Rivista della Sezione Ligure

 

Embed or link this publication

Description

La Rivista della Sezione Ligure del CAI - nr. 2 del 2012

Popular Pages


p. 1

Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Spedizione in abbonamento Postale - iscrizione al R.O.C. 7478 del 29/08/1991 - Autorizzazione Tribunale Genova n.7 del 1969 Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Numero 2 del 2012 Club Alpino Italiano RIVISTA SEZIONE LIGURE della

[close]

p. 2

nibbles.it ovunque ti portino le tue passioni Campetto, 29R - Genova tel. 010.2472376 www.camisascasport.com

[close]

p. 3

RIVISTA DELLA SEZIONE LIGURE del Club Alpino Italiano Sommario Dicembre 2012 www.cailiguregenova.it DIRETTORE Gianni Carravieri DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Gardino CAPOREDATTORE Roberto Schenone REDAZIONE Marina Moranduzzo Stefania Martini Caterina Mordeglia Gian Carlo Nardi Vittorio Pescia Roberto Sitzia PROGETTO GRAFICO Tomaso Boano Luigi Gallerani IMPAGINAZIONE Marta Tosco CTP e STAMPA Arti Grafiche Bi.Ci.Di. Genova Molassana Autorizzazione del Tribunale di Genova numero 7/1969 Abbonamento annuale Cinque Euro Per contattarci: redazione@cailiguregenova.it In copertina: Gianni Clacagno durante la salita al Tirich Mir, 1975 foto di Guido Machetto In questa pagina: Il massiccio del Marguareis foto di Roberto Schenone EDITORIALE 3 LA GRANDE MONTAGNA 4 L'incantesimo del Chalten Damiano Barabino La Giordania come in un dipinto Leandro Ricci Arrampicare a Wadi Rum in sintesi Marcello Cominetti IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 12 SPECIALE GIANNI CALCAGNO 18 SCUOLE,CORSI ED AVVENTURE 34 In sciü de lì Camillo Acquilino IMPARARE DAL PASSATO 38 (Molto) prima del digitale Luigi Gallerani Un luogo verticale per virtuosi Stefano Rellini SACCO IN SPALLA 40 GROTTE E FORRE 42 Sierra de Guara 2012 Enrico Sclavo AMBIENTE E TERRITORIO 46 Il Passo del Gatto del Monte Zatta Piero Bordo Corno Stella recensione di Roberto Schenone Scarason recensione di Caterina Mordeglia The Climber recensione di Roberto Sitzia Le origini dell’alpinismo in Liguria recensione di Gianni Carravieri Collage Alpino recensione di Gianni Carravieri Notiziario della Sezione Ligure IN BIBLIOTECA 50 QUOTAZERO 55 1

[close]

p. 4

Camoscio Fiorito Foto di Virginia Cassani LO SCATTO FOTOGRAFICO 2

[close]

