COLLINE 140

 

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OTTOBRE 2013

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FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 37 n° 140

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IM VVISO A A ANTE PORT IN RI ETTO IL OSTR UN CONTRIBUTO PER MANTENERE VIVA UNA VOCE FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 36 n° 137 FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 36 n° 137 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 36 n° 139 Cari lettori, la rivista Le Colline di Pavese è diventata negli anni la voce di questo territorio, di cui sottolinea le peculiarità e le problematiche. Costituisce nel contempo un ponte ideale con i santostefanesi lontani e con i sempre più numerosi cultori pavesiani italiani e stranieri. Il legame indissolubile con questi ultimi è comprovato dalla rilevanza raggiunta dalle varie iniziative in memoria del grande scrittore e dall’Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo. Il mantenimento e l’ulteriore incremento delle attività, in particolare la pubblicazione della rivista, dipendono, però, dalle risorse (sempre più ridotte) a disposizione. Facciamo pertanto appello ad aderire al sodalizio, mediante il versamento di una delle quote associative a fianco indicate, o, in alternativa, di un piccolo contributo nella convinzione che tante piccole gocce fanno un grande fiume. Per continuare, pertanto, a ricevere la nostra testata, chiediamo la cortesia di esprimere il consenso, compilando la seguente scheda. Il Cepam ringrazia per l’attenzione e augura Buona lettura! Il Presidente Luigi Gatti Restituire a mezzo posta oppure e-mail: info@centropavesiano-cepam.it ❑ Sì, desidero ricevere “LE COLLINE DI PAVESE” per l’anno 2014 Prego indirizzare la rivista a: Cognome Indirizzo Cap Tel. P.IVA o Cod. Fisc. VERSO LA QUOTA DI A MEZZO: 100 € (socio benemerito) 50 € (socio sostenitore) 30 € (socio ordinario) Altro Città Fax Mail Prov Nome vaglia postale - assegno circolare o bancario intestato a CEPAM versamento C/C postale nr. 10614121 bonifico bancario presso UBI Banca Regionale Europea - IBAN IT32Y0690646840000000004317 Acconsento al trattamento dei miei dati personali ai fini sopra indicati. Firma FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 37 n° 140 FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053

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ANNO 37, N. 140 OTTOBRE 2013 Per non dimenticare di Mario Tettamanti TESSERAMENTO 2 0 1 4 Iscriviti o rinnova la tua adesione, per sostenere le varie iniziative del sodalizio e per contribuire a mantenere in vita la voce de “LE COLLINE DI PAVESE” Modalità: versamento sul C/C n. 10614121 o con vaglia postale intestato a: CEPAM - Via Cesare Pavese 20 12058 S. Stefano Belbo. SOCIO: ORDINARIO SOSTENITORE BENEMERITO € 30 € 50 € 100 Via Pavese 20 - 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141/844942 - Aut. Trib. Alba n. 376 del 29/4/78 - Direttore: Luigi Gatti Responsabile: Luigi Sugliano - Redazione: L. Bussetti Calzato, G. Brandone, F. Penna, F. Zampicinini Foto: Olivieri, Scaletta - Tassa pagata Taxe perçue - Abbonamento postale - Abbonement postel 14053 CANELLI - FGE S.r.l. Concessionaria esclusiva per la pubblicità su questa rivista: IMAGE ADVERTISING di Piero Carosso Tel. 0141 843908 - Fax 0141 840794 - Santo Stefano Belbo (CN) S O M M M A R I O 2 Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo Un nuovo libro su Pavese in Messico Elvia De Angelis: “La Imagen Humana” di Antonio Catalfamo 4 Amarcord: Rosa Calzecchi Onesti I ricordi struggenti di Cesare Pavese da parte di due donne a lui vicine di Pasquale Briscolini 8 Le molteplici analogie tra i due scrittori Analisi comparata del pensiero e dell’opera di Cesare Pavese e Yukio Mishima di Eddi Vencia 10 14 20 24 I severi giudizi dello scrittore romano sulla personalità pavesiana 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale Pavese visto da Moravia di Franco Lorizio FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, - Anno 37 n° 140 L’importante traguardo feteggiato nella casa natale dello scrittore I trent’anni per Premio Pavese di Paola Galletto “Una vita per l’arte” al grande scenografo Carlo Leva XXIV Edizione - I vincitori del premio Pavese di pittura di Clizia Orlando 20 disegni dello scrittore in mostra al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino Pier Paolo Pasolini pittore di Angelo Mistrangelo 26 Disegni, fogli a sanguigna, dipinti a olio, tecniche miste, bistrot e incisioni esposti nel castello Monastero Bormida: è di scena Eso Peluzzi di Gian Giorgio Massara 28 Un commosso ricordo del produttore di Strevi, recentemente scomparso Pino MARENCO: l’Aedo-contadino che costruì una dimora regale al VINO piemontese! di Sergio Rapetti 32 34 36 37 L’angolo del racconto “Sentire” la natura di Luciana Bussetti Calzato Anoressia, un profondo malessere esistenziale Intervista a Lorenzo Bracco. “Anoressia. I veri colpevoli” di Dario Voltolini Luglio 2013 - “ Le spiagge del Belbo” La Colonia Elioterapica di Luigi Ciriotti Sulle ali del ricordo del paese natìo... una devastante caduta Viaggio pavesiano, dalla casa in montagna verso il confino in opsedale di Giovanni Giosuè Chiesura 39 Una tratta costruita in breve tempo, dopo una lunghissima e complessa gestazione La ferrovia Asti-Chivasso, una storia lunga 99 anni di Franco Zampicinini 42 Memorie langarole Detti e proverbi di Langa e dintorni di Maria Luisa Brovia 44 L’angolo delle poesie 47 Piante medicinali e alimentari La pimpinella di Luciana Bussetti Calzato

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Un nuovo libro su Pavese in Messico Elvia De Angelis: “La Imagen Humana” Antonio Catalfamo Elvia de Angelis, figlia di italiani, è una donna di cultura dalla personalità “poliedrica”: scrittrice, regista cinematografica, sociologa, psicologa, traduttrice da varie lingue. Vive ed opera in Messico, dove ha dato un notevole contributo alla conoscenza della letteratura italiana. In particolare, è una studiosa e una divulgatrice instancabile dell’opera di Cesare Pavese. Nel 2001 ha pubblicato nel suo Paese l’“opera omnia” poetica dello scrittore langarolo. Si tratta di due grossi volumi usciti, con testo italiano a fronte, per i tipi delle prestigiose Ediciones Papeles Privados, in cofanetto e veste elegante, e recanti il titolo comune di La poesía completa de Cesare Pavese. L’immane lavoro di traduzione è durato cinque anni. Ma ha ottenuto subito il meritato successo presso il pubblico messicano, tanto che l’opera è balzata al decimo posto nella classifica dei libri più venduti ospitata dalla rivista «Dos: puntos». Dell’avvenimento editoriale si sono occupati ampiamente i giornali a larga diffusione, come «La Jornada» e «Milenio». Elvia de Angelis è da molti anni corrispondente dell’«Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo» ed ha collaborato con suoi scritti ai volumi da esso pubblicati con cadenza annuale. Il suo impegno sul fronte pavesiano continua senza sosta. Esce ora un nuovo volume intitolato La imagen humana1, comprendente nella prima parte un ampio saggio sull’opera poetica di Cesare Pavese e nella seconda parte la traduzione, effettuata dall’autrice in spagnolo, con testo italiano a fronte, delle poesie di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e de La terra e la morte. Il saggio d’apertura è importante, perché contiene acute osservazioni sulla poetica pavesiana, che costituiscono una risposta indiretta alle letture “solipsistiche” che sono state date nel nostro Paese da una parte, seppur autorevole, della critica. Viene smentita l’immagine di Pavese «uomo- libro», tutto chiuso nel suo mondo poetico, volutamente estraneo alla realtà. Elvia de Angelis sottolinea, per converso, come la poesia sia per Pavese specchio della vita. Così scrive, con stile anch’esso poetico, a proposito delle poesie del Nostro: «Sin dalle sue prime composizioni egli adombra il commovente impatto che sulla sua fine sensibilità e nella sua precoce intelligenza producono i fatti che quotidianamente accadono: il fischiare di un treno, nell’infanzia, annuncia la vigoria, la forza della grande città; la brina nei campi rivela un cambio d’epoca; la bambola di cenci assurge a simbolo dell’innocenza perduta e della bellezza incorruttibile; il gioviale giovinetto scalzo preannuncia il carcere e le ingiustizie future; le colline ondulanti fanno pensare al corpo della donna che arriverà e partirà, sempre amata. Tutti lasciano un’impronta indelebile: vestigia di amore, tracce di disincanto; scoperte e abbagliamenti. Sono materia della storia personale e collettiva nell’universo pavesiano; effluvi ed emanazioni che si distaccano dalla realtà esteriore, catturati dai sensi e conservati nella memoria; esseri e cose trasfigurati per costituire la realtà interiore del poeta»2. La poesia pavesiana, è, dunque, specchio della vita, ma – osserva giustamente Elvia de Angelis – siamo in presenza di una specularità “deformata”, in quanto la realtà viene filtrata attraverso l’esperienza personale del poeta, attraverso il suo mondo interiore: «Noi uomini cerchiamo instancabilmente un lago, uno specchio d’acqua dove vedere ciò che siamo e ciò che desideriamo essere. Il nostro è uno sguardo di confronto e di verifica. Il riflesso che questa superficie tersa e brillante ci invia è la realtà e insieme l’illusione del nostro essere e della nostra vita; nello spazio e nel tempo, esso ci informa sul nostro esistere irrefutabile e fugace. Siamo uguali a noi stessi e nell’osservare tale immagine interiore moriamo 2

