Rivista della Sezione Ligure

 

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La Rivista della Sezione Ligure del CAI - nr. 2 del 2013

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Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Spedizione in abbonamento Postale - iscrizione al R.O.C. 7478 del 29/08/1991 - Autorizzazione Tribunale Genova n.7 del 1969 Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Numero 2 del 2013 Club Alpino Italiano RIVISTA SEZIONE LIGURE della

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RIVISTA DELLA SEZIONE LIGURE del Club Alpino Italiano Sommario Novembre 2013 www.cailiguregenova.it DIRETTORE Paolo Ceccarelli DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Gardino CAPOREDATTORE Roberto Schenone REDAZIONE Marco Benzi Marina Moranduzzo Stefania Martini Caterina Mordeglia Gian Carlo Nardi Vittorio Pescia Roberto Sitzia PROGETTO GRAFICO Tomaso Boano Luigi Gallerani IMPAGINAZIONE Marta Tosco CTP e STAMPA Arti Grafiche Bi.Ci.Di. Genova Molassana Autorizzazione del Tribunale di Genova numero 7/1969 Abbonamento annuale Cinque Euro Per contattarci: redazione@cailiguregenova.it In copertina: Memoria di un mondo passato – Al colle Sià, sopra Ceresole Reale, nel 1974 Foto di Gian Carlo Nardi In questa pagina: Alle pendici dell'Atlante (Marocco) Foto di Alessandro Del Ponte 50 Candeline a quota 4000 Enrico Chierici Il buono e il cattivo che trovo per strada Roberto Sitzia Sfida alla gravità Marco Benzi Margherita Laura Hoz EDITORIALE 3 LA GRANDE MONTAGNA 6 IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 16 IMPARARE DAL PASSATO 22 PORFOLIO FOTOGRAFICO 24 Genti delle Terre Alte Redazione SCUOLE, CORSI ED AVVENTURE 32 Vasaloppet 2012 Gianni Carravieri Imparare dai giovani Sandro Russo e Chicca Micheli I tempi sono cambiati Vittorio Pescia Ciaspolata al chiaro di luna Mauro Piaggio e Romeo Orsi SACCO IN SPALLA 44 GROTTE E FORRE 46 Celo, celo, manca… Enrico Sclavo SCIENZA E TECNICA 48 MeteoPercorso Massimo Riso AMBIENTE E TERRITORIO 54 L'operatore TAM Valentina Vercelli Il soccorso alpino a Genova A cura della stazione CNSAS di Genova Bidecalogo Roberto Sitzia recensioni di Caterina Mordeglia e Marco Decaroli Notiziario della Sezione Ligure UNIVERSO CAI 56 IN BIBLIOTECA 64 QUOTAZERO 68 1

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LO SCATTO FOTOGRAFICO 2 Manifesto della Sezione Ligure del 1898 – Si ringrazia l'Archivio della Sezione CAI Milano

