N° 7 - Filmese Aprile 2019

 

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N° 7 - Filmese Aprile 2019

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7 722018·2019 • Il punto CON PAROLE TUE APRILE 2019 1 IL PUNTO 2 PROGRAMMA DI APRILE 3 FILM 6 RASSEGNA STAMPA 7 SCHERMI D'AMORE 9 BERGAMO FILM MEETING 11 FOCUS - GLI OSCAR 13 FOCUS - BRUNO GANZ 14 CINESOFIA 15 CELLULOSA&CELLULOIDE 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. si ringrazia A tracciare sul planisfero le rotte che il nostro Circolo ha intrapreso dallo scorso ottobre sino a questo penultimo mese di programmazione, c’è da rimanere piacevolmente sorpresi dei molti chilometri percorsi – mentre ancora il viaggio di ritorno in porto ha tappe esotiche da regalarci, prima di concludere questa 72ª stagione trascorsa assieme. La metafora del viaggio è sicuramente fra le più fortunate, per la facilità con cui sa parlare a chiunque di esplorazione, scoperta, meraviglia. Si viaggia con la fantasia, nel ricordo, ci si “fa un viaggio”, un sito archeologico ci fa viaggiare nel tempo, una fotografia nello spazio, un libro nella storia. Anche il cinema, immagine in movimento, ci permette il piacere di visitare luoghi e tempi distanti da noi, senza lasciare la comodità della poltrona. Come per tutti i viaggi, anche per la riuscita di quello che ogni giovedì compiamo nel buio della sala, fondamentale è la scelta della giusta compagnia: compagnia, quest’anno, ancora più affollata e partecipe del solito, che ci ha permesso di osare nuove rotte, compiere deviazioni e intraprendere avventure che hanno reso unica la nostra strada. A un momento storico segnato da vivacità produttiva, dall’affermarsi di interessanti cinematografie “giovani” (all’ultima Mostra di Venezia, per la prima volta, è stato presentato un film guatemalteco!) e di nuovi autori, non sempre coincide una pronta risposta della distribuzione italiana, a volte impacciata – nelle manovre che portano in sala un film – dalla volontà di mantenere pressoché inalterata una filiera che poco ha tenuto conto delle facilitazioni offerte dal digitale. Tra doppiaggi, rititolaggi, rimontaggi (il pasticcio, tutto italiano, dell'ultimo von Trier...), rinvii, accade che un film arrivi al pubblico con grande ritardo rispetto alla sua presentazione, addirittura che si perda prima di giungere in sala, mancando così l’appuntamento con l’interesse suscitato magari dai passaggi festivalieri e dai premi. La forza del Circolo sta nei suoi Soci, nel loro numero in crescita, nell’attenzione mostrata verso la programmazione e nella sensibilità con cui entusiasmi, critiche e suggerimenti vengono condivisi. Sulla base di questa forza, il Direttivo e la Redazione hanno potuto rafforzare i rapporti con la distribuzione e con i festival, accorciando la fatidica distanza che separa un film dagli spettatori. Settimana Internazionale della Critica, Film Festival della Lessinia, Festival di Cinema Africano, ma anche Trieste Film Festival, Bergamo Film Meeting e Luso Mostra Itinerante di Cinema Portoghese, insieme alla distribuzione indipendente: parlando con queste importanti realtà una comune lingua di impegno e passione, abbiamo potuto portare in anteprima e in esclusiva per il Circolo opere di grande qualità e varietà. Film che ci parlano nei loro idiomi, con parole loro, originali e sorprendenti, riversando dallo schermo la meraviglia di scoprire nuovi paesi, nuove storie, nuove culture, nuove voci e nuovi suoni – appunto senza lasciare la comodità della poltrona, ma facendoci piacevolmente trascinare fuori dal perimetro delle nostre certezze. Basterà guardare anche solo al programma di aprile: l’inedita giungla di scaffali di In den Gängen e il commovente difetto di pronuncia del suo protagonista, così essenziale alla riuscita del film; gli adolescenti incontenibili di Les grands esprits, non-attori provenienti da quell’altra giungla metaforica delle banlieue parigine, con il suo gergo spiccio e autentico; i chiassi e i giochi di due bambine che imparano a diventare sorelle, nell'estate catalana di Estiu 1993. La Redazione

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programma di aprile 2019 GIOVEDÌ 4 APRILE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 UN VALZER TRA GLI SCAFFALI regia di Thomas Stuber Germania, 2018 – durata 125’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 11 APRILE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 IL PROFESSORE CAMBIA SCUOLA regia di Olivier Ayache-Vidal Francia, 2017 – durata 106’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 18 APRILE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 ESTATE 1993 regia di Carla Simón Spagna, 2017 – durata 97’ Versione originale sottotitolata in italiano È DI NUOVO TEMPO DI 5x1000 SCELTA PER LA DESTINAZIONE DEL CINQUE PER MILLE Sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale e delle associazioni e fondazioni riconosciute che operano nei settori di cui all’art. 10, c.1, lett a), del D.Lgs. n. 460 del 1997 FIRMA 80022000238Codice fiscale del beneficiario (eventuale) Il vostro 5x1000 al cinema d’autore: scegliete di sostenere il vostro Circolo sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 2

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film 24 GIOVEDÌ 4 APRILE 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 UN VALZER TRA GLI SCAFFALI regia di Thomas Stuber Germania, 2018 – durata 125’ Versione originale sottotitolata in italiano spazio e un sentire periferico e quanto mai intenso e struggente accompagna lo spettatore attraverso la vita di due trentenni che trovano il tempo di vedersi solo al termine e al principio dei rispettivi turni, davanti alla macchinetta del caffè, facendo affiorare un amore che emerge lentamente, lacerato ancora prima di poter fiorire. Ma più che l'assolo di due personaggi, Un valzer tra gli scaffali è il concerto di un intero sistema circolatorio fatto di metallo e carne, di uomini e macchine, che si muove sulle onde di Strauss e non si può fermare, che si propaga nelle ore notturne guidando il nostro sguardo in zone laterali, spesso tenute fuori campo dalle cinematografie contemporanee, ma in cui è possibile trovare, inossidabile e potente come la prosa di Meyer, una narrazione attenta alle più piccole sfumature, sensibile e innamorata dei propri personaggi. Francesco Lughezzani FESTIVAL E PREMI Guild Film Prize e Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Berlino 2018; Premio per la Miglior sceneggiatura all'Athens International Film Festival 2018; Miglior Film al Napoli Film Festival 2018. Christian ha appena iniziato a lavorare in un grande supermercato appena fuori Dresda. Il suo passato emerge timidamente sotto forma di tatuaggio dalle maniche della nuova divisa, mentre esplora gli spazi ordinati degli scaffali su cui posiziona la merce. Non è un gran conversatore, ma va bene così. Bruno, che lavora lì da vent'anni, lo prende sotto la sua ala. Gli insegna come ci si muove, lì dentro, come si guida – o meglio si danza – con un muletto per spostare pile di scatole. La realtà quotidiana del lavoro, la ripetitività dei gesti e la compostezza del sentimento sono al centro del film di Stuber – ispirato ad un racconto del romanziere tedesco Clemens Meyer – che mette sotto l'obiettivo una realtà inconsueta per il cinema. Lontana da ogni dimensione di eccezionalità, la vita dei protagonisti viene osservata con uno sguardo intimo, attraverso gli sguardi rubati tra le scaffalature cariche di prodotti. Christian si innamora di Marion, addetta al reparto dolci e inizia un timido corteggiamento. Ma Marion è sposata e quando decide di prendersi una pausa dal lavoro, Christian rischia di perdere la serenità appena acquisita, vedendo riemergere ferite dal proprio passato. La geometria dei piani e dei movimenti di macchina, che seguono il perfetto meccanismo del supermercato, viene orchestrata da Stuber attraverso una struttura formale essenziale e mai invadente, che evidenzia il contrasto tra i primi piani – spesso incastrati tra scatole, bottiglie e lattine – e i campi lunghi con cui seguiamo Christian imparare ad usare il muletto – il video corso che istruisce i dipendenti sui rischi in cui si incorre guidando un muletto è un capolavoro di macabra ironia. L'attenzione al mondo operaio, a uno t.o. In den Gängen – regia: Thomas Stuber – sceneggiatura: Clemens Meyer, Thomas Stuber – fotografia: Peter Matjasko – montaggio: Kaya Inan – scenografia: Jenny Rösler – interpreti: Franz Rogowski (Christian Gruvert), Sandra Hüller (Marion Koch), Peter Kurth (Bruno), Henning Peker (Wolfgang), Matthias Brenner (Jürgen), Gerdy Zint (Tino), Michael Specht Paletten (Klaus), Clemens Meyer (Marions Mann) – produzione: Sommerhaus Filmproduktionen, Departures Film, ARTE – Germania, 2018 – 2h 05’ - v.o. sottotitolata in italiano THOMAS STUBER Thomas Stuber è nato a Lipsia nel 1981, nella Repubblica Democratica Tedesca. Dopo essersi diplomato, ha completato diversi stage e assistentati nell'industria cinematografica. A partire dal 2002, ha lavorato a diverse produzioni cinematografiche e televisive come sceneggiatore, supervisore e assistente alla regia. Dal 2004 al 2011 ha studiato regia teatrale alla Filmakademie Baden-Württemberg. Mentre completava i suoi studi, ha ricevuto numerosi premi per il suo cortometraggio Es geht uns gut (2006) e per Teenage Angst (2008). Con Teenage Angst ha partecipato al Festival Internazionale del Cinema di Berlino nel 2008. Il suo film di diploma Of Dogs and Horses (2011) ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Silver Medal agli Student Academy Awards. Insieme a Clemens Meyer, Stuber è stato nominato per il German Screenplay Award per il loro lavoro su A Heavy Heart nel 2014, e hanno ricevuto numerosi premi per In den Gängen (Un Valzer fra gli scaffali, 2018). CLEMENS MEYER Clemens Meyer, nato nel 1977 ad Halle, nella Germania Est, è uno dei più importanti scrittori europei della sua generazione. Autore di romanzi, raccolte di racconti e sceneggiature per il cinema e la televisione, ha costruito un fertile sodalizio con l'amico Thomas Stuber, con cui ha scritto la sceneggiatura di tre lungometraggi e due corti, tutti vincitori di premi in ambito internazionale. È anche attore, e ha recitato in piccole parti per il grande e piccolo schermo. 3