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” di meno. Nelle sue poesie, Cesare Pavese ci offre un volto profondamente umano»3. La poesia pavesiana è, dunque, sintesi originale tra realtà oggettiva e realtà soggettiva, c’è in essa un continuo rimando dal mondo esteriore al mondo interiore e viceversa. C’è uno scavo profondo nella propria interiorità, fino all’inconscio, alle zone archetipiche, non per rimanere prigioniero nei labirinti del mito, ma per trarne insegnamento per il presente e il futuro. Così Elvia de Angelis fissa il carattere originale della poesia pavesiana, caratterizzata dai continui rimandi di cui dicevamo: «Vi è nella poesia pavesiana un insieme di elementi originali e persistenti che la distinguono e le danno una fisionomia inconfondibile: la sua naturalezza narrativa, cioè a dire il racconto dei fatti per esprimere idee e sentimenti; il suo volgersi verso gli antenati per arricchire i contenuti; il suo volto umano, ottenuto mediante la scelta di personaggi archetipici, che rappresentano credenze, costumi, modi di vivere e circostanze storiche proprie di un’epoca e di una cultura; il suo fissare i luoghi come scenari indivisibili dagli avvenimenti che desidera raccontare; l’esaltazione dell’amore, il più delle volte disperato che felice; il guardare alla morte come scelta. Queste componenti determinano e configurano il linguaggio e le forme d’espressione del canto pavesiano; la sua struttura, il suo ritmo, il suo tono e la sua atmosfera»4. Elvia de Angelis insiste sul carattere narrativo dell’opera di Pavese, tanto da considerare il suo “corpus” poetico come «epica umile», cioè come narrazione delle vicende di tutto un mondo: quello dei diseredati della campagna langarola, ma anche dei derelitti che vivono ai margini della città, che lo scrittore incontra di notte, per le strade e nei bar di Torino, e con i quali fraternizza. Il poeta non vuole isolarsi, vuole far parte della «tribù», e l’amore è per lui lo strumento essenziale per «partecipare» alla vita collettiva, senza il quale l’esistenza non è possibile e la morte incombe inesorabilmente come destino. Tutta l’opera pavesiana, secondo Elvia de Angelis, ruota intorno al binomio «Eros-Thanatos», per cui – aggiungiamo noi – la concezione dell’amore che sta alla base è prettamente antiromantica. Esiste una componente distruttiva della passione amorosa, che è di matrice decadente. E qui bisogna rifuggire dalle «opposte unilateralità» della critica italiana, che ha ritenuto Pavese esclusivamente realista o totalmente decadente. Varie suggestioni convergono nella sua opera, vengono interiorizzate e “metabolizzate”, per assumere forma nuova e originale. Sopra tutto – fa bene a sottolinearlo la de Angelis – sta la grande «umanità» di Pavese, la grande capacità di scavare nelle zone più recondite dell’animo umano. Per cui, quand’egli parla di se stesso, parla di tutti noi, della «tribù», di quei «poveri uomini» ai quali fa riferimento in Ritorno all’uomo come suoi interlocutori privilegiati. È questo il più alto messaggio che Pavese ci ha trasmesso. Il nuovo libro di Elvia de Angelis troverà idonea collocazione nella vetrina che, nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo, ospita tutti gli scritti apparsi all’estero sullo scrittore langarolo, nonché tutte le edizioni straniere delle sue opere, che continuano inarrestabilmente a pervenirci. Senza l’«Osservatorio permanente», coordinato, sin dalla fondazione, nel 2001, dal sottoscritto, senza i tredici volumi di saggi internazionali sinora pubblicati con rigorosa cadenza annuale, non sarebbe stato possibile dar conto nel nostro Paese degli innumerevoli studi compiuti in ogni parte del mondo sull’opera di Cesare Pavese. Faremo in modo che questo organismo, nonostante le difficoltà, continui a vivere e ad operare al massimo delle sue potenzialità. NOTE 1. Elvia de Angelis, La imagen humana, Ediciones Papeles Privados, Mexico, D.F. 2013, pp. 131. 2. Ivi, pp. 10-11. La traduzione italiana è mia. 3. Ivi, pp. 9-10. 4. Ivi, pp. 15-16. CENTRO PAVESIANO MUSEO CASA NATALE Il CE.PA.M. è una associazione senza fini di lucro con sede nella casa natale dello scrittore Cesare Pavese. Costituito nel 1976, ha tra i suoi compiti statutari prioritari la promozione e lo sviluppo culturale e socioeconomico del territorio. LE ATTIVITÀ • pubblica la rivista “Le colline di Pavese” • organizza il premio Pavese: letterario, di pittura e di scultura • promuove l’Osservatorio Permanente sugli studi pavesiani nel mondo • cura l’allestimento di mostre personali e collettive di pittura, scultura e fotografia • pubblica i quaderni del CE.PA.M. ad integrazione delle tematiche trattate su “Le Colline di Pavese” • organizza il Premio Letterario “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema” e la collettiva d’arte “Dioniso a zonzo tra vigne e cantine” • organizza il “Moscato d’Asti nuovo in festa” (8 dicembre), una manifestazione legata strettamente all’economia del territorio. CE.PA.M. · Via C. Pavese, 20 · 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141 844942 - www.centropavesiano-cepam.it info@centropavesiano-cepam.it 3

