N° 5 - Filmese Febbraio 2018

 

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N° 5 - Filmese Febbraio 2018

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5 722018·2019 • Il punto COME ORDINARE UNA PIZZA FEBBRAIO 2019 1 IL PUNTO 2 PROGRAMMA DI FEBBRAIO 3 FILM 7 RASSEGNA STAMPA 8 TORINO FILM FESTIVAL 10 SCHERMI D'AMORE 11 FOCUS - CINEMA IRANIANO 13 FOCUS - BERTOLUCCI 14 CINESOFIA 15 CELLULOSA&CELLULOIDE 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. si ringrazia Che si tratti di valorizzare il prodotto locale, a chilometri zero, piuttosto che guardare oltralpe pregustando raffinatezze francesi o estrosità mitteleuropee; oppure d’avventurarsi in rocambolesche ricognizioni verso est, fino a sprofondare con delizia in orienti esotici; o di percorrere traiettorie opposte, oltreoceano, in cerca di gusti decisi e familiari, ma anche di sorprese forti, come ne riserva il luminoso sud del continente americano – per tacere delle sconcertanti spezie africane, il cui sapore si fa tanto più inedito mano a mano che si scende verso sud. Che si tratti insomma di scegliere, davanti alla cinematografia mondiale, alla sua sempre più vasta e multiforme estensione (rivoluzioni come quelle del digitale e dello streaming sono faccende già avvenute e non vanno demonizzate), il rischio è di rimanere come il signor Palomar di Calvino davanti all’abbondanza voluttuosa del banco formaggi: chiamato al fatidico (fatale?) momento della scelta, ecco che «l’ordinazione elaborata e ghiotta che aveva intenzione di fare gli sfugge dalla memoria; balbetta; ripiega sul più ovvio, sul più banale, sul più pubblicizzato». Al di là della facile analogia alimentare (anche se i film non sono più “pizze” ma efficienti hard disk), il lavoro del programmatore ha innegabilmente a che fare con l’onere della scelta. E le scelte, si sa, vanno ponderate. Assemblare di mese in mese una stagione cinematografica non è come scattare un’istantanea allo stato attuale del Cinema, quanto piuttosto realizzare un ritratto che si rivela anche agli occhi dell’autore solo pennellata dopo pennellata. Cerchiamo di essere più concreti: come arriva in sala un film? Che un film in sé non possa esistere senza un regista e un produttore, è chiaro. Che ci sia poi un distributore che si occupi di venderlo, va da sé. Che molti di questi distributori si affidino ad agenzie per il “lavoro su campo”, è un passaggio ulteriore che amplia il quadro: ogni agenzia è referente di un preciso territorio per il portfolio di clienti-distributori che rappresenta. I film, acquistati sul mercato nazionale o internazionale, attraverso questa filiera vengono messi poco a poco a disposizione delle sale. Della ricchezza cinematografica cui sopra si accennava, va detto, nel nostro Paese siamo destinati spesso a vedere solo una piccola parte, per le leggi di un mercato che a volte privilegia consuetudini e strade battute, alla ricerca di un profitto certo in questi tempi incerti – non tutti i film passati ai festival trovano distribuzione, non tutte le cinematografie hanno visibilità: l’Oriente, prima tanto di moda, scompare d’un tratto dai nostri schermi, mentre ancora ci si affida alla solidità "made in USA" come panacea di tutti i mali da incasso. Insomma, dall’immaginare di avere un certo titolo in programmazione al portarlo effettivamente in sala, passa un paziente processo di valutazione delle novità, di verifica della disponibilità e di contrattazione con le agenzie, secondo uno schema di precedenze e gerarchie che inevitabilmente antepone sale e multisala che possono garantire una “tenuta” su più giorni dello stesso film, con maggiori guadagni. Fattori molto concreti, che si combinano a quelli propriamente artistico-culturali. Accanto al lavoro sempre importante con la grande distribuzione, allora, ricchezza e qualità della programmazione vanno ricercate anche nel sottobosco florido e vivace della distribuzione indipendente, animato da interlocutori appassionati e competenti, da esperimenti di dialogo diretto con chi i film li realizza e da fruttuose collaborazioni con festival e altre istituzioni culturali. Premessa imprescindibile a questo articolato iter è l’impegno costante a formarsi e informarsi – leggere tanto e vedere di più – attraverso riviste di settore italiane e straniere, frequentando festival, rassegne, anteprime e distributori: perché «la vera conoscenza […] sta nell’esperienza dei sapori, fatta di memoria e d’immaginazione insieme». La redazione

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programma di febbraio 2019 GIOVEDÌ 7 FEBBRAIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 SUMMER regia di Kirill Serebrennikov Russia, Francia, 2018 – durata 126’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 14 FEBBRAIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 LE EREDITIERE regia di Marcelo Martinessi Paraguay, Germania, Uruguay, Brasile, Norvegia, Francia, 2018 – durata 98’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 21 FEBBRAIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 LONTANO DA QUI regia di Sara Colangelo USA, 2018 – durata 96’ Versione originale sottotitolata in italiano attenzione: cambio orario nell'ultimo turno GIOVEDÌ 28 FEBBRAIO – ORE 16.30 – 19 – 21 OVUNQUE PROTEGGIMI regia di Bonifacio Angius Italia, 2018 – 94’ ORE 21 INCONTRO IN SALA CON IL REGISTA E IL CAST sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 2

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film 16 GIOVEDÌ 7 FEBBRAIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 SUMMER regia di Kirill Serebrennikov Russia, Francia, 2018 – durata 126’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI In concorso al Festival di Cannes 2018; Cannes Soundtrack Award per la miglior colonna sonora; Premio per la miglior scenografia agli European Film Awards 2018. Da Leningrado a Berlino ci sono quasi 2mila chilometri e (c’era) un muro di oltre 3 metri a separare il mondo Occidentale da quello Orientale. All’inizio degli anni 80, però, le differenze tra le due città tendevano a scomparire, almeno per gli amanti del rock. Già, perché se la capitale tedesca risultava l’epicentro della new wave mondiale, culla delle nuove sonorità underground e fonte di ispirazione artistica per cantanti in arrivo da tutto il mondo (David Bowie in testa), anche l’attuale San Pietroburgo non era da meno, minuscolo spazio elettrico ed elettronico in un impero sovietico che rifiutava i generi diffusi a Ovest. Proprio in quella Leningrado si muovono i musicisti Viktor Coj e Mike Naumenko, protagonisti di Summer e presenze fisse dello storico Leningradskij rok-klub, unico luogo di tutta l’URSS in cui è possibile ascoltare rock dal vivo. Dopo lo splendido Parola di Dio (proiettato due anni fa dal Circolo del Cinema), il regista russo Kirill Serebrennikov si conferma autore originale e interessante, con un’opera che unisce fiction e biografia, andando a ripercorrere i primi passi di Coj, leader del gruppo post-punk Kino e figura di riferimento della musica russa degli ultimi quarant’anni. È d’estate (appunto) che Viktor e Mike si conoscono su una spiaggia russa e qui cantano le proprie canzoni a un piccolo gruppo di amici. Se il secondo è già una star del rok-klub cittadino, il giovane Coj (interpretato da un ottimo Teo Yoo) è in procinto di produrre il primo disco che lo farà diventare una leggenda. Tra i due, però, si inserisce la bella Natasha (Irina Starshenbaum), moglie di Mike e infatuata del nuovo arrivato. Presentato lo scorso anno al Festival di Cannes, Summer convince pubblico e critica grazie a una sceneggiatura che rispetta la biografia del protagonista e, soprattutto, mostra una realtà poco conosciuta agli spettatori che hanno vissuto la guerra fredda dal lato occidentale del Muro, un fermento musicale in continua evoluzione che ha fatto di Leningrado l’indiscussa