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film 25 GIOVEDÌ 11 APRILE 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 IL PROFESSORE CAMBIA SCUOLA regia di Olivier Ayache-Vidal Francia, 2017 – durata 106’ Versione originale sottotitolata in italiano I Miserabili, atto secondo. Ma, a differenza del romanzo storico di Victor Hugo, il Jean Valjean che insegue il riscatto personale è sostituito dal professor François Foucault, uomo forte fuori e insicuro dentro. Non c’è un Javert che impone la propria legge con arroganza e rigore, ma un ragazzino, Seydou, che le regole imposte dall’alto non riesce proprio a capirle. Infine, non troviamo una Fantine disperata che fa di tutto pur di dare una vita dignitosa alla propria bambina, bensì la giovane insegnante Chloé, piena di passione nel rapporto con i suoi studenti, ma poco valorizzata nella vita sociale. E, ovviamente, non ci troviamo nella Francia del primo Ottocento scossa dalla caduta di Napoleone e pronta a una nuova rivolta antimonarchica, ma nella Parigi dei giorni nostri, in cui il problema sociale più evidente sono le banlieue, le periferie urbane in cui è facile finire in “cattive compagnie” e, soprattutto, dove la scuola è spesso l’unica speranza di riscatto per i “miserabili” del terzo millennio. Nasce da queste premesse Les Grands Esprits (tradotto in italiano, abbastanza infedelmente, con Il professore cambia scuola), una commedia divertente e interessante, anche se a tratti non troppo originale, firmata dal regista francese Olivier Ayache-Vidal. la quale appoggiarsi nei momenti di difficoltà. Torna il tema educativo-sociale, molto sentito nel cinema dell’ultimo decennio, soprattutto per quanto riguarda la produzione transalpina, dal celebre La classe - Entre les murs di Laurent Cantet del 2008 a Class Enemy (2013) del regista sloveno Roc Bicek, tanto per far capire che l’emergenza educativa è avvertita un po’in tutta Europa e non solo in riva alla Senna. Ma se il lungometraggio di Cantet ha uno sguardo da documentario e Bicek sposta l’attenzione sulla fiction, Ayache-Vidal unisce le due strade, facendo interpretare i ragazzi dell’Istituto Superiore Barbara della periferia parigina dai veri studenti della scuola, giovanissimi attori non professionisti, alla prima esperienza davanti a una cinepresa. Al loro fianco, presenza imponente e rassicurante, un professionista come Denis Podalydé, attore permanente della Comédie-Française, unico teatro statale in tutta la Francia a lavorare con una compagnia stabile. Un lavoro scrupoloso, nato da un’osservazione diretta della scuola da parte del regista, presenza fissa nelle classi dei suoi futuri attori per ben due anni. Sono proprio Les Misérables di Victor Hugo, argomento studiato in classe dai giovani studenti, una chiave di lettura interessante che il cineasta utilizza per sottolineare il parallelismo tra gli eroi quotidiani di inizio Ottocento e quelli – con tragedie più o meno dolorose – dei giorni nostri. Un ultimo appunto si può fare su una delle sequenze più riuscite del film, la fuga dei ragazzini Seydou e Maya tra le stanze della reggia di Versailles, in una corsa che tanto ricorda quella dei protagonisti di Band à Part di Jean-Luc Godard lungo i corridoi del Louvre. Una citazione inaspettata, quanto divertente, simbolo di un film che riesce a parlare di attualità senza cercare la compassione facile dello spettatore. Luca Romeo t.o. Les Grands Esprits – regia: Olivier Ayache-Vidal – sceneggiatura: Olivier Ayache-Vidal – fotografia: David Cailley – montaggio: Alexis Mallard – scenografia: Angelo Zamparutti – musiche: Florian Cornett, Gadou Naudin – interpreti: Denis Podalydès (François Foucault), Abdoulaye Diallo (Seydou), Pauline Huruguen (Chloé), Alexis Moncorgé (Gaspard), Tabono Tandia (Maya), Emmanuel Barrouyer (Preside), Léa Drucker (Caroline), Zineb Triki (Agathe), François Petit-Perrin (Rémi), Marie Rémond (Camille), Charles Templon (Sébastien)– produzione: Sombrero Films – Francia, 2017 – 1h 46’ – v.o. sottotitolata in italiano I“miserabili”raccontati dall’autore parigino sono adolescenti a cui sembra non prospettarsi nessun futuro roseo, spesso migranti o figli di migranti costretti a convivere con l’idea di venir considerati stranieri anche nel luogo dove sono nati, oltre che in quello da dove sono partiti, e che trovano nel loro professore una figura con cui scontrarsi, ma anche al4 OLIVIER AYACHE-VIDAL Olivier Ayache-Vidal nasce a Parigi nel 1969. Dopo gli studi in Scienze Sociali e Comunicazione, comincia a lavorare come pubblicitario. Nel 1992 diventa reporter per l’agenzia Gamma e parte in missione con l’UNESCO. Il lavoro giornalistico gli permette di sviluppare un metodo che utilizzerà anche per il cinema, basato su un lungo lavoro di documentazione “sul campo”. Dopo aver girato alcuni cortometraggi, a partire dal 2013 comincia a sviluppare il progetto che diventerà poi, nel 2017, il suo primo lungometraggio Les Grands Esprits, risultato di due anni di ricerche nelle scuole delle banlieue di Seine-Saint-Denis.

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film 26 GIOVEDÌ 18 APRILE 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 ESTATE 1993 regia di Carla Simón Spagna, 2017 – durata 97’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Miglior opera prima e Grand Prix della Giuria Internazionale Generation Kplus al Festival di Berlino 2017; Menzione d’onore a Carla Simón al London Film Festival 2017; Miglior regista esordiente, Miglior attore non protagonista e Miglior attrice rivelazione ai Premi Goya 2018; Candidato spagnolo all’Oscar per il Miglior film in lingua straniera 2018. «Perché non stai piangendo?», chiede a Frida uno dei ragazzini con cui sta giocando in strada. Intorno a lei, la notte estiva di Barcellona si accende degli scoppi verdi e rossi dei fuochi d’artificio e delle grida gioiose di gente in festa. Ci sarebbe da essere lieti, ma la bambina ha in effetti tutti i motivi per piangere: in casa, la zia Marga sta raccogliendo in una valigia le sue cose, per portarla a vivere con sé in campagna, lontano dalla città in cui Frida non ha più da tempo un papà e ora nemmeno una mamma. Ma Frida non piange. Sono rari i film che sanno parlare di infanzia, soprattutto di infanzie diverse, senza cadere nel ricatto di una retorica dalla lacrima facile, ad uso, viene da pensare, più della commozione dell’adulto cresciuto che dell’autentica rappresentazione della più misteriosa fra le età della vita. Incantato esordio della giovanissima Carla Simón, Estiu 1993 ha perciò tanto più valore nella misura in cui attinge a piene mani dal vissuto biografico dell’autrice, disegnando con sensibilità ed empatia un dolceamaro racconto di formazione, che si consuma nella parabola luminosa di un’estate lontana nel tempo, ma viva nel dolore. L’estate in cui la piccola Frida/ Carla perde la madre e viene accolta in una nuova famiglia composta dagli zii materni e dalla cuginetta Anna, che ora la bambina dovrà imparare a chiamare mamma, papà, sorella. Non sarà semplice il cammino da percorrere per arrivare a riempire di significato, di affetto autentico, queste semplici parole. A sei anni Frida è ancora piccola per trovare voce alle proprie paure e ragioni, ma è già abbastanza grande per avvertire il peso di una vita che troppo presto si è inceppata, incagliandosi nelle maglie taglienti del lutto. Così l’estate si trasforma in un viaggio intimo, scandito da piccole stazioni dolorose in cui la bambina metterà alla prova l’affetto della sua nuova famiglia, l’assenza della madre e, soprattutto, se stessa. L’assolata campagna catalana, in bilico fra l’idillio e l’insidia, dove sono ben vivi i residui di un sentimento panico della vita (le nenie, i riti di paese con i balli e le maschere giganti), sono lo sfondo ideale in cui Frida può mettere in atto i propri minuti riti di passaggio: l’evocazione caricaturale della madre nei giochi con Anna, i piccoli doni portati alla nicchia di una madonnina, una chiamata telefonica con il silenzio del passato, la sfida al pericolo del bosco, la fuga. Tutto nel film di Carla Simón ha il sapore dell’autenticità, per grazia di una sceneggiatura che quasi non percepiamo nella sua straordinaria naturalezza, eppure capace di creare una sottile tensione nello spettatore – non solo per il destino della piccola protagonista, ma anche per il mistero che avvolge la scomparsa dei suoi genitori e la sua stessa salute. Alla riuscita di questo vibrante ritratto, contribuisce la prova gigantesca della piccola Laia Artigas, che regala alla sua Frida una gamma di sfumature impressionanti per mutevolezza e verità, dalla durezza, allo stupore, fino alla malizia (necessaria la scelta della distribuzione di portare nelle sale il film solo nella sua versione originale). La macchina da presa della regista, con intelligenza, si mette a servizio della piccola interprete, senza lasciarsene travolgere, ma trovando quella misura empatica che permette al film, e a noi con lui, di costruire insieme a Frida un nuovo sguardo per il mondo nuovo che sta diventando la sua casa. E quando finalmente la tristezza tanto a lungo negata romperà in pianto, Frida avrà forse compreso che una risposta a quel «perché?» non è possibile darla, ma si può accettare che la vita debba ricominciare, pur con il suo dolore incancellabile. Luca Mantovani t.o. Estiu 1993 – regia: Carla Simón – sceneggiatura: Carla Simón – fotografia: Santiago Racaj – montaggio: Didac Palou, Ana Pfaff – scenografia: Mónica Bernuy – musiche: Pau Boïgues, Ernest Pipó – interpreti: Laia Artigas (Frida), Paula Robles (Anna), Bruna Cusí (Marga), David Verdaguer (Esteve), Fermí Reixach (Avi), Montse Sanz (Lola), Isabel Rocatti (Àvia), Berta Pipó (Àngela), Etna Campillo (Irene), Paula Blanco (Cesca), Quimet Pla (Gabriel) – produzione: Inicia Films, Avalon P.C. – Spagna, 2017 – 1h 37’ – v.o. sottotitolata in italiano CARLA SIMÓN Carla Simón, classe 1986, nasce a Barcellona e trascorre la sua infanzia, dopo aver perso i genitori a causa del AIDS, nella comarca di La Garrotxa: questa drammatica esperienza sarà alla base del suo lungometraggio di debutto, Estiu 1993, presentato al Festival di Berlino nel 2017. Carla Simón ha studiato Comunicazione Audiovisiva alla Universidad Autónoma di Barcelona nel 2009, specializzandosi poi con un Master of Arts alla London Film School. A Londra ha realizzato i cortometraggi Lipstick (2013) e Las pequeñas cosas (2014), oltre al documentario Born Positive (2012) che tratta dei bambini nati con l’HIV. 5