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Amarcord: Rosa Calzecchi Onesti I ricordi struggenti di Cesare Pavese da parte di due donne a lui vicine Pasquale Briscolini Natalia Ginzburg e Rosa Calzecchi Onesti, entrambe vicine (in modi diversi) a Cesare Pavese, ne parlano in modo accorato, fornendoci due “interpretazioni” di una tale profondità che, integrandosi, ci aiutano a capire qualcosa in più di una persona così complessa. Quando si pensa di scrivere ancora qualcosa su Cesare Pavese si avverte una sensazione sconsolata, perché sembra che ormai tutto sia stato detto e che sia quindi impossibile aggiungere qualcosa al fiume d’inchiostro versato fin qui. Ci sono però alcuni eventi di discontinuità che ci portano a rimescolare le cose, a rimettere in discussione quello che credevamo di aver capito fino a quel momento, per confermare alcuni aspetti, confutarne altri o aggiungerne altri ancora. Nel mio caso la discontinuità è consistita nella parte della Tesi di Laurea di Annalisa Neri (alla quale avevo fatto riferimento già nel precedente articolo) che riporta alcune lettere di Rosa Calzecchi Onesti a Pavese e a Calvino. Lettere che non si conoscevano perché non pubblicate, delle quali lei non aveva conservato alcuna copia, come mi aveva sempre detto nelle nostre lunghe conversazioni. È pensabile che la maggior parte delle lettere a Pavese riguardasse il lavoro, l’intensa dialettica sulla traduzione dell’Iliade, ma qualcuna era più “personale” e ruotava attorno a quella famosa di Pavese, quella sul “locus di tutta la mia coscienza”. Di queste, Annalisa Neri ne ha riportate due in particolare: la risposta di Rosa a Pavese sulla lettera del “locus” e, più importante ancora, la lunga lettera a Calvino del 1964, a quattordici anni dal suicidio del ’50, che conserva tuttavia il dolore di una ferita ancora aperta tanto che Italo Calvino ne rimane profondamente scosso. Prima di affrontare questa lettera che dà un’interpretazione del suicidio di Pavese e anche della sua “religiosità”, insomma del “confine” della sua personalità, del suo “punto limi- te”, soffermiamoci su alcune parti di un’altra meravigliosa interpretazione di Cesare Pavese, quella di Natalia Ginzburg in “Ritratto di un amico”1, che Giovanna Romanelli aveva già opportunamente riproposto nella sua interezza su questa rivista nell’aprile del 2007. Avremo così una descrizione/interpretazione del Pavese reale, quello dei comportamenti visibili (Natalia Ginzburg); e un’altra interpretazione, quella di Rosa Calzecchi Onesti, relativa alla più profonda interiorità del “nostro amico”. Nel raccontare Pavese, Natalia Ginzburg parte dalla descrizione della città di Torino, che ”gli assomiglia”: La città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c’è qualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hanno fatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi. Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d’una volta: nomi che ridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l’infanzia. Noi, ora, abitiamo altrove, in un’altra città tutta diversa, e più grande: e se ciincontriamo e parliamo della nostra città, ne parliamo senza rammarico d’averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo più viverci. Ma quando vi ritorniamo, ci bastaattraversare l’atrio della stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirci proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ogni volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo più ragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città, nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di ombre. ..... La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara; è, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sogna- 4

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Amarcord: Rosa Calzecchi Onesti re. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario; si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea. Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino all’ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degli adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti fra pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell’incertezza di decidere se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi a un orario d’ufficio, accettare una professione definita; ma quando acconsentì a sedere a un tavolo d’ufficio, divenne un impiegato meticoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampio margine d’ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e non dormiva mai. Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo, la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido, con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine, di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci chiedevamo se la nostra compagnia l’aveva deluso, se aveva cercato accanto a noi di rasserenarsi e non c’era riuscito; o se invece si era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto una lampada che non fosse la sua. Conversare con lui, d’altronde, non era mai facile, nemmeno quando si mostrava allegro: ma poteva essere un incontro con lui anche composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro. Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamo spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di migliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri imprecisi, le incoerenze. Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una madre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai vista prima, una persona magari vagamente spregevole, lui si mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti. Se gli facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti, antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo spiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non si lasciava prendere in inganno. Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita concesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il tabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco e subitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno, un modo così brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era, lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nel separarsene: ma appena se n’era separato, subito se ne infischiava. Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle nostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti: perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand’erano lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li inceneriva nel proprio pensiero. Era, qualche volta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: ma non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: e accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell’ora del nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, un maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene le assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto insegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementare e respirabile: ma non ci riuscì mai d’insegnargli nulla, perché quando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e diceva che lui sapeva già tutto. Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da travagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, la gentilezza d’un adolescente. Diventò, negli ultimi anni, uno 5

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Amarcord: Rosa Calzecchi Onesti scrittore famoso; ma questo non mutò in nulla le sue abitudini schive, né la modestia della sua attitudine, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo lavoro d’ogni giorno. Quando gli chiedevamo se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva, con un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato: aveva, a volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che lampeggiava e spariva. Ma quell’esserselo sempre aspettato, significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia: perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte così a fondo, che essa non gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti, non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non avevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi, mortificati d’annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano dell’esistenza, che procede uniforme, e apparentemente senza segreti. Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo; e così non poteva che guardarla come da sconfinate lontananze. È morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi. Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero. ........... Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette; c’erano cascinali con grappoli di pannocchie, l’erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, al margine della città e sul limitare dell’autunno, che lui amava. Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l’uno con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai presente, su quella proda della collina. ...... Questo è il modo con cui la prima delle due donne che stiamo considerando, Natalia Ginsburg, parla di Pavese. Ho tolto solo qualche piccola parte dalla descrizione completa e avrei voluto toglierne altre, per rendere l’articolo un po’ più breve e sintetico, ma non ho potuto farlo. Proprio non ho potuto, perché mi è sembrato che avrei reciso il legame profondo e inscindibile fra tutte le parole che la scrittrice usa nel raccon- to, così come avrei lacerato la profonda unità del messaggio che ne viene fuori. Che è fatto di grande affetto misto a sofferenza, al rammarico di non aver potuto o saputo fare qualcosa per lui. Ma che è fatto, anche e soprattutto, di grande e rispettosa vicinanza e comprensione umana per la sofferenza dell’uomo Pavese, con i suoi squilibri non risolvibili. E quella che segue è l’altra descrizione che vogliamo considerare, quella di Rosa Calzecchi Onesti nella lettera a Calvino del 1964: “Gentile Dottore, ho pensato che la cosa più semplice fosse far fare e mandarLe le fotocopie delle lettere che ho potuto ritrovare: altro, purtroppo, temo d’aver perduto nei traslochi fatti. C’è, comunque, tra queste una lettera manoscritta, che mi fu, quando l’ebbi, molto significativa: e dopo, ben di più. La data è 14 giugno, semplicemente: si tratta del giugno 1949. Omero vi è solo marginale: risponde a una mia, in cui avevo tentato di dr qualcosa del Gallo, appena letto (l’avevo chiesto a Pavese stesso, e me l’aveva mandato con una breve dedica, in cui lo chiama “questa piccolissima Iliade”) e sui Dialoghi con Leucò, letti poco tempo prima. Quando, nel ’51 credo, ebbi da Torino una richiesta simile alla Sua di ora, mandai altro, ma non questa lettera. Adesso a Lei la mando. La generosità con cui Pavese gradì quel poco che riuscii a dirgli del Gallo e dei Dialoghi, me la rende molto cara, naturalmente. Ma preziosa me la fa l’ultima parte, quella che risponde al mio augurio (e quanto vivamente fatto) che trovasse, per lui stesso e per la sua arte, la soluzione del problema di Dio. Troppo chiaro avevo sentito che quel problema in lui c’era, e che lo faceva soffrire. L’averne conferma, e in forma così dolorosamente rassegnata, mi lasciò molto pensosa. Il discorso sulla religione, sul peso d’un tale problema per un uomo che è arrivato a voler smettere di vivere, non è “letterario”; tanto meno è, come dire?, cronistorico. Non si può farlo così, comunque, con chiunque. E io, allora, lo tenni per me. Se ora a Lei lo faccio, è perché ho letto la Sua Giornata d’uno scrutatore: Lei può sentirne la serietà tutta umana, l’autenticità. Verso la fine d’agosto del ’50 io ero al letto d’un amico molto caro, che aveva subito una grave operazione: il risultato, per noi, era stata la conferma dell’inesorabilità del suo male. Ma lui, intanto, stava ritornando alla vita, dopo lo choc chirurgico. È straziante vedere uno, che si sa condannato a vivere ancora sei mesi, riprendere, vorrei dire con ingenua fiducia, la vita. E fu quando quell’amico ebbe voglia di notizie e ricomprai un giornale. L’aveva appena aperto, che mi chiese a bruciapelo: “Pavese, ma non è quello scrittore che conosci tu? S’è ammazzato”. Dovetti far fatica per nascondere la durezza del colpo provato, aumentata, certo, dalle circostanze, da quel contrasto tra la presenza, lì davanti a me, d’una vita condannata che faceva volonterosamente ogni sforzo per seguitare, e l’idea di quell’altra vita, che aveva voluto interrompersi. Pavese, io non l’avevo mai incontrato di persona: di lui non sapevo se non quel poco d’autobiografico, trasparente dalle cose che ne avevo letto. Direttamente, e bene, sapevo solo quella che impregnava tutta la nostra conversazione epistolare, vecchia or- 6