capitale dell’impero musicale d’Oriente del secolo scorso. Interessante anche l’uso del bianco e nero che può ricordare la Nouvelle vague francese e che ha portato alcuni critici ad accostare i primi piani di Irina Starshenbaum a quelli della prima Anna Karina, musa di Godard a inizio anni 60. Nota di merito stilistica da riconoscere a Serebrennikov arriva per gli intermezzi onirici che “spezzano” la narrazione, mostrando una realtà alternativa (ma, spesso, irrealizzabile) rispetto alle vicende vissute dai rocker della metropoli sovietica, “sogni musicali” sempre interrotti da un uomo che ricorda al pubblico che «questo non è mai successo». Una figura esterna al film, un personaggio inesistente che ricorda il “testimone silenzioso” presente nei dieci Decaloghi di un altro grande cineasta esteuropeo come Krzysztof Kieślowski. Indimenticabili, tra queste visioni dello spettatore, le sequenza-videoclip in cui tutti i passeggeri di un autobus intonano con i protagonisti del film l’inno del rock new wave Psycho Killer dei Talking Heads o quella in cui una donna per strada regala un’emozionante rivisitazione di Perfect Day di Lou Reed. Summer si inserisce tra gli “imperdibili” della stagione cinematografica in corso, un’ottima occasione per conoscere la seconda Berlino, quella sovietica, senza Bowie, Iggy Pop o Nick Cave, ma con il glam rock sovietico dei Kino. Luca Romeo t.o. Leto – regia: Kirill Serebrennikov – sceneggiatura: Mikhail Idov, Lily Idova, Kirill Serebrennikov – fotografia: Vladislav Opelyants – montaggio: Yuriy Karikh – scenografia: Andrey Ponkratov – costumi: Tatyana Dolmatovskaya – musiche: Roman Bilyk – interpreti: Teo Yoo (Viktor Coj), Irina Starshenbaum (Natasha Naumenko), Roman Bilyk (Mike Naumenko), Filipp Avdeev (Leonid), Aleksandr Kuznetsov (Scettico), Yuliya Aug (Tatiana Ivanova), Seymon Serzin (Nikolaj Mikhailov), Nikita Efremov (Bob), Andrey Khodorchenkov (Artemy Troitsky), Julia Loboda (Mariana) – produzione: Hype Film, KinoVista, Centre National de la Cinématographie, Charade – Russia, Francia, 2018 – 2h 6’ – v.o. sottotitolata in italiano KIRILL SEREBRENNIKOV Di padre ebreo e madre ucraina, Kirill Serebrennikov nasce in Russia nel 1969. Si laurea in fisica alla Rostov State University nel 1992 e due anni più tardi debutta come regista teatrale. Comincia a sperimentare anche con la regia cinematografica, dirigendo alcuni video musicali e pubblicitari. Nel 2001 approda a Mosca con un lavoro teatrale e da quel momento estenderà via via la sua collaborazione con i principali teatri della città, anche nell’allestimento di opere liriche e balletti. Dal 2008 è professore di recitazione e regia alla Moscow Art Theatre School. Dopo alcune regie televisive, debutta nella regia cinematografica con i lungometraggi Ragin (2004), Postelnye stseny (2005) e Playing the Victim (2006) che si aggiudica il Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film alla prima edizione del Festival internazionale del film di Roma. Nel 2016 Parola di Dio è in concorso a Cannes nella sezione Un Certain Regard; nel 2018 torna alla Croisette, in concorso, con Summer, ma il regista non è presente di persona, in quanto si trova agli arresti domiciliari dal 19 agosto del 2017 con l’accusa di frode fiscale. 3

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film 17 GIOVEDÌ 14 FEBBRAIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LE EREDITIERE regia di Marcelo Martinessi Paraguay, Germania, Uruguay, Brasile, Norvegia, Francia, 2018 – durata 98’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Orso d’argento per la Miglior attrice ad Ana Brun; Premio FIPRESCI; Premio Alfred Bauer alla Berlinale 2018. Chela e Chiquita hanno trascorso una vita insieme, amandosi e trascorrendo il tempo senza troppi pensieri, grazie all’eredità ricevuta dai genitori. Ma gli anni trascorrono, l’eredità si consuma a poco a poco, costringendole a vendere il patrimonio di famiglia: i mobili, i quadri, ogni cimelio, pezzo dopo pezzo, diventa una risorsa. Il film inizia in una casa immersa nella penombra, mentre Chela osserva in silenzio, tra la fessura di una porta, una donna che si aggira mormorando i versi di una canzone, mentre passa in rassegna distrattamente i ricordi e gli oggetti consumati che fanno parte della quotidianità delle due donne. Chela non accetta questa intrusione, che il regista ci mostra con grande attenzione formale, precisando i numerosi quadri che costruiscono le inquadrature stesse, che tratteggiano un reale all’apparenza piatto, incorniciato in una bidimensionalità fotografica. Quando Chiquita dovrà trascorrere un periodo in carcere, a causa di un debito non pagato, le due donne per la prima volta si separeranno. Il primo lungometraggio realizzato da Martinessi, in collaborazione con il Torino Film Lab, si svolge ad Asunción, capitale del Paraguay, in una contemporaneità svelata attraverso la lente di una quotidianità appannata e sovente dolorosa: il regista non rivela la sua visione del proprio paese in modo diretto, ma infiltrando all’interno dell’intimità drammatica alcuni frammenti rivelatori di una società ancora carica di pregiudizi, che tutt’ora mantiene difficoltosamente, dopo oltre trent’anni di regime, un governo stabilmente democratico. Girato prevalentemente in interni, il film viene costruito sui volti dei personaggi femminili, segnati dal tempo ma ancora alla ricerca di nuove strade da percorrere. Il carcere, la vec4 chia casa, l’interno dell’auto di Chela, che si improvvisa tassista per ricche signore anziane: le due donne sono sempre al centro dell’obiettivo, occupando l’inquadratura con i loro corpi e i loro silenzi. Sarà Chela, a lungo protetta dalla compagna, a uscire dalle mura del proprio decadimento per scoprire, una volta sola, che il mondo esterno può ancora riservarle qualche sorpresa. L’incontro con la giovane Angy rappresenterà una svolta nella vita della protagonista, ed è proprio nella continua evoluzione del rapporto tra le due donne che si rivela la grande attenzione del regista per la complessità dei suoi personaggi e del ritratto oscuro e sfumato con cui vuole rappresentare, senza mai allontanarsene, l’uscita da una gabbia tanto reale per Chiquita quanto interiore quella di Chela. Francesco Lughezzani t.o. Las Herederas – regia: Marcelo Martinessi – sceneggiatura: Marcelo Martinessi – fotografia: Luis Armando Arteaga – montaggio: Fernando Epstein – costumi: Tania Simbron – interpreti: Ana Brun (Chela), Margarita Irun (Chiquita), Ana Ivanova (Angy) Nilda Gonzales (Pati) – produzione: La Babosa Cine, Pandora Filmproduktion, Mutante Cine – Paraguay, Germania, Uruguay, Brasile, Norvegia, Francia, 2018 – 1h 38’ – v.o. sottotitolata in italiano. MARCELO MARTINESSI Marcelo Martinessi (Asunción, 1973), ha studiato comunicazione, per poi formarsi come regista alla London Film School. Il suo lavoro si è sovente concentrato intorno alla memoria, all’identità e ai diritti umani raccontati nel suo paese d’origine. Karai Norte (2009) è una rappresentazione in bianco e nero di un racconto orale raccolto durante la guerra civile del Paraguay nel 1947 e El Baldío (2013) evoca le centinaia di sparizioni nel corso della lunga dittatura paraguaiana. Ha sviluppato laboratori cinematografici per bambini che vivono nelle strade di Asunción creando con loro Calle Ultima (2011). Le sue opere sono state presentate alla Berlinale, a Clermont Ferrand, a Locarno e in molti altri festival, vincendo diversi premi internazionali. Nel 2010 il governo del Paraguay – il primo governo socialista democratico a vincere le elezioni dopo 62 anni di regime autoritario – gli ha assegnato il compito di dirigere la prima televisione pubblica del paese, ruolo che ha lasciato durante il colpo di stato del 2012. Con il suo primo lungometraggio, Le ereditiere, sta conquistando numerosi riconoscimenti internazionali.

