Rivista della Sezione Ligure

 

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La Rivista della Sezione Ligure del CAI - nr. 1 del 2012

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Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Spedizione in abbonamento Postale - iscrizione al R.O.C. 7478 del 29/08/1991 - Autorizzazione Tribunale Genova n.7 del 1969 Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Numero 1 del 2012 Club Alpino Italiano RIVISTA SEZIONE LIGURE della

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RIVISTA DELLA SEZIONE LIGURE del Club Alpino Italiano Sommario Marzo 2012 www.cailiguregenova.it DIRETTORE Gianni Carravieri DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Gardino CAPOREDATTORE Roberto Schenone REDAZIONE Stefania Martini Marina Moranduzzo Caterina Mordeglia Gian Carlo Nardi Pietro Nieddu Vittorio Pescia Roberto Sitzia PROGETTO GRAFICO Tomaso Boano Luigi Gallerani IMPAGINAZIONE Marta Tosco CTP e STAMPA Arti Grafiche Bi.Ci.Di. Genova Molassana Autorizzazione del Tribunale di Genova numero 7/1969 Abbonamento annuale Cinque Euro Per contattarci: redazione@cailiguregenova.it In copertina: Grotta Priamara, Finale Ligure Autore Davide De Feo In questa pagina: Salendo da Caprile verso il Monte Antola. Autore Daniele Parodi EDITORIALE 2 LA GRANDE MONTAGNA 4 Cercando un ‘seimila’ Gianni Carravieri IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 10 “La via è la meta” Marco Benzi Lo “Spigolo dei fiori” Mario Bertuccio CRONACA ALPINA 14 SCUOLE,CORSI ED AVVENTURE 18 Un successo oltre le aspettative Giancarlo Strano IMPARARE DAL PASSATO 22 “Si fossi foco… ” Vittorio Pescia Il giro dei ripari dell’Argentea Roberto Sitzia La via dei pellegrini Marco Rivara SACCO IN SPALLA 24 GROTTE E FORRE 32 Il Gruppo “E.A. Martel” Juri Traverso C’è chi lascia il segno Rita Martini e Stefania Rossi Lo spirito della montagna recensione di Gianni Pàstine Passeggiate a Levante recensione di Roberto Schenone Notiziario della Sezione Ligure 1 AMBIENTE E TERRITORIO 35 IN BIBLIOTECA 38 QUOTAZERO 40

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Sistema integrato Gianni Carravieri L’editoriale D a alcuni anni all’interno del CAI è stato intrapreso un tentativo di razionalizzazione e integrazione delle attività, col fine di accorpare commissioni centrali e ridurre i costi relativi. Benché tuttora in fieri, si incominciano a vedere i primi risultati, frutto di una lunga attività propositiva sia a livello di Consiglio Centrale, sia tra le commissioni rimaste autonome. Anche il progetto UniCai sta riprendendo vigore e ha raggiunto già alcuni risultati tangibili (divise e libretti istruttori, istruttori sezionali, base culturale comune), mentre altri importanti passi avanti sono in itinere. La nostra sezione ha completato il 20 dicembre 2011 il corso sperimentale di Base Culturale Comune (BCC) per gli aspiranti istruttori e accompagnatori sezionali. Tale corso, diretto da Pio Codebò con l’aiuto di Marino Berardinelli e la collaborazione di molti istruttori delle nostre scuole, come già illustrato nel notiziario dell’ultimo numero della rivista, ha visto la partecipazione di quattordici allievi provenienti da quattro scuole sezionali (alpinismo, scialpinismo, sci fondo escursionismo e alpinismo giovanile). Visto il successo di questa edizione sperimentale, è prevista per il futuro una ripetizione dell’iniziativa inclu- EDITORIALE C Foto vincitrice del Concorso fotografico: Panoramica del rifugio Genova Foto di: Renzo Bennati

