N° 6 - Filmese Marzo 2019

 

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N° 6 - Filmese Marzo 2019

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6 722018·2019 • Il punto NUOVE ONDE, ONDE CHE TORNANO MARZO 2019 1 IL PUNTO 2 VITA ASSOCIATIVA 5 PROGRAMMA DI MARZO 6 FILM 10 RASSEGNA STAMPA 11 FESTIVAL DI ROTTERDAM 13 FOCUS - LEONARD BERNSTEIN 14 CINESOFIA 15 CELLULOSA&CELLULOIDE 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. si ringrazia Si rinnova per il 2019 il felice incontro tra Circolo del Cinema e Bergamo Film Meeting, giunto alla sua 37. edizione, che dal 9 al 17 marzo porterà a Bergamo il meglio del cinema non solo europeo di ieri e di oggi – facendo tappa il 7 marzo all’interno della programmazione del Circolo. Quest’anno la collaborazione tra Bergamo Film Meeting e Circolo del Cinema porta a Verona L’ingrediente segreto, il film di Gjorce Stavreski vincitore a furor di popolo della scorsa edizione del Festival e distribuito da Lab 80 film. L’esordio del giovane regista macedone è un racconto ironico e affettuoso di un Paese allo sbando, un “mondo ex” alle prese con il passaggio dall’economia socialista al neoliberismo selvaggio, tra nefandezze, ingiustizie, burocrazia e miseria umana. Si ride e ci si commuove, scoprendo un pezzo d’Europa apparentemente lontana, ma che tanto diversa da noi non è. Sarà invece Jean-Pierre Léaud il protagonista e ospite d’onore della 37. edizione del Festival. Icona e alter ego di François Truffaut, per il quale ha incarnato più volte lungo l’arco di vent’anni il celebre personaggio di Antoine Doinel, Léaud non è stato solo uno dei volti della Nouvelle vague (ricordiamo, fra le tante, le sue interpretazioni per Godard in Il maschio e la femmina, 1966 e La cinese, 1967), ma il protagonista di film “memorabili” come Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci e La maman et la putain (1973) di Jean Eustache. Partendo da I 400 colpi (1959), Léaud è arrivato fino ai nostri giorni passando per Ho affittato un killer di Aki Kaurismäki (1990), Irma Vep di Olivier Assayas (1996) o Che ora è laggiù? di Tsai Ming-liang (2001) e ha saputo incarnare anticonformismi e inquietudini generazionali, fragilità, debolezza e meschinità che ancor oggi trapelano da quel suo fare da adolescente nonostante un corpo appesantito dall’età (La mort de Louis XIV di Albert Serra, 2016). Come sempre, accanto alle due sezioni competitive, Mostra Concorso (per i lungometraggi di finzione) e Visti da Vicino (per i documentari) ci sarà una finestra sul cinema europeo, con le personali di due registi, il norvegese Bent Hamer (quello di Kitchen Stories, 2003 e 1001 grammi, 2014) e lo spagnolo Alberto Rodríguez, da poco scoperto dalla critica italiana grazie al sorprendente (e avvincente) noir La isla mínima (2014). Tra i 150 film in programma, anche un omaggio inedito a Karpo Godina, regista, direttore della fotografia, sceneggiatore e montatore, figura tra le più rappresentative della Black Wave jugoslava di ieri e del cinema sloveno di oggi; la finestra sull’animazione “d’autore” con il polacco Mariusz Wilczyński; e infine gli incontri tra cinema, arte contemporanea, fotografia, musica, fumetti: da Pasolini, con la mostra fotografica dedicata a Il fiore delle mille e una notte (1974), alle animazioni degli artisti Nathalie Djuberg e Hans Berg; dalle sonorizzazioni live del restauro di Metropolis (1927) – musicato dal vivo dal dj statunitense Jeff Mills – al racconto a fumetti delle giornate del Festival. Il Festival si concluderà con il passaggio di testimone al Bergamo Jazz Festival e la proiezione di Alfie (1966) di Lewis Gilbert – musiche di Sonny Rollins – e la sonorizzazione di Le Voyage imaginaire (1925), commedia fantastica di René Clair, musicata dal vivo da un originale trio fiatistico (Roger Rota – sassofono, Marco Colonna e Francesco Chiapperini – sassofono e clarinetto). Fiammetta Girola General Coordinator BFM

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vita associativa QUESTIONARIO DEI SOCI L a restituzione del questionario rivolto ai Soci del Circolo del Cinema ci ha innanzitutto aiutato a capire, mutuando con un po’ di leggerezza e ironia le domande canoniche della filosofia, “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo”. L’istogramma di seguito riportato ci consente infatti, attraverso l’uso dei codici di avviamento postale degli iscritti, di attribuire a ciascuno i quartieri/aggregati omogenei di quartieri/comuni di residenza e di confrontarli con quelli di coloro che hanno risposto al questionario. Il tutto ovviamente in perfetto anonimato. Lo scopo è stato duplice. Capire come si distribuisca l’interesse verso il Circolo nel territorio veronese e quindi quale possa essere il bacino potenziale dei Soci. Inoltre, verificare dove maggiormente si concentri questo stesso interesse, assumendo come parametro di approssimazione proprio l’adesione al questionario. Forse qualche sorpresa. Zona di provenienza Il maggior numero di Soci proviene dall’aggregato “Veronetta-Cittadella-San Zeno”, cioè dalla fascia più vicina e più simile alla “Città Antica” che non si colloca al secondo posto, ma al quarto. Al terzo si trovano i quartieri residenziali di “Borgo Trento-Valdonega” e davanti a questi, al secondo posto, la fascia dei “comuni limitrofi” a Verona con particolare riferimento a Valpolicella, Valpantena, San Giovanni Lupatoto e San Martino Buon Albergo. Questo dato testimonia il forte potere attrattivo ad ampio raggio esercitato dal Circolo, la cui offerta viene percepita nella sua effettiva originalità che la differenzia da quella del cineforum che si può trovare sotto casa. Rilevante anche il contributo della cosiddetta periferia, come Borgo Milano, Borgo Venezia-San Michele e altro ancora. Ragionando quindi in termini di marketing, l’orizzonte del mercato si allarga molto... Altro elemento che rafforza questa evidenza, è la constatazione che man mano che ci si allontana dal centro storico (Città Antica=28.1%) aumenta la rispondenza al questionario (Comuni limitrofi=39.4%) e quindi l’interesse verso l’attività del Circolo. Questo il “da dove veniamo”. Le risposte agli altri due interrogativi si comprenderanno continuando la lettura di questo testo. 2 Paolo Ricci Per trasferire i risultati che emergono da un campione analizzato, nel caso specifico i Soci che hanno risposto al questionario, alla totalità dei Soci iscritti al Circolo del Cinema, è necessario che il campione sia “rappresentativo” del tutto cui partecipa. Se il campione è tanto grande da approssimarsi all’intero, la rappresentatività è pressoché garantita, come quando i risultati elettorali del 90% dei voti scrutinati vengono presentati dal Viminale, anche se per i partiti più piccoli le oscillazioni tra dato parziale e dato definitivo possono pesare molto di più in termini d’incertezza. Ben diverso è il caso delle proiezioni elettorali in cui, attraverso poche migliaia di voti scrutinati, si può prevedere il risultato di milioni di voti, con un margine di errore molto piccolo, quando il campione è utilizzato al 100%. Il segreto di questo “miracolo” è scegliere un campione che assomigli il più possibile alla totalità dei votanti. La scelta del campione si basa su numerosissime variabili che vanno dalla sezione di censimento della città di residenza che ci caratterizza socialmente, allo storico dei comportamenti elettorali di quella specifica sezione, all’età, al genere, ecc. Il campione quindi non è mai su base volontaria, nel senso che chi non risponde all’intervista ha un numero più o meno grande di potenziali sostituti, scelti, sempre a priori e in maniera casuale, dai ricercatori statistici in funzione del modello campionario adottato. Questo per anticipare che il nostro campione di “Soci rispondenti” non può essere rappresentativo del pensiero degli altri “Soci non-rispondenti”. Al massimo si possono azzardare delle tendenze, come si cercherà di argomentare. Rispetto alla distribuzione per sesso e per età, il campione dei rispondenti (316=38%) è sovrapponibile alla totalità dei Soci iscritti al Circolo del Cinema (841=100%). Infatti, in entrambi i casi, le donne e gli uomini sono rispettivamente circa il 40% e il 60%. E anche la media dell’età si avvicina, sia per il campione che per la totalità, ai 59 anni. E quindi apparentemente il campione potrebbe essere rappresentativo. Ma così non è. I Soci sono stati aggregati secondo condizione occupazionale (non occupati versus occupati) e per gruppo professionale omogeneo che non ha inteso stratificare per status sociale, come di solito accade, ma rappresentarli per comparto di appartenenza ritenendo, come per altro suggerito dalla letteratura scientifica, che ciò possa influenzare “lo sguardo sulle cose”, e quindi anche la percezione cinematografica. Si è operato allora il confronto tra rispondenti al questionario e totalità dei Soci, le cui medesime informazioni sono state raccolte in occasione dell’iscrizione. Nel campione la percentuale dei non-occupati, includendo in questa categoria sia i pensionati che coloro che si sono autodefinite casalinghe, è il triplo di quella reale, cioè di quella riferita alla totalità dei Soci. Questo significa che la propen-

