli operatori del settore, mentre purtroppo invece si sta assistendo (in Italia) ad un processo di deterioramento della professionalità dei servizi offerti. Le cause di questo deterioramento sono sia di radice storica, sia sono da ricercarsi nelle ridotte dimensioni del mercato. Che fare quindi? Questa evidente sofferenza del settore ha innescato un dibattito in Italia: si sta discutendo sulla necessità di una legge di regolamentazione nazionale del settore. Il dibattito è ancora

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13 amici e tante amiche, molti dei quali purtroppo non sono più tra noi. Ne ho ricordato i nomi l’altra sera, ma le parole pronunciate scorrono veloci e lasciano dietro di sé solo l’eco sonora delle loro sillabe. Quanto più pregnante e significativo mi è apparso soffermarmi sulle foto che li mostrano consegnare un distintivo, un premio, stringere la mano ad un amico in una comunione di affetti e di ideali che vanno al di là del gesto semplice e spontaneo. Come ricordarli tutti senza cadere nella retorica e nel facile sentimentalismo? Da una pagina spunta la figura sorridente e compunta di Dario Gasperini, nelle sue funzioni di presidente accanto al Governatore, in un’altra traspare la sua ironia quando, di fianco ad Ambrogio Fogar, ardimentoso navigatore solitario, sembra condividerne lo slancio e ricordare le proprie avventure di marinaio combattente. Trovo subito dopo la bella fotografia, scattata a Capri, di noi partecipanti al Congresso di Sorrento, con le mogli giovani, belle e sorridenti, poi il ricordo va a Paola e Oretta che non sono più tra noi, mi commuovo un po’e giro la pagina. Che potrei dire di Franco Tamberi, forte e generoso, un amico sincero, mio compagno di bridge che troppe volte ho rimproverato per qualche sua disattenzione! Alfredo Canu, il più grande piccolo lion che ho conosciuto, memoria storica del lionismo internazionale; ricordo quando mi accogliesti a Pomigliano d’Arco dove eri responsabile dell’impianto elettrico della costruenda fabbrica di automobili; allora fondasti un Club, come molti altri in diversi luoghi, ma soprattutto mi desti l’esempio di come deve essere un vero lion. Mi accorgo che via via che sfoglio le pagine e mi avvicino ai nostri giorni è la vita attuale che sto rivivendo, i ricordi si fanno sostanza, materia viva e i volti sono quelli degli amici che, in gran parte, sono ancora con noi. Molti sono giovani, vitali, sorridenti: guardando loro si stemperano i ricordi tristi e la nostalgia; mi sento spinto a guardare avanti anch’io con serenità. Topi e scarafaggi sono i veri padroni della cella ed il mio povero corpo martoriato ne è la più evidente testimonianza. Una semplice striscia di stoffa, un tempo bianca, mi cinge i fianchi. Per il resto sono nudo e porto nelle ossa un persistente senso di gelo, anche se, da una fessura del soffitto, riesco ad intravedere la calda luminosità del sole. Un giudice arcigno, dedicandomi pochi minuti del suo tempo prezioso, mi ha riconosciuto responsabile di orrendi misfatti, condannandomi a morte mediante crocifissione. Riconosco la gravità dei delitti commessi, consapevole che la mia condotta scellerata è degna dell’atroce punizione che dovrò subire. Sono Desma, figlio di Caleb, un ricco mercante che, negli ultimi anni di vita, ha subito devastanti rovesci, perdendo tutto ciò che aveva accumulato in decenni di duro lavoro. Mio padre ha preteso che studiassi ed in seguito voleva avviarmi alla sua professione, ma io, che ho sempre detestato la fatica, preferivo divertirmi con ragazze facili, in compagnia di amici irresponsabili e dissoluti. Quando la rovina si è abbattuta sulla famiglia, il mio disperato babbo è morto di crepacuore. Le sorelle maggiori, sposate e con numerosi figli, non potevano aiutarmi se non con un piatto di minestra. Solo, senza un soldo, ho cercato , per qualche tempo, un lavoro che mi permettesse di sopravvivere. Alcuni conoscenti hanno tentato di darmi aiuto, procurandomi occupazioni che lasciavo in breve tempo, scontento delle prospettive ed inadatto, con le mie abitudini, a qualsiasi attività manuale. Assieme a Karem, compagno di orge e gozzoviglie, ho iniziato a compiere piccoli furti, proprio a danno di quanti avevano cercato di soccorrermi. Visto che la fortuna ci assisteva, abbiamo allargato il nostro raggio d’azione, entrando abilmente in ricche dimore e depredandole degli oggetti più preziosi. Spesso ci spostavamo nelle campagne, a saccheggiare misere case contadine, malmenando famiglie indifese che restavano prive dell’indispensabile per tirare avanti. Per anni, abbiamo assalito viandanti solitari che lasciavamo tramortiti sotto i nostri colpi. Un giorno, entrati in una villa signorile, siamo stati sorpresi dalle proprietarie, madre e figlia. I servi della famiglia sono fuggiti alle prime urla e noi, dopo aver abusato delle due donne, le abbiamo sgozzate, Luciano Gelli Accovacciato in questo lurido buco, sto aspettando che arrivino i carcerieri. Da quattro giorni sono rinchiuso in uno spazio angusto ove non posso muovere un passo senza sprofondare negli escrementi, miei e di quanti mi hanno preceduto.