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dendo, sperabilmente, anche gli aspiranti accompagnatori sezionali provenienti dalla scuola di escursionismo (che fino ad ora ha operato in autonomia a livello regionale e interregionale) e da altre sezioni non dotate ancora di una struttura didattica articolata e completa. Da segnalare che questo corso sperimentale è coerente con le linee guida di UniCai per la Base Culturale Comune, ratificate dal Consiglio Centrale del CAI il 26 novembre 2011. Questo lungimirante disegno strategico del CAI individua e auspica sinergie e integrazioni tra gli organi tecnici, le scuole e le sezioni, così come è stato sintetizzato in un interessante articolo pubblicato sullo Scarpone dell’agosto 2011 dal titolo “Per un sistema integrato” a firma Francesco Carrer e Claudio Mitri. Per ottimizzare le risorse del CAI e delle sezioni gli autori auspicano la caduta dei compartimenti stagni tra tutte le attività didattiche CAI sia a livello sezionale, sia intersezionale, sia regionale. Fino ad ora, secondo Carrer e Mitri, gli insegnamenti si erano sviluppati, grazie a una certa larghezza di mezzi, in maniera verticale; in pratica ogni gruppo, scuola e sezione si era occupata, in maniera indipendente, delle varie materie legate alla montagna, senza guardarsi intorno e senza evitare eventuali ripetizioni in ambiti territoriali contigui, con conseguenti sprechi di risorse umane ed economiche. Gli autori indicano inoltre tra le attività possibili e praticabili la costituzione di un coordinamento territoriale degli OTTO (Organi Tecnici Territoriali Operativi) con figure titolate; un coordinamento sezionale o intersezionale delle strutture didattiche operative e, in ultimo, la possibilità di Scuole sezionali/ intersezionali pluridisciplinari. ...continua a pag. 17 EDITORIALE 3

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Cercando un ‘seimila’ Gianni Carravieri Ojos del Salado M LA GRANDE MONTAGNA ercoledì 9 Novembre 2011 alle quattro del mattino Giorgio e Vincenzo stanno cercando di scaldarsi dentro al sacco a pelo di piumino al Rifugio Tejos, a 5837 metri di altitudine. Fuori la bufera fa misurare temperature intorno a -20°C e vento a più di 80 km/h. Sono completamente vestiti: tre strati agli arti inferiori e quattro agli arti superiori compreso duvet, giacca a vento e passamontagna. Aspettano il segnale di partenza da Mario Sepulveda (guida andina e massimo esperto della zona). La meta da tempo ambita è finalmente a portata di mano: non più di 6-8 ore mancano alla vetta del vulcano Ojos del Salado (6893 m), inferiore di soli 70 metri al più noto Aconcagua, la vetta più alta di tutto il continente americano. L’Ojos è il vulcano attivo più alto del mondo e la seconda vetta del Sudamerica. E’ una salita classificata PD, poiché nell’ultimo tratto ci sono 50 metri di III grado, un camino e una cresta spazzata dal vento gelido; alla portata di molti, quindi, ma non di tutti. È stata salita per la prima volta nel 1937 da una spedizione polacca dopo molti tentativi. Difficoltà oggettive: il vento forte dopo mezzogiorno, le basse temperature, la quota elevata che necessita di un serio acclimatamento, i punti di appoggio precari, la secchezza dell’aria che costringe a bere molto in un deserto dove l’acqua potabile praticamente non esiste. C’è stato l’indispensabile acclimatamento con salite e discese su cime progressivamente più alte (4800, 5000, 6000 m) e ora gli alpinisti sono pronti a partire. Ieri due tedeschi ce l’hanno fatta, trovando 5-6 ore di tregua tra una tempesta di vento e l’altra, dopo alcuni giorni di determinata e logorante permanenza in quota. Mario conosce tutti i segreti di questa montagna simbolo: l’ha salita 29 volte, sa che non si può partire oltre le 6 del mattino, sa che è necessario avere un equipaggiamento completo e asciutto (specialmente le calze di lana e i doppi guanti), sa che i nostri sono allenati, acclimatati e pronti. Ma sa anche che permanere in quota per lunghe attese è da evitare, perchè sono più i danni che i vantaggi. Il vento continua a fischiare e il freddo a imperversare: all’interno del Panorama sulla Cordigliera Andina D