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film 18 GIOVEDÌ 21 FEBBRAIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LONTANO DA QUI regia di Sara Colangelo USA, 2018 – durata 96’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Miglior regia al Sundance Film Festival 2018; in concorso al Toronto Film Festival 2018. Ocean, don’t be afraid. / The end of the road is so far ahead / it is already behind us. (Ocean Vuong, Someday I’ll Love) Lisa Spinelli vive a Staten Island. Ogni mattina prende il traghetto per raggiungere l’asilo in cui lavora come maestra. In una classe composta da pochi bambini, che educa con premura materna, ogni alunno è importante. Ma tra tutti, Jimmy è diverso, speciale. Durante una punizione che trascorre insieme alla maestra, inizia a camminare avanti e indietro, recitando una breve poesia. Lisa rimane affascinata e gli chiede di ripetere i versi. Ma sono già svaniti. Sara Colangelo con Lontano da qui dirige il suo secondo lungometraggio – dopo un felice esordio con il drammatico affresco americano di Little Accidents (2014) – ispirandosi ad Haganenet, film israeliano del 2014 nel quale il regista Nadav Lapid raccontava la stessa storia privilegiando lo sguardo del bambino – l’obiettivo veniva posizionato sempre alla sua altezza, in una dimensione sottostante al mondo adulto in cui l’insegnante si inseriva piegando il proprio corpo. Contrariamente all’opera di Lapid, che qui collabora alla sceneggiatura, la regista sceglie di alzare la cinepresa e inquadrare Lisa – interpretata da Maggie Gyllenhall – come assoluta protagonista del film. La donna ha vissuto sulla propria pelle la sofferenza che comporta crescere nel mondo, sola e priva di difese, senza un antidoto a quel male oscuro che fa svanire nella convenzione sociale, che opprime e pre- varica ogni impulso a comportamenti ed espressioni creative e spontanee. In una delle sequenze più importanti del film, la donna prova a stimolare la creatività del bambino, spingendolo ad assumere punti di vista sempre diversi sul mondo: quello di un gigante o quello di un gatto; la camera si muove seguendo il movimento dei due protagonisti, dal basso verso l’alto, con una carrellata che termina al suolo, schiacciando entrambe le figure nello spazio angusto del bagno di un asilo. Lo sguardo diventa un passaggio fondamentale nell’inquadrare il rapporto sempre più stretto che lega la donna a Jimmy, portandola lentamente a distorcere la propria visione del reale. Se scrivere poesie è un talento straordinario, qualcosa che non si può imparare a un corso come quello frequentato dalla protagonista, altrettanto potente è la frustrazione di Lisa, quando emerge dal rapporto con il marito, con i figli adolescenti, con i compagni del corso di poesia. Si sente prosciugata, lasciata senza una voce con cui poter esprimere il proprio dolore, con cui poter elaborare la propria solitudine: il desiderio di proteggere il talento di Jimmy – aiuto mai veramente richiesto dal bambino – viene espresso dalla straordinaria performance della Gyllenhall, che si esprime principalmente nel lavoro sull’impostazione vocale. E le poesie di Jimmy? Ocean Vuong e Kaveh Akbar sono i due poeti americani che le hanno composte: sono versi di un’immediatezza e sensibilità sconcertanti, che grazie a semplici e arcaiche immagini esprimono le emozioni del piccolo, precocissimo poeta. Francesco Lughezzani t.o. The Kindergarten Teacher – regia: Sara Colangelo – sceneggiatura: Nadav Lapid, Sara Colangelo – fotografia: Pepe Avila del Pino – montaggio: Marc Vives, Lee Percy – musiche: Asher Goldshmidt – interpreti: Anna Baryshnikov (Meghan), Michael Chernus (Grant Spinelli), Gael Garcia Bernal (Simon), Maggie Gyllenhaal (Lisa Spinelli), Parker Sevak (Jimmy Roy), Rosa Salazar (Becca) – produzione: Farcaster Films, Imagination Park Entertainment, Liner Films, Manhattan Productions, Maven Pictures, PaperChase Films, Pia Pressure, Piapressure, Pie Films, Studio Mao – USA, 2018 – 1h 36’ – v.o. sottotitolata in italiano SARA COLANGELO Sara Colangelo è sceneggiatrice e regista. Il suo primo film, il corto documentario Halal Vivero, ha partecipato come finalista agli Student Academy Awards nel 2006, e il suo primo cortometraggio di funzione, Un attimo di respiro, ha partecipato in concorso a numerosi festival internazionali come il Tribeca Film Festival e il SXSW. Ha conquistato il Wasserman Award come Migliore regista alla New York University, dove si è formata come regista. Il corto con cui si è laureata, Little Accidents, è stato presentato nel 2010 al Sundance Film Festival, dove nel 2014 ha portato l’omonimo lungometraggio, in cui approfondisce una tragica storia di conflitti e redenzione all'interno di una comunità americana di minatori. Lontano da qui è il suo ultimo film, con il quale ha vinto il riconoscimento per la Miglior regia al Sundance Film Festival 2018. 5