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rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA Un valzer tra gli scaffali di Thomas Stuber […] Christian è appena arrivato e fa il magazziniere del reparto bevande e alcolici, sotto la supervisione del collega più vecchio Bruno. Marion invece lavora da tempo al reparto dolciumi ed è già pratica della guida del muletto, il carrello elevatore con cui si spostano e si impilano sugli scaffali altissimi le merci del supermercato. La padronanza del muletto è una qualità distintiva: segnala abilità, sveltezza, anzianità di servizio e soprattutto “appartenenza”. Perché quel supermercato in mezzo a uno snodo stradale della ex Germania est […] non è solo il luogo di lavoro ma anche quello degli amici, della solidarietà, forse dell’amore, di una specie di “famiglia”. […] Un valzer tra gli scaffali di Thomas Stuber ha la poesia, l’umanità e l’amarezza delle piccole, irrisolte, silenziose commedie quotidiane, dove cinque minuti passati insieme nella Siberia (il reparto surgelati) o un cioccolatino con una candelina accesa nel giorno del compleanno possono scaldare il cuore. Poi, dopo un piccolo party occasionale, ognuno risale sulla sua auto o il suo autobus e si perde nella propria vita privata. L’umorismo sotterraneo, più laconico di quello di Aki Kaurismäki, lascia il posto al vuoto, che può anche trasformarsi nel rimpianto di un altro lavoro, un altro tempo, un’altra Germania. Emanuela Martini da Film TV anno XXVII – N. 7, 12 febbraio 2019 L’ambientazione inusuale conferisce a questa pellicola una prospettiva estrema, un non-luogo, l’avrebbe chiamato Marc Augé: gli spazi enormi del negozio e tuttavia ben delimitati dagli enormi scaffali; il paesaggio circostante, lo svincolo di un’autostrada grigia e desolante; e le merci, che giorno dopo giorno vengono ammassate le une sulle altre senza soluzione di continuità. E proprio con uno sguardo da antropologo, quasi documentaristico, si pone la regia di Stuber: Christian parla pochissimo, e quando lo fa si sputa quasi addosso; ma anche gli altri personaggi, se si rivelano, restano circondati dal silenzio degli altri, cioè nell’impossibilità di uscire da tutta questa solitudine. È un gioco di monologhi, che diventano veri soliloqui dell’anima. Domenico Ippolito da Ondacinema.it Il professore cambia scuola di Olivier Ayache-Vidal La scuola sono io. Comodo e gratificante insegnare lettere in uno dei licei più prestigiosi di Parigi. […] Poi, però, l’orgogliosissimo prof pecca di ingenuità. Si fa scappare un giudizio sferzante sulle scuole della famigerata banlieue, sostenendo che la colpa del disastro è proprio degli insegnanti, troppo giovani e impreparati. Ovviamente, tutto cambierebbe se in prima linea fossero mandate persone come lui, esperte e inflessibili. Detto, fatto: una solerte funzionaria del ministero lo sente, ritiene l’idea geniale e gli propone di passare, immantinente, dalle parole ai fatti. Come rifiutare senza perdere la faccia? Bello spunto narrativo, situazione ribaltata, materiale abbondante per una commedia capace di confrontarsi con le problematiche reali. Élite contro popolo, centro versus periferia, intellettuali con la puzza al naso e gente che si confronta ogni giorno con il male di vivere. Ora, caro professore, non hai più lo scudo protettivo delle tue belle parole, pronunciate là dove non si corre alcun rischio. Ora hai ragazzi 6 e ragazze che hanno come prospettiva più probabile nella vita di diventare piccoli delinquenti e finire dietro le sbarre. E davvero il corpo insegnante è impreparato ad affrontare una sfida così improba. Bisogna cambiare, ma cambiare davvero. I metodi delle lezioni, certo, ma anche e soprattutto l’approccio umano. Aprirsi, scendere dal piedistallo, vedere il positivo che può nascondersi dietro gli atteggiamenti più respingenti. Può davvero valerne la pena, per i ragazzi e pure per i prof. Luigi Paini da Domenica Il Sole 24 ORE, 17 febbraio 2019 [È] da un coinvolgimento diretto che nasce l’opera prima di Olivier Ayache-Vidal, frutto di un lungo lavoro sul campo (prima delle riprese il regista ha infatti vissuto per più di due anni in un liceo della periferia di Parigi a stretto contatto con gli studenti e i professori tanto che il film è interpretato dagli stessi alunni di quella scuola). Un lavoro che ha reso questa storia, ispirata alle recenti opere del pedagogista Philippe Meirieu e della psicologa infantile Liliane Lurçat, autentica e allo stesso tempo divertente e illuminante. Giulia Lucchini da Cinematografo.it Estate 1993 di Carla Simón La Simón segue passo passo il percorso della sua protagonista, la accompagna nel suo nuovo habitat, la pedina senza sosta, mostrando soprattutto le reazioni impresse sul suo volto ed evitando quando possibile l’utilizzo delle sue soggettive, perché Estate 1993 è anche il racconto dell’acquisizione di uno sguardo sulla realtà, come unico viatico alla comprensione del mondo e di se stessi. [L]a narrazione […] nasconde tra le pieghe del suo naturalismo elementi non estranei al thriller, la tensione si fa infatti tangibile in più momenti, a partire da quella sequenza nel parco […]. Quando la bambina cade e si sbuccia un ginocchio, le reazioni degli adulti presenti appaiono esagerate e incomprensibili e si fa strada la sensazione che la piccola possa costituire un pericolo per chi la circonda. È con rimarchevole, spietata delicatezza che la regista introduce così il tema della malattia, in questo caso l’AIDS, nella sua storia, storia che solo una didascalia finale rivelerà essere di matrice autobiografica. A sottolineare poi ulteriormente questa costante sensazione di “pericolo”, ci sono quelle domande di Frida sul phon e sull’acqua, un incidente con un pettine, un cavolo scambiato forse apposta con una lattuga, un infortunio della cuginetta nel bosco, dettato da quell’insopprimibile sadismo tipico dell’infanzia e della sua mancanza di freni inibitori. Intorno a Frida si concentrano poi reazioni contrastanti che vanno dall’affettuosa condiscendenza dei nonni, al più esplicito compatimento degli estranei, alle reazioni talvolta più severe dei nuovi genitori, che si ritrovano, proprio come lo spettatore, sempre vigili nel tentare di decifrare le reazioni, spesso irrazionali di Frida. Motore estremamente mobile ed instabile di un universo umano che la osserva sempre in bilico tra empatia e paura, Frida osserva e ascolta, sbaglia e apprende e rappresenta lo strumento perfetto per trascinarci in un viaggio a ritroso, giù in fondo, fino a quel tempo ancestrale fatto di incoscienza e irrazionalità, e che ognuno di noi ha attraversato. Daria Pomponio da Quinlan.it

