Rivista della Sezione Ligure

 

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La Rivista della Sezione Ligure del CAI - nr. 2 del 2011

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Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Spedizione in abbonamento Postale - iscrizione al R.O.C. 7478 del 29/08/1991 - Autorizzazione Tribunale Genova n.7 del 1969 Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Numero 2 del 2011 Club Alpino Italiano RIVISTA SEZIONE LIGURE della

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RIVISTA DELLA SEZIONE LIGURE del Club Alpino Italiano Sommario Novembre 2011 www.cailiguregenova.it DIRETTORE Gianni Carravieri DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Gardino CAPOREDATTORE Roberto Schenone REDAZIONE Stefania Martini Marina Moranduzzo Caterina Mordeglia Gian Carlo Nardi Pietro Nieddu Vittorio Pescia Roberto Sitzia PROGETTO GRAFICO Tomaso Boano Luigi Gallerani IMPAGINAZIONE Marta Tosco CTP e STAMPA Arti Grafiche Bi.Ci.Di. Genova Molassana EDITORIALE 3 LA GRANDE MONTAGNA 4 IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 16 Nordwand – via Heckmair Damiano Barabino Un sogno andino Stefano Pisano Fra i fiordi color lapislazzuli Cristina Rossi Scialpinisti e lupi di mare Enrico Chierici Al Grand Combin Alessandro Carenini Torri di granito Marco Pendola CRONACA ALPINA 22 SPECIALE ALESSANDRO GOGNA 30 IMPARARE DAL PASSATO 40 …ed è subito sera Vittorio Pescia La croce del Monte Antola Caterina Mordeglia Autorizzazione del Tribunale di Genova numero 7/1969 Abbonamento annuale Cinque Euro Per contattarci: redazione@cailiguregenova.it Serra dell’Argentera Scuola Nazionale di Alpinismo “B. Figari” SCUOLE,CORSI ED AVVENTURE 44 Le mie montagne recensione di Marina Moranduzzo Siamo andati in Antola recensione di Euro Montagna Intervista a Margherita Solari Pietro Luigi Nieddu IN BIBLIOTECA 48 LAMPADA FRONTALE 50 In copertina: A. Gogna in arrampicata su "Fenomenologia dello Spirito", Lago di Agaro, estate 2010 Notiziario della Sezione Ligure 1 QUOTAZERO 53

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Il Dente del Gigante (Gruppo del Monte Bianco) Foto di Roberto Sitzia LO SCATTO FOTOGRAFICO 2

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I giovani, questi sconosciuti Gianni Carravieri L’editoriale I n questi anni ci siamo occupati di rifugi (gestione, ampliamenti, ristrutturazioni), abbiamo dedicato attenzioni particolari ai soci rilanciando la rivista sezionale e curando manifestazioni e incontri con alpinisti a livello cittadino, abbiamo cercato di riprendere le vecchie tradizioni di premi e riconoscimenti ai nostri migliori alpinisti e frequentatori della montagna, abbiamo rilanciato il Senato della Sezione e avviato l’attività escursionistica per i ‘seniores’ durante la settimana. Ma per i giovani che cosa abbiamo fatto e che cosa cerchiamo di fare? Per prima cosa cerchiamo di definire chi sono i giovani a cui rivolgere le nostre attenzioni: non ci limitiamo infatti a prendere in considerazione chi frequenta la scuola dell’obbligo (fino ai 14 anni), ma ci rivolgiamo anche agli adolescenti delle scuole superiori fino al raggiungimento della maggiore età. Queste due fasce sono coperte dalla Scuola di Alpinismo Giovanile, che ha operato e opera egregiamente al nostro interno, grazie ai propri accompagnatori regionali e nazionali, con alcune decine di ragazzi e di adolescenti. C’è anche una collaborazione ormai collaudata con gli insegnanti delle medie inferiori e superiori che si prestano a essere formati dai nostri accompagnatori e istruttori sulle questioni di montagna, come previsto dai protocolli d’intesa in vigore tra CAI e Ministero dell’Istruzione. I risultati ottenuti con le istituzioni scolastiche non sono esaltanti, sia perché si richiede un ulteriore sforzo di volontariato a un comparto già investito da mille problemi, sia perché quasi sempre manca il sostegno educativo, e non solo, delle famiglie e dei genitori dei ragazzi. Oltre i 18 anni si entra in una ‘zona di ombra’, dove si ha a che fare con individui maggiorenni, totalmente in grado di fare scelte in completa autonomia, mitragliati da una miriade di proposte spesso fuorvianti o dispersive. Fino ad alcuni anni fa in questa fascia di età, dai 18 ai 28 anni, operava la SUCAI, benemerita aggregazione di studenti universitari amanti della montagna, con ottimi risultati soprattutto nelle sezioni delle grandi città. Oggi e da tempo la SUCAI ha praticamente esaurito la sua spinta propulsiva, spazzata via da movimenti e associazioni all’apparenza più propositivi. Resta quindi un vuoto da colmare nel nostro sodalizio: in particolare per la fascia di età dai 14 ai 18 anni e in maniera ancora maggiore dai 18 ai 28 anni. Quali sono quindi le nostre iniziative in merito? Le elenchiamo velocemente in attesa che alle proposte seguano i fatti con un aumento dei soci giovani. • Progetto per i ragazzi delle elementari e medie, in collaborazione con la provincia di Genova, sull’importanza delle vie d’acqua: visita guidata all’Acquedotto storico di Genova, visite guidate all’invaso del Brugneto, visite guidate al Rifugio Parco Antola e in particolare all’impianto di approvvigionamento idrico autonomo. • Progetto per gli studenti delle scuole medie superiori, in collaborazione con la Regione Liguria, con percorsi di scoperta del canyoning. • Progetto di avvicinamento dei giovani in età adolescenziale alle discipline praticate nella nostra sezione (alpinismo, scialpinismo, sci fondo escursionismo, escursionismo estivo e invernale, orienteering, speleologia, meteo, topografia ecc.), in collaborazione con la Scuola di Alpinismo Giovanile. ...continua a pag. 52 EDITORIALE 3

