ALTRIEROIQUANDO

 

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Magazine sui super eroi alternativi a cura di Abattoir

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A Salvatore Rizzuto Adelfio, un anti-eroe della realtà e non un supereroe della fantasia. Con la sua collaborazione abbiamo tessuto le prime trame di questo progetto, ed è a lui che vogliamo dedicarlo. A lui che ci ha infuso entusiasmo, energia, fantasia e che a causa di un destino biologico noto a tutti, non potrà godere insieme a noi del frutto di questo lavoro. O magari sì, dal suo Altro Quando. n. 5 Novembre 2013 www.abattoir.it redazione@abattoir.it REDAZIONE: Abattoir COPERTINA: realizzata da Martina Greco IMPAGINAZIONE: Andrea Ventura e Sonia Melilli CORREZIONE DI BOZZE: Sonia Melilli 2 HANNO COLLABORATO: Alessandro Ferrante Angelica Agnello Claudio Iemmola Elia Maniscalco Fabio Campoccia Filippo Messina Francesco Gambino Gino Tumminia Giulio Amarù Jr Martina Greco Pigi Arisco Salvatore Rizzuto Adelfio

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a cura di Noemi Venturella Altri Eroi Quando SUPERHEROES S.P.A. - Azienda leader nel settore sforna mantelli e valori preconfezionati per tutti Super. Super-Io. Super(ero)Io. Su-per giù ero io. Chi è il SUPEREROE? La fantasia di un tenero bambino? Il desiderio di un uomo, o lui stesso? Il risvolto di ognuno? Un personaggio stra-ordinario con ignote doti di coraggio e nobiltà e incredibili abilità sartoriali che gli donino un costume stratosferico? Un tipo con l’hobby di combattere mostri, disastri naturali e supercriminali. Plurilaureato, ottimo conoscitore delle materie umanistiche e di MacGyver, 24 ore su 24 a completa disposizione delle indisposizioni della gente comune; miracola figli improduttivi e senza speranza mentre sforna cinecomic, serie televisive, libri, videogiochi, telenovelas, fumetti, vite. «Beato quel popolo che non ha bisogno di Eroi». (B. Brecht) Eroi super – Eroi medi - Minimi Eroi. Eroi reversibili. Eroina. Super errori, Supermercati, Superpoteri e maestrie, equipaggiamenti e fantasie, agilità sovrumane, onde energetiche e super-sensi. Platone, Cattivik, Assange, l’anti-eroe, Geronimo! Hulk e gli altri, Wonder Woman e Cat-morta-woman, Cuba/Che Guevara, Garibaldi vs Lega, Male vs Bene, Zorro, gli X-Men. E altri eroi quando? La resistenza, il terrorismo, noi NO MUOS. Odio/Amore/Timore. Paura, Coraggio. Borsellino. La volontà di rischiare senza aspirare. PoliziaBombeFineFantasia. Pulsioni di Vita, Morte e Miracoli. Lotte di onnipotenze, solitudini, sacrifici, scelte. Muscoli e Dei. Eroi CONTRO (in)giustizie (in)visibili. Eroi, nati super e divenuti Nemici. Nemici nati buoni e trasformati in Salvatori. Salvatori nati Salvatore e morti Turiddi. Non Cristi, ma specchi di bisogni. Supereroi dentro un bisogno vitale che non ha paura. Bisogno di dire-fare-lottare. 4

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Supereroi coerenti, ri-pieni, non contingenti. Supereroi ammuttunati, ri-colmi di rabbia, rancore, vendetta, amore; di raggia dura a morire. Muddica di tritolo, passolina all’antrace, anciova al piombo e santo olio di napalm: KABOOM. Porzioni di eroi, Eroi a pezzi, pezzi di Eroi, Eroi in saldo. Umanità senza volto piena di Eroi non-super. Very ordinary heroes alla ricerca di un posto (fisso) nel mondo: cose di ordinaria amministrazione, nella consuetudine, nella NOSTRA normalità. Eroi fatti in casa o sdoganati da ristoratori di massa di masse di acquirenti. E non è tutto eroe quel che luccica. Altri-Mondi in cui Osare, Scardinare, Risanare, Partorire. Li chiama(va)no SUPEREROI. Il Genio nella Tela di Salvatore Rizzuto Adelfio 5