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14 abbandonandole a terra, in un lago di sangue. Ovunque il nostro passaggio era segnato da una lunga scia rossa. Col tempo ci siamo sentiti invincibili, al di sopra di Dio e degli uomini. Così siamo divenuti imprudenti e ci siamo fatti scoprire e catturare. Trasferiti nella capitale ci hanno segregati, per alcune settimane, in un altro carcere. Questo periodo di reclusione è servito per esaminare il mio cuore, per cercare di capire il passato. Sono profondamente pentito; ho orrore di quanto ho commesso e ritengo di meritare del tutto la sorte cui sono condannato. Il destino non mi concede la possibilità di porre rimedio alle sofferenze provocate. Affido al Signore la mia anima nera, confidando nella divina misericordia. Eccoli, stanno arrivando, è giunta l’ ora! La porta della cella viene spalancata ed un soldato mi strattona malamente, facendomi uscire. Vengo colpito, più volte, da oggetti pesanti, forse impugnature di spade. Cado e mi rialzo. Percorro un lungo corridoio, illuminato appena da alcune fiaccole. Ancora una spinta e ricado a terra, con la faccia in avanti, nel terreno polveroso. Sono fuori dal carcere. Stringo gli occhi, abbagliato dal sole rovente. Non ho il tempo di orientarmi che mi caricano sulle spalle una pesante trave di legno. Arranco per qualche metro, schiacciato dal peso poi, finalmente, trovo una specie di equilibrio e riesco a procedere senza intoppi. La strada è affollata, piena di venditori ambulanti e di gente affaccendata in mille mestieri. Chino, sotto il fardello che devo trasportare, mi accorgo, solo dopo alcune decine di metri, che al mio fianco cammina Karem, socio ed amico. Anche lui ha subito un trattamento brutale e procede, curvo, già fradicio di sangue e di sudore. Le guardie ci fanno camminare su una larga strada coperta di sporcizia, con la folla che si scosta al nostro passaggio, facendoci ala. Ogni volta che un condannato si avvia verso il luogo dell’esecuzione, una collinetta sassosa ed arida, la gente, curiosa, abbandona i propri alloggi e si precipita sul percorso. Tutti vogliono sapere chi è l’uomo che verrà giustiziato ed i reati da lui commessi. Anche di fronte all’ imminente morte di un fratello, c’è chi maledice, insulta, schernisce la vittima designata. A volte ho assistito al macabro spettacolo di una crocifissione, respirando, con la folla, la particolare atmosfera di maligno compiacimento. Eppure, oggi avverto una strana, palpabile differenza. Forse dipenderà dalle circostanze in cui verso, che non facilitano, certo, una lucidità soddisfacente. C’è più silenzio, una calma surreale. Tutti osservano il nostro passaggio, ma sembrano notarci appena. Pare quasi che aspettino un’altra persona, un terzo prigioniero più importante, su cui concentrare la propria attenzione. Sono quasi deluso dalla mancanza di interesse che il popolo ci sta dimostrando. Giunti sul cucuzzolo del basso rilievo, i nostri aguzzini, con mani esperte, ci legano sulla croce, poi, rapidi, ci girano le spalle e tornano verso la città, lasciandoci cuocere al sole, sconcertati. Chiamo Karem e gli domando se ha paura di morire. “ Certo, mi risponde, come potrei non averne?” Gli dico che ci siamo meritati questa fine per tutte le nostre malefatte. Lui si limita a sibilare: “ Idiota” e, girata la testa, decide di ignorarmi. Guardo in basso, verso la città, tendo l’orecchio e mi rendo conto che c’è un silenzio irreale, come se ogni attività umana si fosse paralizzata. Neppure i passeri, col loro cinguettio, osano turbare la quiete che ci avvolge. D’un tratto, simile ad un tuono in piena estate, esplode un clamore che cresce fino alla montagnola del nostro martirio. Lo sentiamo partire dal cuore del paese e risalire la strada che abbiamo già percorsa. Urla ed insulti, sputati con furia, si accavallano mescolandosi a gemiti e lamenti. Per due volte la confusione si acquieta, sostituita da mormorii indistinti e da frasi appena sussurrate. Un gruppo di persone sbuca all’inizio della salita mentre noi che pendiamo sulla croce aguzziamo la vista per cogliere i particolari. Vedo alcuni soldati romani, armati e lucenti nei corpetti metallici; circondano due uomini che trascinano a stento un pesante croce.. Aguzzo lo sguardo e mi accorgo che, in effetti, solo uno dei prigionieri sostiene il grave fardello. L’altro riesce a mala pena ad avanzare, strusciando i piedi nel terreno. Più alto della media, rivestito di una tunica rossa. Riesco a distinguerne il volto, martoriato di sangue e di sporcizia.