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Nordwand – via Heckmair Damiano Barabino Eiger S LA GRANDE MONTAGNA ono le 22, le gambe sprofondano ad ogni passo nella neve fino alle ginocchia, facendoci a tratti cadere all’indietro. Cogliamo subito l’occasione per fermarci un attimo, rifiatare e parlare. Il cielo è stellato e, in basso, si intravedono le luci dell’Eigergletscher, stazione intermedia del treno che sale da Grindelwald che abbiamo lasciato la mattina del giorno precedente. Sappiamo che di lì a poco potremo fermarci a riposare ed aspettare il treno la mattina successiva. Mancano poche centinaia di metri di dislivello e la mente può rilassarsi, riflettere, invasa dalle emozioni della salita e di questi ultimi mesi in cui abbiamo sognato la mitica parete Nord dell’Eiger. L’Eiger…credo sia difficile pensare di essere all’altezza per una salita di questo Verso le fauci dell'Orco... genere, pensare che finalmente sia il momento giusto. Come spesso accade sono una serie di coincidenze che ti portano a realizzare le salite che si programmano. Non so perché ma era alcuni mesi che la Parete Nord era nei miei pensieri, nelle letture, nelle ricerche su internet. Dopo la salita alla Nord delle Droites, a febbraio, mi sentivo pronto e allenato, sia mentalmente che fisicamente e la voglia di provarci cresceva. Contatto alcuni amici alpinisti ai quali so che interessava la salita. Dopo aver perso l’occasione a fine febbraio, finalmente la finestra di bel tempo. Tramite email sento Christian Turk, compagno al corso Istruttori di Alpinismo ed aspirante guida in Svezia e Marcello Sanguineti: è fatta! Marcello è in contatto con Floriano Martinaglia, da poco ammesso al CAAI, 4