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Amarcord: Rosa Calzecchi Onesti mai di due anni, e che Lei chiama la sua “passione omerica”: un bisogno di penetrazione viva e minuziosa, sostenuto da una conoscenza del mondo antico e da una sensibilità ai problemi della ricerca storica più che da dilettante; e un desiderio, anche, di rispecchiarsi, come artista, nella magia della stilizzazione omerica, in quell’affascinante equilibrio di freschezza realistica e di contemplazione “fissata”, idealizzante. Era una passione serena, e comunicativa, anche, perché ricca d’entusiasmo. Come potevo far rientrare in questo quadro l’idea di quel suicidio? Andavo pensando alle ultime lettere (fino al luglio ne avevo ricevute: almeno le trovassi, che gliele manderei volentieri!): quella in cui, perché gli avevo detto la mia soddisfazione per il premio dato alla Bella Estate, rispondeva che non gliene parlassi nemmeno, che quei premi erano uno schifo, che io non potevo avere un’idea degli intrighi, che ne aveva la nausea. Era, credo, la stessa lettera in cui confessava che “forse in altri tempi gli avrebbe fatto piacere che io lo trovassi scrittore tormentato”, ma che, ormai, non gliene importava più niente. Gli avevo mandato i primi canti dell’Odissea, e m’aveva risposto che Omero, ormai, “mi riusciva benissimo, come la frittata” e che “non avevo più bisogno di lui”: questo m’aveva stranamente colpito. Verso maggio-giugno, credo, gli ultimi mesi di scuola, mentre io ero a Cesena, m’aveva scritto che “era stato dalle mie parti” e che avrebbe avuto voglia di venirmi a cercare, ma “era in cattiva compagnia”, e precisava in parentesi, Einaudi, Levi (credo), qualche altro: degli amici, dunque! Queste note stanche, negative, delle ultime lettere, prendevano un rilievo ben doloroso, ora: le frasi che Le ho messo tra virgolette, mi si sono stampate nella memoria. Le ripensavo, costernata. Ma soprattutto ripensavo ai Dialoghi, al Gallo, a tutto il Gallo, a quel capitolo XV, che Pavese cita nella lettera del 14 giugno. Più tardi, nel diario, in altri scritti, in poesie, ho potuto vederne altre prove: ma già allora ne avevo abbastanza per capire che (al di là di qualunque circostanza limitante, di qualunque angustia o pettegolezzo di cronaca) il tormento irrisolto del rapporto con Dio aveva avuto peso, molto peso per Pavese. Quel che traluce, vagheggiato, nel XV capitolo del Gallo è un bisogno, sia pur implicito, di riposo contemplativo, di rifugio nell’amore assoluto, fuori e al riparo dall’angoscia confusa d’ingiustizia e d’incomprensibilità, che è il caos della vita. E mi sembrò che, forse, a un certo punto, nella solitudine, nello smarrimento, nel tormento esterno dell’afa materiale e in quello intimo dell’angoscia ormai insostenibile, non ne avesse potuto più, avesse forzato, voluto stracciare con violenza il buio, e but- tarsi alla disperata, così: se un Dio c’era, doveva pur accogliere chi si buttava, così. Io ho pregato, ho pregato che l’abbia accolto davvero. Il tormento che avevo indovinato in lui scrittore, vivo, non potei allora, non posso adesso, non sentirlo anche nell’ultimo gesto. È il tormento di chi ha bisogno d’amore, in assoluto, e non lo trova. E io non posso non voler bene a chi, comunque, - non certo spirito mediocre – ne è toccato; non posso non sperare per chi, comunque, ne soffre. Non occorre dirlo: feci molta fatica a riprendere a lavorare all’Odissea, sapendo che non avrei più mandato i due soliti libri al mese a Pavese. Feci molta fatica a fare l’ultima revisione delle bozze dell’Iliade che mi arrivarono, forse un mese o due dopo la sua morte, con i segni della revisione sua. Ecco quello che ho voluto dirLe: così ho voluto consegnare a Lei il ricordo che serbo di Pavese, vivo e affettuoso, e illuminato, per me, di speranza: una speranza precisa, quella della resurrezione. Del resto c’è – e questa vale per tutti – l’altra speranza, umanissima: che sia ricordato e capito, con rispetto. Auguro alla Sua presente fatica nel raccogliere l’epistolario, non meno che alla raccolta delle Poesie, di ottenere questo scopo. Dev.ma Rosa Calzecchi Onesti Che dire? Forse di un rammarico, ispirato dal dolore che trasuda dalla lettera e dalla profondità dell’interpretazione di Rosa, che peraltro non ha mai conosciuto direttamente Pavese. Il rammarico è questo: chi sa cosa sarebbe accaduto se Pavese a Cesena non fosse stato “in cattiva compagnia” e avesse davvero cercato e incontrato Rosa? Il destino tragico sarebbe potuto cambiare, in qualche modo? Certo è che, al di là delle “visioni del mondo” dell’uno e dell’altra, certamente molto diverse tra loro, la “comunione” tra i due doveva essere in qualche modo profondissima: lo testimoniano il tipo e la qualità dell’interazione durante la traduzione dell’Iliade e, soprattutto, questa lettera che “dice” quello che lei aveva “capito” di lui solo leggendo alcune opere. Teniamo conto che non si conosceva ancora il diario di Pavese, ad esempio, e che molti non ne avevano capito il tormento, fuorviati dal suo modo di lavorare, frenetico ed esemplare (ad esempio Calvino, che non aveva proprio colto alcun indizio del “vizio assurdo”). Lei invece, dico Rosa, ne aveva capito tutto il tormento interiore individuandone il “locus”, il “punto infiammato” di tutta la coscienza. Chissà che un incontro diretto non avesse potuto creare una più efficace e rasserenante empatia? 7