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«Cosa nostra che sei nei cieli» Storie di cupole, traghettatori e fintieroi di Noemi Venturella «Minchia, ma cu mu fici fari? Un ma firu chiù, un ma firu». Tutto ebbe inizio quando Caronte, supereroe delle pompe funebri e delle gondole veneziane, ormai stanco di accompagnare i defunti nell’oltretomba, si vide Il padrino nella pausa pranzo. Pompato dalla famosa colonna sonora, Egli, «vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia» (Eneide, VI, 302), si avvide che non era degno di essere nuddu ammiscatu cu nenti, che Lui meritava più dei versi di Dante e di una zattera con quattro corpi arripudduti, che Lui poteva guadagnare mooolto di più di due monete muffute incastrate negli occhi dei cadaveri: Lui aveva l’immenso potere di smistare gli uomini tra inferno e paradiso, era u Mammasantissima dell’Aldilà, colui senza il quale nuddu putìa accedere alla vita oltre la vita. Dà ssutta Lui poteva cumannari e farisi i piccioli! Fu così che il “golpe dell’Ade” ebbe inizio: la Società traghettatori Caronte S.p.A. chiuse i battenti e si inaugurò in pompa magna il nuovo Ufficio di collocamento Aldilà. Per prima cosa, Caronte assunse Dante come spazzino personale sottopagato a tempo determinato e Pollon come prostituta in nero. Quindi rivoluzionò la Cupola dell’aldilà: si nnominò Capo dei Capi, rese Gesù capo-mandamento del paradiso e San Pietro capo-decina delle porte del paradiso. Lucifero restò il boss dei piani bassi. Dio, in quanto puro spirito, un passava e un cuntava. La Madonna era matri ri famigghia e quindi s’avìa stari muta. Infine rinnovò il suo ufficio: bruciò la targhetta “psicopompo” (che da sempre gli sapeva di pompino), falsificò il suo certificato di nascita per risultare nato a Brancaccio e discendente ra famigghia ri Settecannuola e appese dietro la sua scrivania la gigantografia dello ZEN e la mappa di Corleone. Promettendogli la traghettata gratuita all’inferno, corruppe Buscetta per farsi puncere e fregiarsi del titolo di Uomo d’onore e iniziò a chiamare le anime “me figghiuozzo” e a guardarsi tutte le stagioni de L’onore e il rispetto sognando di prendere il posto di Gabriel Garko. Accanto a lui troneggiavano una lupara bianca e il solito avviso appeso nelle pizzerie palermitane: «Oggi tristemente è venuto a mancare il signor Pagherò; ne danno il triste annuncio il fratello Poi passu, la sorella Signa ed il cugino Poi ni videmu. Alla cerimonia funebre non si accettano fiori, ma solo contanti». Accanto, una targa dorata recitava: «No pila, no party!», ed era vero: chi non aveva i picciuli non saliva sulla gondola, non entrava né in paradiso né all’inferno, insomma: arristava ddà, a siccari comu i ligna. E quando le anime povere protestavano strappandosi occhi, orecchie e cartilagini varie e gettandole ai piedi di sua Santità Caronte, Egli, in religioso silenzio, iniziava a lucidare la sua lupara e porgeva loro un bigliettino da visita con su scritto: «Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno». Insomma, oramai la cosa era fatta: Caronte era il Padrino più potente dell’aldilà, senza cacari picciuli nuddu passava a miglior vita; le anime lo chiamavano u boss, u killer e u strozzino e gli portavano fior di milioni accumulati durante tangentopoli pur di accaparrarsi un posto all’inferno (dove, a differenza del paradiso, potevano continuare a fare i loro porci comodi come in vita, invece di fare volontariato alle dipendenze dello Spirito Santo). Non c’era Yakuza, ’Ndrangheta o Camorra che ci potesse. O paghi o arriesti a fetere ccà. Cosa Nostra dell’Aldilà fiorì così tra la gioia dei vivi (Riina era assai lieto di aver esteso i suoi affari anche alla fase post-attentato) e dei morti, che potevano finalmente bypassare i rigidi