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vita associativa sione a rispondere al questionario è fortemente condizionata dalla maggiore disponibilità di “chi ha più tempo”, probabilmente non solo cronologico ma anche interiore, e che inevitabilmente si riverbera sull’estetica nel suo significato etimologico. L’unica categoria professionale che mantiene quasi lo stesso rapporto proporzionale nel campione e nell’intero è quella di coloro che, a vario titolo, si occupano d’arte in senso lato, ma, ahinoi, non di chi appartiene al mondo dell’educazione e della comunicazione. In questo caso potremmo dire che solo la passione vince sul tempo. Coloro che raggiungono la sala di proiezione a piedi, in bici o con i mezzi pubblici costitui­ scono una percentuale del 35%. Dall’analisi statistica di regressione logistica, emerge che i non-occupati sono i soggetti “più ecologici” perché hanno il 65% di probabilità in più degli altri, statisticamente significativa, di adottare una mobilità che non si avvale dell’auto propria. E anche qui probabilmente la maggiore disponibilità di tempo gioca un ruolo importante. La percentuale di coloro che gradiscono molto o moltissimo, programmazione, proiezioni in lingua originale, produzione editoriale di Filmese, comunicazione su internet e organizzazione generale supera l’85%. Il restante 15% si distribuisce soprattutto nella fascia medio-bassa del gradimento, pochissimi in quella bassa. Un risultato forse abbastanza scontato, perché chi non apprezza abbandona, oppure perché si crea una selezione d’ingresso, cioè al Circolo aderiscono i cinefili e questo confermerebbe allora il buono standard del Circolo del Cinema. Per capire meglio bisognerebbe studiare il turn­over dei Soci. Il luogo più apprezzato per fruire delle proiezioni cinematografiche è risultato il Circolo del Cinema, quello meno gradito le multisala. Tale dato rinforza l’ipotesi sulla selezione in ingresso dei Soci. Questo il “chi siamo”. Allo scopo di cogliere alcune tendenze, si è voluto confrontare, sempre all’interno del campione, i nuovi Soci, definiti come coloro che si sono iscritti per la prima volta negli ultimi 3 anni, con tutti gli altri che hanno risposto al questionario. In generale, il gradimento non si diversifica molto, però complessivamente i nuovi Soci risultano “più tecnologici”, per iscrizione alla pagina Facebook (40% versus 20%), per disponibilità a ricevere Filmese via email (75% versus 65%) e a consultarne la versione digitale (72% versus 62%). Un po’ superiore l’interesse per i film in lingua originale e per gli incontri con l’autore. Se si considera che il campione è viziato dalla sovra rappresentazione dei non-occupati (pensionati e casalinghe), probabilmente la tendenza è molto più marcata. Ecco il “dove andiamo”. Ora veniamo alla classifica di gradimento dei film. In ordinata i titoli e in ascissa il numero dei voti ricevuti che possono essere più di uno da parte di ciascun votante. In ogni caso, The Constitution è stato votato dal 41% dei rispondenti al questionario. Non si è inteso procedere con un’analisi più Classifica gradimento film dettagliata e neppure disquisire sui gusti dei Soci, perché la mancata rappresentatività del campione non lo incoraggiava. Poiché non è ragionevolmente ipotizzabile raggiungere un’adesione volontaria di molto superiore a quella ottenuta, si potrebbe pensare di procedere una prossima volta con un vero e proprio piccolo “campione statistico”, cioè estratto dal denominatore dei Soci secondo criteri a priori di casualità e rappresentatività, con un adeguato numero di riserve in caso di mancata adesione all’invito dell’intervistatore. È chiaro che in tale circostanza l’intervistato dovrebbe rinunciare all’anonimato, anche se la pubblicazione dei risultati non sarebbe ovviamente mai nominativa. Il vantaggio consisterebbe in una maggiore precisione ed economicità di lavoro. Ciò consentirebbe, attraverso una sorta di collegio di “Grandi Elettori” che essendo casuale inevitabilmente muterebbe con l’avvicendarsi dei sondaggi, di monitorare con maggior dettaglio il gradimento e i desiderata di tutti i Soci per migliorare la partecipazione alla vita stessa del Circolo del Cinema e la sua qualità. Ringraziamenti Si ringraziano innanzitutto i Soci che hanno aderito al questionario, la statistica Linda Guarda, i collaboratori del Circolo Francesco Lughezzani e Luca Mantovani insieme a Rossella Pasqua di Bisceglie del Direttivo del Circolo che ha sostenuto questa nuova iniziativa. Paolo Ricci, Socio del Circolo, è direttore dell'Osservatorio Epidemiologico presso l'Agenzia Tutela della Salute delle province di Mantova e Cremona. 3

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vita associativa N el novembre del 1967, seduto sulle poltrone rosse del Public Theater di Broadway, c’era un regista cecoslovacco dagli spessi occhiali, perso tra la marea di spettatori che assistevano al debutto sul palcoscenico di uno dei più grandi musical della storia americana: Hair, opera rock scritta da James Rado e Gerome Ragni e musicato da Galt MacDermot. All’epoca Miloš Forman non capiva l’inglese, tuttavia venne trascinato dalle musiche, dal canto e dalle danze sfrenate e prese una decisione irrevocabile: avrebbe diretto un film da quel musical e l’avrebbe fatto il prima possibile. Dopo la proiezione volle conoscere i registi e cercò di convincerli a dargli il permesso di adattare lo spettacolo per poterlo mettere in scena nei teatri cecoslovacchi e a concedergli i diritti per realizzare un lungometraggio. Aveva trentacinque anni e una recente nomination all’Oscar per Gli amori di una bionda, il suo talento aveva tutte le carte in regola. Ma a Holly­ wood, si sa, i sogni spesso non si avverano facilmente e le stelle impiegano anni prima di poter brillare. E in questo caso le stelle vennero consultate più volte dal guru personale di James Rado e Gerome Ragni, profondamente legati al mondo dell’astrologia, come ricorda lo stesso Forman: «A un certo punto pensavo fossimo pronti a partire con il film, ma gli autori non avrebbero preso nessuna decisione senza consultare il loro guru, e lui disse “Non va bene”». All’inizio degli anni 70, il progetto sfumò. Dopo la primavera di Praga e il successivo trasferimento negli States, Miloš fu coinvolto in molti altri progetti e Hair venne accantonato. Riuscirà a realizzare il film solo molti anni più tardi, nel 1979 – dopo i cinque Oscar di Qualcuno volò sul nido del cuculo – quando l’epoca di ribellione del Sessantotto era solo un lontano ricordo, carico di nostalgia. Dopo una fase di casting estenuante – il provino di Bruce Springsteen, obbligato dal suo agente a presentarsi a casa di Forman, è diventato leggenda – il regista poté finalmente rea­lizzare un’opera visionaria e delicata, che mette in scena le ferite di quegli anni, tra la crudezza della realtà e la leggerezza delle musiche, filtro che permette al regista di riflettere, dopo un decennio, su un’epoca di conflitti insanabili per la società statunitense, in cui un giovane lontano da casa può decidere di cambiare il proprio destino e far giungere, finalmente l’Era dell’Acquario. Francesco Lughezzani Cinema Musical al Teatro Ristori Hair di Miloš Forman, lunedì 4 marzo ore 20.30 – i biglietti sono in vendita presso la biglietteria del teatro al prezzo agevolato di 5€ per i Soci che presenteranno la tessera. Per informazioni, 045 6930001. 4 U n genio senza tempo, Charlie Chaplin (1889-1977), tra i più grandi creatori del cinema come arte, autore di oltre 90 film, tra cui due capolavori assoluti che vedremo al Teatro Ristori: Luci della città (1931), l’8 e il 9 marzo; Il monello (1921) il 29 marzo. Entrambi con l’esecuzione integrale dal vivo della colonna sonora originale, eseguita dall’Orchestra dell’Arena di Verona per il primo film e dai Virtuosi Italiani per il secondo, sempre con la direzione di Timothy Brock. Quanto a Luci della città, all’avvento del cinema sonoro Chaplin reagisce in coerenza con la propria poetica; per lui il parlato guasta l’arte più antica del mondo: la pantomima. Perciò, pur attraverso esitazioni, timori, ripensamenti e rifacimenti (che gli costarono tre anni di lavoro girando una quantità spropositata di pellicola) City Lights è concepito come un film muto con accompagnamento musicale, firmato da Chaplin stesso. Critica e pubblico si trovarono d’accordo su un’opera che, affrontando ancora i temi della solitudine e dell’illusione, è tuttavia un inno alla vita e alla sua bellezza. Dietro il consueto intreccio di farsa e melodramma, Chaplin analizza in modo pungente le apparenze e i tabù della vita sociale. Charlot, il vagabondo che dorme sulle braccia della statua della giustizia, si mescola a un mondo dominato dal cinismo e dalla simulazione, e ne esce scottato: la negazione dell’happy ending tradizionale è esemplare. Sequenze celebri: l’inaugurazione della statua; l’incontro con la fioraia e il riconoscimento finale; il milionario ubriaco che vuole suicidarsi; il fischietto inghiottito da Charlot, una gag sonora, ma che non a caso esclude la parola. Il monello, il primo lungometraggio di Chaplin, fu anche il suo più grande successo: riflessione in parte autobiografica sulla gioventù abbandonata (lui stesso era stato strappato alla madre per essere allevato in un orfanotrofio), ma anche struggente atto d’amore verso l’umanità. Chaplin non tradisce la propria carica antisociale e sostanzialmente anarchica, riuscendo perfettamente a equilibrare la carica sentimentale del melodramma – si tratta pur sempre della storia di un bambino abbandonato – con le situazioni comiche. Straordinarie la spontaneità e l’abilità mimica del piccolo Jackie Coogan. La sequenza del sogno è risolta con rischio calcolato in un incantevole stile naïf dai trucchi artigianali. Tenero, umoristico, realistico, lirico. Lorenzo Reggiani Suonando Chaplin al Teatro Ristori Luci della città, venerdì 8 marzo ore 20.30 e sabato 9 marzo ore 17; Il monello, venerdì 29 marzo ore 20.30 – i biglietti sono in vendita presso la biglietteria del teatro al prezzo agevolato di 10€ per i Soci che presenteranno la tessera. Per informazioni, 045 6930001.