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Le molteplici analogie tra i due scrittori Analisi comparata del pensiero e dell’opera di Cesare Pavese e Yukio Mishima Eddi Vencia Lo studio di un qualsiasi testo letterario induce inevitabilmente il lettore a mettere in relazione ciò che vede scritto con quanto ha già letto in passato. È un esigenza che, come spesso ribadisce George Steiner, è alla base degli studi di letterature comparate. La necessità di collocare un’opera entro uno spazio riconoscibile e nella dimensione del già visto, fa sì che molto spesso anche due autori che sembrano non avere molto in comune, possano invece condividere una serie sorprendente di visioni del mondo e di idee sullo scrivere. Cosa condivideranno, ad esempio, un solitario scrittore del basso Piemonte come Cesare Pavese e un indomito e passionale romanziere giapponese come Yukio Mishima? L’accostamento è insolito ma lo diventa sempre meno se analizziamo da vicino le loro opere. Tra i temi che Giulio Ferroni definisce “ricorrenti” nell’opera di Pavese, vi è quello dell’Infanzia, un’età caratterizzata da un’implicita mitizzazione del paesaggio che, non privo di aspetti oscuri e inquietanti, diventa un tutt’uno con l’animo del futuro scrittore. Le colline delle Langhe, nelle quali Pavese visse fin da bambino, costituiscono dei veri e propri personaggi all’interno delle sue opere, in un modo che ricorda l’originalità creativa di Federico Garcia Lorca quando fa apparire la luna tra i personaggi viventi di Nozze di sangue. Anche per Mishima il ricordo dell’infanzia e i paesaggi in mezzo ai quali trascorse i primi anni di vita sono fondamentali per penetrare il significato delle sue opere. L’incipit de Il padiglione d’oro, forse la sua opera più densa di simboli, contiene già riferimenti all’infanzia e ad un luogo geografico: “Mio padre mi aveva parlato del Padiglione d’oro, fin da quando ero bambino. Sono nato su uno sperduto promontorio che s’avanza nel mar del Giappone a nord-est di Maizuru”1. Qualche riga più avanti leggiamo la descrizione di un paesaggio che potrebbe essere stato scritto da Pavese con lo stesso trasporto: “Nelle giornate limpide di maggio […]scrutavo le colline lontane: le foglie tenere che riverberavano i raggi del tramonto sembravano tessere un tenue sipario dorato proprio nel mezzo della pianura che si stendeva dinanzi a me…”2. Il personaggio principale de Il Padiglione d’oro, Mizogushi, è un adolescente afflitto da una balbuzie che lo fa sentire diverso da tutti gli altri e lo costringe spesso a tacere quando vorrebbe rivelare il suo pensiero: “Quel mio difetto […]costituì sempre una vera barriera tra me ed il resto del mondo…Non avevo bisogno di trovare parole chiare ed esplicite per giustificare la mia crudeltà: il mio silenzio bastava”3. A questo proposito risulta naturale pensare a ciò che scrisse Italo Calvino a proposito di Pavese nel suo Perché leggere i classici: “Ogni romanzo di Pavese ruota intorno a un tema nascosto, a una cosa non detta che è la vera cosa che egli vuol dire e che si può dire solo tacendola”4 . L’impossibilità di parlare, di esprimere ciò che veramente si sente è un altro importante punto in comune tra Pavese e Mishima. Entrambi ebbero il desiderio di avvicinarsi agli altri e di entrare in stretta comunione con loro, ma avvertivano anche un oscuro pericolo nel fare questo. Un pericolo derivante dalla falsità dei rapporti umani e da un continuo timore di essere in errore per ciò che si pensa e 8

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Le molteplici analogie tra i due scrittori per ciò che si è. Mishima rende in modo molto efficace questo senso del pericolo nel suo romanzo Confessioni di una maschera, del 1945. in una società come quella giapponese, dove il mito della forza e del coraggio sono esaltati al massimo grado, il giovane narratore descrive la lotta contro la sua stessa natura per impedire che questa sia percepita dagli altri. L’omosessualità del protagonista si trasforma in un’ossessione per la carne e per i simboli che ad essa rimandano. Uno di questi simboli è, paradossalmente, un martire della cristianità, San Sebastiano, le cui membra sensuali sono rappresentate in un dipinto di Guido Reni di fronte al quale il piacere carnale del giovane Mishima si risveglia. Un analogo riferimento alla figura di San Sebastiano come fonte di lascivi pensieri è presente nell’opera di Pavese La spiaggia. Il personaggio femminile, di nome Clelia, per la cui descrizione Pavese si ispirò a Fernanda Pivano, afferma che “I primi pensieri d’amore li aveva fatti di fronte ad un quadro di San Sebastiano martire, un giovane nudo, tutto coaugulato di sangue e scrostato, con le frecce piantate nel ventre”5 . É una curiosa casualità che la cascina nella quale nacque Pavese si trovasse proprio in una zona di Santo Stefano belbo denominata “San Sebastiano”. Questo martire dal corpo bellissimo ma martoriato dalle frecce ricorre in molte opere di autori il cui rapporto difficile con le donne (sia per motivi puramente sessuali che per questioni di inconciliabilità caratteriale) ha costituito motivo di sofferenza costante. Si ricordi che Salvador Dalì, artista ambiguo e stravagante, scrisse un’ opera interamente dedicata alla figura del santo. Se un sospetto di plagio dovesse sorgere, l’accusa graverebbe sui Mishima, visto che La spiaggia è stata scritta da Pavese otto anni prima rispetto a Confessioni di una maschera. Tuttavia , in letteratura non si può prescindere dalla reciproca influenza dei testi e non c’è nessuno che possa dirsi immune dal rischio di utilizzare immagini ed esempi già sfruttati da altri. Un ulteriore aspetto interessante comune ai due autori è il senso di inconciliabilità tra passato e presente. Per Pavese il ritorno al passato significa risvegliare quanto di più autentico esiste nell’uomo e fargli rivivere, nel rapporto con la natura e con il lavoro campestre, le sue origini e il senso di protezione materna. Nella città ci si adegua invece ad uno stile di vita artificioso e materialista. Si va dunque incontro ad una perdita dei valori tradizionali. Quegli stessi valori per la scomparsa dei quali Mishima arrivò ad indignarsi al punto da togliersi la vita. Lo fece al termine di un discorso dal balcone del comando delle Forze di autodifesa giapponesi, con un clamoroso seppuku, il suicidio rituale che prevede lo sventramento tramite spada. Mishima intese questo gesto come atto di protesta contro la smilitarizzazione del Giappone e la sua inesorabile occidentalizzazione. Ma non fu solo un atto dal valore politico. Come nel caso di Pavese, il suicidio fu visto come “uscita dalle insopportabili contraddizioni dell’esistenza, come ultima costruzione di sé in un gesto definitivo ed assoluto”6 . Nonostante Pavese fosse stato da poco insignito del premio Strega per il romanzo La bella estate,venendo così consacrato tra i grandi della letteratura italiana, non poteva vedere questo che come una parentesi effimera di felicità. Il senso dell’effimero è ciò che, in ultima analisi, accomuna Pavese e Mishima. Nello scrittore giapponese questo rientra in tutto un modo di concepire la vita e la bellezza come qualcosa di inesorabilmente destinato al disfacimento. Non a caso, il protagonista del già citato Padiglione d’oro distrugge, attraverso il fuoco, uno dei più alti esempi di perfezione architettonica giapponese, il santuario Kinkakuji di Kyoto. Proprio in quanto simbolo di una bellezza che sembra dover durare in eterno, il padiglione dev’essere annientato. In questo romanzo, Mishima rende il fuoco simbolo di distruzione e orrore allo stesso modo in cui lo fa Pavese, ad esempio, in Paesi tuoi (si ricordi l’incendio appiccato da Talino ad un casolare di campagna) o ne La luna e i falò, dove ai roghi propiziatori accesi in segno di festa durante la notte di San Giovanni, si alternano quelli di morte durante la guerra partigiana. Nel romanzo di Pavese appena citato è di particolare suggestione l’incendio appiccato da Valino alla sua casa, dopo aver ucciso parte della famiglia. La vita di campagna si presta, in questo caso, a diventare la rappresentazione di una realtà crudele e selvaggia ammantata da un’apparente calma e semplicità. La presenza del fuoco nell’opera di questi due autori si presta ad una lettura in chiave filosofica. Già Eraclito aveva visto nel fuoco l’elemento primo su cui si fonda l’equilibrio naturale, mentre Gaston Bachelard, nel suo Psycanalyse du feu, ricorda che il fuoco è un elemento vitale, intimo, universale. Ad esso sono legati alcuni miti che rimandano alle origini della civiltà, come quello di Prometeo che lo rubò agli dei per donarlo agli uomini. Tuttavia il fuoco ha anche una valenza negativa: è ciò che cambia, ciò che è imprevedibile e va tenuto sempre sotto controllo. Il fuoco, insomma, con la sua duplice natura, è l’elemento che meglio rispecchia la complicata e multiforme personalità di Pavese e Mishima. NOTE 1. Y . Mishima, Il Padiglione d’oro, Feltrinelli 2002, pag. 7. 2. Ibidem 3. Ivi, pagg. 8 e 9. 4. I. Calvino, Perché leggere i classici, A. Mondadori Editore, 1995, pag. 288. 5. C. Pavese, La spiaggia, Einaudi 2001, pag. 58. 6. G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Einaudi scuola 1991, pagg. 400-401 9