criteri finto-cristiani della meritocrazia e accedere al regno che più ci piacieva sulla base dei picciuli ca si erano misi in sacchietta nella vita mortale. Poiché Caronte era però un galantuomo, ebbe sempre un occhio di riguardo pa’ famigghia: quando giungeva un siciliano egli non gli chiedeva il pizzo sulla traghettata e si faceva pagare solo u favuri, ovvero l’operazione di smistamento all’inferno senza code eccessive. Se invece eri un pentito restavi annagghiato, esposto per tutta la non-vita al pubblico ludibrio in una simulata del Maxi-processo con i morti che urlavano in coro: «Fituso, sbirro e cascittune» per ottenere uno sconto dal boss. 6

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I primi problemi di questa new-economy nacquero quando giunsero a fare la coda all’Ufficio di Collocamento Aldilà i brandelli di Falcone e Borsellino. Alla loro vista, i defunti tacquero in coro e si genuflessero. Non sortirono alcun effetto gli sgrici di Caronte che minacciava un aumento del pizzo né le sue invettive: «Chi minchia fate debosciati? Susitivi! Sugnu io l’eroe ccà sutta». Niente. I morti si assupparono l’aumento delle mazzette, fecero un ponte umano sull’Acheronte e i resti di Falcone e Borsellino si avviarono verso il paradiso signorilmente, senza colpo ferire o ricevere, ché tanto già morti erano. Nel 1993, poi, il dramma: Don Pino Puglisi, traghettato in paradiso solo grazie alla colletta che le anime cattoliche fecero per pagare il suo dazio, lanciò un terribile anatema: «Verrà, verrà un giorno in cui il destino si abbatterà su di te e tu, figgh’i pulla, non potrai più speculare sui figli miei defunti». Caronte lo maledisse e gli sputò addosso ghignando: «U piruocchiu avi a tussi!»; poi, minacciando i cattolici, concluse la faccenda così: «Guai a voi, anime prave! (Inferno, III, 84): un v’arrisicate chiù!». Ma il fattaccio pronosticato avvenne: nel settembre 2013, un summit della Cupola venne interrotto dalle grida delle anime. Era in corso la più grande manifestazione che si fosse mai vista da quelle parti: i corpi in lista di attesa per il collocamento erano terrorizzati dai venti di cambiamento che soffiavano negl’inferi da quando circolava la notizia che nuovi, potenti vivi stessero per raggiungere l’Ade. Si erano così ammassati dietro le porte dell’Ufficio urlando, piangendo e vomitando peggio dei liceali che se l’abbuttavano con la scusa dei tagli della Gelmini. «Botta ri sali a iddi! Ma cu mu fici fari? Ma chi è sta schifiaria? Itivi a sgangari i cuorna o largo, va’!». Caronte si faceva largo a fatica tra le anime in pena bestemmiando in siciliano antico, e quelle per tutta risposta gli si gettavano ai piedi secche e sgretolate, scure nella carne e povere di capelli come si addice ai morti. Lui le calpestava e quelle gli si avvinghiavano disperate agli arti staccandosi le carni nella foga. Vani i tentativi di Dante di aprirgli la via: erano tutti consapevoli che la disgrazia stava per abbattersi su di loro, che non sarebbe più bastato truffare in vita i poveri per dare ai ricchi sia in vita che in morte, poiché un morbo stava per abbattersi sugli inferi: u zù Silvio stava arrivando. Mai un corpo vivo era riuscito a entrare nell’Ade prima di lui! La Cupola iniziò allora a tremare. A nulla valse istruire il fido Cerbero per non farlo passare: egli venne scritturato da registi corrotti per girare Lessie 8 e abbandonò l’ingresso dell’aldilà. Colto il vento di funesto cambiamento, Gesù, Lucifero, la Madonna e lo Spirito Santo fecero le valigie, ritirarono i piccioli cash accumulati nelle banche svizzere in anni di taglieggiamenti e migrarono alle Bahamas catafottendosene di Dio. Le anime rette optarono per la dissoluzione nel nulla