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festival VIVE L’AMOUR! Schermi d’Amore, torna il festival di cinema mélo A l titolo del film taiwanese Vive l’Amour, ammirato, ça va sans dire, al Circolo, ho aggiunto proditoriamente un bel punto esclamativo, a suggello della rinnovata liaison tra il Circolo del Cinema e Schermi d’Amore e a esternazione del mio giubilo per il ritorno alla grande, dopo ben otto anni, del festival del cinema mélo che si è svolto al teatro Ristori dal 12 al 19 febbraio scorsi. Tra le varie sezioni, dettagliatamente illustrate sul Filmese di febbraio, ho privilegiato Passato/Presente, in cui, oltre ai restauri d’autore, venivano presentate opere uscite dal meglio dei festival internazionali, per lo più inedite in Italia, con particolare attenzione per quelle dal Nord Africa e dal vicino e Medio Oriente. Al di là della variegata provenienza geografica, queste pellicole hanno in comune un approccio asciutto e realistico nello scandagliare le dinamiche familiari, sentimentali e sociali dei personaggi, spesso femminili: un caleidoscopio etnico di vivida immediatezza che mostra come tali rapporti siano inesorabilmente intrecciati ai tormentati cambiamenti e drammatici eventi nelle varie aree geografiche. Non essendoci stata quest’anno una giuria, mi arrogo il diritto di conferire un ideale primo premio a Rosie dell’irlandese Paddy Breathnach: 36 ore nella vita di una giovane famiglia ai margini della drammatica crisi immobiliare irlandese, sfrattata di casa dal proprietario e ritrovatasi dall’oggi al domani senza tetto. Con tutti i loro effetti personali stipati nel baule dell’auto, la madre Rosie e i quattro figli cercano disperatamente un posto che li accolga per la notte, chiamando una lunga lista di hotel apparentemente disposti ad accettare buoni del governo per alloggi temporanei, mentre il compagno John lavora a massacranti turni di cucina. Il film è ambientato per buona parte all’interno dell’angusto Marina Fornasari con un cast eccezionale, a partire dai quattro bambini. Ma il fulcro della pellicola è Rosie, un toccante mix di resilienza, vulnerabilità e dignità: una moderna Mutter Courage che fa tutto ciò che è in suo potere per proteggere i figli e la loro dignità in questo nuovo, umiliante status di homeless. Ma la vera peculiarità della pellicola risiede nella rigorosa scelta autoriale del regista: per farci empatizzare con questa famiglia, per farci percepire in modo tangibile che tutto ciò potrebbe accadere a chiunque, anche a noi, utilizza per l’intera durata del film primi piani e inquadrature strette sui protagonisti, claustrofobicamente imprigionati dalla macchina da presa all’interno della loro vettura o in un’angusta stanza d’hotel ingombra dei loro sacchi neri con gli indumenti. Anche nelle esigue riprese in esterni l’inquadratura, resa traballante dalla steadicam, si concentra sul personaggio e lo taglia completamente fuori dal contesto, quasi a significare che ormai non ha nessuna collocazione. Con un’unica macroscopica eccezione: il campo lunghissimo finale nel parcheggio deserto di un supermercato, che si trasforma nella soggettiva di John che veglia di notte, da lontano, sulla sua famiglia ormai ridotta a dormire in auto: la sola protezione che questo padre, frustrato per la propria dichiarata inadeguatezza, è in grado di dare. Un’immagine che stringe il cuore più di mille primi piani sulla lacrimuccia. Devo ammettere che al termine del film ho provato un senso di sollievo nell’uscire all’aperto, cui non era estraneo il fatto di aver visto tre pellicole di seguito... Il film Sofia della marocchina Meryem Benm’Barek racconta, invece, le difficoltà di una ventenne di Casablanca rimasta incinta in un paese fortemente patriarcale, in cui i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sono puniti fino a un anno di reclusione. La regista si è smarcata da una prevedibile requisitoria sulla condizione femminile nella civiltà islamica, per percorrere strade più complesse e drammaturgicamente anche spiazzanti: in 80 minuti di film ci restituisce un’immagine cinica, amorale e graffiante delle dinamiche di potere che regolano le differenti classi sociali del Marocco, della corruzione, dei rapporti di forza interni alle famiglie, delle loro tacite ipocrisie, del contrasto tra apparenza esteriore e verità interiore. In questo paese, in tensione fra tradizione e moder- Rosie di Paddy Breathnach abitacolo dell’auto, in cui Rosie, tra una telefonata e l’altra, cerca di garantire una giornata “normale” ai suoi quattro piccoli, portandoli ciascuno alla propria scuola, andando a riprenderli, assicurandosi che facciano i compiti, facendoli mangiare, giocare, magari disegnando figure sulla condensa dei finestrini dell’auto o con le macchinine negli stretti corridoi degli alberghi. Sembrerebbe uno script tratto dal libro Cuore, invece il tutto è delineato senz’ombra di pietismo e Sofia di Meryem Benm'Barek 7

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festival nità, spicca sorprendentemente un matriarcato che sovverte il pensiero comune di una cultura patriarcale. Ma l’elemento più inatteso del film è lo scambio di ruoli tra vittime e carnefici: la protagonista Sofia manipola abilmente la situazione per proteggere un investimento finanziario e mantenere le proprie aspirazioni a una classe sociale medio-alta. E chi rimane incastrato è il presunto padre, Omar, troppo in basso nella scala sociale per potersi difendere e reagire. Oggetto di un ben riuscito colpo di scena, quest’ultimo si farà però apprezzare per non aver piegato la propria dignità. Come a dire: non c’è sesso forte che tenga, quando a comandare sono il dio denaro e le spietate gerarchie di potere. Sir, dell’indiana Rohena Gera, è una sorta di favola moderna, ambientata inusitatamente all’interno dei grattacieli di Mumbai, sull’amore furtivo che sboccia tra un agiato architetto e la sua domestica vedova, in un paese in cui le barriere tra le diverse caste sono ancora invalicabili. Si tratta di un film delicato, leggermente “zuccherino”, in cui ho riscontrato analogie con Sofia nella rappresentazione puntuale e abbastanza inusuale per noi dei due volti di nazioni ancora troppo divise dalle rigidità sociali: quello ricco, borghese, cittadino e occidentalizzato che parla francese (in Sofia) e inglese (in Sir), e quello povero e popolare che parla arabo e hindi; insieme all’impotenza, anche qui di un protagonista maschile, in questo caso perfino benestante, davanti alla tentacola- Weldi di Mohamed Ben Attia tragedia, la via crucis dell’inseguimento del figlio fino in Siria si trasforma in una ricerca di sé e della propria identità di uomo piuttosto che di padre. Come già detto, ho un po’ trascurato le altre sezioni a favore delle nuove pellicole più esotiche di Passato/Presente, riuscendo a vederle quasi tutte, ma sentendo la mancanza di qualche film dall’atmosfera più lieve. L’unica commedia era, infatti, Black Ladies dell’australiano Bruce Beresford, affetta peraltro da personaggi bidimensionali e da un pirotecnico e trionfale happy end. In ottemperanza alle quote rosa, è obbligatorio sottolinea­ Sir di Rohena Gera re protervia delle leggi sociali. Una curiosità: la straordinaria somiglianza del protagonista, l’attore Vivek Gomber, con il nostrano pentastellato Di Battista ha prodotto solo in me un effetto straniante tale da inquinare l’intera visione del film? Ho apprezzato Weldi del tunisino Mohamed Ben Attia, una radiografia del disagio esistenziale in una società sottoposta a drammatici cambiamenti, attraverso l’odissea di una famiglia il cui figlio diciannovenne scompare improvvisamente per unirsi all’ISIS in Siria. Il regista non svela mai le motivazioni del ragazzo, sebbene la lunghezza del prologo precedente la fuga ci induca subliminalmente a frugare tra le pieghe di un’apparentemente insignificante quotidianità familiare alla ricerca di segni premonitori. L’originalità del film risiede proprio nel relegare le questioni dell’indottrinamento e dello jihadismo fuori campo per adottare il punto di vista dei genitori, focalizzandosi su una straordinaria figura di padre, per il quale, nonostante o forse proprio in grazia di questa 8 Ava di Léa Mysius re la presenza di ben sei registe nella rassegna, ma, soprattutto, come emergano forti e chiari i personaggi femminili: giovani donne insofferenti agli ipocriti meccanismi sociali, testardamente e coraggiosamente determinate ad affermare nel bene e nel male la propria identità e le proprie aspirazioni. E il fatto che i titoli stessi di molte pellicole portino il loro nome – Sofia, Ava, Rosie, Angelique’s Isle – appare elevarle allo status di eroine. Tra queste, la mia personale reginetta è la selvatica tredicenne di Ava, della francese Léa Mysius, che vuole godersi con tutti i sensi l’ultima estate prima di diventare gradualmente cieca. La ciliegina sulla torta di questi Schermi d’amore ritrovati è stata, a chiusura del festival, la presenza in sala di Claude Lelouch per introdurre il mitico Un uomo, una donna. E per terminare circolarmente il mio articolo con un altro augurio cinefilo, questa volta scomoderò nientedimeno che Sergej Michajlovič Ėjzenštejn: ¡Que viva Schermi d’Amore!

