N° 8 - Filmese Maggio 2019

 

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N° 8 - Filmese Maggio 2019

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72 2018·2019 8 MAGGIO 2019 1 IL PUNTO 2 VITA ASSOCIATIVA 3 PROGRAMMA DI MAGGIO 4 FILM 8 RASSEGNA STAMPA 9 FESTIVAL CINEMA AFRICANO 11 FOCUS - BROGI E VARDA 12 CINESOFIA 13 CELLULOSA&CELLULOIDE 14 INDICI 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. si ringrazia • Il punto E A CAPO Care Socie e cari Soci, con l’arrivo di maggio è tempo di tirare le somme e fare alcune riflessioni, prima di met­ tere il punto a questo nostro 72° Anno Sociale: “punto e a capo”, ovviamente, nell’attesa di ritrovarci a ottobre 2019 per continuare a scrivere insieme la storia del nostro Circolo. Innanzitutto le buone notizie: il numero degli iscritti ha segnato questa stagione un bel 5% in più, soprattutto grazie al passaparola positivo che molti di voi hanno effettuato con passione. Grazie anche a ciò stiamo portando a termine una bella edizione, sia in termini di qualità delle opere presentate, sia come presenza di ospiti di rilievo nelle no­ stre serate speciali, raccogliendo l’apprezzamento dei nostri Soci. Inoltre, sono cresciute ulteriormente le collaborazioni con altre realtà culturali, festival e rassegne cinemato­ grafiche, locali e nazionali; così come sono aumentate anche le nostre iniziative extra, in particolare le serate Musical al Ristori e gli incontri alla Società Letteraria. Su tutto questo saremo felici di leggere i vostri commenti e pareri nel consueto questio­ nario che distribuiremo prima delle ultime due giornate di proiezione (ma che potrete compilare anche digitalmente), in modo da poter valutare il nostro operato e proseguire nell’attività, consapevoli delle preferenze dei Soci. Infatti, se è indispensabile l’apporto dei volontari per proseguire e incrementare le nostre iniziative, è fondamentale anche la semplice adesione alla nostra Associazione: sono preziosi tutti i Soci, compresi coloro i quali, pur non frequentando tutte le proiezioni, rinnovano comunque l’iscrizione, consapevoli di contribuire in modo significativo alla prosecuzione dell’esistenza del Circolo e alla crescita culturale della nostra città. Ci sono poi due notizie che, se non sono propriamente cattive, ci tengono comunque in tensione per il futuro… Siamo ancora in cerca della nuova Sede sociale, poiché la proprietà dell’attuale ha deciso di porre in vendita l’immobile: saremo pertanto ben felici di ricevere proposte o notizie da chi ci legge! Il trasloco, in ogni caso, sarà una spesa importante da affrontare e, anche per questo motivo, vi chiedo di diffondere il più possibile il nostro Codice Fiscale per la destinazione del 5x1000: una donazione che non costa nulla a chi la fa, ma che può dare sostegno concreto al Circolo. Colgo l’occasione per confermarvi che saremo presenti anche all’edizione 2019 della Mostra del Cinema di Venezia, nell’importante rassegna della Settimana Internazionale della Critica: una giuria di nostri Soci under 35 assegnerà il Premio Circolo del Cinema all’opera più originale fra quelle in concorso. Infine, nel salutarvi con un arrivederci al prossimo anno sociale, vi ricordo che le proie­ zioni riprenderanno al Cinema Kappadue dal primo giovedì di ottobre (il Circolo af­ fitterà la sala anche il prossimo anno), con il nostro rinnovato impegno nel proporvi opere originali, emozionanti, spesso premiate nei Festival e sempre con una traccia per riflettere e conoscere altri punti di vista. Senza dimenticare l’importanza di valorizzare, dove possibile, il sonoro originale e con grande cura nel cercare di rappresentare territori culturali anche lontani dal nostro quotidiano. Non è sempre facile incontrare i gusti di tutti, ma siamo soddisfatti quando riusciamo a variare le caratteristiche delle nostre proiezioni, con attenzione alla sensibilità, all’in­ ternazionalità e allo spessore culturale; cercando di proporre film che lascino il segno e si facciano ricordare anche “solo” per le emozioni che hanno saputo suscitare in noi. Questi sono i nostri valori, per i quali lavoriamo con impegno ogni giorno: il buon Cinema è cultura, crescita, curiosità ed emozione… come dovrebbe essere la vita stessa. Un sentito grazie a tutti per la partecipazione e il sostegno! Roberto Bechis Presidente del Circolo del Cinema

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vita associativa INCONTRIAMOCI A VERONA C on la data affatto casuale del 1° maggio, debutta a Verona un nuovo Festival che si annuncia appuntamento imperdibile per la singolarità della sua proposta: IN.CON.TRA – Festival delle Relazioni, dal 1 al 5 maggio, raccoglierà le più varie proposte di oltre 70 associazioni del territorio, per sottolineare il grandissimo numero di attività che possono occupare il tempo libero dei cittadini, con una particolare attenzione rivolta ai più giovani. IN.CON.TRA sarà un grande Festival, con centinaia di eventi in luoghi privati e pubblici, dove verranno coinvolte, per cinque giorni, decine di migliaia di persone, compresi gli studenti di tutte le scuole di Verona e gli appassionati di arte, cultura, musica e di tutto quello che la fervida proposta culturale di Verona può offrire. Progetto Giovani, l’Associazione promotrice, ha creato così una rete finalizzata a realizzare sinergie tra le eccellenze cittadine chiamate a organizzare autonomamente eventi che verranno convogliati in un unico grande cartellone di appuntamenti. Appuntamenti che sono pensati come occasioni per esplorare nuovi ambiti d’interesse, comprendere le attitudini personali, individuare nuove attività in cui impegnarsi anche durante l’anno. Il Circolo del Cinema è stato invitato a partecipare al Festival proponendo una doppia proiezione al Palazzo della Gran Guardia venerdì 3 maggio: Frances Ha (USA, 2012 – 86’) alle ore 18 e Father and Son (Giappone, 2013 – 120’) alle ore 21. Al suo settimo film, Noah Baumbach esce definitivamente dal circuito indie per raggiungere un successo mondiale che lo consacra fra i registi americani più influenti degli anni 2000. Interpretato e co-sceneggiato da Greta Gerwig – che cinque anni più tardi punterà dritta agli Oscar con Lady Bird, il suo primo film da regista – Frances Ha è una commedia dolceamara che strizza l’occhio all’Allen migliore, divenuta un piccolo cult per l’incanto con cui sa parlare delle sfide quotidiane che attendono tutti noi al passaggio all’età adulta: responsabilità, amicizie, amori, la ricerca di una propria identità e realizzazione. Consacrato al grande pubblico dalla vittoria della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes con Un affare di famiglia, Kore’eda Hirokazu si sta affermando anche in occidente come autore di culto, per la capacità di raccontare storie tra il quotidiano e il fiabesco, con un’attenzione speciale all’universo dei sentimenti e della psiche dei suoi personaggi. Father and Son, partendo da uno scambio di neonati in culla scoperto con sei anni di ritardo, riflette con intelligenza, ironia e dolcezza sulle relazioni di sangue e i confini incerti dell’idea di famiglia. Annalisa Bernabè, psicologa e psicoterapeuta, e Michele Bellantuono, studioso di cinema e collaboratore del Circolo del Cinema, accompagneranno le proiezioni con una lettura dei film sotto il profilo psicologico e cinematografico. L’ingresso è gratuito fino a esaurimento posti. www.festivalincontra.it QUESTIONARIO Anche quest'anno siamo invitati a compilare il questionario relativo all'organizzazione e alle attività del 72. Anno Sociale, con l'obiettivo di migliorare la programmazione del nuovo anno. Il questionario è anonimo e sarà consegnato ai Soci in occasione delle proiezioni. Andrà compilato e riconsegnato all'uscita. È possibile compilare il questionario anche digitalmente su www.circolodelcinema.it/questionario ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEI SOCI Nei prossimi mesi si terrà l’Assemblea Generale Ordinaria dei Soci che aprirà l’Anno Sociale 2019-2020, come previsto dallo statuto dell’Associazione. La lettera di convocazione con l’indicazione del luogo, data e orario sarà inviata a tutti i Soci Ordinari. 2

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programma di maggio 2019 GIOVEDÌ 2 MAGGIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 ORO VERDE - C’ERA UNA VOLTA IN COLOMBIA regia di Ciro Guerra e Cristina Gallego Messico, Colombia, Danimarca, 2018 – durata 125’ Versione doppiata GIOVEDÌ 9 MAGGIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 DOVE NON HO MAI ABITATO regia di Paolo Franchi Italia, 2017 – durata 97’ ORE 21.30 INCONTRO IN SALA CON IL REGISTA GIOVEDÌ 16 MAGGIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 DILILI A PARIGI regia di Michel Ocelot Francia, Belgio, 2018 – durata 95’ Versione originale sottotitolata in italiano attenzione: cambio orario GIOVEDÌ 23 MAGGIO – ORE 16.30 – 21.00 NOVECENTO regia di Bernardo Bertolucci Italia, Francia, Germania Ovest, 1976 – durata 316’ (Atto I - 162’, Atto II - 154’) EVENTO SPECIALE sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 3