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15 Anche la veste è macchiata dagli stessi umori, imbrattata di terra per le frequenti cadute. Sono seguiti da una moltitudine di persone; si direbbe che tutta Gerusalemme si sia data appuntamento qua, sul Golgota. La croce viene deposta al suolo e su essa prendono ad inchiodare l’uomo alto, mentre il suo aiutante viene spintonato lontano. Sto subendo lo stesso tormento, ciò nonostante provo una pietà immensa per il povero essere cui vengono frantumati mani e piedi dai terribili chiodi che, trafiggendolo, lo fanno tutt’uno col legno . Mi accorgo di piangere; affratellato alla vittima , davanti a tanta crudeltà. Sollevano la croce col suo carico umano; un lungo gemito esce dalle labbra di quel volto sfigurato dalla sofferenza. Giro la testa verso di lui e scopro che lo hanno coronato di spine; un cerchio spietato, i cui aculei penetrano profondamente nella pelle, rendendo doloroso qualunque movimento del capo. Quando riapre gli occhi e sembra ritrovare lucidità, gli domando: “ Chi sei? Perché ti hanno condannato? Per quale motivo si accaniscono su di te oltre misura?” La voce che mi risponde è quasi un rantolo: “ Sono Gesù di Nazaret, della stirpe di David. Mi hanno inchiodato su questo legno perché gli uomini sono ciechi e non vogliono accettare la verità.” “ Quale verità?” gli chiedo, cercando di chiarire la risposta per me incomprensibile. Lui, con voce più ferma, mi dice: “ Io sono il figlio di Dio, sono colui che voi chiamate il Messia; sono l’Unto del Signore. Un giorno altri mi chiameranno il Cristo.” Resto senza parole. Le sue risposte mi hanno sconvolto. Forse il pover’uomo, schiantato dalle sofferenze, ha perso il senno. Un muro di silenzio ci separa a lungo. Sotto di noi si è raccolto un gruppetto: ci sono tre donne ed un giovane , poco più di un adolescente. Piangono silenziosamente. La più anziana, credo sia la madre di Gesù, pur straziata, cerca di consolare gli altri. In tanta disperazione, riesce a trovare la forza di fare una carezza al ragazzo, di asciugare il pianto delle compagne. Mi accorgo che l’uomo al mio fianco ha ripreso a parlare a bassa voce. Mi storco il collo per riuscire ad osservarlo meglio. Ha gli occhi chiusi ma le labbra si muovono senza pausa. Percepisco le sue frasi: si rivolge a Dio e lo chiama Padre, mostrando amore e familiarità. Non è una preghiera, è un dialogo intimo, saturo di confidenza Non posso intendere le risposte ma tutta la scena che osservo è reale, quanto la mia crocifissione. Sono indotto a ricordare le lunghe conversazioni che avevo con mio padre, quando, ancora ragazzo ascoltavo i suoi consigli e, per ore, godevamo della reciproca compagnia. Gesù d’un tratto sorride, poi china la testa e sussurra: “ Non la mia, ma la tua volontà.” Mi sento smarrito, profondamente turbato. Quest’uomo non è, non può essere pazzo; ho assistito ad un vero colloquio non al delirio di un moribondo. Che sia veramente il figlio di Dio? Anche Karem lo ha ascoltato, traendo le mie stesse conclusioni. Furioso gli urla: “ Se sei davvero l’unigenito di Dio, scendi dalla croce e salvati.” Gli rispondo: “ Taci, scellerato.” Poi, rivolto a Gesù, riprendo: “ Mio Signore, credo in te. Perdona il male commesso. Metto ai tuoi piedi la mia anima pentita.” Con fatica cerca di aprire gli occhi , poi dice: “ Sei perdonato ed oggi stesso sarai con me, nel regno del Padre.” Passano le ore e le guardie infliggono nuovi, crudeli tormenti al Nazareno. La posizione del sole indica che siamo ben oltre mezzogiorno. Gesù urla: “ Padre, Padre perché mi hai abbandonato?”, il capo gli ricade sul petto. E’ morto. Le donne, che non si sono mai allontanate, ululano la loro pena, mentre il disco del sole si scurisce sempre più. Buio totale. Siamo avvolti nel buio. E’ scomparso il Golgota e con lui Gerusalemme e con lei il mondo intero. I miei occhi versano lacrime che non posso frenare. Sento un romano che mormora: “ Allora costui era veramente il figlio di Dio.” Dopo un tempo che sembra infinito, la luce riprende il sopravvento sulle tenebre. Trafelato un uomo corre, inerpicandosi fino a noi; ha gli occhi sbarrati e grida: “ Il velo del tempio si è squarciato.” La mia anima esulta! Ho le prove di quanto pensavo. Gesù, il Cristo è l’unico, il vero figlio di Dio. Perché il Padre lo ha lasciato morire così? Non lo so e non voglio saperlo. Sono troppo piccolo e malvagio per permettermi di indagare sui motivi di questo abbandono. Mi sento orfano; oggi ho conosciuto il Messia ed, in poche ore, lo ho perduto. Alcuni aguzzini si stanno avvicinando, portano in mano delle pesanti mazze.

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