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rifugio la temperatura è -15°C e ognuno ha una bottiglia d’acqua calda tra i piedi per minimizzare i danni del gelo. La partenza viene rinviata di due ore, in attesa di condizioni accettabili. Ma allo scadere nulla cambia. Sempre freddo intenso e raffiche di vento. Mario attende ancora un’ora e alle 7 decide di lasciare il rifugio Tejos sotto la bufera, per scendere rapidamente al rifugio intermedio “Università di Atacama” a 5200 m. Lì tutti noi abbiamo soggiornato, a fatica, nei giorni precedenti. Abbiamo trascorso una o due notti in tenda, per poi scendere al campo base di Laguna verde, a 4350 m, dove si può respirare, si dorme meglio e ci si può lavare in pozze di acqua termale salmastra. Questo era il secondo e ultimo tentativo, purtroppo fallito, come il primo, a causa del forte vento. Quella stessa notte Matteo ed io abbiamo dormito a Laguna Verde e, mentre 1500 metri più su gli altri iniziano la ritirata dal rifugio Tejos, cerchiamo di consolarci salendo sul Cerro Mulas Muertas, 5875 m. È proprio sopra il lago color turchese che dà il nome al rifugio e decidiamo di tentare la vetta, nonostante sia presente già dal mattino un forte vento anche alle quote più basse. Dopo poche centinaia di metri il vento aumenta e crea qualche difficoltà ad avanzare. Alle 9.30 desisto. Matteo prosegue sotto la cresta fino ai 5300 m dell’anticima, ma fortissime raffiche di vento lo buttano per terra un paio di volte e impediscono di proseguire ulteriormente. Altra ritirata anche per il quarto del gruppo: era l’ultimo giorno ‘buono’ per una salita; dopo due giorni è previsto il volo di rientro a Milano da Copiapò, via Santiago. Conclusione minimalista, con varie ritirate strategiche, proprio quando cominciamo a sentire nella respirazione i benefici effetti di dieci giorni di salite, discese e risalite con recuperi in quota. Ma come era iniziata? Partiti da Malpensa il 26 Ottobre Giorgio, Matteo ed io, con inenarrabili ritardi e problemi di viaggio, dopo 52 ore atter- Consegna della rivista a Hernan Donoso Giorgio al campo di Laguna Verde LA GRANDE MONTAGNA 5 Vetta del Cerro San Francisco. Giorgio e Matteo festeggiano in vetta il loro primo 6000 Relax alle terme di Laguna Verde

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6 ravamo a Copiapò, dove eravamo attesi da Vincenzo. Quest’ultimo, capo spedizione per meriti alpinistici acquisiti, era già da tre settimane in Sudamerica a rilevare dati meteo su un battello nella Patagonia Cilena. Copiapò è la città mineraria per eccellenza del Cile centro settentrionale, punto di partenza per salire sull’altopiano desertico di Atacama, il luogo più secco della Terra. Qua si caricano armi e bagagli sui due fuoristrada affidati alle nostre guide e non. Mario Sepulveda, cileno di Santiago, 37 anni, campione sudamericano di scialpinismo, alpinista hymalaiano, ex-detentore del record di salita all’Ojos del Salado e Cecilia Belen Angulo, 27 anni, argentina di Mendoza, arrampicatrice andinista, nutrizionista e cuoca. Abbiamo pernottato in tenda o in rifugio a quote via via crescenti (Vallecito 3000 m, Salita al Cerro San Francisco. La fatica e il freddo Laguna Santa Rosa 3820 m, Laguna Verde sulla faccia di Vincenzo. Al suo fianco Cecilia 4350 m, Rifugio Atacama 5280 m, Rifugio infreddolita. Dietro (seminascosto) Gianni in Tejos 5837 m) per abituare gradualmente apnea l’organismo alla diminuzione di ossigeno e cercare di evitare il mal di montagna, risultato ottenuto nonostante qualche emicrania e qualche notte insonne. Sono state organizzate varie gite sui monti dei dintorni, partendo dalla semplice passeggiata in piano a 3800 m, per arrivare alla salita a un colle o a un passo di circa 4700 m. Poi alcune cime più impegnative, come il Cerro Siete Hermanos (4900 m) e il Cerro San Francisco (6018 m). Su quest’ultimo monte sono arrivati Giorgio, Matteo e le due guide il 3 Novembre e, di fatto, è stata la più alta quota raggiunta da alcuni componenti del gruppo. Vincenzo, fiaccato dalla stanchezza e dalle folate di vento, si è generosamente fermato a 100 metri dalla vetta, per non rallentare la salita dei primi. Io mi ero fermato ancora prima, per una crisi di stanchezza e fame. In discesa vento terribile per tutti sulla linea di confine fra Cile e Argentina. I panorami mozzafiato, i tramonti indimenticabili, le notti stellate con alcune costellazioni sconosciute o capovolte, i Il Rifugio Tejos chiari di luna a cinquemila metri, le diste- LA GRANDE MONTAGNA