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film 27 GIOVEDÌ 2 MAGGIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 ORO VERDE – C’ERA UNA VOLTA IN COLOMBIA regia di Ciro Guerra e Cristina Gallego Messico, Colombia, Danimarca, 2018 – durata 125’ Versione doppiata FESTIVAL E PREMI Miglior film al London Film Festival 2018; Migliore scenografia al Cairo International Film Festival 2018; Silver Plaque per la Migliore fotografia al Chicago International Film Festival. Alla nascita ogni indigeno Wayùu acquisisce tre nomi: il nome proprio, il cognome spagnolo e il nome che indica la casta o il clan. Al centro del quarto lungometraggio diretto da Ciro Guerra c’è uno sguardo tagliente, una lama etnografica che incide la superficie del deserto colombiano, per mostrarci una ferita aperta, tutte le antiche tradizioni rituali Wayùu. Ma come l’identità degli indigeni, anche il film si divide in tre sentieri che scorrono l’uno accanto all’altro, incrociandosi. Lo sguardo antropologico non è l’unico nucleo dunque, non ancora, non più. Lo è stato nel precedente El abrazo de la serpiente (2015), il lungometraggio che ha ribadito la lucidità del suo talento in tutto il mondo. Con Oro verde il discorso di Guerra si fa ancora più articolato: «Non è un film sui Wayùu, ma un film con i Wayùu». Conosciamo una storia, un’antica tradizione rituale, che ci porta a scoprire le origini storiche del narcotraffico colombiano, del sorgere dei cartelli. Antropologia e storia contemporanea, ma anche passione per la narrazione, per la fiction e la sperimentazione dei generi. Cristina Gallego e Ciro Guerra trasformano l’afflato documentarista in un tesissimo gangster movie, che percorre la storia di una famiglia. Di una matriarca e dei legami indissolubili 4 che tracciano una linea di sangue, un cordone ombelicale per la nascita del narcotraffico colombiano, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Prima di Pablo Escobar, del traffico con gli Stati Uniti. Prima della nascita del cartello di Medellín. I registi vogliono parlarci di un paese facendo collidere il substrato tradizionale con l’emersione di un capitalismo sempre più feroce e globalizzato, partendo dagli sterminati paesaggi del deserto di La Guajira, nel nordovest del paese. «La famiglia, la nonna, il nipote dello zio, il nipote del nonno, sono rappresentati nelle dita della mano. Se c’è famiglia c’è rispetto. Se c’è il rispetto c’è l’onore, se c’è l’onore c’è la parola. Se c’è la parola, c’è la pace». Úrsula, la matriarca della famiglia protagonista, sembra stringere nelle sue mani non il destino di una famiglia, ma di un paese intero. Francesco Lughezzani t.o. Pájaros de verano – regia: Cristina Gallego, Ciro Guerra – sceneggiatura: Maria Camila Arias, Jacques Toulemonde Vidal – fotografia: David Gallego – montaggio: Miguel Schverdfinger – musiche: Leonardo Heiblum – interpreti: Carmiña Martínez (Úrsula), José Acosta (Rapajet), Jhon Narváez (Moisés), Natalia Reyes (Zaida), José Vicente (Peregrino) – produzione: Blond Indian Films, Bord Cadre Films Ciudad, Lunar Producciones – Messico, Colombia, Danimarca, 2018 – 2h 05’ – versione doppiata CIRO GUERRA Ciro Guerra è uno dei più importanti e giovani esponenti del cinema colombiano. Nasce a Río de Oro nel 1981 e la sua precoce passione per la settima arte lo porta a studiare cinema e televisione all’Universidad Nacional de Colombia. Dopo aver diretto i cortometraggi Silencio (1998) Alma (2000), il film Documental siniestro: Jairo Pinilla, cineasta colombiano (1999), sul regista di horror e sci-fi Jairo Pinilla, e il cor­ to animato Intento (2001), con il quale ha ottenuto numerosi premi nei festival di tutto il mondo, ha scritto e diretto La sombra del caminante, il suo debutto nel lungometraggio, che è stato selezionato in oltre sessanta festival cinematografici in tutto il mondo – tra cui Cannes, Tribeca, Seoul, Bangkok, Seattle, Rio de Janeiro e Guadalajara – vincitore di numero­ si riconoscimenti internazionali. Il suo terzo lungometraggio L’abrazo de la serpiente (2015) ha partecipato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes dove ha vinto come Miglior film e in seguito è stato nominato agli Oscar come Miglior film straniero, prima volta per un film colombiano. Oro verde C’era una volta in Colombia è il suo quarto lungometraggio. Tra i suoi prossimi progetti, oltre a essere diventato direttore della Semaine de la Critique a Cannes 2019, c’è la direzione dell’adattamento cinematografico del capolavoro dello scrit­ tore premio Nobel J.M. Coetzee Aspettando i barbari. CRISTINA GALLEGO Cristina Gallego è una produttrice colombiana, fidata colla­ boratrice del regista Ciro Guerra, con cui ha lavorato per L’abrazo de la serpiente (2015) e Oro verde - C’era una volta in Colombia, suo esordio dietro la macchina da presa.

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film 28 GIOVEDÌ 9 MAGGIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 DOVE NON HO MAI ABITATO regia di Paolo Franchi Italia, 2017 – durata 97’ ORE 21.30 INCONTRO IN SALA CON IL REGISTA FESTIVAL E PREMI Premio Giuseppe Rotunno per il miglior autore della fotografia al BIFEST Bari Film Festival 2018; Migliore musica ai Globi d’Oro 2018. Alla base di ogni riflessione attorno al cinema di Paolo Franchi potrebbe collocarsi una domanda: di che male segreto sono vittima i personaggi? Dall’esordio La spettatrice fino a quest’ultimo lavoro sembra che la filmografia del regista bergamasco sia attraversata da un interesse verso quella che potremmo identificare, usando un’espressione antonioniana, come malattia dei sentimenti. Incomunicabilità, depressione, difficoltà nel relazionarsi: i protagonisti di Franchi sono vittime di emozioni represse, che trovano nel contesto della società borghese illustrata dal regista un muro di inibizioni, sia mentali che fisiche (portate all’estremo nel controverso E la chiamano estate). L’ultima opera di Franchi va a inserirsi dunque in un discorso aperto sull’emotività compromessa di una classe borghese che comunica il disagio attraverso sguardi mesti e dialoghi affettati: è in questo gioco di silenzi incrociati che si consuma il “grido” interiore dei personaggi (per rievocare ancora Antonioni che Franchi stima e più o meno coscientemente imita). Melodramma freddo e letterario, Dove non ho mai abitato già nel proprio titolo contiene una sorta di dichiarazione d’intenti dell’autore, ma l’ambiguità lascia spazio a interpretazioni. La casa in cui la protagonista Francesca (interpretata dalla brava Emmanuelle Devos) non ha mai abitato è forse quella del padre Manfredi, il celebre luminare dell’architettura che ha il volto di Giulio Brogi (qui alla sua ultima interpretazione). Francesca dopo gli studi universitari di architettura si trasferisce definitivamente a Parigi per legarsi in matrimonio a un finanziere francese, più anziano di lei; la scelta di essere mantenuta è secondaria alla volontà di non voler seguire le orme di un padre prevaricatore, all’ombra del quale Francesca non intende vivere. In questo senso il luogo in cui la donna non ha mai abitato è il proprio focolare familiare. Ma un’altra interpretazione è suggerita dalla figura dell’architetto Massimo (Fabrizio Gifuni), rampollo di Manfredi che vede il proprio destino incrociarsi con quello di Francesca per volere dell’anziano architetto. Manfredi approfitta dell’arrivo della figlia, tornata brevemente a Torino per visitarlo dopo lungo tempo, per coinvolgerla nel progetto di una casa fuori città al quale sta lavorando Massimo. Ecco allora un’altra casa, un altro luogo in cui abiteranno altri ma che in fondo rappresenta simbolicamente la costruzione di un qualcosa che va al di là della materia, qualcosa che nel film di Franchi riguarda più strettamente i sentimenti e le relazioni, di cui il progetto architettonico diventa naturale simbolo. Francesca, che non pratica da tempo, si vede costretta ad accettare malvolentieri l’incarico, trovandosi a collaborare con un uomo che per lei prova inizialmente antipatia. Negli occhi di lei c’è tristezza e forse rimorso: il difficile rapporto col padre l’ha indotta a costruirsi una vita fatta di affetti che non paiono profondamente concreti. Massimo da parte sua ha scelto di intraprendere una brillante carriera, ma è inadatto a saldare legami sentimentali duraturi. Il regista si rivela abile, qui più che nei precedenti lavori, nel tratteggiare le storie e personalità di questa coppia attraverso una serie di dettagli, evitando la necessità di certo mélo di legare assieme tutti i fili per arrivare a un percorso narrativo cristallino. Lo spettatore sa solo quel che la visione gli concede; ecco allora che lo sguardo sfuggente rivolto a una donna in ascensore rievoca ricordi non raccontati e forse intuiamo che la sua uscita di scena non prevede alcun ritorno. Dalla mediazione risoluta di Manfredi nasce quindi un qualcosa d’inaspettato. Le pareti spoglie e i muri incompleti della casa in costruzione riflettono le linee incomplete (e interrotte) di un progetto di vita che nessuno dei due ha portato a termine. Le possibilità al di fuori del loro rapporto iniziano così a restringersi e la necessità di creare un nuovo spazio per una coppia di giovani innamorati permette alle loro individualità di sintonizzarsi armonicamente. Michele Bellantuono regia: Paolo Franchi – sceneggiatura: Paolo Franchi, Rinaldo Rocco, Daniela Ceselli – fotografia: Fabio Cianchetti – montaggio: Alessio Doglione – scenografia: Giorgio Barullo – musiche: Pino Donaggio – interpreti: Fabrizio Gifuni (Massimo), Emmanuelle Devos (Francesca), Giulio Brogi (Manfredi), Hippolyte Girardot (Benoît), Isabella Briganti (Sandra), Giulia Michelini (Giulia) – produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema – Italia, 2017 – 1h 37' PAOLO FRANCHI Paolo Franchi nasce a Bergamo nel 1969. Concluso un percor­ so universitario umanistico con una laurea in Lettere e Filoso­ fia, Franchi prosegue gli studi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Dopo il mediometraggio Frammenti di sapienza (1996), gira il suo primo lungometraggio, La spettatrice (2003), con protagonista Barbora Bobulova, film che ottiene un buon successo di critica. La stampa apprezza meno i lavori successivi, in particolare E la chiamano estate (2012), presentato in concorso alla settima edizione del Festival In­ ternazionale del Film di Roma. Per La spettatrice e per il suo ultimo film Dove non ho mai abitato Franchi ha ottenuto no­ mination come Miglior regista ai Nastri d’Argento. 5