e spedirono al Dalai Lama le loro ultime volontà. Caronte capì chi chiddu era “Don Silvio Corleone”, uno chinu chinu di picciuli e di tivvù ca un murieva mancu sparato; Silvio, difatti, gli fece un’offerta che non poté rifiutare e Caronte andò a godersi la meritata pensione divenendo il principale satellite di Plutone, uno stimato personaggio dei manga e de I Cavalieri dello zodiaco e un album dei The Trip. Dal canto suo, il Divo Silvio mise piede nell’Ade col mantellino di Batman e il suo rinomato sorriso Polident. Non potendo più accedere alla politica nel regno dei vivi, blandì i morti per finanziare il suo nuovo partito “Forza Ade”, promettendo di renderli felici, di mettere/poi togliere/poi rimettere con una carezzina l’imu sulle bare e di ripagarli con meno tasse per tutti. I corpi abbassarono le teste e tirarono fuori la pila. D’altronde, si sa: in ogni mondo, morto un eroe se ne fa un altro. Baciamo le mani! Illustrazione di Martina Greco 7

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Eroi a domicilio di Cristina Vasile Ero talmente concentrato che sentivo indistintamente le goccioline di sudore colarmi dietro la nuca. L’odore di legna bruciata impregnava la stanza. L’attesa... DLIIIIN! Il titolare suona il campanello sul bancone: «Pronte! Consegna!». Chiudo la zip della giacca, indosso il cappellino rosso e giallo di Take a Pizza e carico la merce fumante nel cassettone sul motorino. Mi chiamo Luca, faccio il “ragazzo delle pizze” per pagarmi gli studi. La paga non è un granché, ma sempre meglio di niente... Anche se, in realtà, mi piace consegnare pizze in motorino: mi conferisce una certa rilevanza. Tutti mi aspettano... mi sento un po’ come Babbo Natale, ma senza renne. Stasera devo recapitare due “medie” Margherita e funghi nel quartiere popolare che si trova a quasi dieci chilometri dalla pizzeria: sarà un miracolo se le pizze non si fredderanno! Imbocco il corso principale perché a quest’ora non è molto trafficato e poi, col motorino, è più facile muoversi. La visiera del cappellino in nylon mi dà fastidio sotto il casco ma ormai sono per strada e non posso fermarmi. O forse sì? Ci pensano loro: posto di blocco. Paletta alzata. Ma che cavolo! «Mi scusi: mi faccia vedere i documenti». «Mi scusi lei, ma ho delle pizze da consegnare!». «Le sembra stia scherzando? O pensa che le pizze siano più importanti dell’ordine pubblico? Eh, sentiamo, “Mister mi si fredda la mozzarella”!». «Ordine pubblico? E allora quell’auto che è appena passata con la musica a volume altissimo e quei tizi che sembravano sbucati fuori dal dietro le quinte di un concerto rock?». «Vuole discutere forse? O vuole insegnarmi il mio lavoro? Per caso io le dico quanto origano deve mettere sulla pummarola ’ncoppa?!». A questo punto penso che è meglio fare quello che dice il vigile, altrimenti rischio di non uscirne più. Tiro fuori e mostro al simpaticone patente e licenza. Un minuto, due minuti, cinque minuti... La mozzarella comincia a fare l’acquetta e a quest’ora starà già inzuppando il cartone. «Tutto apposto, grazie, può andare. Non dimentichi il casco!». Do gas: il motorino non parte. Ci riprovo: WROOOM. Nada. Al terzo tentativo, arrancando, finalmente parte. Devo sbrigarmi! Passerò dalla zona est della città, non la faccio da un pezzo ma sono sicuro di recuperare tempo e soprattutto di non incontrare altri stupidi posti di blocco. Qui, però, le strade fanno schifo: come si fa a guidare bene con tutte queste buche? Strada a parte, la città in questa zona è bellissima, - BUCA - e in questo periodo poi, ancora di più, - BUCA l’estate è finita e il torpore abbandona i suoi abitanti, - BUCA - non fa più caldo e la temperatura è ideale per un the sul divano, - BUCA - riaprono le scuole, - BUCA - l’abbronzatura scompare, - BUCA - la gente è più rilassata, - BUCA - e rassegnata al tran tran. - BUCA. Maccheccavolo! Non riesco neanche a pensare con tutte queste - BUUUUUUUUCA! - (questa era grossa!). Ne schivo una, ne schivo un’altra, ehi, è divertente! È come uno slalom su due ruote! Sto per arrivare a destinazione, mi basta girare l’angolo e... freno di botto! Cosa diamine...? La strada è bloccata: c’è un cantiere abbandonato. Ma questo cantiere lo hanno aperto mesi fa! Pensavo lo avessero già chiuso, e adesso mi tocca tornare indietro e prendere un’altra strada. Faccio manovra e parto. BUCA. BUCA. BUCA. BUCA. I funghi shakerati. BUCA. BUCA. È una corsa contro il tempo. Acceleratore a manetta. Se ci fosse un posto di blocco farebbero bene a fermarmi adesso! Ma mi va bene, la strada è libera. Accelero, svolto a destra, corro un altro po’, poi a sinistra, rettilineo, ponte, schivo il passaggio a livello e proseguo. Dai, manca poco. Eccolo! Il posto è questo: ce l’ho fatta! La gioia di essere giunto a destinazione svanisce dopo neanche un millisecondo, ovvero quando mi rendo conto che il suddetto quartiere non era altro che una strada di una quindicina di palazzi alti e grigi, tutti uguali. Sembrava un vespaio. Quale sarà quello giusto? Frugo in tasca alla ricerca del foglio con l’ordine. 10

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Comincio a suonare da sotto. Al primo piano non risponde nessuno. Andiamo avanti, secondo piano: «Chi è?». «Signore ha ordinato pizza?». «Mavafancu-CRRR!». Ecco, magari non era lui. Ci riprovo: terzo piano. «Si?». «Ehm, salve, ha ordinato pizze?». «No!». Il quarto piano: «Chi è?». «Scusi, ha ordinato pizze?». «No, ma sali lo stesso, mi fai un po’ di compagnia, MIAOO». «Ehm, magari un’altra volta...». Mi accorgo che la porta è aperta. L’avrà aperta la gatta morta? Salgo: restano ancora due piani e indovina? L’ascensore è fuori uso! Ma perché tutte a me? Salgo, fiatone, devo smettere di fumare, salgo, pausa, fiatone, pausa, salgo, fiatone, salgo, pausa, aria, scale. Quinto piano. Prendo aria e mi avvicino alla porta, dietro la quale sento le casse che pompano insopportabile musica reggae. Suono e mi apre un fattone con un cappellino alla Bob Marley, un cliché prevedibile, e senza darmi il tempo di parlare mi informa che «La roba è finita, bello!» e SBAAAM, mi sbatte la porta in faccia! Non mi resta che salire ancora di un piano. L’ultimo. O quello o niente! Prendo aria e mi avvicino alla porta. Sento delle urla provenire dall’appartamento. Ma che cos’è, Baghdad là dentro? Suono il campanello e busso con tutta la forza che mi è rimasta fino a quando un uomo non viene ad aprire. Sulla cinquantina, mi prende le pizze di mano, mi lascia quindici euro, si gira e chiude la porta. Così, senza dire “buonasera” o “grazie” o anche “vaffanculo!”. Allora rimango qualche istante sul pianerottolo a pensare: che dura la vita delle consegne a domicilio! Però sono contento: ho affrontato tanti di quei pericoli per arrivare in tempo e ce l’ho fatta! Ho salvato la cena! Altro che Babbo Natale, io sono un eroe! L’eroe delle pizze a domicilio! Consegne fumanti per piccoli e grandi! Intanto, nella mia tasca... DRIIIIIN DRIIIIIN. «Pronto?». «Ma dove cazzo sei finito, Ulisse dei miei cojoni? Hai una familiare salsiccia e salame piccante da consegnare! Sbrigati o ti licenzio!». Eh sì, sono proprio un super eroe a domicilio... 11 Illustrazione di Martina Greco L’indirizzo indica solo “n. 7”. Vado avanti lentamente e individuo il portone. Posteggio e apro il cassettone: eccole lì, sono intatte! Mi avvio al citofono e – oh cazzo! – non ci sono i nomi sui campanelli! E il biglietto dice solo “n. 7”.