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film 19 attenzione: cambio orario nell'ultimo turno GIOVEDÌ 28 FEBBRAIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21 OVUNQUE PROTEGGIMI regia di Bonifacio Angius Italia, 2018 – 94’ ORE 21 INCONTRO IN SALA CON IL REGISTA E IL CAST FESTIVAL E PREMI Presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 2018. Nel placido contesto di una calda estate sarda, il ruvido canto di un uomo intrattiene un piccolo gruppo di persone con un brano dialettale. Si apre con questa immagine semplice ma suggestiva l’ultimo lavoro del regista sassarese Bonifacio Angius; inizia con note delicate, in un’atmosfera serale che potrebbe essere quasi bucolica. Ma Alessandro, il cantante cinquantenne protagonista del film (interpretato da Alessandro Gazale), rompe immediatamente questo clima, proiettando la sua storia in un contesto di malsana desolazione esistenziale che già caratterizza la filmografia di Angius. Alessandro porta una pesante scimmia sulle spalle, il vizio dell’alcol che lo rende violento anche nei confronti dell’anziana madre, donna con la quale è costretto a convivere data l’impossibilità di potersi guadagnare un proprio tetto. Noto più agli agenti di polizia che non al suo stesso pubblico, Alessandro vive “allo stato brado”, intrappolato in una routine desolante nella quale trova spazio solo il lasciarsi andare, da quell’ultimo bicchiere del sabato sera che non arriva mai, fino ai tentativi di svago con giovani donne. Un quadro che il cinema ci ha spesso presentato, ma non sempre con il livello di autenticità che raggiunge questo film, appartenente a quel cinema popolare italiano che Angius ha dichiarato di ritenere particolarmente prezioso. A dare speciale spessore al dramma genuino di Ovunque proteggimi sono i suoi attori principali, Alessandro Gazale al cui fianco si aggiungono Francesca Niedda e il giovanissimo Antonio Angius (rispettivamente moglie e figlio del regista). L’incontro tra il cantante e la donna in una clinica psichiatrica, nel quale lui si ritrova dopo l’ennesima manifestazione d’ira, è un punto di svolta nella vita dell’uomo. Con Francesca arriva anche la flebile e complicata possibilità di redenzione che Alessandro forse non si è mai meritato, ma che il destino gli concede qui, nel corridoio di un ospedale. La presenza di questa donna, altra anima sola e disperata, vittima di scelte sbagliate al pari di Alessandro, ci permette di comprendere l’invocazione che funge da titolo del film: il cantante alcolizzato diventa per la donna una figura a lei estranea, una sorta di trascurato angelo custode in camicia, un benefattore inet6 to e imperfetto, ma il solo essere umano che davvero prende a cuore la missione di Francesca, alla disperata ricerca di un figlio allontanato da lei per ordinanza del tribunale. L’incontro di queste due anime infelici dà inizio a un on the road (in realtà quasi una fuga) che sin dalle premesse pare condannato al fallimento, tanto quanto difficoltoso sembra l’allacciarsi di un qualche rapporto tra i due, in parte per la diffidenza di lei nei confronti di quest’uomo entrato così improvvisamente nella sua vita, in parte per i vizi di lui. Questo delicato equilibrio alimenta a sua volta un dramma individuale che già consuma i protagonisti, ma il racconto è sempre affrontato con leggerezza e alle volte raggiunge un tono vicino alla commedia. Sempre evidente, come si diceva, è invece l’autenticità della storia, che vive attraverso le espressioni, i gesti e il fisico stesso dei suoi interpreti, specialmente Gazale (che ha già collaborato con Bonifacio Angius nel precedente Perfida, visto anche al Circolo nel 2015) e Niedda. Lui con la sua camicia lisa “da cantante” e i capelli incolti, lei con i suoi denti trascurati ma il bel corpo di popolana sarda; questi adulti a loro modo immaturi e sbagliati non spingono a riflessioni terze e al regista, che rivolge la cinepresa alla provincia più remota, non interessa qui compiere alcuna indagine sociale: come lo stesso Angius ha dichiarato, i suoi film generalmente crescono attorno ai personaggi, piuttosto che affrontare un tema. Ciò è evidente nella visione di un film come Ovunque proteggimi, in cui la trama è tanto scontata e lineare da passare in secondo piano rispetto a fisicità e oralità degli interpreti. Grazie a loro questo racconto è capace di lasciare un’impressione forte. Michele Bellantuono regia: Bonifacio Angius – sceneggiatura: Bonifacio Angius – fotografia: Pau Castejón Úbeda – montaggio: Bonifacio Angius, Walter Fasano, Gianluca Scarpa – scenografia: Luca Noce – musiche: Carlo Doneddu – interpreti: Alessandro Gazale (Alessandro), Francesca Niedda (Francesca), Antonio Angius (Antonio), Gavino Ruda (Gavino), Teresa Soro (Madre Alessandro), Anna Ferruzzo (Madre Francesca), Mario Olivieri (Padre Francesca) – produzione: Ascent Film, Rai Cinema – Italia, 2018 – 1h 34’ BONIFACIO ANGIUS Bonifacio Angius è nato a Sassari nel 1982. Regista, sceneggiatore e direttore della fotografia, ha frequentato corsi specialistici in Italia e all’estero, tra cui quelli alla New York Film Academy e il corso di regia cinematografica al Centro di Studi Cinematografici della Catalogna. I suoi cortometraggi sono stati presentati e premiati in numerosi festival internazionali. Nel 2011 realizza saGràscia, film di studio completamente autoprodotto, favorevolmente accolto da critica e pubblico. Nel 2014 il lungometraggio Perfidia viene presentato in concorso al Festival del Film di Locarno, dove vince il Premio della Giuria giovani. Ovunque proteggimi è il suo ultimo lavoro, presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2018.