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programma di marzo 2019 GIOVEDÌ 7 MARZO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 L’INGREDIENTE SEGRETO regia di Gjorce Stavreski Macedonia, Grecia, 2017 – durata 104’ Versione originale sottotitolata in italiano ANTEPRIMA GIOVEDÌ 14 MARZO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 THE DELEGATION regia di Bujar Alimani Albania, Francia, Grecia, Kosovo, 2018 – durata 76’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 21 MARZO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 IL MIO CAPOLAVORO regia di Gastón Duprat Argentina, Spagna, 2018 – durata 100’ Versione doppiata in italiano ANTEPRIMA GIOVEDÌ 28 MARZO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 CHRIS THE SWISS regia di Anja Kofmel Svizzera, Germania, Croazia, Finlandia, 2018 – durata 90’ Versione originale sottotitolata in italiano sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 5

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film 20 GIOVEDÌ 7 MARZO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 L’INGREDIENTE SEGRETO regia di Gjorce Stavreski Macedonia, Grecia, 2017 – durata 104’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Miglior film al Bergamo Film Meeting 2018; Miglior regista alla Mostra de Valencia – Cinema del Mediterraneo 2018; Menzione speciale al Sofia International Film Festival 2018; Miglior film internazionale al Santa Barbara International Film Festival 2018; Miglior lungometraggio all’Aubagne International Film Festival 2018; Migliore opera prima al Thessaloniki Film Festival 2017. Può una torta “miracolosa” guarire malanni e disabilità? Può forse far regredire un cancro in stadio terminale? Probabilmente no. Ma la disperazione e povertà di un popolo sofferente può fare la fortuna degli imbroglioni e dei finti santi. Uno scenario simile a quello raccontato nel film d’esordio del giovane regista macedone Gjorce Stavreski, L’ingrediente segreto, vincitore del primo premio al 36. Bergamo Film Meeting. Il film è ambientato a Skopje, capitale di uno stato che vediamo afflitto pesantemente dalla recessione economica. Nella cornice di una fredda rappresentazione dell’esasperazione delle classi più deboli, che stentano a procurarsi medicinali in una società in cui la logica del profitto si fa brutalmente strada all’interno del sistema sanitario, Stavreski si focalizza sulla figura di Vele, operaio che lavora presso un deposito ferroviario. Dopo la morte della madre e del fratello in un incidente stradale, a Vele è rimasto in vita solo il padre, afflitto ora da un cancro ai polmoni in stadio avanzato. Vele tenta di prendersi cura del genitore, ma dopo averlo colto nell’atto di caricare il suo fucile in un gesto evidentemente suicida, opta per una soluzione drastica e inusuale. Cercando su Internet scopre una speciale ricetta di una torta studiata per alleviare le pene ai malati di cancro. Non mancano uova e zucchero naturalmente, ma con l’aggiunta di un ingrediente del tutto straordinario: una dose di marijuana, che il caso ha voluto fornire a Vele in dosi da narcotrafficanti. 6 Inizia così la drammatica vicenda di un Vele alle prese da un lato con un padre rinsavito che lo ha reso noto in città come miracoloso guaritore, dall’altro con un gruppo di spietati trafficanti di droga alla ricerca del loro prezioso bottino. Questi aspetti si intrecciano nel film dando vita a una tragicommedia che mescola con giusto equilibrio scene di pestaggio a brevi passaggi umoristici. Esemplare la scena in cui un amico di Vele, picchiato a sangue, rievoca con felicità il momento in cui è stato rianimato da una donna attraente; oppure la lunga fila di ostinati pensionati afflitti da acciacchi e altri problemi di salute in attesa davanti alla porta di casa del grande guaritore. Non importa cadere nel ridicolo o nell’inverosimile: la figura del taumaturgo affascina tutti e domina su ogni possibile intreccio razionale, lasciando allo spettatore la libertà di lasciarsi andare a risate sia amare che non. Ironia e dolore sono quindi davvero “due navi in rotta di collisione” in questo film, per usare un’efficace immagine proposta dallo stesso Stavreski. L’una completa l’altro, sotto un certo punto di vista, in un gioco di fasi alterne (la sofferenza della malattia da un lato e l’esorcismo della stessa attraverso l’arma dell’humour dall’altro) chiamato in causa dalla presenza di una crisi profondamente radicata nella società. L’arma della commedia, tanto nel film di Stavreski quanto in effetti in buona parte delle opere cinematografiche uscite negli ultimi anni dall’Est Europa (tra le quali l’importante ed esilarante Sieranevada di Puiu, al Circolo lo scorso anno), diventa così antidoto d’emergenza per combattere delusioni e disperazione in una società con più ombre che luci. Non a caso dunque l’immagine forte della patologia terminale ritorna spesso all’interno del cinema di questi paesi, che hanno duramente subito l’urto della crisi finanziaria. Quello del cancro diventa dunque il simbolo immediato di una società che grida aiuto, ma che nell’attesa di ricevere risposta si perde nella ricerca (assolutamente positiva) di santi drogati e ricette dai supposti poteri magici. Michele Bellantuono t.o. Iscelitel – regia: Gjorce Stavreski – sceneggiatura: Gjorce Stavreski – fotografia: Dejan Dimeski – montaggio: Martin Ivanov – musiche: Branislav Nikolov, Pece Trajkovski, Goce Jovanoski – interpreti: Blagoj Veselinov (Vele), Anastas Tanovski (Sazdo), Aksel Mehmet (Dzhem), Aleksandar Mikic (Mrsni), Miroslav Petkovic (Koki), Dime Iliev (Tode), Simona Dimkovska (Jana) – produzione: Fragment Film – Macedonia, Grecia, 2017 – 1h 44’ – v.o. sottotitolata in italiano GJORCE STAVRESKI Gjorce Stavreski nasce nel 1978 a Skopje, Repubblica di Macedonia, e qui si diploma in regia alla Facoltà di Arti Drammatiche. Apprezzato professionista dell’audiovisivo, ha al suo attivo film, documentari e spot commerciali, in qualità di regista, produttore e sceneggiatore. I suoi film sono stati presentati in numerosi festival in giro per il mondo, dove hanno ricevuto importanti riconoscimenti. Da bambino è stato un prodigio della matematica. Appassionato fotografo, è uno dei fondatori della compagnia di produzione Fragment Film.