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L’imposizione del Supereroe antipatico vs Gaspare di Gas Giaramita La fantasia è qualcosa che ti tiene per mano quando sei piccolo e tutto attorno a te è grandissimo. Puoi essere pazzo, puoi parlare da solo, inventarti una vita ogni giorno, vestire i panni di un operaio, un dottore o di uno chef. Puoi diventare un eroe, puoi sfidare chi vuoi e decidere quando vincere e quando morire. Il gioco è nelle tue mani. Muccheggiavano le mattine in quella stanza da letto, erano giorni inquieti per il piccolo Gaspare: dalla feritoia/ presa d’aria, in mancanza di una finestra, non si vedevano albe, tramonti, ma solo qualche mattone. Si sentivano infatti i topi che schifosamente passeggiavano al di là della ringhiera. Ai rumori insopportabili della natura, Gaspare aggiungeva strani episodi: accadevano esclusivamente poco prima di alzarsi o nel bel mezzo delle prime ore del mattino. Non poteva far finta di niente, ci provava, ma era come se fosse inutile: «Shhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh». “No, dai, che noia, sono già svegli, mi devo alzare”. «Shhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh». “Aaah... non voglio andare a scuola. Dormo ancora un po’!”. «Shhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh». “Eh ma questo rubinetto fa proprio casino...”. «Shhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh». “Aspetta, ma... chi è che si trova in bagno?”. Il corridoio che portava ai servizi era proprio di fronte al suo letto, il piccolo dormiva nella stanza dei suoi, e loro, beh, erano evidentemente ancora a letto. «Shhhhhhhhhhhhhh». “Non può essere che una perdita, dai”. «Shhhh... Shh... Clic, clic». “Ecco, ha smesso. Buonanotte!”. Qualche mattino più in là si verificò dell’altro. Il piccolo dormiva comodamente appoggiato al muro, come al suo solito, quando ad un certo punto una mano si insinuò tra le lenzuola. “Mm... sarà papà che mi asciuga la schiena, ha fatto caldo stanotte. Ma... papà e mamma stanno dormendo!”. Il suo corpo si irrigidì di botto, iniziò a respirare affannosamente. Degli ingenui ed inquietanti punti interrogativi iniziarono a stagliarglisi davanti agli occhi. L’unica soluzione era provare a dormire. Ci riuscì. 12 Illustrazione di Filippo Messina

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La notte seguente la credenza dei detersivi, al piano di sotto, sì, proprio quella, si chiuse di botto. Il piccolo si svegliò d’improvviso e disse tra sé e sé: «Ma hai sentito? È proprio la credenza! Vabbè, fa’ come se non fosse successo nulla». E così fece, ma quella notte non la passò affatto tranquilla. Due bizzarri sogni s’impressionarono nella mente del piccolo. Erano, come dire, due spot. Sì, due spot pubblicitari. Come in un Carosello onirico, quella notte trasmettevano il video promozionale di un olio famoso, con la forchetta gialla in primo piano, una mamma zombie con la piccola in braccio a fare da promoter. Bella trovata! Ma al piccolo Gaspare non piaceva e perciò si trovava ad indietreggiare come se fosse dentro quel set. Subito dopo ne iniziava un altro. Aveva come protagonista un omino, anzi omone, molto noto tra le casalinghe, dal fascino discutibile. Muscoloso e giallo. Era sorridente e sicuro di sé, con degli occhiacci azzurri e le rughe sulla fronte. Mastro Lindo si chiamava, e si era infilato nel sonno del piccolo con la sua fedele bottiglia di magico detersivo in mano. Ad un certo punto, fece: «Carissimo, come sai, risolvo i problemi di sporco più difficili, le mamme mi amano e non possono stare senza di me, sono il loro Supereroe. Con dispiacere sono venuto a conoscenza del fatto che tua mamma mi ha sostituito, non perché non andassi bene, anzi. Il problema, a quanto pare, sei stato tu. Hai pianto così forte nei giorni scorsi, quando mi vedevi in tv, urlavi, ti nascondevi e facevi baldoria come un cattivo bambino, che tua mamma, la tua cara e dolce mammina, ha dovuto accontentarti, peggiorando le condizioni del bel pavimento della vostra casa e sostituendomi con scarsi risultati. La vedo stressata adesso; ha dovuto faticare di più e ha ritenuto necessario comprare altri detersivi, spendendo di più, perché tu l’hai fatta disperare. Crudele e moccioso, vergognati». La fantasia era, ormai, un affare nelle mani dei pubblicitari: avevano intuito come entrare persino nei sogni dei bambini, costringendoli al mattino a richiedere i Kinder Brioss al cacao, che avevano in realtà un gusto un po’ scipito. Ma era una questione di identità, appartenenza e golosità imposta dalle multinazionali. Fortunatamente i genitori di Gaspare non gli