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rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA Summer di Kirill Serebrennikov Rock and Roll, passione e nostalgia in un ritratto in un rigoroso bianco e nero della gioventù fugace e della musica underground anni ’80 a Leningrado. Una stagione irripetibile dell’esistenza esaltata dalla fusione tra musica e immagini, graffiti d’autore che rendono palpabili fragilità e sogni spezzati, aneliti di libertà e tradimenti. Minimalista e romantico nella sua vitalità, Summer è un film ipnotico e iperrealista che descrive successi, canzoni e amori di Viktor Tsoj, leader dei Kino, e l’incontro decisivo con Mike Naumenko degli Zoopark che, riconosciutane la potenza e il talento, lo avvia sulla strada del successo dividendo con lui alcol, legami sentimentali, amicizie e rivalità creativa. L’autore rilegge atmosfere e tensioni anni ’80 con le canzoni di Talkin Heads, David Bowie e Iggy Pop per sottolineare disagi psicologici e silenziose sconfitte dei personaggi. Essenziale e crudo, un’estetica formale ce ricalca Control di Anton Corbijn, Serebrennikov costruisce un film vitale e potente, lirico e pessimista, in bilico tra ieri e oggi puntando sulla spontaneità e il maledettismo del rock. […] Lontano dagli schematismi consumati delle biografie rock e dall’assemblaggio di eroici aneddoti, preferisce indugiare sulla ricerca estetica di silenzi e pause del cinema anni ’60, sul peso ideologico delle scelte, sull’ossessione formale per la perfezione ritmica. Summer punta sull’identificazione musicale di una generazione, sulla continuità della repressione tra passato e presente, sull’illusione di promesse mai mantenute. Domenico Barone da Vivilcinema N. 5 settembre/ottobre 2018 Le Ereditiere di Marcelo Martinessi L’ennesima conferma per la cinematografia dell’America Latina, sempre più spesso sugli scudi nei grandi festival internazionali per il gusto narrativo e la concisione prospettica. In questo caso, il regista paraguayano costruisce una schietta ed evidente metafora politica di una società che non riesce a vivere il cambiamento ed è attanagliata da difficoltà economiche insormontabili. Martinessi ritrae una borghesia morente, in disfacimento o votata all’autofagia, perché si nutre ormai solo dei fasti di un passato lontano e tramontato, di usi e costumi conservati oltre ogni limite plausibile. Tutto questo nel film, prodotto anche con il supporto del Torino Film Lab, viene proposto attraverso la storia, tratteggiata con pochi, studiatissimi elementi, di due anziane signore unite da un legame sentimentale ormai esausto, fatto più di bisogno e dipendenza reciproca che di carne e sangue. Chela e Chiquita provengono entrambe da famiglie benestanti, ma la crisi economica le ha portate a doversi arrabattare per andare avanti, così si trovano ormai costrette a vendere quei beni ereditati e a lungo conservati, quei piatti e quei bicchieri, quelle sedie e quei tavoli; vendere, o meglio sarebbe dire svendere a signore che violano la dimora di famiglia mettendo le mani su tutto […]. La macchina da presa di Martinessi resta incollata ai suoi personaggi femminili, li scruta e fa dei loro corpi non più giovani un elemento forte e a suo modo suadente, che cattura lo sguardo dello spettatore e lo tiene ancorato a questa vicenda di liberazione, che per certi versi echeggia il cileno Una donna fantastica di Sebastian Lelio. Cristiana Paternò da Vivilcinema N. 4 luglio/agosto 2018 Lontano da qui di Sara Colangelo All’apparenza una variazione sul tema del bambino prodigio, questa storia di una maestra d’asilo con velleità da poetessa che intercetta il genio in un alunno e proietta su di lui il senso del proprio esistere, come una miracolosa via d’uscita dall’horror vacui del mondo moderno. In Lontano da qui (incomprensibile titolo italiano) il piccolo portento rimane però in secondo piano, perché la storia è quella della sua mentore, Lisa (e a lei la magnifica Gyllenhaal fa dono di un’umanità tortuosa che non si sfrangia mai grottescamente). Adattando il da noi inedito The Kindergarten Teacher dell’israeliano Navad Lapid, Colangelo accentua l’indolenza del pupillo e invera di pietas l’impenetrabilità della donna, ma soprattutto ne precisa la natura del malessere. Non tanto un film su un artista della parola, nemmeno un film sull’arte, ma un film su una sensibilità artistica irrimediabilmente carnefice: Lisa, che è una brava insegnante, ha un bravo marito, dei bravi figli (benché distratti dai loro dèi personali: patria e internet), soffre di un mal di vivere da Cassandra 2.0, come un’eroina della tragedia greca che, oggi, non può che essere un’anomalia, un’assurdità a sua volta, un errore, anche nell’approccio culturalmente rapace, dominante al bimbo (indiano). E così il suo sacrificio, sul proscenio anodino della società moderna […], passa inosservato, subito confinato fuori scena. Salta la gloria della rivelazione e, come l’amour fou di Lisa è destinato all’autodistruzione, al patetico, così il genio rimane inascoltato, incompreso, inconsapevole di sé. Fiaba Di Martino da Film TV anno XXVI – N. 50, 11 dicembre 2018 Ovunque proteggimi di Bonifacio Angius Bonifacio Angius […] è un regista da tenere d’occhio soprattutto per il lavoro con gli attori e i rispettivi personaggi. La sua capacità di mettere in scena la coppia di outsider è notevole, così come anche l’uso che fa dei paesaggi sardi che fungono da specchi dell’animo umano. Il personaggio di Alessandro, su tutti, è quello che funziona meglio: l’alcool, le macchine a cui gioca, la camicia, le parole. Un conflitto tutto interiore che macera e si sfoga di tanto in tanto. Alla ricerca di una salvezza, tanto umana, lontana. E tutto il malessere sembra svanire di fronte a una donna da amare, anche in un progetto improbabile (mettersi insieme per fregare i servizi sociali), come se fosse fuori la disfunzionalità. E Alessandro Gazale lo interpreta in maniera magnifica, con una fisicità possente e delicata. […] Ovunque proteggimi è un film intelligente perché equilibrato, non vuole eccedere, ma allo stesso tempo nemmeno fare il solito volo radente. Cioè punta in alto, raccontando una complessità tanto viva quanto dolorosa, ma allo stesso tempo non rischia di bruciarsi grazie alla sua solidità narrativa. Praticamente Angius chiude un buon film proprio perché, riusando le parole dello stesso regista: «non c’è niente di Zavattiniano nel mio lavoro. Io non pedino nessuno, non guardo il mondo attraverso buchi di serrature, non osservo gli animali nella gabbia dello zoo. Io sono semplicemente già lì, dentro la gabbia, con loro, che sono tanti, troppi, la maggioranza silenziosa che nessuno ascolta, che nella realtà dei fatti è tutt’altro che marginale, anzi, è il vero centro del mondo». Alessandro Viale da Ondacinema.it 7