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film 21 ANTEPRIMA GIOVEDÌ 14 MARZO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 THE DELEGATION regia di Bujar Alimani Albania, Francia, Grecia, Kosovo, 2018 – durata 76’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Premio del Pubblico e Premio della Giuria al Trieste Film Festival 2019; Gran premio al Warsaw International Film­ Fest 2018. Nell’ottusa, grigia, ripetitività della prigione, un gesto banale ma fuori posto – come una rasatura ordinata in piena notte – non può che presagire una pericolosa rottura e ipotecare la certezza dei giorni a venire. Da un’incrinatura apparentemente tanto minima, si dipana la vicenda esemplare di Delegacioni, lungometraggio trionfatore all’ultimo Film Festival di Trieste, premiato da pubblico e Giuria. La sceneggiatura di Artan Minarolli, regista di spicco del nuovo cinema albanese, precocemente scomparso nel 2015, dosa con mestiere dialoghi e situazioni che poco a poco porteranno all’attesa e inevitabile deflagrazione finale, che annullerà la bolla in cui sono sospesi i personaggi di questa storia di finzione, ispirata però a molte, troppe, storie reali. La bolla è quella in cui trascorrono gli ultimi giorni del regime comunista albanese, sul finire del 1990, mentre il Paese tenta di aprirsi all’Europa e ai suoi aiuti economici, ripulendosi alla bell’e meglio e nascondendo maldestramente sotto il tappeto i segni evidenti degli oltre quattro decenni di oppressione della popolazione e della classe intellettuale. L’uomo costretto alla rasatura in piena notte è Leo, professore dissidente imprigionato da 16 anni, prelevato in gran fretta e messo in viaggio verso Tirana con la piccola scorta di due grigi funzionari di partito: quanto ci si attende da lui è un mistero che si andrà via via svelando – la richiesta irricevibile di partecipare a una messinscena degradante. Alimani, che con coraggio e umiltà prende su di sé la sfida di portare a termine il progetto interrotto dalla morte di Minarolli, lavora a partire dal concetto di finzione, di recita, moltiplicandone i piani: la patetica pantomima del potere agonizzante si riflette sulla richiesta che questo fa all’intellettuale libero, sebbene prigioniero, di prestarsi a interpretare una parte, e la doppia recita sostanzia la struttura stessa del film che, partito con lo slancio del road movie, si rivela in realtà un vero e proprio dramma da camera. Un guasto alla vettura su cui viaggiano costringe gli uomini a una sosta imprevista fra le montagne, presso un piccolo villaggio: il regista ha così l’occasione di gestire il valico fra i monti come un palcoscenico su cui i protagonisti si sfidano in un agone verbale sempre più serrato, e i personaggi di contorno entrano ed escono come dalle quinte, tracciando con rapidi tocchi il ritratto di una società lacerata dai profondi contrasti fra città e campagna, partito e popolo, progresso e arretratezza. Illuminata da un frequente ricorso al registro ironico e sostenuta dalla prova intensa degli attori, la sceneggiatura procede via via verso una progressiva astrazione che toglie caratterizzazione ai personaggi, per trasformarli in simboli di un messaggio meno contingente, che contrappone discorso giusto a discorso ingiusto. Minarolli sembra in questo aver guardato al modello della commedia attica, in particolare all’Aristofane di Le nuvole, mutuandone anche il colpo di coda violento con cui il discorso ingiusto fa valere le proprie “ragioni”: la sconfitta del discorso giusto, pagando il più alto tributo, si trasforma in inarrestabile vittoria morale. Il regista Alimani fa propria questa istanza anche allestendo in termini di farsa la controscena che ha per protagonista la delegazione straniera del titolo, accolta con crescente imbarazzo dai funzionari di partito che a Tirana attendono invano l’arrivo di Leo e della sua scorta, presso quella che dovrebbe essere la sua accogliente casa di affermato professore borghese, ma che la folgorante scena finale rivelerà essere nientemeno che una scenografia, l’ennesima sgangherata recita. Luca Mantovani t.o. Delegacioni – regia: Bujar Alimani – sceneggiatura: Artan Minarolli – fotografia: Ilias Adamis – montaggio: Bonita Papastathi – scenografia: Emir Turkeshi Gramo – musiche: Etleva Turkeshi Minarolli – interpreti: Viktor Zhusti (Leo), Xhevdet Ferri (Asllan), Ndriçim Xhepa (Spiro), Richard Sammel (Capo delegazione), Kasem Hoxha (Autista), Tristan Halilaj (Meccanico), Armend Smajli (Prigioniero) – produzione: ArtFilm – Albania, Francia, Grecia, Kosovo, 2018 – 1h 16’ – v.o. sottotitolata in italiano BUJAR ALIMANI Bujar Alimani è nato in Albania nel 1969 e ha studiato pittura e regia all’Accademia di Belle Arti di Tirana. Nel 1992 è emigrato in Grecia, dove ha lavorato come assistente alla regia in diversi film. I suoi primi cortometraggi sono stati selezionati e premiati in diversi festival cinematografici internazionali, mentre nel 2011 ha debuttato nel lungometraggio con Amnesty, primo film albanese finanziato da Eurimages, il fondo del Consiglio d’Europa. Il film ha partecipato a diversi festival internazionali e ha vinto il Premio C.I.C.A.E. al Festival di Berlino e il FIPRESCI al Festival del Cinema Europeo di Lecce. 7

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film 22 GIOVEDÌ 21 MARZO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 IL MIO CAPOLAVORO regia di Gastón Duprat Argentina, Spagna, 2018 – durata 100’ Versione doppiata in italiano FESTIVAL E PREMI Fuori concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2018, Premio del pubblico al Valladolid International Film Festival 2018. Arturo è un importante gallerista di Buenos Aires: un uomo colto e raffinato, che nei primi minuti del film rivela di essere un assassino, mentre attraversa in auto il centro di Buenos Aires, città che ama e descrive come vitale e carica di fratture e contrasti spesso non rimarginabili, che ne delineano un seducente profilo. Da molti anni Arturo – interpretato da Guillermo Francella, protagonista di El Clan di Pablo Trapero – è legato da una solida collaborazione e amicizia a Renzo Nervi, un artista dal carattere aspro e imprevedibile. Come il paesaggio urbano e la realtà culturale e sociale della capitale argentina, anche nel rapporto tra Arturo e Renzo sono emersi conflitti profondi, riflesso delle opposte anime che li hanno condotti a una parabola discendente: Renzo è un pittore talentuoso, ma il valore delle sue opere è in discesa. Non vuole cedere a lavorare su commissione, e preferisce sparare a una tela piuttosto che venderla a un ricco cliente. L’arte è al centro dell’opera di Duprat, fin dalla prima inquadratura: un piano totale di un quadro dell’artista, mentre in sottofondo la voce di una guida ci invita a osservare ciò che è stato dipinto senza preconcetti, senza troppe riflessioni, e invita i visitatori e lo spettatore stesso a lasciarsi trasportare solamente dalle emozioni che i colori e le pennellate ci suggeriscono, abbandonandoci a una danza di forme che scandaglia l’intera opera con una lunga sequenza di dissolvenze incrociate. Duprat tesse un affascinante ritratto del mondo dell’arte – emblematica in questo caso la discussione con un ricco mercante, con cui Arturo argomenta sulla morte di un artista e sulla conseguente e vertiginosa ascesa delle quotazioni di un’opera – orchestrando una sceneggiatura complessa, che struttura la sua forma su un lunghissimo flashb­ ack e riesce a modulare con efficacia i numerosi cambi 8 di registro che portano l’opera del cineasta argentino dalla commedia al dramma, con sfumature macabre, come nel precedente Il cittadino illustre. Solo un grave incidente di Renzo permetterà ai due amici di riavvicinarsi, dopo l’ennesimo litigio, per poter ricostruire un rapporto e mettere al loro posto i frammenti di una lunga carriera, ormai al tramonto. Guillermo Francella e Luis Brandoni, due attori profondamente diversi nel metodo, sono i pilastri sulle cui spalle il regista costruisce l’intera narrazione: «Volevamo girare un film con Guillermo e Luis che fosse una commedia drammatica con umorismo, sentimento, e anche con la possibilità di riflettere su alcuni temi e argomenti a un livello più profondo. Volevamo che il film trattasse dell’amicizia e dei limiti dell’amicizia, e parlasse anche dell’arte e dello spazio in cui si muovono gli artisti». Francesco Lughezzani t.o. Mi obra maestra – regia: Gastón Duprat – sceneggiatura: Gastón Duprat, Andres Duprat – fotografia: Rodrigo Pulpeiro – montaggio: Anabella Lattanzio – musiche: Alejandro Kauderer, Emilio Kauderer – interpreti: Guillermo Francella (Arturo), Luis Brandoni (Renzo), Raúl Arévalo (Alex), Andrea Frigerio, María Soldi (Laura) – produzione: Arco Libre, Hei Films, Instituto Nacional de Cine y Artes Audiovisuales (INCAA), Mediapro, Televisión Abierta – Argentina, Spagna, 2018 – 1h 40’. GASTÓN DUPRAT Gastón Duprat è un regista cinematografico e televisivo argentino. Classe 1969, ha esordito nel mondo del linguaggio sperimentale ideando e dirigendo opere audiovisive premiate in numerosi festival nazionali e internazionali: El hombre que murió dos veces (1993), Cirugía en pañales (1994), Camus (1995), Circuito (1997), Hágalo usted mismo (2000), 20/12 (2001), Soy Francisco López (2002) sono solo alcuni tra i più noti esempi del suo fervido talento visivo. Un incontro fondamentale per la sua vita e carriera sarà quello con Mariano Cohn, avvenuto a un festival dedicato ai video sperimentali a Buenos Aires, nel 1993. Da quel momento i due giovanissimi autori inizieranno un prolifico sodalizio che spazierà dalla televisione, al documentario e al cinema. Tra i programmi televisivi ideati insieme uno dei più noti è Televisión Abierta, un programma innovativo e interattivo in cui gli spettatori potevano creare i contenuti chiedendo a un cameraman di visitarli per registrare una breve clip. Duprat e Cohn hanno scritto e diretto El artista (2008), El hombre de al lado (2009), El ciudadano ilustre (2016), conquistando numerosi riconoscimenti in tutto il mondo. Il mio capolavoro è il primo lungometraggio scritto e diretto da Duprat senza Mariano Cohn.