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Favolose vedute di Laguna Verde LA GRANDE MONTAGNA 7

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LA GRANDE MONTAGNA se di lame di ghiaccio e di neve dura (i famosi ‘penitentes’), le fumarole in riva alla laguna, l’incontro con animali andini come guanachi, volpi, condor, fenicotteri rosa, topolini del deserto completano il quadro già di per sè ricco di emozioni e di continue sorprese. Le giornate di riposo o di recupero trascorrevano lente, tra un bagno e l’altro nelle acque termali di Laguna Verde, acque correnti a una temperatura di circa 30° C con presenze di sale, zolfo, arsenico e minerali vari. Ogni tanto il vento impetuoso riprendeva a soffiare a raffiche senza una logica apparente, sia di giorno che di notte. Il comportamento dei nostri accompagnatori è stato sempre molto professionale in montagna come alla guida non facile dei fuoristrada su sabbia, rocce e tra i penitentes, oltre che in cucina e nell'organizzazione di campeggi e ritirate. La sera del 10 Novembre insieme alle nostre guide con un po’ di amaro in bocca abbiamo festeggiato il termine dell’avventura in un ristorante a Bahia Inglesa, sull’Oceano Pacifico. Nonostante il mancato raggiungimento dell’obbiettivo principale possiamo comunque essere soddisfatti per la salita al Cerro San Francisco, il nostro ‘seimila’!  Foto di: G. Derchi e M. Patrone Componenti della Spedizione e Supporto Logistico - Vincenzo Gabutto, 67 anni, ingegnere elettrotecnico, pensionato, un 6200 m in Nepal, operatore cinematografico - Gianni Carravieri, 65 anni, ingegnere elettrotecnico, neopensionato, nessuna esperienza extraeuropea, solo 4000 alpini, addetto al diario e alle pubbliche relazioni - Giorgio Derchi, 57 anni, medico della spedizione, un 5800 m in Africa, già istruttore di alpinismo, master in medicina di montagna - Matteo Patrone, 44 anni, ingegnere meccanico, un 5800 m in Africa e vari trekking in Nepal, interprete e fotografo della spedizione - Mario Sepulveda Palma, 37 anni, guida (Agenzia Aventurismo Copiapò) - Cecilia Angulo Belen, 27 anni, guida - Hernan Donoso, ex presidente Federazione Cilena di Montagna e gestore del rifugio Atacama - Don Miguel Peralta, gestore camping e terme Laguna Verde In vetta al Cerro Siete Hermanos 8