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festival EUROPA OGGI Grandi ospiti e cinema del presente al BFM L’ omaggio a Jean-Pierre Leaud, attore feticcio della Nouvelle Vague francese e poi del cinema europeo degli ultimi 60 anni, è stato uno dei fiori all’occhiello della 37. edizione del Bergamo Film Meeting. Les quatre cents coups di Truffaut è del 1959, La mort de Louis XIV di Albert Serra del 2016; tra questi estremi ecco ancora i film successivi con Truffaut, Godard. Le départ fu nel 1967 il primo film di Jerzy Skolimowski fuori dalla Polonia; La maman et la putain, nel 1973, film di quasi quattro ore in cui il regista Jean Eustache fa interpretare a Leaud il proprio alter ego, impegnandolo in un interminabile profluvio di dialoghi; poi ancora opere più recenti di Bonello, Belvaux, Assayas, Kaurismaki – un affascinante itinerario nel cinema d’autore. Palcoscenico del migliore cinema europeo, il BFM ha pro- Peter Mullan in Neds (2010) posto un percorso nella filmografia dell’attore, regista e sceneggiatore inglese Peter Mullan. I Soci del Circolo ricorderanno la sua intensa performance nel recente Tyrannosaur (2011) di Paddy Considine, e forse i più lontani nel tempo Orphans (1998) e Magdalene (2002), diretti dallo stesso Mullan. Di sua mano anche l’interessante Neds, intenso racconto di formazione nella Glasgow degli anni 70. Con l’interpretazione in My Name Is Joe di Ken Loach, Mullan si guadagnò la Palma per il Miglior attore a Cannes nel 1998. Un confronto necessario con una delle figure cardine del film britannico di realismo sociale, le cui opere non sempre hanno trovato in Italia la diffusione che meriterebbero. Interessante anche il percorso di scoperta e conoscenza della filmografia di Karpo Godina, figura centrale del cinema jugoslavo e sloveno, che ha contribuito insieme al più noto e recentemente scomparso Dušan Makavejev e a Želimir Žilnik, presente all’ultimo Trieste Film Festival, a dare vita all’Onda nera (Crni Val), movimento del cinema jugoslavo della seconda metà degli anni 60 e primi anni 70, che univa al linguaggio cinematografico sperimentale e allo humor nero l’analisi critica sociopolitica. Permeate di un gioioso vitalismo, le opere di Godina esprimono insofferenza verso convenzioni e censure. La sezione Europe, Now! ha portato sugli schermi del BFM la filmografia completa del norvegese Bent Hamer. Dopo l’esordio nel lungometraggio con Eggs (1995) che raccoglie premi nei festival e che già contiene la poetica dell’autore norvegese con i piccoli grandi drammi della quotidianità guardati con sapiente ironia, lo ritroviamo nel 2003 con Rac- Roberto Pecci Jean-Pierre Léaud incontra il pubblico del festival conti di cucina: quasi una parabola in cui è particolarmente evidenziato il rapporto di amore/odio tra i norvegesi e i vi- cini svedesi. Ispirato e tratto da un racconto di Bukovski è Factotum (2005). Solitudine, vecchiaia, ricerca di nuove op- portunità sono gli ingredienti di Il mondo di Horten del 2007, sulla figura di un metodico e solitario ferroviere della tratta Oslo-Bergen che proprio all’ultimo viaggio prima della pen- sione si troverà a vivere inconsuete esperienze. Diversi per- sonaggi incrociano le loro vite la notte di Natale in una pic- cola città norvegese in Tornando a casa per Natale del 2010. L’ultimo film diretto, a mio avviso forse il più fragile, è 1001 Grammi (2014), che proprio nella definizione delle unità di misura ponderali trova il suo spunto iniziale per farci incon- trare i protagonisti alle prese con le loro difficoltà e insoddi- sfazioni. Alberto Rodriguez, spagnolo, ha trovato la consacrazione con La isla mínima (2014), che fu pluripremiato a San Seba- stián, ma erano ben cinque i lungometraggi precedenti che hanno fatto conoscere un autore sicuramente legato alle ra- dici del suo paese, pur con le sue contraddizioni, ma con la volontà sempre più evidente nel tempo di trovare un respiro più ampio. Così in Grupo 7, del 2012, che raffigura l’attività spesso al limite della legalità del Gruppo 7, la cellula anti corruzione della polizia di Siviglia, nel periodo precedente all’Expo del 1992. Successivo a La isla mínima è El hombre de las mil caras, che riconferma la confidenza di Rodriguez con il thriller. Nel 2018 Rodriguez è stato impegnato nella mega- produzione della serie televisiva La peste. Siamo di nuovo a Siviglia, città di origine del regista del resto, ma nel 1597, du- rante un’epidemia di peste: intrighi e malattia si intrecciano con interessanti e pittori- che ricostruzioni sia del- la vita delle classi sociali povere che dei potenti commercianti locali. Non mancano naturalmente riferimenti alla attualità: una buona riuscita a mio parere. La sezione Mostra con- corso ha proposto sette film, di cui due, Ray & Liz di Richard Billingham e Obey di Jamie Jones, in- glesi e altri due di produ- zione argentina. Ray & Liz di Richard Billingham Innanzitutto il vincitore 9

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festival del Premio Bergamo Film Meeting – UBI Banca (assegnato dal pubblico): El motoarrebatador di AgustínToscano, che ci porta a Tucuman, nell’estrema periferia dell’Argentina. Miguel, il protagonista, vive di scippi e piccole rapine. La violenza e i traumi provocati a una sua anziana vittima alimentano però un senso di colpa che lo porta ad aiutare la vecchia signora durante la guarigione e la convalescenza. La rappresentazione di una realtà sociale degradata e il ragionamento sui rapporti tra carnefice e vittima sono gli obiettivi di un film in cui i toni di commedia cercano di stemperare A Decent Man di Hadrian Marcu una materia altrimenti profondamente drammatica. Rojo è il terzo lungometraggio del giovane ma già affermato regista argentino Benjamín Naishtat (1986). Dopo l’hanekiano Historia del miedo (2014) e El movimiento (2015), storia localizzata nella pampa alla metà del XIX secolo, in Rojo ci troviamo nella provincia argentina nel 1975 alla vigilia del colpo di stato. L’arrivo di uno straniero sconvolge la vita personale e famigliare di un avvocato, costretto a fare i conti anche con un investigatore privato cileno che viene a rovistare nei rapporti non limpidi e nelle nascoste violenze della tranquilla cittadina. Nel ruolo dell’investigatore, Alfredo Castro conferma la sua capacità di calarsi in questi caratteri ambigui, che ci parlano della realtà di paesi sudamericani che ancora non hanno del tutto chiuso i conti con le vicende politiche della seconda metà del novecento, che è poi scopertamente anche l’obiettivo di questa interessante opera, che scandaglia le complicità socio-culturali che portarono al colpo di stato. Holy Boom di Maria Lafi: nello stesso quartiere di una città greca s’intrecciano le storie di una famiglia filippina, di un’immigrata albanese senza documenti e permesso di soggiorno che accudisce il suo piccolo, di una coppia lei greca e lui di colore che vivacchiano di esibizioni musicali e spaccio, con un debito che devono onorare pena la loro incolumità, di una vecchia condomina che spia le vite di tutti e che cerca nella frequenza delle funzioni religiose ortodosse conforto a un dolore che parte da lontano. Il figlio adolescente dei filippini fa prendere fuoco a una cassetta postale che conteneva documenti importanti per questi personaggi, innescando una serie di situazioni tragiche e violente. Il film vuole ragionare su capacità di accettazione dell’altro e sulle difficoltà per molti di poter aspirare a miglioramenti di vita: il quadro appare, alla fine, deprimente e con orizzonti poco sereni. 10 A Decent Man di Hadrian Marcu, di origine romena, si è guadagnato il Premio alla regia, instituito quest’anno per la prima volta e assegnato da una Giuria presieduta dal regista Paolo Franchi. Un’altra rappresentazione di realismo sociale, come ci ha ormai abituato questa cinematografia: uno slow-burning family drama, come lo definisce l’autore stesso. Petru è ingegnere geologo quarantenne che lavora con dedizione in un’impresa di trivellazioni lontano da Bucarest, sperando in una possibile promozione che lo possa riportare nella capitale; sta organizzando le nozze con Laura, una dottoressa dell’ospedale di quella zona. Laura, incinta del figlio di Petru, viene a scoprire casualmente il rapporto che ancora lega Petru a Sonia, ricoverata per un grave incidente automobilistico nell’ospedale dove lei stessa opera. Niente potrà essere come prima, nonostante i sentimenti e il senso del dovere di Petru nei confronti del nascituro. L’attore Bodgan Dumitrache è bravo nel caratterizzare Petru, quasi anaffettivo e anedonico, pur manifestando quello che a lui sembra un sincero interesse nei confronti sia di Laura, futura madre di suo figlio, che di Sonia, mutilata dal grave incidente. Certo non casuale la presenza di Adrian Sitaru come produttore di questo film legato a doppio filo alla sua opera. Borders, Raindrops del montenegrino Nikola Mijović e del bosniaco Vladimir Sudar. I confini, come ci dice il co-regista Sudar, sono innaturali, mentre le gocce di pioggia sono eventi naturali. Jagoda (che significa fragola in lingua slava), studentessa di filosofia, è in visita estiva alla famiglia in un villaggio dei Balcani sopra l’Adriatico, proprio al confine comune di Montenegro, Bosnia Erzegovina e Croazia. La sua presenza porta leggerezza, amore e speranza in luoghi ancora scossi dai recenti lutti e sempre divisi anche per la prevalente cultura di sopraffazione. Il progetto del film risale a oltre dieci anni fa, ed è stato laborioso portarlo a termine, ma alla fine ne risulta un opera che parla di conflitti e identità con un tono personale e convincente sospeso tra filosofia e musica. Non possiamo non citare infine la presentazione di numerosi interessanti documentari nella sezione Visti da vicino e la personale dedicata all’autore polacco di cinema di animazione Mariusz Wilczyński: una presenza esuberante, che ha portato al festival anche un breve estratto del lungometraggio a cui sta lavorando da molti anni e che si annuncia molto interessante: Kill It And Leave This Town. Borders, Raindrops di Nikola Mijovic e Vladimir Sudar