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Ambiente e Didattica Paolo Ceccarelli Editoriale D urante l’ultima Assemblea dei delegati a Torino il past president Annibale Salsa ha presentato, con un intervento molto apprezzato dalla platea, il Nuovo Bidecalogo. Si tratta di un documento di indirizzo nel quale vengono enunciati, punto per punto, la posizione del Club Alpino Italiano e gli impegni che intende prendere a favore dell’ambiente montano e della sua tutela. Ovviamente tutte le strutture centrali e periferiche del sodalizio sono chiamate a contribuire all’attuazione di questo articolato ed ambizioso programma. In particolare l’attenzione deve essere rivolta alle attività che comportano una frequentazione di massa dell’ambiente montano, cioè l’escursionismo e l’alpinismo. è ormai scientificamente accertato che è in atto un progressivo innalzamento delle temperature, che porterà ad una drastica riduzione delle superfici glaciali nelle Alpi. Una delle componenti che concorre al riscaldamento è l’eccessiva produzione di anidride carbonica, che non viene bilanciata da un proporzionale aumento delle superfici boschive. Escursionisti ed alpinisti, che sono vittime del cambiamento climatico, contribuiscono in realtà a causarlo con l’utilizzo dei mezzi di trasporto, che sono notoriamente fonte di produzione di una notevole quantità di CO2. Ecco dunque il ruolo delle sezioni CAI, che sono la cerniera di collegamento tra i frequentatori dell’ambiente montano e le strutture centrali del CAI, e, per quanto ci riguarda, della Sezione Ligure: far sì che escursionisti ed alpinisti, soci o non soci CAI, prendano coscienza di queste problematiche ed adeguino i loro comportamenti cercando, ogni qual volta sarà possibile, di scegliere mete più vicine e di utilizzare mezzi collettivi di trasporto. A grandi linee è corretto affermare che un gruppo di 30 persone che decide di rag- giungere il punto di partenza di una gita utilizzando il treno o il pullman immetterà nell’atmosfera 1/10 della CO2 che avrebbe prodotto con l’uso dell’automobile. è superfluo aggiungere che la quantità di CO2 prodotta è direttamente proporzionale alla lunghezza del percorso, per cui è auspicabile che le scelte degli organizzatori cadano su mete più vicine possibile, a partire dal nostro Appennino, che offre una grande quantità di gite che potremmo definire a ‘km 0’. Il primo dei punti toccati dal Bidecalogo nella parte relativa alle politiche di autodisciplina del CAI, è quello dei rifugi. I gestori di queste strutture, molto spesso ubicate in fragili siti di enorme valore ambientale, oltre che offrire accoglienza e sicurezza ad alpinisti ed escursionisti, devono sempre più adottare modalità di gestione atte a garantire la massima tutela del’ambiente in cui si trovano, come utilizzare impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili anziché da combustibili fossili, evitare qualsiasi forma di inquinamento, favorire l’utilizzo di prodotti locali, ecc. La Sezione Ligure, con i suoi cinque rifugi affidati alle cure di gestori, deve essere in prima fila nel perseguire questi obiettivi. Per questo è in fase di costituzione un gruppo di lavoro che avrà lo scopo di realizzare un percorso facilitato per accompagnare i gestori all’ottenimento del riconoscimento Ecolabel, come ha già fatto, precorrendo i tempi, Aladar, il gestore del rifugio Pagarì. Ecolabel è un fiore all’occhiello, un marchio che certifica il ridotto impatto ambientale della struttura e dei servizi in essa offerti e garantisce un apprezzabile aumento di visibilità nei confronti dei frequentatori della montagna attenti alla salvaguardia ambientale. Trattandosi di un marchio volontario, Ecolabel risponde in modo credibile alla crescente domanda di prodotti eticamente corretti, di qualità ed ecosostenibili. EDITORIALE 3