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festival A TORINO… UN NOVEMBRE ROSSO SHOCKING Un’intensa 36. edizione del Torino Film Festival I l titolo di questo mio reportage ha il solo intento di omaggiare il regista Nicolas Roeg, scomparso in concomitanza del primo giorno di festival, perché di truculento in realtà non ho visto quasi nulla, neanche la consueta Notte Horror, dato che rifuggo le pellicole violente. Ma, a onta di questa mia idiosincrasia, in una settimana sono riuscita ugualmente a vedere ben ventisette film, tra cui parecchi delle retrospettive Powell & Pressburger e Jean Eustache, preziosa occasione questa per ammirare sul grande schermo il corpus del regista francese. Anche quest’anno mi hanno colpita in particolare due film. Il primo, un vero colpo di fulmine, è la dramedy dell’irlandese John Butler Papi Chulo (al lettore il compito di interrogare Google per trovare i vari significati). Sean, giovane, aitante e ricco wheatherman gay californiano, in profonda crisi per essere stato lasciato dal compagno, assume per dei lavori in terrazza, pagandolo a ore, Ernesto, un ruvido immigrato messicano ultracinquantenne con prole. Ma pian piano, seguendo il suggerimento degli amici di coltivare la “human interaction”, si ritrova a pagarlo perché questi gli faccia compagnia e lo ascolti nei suoi sfoghi, benché nessuno dei due parli e capisca la lingua dell’altro. Dato l’argomento – il confronto/scontro tra due personaggi fortemente a rischio macchietta, agli antipodi per classe sociale, cultura e orientamento sessuale – sarebbe stato facile cadere nella solita commediola piena di cliché telefonati. Il regista invece se ne affranca, siglando una bizzarra e toccante storia umana di dolore, solitudine e amicizia, impreziosita dalle caratterizzazioni dei due protagonisti in stato di grazia e ravvivata da gag irresistibili, come quando gli amici gay di Sean accostano la “strana coppia” a quella di Pretty Woman o di A spasso con Daisy. Esilarante, con note tuttavia commo- Papi Chulo di John Butler venti, l’altrove abusato duetto riconciliatorio in auto, qui sulle strofe di Borderline di Madonna. Il secondo posto della mia personale classifica è occupato da un documentario inserito nel segmento tematico Apocalisse della sezione TFFdoc, ricca e curata come sempre. Si tratta del docufilm Der Wille zur Macht (La volontà di potenza, 8 Marina Fornasari uno dei concetti portanti in Nietzsche) del regista messicano Pablo Sigg, grazie al quale ho appreso della sorprendente vicenda: nella giungla paraguaiana vivono tuttora i due fratelli Schweikhart, unici sopravvissuti di Nueva Germania, una sperimentale e utopica colonia ariana, composta originariamente da quattordici famiglie di pura razza germanica e fondata nel 1886 da Elisabeth Nietzsche, sorella del filosofo, e dal marito antisemita Bernhard Förster, che attuarono un’idea di Wagner. Fin da piccoli, i due fratelli conducono una vita primitiva: isolati nelle remote proprietà originariamente occupate dai nonni, non hanno contatti sociali, ignorano l’uso del denaro, hanno una dieta vegetariana e quasi non comunicano più attraverso il linguaggio. Il regista ha impiegato ben quattro anni per portare a termine, nel 2013, il documentario, da lui stesso scritto e prodotto, che si distingue per le rigorose scelte formali. Sigg alterna infatti didascalie su campo nero che raccontano minuziosamente la genesi dell’utopia ariana – compresa la distorsione del pensiero di Nietzsche operata, quando questi era già morto, dalla sorella per assecondare le ideologie naziste – e lunghe sequenze in cui la macchina da presa si aggira lentamente, prediligendo primi e primissimi piani, tra tutto ciò che costituisce la quotidianità dei due fratelli. Da ogni elemento della natura non domata che li circonda, foglie secche o farfalle che siano, ai pasti frugali, agli attrezzi in disarmo e agli utensili sporchi, si finisce per ricavare un’impressione di totale sfacelo, quasi fossero reperti archeologici e allo stesso tempo muti testimoni del fallimento dell’ardito progetto dei due colonizzatori antisemiti. Il sonoro si affida pressoché esclusivamente ai rumori della natura e alle poche, spesso inintelligibili parole dei due fratelli. Non è certo un documentario per tutti i palati: richiede pazienza da parte dello spettatore, ma pone molteplici e interessanti spunti di riflessione. E poi ha il pregio di durare solo un’ora! Devo dire che il Q&A dopo la proiezione è stato il più vivace tra quelli a cui ho assistito. Io stessa ho posto una domanda, e cioè se il documentario fosse stato visto in Germania e quale accoglienza avesse ricevuto. Lodevolmente, il regista si è sforzato di rispondere nel suo seppur imperfetto italiano: dopo la première a Dresda, disturbata da manifestazioni politiche riconducibili a frange di destra, ha ritenuto opportuno evitare la Germania per presentarsi all’International Film Festival di Rotterdam nel 2014. Alla fine del Q&A ho agganciato Pablo Sigg con il mio spagnolo-messicano da viaggiatrice, e dopo una breve chiacchierata mi sono conquistata una foto insieme, vantando il mio incarico di inviata del Circolo. Ho rinunciato a Wildlife, l’esordio alla regia dell’attore Paul Dano, rivelatosi poi il film vincitore, valutando che, per la presenza di attori di richiamo, l’avrei poi recuperato in circuiti cinematografici più comuni. Mi sono quindi dedicata maggiormente a pellicole della più variegata provenienza. Tra queste ho apprezzato in particolare il danese The Guilty di Gustav Möller. Si tratta di un implacabile thriller ambientato in un centralino di polizia, con quasi un solo interprete in scena, perennemente al telefono, che ha fatto incetta di premi principali (Miglior attore protagonista, sceneggiatura,

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festival Temporada di André Novais Oliveira Premio del pubblico) e collaterali. Per usare le condivisibili parole della giuria, «ha una costruzione della suspense non convenzionale che inchioda lo spettatore tra due stanze e un corridoio». Con l’azione rigorosamente fuori campo e la camera fissa claustrofobicamente incollata al viso del protagonista, questo thriller si sposta progressivamente nelle lande limacciose di un noir dell’anima. La chiusa enigmatica è di quelle che fanno discutere all’uscita dal cinema. Grace Pass, giustamente premiata come Miglior interprete femminile per Temporada, del brasiliano André Novais Oliveira, è riuscita a farmi appassionare per 113 minuti al suo personaggio di umile donna di colore, ma solare e fiera nell’affrontare le piccole e grandi problematiche quotidiane dovute al trasferimento per lavoro in un’altra città. Temporada è un film antispettacolare che tiene volutamente fuori campo gli elementi stereotipati che condizionano la percezione sociale delle favelas – violenza e degrado – privilegiando invece, senza annoiare, i particolari antiretorici che caratterizzano la quotidianità spicciola di un universo semplice ma dignitoso. Di norma banditi dai film, inestetismi come i rotoli di ciccia sono qui esibiti in una scena di sesso di ordinaria umanità, che inevitabilmente ha un effetto urticante per i nostri occhi troppo adusi a quintalate