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L’aspetto medico-scientifico: gli effetti dell'alta quota nel deserto di Atacama Dott. Giorgio Derchi Quattro soggetti di età variabile da 44 a 67 anni, fisicamente allenati in ambiente alpino e non acclimatati, si sono recati nel deserto di Atacama (Cile settentrionale) per un periodo di circa 18 giorni, con l’obiettivo alpinistico di salire alcune delle 16 cime che in questa zona superano i 6000 metri. Il deserto di Atacama è molto arido (tasso di umidità circa 18-20%) ed esposto a venti di elevata velocità (fino a 120 km/h nella stagione estiva). Queste condizioni climatiche comportano una spiccata disidratazione delle persone stazionanti in quota, con aumento dell’incidenza del mal di montagna ed un maggiore tempo necessario all’acclimatazione. Abbiamo vissuto per 15 gg a quote variabili fra 4200 e 5200 m in media (range 30006100 m), pernottando in tenda. Nel corso dei giorni abbiamo controllato la frequenza cardiaca e la saturazione parziale di ossigeno con il pulsiossimetro. Il pulsiossimetro (o ossimetro o saturimetro) è un’apparecchiatura medica che permette di misurare la quantità di emoglobina legata nel sangue in maniera non invasiva. Normalmente l’emoglobina lega l’ossigeno, per cui possiamo ottenere una stima della quantità di ossigeno presente nel sangue. Il suo utilizzo è utile per riconoscere l’ipossia, permettendo una diagnosi di desaturazione dell’ossigeno prima di gravi complicanze. Nel nostro caso le saturimetrie si sono sempre mantenute nella norma in rapporto alla quota raggiunta. La frequenza cardiaca, contrariamente a quanto atteso, si è mantenuta normale con un trend in diminuzione per effetto della buona acclimatazione. L’ipossia, però, non costituisce l’unico fattore di stress per l’organismo: ad un’elevata altitudine si associano anche la riduzione della temperatura (secondo un gradiente termico verticale di circa 0,65°C ogni 100 m), la riduzione dell’umidità dell’aria e l’aumento dell’irraggiamento solare. Come già detto l’umidità è molto bassa e l’irraggiamento solare è molto alto a causa delle condizioni desertiche, inoltre l’effetto di disidratazione e freddo viene amplificato dal vento che spira ad alta velocità per molte ore al giorno (effetto wind-chill) (vedi tabella). Nella giornata del tentativo alla vetta maggiore la temperatura esterna era circa -20° C con il vento a velocità superiore a Temperatura dell'aria, °C (da Osczevski & Bluestein, 2011) Vel. Vento a 10 m (km/h) 5 0 -5 -10 -15 -20 -25 -30 -35 -40 80 km/h con un effetto complessivo sulla 5 4 -2 -7 -13 -19 -24 -30 -36 -41 -47 temperatura percepita pari a circa -40° C, 10 3 -3 -9 -15 -21 -27 -33 -39 -45 -51 tale da rinunciare alla vetta principale. 15 2 -4 -11 -17 -23 -29 -35 -41 -48 -54 Dal punto di vista medico si è osservata 20 1 -5 -12 -18 -24 -30 -37 -43 -49 -56 frequente cefalea (mal di testa), prevalen25 1 -6 -12 -19 -25 -32 -38 -44 -51 -57 temente notturna e trattata con semplici 30 0 -6 -13 -20 -26 -33 -39 -46 -52 -59 antidolorifici. Episodi di apnee notturne 35 0 -7 -14 -20 -27 -33 -40 -47 -53 -60 con respiro periodico risolte con la ridu40 -1 -7 -14 -21 -27 -34 -41 -48 -54 -61 zione di quota e da inquadrare in mal di 45 -1 -8 -15 -21 -28 -35 -42 -48 -55 -62 montagna sub-acuto. Insonnia trattata con 50 -1 -8 -15 -22 -29 -35 -42 -49 -56 -63 ipnotici a breve durata d’azione (Stilnox). 55 -2 -8 -15 -22 -29 -36 -43 -50 -57 -63 Diarrea intercorrente. In particolare si è 60 -2 -9 -16 -23 -30 -36 -43 -50 -57 -64 fatta attenzione all’idratazione (circa 3 litri 65 -2 -9 -16 -23 -30 -37 -44 -51 -58 -65 al giorno), alla corretta distribuzione dei 70 -2 -9 -16 -23 -30 -37 -44 -51 -58 -65 giorni di riposo alternati alle salite ed al 75 -3 -10 -17 -24 -31 -38 -45 -52 -59 -66 80 -3 -10 -17 -24 -31 -38 -45 -52 -60 -67 trattamento anche delle piccole patologie (vedi diarrea), che in quota, al freddo, di Rischio di congelamento in esposizione prolungata notte possono minare lo spirito ed il fisico Rischio di congelamento in 10 minuti (su pelle calda, appena esposta) Rischio di congelamento in meno di 2 minuti (su pelle calda, appena esposta) anche di persone sane e motivate. LA GRANDE MONTAGNA 9

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Cappadocia e Ala Daglari “La via è la meta” Marco Benzi A gli inizi di marzo 2011, insieme a nove amici delle Sezioni CAI di Savona (Claudio, Franco, Marco, Marina, Nathalie, Rino, Roberto, Silvana) e di Albenga (Liliana), sono stato in Cappadocia (Turchia) per una settimana scialpinistica organizzata dalla guida alpina Jaroslav (‘Jaro’) Michalko con cui i miei compagni erano già stati sui monti Tatra e sul monte Elbrus. storia (già nel II millennio a.C. gli ittiti abitavano la regione) e le differenti culture e religioni che si sono avvicendate nel tempo, il cristianesimo, presente con monaci ed eremiti già dal IV secolo e l’islamismo. Quello che segue è il breve diario delle giornate trascorse in Cappadocia cercando di raggiungere le mete scialpinistiche che c’eravamo prefissate ma non rattristandoci troppo per lo scarso successo, come vedrete, perché…“la via è la vera meta”! Sabato 4 - Nel primo pomeriggio arriviamo ad Ankara e ci trasferiamo in albergo con il comodo minibus che ci accompagnerà per tutta la settimana: l’autista turco non parla inglese ma, grazie alle grandi IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 10 Ubicata nell’Anatolia centrale, la Cappadocia è un vero gioiello sia per la sua incredibile natura, un paesaggio di tufo eroso in maniera spettacolare e dominato da antichissimi vulcani ormai estinti che hanno reso quest’area fertile e adatta all’agricoltura, sia per la sua antichissima L'Hasan Dagi svetta in lontananza