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I severi giudizi dello scrittore romano sulla personalità pavesiana Pavese visto da Moravia Franco Lorizio Negli scritti che Pavese ci ha lasciato vi sono pochi ma significativi riferimenti a Moravia. Fin dal 1935, cioè dai tempi del confino di Brancaleone, il piemontese, in una lettera a Mario Sturani del 9 dicembre, attestava: “Ricevo due romanzi gialli, due Medusa, e Moravia”1. Pochi giorni dopo (15 dicembre), ancora in una missiva all’amico Mario, ritornava più estesamente sull’argomento: riferendosi al romanzo moraviano inviatogli in precedenza - probabilmente Le ambizioni sbagliate2 -, affermava: “È un libro scritto con i piedi, sbagliato nella psicologia, ambientato antipaticissimamente, ma spiritoso, tragico, avvincente, fenomenale: un romanzo d’appendice di gran razza. È meglio del cinema.”3 Un giudizio, tutto sommato, lusinghiero, tenendo presente che le prime reboanti asserzioni negative hanno un valore meramente iperbolico e servono ad accentuare ancor più l’encomiastica conclusione del discorso. Il 21 ottobre 1947 Pavese indirizzava a Moravia una cordiale lettera di carattere professionale che denota convinta ammirazione per il “collega”: “Caro Moravia, Einaudi segue da tempo la tua attività pubblicistica e polemica (dal 43!) e stavolta si è messo in mente di riunire i tuoi articoli e studi e pamphlets sparsi [...] Noi saremmo entusiasti e ti accoglieremmo nei ‘Saggi’ con tutti gli onori.”4 L’invito a collaborare con l’editore torinese è ribadito nella lettera del 29 gennaio 1949, con la richiesta di acconsentire almeno alla pubblicazione di uno studio su Machiavelli. Nel Mestiere di vivere Pavese accenna a Moravia in un’annotazione del 5 marzo 1948: “La scuola romana – quell’incontro di giornalisti, avventurieri, scrittori, pittori ecc. ha inventato un’arte riflessa, di tipo alessandrino, il gusto di rifare uno stile, una tecnica, un mondo che ‘fanno data’ e risaltano l’intelligenza e il non impegno. Longanesi e ‘Omnibus’, Cecchi e Praz, Cardarelli e Bacchelli, Moravia e Morante’ ”5 Per quanto riguarda Moravia, vi sono tre interventi che prendono in considerazione, in maniera ampia e articolata, la vita e l’arte dello scrittore piemontese: Pavese decadente (1954); Fu solo un decadente (1970); alcuni passaggi dell’Intervista sullo scrittore scomodo (1978). Pavese decadente è un articolo del Corriere della sera del 22 dicembre 1954, incluso poi nella raccolta L’uomo come fine e altri saggi (1963).6 Fin dal titolo è dichiarata la chiave interpretativa assunta da Moravia: il decadentismo come definizione classificatoria di Pavese. L’aggettivo “decadente” designa i “valori negativi” tout court ed è usato di volta in volta come sinonimo di narcisismo, niccianesimo, dannunzianesimo, solipsismo, pusillanimità, megalomania, etc. L’articolo si basa principalmente sull’analisi del Mestiere di vivere. L’incipit è il seguente: “Ho letto in questi giorni per la prima volta Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. È un libro penoso; e questa pena, a ben guardare, viene soprattutto dalla combinazione singolare di un dolore costante, profondo e acerbo con i caratteri meschini, solitari e quasi deliranti di un letterato di mestiere.”7 Moravia – portato per temperamento all’invettiva - prorompe in uno sbalorditivo climax che lascia interdetto il lettore: egli imputa al malcapitato Pavese “una vanità infantile, smisurata, megalomane”; “una invidia anch’essa infantile”; “una mancanza stizzosa di generosità e carità verso amici e sodali”; “un estetismo inguaribile, fino in punto di morte”. È difficile comprendere la causa di tanta acredine: a supporto delle proprie asserzioni Moravia reca niente più che frammenti di frasi fuori contesto estrapolate dal diario. Nessun accenno alle opere poetiche o narrative. Alcuni tratti distintivi della produzione pavesiana sono distorti da una lettura epidermica e pressoché caricaturale, così da rendere lo scrittore una sorta di velleitario, inetto sul piano umano e letterario. Da questo punto di vista è significativa l’analisi del linguag- 10