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film 23 ANTEPRIMA GIOVEDÌ 28 MARZO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 CHRIS THE SWISS regia di Anja Kofmel Svizzera, Germania, Croazia, Finlandia, 2018 – durata 90’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI In concorso alla Semaine de la Critique di Cannes 2018, Premio AlpeaAdria Cinema assegnato dal pubblico al Trieste Film Festival 2019. Anja era solo una bambina di dieci anni, quando seppe dai genitori che il cugino Chris era morto: aveva fatto tanti disegni per lui, ma non avrebbe più potuto donarglieli. Chris era un giovane ed entusiasta giornalista svizzero, agli inizi della sua carriera, che aveva deciso di intraprendere un lungo viaggio in Croazia per documentare la cruda realtà della guerra civile. Ma dai Balcani non fece più ritorno. Il suo corpo venne trovato il 7 gennaio del 1992, nel pieno della guerra civile, con addosso l’uniforme di un gruppo paramilitare composto da combattenti stranieri. «Voglio capire perché un ragazzo svizzero, cresciuto in un paese pacifico, decise di partecipare a una guerra lontana, e alla fine morì». Dopo vent’anni, la ferita per la perdita del cugino non si è ancora rimarginata e Anja decide di intraprendere un lungo percorso di ricerca documentaria e artistica che le consenta di elaborare l’ombra dell’assenza di Chris, svelando il mistero della sua morte. Dai disegni dell’infanzia Anja è diventata un’artista affermata e durante i sette anni impiegati per la realizzazione di Chris the Swiss ha potuto approfondire gli eventi che portarono il giovane reporter a unirsi a un gruppo armato, ad imbracciare il fucile e a decidere di abbandonare la via del reportage per agire direttamente nel conflitto. Il film di Anja Kofmel utilizza un complesso intarsio di immagini documentarie, sequenze in live action e sequenze animate per dare voce a un’inchiesta giornalistica rigorosa eppure intima, umana e sofferta. Ogni frammento del film esprime un’assenza, la lontananza di un volto e di uno sguardo che può essere solamente evocato dalle splendide sequenze animate – realizzate dallo studio Nukleus Film a Zagabria insieme alla Kofmel – nelle quali l’orrore assume forme sfumate, cangianti e caotiche, nello splendido bianco e nero realizzato sulla base delle tavole con le quali Anja ha ricostruito le ultime settimane di vita del cugino. Al simbolismo delle animazioni si accosta la brutalità e asciuttezza delle immagini documentarie con le quali il film si costitui­ sce in una forma ibrida, che non rinuncia a mostrare la cruda realtà quotidiana del conflitto – la regista decide di mostrarci anche le fotografie del cadavere di Chris – per mantenere un profilo giornalistico equilibrato e ampiamente documentato, ma riesce a trascendere questa forma per elaborare una perdita evocata dai tratti dolorosi che scaturiscono dal pennello di Anja. Sono tratti spesso violenti, che delineano il profilo di un incubo da cui poter uscire solo grazie a un viaggio fisico e artistico, lungo la zona liminare che separa la realtà dalla rappresentazione, dove il documentario può fiorire in una forma nuova. Francesco Lughezzani regia: Anja Kofmel – sceneggiatura: Anja Kofmel – fotografia: Simon Guy Fässler – montaggio: Stefan Kälin – colonna sonora: Marcel Vaid – interpreti: Alejandro Hernandez Mora, Carlos Ilich, Heidi Rinke, Joel Basman, Julio Cesar Alonso, Megan Gay, Michael Würtenberg, Ramirez Sanchez, Sinisa Juricic, Veronika Schwab – produzione: Dschoint Ventschr Filmproduktion, First Hand Films GmbH, IV Films Oy, Ma.ja. de. Filmproduktions GmbH, Nukleus film, SRF Schweizer Radio und Fernsehen, SRG SSR Idée Suisse – Svizzera, Germania, Croazia, Finlandia, 2018– 1h 30’. ANJA KOFMEL Anja Kofmel è nata nel 1982 in Svizzera. Dopo gli studi presso l’Università delle Arti di Zurigo (ZHdK), ha studiato animazione alla School of Design and Art di Lucerna (HSLU). Nel 2008 ha conseguito la laurea in visual design. Il suo acclamato film di diploma Chrigi parlava dello stesso soggetto del suo lungometraggio Chris the Swiss, per le cui animazioni è stato impiegato un team di oltre trenta persone in uno studio di animazione fondato a Zagabria sotto la direzione del co-produttore croato Siniša Juricic della Nukleus Film, supportato dai produttori di animazione Vanja Sremac e Lado Skorin. 9

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rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA L’ingrediente segreto di Gjorce Stavreski Il regista, sceneggiatore e produttore Gjorce Stavreski, classe 1978, descrive lo sbando di un Paese “in cui tutto finisce prima ancora di cominciare”, gravato da un atavico senso di colpa che fa dell’incidente stradale subìto da Vele e da suo padre un frattale della situazione nazionale. E lo fa con un umorismo allo stesso tempo sarcastico e compassionevole, con grande tenerezza verso il suo protagonista avvilito ma non rassegnato che si rifiuta di “pensare solo a sé” e cerca di confrontarsi col passato. Nonostante l’evidente povertà di mezzi, che ben si sposa con quella degli ambienti in cui è girato L’ingrediente segreto, Stavreski è molto attento agli aspetti tecnici e artistici della messinscena, dalla gestione della luce e degli spazi al montaggio secco ed essenziale ai dialoghi ben calibrati che rendono credibile l’interazione padre-figlio, ma anche quella fra Vele e il collega Dzhem, apparentemente inserito nella storia come comic relief e invece funzionale alla sottotrama sul valore salvifico dell’amicizia. La regia è pulita, corretta, caritatevole, il commento musicale è minimal ma efficace e puntuale. Se l’assunto per cui la cannabis avrebbe straordinari poteri terapeutici è in sé piuttosto pericoloso, la cifra surreale e stralunata del racconto giustifica la licenza poetica di questo “Miracolo a Skopye”. E il ritratto di un Paese poco conosciuto dove dominano la superstizione e l’interesse ma non mancano atti individuali di coraggio e altruismo, è un tassello che mancava alla cinematografia europea. Paola Casella da MYmovies.it The Delegation di Bujar Alimani Alimani fa il ritratto di un paese con una società e un sistema politico in cui le cose ovviamente non funzionano più (se mai l’hanno fatto). Il compito di portare un prigioniero politico a testimoniare a favore dello stesso regime che lo ha imprigionato è un azione ridicola e arrogante in sé, ma è resa difficile, se non impossibile, da qualcosa di completamente diverso – l’inaffidabilità dell’automobile, l’arretratezza dell’Albania rurale, le tecnologie di comunicazione difettose usate dagli uffici governativi, e anche dai maniacali, pomposi funzionari, che a volte esibiscono non poco sadismo verso quelli meno potenti di loro. Alimani chiarisce che nessun sistema è opprimente in sé: è reso opprimente da persone che ne approfittano per sfogare il loro odio e le loro frustrazioni sugli altri. The Delegation mantiene un tono serio per tutto il tempo, ma potrebbe anche funzionare molto bene come commedia oscura e assurda, poiché descrive come i funzionari cercano di sostenere un sistema che è ovviamente in procinto di cadere a pezzi. Alcune parti sono più convincenti di altre, ma la storia del film dimostra quello che gli sceneggiatori sono soliti affermare, che ogni trama è valida solo quanto il suo personaggio cattivo. Ottimamente interpretato da Xhevdet Ferri, Asllan, l’esecutore del regime uscente, chiarisce che il sessismo, il razzismo e l’odio in tutte le loro forme cercheranno un’opportunità per alzare la testa, indipendentemente dalla situazione – il che equivale a metterli in una posizione di potere che è pericolosa. Tina Poglajen da Cineuropa.org 10 Il mio capolavoro di Gastón Duprat Amici e complici da anni, e nello stesso tempo litigiosi antagonisti: Arturo Silva, un ricco gallerista di Buenos Aires, arrivato e arrivista, esperto d’arte ma abbastanza cinico da anteporre il successo al reale valore dell’opera, e Renzo Nervi, un pittore collerico, misogino e malconcio, che vive con i suoi animali in un appartamento zeppo di cianfrusaglie, che ama solo dipingere e non cede di un millimetro alle richieste dell’altro. Quando Arturo gli rimprovera di essere rimasto agli anni 80, Renzo si presenta in ciabatte e calzoncini in galleria e spara a un proprio quadro davanti a un potenziale cliente. Guillermo Francella e Luis Brandoni sono i formidabili protagonisti/antagonisti di Il mio capolavoro, diretto da Gastón Duprat, che lo ha scritto con il fratello Andrés (che è direttore del Museo delle belle arti di Buenos Aires), mentre il co-regista dei film precedenti, Mariano Cohn, è qui produttore. Anche L’artista e Il cittadino illustre parlavano di arte (rispettivamente, di pittura e letteratura), del suo mercato e del narcisismo congenito dell’artista. Il mio capolavoro spinge ancora di più sul pedale grottesco, sfruttando la suspense introdotta dall’iniziale confessione in voce off di Arturo («sono un assassino»), che precede il lungo racconto in flashback dei cinque anni precedenti, dove ai plateali dispetti di Renzo fanno eco le stizzite prese di posizione di Arturo. Perché, alla fine, il tema vero è quello dell’amicizia, in un buddy movie incentrato su una sorta di strana coppia latina, che ha un pezzo di anima a Buenos Aires e un pezzo tra le Ande. Emanuela Martini da Film TV anno XXVII – N. 4, 22 gennaio 2019 Chris the Swiss di Anja Kofmel [La] regista Anja Kofmel ricostruisce l’omicidio del cugino, inviato come giornalista durante la guerra dell’ex-Jugoslavia e ritrovato morto con indosso l’uniforme di una milizia paramilitare internazionale. L’indagine della regista seguendo una struttura lineare della narrazione si sdoppia e pone l’attenzione su due livelli, identificati nel linguaggio dell’animazione e del documentario. L’animazione dal tratto nero, denso simile al carboncino su carta, realizzate [sic] dalla regista, tenta di ricostruire i fatti e il nodo doloroso per la famiglia dell’autrice, dato dalla mancata comprensione delle scelte così estreme e pericolose del giornalista. Le immagini di archivio, le interviste e le fotografie cercano di comprendere, invece, le motivazioni delle guerre balcaniche che sconvolsero l’Europa nel 1992 e di far emergere la presenza e il coinvolgimento dell’Opus Dei durante la guerra, incarnata nella divisa paramilitare del cugino indossata nel momento del ritrovamento, per difendere i confini cristiani della Croazia. Nell’operazione stilistica operata dall’autrice Kofmel si rintraccia la tendenza sempre più forte nell’ultimo decennio – basti pensare al documentario La strada dei Samouni di Stefano Savona con la straordinaria animazione di Stefano Massi […] – dell’ibridazione funzionale ed estetica tra animazione e documentario. L’utilizzo dell’animazione, infatti, compensa l’assenza totale o parziale di materiale visivo autentico aggiungendo così informazioni, l’espressione di diversi punti di vista e la sensibilità sia dei protagonisti sia dell’autore. Sarah-Héleèna Van Put da Alias anno 22, N. 5, 2 febbraio 2019