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capacità comunicative della nostra guida, riusciremo sempre a farci portare dove vogliamo. Domenica 5 - Ci trasferiamo in Cappadocia e, dopo avere percorso circa 350 km, arriviamo al piccolo villaggio di Selime, nei cui pressi visitiamo la famosa Valle di Ihlara: uno straordinario canyon lungo 15 km, caratterizzato da una ricca vegetazione sul suo fondo percorso da un torrente e dalla presenza di numerose chiese rupestri, risalenti all’XI secolo, scavate nei suoi fianchi. Proviamo emozioni più autentiche e intense visitando gli insediamenti rupestri situati a poca distanza dal nostro alberghetto: le uniche presenze siamo noi e tre ragazzini turchi intenti a custodire un gregge di pecore. La giornata è splendida e non molto lontano, verso sud, vediamo bene l’Hasan Dagi (un vulcano estinto alto 3268 m), la nostra meta scialpinistica di domani. Purtroppo le previsioni meteo non sembrano essere molto favorevoli. Lunedì 6 – Le condizioni meteo sono brutte, con nessuna speranza di miglioramento: facciamo comunque i bagagli e in minibus raggiungiamo la partenza della gita a quota 2000 circa, non senza commettere un paio di errori poiché l’autista non conosce la strada e le indicazioni sono scarse. Calziamo gli sci e subito inizia a piovere, inizialmente in modo leggero poi diluviando: dopo venti minuti di salita, ormai bagnati come pulcini, rinunciamo e torniamo al minibus. Decidiamo comunque di aspettare un po’ sperando in un miglioramento, ma dopo un’ora il tempo è ulteriormente peggiorato e ci allontaniamo: peccato, l’inizio non è stato dei più promettenti! Per il resto della giornata ci dedichiamo alla visita di un piccolo villaggio al di fuori degli itinerari turistici tradizionali. La gente ci accoglie con grande cordialità offrendoci il pane appena cotto nel forno a legna fuori dalle case e l’imam (parla un ottimo inglese!) ci guida nella visita alla locale moschea: un’antica chiesa cristiana, da secoli convertita al culto isla- Nella Valle di Emli Salita verso il Kortekli IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 11 mico, la cui fonte battesimale (un pozzo ipogeo cui si accede scendendo una scala scavata nella roccia) è ora utilizzata per l’approvvigionamento idrico. A sera arriviamo al villaggio di Yurdu, nei pressi di Cukurbag, e prendiamo alloggio nell’unica piccola pensione che sarà la nostra base per le prossime gite nel parco nazionale dei monti Ala Daglari. Martedì 7 – Le strade non sono più adatte al nostro comodo minibus, pertanto lo abbandoniamo temporaneamente e, inizialmente su un autocarro telonato e poi sul rimorchio aperto di un trattore, raggiungiamo Saramemedin a 1750 m, nella bella Valle di Buyuk Mainarci. La nostra meta è il monte Kortekli, 3249 m. Saliamo per circa 1200 metri in condizioni meteo molto variabili: nebbia fitta, neve e qualche rara schiarita. E’ nevicato molto e la nostra guida valuta attentamente le condizioni del manto nevoso: non ci sono cartine disponibili della zona, siamo il primo gruppo