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che ha intenzione di ripetere per la seconda volta la salita già effettuata da lui nel 2008! Siamo motivati: in quattro è la soluzione migliore per essere più veloci e, per di più, Floriano conosce già l’itinerario! Alle 7 del mattino del 17 aprile siamo alla stazione di Grindelwald. La Nord è lassù, che sovrasta questi splendidi chalet in legno immersi nel verde tipici dei più caratteristici paesaggi svizzeri. Saliamo sul treno ed in circa un’ora di viaggio scendiamo alla Kleine Scheidegg, stazione simbolo alla base della parete. Sembra di entrare nella storia: gli edifici, il treno, la stazione… tutto ricorda un clima da inizio secolo scorso; forse è solo una sensazione, però la mente viaggia, tramite le descrizioni delle pagine del libro di Harrer o le scene del film recentemente prodotto sulla rievocazione dello sfortunato tentativo di Kurz e Hinterstoisser, alle fotografie in bianco e nero dei primi tentativi dei pioneri dell’alpinismo. Solo ogni tanto si ritorna alla realtà, scontrandosi con qualche sciatore con scarponi e sci appena comprati da uno dei tanti negozi di articoli sportivi. Raggiunta la stazione Eigergletscher, dopo circa un’ora in facile traverso siamo alla base dello zoccolo roccioso. I frequenti dialoghi, le battute scherzose e ironiche delle ore precedenti lasciano spazio ad un inquieto silenzio. È come me la sono sempre immaginata: alzando lo sguardo la parete è imponente, si erge dai prati di Grindelwald bruscamente. Non se ne vede il termine, si protrae verso il cielo per una lunghezza indefinita, difficile da valutare e da capire. Mi tranquillizza il fatto che il tempo è stabile, le condizioni di innevamento sembrano perfette e stiamo tutti bene fisicamente, presupposti fondamentali per una buona riuscita della salita. Sono le 10, sistemato il materiale all’imbrago (5 friend, una mazzetta di nut, 10 rinvii e 4 chiodi) ci leghiamo con la nostra corda da 50 metri. Lo zaino da 30 litri sembra quasi vuoto con dentro il solo sacco a pelo, piumino, acqua e qualcosa da man- Damiano sullo zoccolo della parete LA GRANDE MONTAGNA 5 Damiano sul “Ragno bianco”

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LA GRANDE MONTAGNA 6 Christian verso la cengia del Bivacco Corti, prima dei camini terminali I pendii finali sotto la cresta Mittelegi

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giare. Parte Floriano in cordata con Marcello. Io e Christian seguiamo, sapendo che Floriano conosce bene la prima parte dell’itinerario. Il tratto iniziale è piuttosto agevole, brevi risalti innevati intervallati da traversi su cenge ci portano facilmente in alto, salendo veloci di conserva. Arriviamo al tratto denominato “Fessura difficile”, di nome e di fatto: un tiro di circa 40 metri su roccia piuttosto compatta. Lo trovo delicato: salire con ramponi e picozze un tratto di V grado non è molto agevole, soprattutto con l’obbligo di ‘non dover volare’. Per fortuna ci sono alcuni chiodi che mi impegnano non poco negli ultimi metri, arrivo in sosta dove assicuro Christian. Sulle nostre teste sale imponente la Roth Fluth, grandiosa placca calcarea compatta (una rarità sull’Eiger) che si erge verticale e sulla quale sono state tracciate impegnative linee di salita. Ci spostiamo in diagonale verso sinistra per raggiungere la famosa traversata Hinterstoisser: capolavoro tecnico ed atletico, che attualmente è reso decisamente più agevole dalla presenza di una corda fissa. La prima volta fu superato nel 1936 da Hinterstoisser appunto il quale, per superare la delicata placca improteggibile, risolse il traverso con uno spettacolare pendolo da un chiodo posto in alto. Assicurato sulla corda fissa e con l’utilizzo delle picozze, arrivo all’uscita del traverso. Proseguo su neve compatta fino al canalino ghiacciato, tratto di due tiri di corda a 70°-75° di pendenza in ottime condizioni, ghiaccio e polistirene! Si giunge al secondo nevaio: qua finalmente possiamo rilassarci. La traccia è evidente, la neve compatta ed il secondo nevaio che ci accingiamo ad attraversare non presenta particolari difficoltà. Procediamo regolari, sapendo che le difficoltà maggiori sono presenti nella parte alta della parete. Contorniamo il bordo superiore del nevaio fino ad arrivare al tratto del “Ferro da stiro”, caratterizzato da un breve risalto di roccia (IV+) e da due lunghezze di corda su pendii di neve. Sono le 17 quando arriviamo al “Bivacco della Morte”, piccola comoda cengia posta a quota 3300 m circa, Dry tooling sulla “Fessura difficile” LA GRANDE MONTAGNA 7 L'attacco della “Rampa”

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Ultimi metri di salita sulla cresta Mittelegi LA GRANDE MONTAGNA 8