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festival PASSI INCERTI E LUMINOSI FUTURI Lo streaming dell’International Film Festival di Rotterdam L ’International Film Festival di Rotterdam, alla 48. edizione, vuole ribadire il suo impegno a tenere lo sguardo il più possibile aperto sulle nuove tendenze cinematografiche. La sezione Bright Future ha proposto oltre 40 opere di autori emergenti e, di queste, la piattaforma Festival Scope ne ha messe a disposizione in streaming circa 20, a costi molto contenuti. A uno sguardo generale si può affermare che sempre più si conferma la voglia di uscire dagli schemi di una rigida sceneggiatura della tradizionale fiction per ibridare realismo documentale e storie da raccontare. Roberto Pecci femminili e maschili raccontano con voce piana, suadente e in linguaggi diversi (portoghese, arabo, francese) l’incontro a New York di Wilson e Lamir, con differenti esperienze di vita alle loro spalle. Sullo schermo scorrono in continuazione immagini di città, NY, Berlino, città brasiliane, alternate a visioni di quelli che forse sono i protagonisti del racconto. Una ibridazione tra racconto letterario e poesia visiva, forse non nuova in assoluto, ma condotta in maniera stimolante. The Garden Apartment di Ishimara Umi. Kyoko è la matura e piacente “zia” che cerca conforto dalla vedovanza nell’alcool e ospitando un gruppo di giovani nel suo appartamento-giardino. Taro è il giovane nipote legato alla zia da un misterioso debito e che cerca di stabilizzare il rapporto con la compagna incinta. Hikari è la futura madre che si sente orfana di un amore che dia sicurezza al proprio futuro, ma è lei stessa incapace d’amare. Metafora sui rapporti amorosi e sull’inaffidabilità dei giovani giapponesi? L’uso negli interni, nei quali si svolge prevalentemente il film, di luci stroboscopiche e algide con sottofondo di musica techno, come nelle recenti opere dei registi francesi più alla moda, non salva il film da un naufragio per nulla leopardiano. Out of Sight Out of Mind di Brian Follmer Out of Sight Out of Mind di Brian Follmer. A Travis, uno dei protagonisti di questo film diviso per capitoli, è affidato anche il ruolo di narratore con voce off delle relazioni di un gruppo di millennials losangelini alla costante ricerca di una qualche affermazione o almeno di un punto fermo che dia una svolta alle loro vite vissute in una sorta di perenne incertezza esistenziale e in una costante connessione al mondo virtuale. Il progredire verso una vera e propria forma di schizofrenia di uno dei personaggi, interpretato dal regista stesso, provoca una crisi nei rapporti del gruppo portando alla luce tensioni che forse non avranno più soluzione positiva. Costante uso della camera a mano, quasi a mimare la nevrosi dei protagonisti, una colonna sonora ricca di riferimenti alla musica colta e una convincente interpretazione sono alla base di un film di sicuro interesse. Enquanto estamos aqui di Clarissa Campolina e Luiz Pretti. Un continuo stato onirico sembra avvolgere il film: voci off Enquanto estamos aqui di Clarissa Campolina e Luiz Pretti Dead Horse Nebula di Tarık Aktaş Dead Horse Nebula di Tarık Aktaş. Conferma della vitalità del cinema turco: già premiato per questo film a Locarno come miglior regista emergente, l’autore, pur avendo presenti Bilge Ceylan e il miglior Kaplanoğlu, è in maniera affatto personale che propone una meditazione sul rapporto uomo-natura e sui labili confini tra vita e morte. Film che a tutto titolo Paul Schrader iscriverebbe nella categoria dei film trascendentali, come incisivamente propone la presentazione ufficiale. Nel prologo Hay da bimbo trova un cavallo morto nei campi, negli episodi successivi ad Hay adulto si presentano una serie di “incidenti” tra umani ed esseri viventi animali e vegetali. House of My Fathers di Suba Sivakumaran: nello Sri Lanka contemporaneo, pur senza una precisa connotazione temporale, due villaggi di etnia diversa (sinhala e tamil) in perenne e sanguinosa guerra tra loro e separati da un confine invalicabile, pena la morte, sono colpiti contemporaneamente dall’impossibilità di concepire nuovi figli. I sacerdoti e guide spirituali delle due parti predicono nello stesso tempo che la maledizione potrà cessare solo se una donna tamil e un uomo sinhala verranno avviati a un viaggio nella foresta. 11

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festival risposta alle domande che si pone Karin, ma le farà nascere l’interrogativo se aveva il diritto di fare tornare a galla ricordi dolorosi per la mancata realizzazione dei sogni di gioventù dei genitori, in un Cile forse ancora non del tutto pacificato dopo l’esperienza drammatica della dittatura di Pinochet. House of My Fathers di Suba Sivakumaran Accompagnati da una guida “mistica” che parla entrambe le lingue, Ahalya e Asoka avranno una serie di visioni delle loro esperienze vissute di violenza personale e collettiva. Film che si pone nell’ottica del realismo spirituale con riferimenti alti (Tarkovskij), al quale, però, una certa ovvietà degli avvenimenti non sempre riscattata dall’invenzione visiva, impedisce di prendere il volo. No Data Plan di Miko Revereza. Di nascita filippina, il regista trasferitosi negli Stati Uniti da bambino e vissuto per molti anni da immigrante illegale, è stato inserito dalla rivista «Filmmaker», bibbia del cinema indipendente, tra i 25 autori Dreissig di Simona Kostova Dreissig di Simona Kostova, Di origini bulgare, la regista presenta una giornata nella vita di un gruppo di amici trentenni a Berlino, dal risveglio e le prime attività del mattino nei loro appartamenti “minimali” al loro incontro diurno, le chiacchiere, i trasferimenti da un quartiere all’altro, il loro girovagare in ogni locale dove trovare nuovi conoscenti. Oggi è il compleanno di Ovunc, che tra una sigaretta e l’altra confessa di sentirsi vuoto e incapace di ricavarsi momenti di concentrazione solitaria che gli permettano di riprendere l’esercizio della scrittura a cui vuole dedicarsi. Il rapporto tra No Data Plan di Miko Revereza emergenti da seguire. Immagini riprese all’interno dei treni Amtrak, immagini di binari, gallerie, finestrini, innumerevoli fermate in piccole e grandi stazioni della provincia americana, e ancora trasferimenti in pullman, viaggi aerei con visioni dall’alto, gente che va, gente che viene: è veramente questo il paese dell’Eden e della libertà? Scorre, sovrapposto a queste riprese, il racconto dei colloqui telefonici con la madre che ha un contratto telefonico “no data plan”. Ipnotico e disturbante quanto basta, non senza l’affiorare di inevitabili momenti di noia. Historia de mi nombre di Karin Cuyul. Il film cileno ha vinto il Premio del pubblico di questa sezione Bright Future dell’IFFR. Anche qui – del resto il titolo già lo suggerisce – ricognizione su memoria personale e collettiva e riflessione alla ricerca delle radici del Cile odierno. La voce della regista si sovrappone allo scorrere di sgranate immagini provenienti dalle cassette VHS di famiglia e da archivi pubblici, che si alternano alle visioni riprese dall’interno di un auto in un viaggio che ripercorre i luoghi dove la Cuyul ha vissuto da piccola. La finale intervista ai genitori darà finalmente una 12 Chèche lavi di Sam Ellison Pascal ed Hara sembra finito, ma… Anche nella costruzione formale non possiamo non riandare con la memoria al ben più incisivo Victoria di Sebastian Schipper. Infine, breve citazione per Chèche lavi di Sam Ellison, documentario sulle vicissitudini di giovani haitiani che, costretti a lasciare le macerie del loro paese dopo il terremoto del 2010, vivono in uno stallo perenne in una città messicana di confine, nell’attesa che il dipartimento di immigrazione americano confermi la validità del visto umanitario promesso alle popolazioni colpite da eventi traumatici... Intanto si va costruendo il sinistro muro di confine tra Messico e Stati Uniti.