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Arrivare alla certificazione di tutti i nostri rifugi è un obiettivo ambizioso ma raggiungibile operando con il massimo impegno e con la collaborazione dei gestori i quali non mancheranno di percepire che l’applicazione del marchio Ecolabel porta un tangibile miglioramento delle prestazioni ambientali del rifugio e costituisce uno strumento di marketing utile a riposizionare la struttura verso ampi ed interessanti settori di clientela potenziale (ad esempio nel caso di promozione del rifugio attraverso tour operator in paesi stranieri particolarmente attenti alla tutela ambientale). Con una puntuale attuazione di queste iniziative daremo un contributo soprattutto culturale a formare nei frequentatori della montagna ed in particolare nei giovani la consapevolezza che questa sfida non può e non deve essere ulteriormente rinviata. Se riusciremo a far si che questo messaggio venga colto producendo una rapida ed efficace inversione di tendenza, allontaneremo il pericolo, già più volte paventato, che si giunga ad una limitazione ‘per decreto’ della libertà di frequentare l’ambiente alpino. C’è poi un altro argomento che mi sta particolarmente a cuore, per cui vorrei approfittare dell’opportunità offertami da questo spazio sulla nostra Rivista per parlarne. La nostra Sezione opera nella didattica con oltre 80 istruttori ed accompagnatori titolati e con tradizioni che affondano le radici molto indietro nel tempo (quest’anno la Scuola di Scialpinismo festeggia i 50 anni dalla fondazione). La formazione dei titolati avviene con corsi molto impegnativi e selettivi e continua con periodici corsi di aggiornamento che garantiscono il mantenimento di un elevato livello di preparazione. Con questo corpo docente siamo in grado di offrire proposte formative a tutti i livelli spaziando in tutte le discipline della attività di montagna e le soddisfazioni non mancano: ogni anno escono dai corsi di base un notevole numero di allievi, molti dei quali scelgono di affinare e consolidare le proprie conoscenze partecipando, negli anni successivi, ai corsi avanzati. Inevitabilmente la disponibilità dei titolati può venir meno quando subentrano problemi famigliari, di lavoro, di salute, di età, ecc., per cui è necessario un continuo ricambio. Peraltro da alcuni anni il saldo di questo bilancio è negativo e le fila degli istruttori e degli accompagnatori si assottigliano. Faccio pertanto appello ai giovani, dinamici e motivati, buoni alpinisti animati dalla passione per la montagna, affinché si facciano avanti mettendosi a disposizione, nella disciplina che preferiscono, per andare a rinfoltire le fila dei titolati delle nostre Scuole. L’inserimento come Istruttore Sezionale nei processi formativi del CAI è una vera opportunità per acquisire una preparazione tecnica eccellente e rappresenta l’inizio di una carriera certamente densa di soddisfazioni. Ricordo a chi fosse interessato che attualmente operano all’interno della nostra Sezione le scuole di Alpinismo, Scialpinismo, Sci fondo escursionismo, Escursionismo ed Alpinismo Giovanile. Sono inoltre attivi nella didattica i gruppi di Canyoning, di Speleologia e di Topografia e orientamento. Excelsior.  Paolo Ceccarelli Presidente CAI Sezione Ligure EDITORIALE 4