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focus GOODBYE AMERICA Premiare di qua e di là dall’Atlantico G oodbye America. Che cosa significa, oggi, per un cinefilo europeo seguire la notte degli Oscar? Certo, le premiazioni di Hollywood sono un rito, un evento, una data da segnare in rosso sul calendario, ma ha ancora senso guardare al di là dell’Atlantico con quello sguardo di ammirazione dell’allievo nei confronti del maestro? Forse no. L’immaginario comune vuole i Premi Oscar come momento più alto dell’anno per la settima arte mondiale, probabilmente perché i nostri stessi mass media non prestano abbastanza attenzione a ciò che si vede – giusto per citare i festival vicini più importanti – al Lido di Venezia, alla Croisette di Cannes o a Berlino. Già, di festival si parla in Europa, dove intere comunità si fermano diversi giorni per porre davvero il cinema sul piedistallo. Pubblico e critica invadono le sale a tutte le ore del giorno (e spesso della notte) e solo dopo svariate visioni la giuria emette un verdetto per decretare il migliore. Le stesse opere fuori o dentro il concorso vengono proiettate in anteprima dopo attente e lunghissime selezioni che coinvolgono decine di persone praticamente per tutto l’anno precedente. Finito un festival, dunque, si comincia a lavorare per quello successivo. Questo connubio tra lavorazione, impegno e passione basterebbe da solo a rivalutare il prestigio di Venezia, esempio d’eccellenza italiano, nei confronti dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Eppure non è così, non basta, il trionfatore al Lido sarà sempre considerato di serie b rispetto a quello a stelle e strisce. Ma scendiamo nei particolari. Green Book di Peter Farrelly Sulla bocca di tutti (e negli occhi di ogni cinefilo che, ormai, se lo ritrova in tutte le sale della città) c’è il lungometraggio di Peter Farrelly Green Book, vincitore delle statuette d’oltreoceano come Miglior film e Migliore sceneggiatura. Benissimo, un’ottima opera, ma siamo sicuri non ci fosse di meglio? Altra domanda: Green Book avrebbe avuto lo stesso successo in un festival europeo? Tra gli altri candidati, in effetti, c’erano alcuni gioiellini come La favorita di Yorgos Lanthimos e, soprattutto, il capolavoro Roma di Alfonso Cuarón, che arrivavano a Los Angeles con ben dieci candidature a testa. Il regista greco, però, si è dovuto accontentare del premio per la Migliore attrice protagonista (statuetta che dunque finirà a casa della splendida Olivia Colman), mentre il collega messicano è stato eletto Miglior regista, autore del Miglior film in Luca Romeo Olivia Colman, protagonista di La Favorita di Yorgos Lanthimos lingua straniera e della Migliore fotografia (il cui direttore era sempre lui). Gli “sfidanti” di Green Book scelti in questo articolo non sono due film qualsiasi, soprattutto per noi italiani: sono, infatti, rispettivamente Leone d’Argento (Gran premio della Giuria) e Leone d’Oro (Miglior film) all’ultimo Festival di Venezia. Al di là dei gusti e cercando di valutare ogni aspetto delle opere in maniera obiettiva, tra Green Book e gli altri due film citati non pare esserci partita. La commedia americana del maggiore tra i fratelli Farrelly (ricordati per opere di ben altro respiro, da Tutti pazzi per Mary a Scemo & più scemo) è sì un buonissimo lavoro corale: ci sono due attori top, un divertentissimo Viggo Mortensen che spesso parla in italiano con accento meridionale e uno splendido Mahershala Ali, pianista afroamericano che decide di affrontare un tour negli Stati Uniti nel sud degli anni 60, dove il razzismo è più razzismo di oggi. Il road trip musicale tra i personaggi Tony Lip e Don Shirley (davvero esistenti, la storia è reale) è interessante e strappa molte risate, ma la morale antirazzista politically correct – come, forse, piace a Hollywood – pare eccessivamente edulcorata fino a diventare retorica, togliendo gusto e vitalità all’opera intera. Piccole pecche che delineano il confine tra un buon film e un capolavoro. Le malelingue vedono un gesto politico nel trionfo hollywoodiano di Green book, un richiamo all’attenzione per gli spettatori americani sul razzismo e sull’inclusione, in un’epoca storica mai così traballante su questi versanti, soprattutto dopo l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump. L’anno scorso, manco a dirlo, era stato il messicano Guillermo Del Toro a vincere con The Shape of Water (dopo il successo proprio a Venezia), mentre nell’edizione precedente era toccato a un altro afroamericano, Barry Jenkins con il suo Moonlight. Pare che quest’anno – sempre malelingue dixerunt – premiare un altro messicano sarebbe stato troppo “sfrontato”, per questo si è virato su un’opera che ripropone il tema sociale della xenofobia, problema percepito ai massimi livelli tanto in America quanto in Europa. Ben venga un’ulteriore riflessione in questa direzione, ma – cinematograficamente parlando – anche in questo caso si sarebbe potuto scegliere di meglio. In anni così “turbolenti” (per usare un eufemismo) nella gestione politico-sociale delle diversità culturali, non sono mancati film brillanti negli 11

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focus non sempre accessibili a ogni tipo di pubblico, andando a “pescare” tra cinematografie inusuali e provando a giudicare un’opera solo dal punto di vista artistico, tralasciando l’impatto sociale e i risvolti economici. Ecco perché a Venezia, negli ultimi anni, abbiamo visto tornare a casa con il premio più ambito il regista filippino Lav Diaz (The Woman Who Left il suo film) o il venezuelano Lorenzo Vigas (Ti guardo). La mentalità da festival, infatti, è quella di scoprire nuovi orizzonti, non fermarsi esclusivamente alla premiazione e per un cinefilo non c’è niente di meglio che spaziare oltre i confini abituali e viaggiare in ogni angolo del mondo in cui qualcuno sa dedicarsi con impegno e talento alla settima arte. Moonlight di Barry Jenkins States che hanno affrontato il tema. I primi due titoli del 2018 che rientrano nella categoria dei grandi esclusi dalle nomination sono Sorry to Bother You del rapper di Chicago Boots Riley e Blindspotting di Carlos López Estrada, nato in Messico ed espatriato negli Stati Uniti da bambino (dei due film e del cinema afroamericano degli ultimi anni fa un bell’approfondimento Francesco Lughezzani sempre su questo numero della rivista). Esclusi, forse, perché meno politicamente corretti di Green Book, meno adatti al grande pubblico, qualità che si confanno alle scelte di marketing più che a quelle artistiche che dovrebbero muovere le giurie cinematografiche. Dissacrante ed estremo il primo, aderente alla realtà senza retorica il secondo, ci auguriamo che anche per questi due lungometraggi ci sia presto spazio nelle sale italiane, anche solo per fare un paragone con pellicole più celebri che trattano temi simili. Mollando l’oro delle statuette dell’Academy e tornando a quello di Leoni, Palme e Orsi, l’indagine ci porta a scoprire titoli che magari hanno avuto una serata di gloria in una bella città europea, salvo poi essere dimenticati al botteghino. Già, perché le selezioni e i verdetti dei festival non guardano al box office e spesso premiano – coraggiosamente – film The Woman Who Left di Lav Diaz 12 Touch Me Not di Adina Pintilie Dello stesso avviso i colleghi francesi, che l’anno scorso hanno premiato un regista strepitoso come il giapponese Hirokazu Kore’eda con Un affare di famiglia, l’anno prima lo svedese Ruben Östlund (con l’originale e dissacrante The square) e nel 2014 il maestro turco Nuri Bilge Ceylan, regista poco conosciuto nei circuiti ufficiali italiani, ma che dovrebbe essere materia di studio per tutti i giovani cineasti. Una vittoria che è arrivata con Il regno d’inverno - Winter Sleep, che, forte delle oltre tre ore di durata, si è reso quasi impresentabile nella maggior parte delle sale. Un ultimo sguardo va a quella Berlino che nel 2016 ha avuto il coraggio di premiare Fuocoammare del nostro Gianfranco Rosi, il quale – lo si vede al botteghino – nonostante la qualità del proprio lavoro non è stato proprio accolto bene nelle sale italiane. Sempre da lì, nelle ultime due edizioni, escono l’ungherese Corpo e anima di Ildikó Enyedi, tra i migliori film del decennio, e Touch Me Not, della giovane regista romena Adina Pintilie, pressoché sconosciuta anche tra i cinefili stessi. Dunque, non demonizziamo gli Oscar e non demonizziamo Green Book, istituzione di cui gli amanti del cinema non potrebbero mai fare a meno la prima e opera per nulla scadente, seppur con qualche limite, la seconda. Allo stesso tempo, però, bisogna avere il coraggio e la consapevolezza di catturare con il giusto sguardo le premiazioni dell’Academy, con rispetto, certo, ma anche con la benigna presunzione di poter dire che qui, vicino casa, abbiamo qualcosa di meglio. Cinefili di tutta Europa, unitevi!