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film 29 GIOVEDÌ 16 MAGGIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 DILILI A PARIGI regia di Michel Ocelot Francia, Belgio, 2018 – durata 95’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Miglior film d'animazione ai Premi César 2019. Nella Parigi della Belle Époque, da Montmartre alla Tour Eiffel, dal Moulin Rouge all’Opéra, ogni angolo era occupato da artisti, scienziati, scrittori, architetti, musicisti. O almeno così ci immaginiamo la capitale francese in quegli anni meravigliosi. Non capita spesso di entrare in un Irish Bar e sentire Erik Satie suonare il piano, mentre Chocolate improvvisa una coreografia, e ai tavoli sono seduti registi, intellettuali, poeti. Nel piccolo gioiello animato Dilili à Paris, succede questo e altro. Ocelot orchestra un vertiginoso Grand Tour visivo, attraversando il cuore pulsante di una cultura fertile e vorticosa: se un cane rabbioso ti morde si va da Louis Pasteur a farsi vaccinare. Per progettare la struttura di un dirigibile si chiede a Gustave Eiffel, abita a due passi, proprio in cima alla torre. Se stai cercando qualcuno al Moulin Rouge, chiedi a Henri de Toulouse-Lautrec. Ma ci sono anche Monet e Renoir, Marcel Proust e Marie Curie, Rodin, Sara Bernhardt e Picasso, a nominarne solo alcuni. Le immagini dal vivo vengono mescolate ai paesaggi e sfondi ricreati dagli animatori creando una filigrana vivida, i cui colori brillanti danno nuova vita a strade, monumenti, opere d’arte. Eppure, sotto la superficie scorre l’oscurità di un mistero: l’organizzazione chiamata I Maestri del Male sta rapendo giovani fanciulle in tutta Parigi, e la piccola Dilili – papà kanak e mamma francese, cresciuta a Parigi ma nata in Nuova Caledonia – insieme al giovane Orel cercherà di risolvere l’enigma di queste sparizioni. Viaggia su un doppio binario la narrazione di Ocelot: da un lato un mondo sgargiante e coloratissimo, un museo di personaggi che provoca un senso di straniamento e lascia senza fiato lo spettatore – ma il regista non cela realtà 6 diverse e molto meno splendenti, come la miseria dei quartieri in cui risiedevano le classi meno abbienti. In parallelo costruisce invece una trama dalle sfumature distopiche, che sorprende per il tagliente contrasto che viene a creare con il mondo emerso, quello della luce. Nelle fogne di Parigi striscia un pericolo oscuro, un male che aggredisce i corpi delle donne e perpetua una violenza antica, solo apparentemente sommersa. «La Parigi di quegli anni – sottolinea il regista e animatore – mette in luce il contrasto tra la grande civiltà occidentale e la stupidità della violenza. In questo caso, quella degli uomini sulle donne, siano esse adulte o bambine». Dilili sa di essere l’oggetto di uno sguardo occidentale – la sequenza introduttiva nello zoo umano dell’Expo di Parigi è inequivocabile – e usa il colore della propria pelle come discrimine, per giudicare chi la osserva: «La mia pelle è troppo chiara per i miei connazionali e troppo scura per i parigini». E il suo sguardo si rivolge anche a noi, che rimaniamo incantati di fronte alla forza del racconto di Ocelot, alla sua capacità di parlare attraverso le immagini con grande immediatezza e profondità di un’epoca i cui rigurgiti reazionari sono molto simili a qualcosa che conosciamo bene. E che appartiene anche ai nostri giorni. Francesco Lughezzani t.o. Dilili à Paris – regia: Michel Ocelot – sceneggiatura: Michel Ocelot – art department: Emilie Almaida – montaggio: Patrick Ducruet – animation department: Yves-Marie Beaufrand, Joris Chapelin, Emmanuel Chapon, Julien Duroure, Benoit Guillou, Florian Sauzet – voci: Prunelle Charles-Ambron (Dilili), Enzo Ratsito (Orel), Natalie Dessay (Emma Calvé), Elisabeth Duda (Marie Curie), Olivier Voisin (Erik Satie) – produzione: Nord-Ouest Productions, Studio O, Arte France Cinéma – Francia, Belgio, 2018 – 1h 35’ – v.o. sottotitolata in italiano MICHEL OCELOT Michel Ocelot è uno scrittore, illustratore e regista france­ se. Ha studiato arti decorative, prima all'Ecole Régionale des Beaux-Arts di Angers, poi all'École Nationale Aupérieure des Arts Décoratifs di Parigi e al California Institute of the Arts di Los Angeles. La sua passione per l’animazione è nata durante l’adolescenza, in un periodo in cui recitava e dirigeva opere teatrali: la folgorazione avvenne con la visione di Vzpoura hraček (La rivolta dei giocattoli, 1946) di Hermína Týrlová, grande animatrice cecoslovacca. Affascinato dalle meraviglie della stop motion, da quel momento decise che avrebbe fatto l’animatore. La sua opera è caratterizzata da un felice viag­ gio attraverso una grande varietà di tecniche d’animazione, impiegando approcci diversi per ogni nuovo progetto, al ser­ vizio di narrazioni fiabesche. Alcuni, come Kirikù e la Strega Karabà (1998), sono adattamenti di racconti popolari esisten­ ti, altri sono storie originali costruite partendo dagli elementi costitutivi di tali racconti. Tra i suoi capolavori, conosciuti e apprezzati in tutto il mondo, si annoverano Kirikù e gli animali selvaggi (2005), Azur e Asmar (2006) e la raccolta di corti Les contes de la nuit (2011).

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film 30 attenzione: cambio orario GIOVEDÌ 23 MAGGIO 2019 – ORE 16.30 / 21.00 NOVECENTO regia di Bernardo Bertolucci Italia, Francia, Germania Ovest, 1976 – durata 316’ (Atto I - 162’, Atto II - 154’) EVENTO SPECIALE FESTIVAL E PREMI Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 1976; restauro presentato a Venezia Classici alla Mostra del Cinema di Venezia 2017; selezionato tra i 100 film italiani da salvare. Ecco una delle idee di base di Novecento: film sulla cultura popolare, secondo Gramsci, e nel senso di Pasolini. […] Com’è fatto? C’è una divisione segreta in quattro stagioni. La grande estate dell’infanzia e dell’adolescenza ai primi del secolo, coi primi rapporti tra il figlio del contadino e il figlio del padrone, in un’aura ancora ottocentesca, poetica, lirica. Molta campagna. Molta Emilia. Molto Verdi. Verdi che aveva sempre dei punti di riferimento nella campagna intorno alla sua casa. Comincia con uno che corre attraverso i campi gridando appunto: “È morto Verdi!”. Sono i funerali dell’Ottocento, i personaggi del dopo-Verdi si vedono già come dei sopravvissuti... Poi l’autunno che precede il fascismo; e il lungo inverno fascista durato vent’anni: soprattutto psicologico, perché il fascismo pretende psicologia. Finalmente, il 25 aprile, la primavera, quando si materializza l’utopia contadina, i contadini della Bassa padana credono d’aver fatto la rivoluzione, e forse l’hanno fatta davvero, anche se finiranno per lasciarsi convincere a restituire le armi. Allora, non tanto una liberazione dal nazifascismo: piuttosto, uno sbocco della lotta di classe, con un processo di tipo involontariamente “cinese” al padrone, da parte di un mondo popolare emiliano dove il marxismo sarà arrivato chissà in quali forme, innestandosi su una tradizione che non butta via niente della propria identità contadina. Dunque, descrivere fino in fondo la giornata di un contadino parrà limitativo solo se si parte da un punto di vista limitato, e non già da un interrogativo serio: parlare della Bassa padana a fondo. E da una verifica: se parlando di un microcosmo, si può alludere a tutto ciò che sta intorno. Di qui la domanda decisiva: sarò riuscito a fare un film davvero popolare che somigli a tutto ciò che somiglia a me? Nella prima parte, credevo inevitabile “dover” guardare il passato attraverso filtri nostalgici, proustiani... E invece, poco da fare: è venuta fuori subito, con un brivido, questa dialettica fra contadini e padroni. Cioè, ancora, il mondo delle idee. E dopo, si può amare Proust ancora di più. Per questo film ho avuto un massimo di libertà, mai avuta, mai sognata, e un minimo d’impedimenti o controlli. In contrario del solito: una combinazione produttiva imponente, però una libertà di improvvisazione direttamente proporzionale all’enorme costo del film. Cioè, un caso unico, che poi forse conferma quell’altra regola. Ma per me, il cinema è molto improvvisazione. Sceneggiatura molto costruita, molto programmata. Ma poi, secondo Renoir: “Sempre lasciare aperta una porta sul set, qualcosa o qualcuno potrebbe entrare...” […]. Mai preparato un’inquadratura prima. Mi manca ogni terminologia tecnica, non sono capace di fare una fotografia, mi faccio capire con analogie verbali e visuali. Entro in un ambiente ancora senza idee. Ma lì, a contatto con le facce, i muri, gli oggetti, preparo al millimetro inquadrature complicatissime, con molti movimenti, come se la macchina da presa fosse una penna che scrive nell’aria. Bernardo Bertolucci (intervista di Alberto Arbasino Novecento si compone di un Atto I e un Atto II: i Soci potranno decidere di vedere l’opera nella sua totalità oppure scegliere uno solo dei due episodi. Al termine della proiezione di Novecento Atto I si uscirà dalla sala e chi vorrà proseguire nella visione anche di Novecento Atto II, dovrà rientrare e presentare nuovamente la tessera all’incaricato del Circolo. Nell’intervallo fra le due proiezioni, sarà a disposizione dei Soci che vorranno rifocillarsi prima del rientro in sala, una postazione di ristoro food truck parcheggiata all’ingresso del Cinema Kappadue. regia: Bernardo Bertolucci – sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci, Franco Arcalli – fotografia: Vittorio Storaro – montaggio: Franco Arcalli – scenografia: Gianni Quaranta, Ezio Frigerio – musiche: Ennio Morricone – interpreti: Robert De Niro (Alfredo), Gérard Depardieu (Olmo), Burt Lancaster (nonno Alfredo), Donald Sutherland (Attila), Dominique Sanda (Ada), Alida Valli (Idaa), Sterling Hayden (Leo), Stefania Sandrelli (Anita), Laura Betti (Regina), Romolo Valli (Giovanni), Stefania Casini (Neve), Werner Bruhns (Ottavio), Ellen Schwiers (Amelia), Francesca Bertini (suor Desolata), Liù Bosisio (Nella) – produzione: Produzioni Europee Associate, Les Productions Artistes Associés, Artemis Film – Italia, Francia, Germania Ovest, 1976 – 5h 16’ (2h 42’ + 2h 34’) BERNARDO BERTOLUCCI Nasce a Parma nel 1941. Figlio del poeta Attilio, Bernardo Bertolucci lascia nel 1961 gli studi di letteratura all’Università di Roma per lavorare come assistente alla regia di Pier Paolo Pasolini durante le riprese di Accattone. La commare secca, nel 1962, segna l’esordio di uno dei maestri riconosciuti del cinema italiano. Seguiranno: Prima della rivoluzione (1964), Partner (1968), Strategia del ragno (1970), Il conformista (1970), Ultimo tango a Parigi (1972), Novecento (1976), La luna (1979), La tragedia di un uomo ridicolo (1981), L’ultimo imperatore (1987) vincitore di nove Premi Oscar, Il tè nel deserto (1990), Piccolo Buddha (1993), Io ballo da sola (1996), L’assedio (1998), The Dreamers (2003), Io e te (2012). La Mostra del Ci­ nema di Venezia gli conferisce il Leone d’Oro alla Carriera nel 2007, mentre nel 2011 il Festival di Cannes lo premia con la Pal­ ma d’Oro onoraria. Muore a Roma nel 2018 all’età di 77 anni. 7