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50 Candeline a quota 4000 Enrico Chierici Alpi Nord-occidentali P LA GRANDE MONTAGNA er celebrare il 50° compleanno, la Scuola di Scialpinismo “Ligure” ha pensato ad un’iniziativa in grado di coinvolgere molti amici, soprattutto ex allievi e istruttori non più in attività. La scelta è ricaduta nella salita di tutte le 44 cime scialpinistiche di 4000 metri delle Alpi. Dopo la fase organizzativa e di raccolta delle adesioni, finalmente siamo pronti a partire e Giangi rompe gli indugi con una bella salita alla Punta Giordani (4.046 m) la vigilia di Natale. Il 26 gennaio è la volta di suo figlio Andrea che organizza la salita della Piramide Vincent (4.215 m) dal ghiacciaio di Indren: freddo polare e ghiaccio rendono la gita impegnativa, e i propositi di proseguire il giorno dopo con la cavalcata delle altre cime limitrofe s’infrangono dopo una notte insonne nel gelido bivacco del Balmenhorn (4.167 m). Il 9-10 marzo ci sono in programma due uscite: io coordino la gita al Breithorn Occidentale (4.165 m). Ritardi di varia natura ci fanno perdere il secondo troncone di funivia, quindi saliamo al rifugio Teodulo da Cime Bianche a piedi; “tutto allenamento”, diremo salendo... La domenica la gita si svolge senza nessuna difficoltà. Nel frattempo un bel gruppo capitanato da Pietro e Marco B. compie l’ascensione del Gran Paradiso (4.061 m) dal rifugio Vittorio Emanuele; la neve, particolarmente dura, rende impegnativa la progressione. L’ultimo tratto è percorso a piedi con ramponi e piccozza ma alla fine quasi tutti accarezzano l’agognata Madonnina di vetta! Pasqua ci vede impegnati ancora sul Rosa, zona rifugio Mantova appena aperto; i più, sedotti dagli impianti, se la cavano con pochi ma intensi metri di dislivello fino alla capanna, poiché il pendio sotto il rifugio richiede cautela per essere superato. Davide, Luca B. e Federica decidono invece di farsi una bella sgambata sotto la neve salendo a piedi da Staffal... tanto per non perdere l’allenamento. Domenica il meteo è incerto e partiamo senza avere una meta precisa. Poco prima del colle del Lys una fitta nebbia ci induce a scegliere le vicine Ludwigshohe (4.342 m) e Corno Nero (4.322 m); nel frattempo il cielo si rasserena e ci godiamo una bella discesa. I soliti Luca e Davide, tanto per non perdere l’abitudine, ‘ripellano’ e salgono anche la Piramide Vincent. La sera al rifugio ripercorriamo con alcuni ‘veci’ gli anni dei loro corsi, gli aneddoti e le curiosità. Mi sembra che uno degli scopi di quest’iniziativa, cioè il ritrovarsi sui monti con vecchi e nuovi amici, si stia realizzando. Per Pasquetta la nostra gita fuori porta prevede di dividerci in più gruppi: i più allenati sgommano alla volta di Zumstein (4.563 m) e Punta Gnifetti (4.554 m), io formo una cordata verso la Parrot (4.436 m), e altri amici se ne partono alla volta della Punta Giordani (4.634 m). Al termine di questo fruttuoso weekend saranno cinque le nuove cime salite, proprio niente male! Il 3 Aprile Giangi, col fidato gruppo di arenzanini, tiene alto il ritmo salendo in giornata il Breithorn Centrale (4.160 m). Il weekend del 13-14 aprile è prevista una bella tripletta. Andrea, Davide, Paolo e Sandro concatenano le tre cime del gruppo del Grand Combin realizzando un bellissimo anello dalla Cabane de Valsorey. Il Combin de Valsorey (4.184 m) è salito praticamente tutto a piedi attraverso il plateau du couloir e la spalla Isler. Segue la traversata sci ai piedi verso la vetta massima, il Combin de Grafeniere (4.314 m) e poi una delicata discesa e breve risalita al Combin de Tsessette (4.141 m). Tanta fatica trova una meritata ricompensa in una bella discesa lungo il temuto corridor tempestato di blocchi di ghiaccio. Un veloce passaggio attraverso il 6

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Discesa del Fieschergletscher, sullo sfondo il Finsteraarhorn LA GRANDE MONTAGNA 7 Neve perfetta scendendo dal Finsteraarhorn Fra i seracchi sotto la Rothsattel, Jungfrau