permisero di mangiare come un porco tante merendine e di bere ogni giorno le bibite gassate che potevano comparire sulla tavola una domenica sì e una no. Come beveva piano quell’aranciata, ché chissà quando l’avrebbe rivista! In un certo senso, Mastro Lindo diceva la verità. Gaspare aveva paura di questo eroe casalingo perché era alto, enorme, e la sua espressione facciale non gli trasmetteva niente di buono. Quei suoi occhi, poi, che andavano prima a destra e poi tutti a sinistra: orrore puro. Adesso Gaspare doveva fare i conti con l’uomo giallo una volta e per tutte o non avrebbe dormito mai più. Riprese Lindo: «Carissimo, forse hai intuito, beh, sì, ti ho lanciato dei segnali in queste notti, perché ci ripensassi un po’ sul mio conto. Alla fine faccio il mio lavoro, non ti chiedo altro che una collaborazione e quando sarai grande avrai assicurato un posto nella mia azienda. Paghiamo tantissimo e potrai comprarti tutte le macchine che vorrai». Gaspare non riusciva a chiudere gli occhi, provava a tapparseli con le dita. Quanto era brutto averlo di fronte! A questo punto il piccolo provò a parlare: «Sssenti, lalasciami stare. Voglio dormire, al massimo fammi guardare L’incorreggibile Lupin. Lasciami stare. Basta!». «Non hai capito con chi hai a che fare, stupido e sporco bambino». Gaspare allora prese con una fatica immane l’aggeggio del potere: il telecomando! Pesava una trentina di chili sicuro. Riuscì a direzionarlo verso quella sorta di essere umano con problemi al fegato. Premette il tasto rosso e lo spot, Mastro Lindo, l’intero set pubblicitario, il detersivo e i pavimenti luccicosi sparirono. Rimase uno schermo nero. Quando si svegliò per fare colazione ed accese automaticamente la tv, Gaspare era ancora arrabbiato, aveva un po’ d’ansia in corpo, ma si riteneva soddisfatto in un certo senso di ciò che era riuscito a fare. Si guardò dal rimanere passivo di fronte allo schermo, decise di guardare solo i cartoni, e quando c’era la pubblicità abbassava il volume, se poteva cambiava canale, e al massimo spegneva. Ma non era per niente facile. I suoi la pubblicità la guardavano ancora e lo zittivano se si permetteva di parlare durante un’offerta incredibile. Per loro i personaggi della tv erano da seguire alla lettera, dei punti di riferimento nella quotidiana lotta alla sopravvivenza, in cui il gioco era rimasto un affare per bambini. Farsi imporre le idee dalla tv era, invece, una roba da adulti. 13

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di Riccardo Ferrante Iron Stanley Io e Stanley camminavamo sempre assieme. Ai tempi studiavo Lettere a Milano, eravamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta e non avevamo molta voglia di stare a casa. Ero pubblicamente una lesbica già da due anni; avevo smesso di radermi il pube e di truccarmi da lolita. Facevo parte di svariati collettivi di autocoscienza femminista e in facoltà godevo di una certa fama. Ero abbastanza brava e, malgrado in quel periodo mi distruggessi non poco con alcool e droghe varie, non ho mai smesso di studiare. Ci si spaccava e si produceva una quantità incredibile di quella che chiamavamo “contro-cultura”: volantini, riviste, manifesti, gigantografie e video amatoriali. Quando una cosa ci rompeva le palle manifestavamo e, se non ottenevamo il risultato, spaccavamo tutto, davvero. Pur essendo nel trip migliore della mia vita, non mi potevo sottrarre all’essere donna e dunque debole per natura, geneticamente, per forza di cose, ovvio no? Non nego che talvolta il cazzo mi mancava. Ma non per scoparmelo, assolutamente. Io lo volevo per me. Volevo pisciare in piedi e sbatterlo sul bancone del bar commentando la partita. Insomma, sentivo di non avere un adeguato potere contrattuale, diciamola così. Il cazzo è il sindacato più forte. Ecco perché mi sbattevo per fare quanta più propaganda femminista possibile. Volevo fornire un pene-ideologico ad ogni compagna sulla terra. Anche per questo mi sentivo sola e debole, talvolta. Ma fortunatamente avevo Stanley. Ricordo perfettamente il giorno in cui lo incontrai ed iniziai ad uscire con lui. Era sul sedile del diretto Milano-Torino, la sera del viaggio per il concerto dei Clash. Volevo fottere tutto, il sistema, la famiglia patriarcale e la stupidità. Ed eccolo, lui era lì in silenzio, pronto a fare qualsiasi cosa per me. Mi dava forza e spesso, nei momenti di sconforto, mi bastava guardarlo per sentirmi forte, senza limiti. Grazie a lui conobbi molte ragazze, perché, bisogna dirlo, quando si è sicuri di sé si può ottenere davvero tutto nel campo delle relazioni sessuali. Lo sentivo freddo e stabile ed io ne prendevo