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Christian sul “Secondo nevaio” LA GRANDE MONTAGNA 10 teatro della tragedia che costò la vita agli alpinisti tedeschi Meheringer e Sedlmeyer nel 1935. Il nome non è molto rassicurante, ma è considerato uno dei migliori posti da bivacco della parete. Una cordata francese sta già preparando il bivacco per la notte, noi invece siamo decisi a salire ancora per cercare di arrivare con le ultime luci a bivaccare nella parte superiore della parete. Si traversa e si sale il terzo nevaio per arrivare in breve all’attacco della famosa “Rampa”. Sembra una scala che incide in diagonale la muraglia inaccessibile dell’Orco, creando l’unico punto di debolezza della parete. Tre lunghezze in conserva assicurata sul III-IV grado su tratti di roccia pulita dalla neve, ma sempre con i ramponi ai piedi per il continuo alternarsi di tratti innevati o ghiacciati ci portano al camino della cascata quando ormai il sole sta per tramontare. Il poco ghiaccio presente ci consente di superare più agevolmente questo tratto, fin dove la parete si chiude sovrastata da un voluminoso ‘bouchon’ di neve. Siamo stanchi e ormai è buio. Trovati due vecchi chiodi a pressione, ne posizioniamo un terzo e, scavata una piccola cengia nel ghiaccio, decidiamo di bivaccare. Non sarà una notte molto comoda ma una notte da ricordare… le stelle, le piccole luci di Grindelwald ai nostri piedi, noi che a malapena riuscivamo a stare appesi dentro i nostri sacchi a pelo, il freddo a tratti pungente… emozioni difficili da dimenticare! Le ore passano e finalmente arriva il mattino… Christian è l’unico che si sente di partire a freddo su una placca rocciosa che lo impegna non poco. Successivamente proseguo sul “canalino della Rampa” (ghiaccio 75-80°) e la cengia friabile fino alla fessura omonima. Parto. Protezione su un chiodo. Le picozze incastrate in fessura, pochi passi ed in un attimo mi salta via la picozza colpendomi in testa. Il volo mi fa ricadere quasi all’altezza della sosta ed in un attimo il viso si copre di sangue: «questa non ci voleva…» penso tra me e me. Mi faccio calare in sosta e mi copro il viso di neve per tamponare l’emorragia. In quei mo-

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menti sono molti i pensieri per la testa: la paura di compromettere la salita.. di non riuscire ad uscire dalla via… i vari incidenti che negli anni sono avvenuti in parete. Per fortuna la ferita è di piccole dimensioni e, con un buon bendaggio, riesco ad arrestare il sanguinamento, ma mi seguirà fino in vetta un sopportabile mal di testa. Questa volta parte Christian. Superata la fessura, affrontiamo decisi l’esposta “Traversata degli Dei”, che nelle attuali condizioni e con le protezioni in loco risulta piuttosto agevole. Via veloci di conserva assicurata sul “Ragno bianco”, magnifico scivolo di ghiaccio e neve a 60°-65° di pendenza. Le difficoltà non sono ancora terminate: ci spostiamo decisamente a sinistra affrontando due tiri di roccia impegnativi, placca e strapiombo difficili da proteggere. Superiamo la cengia del bivacco Corti, luogo della travagliata vicenda del tentativo della prima salita italiana della parete, per poi affrontare i “camini terminali”, poveri di neve ma bagnati dallo scioglimento della stessa a causa del sole del primo pomeriggio. Sappiamo che siamo al termine e rigenerati dal calore del sole, affrontiamo in velocità gli ultimi tre tiri di roccia: pendii a 60° su neve ci portano sulla cresta Mittelegi, magnifico passaggio, esposto ed aereo, che ci porta rapidamente in vetta. Lì, dopo 19 ore di salita, alla vista del mare di nuvole ai nostri piedi, realizziamo che è finita, e le tensioni, le paure, le Damiano e Christian in vetta LA GRANDE MONTAGNA incertezze, lasciano spazio all’immensa emozione e allo stupore dell’aver realizzato un sogno.  Damiano Barabino IA Scuola di Alpinismo “B. Figari” Fotografie di D. Barabino, F. Martinaglia, M. Sanguineti, C. Turk Dati della salita: Eiger 3970 m - Via Heckmair-Vorg-Kasparek-Harrer, 19-21 Luglio 1938 Data: 17-18 Aprile 2011 Tempo totale: 19 ore In cordata con Christian Turk In compagnia di Marcello Sanguineti e Floriano Martinaglia Dislivello: 1800 m Sviluppo: 3000 m circa Difficoltà: ED V-V+/A0 Materiale: Friend BD Camalot da 0,3 a 3, 4 chiodi, 3 viti ghiaccio, 10 rinvii 11