p. 5

Quale escursionismo? Gianni Carravieri L'editoriale A ll’inaugurazione ufficiale delle celebrazioni dei 150 anni del CAI, lo scorso 26 ottobre nella sala dei Gruppi Parlamentari a Roma, presenti tutti i vertici del CAI e del Governo, è stato sottolineato che l’attività principale e più diffusa in ambito CAI è l’escursionismo. è in effetti una delle manifestazioni più aggreganti soprattutto nell’ottica del centocinquantesimo. Oltre a raduni, mostre, incontri, libri, cori, concerti ecc, seguiremo un percorso che, partendo il 20 aprile 2013 dai monti del Nord (con tappa significativa a Sarzana il 2 giugno 2013) e dal Sud, convergerà su Roma il 28 settembre dopo circa 300 tappe, per proseguire poi in Sardegna con la settimana nazionale di escursionismo. Siamo quindi tutti escursionisti? Anche nella nostra sezione l’escursionismo è certamente la disciplina più amata e praticata. Tutti i soci percorrono o hanno percorso i sentieri in montagna e in collina per passione, per andare all’attacco delle pareti, per scoprire nuovi orizzonti o raggiungere nuove mete. Ma quale tipo di escursionismo pratichiamo e come vorremmo che fosse praticato? Come in molte discipline CAI vi sono attualmente notevoli estensioni dei concetti base e vari punti di vista, sostanzialmente tutti legittimi, frutto di evoluzioni e di notevoli ampliamenti del significato di escursione. Devo confessarvi che non è facile, anche per me che frequento la montagna da ormai più di mezzo secolo, entrare dentro i confini di una disciplina CAI fortemente regolamentata nel nostro sodalizio, forse anche troppo, a scapito della libertà e della fantasia del socio, seguendo forti vincoli dettati soprattutto dalla ricerca di sicurezza ad ogni costo e prima di tutto (e su questo tutti ci troviamo d’accordo). L’escursionismo è sicuramente e semplicemente un’attività che ci consente di camminare liberamente in mezzo alla natura per apprezzarne tutte le sfaccettature. Si parte dall’attività base praticata su sentiero in piano ben segnalato e si arriva alle difficoltà dovute alla quota, alla pendenza, al meteo, si percorrono terreni accidentati fuori sentiero, spesso innevati, con ausili artificiali di sicurezza (corde fisse, scale metalliche, chiodi, appigli artificiali). Si passa cioè dai percorsi T, a quelli E, e poi EE, EEA (F, PD), EAI. Mi sottraggo ad ulteriori spiegazioni delle sigle che dovrebbero essere note a tutti i soci CAI o che possono essere oggetto di spiegazione da parte dei tanti ASE (accompagnatori sezionali), AE (accompagnatori di escursionismo), ANE (accompagnatori nazionali), con requisiti di preparazione didattica, pratica e organizzativa via via crescente (almeno credo che così dovrebbe essere). Tutti i titolati sopraelencati della nostra sezione fanno parte della Scuola intersezionale di Escursionismo “Monte Antola” del CAI Ligure, insieme con la sottosezione di Arenzano. Vengono organizzati ogni anno tre o quattro corsi per i soci (base, avanzato, percorso innevato, ferrate). Inoltre i titolati sono sottoposti annualmente ad almeno quattro giornate di aggiornamento intersezionale/sezionale nelle tre specialità. è chiaro che ai titolati resta poi poco tempo per dedicarsi ad organizzare altre escursioni in montagna per tutti i soci, essendo l’impegno della scuola e i numerosi aggiornamenti obbligatori molto gravosi. C’è poi in sezione la Commissione Escursionismo, alla quale praticamente è demandata l’organizzazione delle gite sociali, attualmente quasi totalmente escursionistiche, che segue il regolamento recentemente approvato dal Consiglio Direttivo. Ogni anno la Commissione compila un calendario gite guidate da capi gita (titolati o no). EDITORIALE ...continua a pag. 45 3

[close]

p. 6

L'incantesimo del Chalten Damiano Barabino Patagonia “T LA GRANDE MONTAGNA erra del Fuoco”... ”Terra del Vento”... ”Fin del Mundo”... ”Cerro Torre”... ”Fitz Roy”... Quanti nomi! quale luogo descrivono? dove si trova? Queste domande fino a pochi mesi fa erano presenti nella mia mente. Tante parole e tante definizioni che si possono condensare in una sola parola: Patagonia. è difficile parlare di questa terra misteriosa ed affascinante senza cadere nei luoghi comuni. Da alpinista e appassionato di montagna sapevo che è una terra difficile, caratterizzata da condizioni climatiche talvolta estreme, ricoperta da immensi ghiacciai e ricca di impegnative e tecniche salite. Non ne sapevo molto di più prima di partire, anche perché ho sempre considerato l’organizzazione di una possibile spedizione in questi luoghi troppo complicata dal pun- to di vista logistico. Invece, come spesso accade, quando meno te lo aspetti capita l’occasione giusta, i compagni ideali e la disponibilità di un periodo di tempo libero adeguato. E così il 20 Novembre mi ritrovo in volo verso Buenos Aires, carico di bagagli ma anche di tante aspettative per una terra tutta da scoprire, da conoscere ed esplorare. L’unica certezza che avevo prima della partenza era il fatto che le difficili condizioni meteo, in questi luoghi più di altri, possono costringere, anche le cordate più forti e preparate, a rinunciare alle salite, creando lunghe e vane attese. Quindi nessun programma e nessuna meta predefinita... solo voglia di scalare, se il tempo ce ne avesse dato la possibilità. Atterriamo a El Calafate e dopo una notte in paese si parte alla volta di El Chalten, piccola località alla base del massiccio del Tramonto sulla via "Californiana" 4