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focus SUONALA ANCORA, LEONARD Le colonne sonore di Bernstein Mario Guidorizzi N on tutti sanno che di Leonard Bernstein, impareggiabile compositore e indimenticabile direttore d’orchestra, si può trovare il nome nel cinema soltanto in tre camenti cristiani e di numerose simbologie scenografiche e letterarie basate sul tema ascensionale del volo. Una sequenza è rimasta forse più impressa di quella storica occasioni. pellicola, quando i due fratelli per quattro minuti si trovano Dopo essere già divenuto un autore di prestigio nel cam- all’interno di una specie di taxi della morte per lasciarsi andare po della musica classica e dell’opera, a 36 anni l’artista, nato alle loro confidenze, soprattutto ai mai sopiti sensi di colpa, in America da genitori ebrei polacchi, si dedicò infatti anche a spiegazioni dolorose quando oramai è troppo tardi, e qui al musical accettando di collaborare con l’amico coreografo Bernstein inventò una colonna sonora di mesta risonanza che Jerome Robbins in On the Town, trat- può ricordare lo straziante Adagio to dal balletto Fancy Free per la regia scritto da Samuel Barber nel 1938. di George Abbott, che gli appassio- Lasciati soli da Kazan a inventarsi i nati italiani hanno conosciuto nel dialoghi, Marlon Brando e Rod Stei- film con Doris Day Il giuoco del pigia- ger si esaltarono secondo gli sche- ma, del 1954 (giunto da noi quattro mi se vogliamo un po’ accademici anni dopo), per le dinamiche coreo­ dell’Actors Studio, ma decisamente grafie dell’allora quasi ignoto Bob funzionali alle intenzioni della dram- Fosse, dove la canzone Hernando’s matica trama. Hideaway godette di una sua piccola Bernstein non vinse il meritato celebrità. Oscar, ne fu solo candidato, avendo Nel 1949, grazie all’amicizia con preferito i giurati la comunque bel- Gene Kelly, On the Town fu portato lissima partitura di Dimitri Tiomkin sullo schermo con il titolo italiano Leonard Bernstein al podio per un film dagli alti incassi con John Un giorno a New York, regia e coreo- Wayne, Prigionieri del cielo, lontana grafia dello stesso Kelly e Stanley Donen, e fu lì che apparve però dai risultati estetici raggiunti da Fronte del porto. a molti per la prima volta sul grande schermo Leonard Bern- È del 1957, tuttavia, la celebrità universale del grande mu- stein di cui peraltro, rispetto all’originale teatrale, rimasero sicista il quale, sempre con la collaborazione del coreografo soltanto quattro canzoni, ritenendo il grande produttore Ar- Jerome Robbins, stavolta anche del librettista Arthur Lau- thur Freed (è a lui che dobbiamo i migliori musical della Me- rents e dello scrittore Stephen Sondheim, compose ben 17 tro Goldwyn Mayer) troppo intellettuale il repertorio bern- brani per West Side Story, versione musical di Romeo e Giu- steiniano; ma pure il notevole balletto centrale, anticipatore lietta di William Shakespeare, laddove i Montecchi e i Capu- nei contenuti di quelli meravigliosi di Un americano a Parigi e leti diventano due bande giovanili rivali nella Upper West Cantando sotto la pioggia. Side di New York, gli Sharks (immigrati portoricani) e i Jets La canzone iniziale New York, New York, irresistibile, fu un (bianchi che si credono veri americani pur provenendo le lo- trionfo non solo per la scatenata bravura dei tre protagonisti ro famiglie da ogni parte del pianeta). Fu un trionfo teatrale maschili, Gene Kelly, Frank Sinatra e Jules Munshin, ma per- internazionale (732 repliche solo a Broadway, 1038 a Lon- ché quella sequenza e poi quella finale furono girate, con un dra), che giunse in Italia nel 1981 dopo l’enorme successo certo anticonformismo per l’epoca, all’aperto, nei luoghi più della trasposizione cinematografica del 1961 (ben 10 Oscar!) canonici di Manhattan. diretta dallo stesso Robbins ma poi con la competenza filmi- Bisognava però attendere il 1954 per ritrovare un ispirato ca di Robert Wise cui dobbiamo, tra gli altri, il montaggio dei Bernstein nel capolavoro di Elia Kazan Fronte del porto, ma- due capolavori d’esordio dell’Orson Welles di Quarto potere linconica, invernale, violenta ma anche romantica opera di e L’orgoglio degli Amberson. denuncia sugli odiosi abusi dei sindacati nei confronti dei lo- Canzoni meravigliose quali Somewhere, Maria, America, ro malcapitati associati, impressionante la fotografia in bian- I Feel Pretty, Something’ Coming, Tonight, divennero presto co e nero, di sapore espressionista, del geniale Boris Kauf- assai popolari, lì a stemperare un assunto altrimenti tragico. man, già attivo nei quattro film diretti da Jean Vigo nonché Anche qui l’ouverture fu girata in esterni in una potente fratello dell’autore e teorico del cinema, imprescindibile per carrellata che dal cielo si abbassa lentamente per giungere a gli studiosi, Dziga Vertov. un cortile dove ha inizio la concitata storia fino ai graffiti dei Fin da subito Bernstein introdusse note quasi lugubri e poi titoli di coda, come quelli di testa quando disegni verticali sincopate, tambureggianti e insidiose, le ritroveremo pari diventano in dissolvenza i grattacieli della metropoli, ideati pari in West Side Story, per poi passare a un intenso leitmotiv da quell’autentico genio di nome Saul Bass, lo stesso di molti (tema ricorrente) il quale, secondo il magistero wagneriano, film di Alfred Hitchcock e Otto Preminger. risentiremo durante tutti i sofferti incontri tra i due protago- Lo strepitoso montaggio musicale, l’armonia o le dissonan- nisti, un ex pugile manovrato dal criminale fratello maggiore ze di una colonna sonora davvero memorabile ed evergreen e una dolce ragazza bionda, sorta di angelo giunta lì quasi aumentano in noi, tuttavia, il rammarico di non aver potuto apposta per redimere il giovane sfortunato. godere ancora di un Bernstein al servizio del cinema, doven- Bernstein si mise dunque al servizio di un’opera che parla doci accontentare in ogni caso di tre meravigliose colonne so- di delazione, di tradimento, di espiazione (non dimentichia- nore per film tutti girati nell’amata New York, sempre da vede- mo che erano gli anni più feroci del maccartismo), di ammic- re e rivedere, e ascoltare!, con lo stesso emozionato stupore. 13

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cinesofia DARK, FANTASTIC DREAMS, IN THE DEEP DARK Viaggio dentro David Lynch Francesco Lughezzani I n un cubicolo ricavato da due tende nere, all’interno di un piccolo studio nell’ala dedicata agli studenti di pittura dell’Accademia di Belle Arti di Philadelphia, un giovane ficio […]. Di colpo ricordai di aver fatto un sogno la notte prima. Eureka. Tre piccoli elementi di quel sogno risolvevano tutti i miei problemi. Ma è successo solo quella volta». osserva un quadro appena dipinto. È un giardino, di notte, Nemmeno nel sogno dunque è rintracciabile la principa- in cui si riescono a scorgere alberi e rami ritorti, dita allun- le fonte a cui attinge un artista rinascimentale, in grado di gate e deformi che fuoriescono dal buio. Una tazza di caffè paralizzare la nostra comprensione dell’arte muovendosi tra e la sigaretta tenuta tra le dita con morbidezza: è tutto ciò di pittura e musica, tra cinema e televisione. Nel 1973, quattro cui David ha bisogno in quel momento. Dopo ore trascorse anni prima di realizzare il suo primo lungometraggio, Eraser­ in quella posizione, inizia a sentire qualcosa. Percepisce una head, David scoprirà la meditazione trascendentale, che brezza, che soffia dalla tela. Fa muovere le fronde, scuote i praticherà con disciplina quotidiana ogni giorno della sua rami. E il giovane artista ha un’illuminazione: farlo muovere vita, da quel momento. Partendo da un suono, ripetuto co- davvero, quel quadro, riprodurre quello che la sua mente ha me un mantra, il giovane regista iniziò a esplorare un nuovo solo immaginato e sperimentarsi in un’arte per lui nuova. Il stato di coscienza in cui ricordo e sogno perdevano il loro cinema. Da quella notte e da quel quadro nacque l’idea che significato, soggiogati da un eterno presente in cui muoversi lo portò a realizzare Six Figures Getting Sick (Six Times). Era il con assoluta libertà. Quanto si scende e soprattutto come 1966. ci si orienta in quegli abissi di oscurità? Forme organiche In questo modo David Lynch racconta il suo primo pas- composte da materia reattiva, sottoposta a una fluttuante so nella settima arte. In pochi anni diventerà uno dei più decomposizione, si stagliano sul panorama desertico di un enigmatici araldi della celluloide che il mondo abbia finora mondo quotidiano e perduto, nei dipinti, come nel cinema conosciuto. Spesso trovandosi di fronte a una sua opera si di David Lynch. La materia, sovente decomposta e disciol- percepisce un’assenza, un’incompletezza che impedisce di ta dall’obiettivo, dialoga con l’ombra: una forma negativa dare forma a ciò che abbiamo visto, che rimane sospeso tra dell’immagine che invade corpi e spazi e spinge lo spettato- la coscienza e il sogno. Come nasce un’idea, o anche solo re a interrogarsi sui limiti della propria percezione di fronte a un’immagine, nella sua mente? un mondo così disegnato. David, nativo di Missoula – piccolo paesino a Nordovest Ricordi, sogni e immagini che risalgono dal ventre oscuro del Montana – trascorse l’infanzia tra lo stato di Washington, della meditazione, sono gli elementi di un impasto carnale l’Idaho e infine la Virginia. I ricordi della sua infanzia mesco- a cui non possiamo più rinunciare, dopo aver visto i primi lano la curiosità della scoperta e del gioco a una percezione fotogrammi di uno dei suoi film. Io lo immagino seduto, sul più netta e traumatica del reale: il suo precoce e insolito ta- balcone della sua villa sulle colline di Hollywood, con siga- lento pittorico divenne presto insopprimibile e intollerante retta e caffè, davanti a una tela bianca. Aspetta. Passano mol- a ogni forma di controllo. I dettagli di un’infanzia descritta te ore, ma è il tempo necessario all’emersione. Il pavimento come felicissima sono ancora vividi nella memoria del regi- sotto di lui è segnato da macchie, schizzi di vernice, segni di sta e i racconti che tentano di ricostruire come tutto ebbe una mente fervida e inarrestabile. Sono la cornice necessaria inizio vanno molto indietro. Lunghe ombre solcano il volto all’ombra che dalla sua mente si trasferisce sulla tela, imbe- del regista quando ricorda una scena che sconvolse il suo vuta di un liquido amniotico dalla misteriosa origine. Ma di sguardo, a dieci anni. Una sera, mentre giocava con il fratello cui non riesce a saziarsi, e nemmeno io, ogni volta che mi in giardino, vide uscire dal buio la figura di una donna, com- trovo seduto, smarrito davanti a una delle immagini scaturi- pletamente nuda, che camminava. La pelle candida risplen- te dalla sua mente. deva mentre un rivolo di sangue le scendeva dalla bocca. Molti ricordi inquietanti come que- sto affiorano, a un primo sguardo, in quello che David dipinge. Ma intrecciare la sua opera al racconto dell’infanzia è un biografismo troppo limitante. Le sue visioni ci impongono di scen- dere più giù, in profondità, per essere decifrate. «Quando si dorme, non si controllano i sogni. A me piace sprofondare in un mondo onirico, ma costruito da me, un mondo che ho scelto e che controllo completamente». Sono dunque i sogni che si alimentano delle sue visioni? «Ado- ro la logica dei sogni; mi piace appunto il modo in cui si svolgono. Raramente però, ho preso spunto da essi. Prendo più spunti dalla musica, o da una semplice passeggiata. Nel caso di Vel- luto Blu, però, mi trovavo in serie difficoltà con la sceneggiatura. L’avevo già riscritta quattro volte. Verso la fine incappavo sempre in alcuni problemi. Poi, un giorno, mi trovavo in un uf- Smoking (2008), litografia di David Lynch 14