di erotismo patinato. Notevole anche la gelida e paradossale dark comedy Oiktos (Pity) di Babis Makridis, in perfetta sintonia con la nuova Greek Weird Wave. Ci terrei poi a segnalare due film che, a mio parere, si elevano sopra lo standard medio della commedia “carina”. Il primo è la brillante rom-com Juliet, Naked di Jesse Peretz, tratta da un romanzo di Nick Hornby, in cui l’ossessione del protagonista Duncan per un’oscura rockstar sparita nel nulla – uno stropicciato Ethan Hawke – mette in crisi il suo rapporto con la compagna. La cosa più pregevole del film, oltre allo sviluppo non banale e alle numerose scene spassose, è Chris O’Dowd, la cui interpretazione dello sfegatato e inetto fan riesce a mettere in ombra il pur carismatico Hawke. Degna di nota è infine la commedia agrodolce L’ospite, di Duccio Chiarini, sensibile spaccato generazionale sul precariato lavorativo e sentimentale del quarantenne Guido, impersonato dall’efficace Daniele Parisi. La pellicola mi è sembrata una versione laica di La messa è finita, per il ruolo di testimone morale delle vite disastrate degli altri (compresi i genitori) che assume Guido. Le ripetute e impietose inquadrature del goffo protagonista, non proprio un adone, in mutande o in piscina con la cuffia, mi hanno ulteriormente confermato il cortocircuito con Moretti, che ha spesso esibito con disarmante nonchalance il suo “fisico bestiale” en déshabillé. Gli slip, elemento ricorrente nel film, hanno inoltre un ruolo essenziale nella gag più esilarante in assoluto, che non vi svelerò. E ora, ringalluzzita dalla pubblicazione di ben due miei articoli su Filmese, mi allargo un po’, permettendomi qualche stroncatura. In primis Pretenders di quel James Franco per il cui The Disaster Artist mi ero sdilinquita l’anno scorso (Filmese N. 5 febbraio 2018): questo è invece un ingarbugliato polpettone mélo con un tragico epilogo posticcio, nel quale l’ormai archetipico triangolo sentimentale fra due uomini e una donna è il pretesto per una ridda di citazioni e controcitazioni da Truffaut, Godard e Bertolucci, di cui non si sente davvero più il bisogno. Che dire, per non abusare della trita stroncatura colta fantozziana, ripiego sull’equipollente: bella la fotografia, che poi è anche vero... Non ho gradito nemmeno il tragicomico Ulysse & Mona di Sébastien Betbeder: banale già a partire dal titolo, smelenso e scontato nel suo mettere in campo il solito burbero L'ospite di Duccio Chiarini misantropo – un Eric Cantona in versione artista – redento e restituito alla vita dalla salvifica discepola belloccia. Non poteva mancare il corollario di una grave malattia da curare e un bambino da salvare. Dato che mi intimidisce affondare la lama nel plumbeo sci-fi High Life della osannata Claire Denis (ma c’è chi lo qualifica il 2001 Odissea nello spazio diretto da Tommy Wiseau), mi limiterò a stigmatizzare la capigliatura alla Lady Godiva di Juliette Binoche e una sua “scultissima” performance di autoerotismo. Al termine di questa intensa settimana cinematografica posso certificare che il TFF 2018 si è confermato il festival della qualità, della ricerca e dell’innovazione, con parola d’ordine: red carpet? No grazie! Un’unica cocentissima delusione: la mancata presenza del monumentale Jean Pierre Leaud per motivi familiari. Ma pare che potrò recuperarlo al prossimo Bergamo Film Meeting! 9

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festival CON SENTIMENTO La nuova edizione del Festival del mélo D al 12 febbraio ritorna in città Schermi d’Amore, il festival organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Verona con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. I Soci del Circolo che presenteranno la tessera potranno accedere alle proiezioni con la tariffa agevolata di 4€. Per l’occasione, abbiamo chiesto alla Direzione Artistica di presentarci il programma della nuova edizione. Claude Lelouch Il grande cinema sentimentale fra passato e presente Gli amori impossibili nel cinema fantastico Tutte le Carmen del mondo Il rapporto privilegiato tra James Ivory ed E.M. Forster Dopo otto anni di pausa e un’anticipazione estiva nel 2018 (Schermi d’Amore – Il filo ritrovato, al Teatro Romano), torna a Verona il festival Schermi d’Amore, la cui ultima edizione risale al 2010. La quindicesima si terrà dal 12 al 19 febbraio 2019. Si ricomincia. Con la stessa passione nei confronti di un “genere”, quello del cinema dei sentimenti, che non smette mai di sorprendere e di rivelare film, registi e interpreti, oltre a contaminare tutti gli altri generi, dal melodramma alla commedia, dal fanta-horror al musical, dal biopic al film storico… L’obiettivo di Schermi d’Amore rimane quello di sempre: decifrare questo universo trasversale e proporlo a un pubblico tanto cinefilo quanto curioso di avventurarsi alla scoperta di altre storie e nuovi personaggi. Claude Lelouch (81 anni, sceneggiatore, produttore e regista di oltre sessanta titoli, tra lungometraggi, corti, documentari e serie tv) è uno dei cineasti che, a partire dagli anni Sessanta, ha saputo raccontare con più originalità la galassia del cinema sentimentale. All’autore francese il Festival consegnerà il Premio Schermi d’Amore (riconoscimento che, a partire da quest’anno, sarà assegnato a personalità che si sono distinte nel corso della loro carriera in questo particolare ambito) e dedicherà la proiezione speciale del suo capolavoro Un uomo, una donna (1966). Nella sezione Passato-Presente, Schermi d’Amore, come da tradizione, offrirà un viaggio nel cinema sentimentale di oggi e di ieri. Tra i film in programma, si segnalano l’esordio della regista siriana Gaya Jiji Mon tissu préféré (storia di donne nella Damasco del 2011 all’inizio della ribellione contro il regime), il nuovo film del regista tunisino Mohamed Ben Attia (già autore di Hedi), Weldi (dramma familiare e di tensioni sociali nella Tunisia odierna) e i restauri di due cult che festeggiano il loro 40° compleanno: The Rose di Mark Rydell e Breaking Away (All American Boys) di Peter Yates. Il segmento Senza confini, dedicato agli amori fantastici e impossibili, sarà composto da Il fantasma dell’Opera (1925) di Rupert Julian, Il mostro della laguna nera (1954) di Jack Arnold, Il bacio della pantera (1942) di Jacques Tourneur, La bella e la bestia (1946) di Jean Cocteau e Starman (1984) di John Claude Lelouch, Un homme et une femme 10 La forma dell'acqua nell'interpretazione dell'artista James Jean Carpenter, mentre nel focus Cinema & Opera spiccano le rivisitazioni dell’immortale figura di Carmen dirette da Charlie Chaplin (Carmen e Charlot, 1915), Otto Preminger (Carmen Jones, 1954), Carlos Saura (Carmen Story, 1983) e Mark Dornford May (U-Carmen, 2005, Orso d’oro a Berlino), oltre alla celebre Carmen di Francesco Rosi (1984). Il trittico cine-letterario Rapporto Confidenziale incentrato sul legame fra lo scrittore E.M. Forster e il regista James Ivory proporrà infine i magnifici restauri di Camera con vista (1985), Maurice (1987) e Casa Howard (1992).