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In vetta all'Alphubel Col des Maisons Blanches immette sui bei pendii che portano il quartetto a Bourg StPierre: missione compiuta! Intanto noi siamo impegnati ancora sul Rosa, con una traversata da Cervinia a Gressoney. Sabato salita da Chatillon in corriera, prima funivia per il Plateau e partenza per la Roccia Nera (4.075 m), in mezzo ad una nuvola di tutine multicolori in allenamento per il Mezzalama. Noi saliamo regolari e senza problemi, compresa la rampa finale a piedi portando gli sci perché la neve è buona e pregustiamo una bella discesa. Dalla vetta in breve raggiungiamo il rifugio Guide di Ayas. Domenica tocca a Polluce (4.091 m) e Castore (4.221 m), quest’ultimo con ramponi e piccozza dal Colle di Verra. Anche qui ci troviamo nella solita nube multicolore di atleti che si allenano per la famosa gara e lungo la cresta che porta al colle del Felik una cordata ci sorpassa letteralmente di corsa! Dal colle iniziamo la bella discesa verso Gressoney, quasi tutta in traccia unica causa neve ormai marcia. Anche le notizie dal terzo gruppo impegnato in zona Saas Fee sono ottime: Giorgio & C. salgono in successione Allalinhorn (4.027 m) e Alphubel (4.206 m). Le condizioni d’innevamento sono ottimali e solo le bizze climatiche, un vento freddo il sabato e un caldo soffocante la domenica, infasti- discono un po’ le salite. Durante i ponti del 25 aprile e del 1° maggio non si riesce a fare quasi niente causa la più brutta primavera degli ultimi 200 anni! Gli unici che riescono a fare un blitz e a spegnere un’altra candelina sono ancora Giangi e la banda di Arenzano che raggiungono il Breithorn Orientale (4.141 m) il 25 aprile. Finalmente per il 4-5 maggio è previsto bello e così affiliamo le lamine per un’altra tripletta nel Vallese. Il corso SA2 non poteva non contribuire con un bel 4000, e così si decide di farne uno comodo comodo... la Weissmies (4.023 m) dalla Zwischbergental, poco dopo il confine svizzero in zona Sempione. Un dislivello totale di oltre 2500 m, nessun punto di appoggio e una parte alpinistica finale impegnativa sono un ottimo banco di prova per gli allievi del corso. La gita prevede un bivacco a circa 2800 m di quota, quindi gli zaini saranno particolarmente pesanti, dovendo avere appresso anche tende, sacchi a pelo, fornelli e cibo. Sotto la sapiente condotta di Giangi tutto si svolge alla perfezione; la cronaca dell’uscita è resa magistralmente da Roberto nell’articolo “Il grande fardello” sul nostro blog che vi invito a leggere. Intanto a due valli di distanza la squadra di Michele si destreggia sul Bishorn (4.153 m). Sabato salita alla Cabane de Tracuit da LA GRANDE MONTAGNA 8

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Zinal, sotto un cielo nuvoloso, per fortuna verso il tramonto il tempo si riapre. Al mattino successivo il cielo è sereno e si manterrà bello tutto il giorno. Bellissimo ghiacciaio, su un piano inclinato regolare che culmina in una curiosa meringa: il bianco domina tutto intorno, la vista sul Weisshorn è bellissima e grandiosa, a nord l’Oberland, a sud il Monte Rosa. La discesa al rifugio è su neve farinosa, sotto su neve trasformata; in tutto 2000 metri di bellissima sciata. La tripletta si completa con la traversata della spalla (4.017 m) dello Zinalrothorn, che riesco ad effettuare insieme a tre amici. è una gita da veri e propri amatori, poco conosciuta, che non porta su una vetta vera e propria ma sull’anticima della cima della famosa corona imperiale. La lunga salita alla Cabane du Montets è ricompensata da un ambiente tra i più belli delle Alpi, una salita diretta con un finale alpinistico divertente e da una delle più belle discese che abbia mai fatto: oltre 2000 m su neve perfetta, polvere in alto e trasformata in basso, un dedalo di enormi crepacci e seracchi che ci costringe anche a una calata con la cor- da, per finire con una successione di pendii sostenuti e perfettamente raccordati fino al torrente di fondovalle. All’osteria di Iselle, al confine italo-svizzero, ci concediamo una buona merenda e lì incontriamo gli amici di ritorno dalla Weissmies con i quali condividiamo impressioni, foto e... birre. Siamo ormai giunti a metà maggio e il programma a causa del tempo incerto, segna il passo. L’ambizioso piano di Davide e Andrea di salire il Monte Bianco dal Col du Midi con discesa in Val Veny, superando Tacul, Maudit, vetta massima, Dôme du Goûter, s’infrange dopo una notte infernale in tenda al Col Maudit (4.345 m). Il gruppo porta a casa comunque la non semplice salita del Mont Blanc du Tacul (4.248 m), un altro 4000 è in saccoccia! Negli stessi giorni Giorgio con i suoi fedelissimi ritorna in quel di Saas Fee per completare il poker con le ascensioni allo Strahlhorn (4.190 m) e al Rimpfischhorn (4.199 m). La Britanniahütte è piena zep...si festeggia la salita al Castore LA GRANDE MONTAGNA 9