le sembianze. Divenni affilata e sfacciata. Giravo per corso Buenos Aires senza paura e con il mio giubbotto di pelle consumato dalle bruciature di sigaretta. Sandinista nelle cuffie e Stanley con me, andavamo ad ubriacarci ai concerti insieme alle compagne del collettivo ¡Venceremos!. Eravamo le femministe lesbiche più incazzate del nord Italia e non ce ne fotteva niente delle risse e del sudore, spaccavamo le ossa alle metallare neofasciste come fosse niente. Fino a quella sera in cui tornando a casa decisi di prendere la parallela di via Giusti per citofonare a Michela, una compagna che non vedevo da tot. Ascoltavo Hey Joe di Patti Smith, non sapevo se mi convincesse o meno. L’ennesima cover, la noia. Anche se sembrava più figa delle altre ero scettica e, pensando alla canzone, arrivai fino al civico 14, dove abitava la mia amica. Citofonai, lei non rispose, ma comunque il portone era aperto e io entrai. Per raggiungere le scale si doveva passare dal cortile interno, poco illuminato e abbastanza tetro. Ogni volta che lo attraversavo, infatti, provavo una certa inquietudine, ma mi ripetevo sempre che nei posti loschi e oscuri non succede mai niente e che il peggio lo vediamo ogni giorno in Parlamento, in televisione e sempre alla luce del sole. Ecco, purtroppo quella sera il mio calcolo delle probabilità incontrò l’incognita, l’imprevisto, la x. Tutte le paure che cercavo di allontanare erano là di fronte a me, o meglio, dietro di me. La discrezione della violenza e il suo camuffamento; il grande albero che separava i due androni del cortile interno, una sorta di ficus con radici aeree e tante sinuose, invitanti cavità legnose. Dietro la curva tracciata dalle radici, protetti dalla barricata naturale sedimentata da chissà quanti anni, c’erano loro. Sembra paradossale, ma pensai subito che fosse di cattivo gusto nascondersi dietro un albero così elegante e pieno di grazia. Io una molotov la lancio con piacere contro uno sbirro, ma non mi permetto di violare l’immobilità innocente di un albero; questa è la differenza tra un compagno e uno stronzo. In fin dei conti erano due ragazzi di una ventina d’anni e non sembravano pericolosi, due coglioncelli che si divertono a far paura alla gente. Li guardai con fare sicuro continuando a camminare. Ad un certo punto mi bloccarono la strada e mi guardarono sorridendo. Ma non un sorriso che fa piacere ricevere... piuttosto l’espressione era quella di Alex De Large in Arancia Meccanica, un film che adoravo. Quando iniziarono 14

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a rivolgersi a me con fare viscido e invadente iniziai ad avere paura, divennero immediatamente una minaccia reale. Erano maschi e avevano voglia di scopare e non avevano una bombetta sulla testa e un occhio truccato. Erano tanto banali quanto eccitati. Io, come sempre, ero con Stanley, il compagno delle mie giornate. Era nella mia tasca posteriore. Un meccanismo perfetto, lama affilata e punta inflessibile. Mentre i due mi strappavano i vestiti e uscivano dai pantaloni le loro ridicole armi, mantenevo un certo distacco, un po’ come quando muore un familiare improvvisamente e tu rimani scosso ma lucido, non elabori, fai come se in realtà non fosse mai successo. In questa trance tra saliva e sudore, riflettevo: avrei potuto tagliare le palle a quei bastardi come fossero burro e ficcargliele in gola senza troppi problemi. Ero forte, alta e armata. Ma rimasi completamente paralizzata. Stavolta non erano le risse per strada o le pietre contro la polizia. Ero una ventitreenne, una femmina di fronte a due pezzi di merda sovreccitati. Invocai l’aiuto di Stanley, volevo che mi salvasse da questa situazione grottesca e senza via d’uscita. Come Batman o l’Uomo Ragno che arrivano sempre quando c’è bisogno di loro e tutto finisce senza troppi traumi. Stanley era il supereroe di ogni mio ritorno a casa alle quattro del mattino, quando per le strade non c’è nessuno e ogni traversa o vicolo sembra una minaccia. Lo sentivo freddo sulla mia natica destra, seguiva il mio passo e si muoveva pur restando immobile, d’acciaio. Era lui il mio eroe, il pene duro e tagliente che non potevo avere e che tenevo in tasca per castrare ogni nemico. Quella sera Stanley mi tradì. Fecero di me quello che volevano e mi lasciarono per terra tra sangue, mio, e liquido seminale, loro. Erano anche riusciti a venire, quei porci. Quella notte infilzai Stanley su quel ficus, come per ucciderli tutti e due, e me ne andai senza nessun eroe di metallo, da sola, come forse ero sempre stata. Collage di Riccardo Ferrante 15

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