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focus BRUNO, DER SCHWEIZER FREUND La lunga carriera di Bruno Ganz Michele Bellantuono B runo Ganz, in un’intervista degli anni 90 a un giornale danese, racconta di questo aneddoto: «La gente sugli aerei diceva: “Ah, non c’è motivo di preoccuparsi, per- te la sensazione di essere giudicati da uno spirito guardiano, un’entità in grado di navigare liberamente nel labirinto di turpitudini commesse e rievocate dai dannati. Non solo ché con te qui non può succedere nulla. Ora siamo al sicuro”. angelo e demone dunque, ma anche essere in grado di sin- O una madre diceva al figlio: “Guarda, ecco il tuo angelo cu- tonizzarsi con i due mondi e con le rispettive sfere morali. stode”. Non avevano l’aria di scherzare». Una capacità che in effetti caratterizza anche uno dei Il riferimento è al film Il cielo sopra Berlino, la celebre e ac- suoi ruoli più importanti, ovvero Jonathan Zimmermann clamata pellicola di Wim Wenders in cui Ganz assume il ruo- in L’amico americano, film del 1977 che segna la prima col- lo di Damiel, angelo guar- laborazione tra Ganz e diano di una Berlino in cui Wenders. Zimmermann dubbi, emozioni e pensieri è un semplice e stimato degli abitanti sono captati corniciaio, malato di leuce- da orecchie celesti. Questo mia. Conscio della gravità è il ruolo dal quale viene della propria condizione, spontaneo partire ricor- accetta la proposta di un dando la lunga carriera malavitoso pur di guada- di Ganz, il grande attore gnare sufficienti soldi da svizzero recentemente lasciare alla famiglia dopo scomparso lo scorso 16 la sua morte. Il gentile e Febbraio. Quella dell’ange- gracile artigiano si riscopre lo dal cuore buono, tanto così assassino, lasciandosi affascinato dalla natura trascinare dal corso degli umana da voler rinuncia- eventi manipolati dal truf- re alla propria eternità per Bruno Ganz, Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders (1987) fatore americano Ripley. Il poter vivere tra gli uomini, personaggio di Zimmer- è un’interpretazione iconica, resa immortale dalle espressio- mann rappresenta dunque forse la migliore manifestazione ni candide di un attore che ha saputo sempre dar vita a per- del talento dalle molte sfaccettature di Bruno Ganz, che qui sonaggi dall’umanità profondamente autentica. veste i panni di un uomo dalla duplice anima, pronto a vio- La sua fisicità e la sua voce facilmente si addicono a ruoli lare il proprio codice morale e uccidere pur di garantire un positivi, ma la carriera di Ganz lo ha visto interpretare perso- futuro alla sua famiglia. naggi tra loro assolutamente distanti. Potremmo osservare, Ma degne di nota sono anche le interpretazioni di stampo un po’ ironicamente, come i due apici della sua carriera di più tradizionale, in film dall’impostazione più teatrale come attore cinematografico (alternata a un fertile percorso in am- il dramma in costume La Marchesa von… di Éric Rohmer, in bito teatrale, sviluppato negli anni 70 con la formazione di cui Ganz recita la parte dell’anonimo Conte che chiede osti- una compagnia di teatro brechtiano) siano rappresentati da natamente in sposa la Marchesa von O dopo averne asse- due ruoli collocabili agli antipodi: un’incarnazione del bene diata la residenza. Anche in questo caso, dunque, un ruolo e una manifestazione del male. L’angelo compassionevole e complesso, caratterizzato da densa ambiguità e dialoghi di l’angelo caduto, ovvero il demonio. chiara matrice teatrale. Infine, ulteriore testimonianza del Con quest’ultimo facciamo riferimento a La caduta, film percorso che l’attore svizzero ha compiuto attraversando il del 2004 in cui si ricostruiscono gli ultimi giorni di governo miglior cinema europeo dagli anni 70 ad oggi, non si può e di vita di Adolf Hitler. Ganz nei panni del Führer dà vita a non ricordare la presenza di Ganz nel Nosferatu, il principe una delle rappresentazioni più autentiche del dittatore: quel della notte di Werner Herzog. Uno dei grandi capolavori del tremolio degli arti, la galanteria con le donne, infine la rabbia cinema tedesco rifatto a colori da uno dei più grandi talenti e le delusioni costruiscono l’immagine assai vicina alla realtà registici usciti dalla Germania, che ha affidato a Ganz la parte privata di un leader ormai fragile, sconfitto. L’attore regala del protagonista Jonathan Harker. Nella suggestiva sceno- spessore a un personaggio talvolta affrontato con superfi- grafia romantica del film, lui e il vampiro Kinski sono come le cialità, oppure in una chiave grottesca, che in effetti pare as- pallide figure di un dipinto ottocentesco. solutamente estranea all’attore svizzero. Ganz aveva infatti Quella di Harker non sarà ricordata come la più straordina- fama di interprete placido, sobrio, dalla voce controllata, tal- ria interpretazione di Ganz, ma essa va sicuramente a som- volta modulata da una sottile impronta teatrale. marsi all’elenco di “eroi mediocri” e imperfetti ai quali l’attore Una voce il cui fascino ha colto anche un regista come Lars ha saputo dare vita. Lontano dalla spettacolarità e da ruoli von Trier, che nel suo ultimo film La casa di Jack ha voluto fuori dagli schemi, Ganz ha trovato il perfetto equilibrio nel Bruno Ganz nel ruolo di Verge; il personaggio di Ganz appare vestire i panni di personaggi moralmente divisi, fragili ma in scena solo nei minuti finali, ambientati all’Inferno, ma la pronti ad agire, dubbiosi ma dotati di coscienza. Per alcuni sua voce fuori campo accompagna la visione durante tutto il resterà nella memoria come infuriato dittatore. Altri ricorde- film, in cui dialoga con il serial killer protagonista commen- ranno lo sguardo buono del custode alato. Certo è che chi tando, con tono da psicanalista esperto in anime perdute, la ama definirsi cinefilo non potrà non rincontrarlo nelle sue sua morale e i suoi crimini. L’interpretazione di Ganz trasmet- visioni. 13