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rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA Oro verde di Ciro Guerra e Cristina Gallego Attingendo con sapienza alla mescolanza dei generi classici ma attraverso uno sguardo visionario e originale che conferma l'ormai riconoscibile cifra estetica di Ciro Guerra, qui in co-regia con Cristina Gallego, il racconto delle origini del cartello colombiano assume tratti epici, che trovano forma nell'uso potente di un realismo magico capace di contaminare il segno poetico arcaico con il destino criminale di una famiglia, simbolo e sintomo di un popolo. SNCCI – Sindacato Nazionale Critici Cinematografici: Oro verde designato Film della Critica Il crimine produce ricchezza, ma deve sempre fare i conti con la tradizione, con codici ancestrali che chiedono di volta in volta sangue e remissione. Il cortocircuito è alle porte, l’intuizione del film potentissima: invece della vendetta dei gringos, questi pastori diventati spacciatori temono la collera degli spiriti. Di fronte alla potenza devastante che il loro commercio provocherà negli equilibri socio-economici e politici di tutto il mondo, questi indigeni pacifici […] tremano per il sussurro di un uccello raro, un soffio nella notte, un auspicio, un presagio. Sono vittime della parte più profonda della propria identità, quella che si ostina a rimanere estranea all’evoluzione criminale e antropologica. […] Incapaci fino in fondo di accettare le regole dell’opportunità e i codici criminali, gli indiani nativi si autodistruggono. Lasciandosi ancora una volta, nella storia del continente, colonizzare ed estirpare. Andrea Bellavita da Film TV anno XXVII – N. 15, 9 aprile 2019 Dove non ho mai abitato di Paolo Franchi Si presenta come un film orgogliosamente inattuale per vari motivi: ambientazione nel seno della borghesia intellettuale torinese; personaggi protagonisti che hanno raggiunto il crinale dei cinquant’anni; situazioni basate sui non detti, sui silenzi, sulle attese, sulle sospensioni […], eleganza della scrittura filmica, che adotta elementi narrativi mélo ma ne evita accuratamente gli effetti troppo marcati […]. Franchi ha dichiarato di aver voluto realizzare «un film in costume ambientato nel mondo contemporaneo» e di avere pensato ai personaggi di Checov, alle figure femminili borghesi dei romanzi di James e al cinema mélo degli anni Cinquanta (a Sirk probabilmente). Ma gli elementi di malessere individuale che ha evocato nella sua storia, sono sintomatici anche di questo presente […]. Così Franchi arriva a raccontare una malattia esistenziale oggi particolarmente diffusa: la solitudine e l’insoddisfazione di chi si è attaccato a un matrimonio come rifugio pratico oppure di chi continua ad indugiare in una provvisorietà che ha finito per sedimentarsi, senza trasformarsi mai in un legame appagante e profondo. Un altro fenomeno odierno è l’incompiutezza di tanti figli mai diventati adulti e che hanno preferito soffocare da soli le proprie potenzialità piuttosto che affrontare le prove della realtà. Roberto Chiesi da Cineforum N. 569 novembre 2017 Dilili a Parigi di Michel Ocelot Il viaggio della protagonista è un’indagine contro un male terribile, nascosto nell’inconscio fognario della città e nell’inconscio morale di una parte dell’élite maschile; inoltre è un 8 percorso di educazione estetica, aperto alla molteplicità delle arti e promosso dall’incontro di inventori e artisti […]. È attraverso Dilili che il regista può elogiare l’avvenirismo di Parigi, comporre una dura critica ai terroristi misogini e allo stesso tempo disegnare una storia educativa. Seguendo le acrobazie dei suoi occhi innamorati del mondo, capaci di scovare il male e richiamare alle armi il potere dell’ingegno femminile e umano per abbatterlo, Ocelot scarta il rischio del giochino nostalgico ripetitivo e fine a se stesso ed evita di specchiarsi nella vetrina della sua bravura. Mette il messaggio prima dell’immagine e così comunica attraverso la composizione dell’immagine emozionata: ogni volta che il campo si accende di colore, l’incanto corre a perdifiato e la ricerca visiva […] trasforma l’estetica in intuizione etica, che esalta la didattica della bellezza. Il genio comico in parallelo riscrive, instancabile e sempre educato, la storia della letteratura e la storia dell’arte con momenti di immaginazione impossibile (da storia del cinema), nel miglior viaggio nel tempo possibile: quello che fa voltare all’indietro la faccia del cuore per sognare un futuro migliore. Ogni stratificazione tematica è così riassunta e sublimata da un senso urgente che è accolto e liberato dalle immagini. Leonardo Strano da Indie-eye.it Novecento di Bernardo Bertolucci Metafora d’un mezzo secolo con cui il giovane Bertolucci esercita il diritto di trasfigurare in visione l’idea che a torto o a ragione se n’è fatta, non importa molto se Novecento è meno fedele alla storia di quanto si potrebbe pretendere da un documentario. Preme invece che abbia una sua tenuta fantastica, una sua magnificenza di romanzo-fiume per immagini, una potenza di chiaroscuro che esprima la drammaticità vista la destinazione popolare dell’opera. Queste virtù non gli mancano sorrette da una carica emotiva e da un’intelligenza visionaria quasi permanente. Novecento si fa apprezzare come un concerto di sensazioni e di memorie sopite spesso toccante per la virgiliana sensibilità di paesaggio, per la densità balzacchiana di qualche ritratto, l’uso amorevole delle comparse emiliane, la franchezza così sfuggente alle tentazioni manichee non nasconde la ferocia sottintesa anche nel mondo rurale, l’ariosità della saga e la pregnanza dell’allegoria. Giovanni Grazzini da Corriere della Sera, 26 settembre 1976 È lampante la voglia di compiere un salto dalla prosa, cui lo spinge l’ossatura romanzesca del film, alla versificazione del poema, ma per naturale che sia il cangiamento qualitativo cagionato dalla matrice essenzialmente epica di Novecento, la propensione di Bertolucci inclina a una forma aulica. Uomini, donne, cose sono visti a distanza con adesione affettiva e ripugnanza viscerale, ma anche consegnati alla statuarietà marmorea dei monumenti, a una assolutezza sublime – nella gloria, nella sofferenza e nell’infamia – che è prerogativa dei simboli, a una lontananza che diviene celebrazione di un passato conchiuso, a un’enfasi che liricizza ogni immagine e ogni avvenimento. La storia tende a vestirsi di leggenda e a rappresentarsi su un vasto e arioso spiazzo con un corredo decorativo il cui preziosismo accresce la solennità del rituale. Mino Argentieri da Rinascita, 17 settembre 1976