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Un sogno andino Stefano Pisano Aconcagua F 12 LA GRANDE MONTAGNA inalmente a Mendoza! È capodanno e siamo sotto ad un forte temporale a cenare; si festeggia poco perché domani mattina alle sei dobbiamo essere già pronti per partire ed iniziare direttamente il trek di avvicinamento che ci porterà al campo base in tre giorni di cammino. E così dopo aver passato una notte a Pampa de Leña ed una a Casa de Pedra da dove si ha la prima visione dell’Aconcagua, iniziamo l’ultimo giorno in mezzo a queste vallate aride e spazzate dal vento, ma sempre spettacolari. Il campo base ci attende con un piccolo ma gradito spuntino di benvenuto offerto dalla compagnia alla quale ci siamo appoggiati per la logistica; qui conosciamo anche il resto del gruppo che era in anticipo di due giorni e che faticosamente abbiamo raggiunto eliminando le giornate di riposo. Attualmente il campo, situato sulla morena del ghiacciaio a 4200 m, è ben organizzato; ha una postazione fissa dei guardiaparco, che si occupano della gestione dello stesso e delle formalità necessarie per la salita ed un ambulatorio medico dove tutti coloro che vogliono salire devono sottoporsi ad una visita obbligatoria e dove, in maniera molto professionale, prestano i primi soccorsi ai numerosi alpinisti colpiti da mal di montagna o congelamenti. Inoltre un efficiente servizio di elicottero si occupa dell’indispensabile evacuazione delle persone in gravi condizioni (un paio ogni giorno) ed anche dello smaltimento di rifiuti e liquami prodotti nel campo. I primi giorni il tempo non promette nulla di buono, vento forte, neve in quota e freddo. Cosicché la salita di acclimatamen- Cerro Ameghino dal campo 2

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to ed il primo giorno al campo 1 a 5100 metri sono piuttosto disagevoli. Ma proseguiamo questa salita fiduciosi in un miglioramento! Il terreno è facile, per lo più su sentieri ben tracciati, ma con lo zaino la quota comincia a farsi sentire, anche se non siamo ancora molto in alto. Il campo 1, dove passeremo due giorni, uno di acclimatamento salendo al campo 2 e uno di riposo, al nostro arrivo è sovraffollato tanto che assistiamo a qualche lite per i posti tenda. Noi riusciamo a trovare un quadratino sul bordo della scarpata con una stupenda vista sulla valle dalla quale siamo arrivati. Il terzo giorno partiamo entusiasti per trasferirci al campo 2, ma giornata peggiore non potevamo trovarla: un forte vento con tormenta di neve ci ha investito per tutto il cammino creando problemi anche a montare la tenda, che ha sbattuto violentemente tutta la notte. L’umore non era dei migliori, anche perché si prospettava la possibilità di dover scendere e rinunciare. Alle sei del mattino, dopo il frastuono della notte, ci svegliamo con un silenzio inaspettato; siamo a 6000 metri e guardando fuori dalla tenda ci accoglie un panorama mozzafiato con un cielo perfettamente limpido e un tappeto di cime sotto di noi. Passiamo la giornata nel riposo più totale preparandoci per la salita del giorno dopo. Ore 3:00, suona la sveglia, finalmente il giorno tanto atteso è arrivato; il tempo si è stabilizzato sul bello; il cielo è pieno di stelle. Il freddo è pungente, ma almeno non c’è vento. Partiamo con passo lento e costante (tanto qui non si riesce a correre!). Il percorso è sempre ben tracciato su ghiaioni e nevai, sempre in discreta salita, fino all’inizio della tanto temuta canaleta che, nonostante sia molto ripida, con la neve si riesce a gran fatica a salire agevolmente. Sono sette ore che camminiamo senza quasi soste e la vetta sembra sempre lon- LA GRANDE MONTAGNA Dall'alto: - Chiara e Pietro verso la canaleta - Salendo al campo due nella tormenta - Chiara sul traverso prima della canaleta tana! Il passo è sempre più lento e la fatica si fa sentire in maniera incredibile: per recuperare un passo sbagliato occorrono sempre parecchi minuti. Finita la canaleta resta solo il “Filo del guanaco”, che praticamente è ripido allo stesso modo e in più senza neve; da qui si vedono bene le 13

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