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I severi giudizi dello scrittore romano sulla personalità pavesiana gio: Moravia attribuisce a Pavese il demerito di “colare la propria esperienza e la propria psicologia di uomo colto [...] nel linguaggio popolare”8. In realtà chiunque abbia letto Pavese con un po’ di attenzione ha constatato che egli rifugge dall’uso mimetico del gergo; né vuole creare attraverso di esso bozzetti folcloristici; gli è altrettanto estraneo l’impiego naturalistico del codice popolare. Ché in Pavese i vocaboli o i costrutti sintattici mutuati dal piemontese non hanno lo scopo di riprodurre macchinalmente le voci delle classi subalterne (proletari o contadini) ma quello dichiarato di creare un proprio, personalissimo slang (idioletto) sul modello degli “americani”. A Pavese interessa la cadenza ritmica e la valenza connotativa del lessico: se usa “bricchi”, “censa”, “buse” o “lea” (anziché colline, tabaccaio, escrementi, viale) è perché tali termini regionali hanno una modulazione fonetica che le corrispondenti voci italiane non possiedono. È un aspetto che un critico acuto e avveduto (benché non certo “tenero” nei confronti del nostro) come Asor Rosa ha colto appieno: “La grande scoperta narrativa di Pavese è il ritmo: è il mettere i vari argomenti, personaggi, temi, dentro un ritmo. [...] Dunque, è il ritmo il tema di Pavese poeta, e anche di Pavese narratore.”9 C’è da aggiungere che l’uso (occasionale) del dialetto non era frutto di forzature ideologiche o concettuali, essendo il vernacolo delle Langhe la lingua che egli stesso parlava nei frequenti soggiorni a Santo Stefano Belbo. Proseguendo nella disamina Moravia sostiene: “Le idee di Pavese sono più importanti dei suoi libri”.10 L’affermazione, reiterata, è la chiave di volta del ragionamento. In verità dette “idee” non sono mai chiaramente definite; Moravia si limita a classificarle come “le idee del decadentismo europeo, da Nietzsche in su [...] Sono le idee non soltanto di Nietzsche ma di D’Annunzio, di Lawrence e di tanti altri, rinsanguate con la lettura dei libri di etnologia e con l’interpretazione tendenziosa della letteratura classica americana.”11 Non può sfuggire la cifra approssimativa che caratterizza l’argomentazione moraviana, culminante in quel “tanti altri”, che demarca l’approccio superficiale alla questione. Quanto poi ai combinati accenni all’etnologia e alla letteratura americana (la cui interpretazione pavesiana sarebbe – chissà perché – “tendenziosa”), essi sembrano intorbidire ancor di più l’acquitrino interpretativo che invischia Moravia. E dire che il santostefanese – quasi presentendo tali raziocini – proclamò il proprio statuto di scrittore: “Non sono uomo da biografia. L’unica cosa che lascerò sono pochi libri, nei quali c’è dentro tutto o quasi tutto di me. Certamente il meglio.”12 Moravia conclude: “[Pavese] era in realtà un decadente di provincia”.13 Ciò che colpisce non è tanto l’ingenerosità quanto la falsità dell’affermazione; tacciare di provincialismo colui che per primo introdusse nell’Italia degli anni Trenta la letteratura angloamericana e che, attraverso uno spossante lavoro critico ed editoriale, rivitalizzò l’asfittica cultura nazionale con il respiro europeo; colui che schiuse continenti inesplorati - la psicoanalisi, l’etnologia, la storia delle religioni – agli uomini di cultura (la maggioranza dei quali rispose con becero e ostentato senso di superiorità): definire “provinciale” un intellettua- le di tale levatura è quantomeno sintomo di miopia. La studiosa iberica María de las Nieves Muñiz Muñiz ha fissato i termini critici della questione: “Va sottolineato con forza che Pavese fu capace di assorbire con insolita tempestività non solo la letteratura contemporanea americana, ma due delle correnti di pensiero più attive nell’Europa degli anni Trenta e Quaranta: l’esistenzialismo e l’antropologia. [...] Fino a che punto tali correnti ebbero in lui sviluppi di tipo irrazionalistico è un problema che non va sottovalutato, ma che, lungi dall’isolare la figura intellettuale di Pavese convertendolo – come qualcuno vuole – in un provinciale anacronistico e decadente, ne fa un caso quanto mai rappresentativo dei problemi e delle contraddizioni vissute dalla cultura europea.”14 Moravia tornò a parlare pubblicamente di Pavese sulle pagine dell’ Espresso, nel luglio del 1970.15 L’articolo, intitolato Fu solo un decadente, ripropone immutati, a distanza di oltre tre lustri, gli argomenti del precedente intervento. Moravia, ancora una volta, non prende in considerazione i testi pavesiani (unica fonte, il diario), ma si sofferma con impietosa ostinazione sulle presunte ragioni letterarie del suicidio: “Pavese aveva della propria opera e di se stesso un’opinione altissima, come si può vedere nel diario. Ma, strano a dirsi, è proprio questa idea esagerata di se stesso che in parte ne ha provocato la morte. Dopo aver avuto il premio Strega ed aver scritto La luna e i falò Pavese ha deciso ad un tratto che aveva ottenuto, in senso sociale e creativo, il massimo successo possibile e che di conseguenza non aveva più alcun motivo di vivere.”16 Proseguendo in tale deriva banalizzante, l’articolista considera il gesto estremo un coup de théâtre: “Pavese non è riuscito a creare il mito nella pagina; e il suo suicidio va interpretato come un tentativo di crearlo nella vita. In questo modo si spiega non soltanto il suicidio ma anche la accurata fabbricazione e preparazione psicologica e culturale dell’atto disperato. E infatti l’operazione tristissima e orgogliosissima è riuscita. Il mito di Pavese, il mito dello scrittore che si è ucciso per motivi esistenziali sopravvivrà alla sua opera. Ma i motivi erano soltanto apparentemente esistenziali. In realtà erano letterari.”17 Finalmente Moravia, dopo avere assunto come criterio assiologico la categoria del decadentismo, prova a fornire una formula definitoria: “Cos’è uno scrittore decadente? È un letterato colto e raffinato ma egotista, sfornito di senso comune e senza rapporti con l’inconscio collettivo. Questo letterato ammira i grandi poeti creatori di miti e si domanda, con ingenuità: ‘Perché loro sì e io no? Oltre tutto io sono in una posizione di vantaggio. Io so cos’è il mito, loro non lo sapevano’. Già, ma sapere, in questo caso, vuol dire non potere. Tuttavia il decadente ha pur sempre una maniera di creare il mito: fuori della pagina, nella vita. Il caso di D’Annunzio è esemplare.” Ecco rivelato, secondo Moravia, l’arcano: lo scrittore, incapace di generare arte (“mito”) attraverso la creazione, soggiace ai dettami decadenti e trasforma la vita (meglio: la morte) in opera d’arte: operazione metamorfica che culmina nel suicidio, vero e unico capolavoro artistico di Pavese. Moravia, a coronamento dell’indagine, attua un’analisi 11