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festival STORIE DI FANTASMI Dall’Asia alle Americhe passando per il continente africano O vviamente non stiamo parlando di candide lenzuola forate e romantici brividi a buon mercato, ma la 29. edizione del Festival Cinema Africano Asia e America Latina di Milano – FESCAAL per praticità – ha saputo sorprendere il pubblico con un campionario di fantasmagorie assolutamente originali e capaci di interpretare l’attualità. Dislocato tra il glorioso Spazio Oberdan e l’Auditorium San Fedele, in 10 giorni il Festival ha fatto il punto su cinematografie che il nostro Occidente percepisce come lontane e arretrate, mentre hanno da offrire un immaginario originale, vario e di grande presa: «un invito ad osservare il mondo con una lente panoramica per godere di una visione più completa», nelle parole delle Direttrici artistiche Annamaria Gallone e Alessandra Speciale. E con 60 film presentati, tra corti e lungometraggi, di cui quasi la metà in anteprima italiana, la panoramica è stata sicuramente ampia. La camarista di Lila Avilés Fantasmi, si diceva, perché non occorre essere morti per finire in zone grigie dell’esistenza dove le coordinate di una vita dignitosa non hanno più valore. Sono fantasmi gli adulti di Kabul, City in the Wind, scomparsi lasciando bambini e vecchi a preoccuparsi della quotidianità nella città afghana segnata dalla guerra; è un fantasma letteralmente senza ombra la madre siriana che lotta per crescere il suo bambino in The Day I Lost My Shadow, visto all’ultima Mostra di Venezia dove si è aggiudicato il Leone del Futuro; è un fantasma che minaccia il privilegio dei bianchi nel Sudafrica pre-apartheid, il leggendario John Kepe, eroe ribelle dei neri emarginati in Sew the Winter to My Skin; è un fantasma assente Haemi, la ragazza di cui si innamora il protagonista del folgorante Burning, ultima fatica del coreano Lee Chang-dong. È un fantasma Eve, la cameriera al piano del messicano La camarista di Lila Avilés. La ragazza lavora in un lussuoso albergo di Città del Messico, confinata al 18° piano mentre sogna la promozione che la porterà al 42°, alle altezze vertiginose dove regna il vero lusso, dove il cielo quasi si tocca e la paga si fa meno miserevole. Non vediamo mai Eve al di fuori dell’edificio, sappiamo dalle telefonate che fa quasi di nascosto che lì fuori da qualche parte ha un bambino piccolo e nessun compagno. La seguiamo muoversi su e giù dal suo piano ai sotterranei destinati al personale, sempre impegnata a pulire e rassettare lo sfacelo lasciato dagli ospiti, spesso nell’indifferenza e ostilità di questi: persino i gesti di apparente amicizia sono affatto disinteressati. Fra colleghi regna una solidarietà di superficie, uno sterile scambio di fa- Luca Mantovani vori mascherato da complicità, mentre le gerarchie che scandiscono i piani sono replicate anche sottoterra. Eve si muove silenziosa come un ectoplasma, parla il minimo indispensabile, ma il suo spirito è volitivo e il suo corpo desiderante: mira alla promozione, così come a riscattare uno splendido vestito rosso dimenticato da una cliente e le avance di un pulitore di vetri non la lasciano indifferente, mentre segue le lezioni serali destinate ai dipendenti che vogliono prendere un diploma. Quando la realizzazione dei suoi desideri pare vicina, Eve si espone troppo e finisce ricacciata nella semi-esistenza da cui proveniva, con il solo contentino del vestito rosso, amara bandiera di una condanna invincibile. Film purgatoriale, dall’andamento ipnotico, che costringe lo spettatore a indossare i grigi panni della protagonista e a ricalcarne il ripetitivo calvario, La camarista ha nel finale un’impennata sottilmente visionaria che conferma il talento già maturo della giovane regista Avilés, qui al suo debutto nel lungometraggio. Fantasmi si muovo anche in Los silencios della brasiliana Beatriz Seigner, vero colpo al cuore del FESCAAAL, non a caso vincitore del Premio del Pubblico. Uno sguardo emotivamente potente sulla Colombia ferita dai conflitti fra i paramilitari di estrema destra e le Forze Armate Rivoluzionarie, che insanguina il paese da oltre 50 anni. Amparo (la straordinaria Marleyda Soto), in fuga con i figli dagli scontri e da un misterioso incidente lavorativo in cui ha perso le tracce del marito, ripara in una piccola isola nel mezzo dell’Amazzonia, abitata da una comunità autarchica di poveri contadini e pescatori. La donna si piega a ogni sacrificio per dare un tetto e un’istruzione ai bambini, mentre un sedicente studio di avvocati cerca di raggirarla nella lucrosa causa intentata per la scomparsa del marito. Il misterioso arrivo dell’uomo sull’isola traghetterà le vicende verso un finale di rara commozione, lontano da artifici e facile retorica, in cui echeggia il cinema allucinatorio e sensoriale del thailandese Weerasethakul. Los silencios di Beatriz Seigner La regista, alla sua opera seconda, firma un film che non fa sconti, visivamente squisito, capace di affondare una lama obliqua in vicende dolorose e non concluse, portando in superficie un messaggio di coraggio di cui le principali portatrici, loro malgrado, sono le donne: figlie, mogli, madri, nonne travolte dalla violenza scatenata dagli uomini, ma capaci con inesauribile dignità di ricucire gli strappi nel tessuto sottile che separa i vivi dai morti. 9

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festival VENTICINQUE CIME Verso l’edizione 2019 del Film Festival della Lessinia FLUIRE CON LENTEZZA La sesta edizione del Bridge Film Festival Alessandro Anderloni Ginevra Gadioli S ono ottocentonovantasette i film che dal 1995 hanno raccontato la montagna al Film Festival della Lessinia. Venticinque anni per un Festival che ha trovato in un lungo e spesso faticoso cammino la sua cifra distintiva e una riconoscibilità internazionale. Una personalità che con l’edizione 2019 il Festival intende consolidare. Emanciparsi dall’etichetta di “film festival di montagna” per indentificarsi come un festival del cinema tout court è un obiettivo che in Lessinia ci siamo prefissi a cominciare dalla scelta di escludere per regolamento film di sport e di alpinismo e di investire molte energie sulla ricerca internazionale. Gli orizzonti si sono ampliati, in particolar modo negli ultimi dieci anni, a indagare la cinematografia mondiale al di là di ogni definizione e nicchia. Lavoro che ci ha permesso di stringere contatti e collaborazioni con realtà di tutti i continenti, portando ogni anno in Lessinia anteprime da oltre trenta Paesi. Con la responsabilità che impone un anniversario, ma senza nostalgie e con lo sguardo rivolto al futuro, percorreremo la venticinquesima edizione del Film Festival della Lessinia in programma dal 23 agosto al 1° settembre 2019 a Bosco Chiesanuova. I dieci giorni di Festival saranno anticipati quest’anno da “Lessinia 25”, un programma di proiezioni con il meglio delle ventiquattro edizioni passate che troverà spazio nei teatri di tutti i paesi dell’alta Lessinia, a rimarcare il legame territoriale di un Festival nato proprio per raccontare la sua terra, prima di aprirsi alle montagne di tutto il mondo. All’appuntamento con l’apertura del 23 agosto al Teatro Vittoria, il Festival arriverà con oltre settanta film in programma, articolati nelle consuete programmazioni del Concorso, degli Eventi Speciali, del programma Montagne Italiane e di quello per bambini e ragazzi FFDL+. L’omaggio tematico della venticinquesima edizione non è ancora stato presentato ma possiamo anticipare che al Festival si parlerà molto di ambiente, di cambiamenti climatici, di eco-sostenibilità, anche con una speciale retrospettiva cinematografica, in continuità con le ultime edizioni. Programma, film, iniziative collaterali, ospiti ed eventi saranno presentati nel corso della conferenza stampa che il Festival terrà il 18 luglio 2019 alla Casa del Cinema di Roma. 10 I l Bridge arriva alla sua sesta edizione, sempre a luglio dal 10 al 13, sempre sul nostro Adige, sempre all'Antica Dogana di Fiume. Il Festival, organizzato dall’Associazione Diplomart, è caratterizzato dall’intento di voler rappresentare non solamente la mera proiezione di corto-lungometraggi, docu-fiction sperimentali e artistici in una location sorprendente, ma di essere un momento formativo per chi il cinema sogna anche di farlo. A rinomati registi internazionali si affiancano le opere di registi emergenti locali, originali nella scelta dei soggetti, nella modalità registica e nella tecnica cinematografica. Ma non vuole essere solo festival passivo, tutte le giornate sono arricchite da eventi tesi a spiegare le tecniche di ripresa, a organizzare incontri con gli addetti ai lavori e con gli artisti/registi ospiti dell’evento, workshop pratici inerenti alla creazione di prodotti concreti e, in generale, alla decodificazione del concetto stesso di immagine in tutte le sue sfaccettature. La sera verrà dedicata alla competizione vera e propria, corti e lungometraggi selezionati durante la call for entries tra cui una giuria internazionale e il pubblico voteranno il vincitore della sesta edizione. Tema di questa edizione Go Beyond, Go slow / andare oltre, andarci lentamente: il 2019 infatti è non solo l'anno Leonardiano ma anche quello del turismo lento e sostenibile. Trovandoci sul fiume Adige non potevamo non citare la lentezza antica del suo fluire: nonostante i cambiamenti caotici di ciò che gli è cresciuto intorno, lui non cambia. Non potevamo non parlare del sapore di quel tempo sospeso se ci si sofferma a osservarne le acque, a sentirne la voce: ma bisogna fermarsi per goderne. Riscoprire il piacere dell’attesa. Il desiderio di arrivare da qualche parte, di rivedere qualcosa di dimenticato, quella capacità di aspettare che noi tutti, nella nostra corsa, abbiamo perduto. E Leonardo di pazienza ne ha avuta tanta. Perché ogni ricerca, ogni invenzione, richiede dedizione. Amava ogni aspetto della natura, la contemplava lentamente per scoprirne i segreti e riuscire poi a dominarne la forza. La calma dell’osservazione, la forza del progetto. Anche quest’anno si rinnova la collaborazione fra Bridge e Circolo e la scelta della serata non può che ricadere su giovedì 11 luglio, per tutti i Soci che durante l’estate sentono la mancanza del consueto appuntamento settimanale e a cui saranno dedicate agevolazioni sull’ingresso.