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L'affilata cresta finale del Castore Giorgio sulla cresta della Spalla dello Zinalrothorn LA GRANDE MONTAGNA 10 Si pregusta la discesa, arrivando in cima allo Strahlhorn

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pa e non ha posto per i nostri prodi, i quali però non si perdono d’animo e decidono di dormire in tenda. Il campo viene messo sulla morena sottostante il rifugio, verso le mete previste. Notte fredda, ventosa e per molti insonne, ma l’alba radiosa del giorno dopo non lascia spazio agli indugi e quindi, divisi in due squadre, si parte per le rispettive mete. Tutto procede bene, la neve è ottima e la progressione regolare. Il gruppo del Rimpfischhorn si accontenta della vetta sciistica, vista l’ora e le nebbie cha iniziano a risalire la valle. Dopo tanto accanimento sul Vallese e il Rosa, arriva il momento dell’Oberland Bernese, con la bellissima vetta dell’Aletschhorn (4.193 m), raggiunta il 14 maggio dal gruppo capitanato da Giangi. Le distanze himalayane da percorrere e l’isolamento del bivacco danno un gusto tutto particolare a questa gita, più alpinistica che sciistica almeno dall’Aletschjoch in su. Meteo incerto e un po’ di stanchezza nel gruppo fanno languire l’attività, ma a metà giugno arriva un’altra serie di belle gite. Paolo R. e Giovanni si dirigono con due amici al Bianco (4.807 m) per la classica via dai Grands Mulets. Vento e quota fanno rinunciare quasi tutti intorno alla Vallot; Paolo però, al quarto tentativo di salita, non demorde e giunge in vetta solitario, portando lo spirito della nostra iniziativa sul tetto d’Europa! Io, da parte mia, ho un conto aperto con l’Oberland: diversi tentativi mi hanno reso molto cauto nella preparazione di questo tour, rimandando continuamente. Ora sembra il momento buono... solo che sono spariti quasi tutti i compagni! Solo Vittorio resiste ai richiami delle spiagge e così il 15 giugno ci ritroviamo a Tokyo (ah no, siamo sul trenino della Jungfrau ma sembra di essere sulla metro della capitale giapponese...). Il treno vomita il suo contenuto di turisti allo Jungfraujoch in una giornata che definire ventosa è un eufemismo; dopo un po’ di acclimatamento riusciamo comunque a giungere in vetta al Monch (4.105 m). Seguono nei giorni successivi le salite di Jungfrau (4.158 m), Gross (4.049 m) e Hinter (4.025 m), Fiescherhorn e Finsteraarhorn (4.274 m). Quest’ultimo è davvero una cima maestosa e una gita scialpinistica completa e impegnativa. Nella solitudine di questi giorni infrasettimanali e fuori stagione i rifugi non sono gestiti, il soggiorno all’invernale della Finsteraarhornhütte è veramente piacevole, e cucinare con l’efficientissima stufa a legna ci riporta indietro di decenni se non di più. L’ultimo giorno dovremmo salire il Gross Grünhorn (4.043 m) ma, complice un po’ di stanchezza e il tempo incerto, decidiamo di rientrare direttamente... direttamente si fa per dire perché si tratta pur sempre di una passeggiata di oltre 20 km attraverso l’Aletschgletscher! Purtroppo invece il tentativo di Francesco e Stefano sulla Nordend (4.609 m) e Dufour (4.634 m) s’infrange a 4200 m causa cattive condizioni, un vero peccato. Siamo a fine giugno, il programma continuerà con la stagione alpinistica estiva, dove cercheremo di spegnere qualche altra candelina. Per la cronaca nell’ultimo weekend prima di dare alle stampe queste note, Celso, Giancarlo e Lucio hanno salito il Lyskamm Occidentale (4.481 m), mentre Francesco e Davide hanno percorso la NO del Gran Paradiso, portando gli sci e godendo di un’ottima discesa su neve perfetta fin sotto il rifugio Vittorio Emanuele. Infine qualche nota statistica: 34 cime salite su 44, 43 partecipanti, 6 partecipanti medi per cima. I racconti dettagliati delle salite si trovano sul sito: http://50a4000sacaige.blogspot.it Chiudo ringraziando di cuore tutti i partecipanti e sostenitori per il contributo fornito finora. A presto, spero con un bell’aggiornamento sulla nostra iniziativa.  Enrico Chierici INSA e Direttore Scuola di Scialpinismo “Ligure” LA GRANDE MONTAGNA 11