[close]

p. 7

Cerro Torre e del Fitz Roy. L’arrivo è stato come mi immaginavo: alle dieci di sera, carichi di bagagli, bagnati da una fine pioggia ventata che ci colpisce in viso. Per fortuna l’alloggio che abbiamo affittato dalla simpaticissima Ester è confortevole e accogliente, l’ideale per recuperare le fatiche del lungo viaggio. Passa la prima settimana. Le montagne sono rimaste pressochè sempre coperte da nubi e vento. Questo tempo è servito ad ambientarmi, a capire e a conoscere la cultura locale. Incontriamo altri italiani. La Patagonia ha sempre attirato alpinisti venuti dal nostro paese ad affrontare queste vette. Basti ricordare Cesarino Fava, Maestri, Bonatti, fino agli alpinisti dei giorni nostri che sono riusciti ad aprire difficili vie su queste pareti. Anche in paese si respira molta ’italianità’... dalle discendenti di Fava che gestiscono il bar - ristorante cult del paese, il ”Patagonicus”, al “Mirador Maestri” fino ai passi come la “Brecha de los Italianos” alla base del Fitz Roy. Il resto del tempo lo passiamo a studiare le carte meteo militari e tutto quello che può darci la speranza di qualche giorno consecutivo di bel tempo... la cosiddetta ventana1! E finalmente dopo tanta attesa questa è arrivata! Tre giorni almeno di tempo buono ci fanno propendere per la salita che, almeno per quanto mi riguarda, poteva già essere l’obiettivo di tutta la spedizione: la “Supercanaleta” al Fitz Roy. Circa 1600 m di dislivello, può essere paragonata al Supercouloir sul M. Blanc du Tacul, più lungo e con tratti impegnativi di misto e roccia, per arrivare fino in vetta alla “Montagna che fuma”, Cerro Chalten per gli abitanti del luogo. Partiamo, optando per un bivacco intermedio a Piedra Negra, dove abbiamo lasciato la tenda in un precedente trasporto materiale. Durante l’avvicinamento dubitiamo sull’obiettivo. Infatti prima di partire l’ultimo aggiornamento meteo ci prospettava una finestra più breve, con vento abbastanza intenso già il primo giorno di salita. Stavamo optando per una rinuncia quando l’incontro con i simpatici Fabio Salini e Daniele Fiorelli, anche loro diretti al Fitz, ottimisti e fiduciosi sulla finestra, ci fa propendere per un tentativo. Dobbiamo però accelerare i tempi e tiriamo tutta la giorna- ta, più di 8 ore di cammino, per superare il Passo del Quadrado e giungere finalmente alla base della Supercanaleta. Qua, giunti alle 17, bivacchiamo sotto le stelle per le poche ore di sonno che ci aspettano prima della partenza. Abbiamo al seguito il telefono satellitare, cosa che ci consente di contattare Maria, proprietaria del negozio di sport/alpinismo a El Chalten, con la quale ci siamo accordati per ricevere gli ultimi aggiornamenti meteo. Anche lei ci rassicura... Si parte: alle 24 suona la sveglia. Il vento c’è ma, ancora storditi dal sonno e considerate le difficoltà iniziali non elevatissime, non ci disturba eccessivamente. Albeggia quando siamo alla fine del tratto di neve/ghiaccio: i primi 1000 metri sono superati. Ci fermiamo alla cengia dove iniziano le difficoltà su roccia e misto, ritrovandoci insieme a Daniele e Fabio, partiti poco prima di noi. Non riusciamo a scalare, sia perché non abbiamo ancora ben chiaro dove sia il passaggio, sia perché il vento continua costante e forte senza permetterci di alzarci in piedi. Passano tre ore di attesa e finalmente il vento cala. Saliamo un diedro fessurato, intasato da neve e ghiaccio. Il tiro non è per niente banale, ci scalderà i muscoli per bene dopo la lunga pausa forzata. Incastri di picche, friend, ramponi che stridono sulla liscia placca, poi finalmente ghiaccio che consente di ribaltarci fuori dalla fessura e poter fare sosta. Tutta un’altra storia rispetto ai mille metri appena superati... e sappiamo che il resto della via non sarà da meno. Ripartiamo, un po’ ’sbattuti’ dal vento e dal tiro appena superato. Le difficoltà sono costanti e ci portano ad un traverso che sempre su roccia e misto, proseguendo a tiri alterni, ci fa superare i due terzi della parete. Mancano quattro tiri per uscire sulla sella e quindi sulla cresta finale. Ritroviamo Fabio e Daniele che nel frattempo ci avevano distanziati. Sono perplessi. Infatti dopo alcuni tentativi non sono riusciti ad identificare l’itinerario corretto. Si confrontano con noi ma non riusciamo a trovare una soluzione. Loro, privi di materiale per un eventuale bivacco, preferiscono calarsi, ritornando in doppia sulla via. Non li invidio... arrivati a questo punto avere ancora la volontà e le energie per ripetere in discesa tutto l’itinerario non è da tutti. Lo conferma il fatto che LA GRANDE MONTAGNA 5