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focus GIULIO BROGI L’attore sovversivo AGNÈS VARDA La plage et le miroir Lorenzo Reggiani « Giulio Brogi ha onorato Verona, la città dove è nato e nel cui territorio ha voluto tornare dopo una lunga carriera che l’ha condotto a recitare in ogni parte d’Italia e anche all’estero, con il prestigio e i riconoscimenti ottenuti per l’intensità delle sue interpretazioni teatrali, televisive e cinematografiche, che ne hanno fatto uno degli attori italiani più importanti e rappresentativi della sua generazione». Con questa motivazione il 4 giugno 2015 l’Amministrazione comunale veronese assegnò la Medaglia della Città a Brogi, in occasione del suo ottantesimo compleanno. Avrebbe compiuto 84 anni in questo maggio, ma si è spento il 19 febbraio scorso all’ospedale di Negrar, proprio il giorno dopo essere apparso in tv, su Rai1, nella fiction italiana più cult del momento, Il commissario Montalbano. Per anni Brogi era stato considerato un grande attore, bello e seduttore: ai tempi dell’Eneide TV nel 1971, o all’apice del suo successo quando interpretava l’inquieto e fascinoso Giulio Manieri di San Michele aveva un gallo dei fratelli Taviani, o quando era il cupo protagonista di Misura per misura a teatro con la regia di Luca Ronconi nel ’67. Brogi era l’immagine dell’attore colto, raffinato, di buona curiosità intellettuale, esposto anche sul piano dell’impegno sociale e politico, come mostra tutta la sua carriera, attiva e vivace fino alla fine. I suoi inizi erano stati in teatro e da subito in lavori e ruoli primari, perché la sua bravura era immediatamente riconosciuta. Al Piccolo di Milano è stato tra i protagonisti delle leggendarie Baruffe chiozzotte dirette da Strehler nel ’64 o nella ripresa de Il gioco dei potenti sempre di Strehler. Ha lavorato nelle compagnie degli Stabili di Genova, Trieste, Torino, ha recitato da Goldoni a Euripide, da Shakespeare a Molière, Čechov, e sempre diretto da grandi registi: Squarzina, Zeffirelli, Trionfo, Missiroli, Carriglio con cui aveva ricevuto numerosi riconoscimenti (tra cui il Premio Salvo Randone). Come per molti attori di successo in quegli anni l’approdo in TV è scontato: oltre all’indimenticato Enea, Brogi è il protagonista di numerose fiction negli anni Settanta, diventando un attore popolare, anche per il fascino inquieto che aveva. Nel cinema, a partire da I sovversivi dei Taviani nel ’67, inizia una carriera di autentici gioielli e capolavori cinematografici pari forse solo a quella di Gian Maria Volonté, diventando il volto del cinema italiano impegnato. Francesco Lughezzani È lei. Seduta su una pieghevole da regista, il suo nome scritto sopra. Nome che fece cambiare all’anagrafe, qualche anno prima di iniziare a fare cinema. Da Arlette ad Agnès. Il suo caschetto, bianco e rosso, intento a scrutare il mare da mille spiagge. Non si sentiva mai veramente parte delle onde che vedeva infrangersi sul bagnasciuga. La Nouvelle Vague di cui è considerata pioniera, non era posto per lei. Qualche anno fa, quando ero ancora studente, per le ricerche su Chris Marker utilizzavo i miei pomeriggi a sfogliare libri e guardare film nelle sale della biblioteca Renzo Renzi, alla Cineteca di Bologna. Lì incrociai Agnès. In Les plages d’Agnès (2008) Marker era un gatto, felino animato che compariva all’improvviso per le strade di Parigi e subito spariva alla vista di Agnès. Con Marker, la regista di rue Daguerre condivide la ricerca di nuove strade, la composizione di nuove immagini e significati viaggiando attraverso la propria opera, la memoria e il tempo. E la memoria di Agnès custodiva innumerevoli tappe e altrettante spiagge a cui arrivare, sedersi, osservare. Non era una giovane cinefila, lei che a venticinque anni iniziò a fare cinema: aveva visto più o meno dieci film, da quello che ci racconta. La vita l’ha trascorsa a dirigere, a vagare per il mondo, a documentare. Scoprire, dietro un obiettivo. La pointe courte (1955) è stato il suo esordio – Lui, Philippe Noiret, mai così giovane, e Lei, Silvia Monfort, che passeggiano sulla sabbia. Poi Cléo de 5 à 7 (1962) – Corinne Marchand che canta Sans toi, sul piano di Michel Legrand (scomparso anch’egli da pochissimo), difficile trattenere le lacrime. Poi l’America, i reportage dalle proteste della comunità afroamericana di Oakland in Black Panthers. O il mio preferito: Lions, Love (…and Lies) (1969) in cui Agnès raggiunge Los Angeles, le star, Hollywood – Viva, musa di Warhol duetta con Gerome Ragni, James Rado e Shirley Clarke di politica, di passione e rivoluzione. Tutte queste immagini sono un museo di ricordi, una flânerie in cui perdersi oltre la storia del cinema, oltre la vita e l’immagine. Ci manchi tanto, tantissimo, Madame Varda. 11

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cinesofia A VOLTE RITORNANO Umanità e altri mostri, secondo George Romero Q uando non ci sarà più posto all’inferno i morti cammineranno sulla Terra. E di morti sulla terra, al cinema e in televisione ormai se ne vedono anche troppi, da The Walking Dead a Les Revenant, da Les Affames alla saga di Resident Evil. Ma come sono arrivati a colonizzare il grande e piccolo schermo? Più di cinquant’anni fa, un ragazzone di ventotto anni, fresco di studi, voleva diventare un regista professionista. Aveva una sceneggiatura pronta. La storia di due adolescenti, un film drammatico, intimo. Un esordio perfetto per un regista indipendente, al giorno d’oggi. Quel ragazzone però, si chiamava George Andrew Romero, ed era il 1968. In quegli anni era un’impresa realizzare un film, ma qualcosa stava cambiando da qualche anno. Il sistema delle major iniziava a scricchiolare, ed era nato qualche distributore indipendente. Qualcuno che facesse ancora alzare dal divano milioni di americani, per farli entrare in un cinema, c’era. Però ci voleva Duane Jones, protagonista di The Night of the Living Dead (1968) la storia giusta. Per questo George decise di produrre insieme ad amici il suo primo lungometraggio: The Night of the Living Dead, un film che ha segnato per sempre la storia del cinema e ha dato nuovo corpo al mito dello zombie, direttamente dal voodoo haitiano. Prima di lui, solo pochi film avevano trattato la materia, nelle forme più insospettabili. Abel Gance, nel suo capolavoro J’accuse (1919) fa marciare un esercito di soldati morti, che si alzano per ribellarsi alle atrocità del primo conflitto mondiale. Ma anche White Zombies, con Bela Lugosi, nel 1952. L’aspirante regista non era certo nuovo a queste succulenti materie orrorifiche. Fin da bambino si era appassionato ai fumetti macabri della EC Comics. Divenne talmente insistente dopo aver visto I racconti di Hoffmann (1951) di Emeric Pressburger e Michael Powell, che lo zio Monroe non ebbe altra scelta se non regalargli la sua prima cinepresa 8mm. All’età di tredici anni iniziò a girare i primi film nei dintorni del suo quartiere, il Bronx. Dopo qualche anno e gli studi a Pittsburgh, paesaggio fondamentale per alimentare il suo immaginario, decise che non avrebbe più portato caffè a Hitchcock durante le pause delle riprese – era stato assistente alla regia per Intrigo Internazio12 Francesco Lughezzani nale – ma avrebbe girato un film tutto suo. Senza aspettare aiuti dall’alto, con una decina di amici fondò quindi la Image Ten e produsse il suo primo film. Vero cinema indipendente, come raramente ne vediamo oggi: un cinema carico di idee che deve fare i conti con un budget ridotto all’osso. La maledizione dei morti perseguiterà Romero durante tutta la sua lunga carriera. I suoi film senza ghouls, senza la parola dead nel titolo, non avranno molto successo. Non si libererà mai veramente di loro, nonostante i tentativi di evadere dal genere, di esplorare nuove storie. Niente da fare. Sembrano un residuo del suo inconscio di cui non riesce a fare a meno, che non vuole lasciarlo andare. E attraverso il quale riesce ad affrontare l’inconscio, il rimosso di una nazione intera. La società americana viene sfaldata, pezzo dopo pezzo: in The Night of the Living Dead, una bambina divora prima il padre e poi la propria madre. Colpisce allo stomaco Romero, ma più che per la violenza delle scene per il mondo senza speranza che ritrae: sopravvivere è sinonimo di uccidere, in una società che digerisce sé stessa e sembra condannata a un abisso di violenza senza fine, di origini sconosciute ma ormai interiorizzata, scritta nei geni. Ogni capitolo della saga della morte vivente affonda le dita in una ferita ancora aperta e sanguinante della società americana. La notte dei morti viventi affronta, anche se inconsapevolmente, la violenza del razzismo all’apice della controcultura e dei movimenti di protesta. L'interprete scelto come protagonista, Duane Jones, era un giovane attore afroamericano, un amico di Romero. A quanto chiosa il regista la scelta fu semplice, non legata a un intento politico: «Tra tutti i miei amici, Duane Jones era il miglior attore. Quando ha accettato di fare il film, non pensavamo che il tema della razza fosse centrale». Ma una volta terminate le riprese, con le pizze in viaggio per le sale, il giovane Romero apprese dell’omicidio di Martin Luther King. Ora il film, e il suo finale senza speranza, assumeva un significato molto diverso, quasi profetico, indipendentemente dall’idea iniziale. Ben deve affrontare un’orda di morti da solo, non riceve alcun aiuto dagli altri personaggi. E sopravviverà solo lui alla notte, ma solo per finire ucciso da uno sceriffo e un’altra orda armata di fucili, che lo hanno scambiato per un ritornante. Il corpo di Ben che cade, freddato da un colpo alla testa dalle milizie governative, non può non ricordarci la violenta repressione delle proteste della comunità afroamericana da parte delle forze di polizia. In un periodo così complesso – il Vietnam, la controcultura, le proteste, l’uccisione dei leader neri – Romero ci parla con gli strumenti del cinema di genere di una società feroce e violenta soprattutto verso se stessa. Sono fuori, noi siamo dentro, al sicuro. No. Ne La notte dei morti viventi, non c’è via di fuga. I morti sono già entrati, dentro la nostra casa, siamo noi, ed è troppo tardi. Forse Romero avrebbe voluto realizzare film diversi, più esplicitamente politici. Ma non credo che avrebbe potuto parlare allo stesso modo del suo mondo senza usare lo scudo del cinema horror. Di un cinema di genere che lo ha stretto in un abbraccio mortale, fino alla fine, ma gli ha permesso di parlare senza alcuna censura, in assoluta libertà, firmando un piccolo film indipendente che ha cambiato per sempre il cinema e il nostro immaginario.