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Il buono e il cattivo che trovo per strada Roberto Sitzia Incontro con Simone Moro B LA GRANDE MONTAGNA isogna ammetterlo: se si incontrasse Simone Moro per strada passeremmo dritti senza additare alcunchi. Nessuna aria di super-uomo né di qualcuno che, come lavoro, scala le montagne più alte del mondo e soccorre su quelle pareti sherpa ed alpinisti a bordo del suo elicottero; è questo che colpisce di Simone: la semplicità nei gesti e nelle parole non lo fa sembrare uno degli alpinisti più forti del mondo. Durante la frugale cena prima dell’inizio della proiezione, chiacchieriamo amichevolmente con lui. Da buon oratore bergamasco parla con disarmante naturalezza, racconta di ascensioni, ricordi e aneddoti. Non so come, arriviamo anche a parlare del presentatore-ciclista genovese Vittorio Brumotti il quale, tempo fa, aveva intenzione di salire sull’Everest in bicicletta: impresa purtroppo fallita ancor prima di iniziare per problemi di permesso. Sono passati un po’ di anni da quell’evento e mi sembra strano che non abbia ritentato la salita, allora chiedo: “Ma secondo te, Brumotti può ritentare la salita?”, lui per un secondo si fa cupo in viso e mi risponde “No, ora non accettano più spedizioni a scopo di lucro. E poi la salita all’Everest è diventata come una ferrata. C’è troppa gente!”. Rimango sorpreso dalle sue parole, sei anni fa quando venne ad Arenzano. Il suo commento fu un semplice (e schietto): “L’Everest non è una cazzata”, capisco dal suo tono di voce che le cose laggiù sono cambiate parecchio, ma qualsiasi cosa avessi immaginato in quel momento non mi sarei mai aspettato la situazione che di lì a poco avrei visto. Il primo cortometraggio che Simone Moro propone è l’idea di una nuova avventura mai tentata da nessuno: la traversata Everest – Colle Sud – Lhotse. Perché è questo che cerca Simone nelle sue ascese: nuove avventure, soprattutto su una montagna che sembra avere già dato tutto. Ma il sogno di Moro s’infrange quasi subito: una fiumana disumana di persone in fila ascende verso il campo 4 come lumache af- 12 Simone Moro fra il nostro presidente Paolo Ceccarelli e il responsabile manifestazioni Marco Decaroli