[close]

p. 8

I tiri finali della "Californiana" 6 Sulla via “Whillans - Cochrane” alla Poincenot di lì a una settimana saranno di nuovo a ripetere con successo la via. La nostra cordata invece, munita del materiale necessario, sa che può eventualmente bivaccare. Proviamo a passare a sinistra della linea tentata finora, su una placca liscia solcata da alcune fessure, senza sapere cosa ci può riservare. Parte Marcello, dopo pochi metri sparisce dietro la roccia. La corda scorre lentamente nel mio secchiello... non lo sento parlare ma capisco che forse ha trovato la via giusta. Di li a poco il tanto atteso “Molla tutto” mi fa tirare un sospiro di sollievo. Lo raggiungiamo in sosta dopo uno splendido tiro in fessura, sempre superato grazie a vari giochi di incastri di piccozze e ramponi. Ormai il sole sta per tramontare, la luce rossa della sera investe il Cerro Torre e alle sue spalle lo Hielo Continental, in un incanto di colori ed ombre. Mi addormento quasi subito, inebriato dalla stanchezza ma anche dallo spettacolo che abbiamo dinanzi ai nostri occhi. Al mattino rifiutiamo di svegliarci prima delle sei. Ci aspetta un tiro molto impegnativo, VI grado, molto verticale. Diamo fondo ai friend, in tutte le misure disponibili, cosa che ci permette una progressione sicura. Siamo stati lenti in questo ultimo tratto ma la giornata è splendida, finalmente il vento è calato e possiamo goderci appieno l’ultimo tratto che agevolmente ci conduce in vetta. Quasi non mi sembra possibile... qua, nella complessa e lontana Patagonia, dopo dieci giorni dal nostro arrivo, siamo riusciti a centrare uno degli obiettivi che fino a poco prima della partenza sembrava irrealizzabile. Ci troviamo davanti ai nostri occhi uno spettacolo unico: il Cerro Torre, gli infiniti ghiacciai dello Hielo Continental, gli enormi laghi che da esso si formano, le montagne al confine con il Cile. Mi prendo qualche secondo di silenzio per pensare, guardare l’immensità di questi luoghi. Le emozioni che si provano sulle vette spesso si ripetono, quasi si assomigliano, ma in realtà ogni volta si aggiunge un piccolo tassello al bagaglio di sensazioni sempre diverse che ogni alpinista porta con sè e che alimentano la grande passione che ci spinge ad andare in montagna, alla ricerca di questi luoghi, lontani e difficili da raggiungere, ma unici al mondo. La giornata è ancora lunga. Ci aspetta LA GRANDE MONTAGNA