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cellulosa&celluloide VITE Virginia, Orlando e il cinema C osa ci attrae tanto nelle biografie dei personaggi famosi? Vite esemplari che avrebbero potuto essere la nostra, forse. Le biografie in libreria bene o male vendono sempre, conservano il loro scaffale dedicato, che sopravvive laddove altri settori benemeriti (poesia, teatro) vanno ritirandosi fino alla sparizione. Al cinema, invece, sono addirittura diventate quasi un’insostenibile minaccia alle altre narrazioni. Temuti biopic di pittori, cantanti, stilisti, reali, serial killer, sportivi sono le agiografie laiche di questo nostro millennio nuovo eppure già così stanco, alla costante ricerca di icone da fagocitare: scolora Frida Kahlo sotto i colpi di un merchandising intensivo, sfiata Freddie Mercury a decibel così insistiti che l’orecchio quasi più non li percepisce. Sapete quanti Oscar al Miglior attore/attrice protagonista sono andati a interpretazioni di personaggi reali dal 2000 a oggi? 19, praticamente uno all’anno. Ce n’è davvero per tutti i gusti e, dove la preferenza del pubblico sembra andare incontestabilmente alle vite dei pittori (che più sono maudit più attraggono), una categoria per certi aspetti a sé, ma assai rappresentativa, è quella delle biografie letterarie. Tilda Swinton in Orlando (1992) Non sorprenderà constatare, qui, la soverchia superiorità numerica di scrittrici e poetesse, di cui amiamo perpetrare il cliché di vite commiste di dolore e dignità. Solo le ultime stagioni cinematografiche hanno portato nelle nostre sale: A Quiet Passion su Emily Dickinson, Mary Shelley, Eterno femminile sulla poetessa messicana Rosario Castellanos, Colette e La douleur da uno scritto autobiografico di Marguerite Duras, mentre proprio in questi giorni al London LGBT Film Festival ha avuto la sua anteprima europea il film Vita & Virginia di Chanya Button che, ne siamo certi, troverà distribuzione anche nel nostro Paese, per l’attrattiva che la scrittrice di Bloomsbury ancora esercita. Che Virginia Woolf non avesse altissima considerazione della Settima arte, ce lo conferma un brevissimo saggio apparso nel 1926 su «Arts» e recentemente raccolto in un agile volumetto da Mimesis. «Tutti i più famosi romanzi del mondo, coi loro personaggi ben delineati e le loro scene famose, basta volerlo e finiscono in un film. Che c’è di più facile e semplice?», ironizza la scrittrice che, per contro, è tenuta in gran favore dalla Settima arte e i cui romanzi hanno trovato spesso il loro adattamento cinematografico: Onde nel 1982, Luca Mantovani un paio di produzioni televisive per Al faro (1983) e Una stanza tutta per sé (1991), il discreto Mrs Dalloway del 1997, un episodio della miniserie The Edge nel 1998 tratto dal racconto The Mark on the Wall. La signora Dalloway ha poi trovato il suo singolare e più celebrato adattamento in The Hours (2002) di Stephen Daldry, valso a Nicole Kidman – nei panni della scrittrice stessa – il primo e al momento unico Oscar. La pellicola, tratta dall’omonimo romanzo premio Pulizer di Michael Cunningham, segue una singola giornata di tre donne lontane nel tempo ma accomunate dalla figura di Clarissa Dalloway: Virginia che nel 1923 a Richmond sta componendo il romanzo, un’infelice casalinga di Los Angeles che lo legge nel 1951 e una editor newyorkese che nel 2001 sta organizzando una festa per l’ex-amante malato di AIDS. Le tre linee temporali si scopriranno nel finale intimamente intrecciate, riuscendo così a restituire almeno una traccia del rizomatico universo narrativo della Woolf. Ma il romanzo che maggiore fascinazione ha esercitato sul cinema è sicuramente Orlando, che già nel 1977 veniva parzialmente adattato nel segmento The Great Frost del film animato Simple Gifts, una chicca che potrete recuperare su YouTube. Sarà per l’apparenza di racconto “classico”, anzi di biografia, come la scrittrice stessa lo presenta, per la connessione inestricabile con la vita della Woolf e soprattutto della sua chiacchierata amante Vita Sackville-West, poetessa, scrittrice e botanica trasfigurata nel mitico androgino Orlando, ma quest’opera del 1928 non ha perduto un oncia del suo magnetismo e molto ha ancora da raccontare al nostro presente, in un momento in cui fantomatiche minacce gender guidano le deliranti agende politiche di sedicenti difensori del popolo. Anche il film della Button, rifacendosi all’epistolario delle due donne, si concentra sulla loro relazione e sulla nascita del personaggio di Orlando. Vita & Virginia muove da una pièce di Eileen Atkins del 1992 – guarda caso medesimo anno dell’Orlando di Sally Potter, adattamento diretto del romanzo della Woolf e forse approdo più felice di una delle sue opere al cinema. Presentato alla 49. Mostra del Cinema di Venezia, il film incontra il favore di pubblico e critica e ancora oggi regge alla prova del tempo. Merito dell’investimento personale della regista, che si occupa anche della sceneggiatura e della colonna sonora, in coppia con David Motion: la Potter si colloca tra Peter Greenaway (musicalmente siamo dalle parti di Nyman e lo scenografo, Jan Roelfs, è un fedele del regista gallese) e Derek Jarman, da cui mutua la poetica di trasmigrazione della storia inglese nella contemporaneità (Jubilee, Edward II) e “maestranze” decisive come la costumista Sandy Powell e la straordinaria Tilda Swinton, icona totale del cinema jarmaniano, qui oltremodo perfetta nel vestire i panni maschili e muliebri di Orlando. La sua prova mesmerica, gli ineludibili sguardi in camera, ci trascinano attraverso il trascorre di secoli, mode e sessi, fino a quell’ultimo primissimo piano vibrante di lacrime, mentre il cherubino Jimmy Somerville si libra gioiosamente nell’aria e con il suo falsetto inconfondibile ci ricorda che «we are joined, we are one / with the human face» Virginia Woolf, Sul cinema, Mimesis, 2012 ISBN 9788857509617, € 3.90 13

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indici Ordine cronologico film (* indica un film premiato o segnalato) 11. Una luna chiamata Europa* di Kornél Mundruczó – Unghe­ ria/Germania, 2017 – prima visione 12. L’affido* di Xavier Legrand – Francia, 2017 – opera prima, prima visione 13. Manuel* di Dario Albertini – Italia, 2017 – prima visione 14. Cartas da guerra* di Ivo M. Ferreira –Portogallo, 2016 – pri­ ma visione 15. Still Recording* di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub – Siria/ Libano/Qatar/Francia/Germania, 2018 – opera prima, prima visione 16. Le franc di Djibril Diop Mambéty – Senegal/Svizzera/Francia, 1994 17. La petite vendeuse de Soleil di Djibril Diop Mambéty – Sene­ gal/Francia/Svizzera/Germania, 1999 18. Girl* di Lukas Dhont – Belgio/Paesi Bassi, 2018 19. Bêtes blondes* di Alexia Walther e Maxime Matray – Francia, 2018 – opera prima, prima visione 10. Museo* di Alonso Ruizpalacios – Messico, 2018 – prima vi­ sione 11. Menocchio* di Alberto Fasulo – Italia/Romania, 2018 – prima visione 12. Charley Thompson* di Andrew Haigh – Regno Unito, 2017 – votato dai Soci 13. La vera storia di Olli Mäki* di Juho Kuosmanen – Finlandia/ Svezia/Germania, 2016 – prima visione 14. L’albero dei frutti selvatici* di Nuri Bilge Ceylan – Turchia/ Macedonia/Francia/Germania/Bosnia ed Erzegovina/Bulgaria/ Svezia, 2018 – prima visione 15. Breve gita* di Igor Bezinović – Croazia, 2017 – opera prima 16. A Beautiful Day - You Were Never Really Here* di Lynne Ramsay – Regno Unito, 2017 – opera prima, prima visione 17. Summer* di Kirill Serebrennikov – Russia/Francia, 2018 – prima visione 18. Le ereditiere* di Marcelo Martinessi – Paraguay/Germania/ Uruguay/Brasile/Norvegia/Francia, 2018 – opera prima, prima visione 19. Lontano da qui* di Sara Colangelo – USA, 2018 – prima vi­ sione 20. Ovunque proteggimi* di Bonifacio Angius – Italia, 2018 – prima visione 21. L’ingrediente segreto* di Gjorce Stavreski – Macedonia/Gre­ cia, 2017 – opera prima, prima visione 22. The Delegation* di Bujar Alimani – Albania/Francia/Grecia/ Kosovo, 2018 – prima visione 23. Il mio capolavoro* di Gastón Duprat – Argentina/Spagna, 2018 – prima visione 24. Chriss the Swiss* di Anja Kofmel – Svizzera/Germania/Croa­ zia/Finlandia, 2018 – opera prima, prima visione 25. Un valzer tra gli scaffali* di Thomas Stuber – Germania, 2018 26. Il professore cambia scuola di Olivier Ayache-Vidal – Fran­ cia, 2017 – opera prima, prima visione 27. Estate 1993* di Carla Simón – Spagna, 2017 – opera prima 28. Oro Verde - C’era una volta in Colombia* di Ciro Guerra e Cristina Gallego – Messico/Colombia/Danimarca, 2018 – pri­ ma visione 29. Dove non ho mai abitato* di Paolo Franchi – Italia, 2017 – prima visione 30. Dilili a Parigi* di Michel Ocelot – Francia/Belgio, 2018 31. Novecento di Bernardo Bertolucci – Italia, 1976 – restauro 14 Registi Al Batal, Saeed (N. 2, pag. 3) Albertini, Dario (N. 1, pag. 5) Alimani, Bujar (N. 6, pag. 7) Angius, Bonifacio (N. 5, pag. 6) Ayache-Vidal, Olivier (N. 7, pag. 4) Ayoub, Ghiath (N. 2, pag. 3) Bertolucci, Bernardo (N. 8, pag.7) Bezinović, Igor (N. ¾, pag. 9) Ceylan, Nuri Bilge (N. ¾, pag. 8) Colangelo, Sara (N. 5, pag. 5) Dhont, Lukas (N. 2, pag. 5) Diop Mambéty, Djibril (N. 4, pag. 4) Duprat, Gastón (N. 6, pag. 8) Fasulo, Alberto (N. ¾, pag. 5) Ferreira, Ivo M. (N. 1, pag. 7) Franchi, Paolo (N. 8, pag. 5) Gallego, Cristina (N. 8, pag. 4) Guerra, Ciro (N. 8, pag. 4) Haigh, Andrew (N. ¾, pag. 6) Kofmel, Anja (N. 6, pag. 9) Kuosmanen, Juho (N. ¾, pag. 7) Legrand, Xavier (N. 1, pag. 4) Martinessi, Marcelo (N. 5, pag. 4) Matray, Maxime (N. 2, pag. 6) Mundruczó, Kornél (N. 1, pag. 3) Ocelot, Michel (N. 8, pag. 6) Ramsay, Lynne (N. ¾, pag. 10) Ruizpalacios, Alonso (N. ¾, pag. 4) Serebrennikov, Kirill (N. 5, pag. 3) Simón, Carla (N. 7, pag. 5) Stavreski, Gjorce (N. 6, pag. 4) Stuber, Thomas (N. 7, pag. 3) Walther, Alexia (N. 2, pag. 6) INDICE ARTICOLI Il Punto Si ricomincia! di Roberto Bechis (N. 1, pag. 1) Cinema africano di Giusy Buemi (N. 2, pag. 1) How wonderful a sound can be di Francesco Lughezzani (N. ¾, pag. 1) Come ordinare una pizza di Redazione (N. 5, pag. 1) Nuove onde, onde che tornano di Fiammetta Girola (N. 6, pag. 1) Con parole tue di Redazione (N. 7, pag. 1) E a capo di Roberto Bechis (N. 8, pag. 1) Vita Associativa Questionario dei soci di Paolo Ricci (N. 6, pag. 2-3) Cinema Musical al Teatro Ristori di Francesco Lughezzani (N. 6, pag. 4) Suonando Chaplin al Teatro Ristori di Lorenzo Reggiani (N. 6, pag. 4) Incontriamoci a Verona (N. 8, pag. 2) I film - Schede Una luna chiamata Europa di Luca Mantovani (N. 1, pag. 3) L’affido di Francesco Lughezzani (N. 1, pag. 4) Manuel di Michele Bellantuono (N. 1, pag. 5) Cartas da guerra di Francesco Lughezzani (N. 1, pag. 6) Still Recording di Luca Romeo (N. 2, pag. 3) Le franc di Alessandro Del Re (N. 2, pag 4) La petite vendeuse de Soleil di Alessandro Del Re (N. 2, pag 4) Girl di Luca Mantovani (N. 2, pag. 5) Bêtes blondes di Francesco Lughezzani (N. 2, pag. 6) Museo di Luca Mantovani (N. ¾, pag. 4) Menocchio di Michele Bellantuono (N. ¾, pag. 5) Charley Thompson di Francesco Lughezzani (N. ¾, pag. 6) La vera storia di Olli Mäki di Luca Romeo (N. ¾, pag. 7) L’albero dei frutti selvatici di Francesco Lughezzani (N. ¾, pag. 8)