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faticate, a stento camminano tenendosi alle corde fisse: due passi, due minuti di riposo. “Domani”, commenta Moro, “tenteranno la vetta in 180! è pazzesco! Si va troppo piano! Così non si può andare avanti, è troppo pericoloso! Scendo, ho paura per me stesso, non me ne vergogno”. L’Everest è cambiato tantissimo, moltitudini di spedizioni commerciali hanno snaturato il senso dall’avventura, sequenze impressionanti di persone accodate verso la vetta fanno perdere ogni senso di avventura e mistero: neppure al Breithorn occidentale ad agosto c’è così tanta gente! Rinunciare ad un’impresa del genere normalmente vuol dire perdere soldi, tempo e il frammento di un sogno, ma Simone Moro non ama solo scalare le montagne, ha un altro sogno: quello di volare. Un sogno coltivato e desiderato per anni che da poco tempo si è trasformato in realtà, quello di essere il primo pilota di elicotteri per soccorso d’alta quota. Il filmato quindi riprende da un’altra angolazione, mostrando Moro durante delle spettacolari azioni di salvataggio, tra cui un recupero di un corpo in long line a 6400 metri sul Tengkangpoche. Perché fare un’operazione così complessa e pericolosa per un corpo? Simone risponde così: “L’ho recuperato per ridare il corpo alla famiglia, almeno in questo modo possono dargli sia una sepoltura che riuscire a recuperare dei soldi dall’assicurazione. Può sembrare cinico, ma in questi casi è giusto così”. Il secondo filmato di nome “Cold” proposto durante la serata parla della prima scalata in invernale di Moro, Denis Urubko e Cory Richard al Gasherbrum II. La particolarità di questo cortometraggio è il tipo di ripresa: le videocamere sono state affidate direttamente agli alpinisti per permettere di girare il film da una prospettiva diversa dal solito. Quello che esce è un volto forse mai visto di una spedizione: il lato umano. Fatto di fatica, sofferenza e determinazione. Quando lo schermo è ancora buio e si sente solo il suono della tormenta, la prima frase che si sente è uno spiazzante: “Ma che ca… ci faccio qui? Io voglio andare a casa”. Durante l’ascesa Simone sta sempre male e anche il gruppo soffre, la meta non sembra mai arrivare e una volta raggiunta la vetta solo uno dei tre alza la piccozza al cielo in segno di vittoria. Ma i veri problemi sorgono durante la discesa, il tempo cambia e si ritrovano dentro ad un’autentica tormenta; come se non bastasse una valanga travolge il gruppo e per pura fortuna gli alpinisti ne escono senza danni; unicamente l’arrivo al campo base segna la fine di tutte le paure. “Io i guai me li vado a cercare, per questo non mi lamento”, dice riferendosi al suo stato durante l’ascesa al Gasherbrum II. “Si è sempre idratati sotto il necessario e ogni respiro è come una stilettata di ghiaccio nei polmoni. Sarei scemo se venissi qui a lamentarmi del tempo, della fatica, della valanga... Sono io quello che ha voluto andare lassù e perciò mi prendo tutto il buono e il cattivo che trovo per strada”. Non siamo abituati a vedere una scalata in questa prospettiva. Quello che colpisce è la sofferenza e la determinazione del gruppo. Anche i pasti stupiscono, abituati alle nostre abitudini di cracker o barrette insipide vediamo tirare fuori dagli zaini gulasch e polenta. Moro commenta così: “Io cerco di mangiare sano, anche in alta quota. Mia moglie mi ha preparato il gulasch, poi poche ore prima di partire l’ho messo in una borsa termica al fresco e me lo sono portato in Pakistan, insieme qualche fetta di polenta, del pollo, qualche patata. Vuoi mettere la bustina liofilizzata al gulasch portato da casa?”, domanda alla platea divertito, “Io alla bustina liofilizzata faccio la foto, poi la butto via e mi mangio il resto. A ottomila metri normalmente mangio i tortellini: butto l’acqua, ci metto un dado e la pasta. Sono carboidrati, proteine e sali minerali: il piatto perfetto. Le barrette vanno anche bene, a volte, ma hanno la sfiga che a quaranta sotto zero sono dure come di legno”. E infine, in chiusura, non poteva ovviamente mancare la domanda più gettonata di questo periodo: cosa è successo con gli sherpa sull’Everest? Lui sorride e dice semplicemente: “è successo che le ho prese e me ne sono andato”. LA GRANDE MONTAGNA 13

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