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che porta in Turchia e non vuole commettere errori. Finalmente cessa di nevicare, la nebbia sparisce e possiamo ammirare le meravigliose montagne che ci circondano e che a me ricordano le Dolomiti. Siamo però saliti lentamente e all’una, arrivati a quota 2945, decidiamo di rinunciare alla vetta che si staglia non molto lontana: la discesa nella neve farinosa ci consola della delusione del giorno precedente! Al ritorno, sul rimorchio scoperto, prendiamo la pioggia, ma siamo comunque contenti per la giornata. Mercoledì 8 – Oggi visitiamo la bellissima Valle di Emli, il trasferimento avviene come ieri ma il tratto percorso a rimorchio del trattore è più lungo: la nostra meta è l’Avciveli Gecidi, un colle a 3165 m di quota. Calziamo gli sci a quota 1940 m: il cielo è grigio, ma almeno non nevica e la visibilità è buona. Ormai in prossimità del colle, a quota 3000 m, la neve fresca è troppo abbondante e pericolose cornici incombono sopra di noi, decidiamo di non proseguire e invertiamo la rotta: la discesa avviene ancora nella farina. Giovedì 9 – Le condizioni meteo non molto favorevoli dei giorni precedenti peggiorano ulteriormente: nel nostro villaggio nevica molto forte, non possiamo fare la gita prevista e riceviamo notizie preoccupanti sulla percorribilità delle strade. Gran parte dell’Anatolia centrale è investita da forti tempeste di neve e vento e molto lentamente in minibus, con qualche timore sulle capacità del nostro autista di guidare lungo quelle strade innevate, ci trasferiamo nella stazione sciistica di Erciyes a quota 2200 m alle pendici del monte Erciyes Dagi (un vulcano estinto che raggiunge i 3916 metri), la seconda cima della Turchia e la più alta dell’Anatolia centrale. Domattina, in base alle previsioni meteo, ci dovrebbe essere una breve finestra di tempo discreto durante la quale tentare la salita all’Erciyes Dagi, che si cela invisibile nella tempesta di neve e vento. Venerdì 10 – Per la salita all’Erciyes Dagi 12 IL VIAGGIO, LA SCOPERTA Salita a Erciyes

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(1700 m di dislivello) inizialmente potremmo utilizzare gli impianti di risalita, ma c’è un barlume di sole e decidiamo di partire presto, prima che aprano. Saliamo per 1200 metri e raggiungiamo il ripido canalone lungo il quale dovremmo risalire per raggiungere la cresta: la neve fresca è troppa e decidiamo di rinunciare. Con una bella discesa in neve farinosa chiudiamo la parte sciistica della nostra settimana in Cappadocia. Nel pomeriggio ci trasferiamo in minibus ad Avanos. Sabato 11 - Rientriamo ad Ankara e lungo la strada visitiamo le splendide località turistiche di Göreme (la valle di Göreme, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, ospita la più grande concentrazione di cappelle e monasteri scavati nella roccia risalenti dal IX secolo in poi), Kaymakli (famosa per la sua città trogloditica sotterranea articolata su vari livelli, la seconda più importante della regione), Nevsheir (capitale della Capadocia) e Kizilcukur. Domenica 12 - Visitiamo la moschea nuova, i mercati e l’affascinante Museo delle Civiltà Anatoliche, poi ci trasferiamo all’aeroporto di Ankara e rientriamo in Italia. A causa delle condizioni meteo non favorevoli non siamo riusciti a raggiungere le mete prefissate, comunque il bilancio complessivo è stato ampiamente positivo: la Cappadocia è una regione bellissima e affascinante sotto tutti i punti di vista (geologico, storico, archeologico, turistico e scialpinistico). Resterà indelebile il ricordo della cordialità e dell’ospitalità della popolazione turca, che sono state sempre sopra ogni possibile attesa. Per lo scialpinismo questa regione presenta sicuramente alcune difficoltà oggettive date dalla mancanza di cartine, dalla difficoltà di ottenere informazioni meteo aggiornate via internet e dai lunghi trasferimenti necessari per raggiungere le partenze di alcune gite, che rendono in- Il sito rupestre di Göreme IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 13 Confortevoli mezzi di trasporto Preparazione del pane per la cottura dispensabile una buona rete di contatti locali, non sempre facili da gestire a causa delle difficoltà linguistiche. Noi abbiamo apprezzato l’ottima direzione della nostra guida, che non solo ha curato perfettamente la parte logistica, ma non ha avuto esitazioni a dire “torniamo indietro” quando era necessario perché …“la via è la vera meta”! 

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