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indici Breve gita di Luca Mantovani (N. ¾, pag. 9) A Beautiful Day - You Were Never Really Here di Michele Bellan­ tuono (N. ¾, pag. 10) Summer di Luca Romeo (N. 5, pag. 3) Le ereditiere di Francesco Lughezzani (N. 5, pag. 4) Lontano da qui di Francesco Lughezzani (N. 5, pag. 5) Ovunque proteggimi di Michele Bellantuono (N. 5, pag. 6) L’ingrediente segreto di Michele Bellantuono (N. 6, pag. 6) The Delegation di Luca Mantovani (N. 6, pag. 7) Il mio capolavoro di Francesco Lughezzani (N. 6, pag. 8) Chris the Swiss di Francesco Lughezzani (N. 6, pag. 9) Un valzer tra gli scaffali di Francesco Lughezzani (N. 7, pag. 3) Il professore cambia scuola di Luca Romeo (N. 7, pag. 4) Estate 1993 di Luca Mantovani (N. 7, pag. 5) Oro verde - C’era una volta in Colombia di Francesco Lughezzani (N. 8, pag. 4) Dove non ho mai abitato di Michele Bellantuono (N. 8, pag. 5) Dilili a Parigi di Francesco Lughezzani (N. 8, pag. 6) Novecento di Bernardo Bertolucci (N. 8, pag. 7) Rassegna stampa Cosa ci dice la critica - Ottobre (N. 1, pag. 7) Cosa ci dice la critica - Novembre (N. 2, pag. 7) Cosa ci dice la critica - Dicembre/Gennaio (N. ¾, pag. 11-12) Cosa ci dice la critica - Febbraio (N. 5, pag. 7) Cosa ci dice la critica - Marzo (N. 6, pag. 10) Cosa ci dice la critica - Aprile (N. 7, pag. 6) Cosa ci dice la critica - Maggio (N. 8, pag. 8) Festival 9. Odesa International Film Festival Ritorno a Odessa. One more step on the Potëmkin stair di Maurizio Benedetti (N. 1, pag. 8) 24. Film Festival della Lessinia Alle vette dell’immaginazione. Un’edizione che muove dal locale all’univ­ ersale, con nuove collaborazioni di Giovanna Girardi (N. 1, pag. 9) 25. Film Festival della Lessinia Venticinque cime. Verso l’edizione 2019 del Film Festival della Lessinia di Alessandro Anderloni (N. 8, pag. 10) 22. Festivaletteratura - Pagine Nascoste Cento volte Pulitzer. Un documentario racconta un secolo di vita del famoso premio di Nelly Girardi (N. 1, pag. 10) 75. Mostra d’Arte Cinematografica Internazionale di Venezia Il successo si consolida. Venezia, un’edizione del festival che registra nuovi primati di Roberto Bechis (N. 1, pag. 11) Roma non è Italia. Alla Mostra, premi meritati ma senza sorprese per il nostro cinema di Lorenzo Reggiani (N. 1, pag. 12) Quelli… dello streaming. Vedere Venezia dalla sala web di Roberto Pecci (n. 2, pag. 11-12) 33. Settimana Internazionale della Critica Fantastiche bestie. Cartoline di un settembre al Lido a cura della giuria della SIC (N. 1, pag. 13) 71. Festival di Cannes Senza temere confronti. Un’edizione di Cannes che premia due volte il cinema italiano di Roberto Bechis e Lorenzo Reggiani (N. 2, pag. 9) 71. Locarno Festival Una garanzia di qualità. Il Festival di Locarno continua a guardare a oriente di Roberto Bechis e Annalisa Bernabè (N. 2, pag. 10) 66. Festival di San Sebastian Tra sorprese e attese disattese. Entre dos aguas vince la Conchiglia d’oro a San Sebastián di Alessandra Pighi (N. 2, pag.13) 2. Festa del Cinema Bulgaro In cerca di meritata fortuna. La seconda edizione milanese della Festa del Cinema Bulgaro di Roberta La Bua (N. ¾, pag. 13) 36. Torino Film Festival A Torino… un novembre rosso shocking. Un’intensa 36. edizione del Torino Film Festival di Marina Fornasari (N. 5, p. 8-9) 15. Schermi d’Amore Con sentimento. La nuova edizione del Festival del mélo (N. 5, pag. 10) Vive l’amour! Schermi d’Amore, torna il festival di cinema mélo di Marina Fornasari (N. 7, pag. 7-8) 48. International Film Festival di Rotterdam Passi incerti e luminosi futuri. Lo streaming dell’International Film Festival di Rotterdam di Roberto Pecci (N. 6, pag. 11-12) 37. Bergamo Film Meeting Europa oggi. Grandi ospiti e cinema del presente al BFM di Rober­ to Pecci (N. 7, pag. 9-10) 29. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina Storie di fantasmi. Dall’Asia alle Americhe passando per il continente africano di Luca Mantovani (N. 8, pag. 9) 6. Bridge Film Festival 2018 Fluire con lentezza. La sesta edizione del Bridge Film Festival di Ginevra Gadioli (N. 8, pag. 10) Intervista Oltre il confine. Visioni e sguardi da Verona al mondo di Francesco Lughezzani (N. 2, pag. 8) Focus C’era una volta in Iran. Mezzo secolo di cinema persiano di Luca Romeo (N. 5, pag. 11-12) Storie d’amori. Il cinema di Bernardo Bertolucci di Lorenzo Reg­ giani (N. 5, pag. 13) Suonala ancora, Leonard. Le colonne sonore di Bernstein di Mario Guidorizzi (N. 6, pag. 13) Goodbye America. Premiare di qua e di là dall’Atlantico di Luca Romeo (N. 7, pag. 11-12) Bruno, der Schweizer Freund. La lunga carriera di Bruno Ganz di Michele Bellantuono (N. 7, pag. 13-14) Angès Varda. La plage et le miroir di Francesco Lughezzani (N. 8, pag. 11) Giulio Brogi. L’attore sovversivo di Lorenzo Reggiani (N. 8, pag. 11) Cinesofia La morte in diretta, la morte in scena. Fotografia e cinema, alle origini di Francesco Lughezzani (N. 1, pag. 14) La morte in diretta. Propaganda e conflitto nel panorama contemporaneo di Francesco Lughezzani (N. 2, pag. 14) Il sacro, il corpo, il quotidiano. First Reformed di Paul Schrader di Francesco Lughezzani (N. ¾, pag. 14) Verrà la morte. Il settimo sigillo, il padre, il cinema di Francesco Lughezzani (N. 5, pag. 14) Dark, fantastic dreams, in the deep dark. Viaggio dentro David Lynch di Francesco Lughezzani (N. 6, pag. 14) Black power. L’identità afroamericana nel cinema contemporaneo di Francesco Lughezzani (N. 7, pag. 14) A volte ritornano. Umanità e altri mostri, secondo George Romero di Francesco Lughezzani (N. 8, pag. 12) Cellulosa&celluloide Iguane. Passione (cinematografica) di una scrittrice di Luca Manto­ vani (N. 1, pag. 15) Ventrilòqui. Voci e fantasmi di un marionettista di Luca Mantovani (N. 2, pag. 15) Iniziazioni. Arti e vite di Goliarda Sapienza di Luca Mantovani (N. ¾, pag. 14-15) Incubi. Nazisti, film, libri, memorie di Luca Mantovani (N. 5, pag. 15) Cicatrici. Per una ricognizione (breve) del cinema sanatoriale di Luca Mantovani (N. 6, pag. 15) Miracoli. La mano destra, la mano sinistra di Luca Mantovani (N. 7, pag. 15) Vite. Virginia, Orlando e il cinema di Luca Mantovani (N. 8, pag. 13) 15

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