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cellulosa&celluloide CICATRICI Per una ricognizione (breve) del cinema sanatoriale Luca Mantovani C i sono luoghi che paiono inventati apposta per riempirsi di storie. Avvallamenti nel tessuto del narrare in cui si raccolgono le risorgive del pensiero e le preci- Appena nove anni più tardi arriverà l’irrisolto adattamento cinematografico di Beppe Cino, con Franco Nero protagonista e un cast di nomi ingombranti, fra cui Vanessa Redgrave pitazioni atmosferiche della storia, generando un pantano e Fernando Rey. Pur ricevendo il sostanziale plauso di Bufa- cui basta la scintilla dell’immaginazione per brulicare di vita. lino, il film resta ostaggio di una regia legnosa, incapace di Fra questi, nell’immaginario del 900, singolare fortuna co- tradurre efficacemente per lo schermo il barocchismo ver- nosceranno i sanatori. Strutture ibride, a un tempo ospedale bale del romanzo. Come rimane irrisolta la rappresentazione e pensione, situate in zone di particolare favore climatico- di eros, ovvero la tragica figura della ballerina Marta, ebrea geog­ rafico, studiate per accogliere pazienti affetti da malat- collaborazionista minata dalla tisi, incarnata da un’incolore tie croniche a lunga degenza. Risposta borghese al proleta- Lucrezia Lante della Rovere. rio lazzaretto, il sanatorio prolifera a partire dagli anni 20 del Molto meglio, sotto questo profilo, riesce a fare il regista secolo, quando decine di migliaia di soldati tornano amma- romeno Radu Jude, che nel 2016 vince a Locarno il Premio lati nel fisico e nello spirito dal fronte della Prima guerra mon- speciale della giuria con Inimi cicatrizate, adattamento del diale. L’esperienza violenta del conflitto, con il suo portato di romanzo Cuori cicatrizzati di Max Blecher, meritoriamente traumi, ferite, mutilazioni, morbi, si marca portato in Italia dell’editore Keller. Jude a fuoco nella coscienza collettiva del popo- ha l’intelligenza di asciugare drasticamen- lo europeo, da poco esposta alla luce con te le vicende del libro e, sebbene i timori l’affermarsi delle teorie psicoanalitiche. prebellici legati all’ascesa di Hitler impre- È in questo clima di profondi sconvol- gnino i discorsi dei degenti del sanatorio gimenti, o svelamenti, che nel novembre di Berck, sceglie di narrare le vicende del del 1924 Thomas Mann dà alle stampe La giovane Emanuel, affetto da tubercolosi montagna incantata. L’autore ne comincia ossea, principalmente attraverso la sua la stesura nel 1912, stimolato da una visita vitalità erotica, esasperata dall’immobili- alla moglie Katia che soggiorna per una tà cui è costretto e insieme favorita dalla sofferenza polmonare a Davos, in Svizzera. promiscuità del sanatorio. Lo scoppio della guerra interrompe il lavo- La fissità si fa cifra stilistica e la camera, ro di scrittura, che sarà ripreso al termine posizionata ad altezza delle barelle su cui di questa e ne porterà evidenti i segni: nel i malati sono inchiodati, cattura in piano destino del tubercolotico Castorp, nei suoi sequenza le prove convincenti del cast: incontri al sanatorio Berghof, si delinea lunghe scene in cui specchi e finestre si il sentire nuovo di un intero continente, aprono come squarci sul mondo “fuori”, sgomento davanti alla rivelazione dei pro- così remoto da risultare fasullo. Blecher pri istinti di annientamento. conosce bene la realtà del sanatorio, in La grandiosa opera di Mann, pur avendo Il poster di La clessidra (1973) cui spende 10 anni della sua breve vita, influenzato altri artisti fra cui molti cineasti, che si spegnerà nel 1938 a soli 29 anni, ha spesso scoraggiato l’impresa di trarne adattamenti cine- e Jude riconduce a lui le vicende semi-autobiografiche di matografici diretti. Unico che possa meritare una certa at- Inimi cicatrizate, aprendo il film con disegni, scritti e foto tenzione è quello del 1982 sceneggiato e diretto da Hans dell’autore, e chiudendolo improvvisamente al tempo pre- W. Geißendörfer che, per adesione alla pagina scritta, buon sente, con automobili e furgoncini che irrompono nell’in- cast (oltre l’ottimo Rod Steiger, anche il nostro Flavio Bucci) quadratura di quello che scopriamo essere il cimitero dove e lussuoso apparato scenografico, riesce a tratti ad andare riposano i resti dello scrittore. oltre il tributo calligrafico. Quello che forse manca, al film Un capolavoro indiscusso, in questo incontro fra sanatori di Geißendörfer, è la chiave dell’eros, così centrale nella de- letterari e cinematografici, ce lo restituisce il regista polac- crittazione di Mann e di tutta la letteratura sanatoriale, qui co Wojciech Has con La clessidra, rocambolesca incursione stemperata in un eccesso di sbrigativo lirismo romantico. nell’universo narrativo di Bruno Schulz, massimo e misco- Il fitto dialogo tra eros e thanatos – senza scomodare Denis nosciuto genio del 900 dissoltosi nella follia antisemita del de Rougemont – non può che sottendere ogni gesto, ogni Reich. Regista dalle doti visuali non comuni, Has ha spesso pensiero consumato nel perimetro del sanatorio, zona limi- vinto la sfida di adattamenti impossibili (fra cui il fluviale nare in cui vita e morte coabitano in una sospensione che Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki) e Sanatorium funge da tableau vivant e ingrandimento microscopico della pod klepsydra ne è l’esempio più alto, premiato a Cannes condizione umana. Lo sa bene il nostro Gesualdo Bufalino, nel 1973. Muovendo dall’omonimo racconto di Schulz, Has meraviglioso sessantenne quando esordisce nel 1981 con il rifugge l’adattamento pedissequo a favore della creazione capolavoro Diceria dell’untore, pubblicato da Sellerio. Anche di un film-cosmo intimamente schulziano: un universo sa- qui le vicende dell’io narrante, fresco reduce della Seconda natoriale in cui, come nei racconti dello scrittore galiziano, guerra mondiale, sono strettamente connesse con la violen- ogni separazione tra vivi e morti, fantasia e reale, memoria za bellica del XX secolo, con il suo «apprendistato di morte» e invenzione, sonno e veglia è dissolta – e uno struggente, che si sdoppia nell’esperienza del sanatorio e si contrappone mortifero erotismo permea ogni fotogramma, mescolandosi a quella erotica. alla nostalgia di ciò che è stato e di ciò che mai sarà. 15

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