[close]

p. 9

Aguja Poincenot, la ‘rampa’ LA GRANDE MONTAGNA Ultime difficoltà della "Supercanaleta" 7

[close]

p. 10

Le luci della sera sul Fitz Roy Campo alla base dell'AgujaGuillaumet Il misto della "Supercanaleta" 8 Alba con vista sul Cerro Torre l’infinita discesa. Scesi al colle, con 36 doppie, alcuni incastri di corda e conseguenti risalite, rientriamo a tarda sera, ormai esausti, al bivacco alla base della “Supercanaleta”. Dopo questa salita si sono susseguite altre finestre di bel tempo che ci hanno accompagnato in questi 45 giorni di permanenza in Patagonia. Siamo riusciti a salire l’Aguja Guillaumet, cima satellite del Fitz Roy, per la cresta di roccia lungo la via Brenner-Moschioni, nuovamente il Fitz Roy, per la via Californiana sulla parete Sud, ed infine l’Aguja Poincenot per la via WillansCochrane. Raccontare e descrivere queste salite risulterebbe forse monotono ed addirittura noioso, difficile molte volte dalle parole far trasparire le emozioni che esse trasmettono, qualunque sia la difficoltà delle ascensioni che un’alpinista affronta. Però mi sono rimasti ricordi che accomunano tutte queste vette patagoniche: l’isolamento delle montagne che caratterizza i lunghi avvicinamenti, le lunghe e complesse salite sia come difficoltà sia come logistica, caratterizzate da bivacchi in parete o alla base di queste, le infinite doppie a volte anche su ancoraggi non proprio ‘conformi’, e infine, ma non ultima, la fatica: l’intensità fisica e psicologica che hanno richiesto queste salite (e discese) mi ha costretto a centellinare e utilizzare fino all’ultima energia disponibile fino al rientro a El Chalten. Non ho inserito appositamente in questo elenco il meteo e il vento perché, considerata la quantità e la buona riuscita delle salite effettuate, sarebbe ipocrita lamentarsi di una ventana così fortunata. L’altra faccia della medaglia di questa ‘partita a scacchi’ con la Patagonia è il fattore umano. Tra alpinisti si sa che i compagni di cordata ‘giusti’ sono fondamentali per la buona riuscita delle salite, ancor di più durante una spedizione così lunga. Io ho avuto la fortuna di condividerle con Christian, Marcello e Sergio, prima di tutto tre ottimi amici oltre che eccellenti compagni di cordata. Tutti questi ingredienti hanno permesso la buona riuscita di queste salite e non hanno fatto altro che far crescere in me un sempre più forte ‘mal di Patagonia’: una strana sensazione, un richiamo verso questa terra che, già quando mi trovavo lì e ancora di più al rientro, mi ha portato a pensare e progettare salite ed ascensioni. LA GRANDE MONTAGNA

[close]

p. 11

E pensare che solo fino ad alcuni mesi fa quasi non sapevo dove precisamente si trovasse! Forse è proprio come scrisse Bruce Chatwin: ”La Patagonia! è un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo. Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più.” A presto Patagonia!  Damiano Barabino INA Scuola di Alpinismo “B. Figari” Foto di: Damiano Barabino, Marcello Sanguineti e Christian Türk Note 1- la parola spagnola ventana significa finestra Salite effettuate • Fitz Roy 3405 m - parete Ovest - via “Supercanaleta” (1600 m 6a+ 85°) 30 Novembre - 1 Dicembre 2011 Damiano Barabino - Sergio De Leo Marcello Sanguineti • Aguja Guillaumet 2579 m - cresta Nord - via “Brenner-Moschioni” (350 m 6b max) 8 Dicembre 2011 Damiano Barabino - Sergio De Leo Marcello Sanguineti • Fitz Roy 3405 m - parete Sud - via “Californiana” (700 m 6c max) 14-15 Dicembre 2011 Damiano Barabino - Sergio De Leo Marcello Sanguineti - Christian Türk • Aguja Poincenot 3002 m - parete Est via “Whillans - Cochrane” (550 m 5+ 70° M3) 23 Dicembre 2011 Damiano Barabino - Sergio De Leo Marcello Sanguineti - Christian Türk LA GRANDE MONTAGNA 9 In vetta al Fitz Roy, da sinistra: M. Sanguineti, C. Türk, D. Barabino, S. De Leo