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I severi giudizi dello scrittore romano sulla personalità pavesiana comparativa fra il suicidio di Hemingway e quello di Pavese: “Il suicidio di Hemingway desta un’immensa pietà; ma non si concreta in un mito perché l’opera di Hemingway è tanto più importante della sua vita e della sua morte. Non si parla oggi di Hemingway come di uno scrittore che si è ucciso; ma come di uno scrittore che ha scritto certi libri e poi, purtroppo, si è ucciso. Il mito di Pavese è invece quello dello scrittore che si uccide. Questo mito, in certo modo, nasconde l’opera di Pavese, confondendo le idee della critica e dei lettori. Per coloro che non hanno bisogno di opere ma di miti, Pavese è un autore ideale. Così alla fine bisogna pur dire che il capolavoro di Pavese è la sua morte, cioè un evento che pur verificandosi fuori della letteratura, ‘continua’ la letteratura.”18 Non starò a rimarcare l’arbitrarietà delle affermazioni sinora riportate, tanto ne è evidente l’inconsistenza logica. Certo è che il confronto fra i due suicidi, da cui scaturisce persino una implicita gerarchia di valore, è insostenibile e ripugna a ogni persona di onesti sentimenti: ha il sapore della profanazione. Nel 1978 fu pubblicata l’Intervista sullo scrittore scomodo19, un lungo colloquio di Nello Ajello con Moravia. Il discorso ritorna sulla figura di Pavese: Ajello rammenta il duro giudizio di una decina di anni prima. Moravia manifesta sulle prime un laconico apprezzamento per La casa in collina: “È un bel libro, con un suo ritmo narrativo. Tratta lo stesso problema dello Straniero di Camus e degli Indifferenti: il rapporto di un intellettuale con la vita. Nel racconto di Pavese si tratta di un partigiano di fronte alla guerra.”20 Certo, da un intellettuale “di punta” come Moravia era lecito aspettarsi un’inquadratura meno trasandata del tessuto narrativo (desta stupore la schematizzazione della vicenda: “un partigiano di fronte alla guerra”; a quale personaggio intendeva riferirsi Moravia? A Corrado non di certo). Anche l’accostamento della Casa in collina allo Straniero e agli Indifferenti non risulta pertinente. “Degli altri suoi libri non mi sembra di poter dire altrettanto bene” – prosegue Moravia – “Paesi tuoi è una specie di pastiche di romanzi americani. Il diario – Il mestiere di vivere – è interessante ma anche pieno di cose insopportabili, e ne emerge un’immaturità etica e psicologica da sbalordire.”21 Ancora giudizi perentori, non supportati da argomentazioni di sorta né da riscontri testuali. Il resto della disamina è una riproposizione, talvolta letterale, dei precedenti due articoli. Possibile che in tanto tempo lo scrittore romano non solo non abbia sentito il bisogno di sottoporre a verifica la propria tesi (anche alla luce delle risultanze interpretative della critica meno prevenuta) ma addirittura abbia reiterato – identiche – le frasi che costituirono l’architettura delle proprie considerazioni? Ripete – con il piglio del coroner – l’investigazione sul suicidio. E allorché Ajello gli fa notare “Quando lei, tempo fa, rese note queste ed altre sue opinioni su Pavese, venne accusato di mancare di pietas”, Moravia risponde: “In effetti, mi interessa più capire Pavese che commiserarlo. Mi sembra più giusto verso la sua memoria”. Come se fosse possibile cogliere la pregnanza di un gesto disperato e, per definizione, incomprensibile come il suicidio esibendo un raggelante raziocinio. Non si tratta di commiserare Pavese, banalizzandone la memoria. Pietas è la “disposizione a sentirsi solidali con chi soffre”22 (ουμπáεια). Moravia, chiuso nell’immobilità interiore, ha manifestato tutti i limiti di una posizione intellettuale che riposa esclusivamente sulla ragione illuministica. Per dirla con Pasolini: non bisogna temere di avere un cuore.23 La sacralità del poeta, da Moravia urlata con travolgente veemenza nell’indimenticabile orazione funebre per l’amico Pier Paolo (“Il poeta dovrebbe esser sacro”), non può non riguardare Pavese che poeta fu in sommo grado e trasfuse il lirismo nella prosa. Nell’intervista è ribadita la definizione di Pavese come “provinciale”: “Io mi muovevo su uno sfondo meno provinciale, avevo un armamento meno ‘italiano’ del suo. Lui aveva letto gli americani e guardava alle Langhe come a una piccola America. Io sono praticamente bilingue, ho imparato il francese insieme all’italiano. Il mio maestro è stato Dostojevskij ... ”24 La citazione è esemplare della stringente retorica moraviana: formulazione assiomatica di una premessa; capitis deminutio dell’antagonista; conclusione apodittica. Alcune approssimazioni inficiano il procedimento assertivo di Moravia: Pavese non solo “aveva letto gli americani” (ciò che basterebbe a far decadere la presunzione di provincialismo) ma – primo e unico – aveva divulgato in Italia la letteratura d’oltreoceano (“Lei non sa che ho introdotto io la Letteratura Americana in Italia” ebbe a dire alla ventenne Fernanda Pivano); aveva inoltre tradotto una gran quantità di testi angloamericani. Pavese parlava correntemente la lingua inglese, la utilizzava con gran disinvoltura nella corrispondenza, giunse a comporre poesie in inglese. Dunque? Forse che il bilinguismo pavesiano è da meno di quello esibito da Moravia? Pavese, poi, non “guardava alle Langhe come a una piccola America”, sarebbe stato ingenuo da parte sua e il santostefanese, sul piano culturale, era tutt’altro che sprovveduto. Egli considerava le Langhe, mitologicamente, come il suolo dell’infanzia e del ritorno; la “terra promessa” era l’America, nella sua fisicità (la California: Fresno, Oakland, San Bernardino, San Diego, San Francisco, la valle di San Joaquin; l’Arizona: Yuma; il Messico; tutti luoghi inclusi nella Luna e i falò). Inoltre nelle opere di Pavese non compaiono esclusivamente le Langhe: c’è Torino, borghese e proletaria; c’è Roma, frequentata a lungo e oltremisura amata; c’è la Riviera di Ponente (La spiaggia) e l’onnipresente Genova, con il suo porto; e la Calabria del Carcere. Quanto a Dostoevskij non si può certo affermare che fosse ignorato da Pavese: lo scrittore russo, i suoi personaggi, le sue opere, sono citati con sovrabbondanza nel Mestiere di vivere25 (che Moravia aveva pur letto). Pavese considerava Dostoevskij un maestro e ne raccomandava la frequentazione ai propri allievi, come testimonia una lettera di Elvira Pajetta (madre dell’alunno Gaspare, partigiano caduto diciottenne): “[Gaspare] era fiero del suo maestro [Pavese] che gli ha insegnato ad ammirare Dostojevski”.26 Moravia - pur eccellendo nella narrativa, nel giornalismo, nell’indagine politica e sociale - ha sovente espresso giudizi sferzanti sugli scrittori italiani contemporanei, manifestando per alcuni di essi non solo una forte disistima ma anche un inconfessato livore: la demolizione artistica e umana di Pavese, da questo punto di vista, è del tutto emblematica. 12

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I severi giudizi dello scrittore romano sulla personalità pavesiana Si addice a Moravia quanto affermato da María de las Nieves Muñiz Muñiz: “La ferocia iconoclasta che si avverte in molti di questi giudizi fa pensare a meccanismi di rimozione piuttosto che a una revisione consapevolmente maturata di quanto Pavese rappresentò e riuscì a produrre.”27 Concludo dunque con Davide Lajolo: “Pavese sì – Moravia no”28. NOTE 1. Cesare Pavese, Lettere, a cura di Lorenzo Mondo, vol. 1, 1924-1944, Torino, Einaudi, 1966, p. 473. 2. Ivi, pag. 478, nota2 3. Ibidem 4. Cesare Pavese, Lettere, a cura di Italo Calvino, vol. 2, 1945-1950, Torino, Einaudi, 1966, p. 182. 5. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 1952, p. 316. 6. Alberto Moravia, L’uomo come fine e altri saggi, Milano, Bompiani 1963, pp. 187-191 (consultata la seconda edizione - Milano, Bompiani, 1964 – cui si riferiscono le citazioni). 7. Ivi, p.187. 8. Ivi, p.188. 9. Alberto Asor Rosa, Ritratto di Cesare Pavese, in la Repubblica, 14 luglio 2000, poi in Cesare Pavese, Paesi tuoi, Torino, Einaudi 2001, p. VII. 10. Alberto Moravia, L’uomo come fine e altri saggi, cit., p. 189. 11. Ibidem. 12. In Davide Lajolo, Il “vizio assurdo”, Milano, Mondadori 1972, p. 10. 13. Alberto Moravia, L’uomo come fine e altri saggi, cit., p. 191. 14. María de las Nieves Muñiz Muñiz, Introduzione a Pavese, Roma-Bari, Laterza, 1992, p. 11. 15. Alberto Moravia, Fu solo un decadente, in l’Espresso, 12 luglio 1970, p. 14. 16. Ibidem. 17. Ibidem. 18. Ibidem. 19. Alberto Moravia, Intervista sullo scrittore scomodo, a cura di Nello Ajello,RomaBari, Laterza, 1978 (consultata la seconda edizione – Roma-Bari, Laterza, 2008 – cui si riferiscono le citazioni) 20. Ivi, pp. 125-126. 21. Ivi, p. 16. 22. Vocabolario Treccani online http://www.treccani.it/vocabolario/pieta/ 23. Pier Paolo Pasolini, Non aver paura di avere un cuore, in Corriere della sera, 1 marzo 1975. 24. Alberto Moravia, Intervista sullo scrittore scomodo, cit., p. 25. 25. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, cit., p. 82, 102, 123, 166, 174, 177, 179, 218, 227, 316, 325. 26. Lettera di Elvira Pajetta a Davide Lajolo del 10 febbraio 1960, in Cesare Pavese, Lettere, vol. 2, cit., p. 71, nota 1. 27. María de las Nieves Muñiz Muñiz, Introduzione a Pavese, cit., p. 187. 28. Davide Lajolo, Pavese sì – Moravia no. Vent’anni fa la morte dello scrittore delle Langhe, in Vie Nuove, 19 luglio 1970, pp. 26-27. AGRITURISMO “IL CRUTIN” di Barbero Marinella Il nome dell’agriturismo deriva dal “crutin” (grotta) che raccoglie acqua di sorgente potabile che i nostri avi usavano quotidianamente. Questa grotta è parte integrante dell’edificio. La zona permette di fare lunghe escursioni a piedi o in bici. L’azienda dispone di 6 camere con bagno privato, riscaldamento autonomo e tv, tutte con vista sulle vigne o sulle colline Loc. Vogliere 3 - 12058 Santo Stefano Belbo (CN) Tel. e Fax 0141 840559 - Cell. 349-4749463 13

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