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cinesofia BLACK POWER L’identità afroamericana nel cinema contemporaneo « Come è possibile che per il secondo anno consecutivo tutti i candidati sotto la categoria attore siano bianchi? Per caso non siamo in grado di recitare?». Sono passati solo tre anni da quando, all’88. edizione degli Academy Awards, un regista afroamericano che qualche mese prima venne premiato con l’Oscar alla carriera pronunciò davanti ai giornalisti queste parole, affermando che non avrebbe partecipato alla cerimonia di quell’anno. E aveva ragione: dal 1940, anno in cui Hattie McDaniel vinse la statuetta come Miglior attrice non protagonista per aver interpretato la parte di Mami in Via col vento, gli interpreti di colore vincitori di un premio Oscar si contavano sulle dita di una mano. Letteralmente. Insieme a lui, Spike Lee, numerose star afroamericane decisero di boicottare gli #OscarSoWhite nel 2016. Dal 2012, anno che aveva registrato il trionfo di due film che affrontavano la questione razziale in modo molto Scappa – Get Out di Jordan Peele diverso come 12 Years a Slave – diretto da Steve McQueen – e Django Unchained di Quentin Tarantino, sembrava che l’Academy avesse fatto un passo indietro. Integrazione sì, ma non a lungo termine. Almeno fino a quest’anno: agli ultimi Oscar i premi assegnati a Black Panther e Green Book hanno rappresentato una netta inversione rispetto alle precedenti cerimonie. Il cinema, ma anche il mondo delle serie televisive, ha conosciuto una crescita esponenziale di narrazioni che affrontano la rappresentazione dell’identità afroamericana nel mondo contemporaneo da più prospettive e in generi differenti, sancendo i termini di un nuovo rinascimento visivo per la black culture statunitense. Scappa – Get Out, esordio alla regia di Jordan Peele, è stato uno dei titoli più importanti in questo contesto: horror intriso di una feroce satira della società americana, il film affonda alle radici di un razzismo considerato come componente biologica più che sociopolitica. La comunità in cui si immerge il giovane Andre utilizza i corpi di uomini afroamericani per prolungare la propria esistenza, esiliando le coscienze dei loro ospiti in un ghetto profondo e remoto, ai margini dell’io. Da quell’oscurità è possibile emergere solo per pochi istanti, brevi flash in cui la consapevolezza di sé e del proprio ruolo nella società non può che far soccombere i diretti interessati, condannati e prigionieri nel loro stesso corpo. Uno degli interpreti del film è Lakeith Stanfield, che da com14 Francesco Lughezzani primario per Peele si è guadagnato il ruolo di protagonista prima nella serie Atlanta, ideata e scritta da Donald Glover – in arte Childish Gambino, a cui dobbiamo il capolavoro di videoclip che è This is America – e poi nel distopico Sorry to Bother You di Boots Riley, al secolo Raymond Lawrence, rapper statunitense che per il suo esordio su grande schermo orchestra un racconto che dall’affilato realismo della prima parte affonda in una cupa e allucinante distopia. Questa volta è Cassius, protagonista della pellicola, a far emergere la sua white voice, un’identità sopita che non viene radicata da un procedimento chirurgico, ma risale spontaneamente – in un movimento speculare rispetto allo sprofondamento dell’io di Get Out – per poter convincere i clienti che disturba al telefono ad acquistare i servizi offerti dall’azienda in cui lavora. Un’azienda di cui scala in poco tempo i vertici, ma che pretenderà, anche questa volta, il suo corpo, per non restituirlo. L’idea di un potere economico sempre più pervasivo e violento che applica terapie genetiche ai corpi delle classi più deboli per definire nuovi fronti di oppressione e classificazione razziale viene portata all’estremo, creando una disturbante caricatura della schiavitù e dell’ancestrale paura dell’Uomo Nero, che trova un evidente riscontro nella realtà di una società statunitense in cui le violenze esercitate dalle forze di polizia sulla popolazione di colore sono all’ordine del giorno e le fratture createsi fra i meccanismi del potere e le minoranze appaiono insanabili. Il rapporto tra la comunità afroamericana e le forze dell’ordine è al centro di altri due film molto diversi tra loro: Blindspotting, di Carlos López Estrada e What You Gonna Do When the World’s on Fire? di Roberto Minervini. Nel primo osserviamo gli ultimi tre giorni di arresti domiciliari di Collin – interpretato dall’attore e rapper Daveed Diggs, visto anche nella serie soderberghiana The Get Down – diventare un incubo dopo che il giovane assiste all’omicidio di un uomo afroamericano da parte di un poliziotto. Da silenziosa la sua testimonianza muterà in una rabbiosa presa di coscienza che, oltre a dover fare i conti con la violenza di Miles – l’amico di una vita che ne rappresenta il riflesso bianco e inevitabilmente lontano dallo stesso mirino – terminerà in un feroce rap con cui aggredire un uomo, le forze di polizia, un intero sistema. Il secondo è invece un documentario, in cui il regista italiano trapiantato da decenni a Dallas decide di seguire la vita di alcuni fra gli ultimi di Baton Rouge, in Louisiana. Proprio durante le riprese, mentre stavano filmando un gruppo di militanti del New Black Panther Party, sia Minervini che il suo operatore sono stati atterrati violentemente da alcuni poliziotti, come ci viene mostrato nel film. La lotta e l’autodifesa – comandamenti delle originali Pantere Nere – sono qui riaffermati come necessaria resistenza di una comunità al potere, in un mondo in fiamme. Nemmeno il mondo dei blockbuster è immune a questo tipo di narrazioni, e Black Panther lo dimostra. Fino al primo decennio degli anni Duemila l’etnicità di un personaggio dei cinecomic non veniva problematizzata, mentre ad oggi queste produzioni sono state investite di una riflessione sociale e politica più attualizzante. Sembra che qualcosa sia veramente cambiato in America, ma per ora, nell’era di Trump, solamente al cinema.

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cellulosa&celluloide MIRACOLI La mano destra, la mano sinistra Luca Mantovani D al 1 al 10 marzo, il VIE Festival è tornato a colonizzare i favolosi territori della “Bassa” con la sua nella coatta ripetizione di un destino circolare. La scrittura di Mundruczó e della XIV edizione: Bologna, Modena, Carpi, sodale Kata Wéber, va detto, è forzata- Vignola, Cesena, Castelfranco Emilia mente oscura, compiaciuta e parca di sono diventate altrettanti palcoscenici spiegazioni, che emergono per lo più “diffusi” su cui hanno fatto mostra di sé dalle note di regia e faticano a trovare le ultime tendenze del teatro contem- autenticità in scena, lasciando inter- poraneo e di ricerca a livello internazio- detti – viene da pensare – quegli spet- nale. tatori che non abbiano familiarità con L’occasione ha portato all’Arena il cinema del regista, ma non solo. La del Sole di Bologna anche un nome decrittazione delle relazioni che inter- divenuto ormai familiare ai Soci del corrono fra i personaggi di Imitation of Circolo, quello dell’ungherese Kornél life è lasciata in larga misura ai richiami Mundruczó, regista dei film White God che il titolo della pièce crea con il cine- – Sinfonia per Hagen (Fehér isten, 2014) ma classico hollywoodiano, con l’omo- e Una luna chiamata Europa (Jupiter Teorema e Una luna chiamata Europa nimo film del 1934 di John M. Stahl e in holdja, 2017). Apprezzato autore di te- particolare con il remake del 1959 ope- atro con la compagnia Proton Theatre da lui fondata e co-di- ra di Douglas Sirk, giunto in Italia come Lo specchio della vita retta, Mundruczó ha presentato a Bologna lo spettacolo del e divenuto con il tempo un cult del genere mélo, amatissimo 2016 Imitation of Life, che sta raccogliendo consensi ovun- da Fassbinder. Oggetto della pellicola, infatti, oltre le alterne que in Europa. L’appuntamento era dunque ghiotto, anche fortune dell’attrice teatrale interpretata da Lana Turner, è il se la soddisfazione è stata parziale: sufficiente comunque a conflitto fra la sua domestica/confidente di colore e la di lei consentirci una breve divagazione appena fuori tema rispet- figlia che, nata con la pelle chiara, nega violentemente le sue to ai contenuti propri di questa rubrica. origini e i legami famigliari, accelerando così gli eventi che Imitation of life è teatro profondamente cinematografico, porteranno al tragico epilogo. non solo perché ricorre a lunghe sequenze proiettate, ma Il dittico di Mundruczó, così ostentatamente cinefilo e perché il linguaggio utilizzato dal regista è in tutto e per tut- sbilanciato dall’incompiutezza della parte teatrale, si pone to quello del suo cinema, tanto che lo spettacolo si pone in comunque come interessante esperimento multi-disciplina- aperto dialogo con Jupiter holdja, di cui pare quasi una co- re, tentativo di veicolare attraverso due media il medesimo stola – o primitivo abbozzo. La scenografia conferma imme- messaggio. Esperimento che richiama alla mente Pasolini e diatamente questa sensazione, dato che l’azione scenica si il suo doppio Teorema, che nel medesimo 1968 trovava du- svolge tutta all’interno del medesimo appartamento occu- plice incarnazione come film e come romanzo, tanto che pato, nel film, dal giovane nazionalista che finirà ruotato di l’autore stesso poteva chiosare sul risguardo di copertina di 360°. L’attesa che l’identico miracolo si compia “dal vivo” non quest’ultimo: «Teorema è nato, come su fondo oro, dipinto tarda a essere soddisfatta, complice il lavoro eccezionale del- con la mano destra, mentre con la mano sinistra lavoravo ad lo stesso scenografo, Márton Ágh, ma si presenta come ver- affrescare una grande parete (il film omonimo)». tice emotivo appunto prevedibile e tutto sommato gratuito Le analogie mi pare non si fermino alla sola forma, ma (slegato com’è da ogni valore narrativo, per conservare solo coinvolgano in certa misura anche la sostanza dei due lavori. quello simbolico) di uno spettacolo che percorre temi cari Sia Mundruczó che Pasolini inscenano un quotidiano che si al regista senza la compiutezza raggiunta invece col mezzo trova improvvisamente a fronteggiare il Divino, una sua ma- cinematografico. nifestazione laica, obliqua, ma dalla carica deflagrante. L’in- Ispirato a un fatto di cronaca risalente al 2015, per cui a contro con la Grazia esaspera le contraddizioni della società Budapest un giovane di origine rom ha ferito un minore con – quella nazionalista dell’Ungheria attuale e quella borghese una spada, Imitation of life sembra il tentativo di ricostruire dell’Italia del boom – portandola all’implosione e mostran- gli antecedenti che possono aver scatenato il gesto violento, do al contempo una possibile risposta ai mali perpetrati, mostrandoci una società ungherese cianotica, strozzata da che per Pasolini ha il volto magnetico e misterioso di un Dio razzismo e crisi economica, mettendoci di fronte al quesito d’eros, quanto per Mundruczó ha invece il volto altrettanto se il nostro destino sia una scelta o piuttosto una predestina- bello e ambiguo di un Dio politico. zione cui non è estranea la fortuna dei nostri natali. La storia Gli effetti di questo incontro sono devastanti per gli indi- è quella di Szilveszter (interpretato da Zsombor Jéger, il pro- vidui contaminati dalla corruzione sociale e l’esperienza del tagonista di Jupiter holdja), giovane rom che si prostituisce in Divino si accompagna alla sua inevitabile perdita. Gli unici a un albergo facendosi passare per ungherese di nascita gra- potersi fare carico della Grazia, e in questo i due registi con- zie alla sua pelle chiara, della di lui madre che sta per essere cordano, sono gli umili, i diseredati del mondo: il profugo sfrattata dal loro miserabile appartamento e finirà invece per Aryan per Mundruczó e la serva Emilia per Pasolini, entram- trovarci la morte, di una giovane donna, che forse è una del- bi, non a caso, capaci di lievitare – manifestazioni viventi del le amanti di Szilveszter, e del suo bambino, che incontrerà il Miracolo, portatori del segno prodigioso che possa indicare giovane in un criptico finale dove tempo e spazio si torcono la via all’umanità da redimere. 15

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