[close]

p. 12

10 LA GRANDE MONTAGNA

[close]

p. 13

Il gruppo del Fitz Roy (foto L. Gallerani) LA GRANDE MONTAGNA 11

[close]

p. 14

La Giordania come in un dipinto Leandro Ricci Petra e Wadi Rum C IL VIAGGIO, LA SCOPERTA i si potrebbe sbizzarrire all’infinito nel definire uno dei luoghi più strabilianti del mondo. Ma che cos’è - o era - Petra? Nel IV sec. a.C. i Nabatei, abitanti del deserto dediti alla pastorizia, ignari dell’agricoltura, ma ingegnosi nel sopravvivere in ambiente ostile, cercano di un luogo in cui insediarsi lontano dalle mire espansionistiche delle potenti civiltà dell’epoca. Il massiccio di Umm el Biyara, per i Greci Petra (appunto la Roccia), sembra avere tutti i requisiti: uno spazio chiuso, circondato da erte montagne, invisibile dall’esterno e con pochissimi varchi d’accesso. I Nabatei lo eleggono a sito su cui fondare una città e contro ogni apparente logica scavano le pareti d’arenaria, ricavando i vuoti dai pieni per edificare in unici blocchi abitazioni, luoghi di culto, magazzini, tombe, monumenti, monasteri, perfino un anfiteatro. Presto Petra si fa forte della posizione 12 Petra: la facciata del Khasné allo sbocco del Siq strategica sulle rotte commerciali fra oriente e occidente: i Nabatei sono abili a costruire cisterne e canalizzazioni per la raccolta dell’acqua piovana, bene supremo per le carovane e impongono pedaggi per i rifornimenti di acqua e cibo. Il declino iniziò dopo tre secoli di splendore e ricchezza per la forte ingerenza di Roma, fino al colpo di grazia con il terremoto del 551 e la conquista araba nel 663. Dall’ingresso si percorre per un chilometro il letto prosciugato del Wadi Musa, affiancato a destra dagli enigmatici Cubi Djinn (monoliti alti fra i 6 e i 9 metri, forse tombe a torre o simulacri degli spiriti protettori dell’acqua) e a sinistra dalla Tomba degli Obelischi. Si entra nel Siq, fenditura lunga circa 1200 metri e larga da una decina a meno di due, che ha sempre costituito il principale accesso a Petra: sui fianchi si notano, su un’altezza di circa un metro, canalizzazioni per l’acqua, un tempo abbellite da statue di cui oggi sono rimaste vaghe tracce erose. Lo sbocco dal Siq regala la celebrata veduta del Khasné (o Tesoro), edificio straordinariamente ben conservato e tanto più sorprendente, ove si pensi che facciata (40 metri per 28), vestibolo (14 metri per 6) e interno (vano cubico di 12 metri di lato) sono un unico blocco ricavato dallo scavo della parete rocciosa. Le statue e i rilievi che un tempo adornavano la facciata sono molto rovinate per l’erosione e l’opera sconsiderata di iconoclasti sia cristiani che musulmani. Si prosegue verso quello che era l’abitato di Petra lungo la Via delle Facciate, scenografica sequenza di altissime tombe sui due lati. La strada si allarga in un’arena naturale che ospita il Teatro del I sec. d.C., incredibile considerando che la cavea (con posti per 10.000 spettatori) fu intagliata nella viva roccia. Segue una sorta di “cascata” di grandiosi edifici digradanti dal pendio roccioso in una

[close]

p. 15

IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 13 Tramonto dal campo tendato nel Wadi Rum Alba nel Wadi Rum

[close]

Comments

no comments yet