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focus C’ERA UNA VOLTA IN IRAN Mezzo secolo di cinema persiano «Non c’è penuria di bruttezza nel mondo. Se l’uomo chiudesse gli occhi ad essa, ce ne sarebbe ancora di più». Ovvero, c’era una volta in Iran. Premi Oscar del 2012: il mondo danza sulle note di The Artist, sogna con il piccolo Hugo Cabret e si emoziona con Maryl Streep che interpreta Margaret Thatcher e con il ritorno di Woody Allen e la sua Belle Époque in Midnight in Paris. A Hollywood, però, suc- Una separazione di Asghar Farhadi cede anche qualcos’altro. Accanto a questi mostri sacri del cinema, comincia a far parlare con insistenza di sé un regista quarantenne con la barba lunga e un film struggente, reale, che riesce a coinvolgere il grande pubblico in una piccola storia ambientata dall’altra parte del mondo. Il cineasta risponde al nome di Asghar Farhadi e la sua opera, Una separazione, è il primo lungometraggio persiano a vincere l’Oscar per il Miglior film in lingua straniera. Da quella notte, la cinematografia di un intero paese arriva a una svolta: dopo decenni di piccoli capolavori semisconosciuti, comunque premiati nei maggiori festival in Europa – dove, però, faticano a uscire dai circuiti d’essai – finalmente un film nato a Teheran ha gli occhi di tutto il mondo addosso. Nella pellicola ci sono caratteristiche nuove rispetto al cinema cui siamo abituati: la colonna sonora è assente, la trama parla di una vicenda quotidiana senza artifici ed effetti speciali e la psicologia dei personaggi mette quasi sullo stesso piano i silenzi alle battute pronunciate dagli attori. Peculiarità che ritroviamo nell’intera terza Nouvelle vague del cinema iraniano. Anni 2000, la terza Nouvelle vague Farhadi non è il capostipite di un cinema nuovo, anzi, le cineprese persiane da diversi anni hanno cambiato modo di fare cinema e stanno entrando con delicata prepotenza nell’Olimpo della settima arte mondiale. Una separazione diventa la punta dell’iceberg, il prodotto finale e figlio di un movimento cominciato alcuni decenni prima e che a cavallo del nuovo secolo ha cominciato a percorrere la strada verso la consacrazione definitiva. La cosiddetta terza Nouvelle vague, infatti, ha fra i suoi padri Abbas Kiarostami, probabilmente il più celebre tra i registi persiani, che nel 1997 ottiene una meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes con Il sapore della ciliegia, film poetico che si interroga sulla vita e sulla morte, portando lo spettatore in viaggio tra le montagne Luca Romeo del paese mediorientale. Pochi anni dopo, nel 2000, un altro gigante del cinema mondiale nato in Iran trionfa davanti al pubblico europeo, questa volta in Italia, a Venezia, e Il cerchio di Jafar Panahi porta a casa il Leone d’oro raccontando la difficile situazione delle donne a Teheran. I due autori firmeranno insieme la perla Oro rosso – Panahi alla regia e Kiarostami alla sceneggiatura – che vince Un Certain Regard a Cannes nel 2003. Il primo, poi, prosegue il suo filone di film di denuncia, mostrando un Iran in cui le libertà personali sono spesso violate, con un’altra opera notevole come Offside (2006), storia di una ragazzina che si traveste da uomo pur di entrare allo stadio di calcio e tifare la sua squadra del cuore. Nel frattempo, anche Farhadi ha imbracciato la videocamera e nel 2006 si è messo in mostra con Fireworks Wednesday, film drammatico che entra nelle difficili vicende familiari di una coppia sposata, proprio come il lungometraggio che gli farà alzare la prima statuetta a Hollywood cinque anni dopo. Nel 2009 esce About Elly, un lungometraggio differente anche per la cinematografia iraniana, che comincia a strizzare l’occhio verso il film di genere (in questo caso si parla di un noir psicologico e di una giovane donna sparita durante una rimpatriata con vecchi amici) e verso un pubblico più vasto. È il preambolo per arrivare agli anni 10 del nuovo millennio, al cinema strettamente contemporaneo, che ha sempre Panahi e Farhadi come massimi protagonisti. Taxi Teheran di Jafar Panahi Anni 10, la consacrazione al grande pubblico Panahi resta fedele a temi politico-sociali, subendo pesanti restrizioni da parte del governo del suo paese. Nonostante ciò, con una telecamera e un taxi, riesce a girare il suo capolavoro Taxi Teheran, in cui le vicende sono narrate dagli attori-passeggeri del veicolo guidato dallo stesso regista e che nel 2015 vince l’Orso d’oro al festival di Berlino e viene acclamato in tutto il mondo. Pochi anni prima, per i contenuti dei suoi film critici verso le autorità nazionali, l’artista era stato condannato agli arresti domiciliari e al divieto di girare film. Intanto Farhadi realizza Il passato, utilizzando per la prima volta un’attrice non iraniana come Bérénice Bejo, e nel 2016 entra nella storia firmando una storica doppietta agli Oscar, accaparrandosi per la seconda volta il Premio al Migliore film in lingua straniera con Il cliente, ispirato all’opera teatrale Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, che vince anche il Premio per la Miglior sceneggiatura a Cannes. E poi? Poi arriviamo ai giorni nostri, al 2018, con i 11

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focus gemelli del cinema iraniano che si ritrovano a braccetto sul tetto delle classifiche dei film più visti (anche in Italia) con due film molto diversi tra loro. Da una parte Panahi dirige Tre volti, dall’altra Farhadi realizza Tutti lo sanno. Un passo indietro, la prima Nouvelle vague degli anni 60 Da dove parte la scalata al box office dei cineasti iraniani? Per vedere opere degne di nota “made in Teheran”, bisogna aspettare gli anni 60. In Francia la Nouvelle vague è esplosa capitanata da Godard e Truffaut, in Italia il neorealismo sta evolvendo grazie a Fellini e Pasolini, passando per gli emergenti Ferreri e Bertolucci e con Antonioni che si appresta a regalare al mondo la sua indimenticabile trilogia dell’incomunicabilità. Ebbene, in Iran sono gli anni in cui si fanno strada i primi grandi autori della settima arte locale, la poetessa Forough Farrokhzad e il musicista Dariyush Mehrjui. Non è un caso che il primo titolo del cinema d’autore iraniano venga da una commistione tra arte visiva e poesia: La casa è nera di Farrokhzad è infatti un primo assaggio di cinema poetico che sarà poi ripreso dai registi successivi. Il mediometraggio esce nel 1962 e descrive senza retorica la situazione dei malati di lebbra nel paese mediorientale, ragionando con i versi composti dalla stessa regista sulla bellezza e la bruttezza nel mondo. Pochi anni dopo esce Brick and Mirror di Ebrahim Golestan – professione: scrittore – che va a inserirsi tra le opere assolutamente da vedere della neonata cinematografia. Altro must di quegli anni è La vacca (1969) firmato Mehrjui, il più “neorealista” tra i lungometraggi persiani, che mostra quotidianità e disagi del mondo rurale in Iran. Tre pietre miliari che spianano la strada alla seconda Nouvelle vague, quella più travolgente, quella che sconvolge il pubblico (seppure ancora di nicchia) di tutto il mondo, quella di “Kiarostami e i suoi fratelli”. Dopo la rivoluzione, Kiarostami e i suoi fratelli Abbas Kiarostami, in Iran (e non solo) è sinonimo di cine- ma. È lui a raccogliere l’eredità della prima ondata dei decenni precedenti, lui a fondere definitivamente cinema e poesia, lui a ridare lustro al neorealismo e a mostrare il suo paese in tutto il mondo attraverso storie semplici proiettate sul grande schermo. Parentesi storica: gli anni 70 vedranno l’aumentare dei disordini sociali culminati nella rivoluzione del 1979 (a proposito, ne fa un bel film d’animazione nel 2007 Marjane Satrapi, Persepolis) e un conseguente calo di opere cinematografiche, ragione per cui per ritrovare altre perle dall’Iran bisognerà aspettare la seconda metà degli anni 80. Qui, oltre al “Prince of Persia” Kiarostami, gli altri nomi da segnare sul taccuino sono quelli di Mohsen Makhmalbaf e del già citato Jafar Panahi. Partiamo dal primo e dal suo Dov’è la casa del mio amico? (1987) uno dei tanti piccoli capolavori che vede come protagonista un bambino, elemento caratterizzante della cinematografia iraniana da qui in poi. L’opera nasce da una poesia (tanto per cambiare) ed è qui che si vede l’iconica strada a zigzag su una collina arida, alla cui sommità si trova un albero: fotografia che diventerà simbolo di tutta la carriera di Kiarostami. Nel 1990 esce il capolavoro Close Up, citato in un cortometraggio dal nostro Nanni Moretti (Il giorno prima di Close Up, appunto), suo estimatore 12 come i colleghi Godard e Scorsese. Passando a Makhmalbaf, la sua carriera inizia nei primi anni 80, con titoli meno conosciuti fuori dai confini nazionali, mentre le opere più celebri sono Il ciclista (1989) e Il silenzio, altro incrocio suggestivo tra cinema e poesia in salsa persiana uscito nel 1998; fino ad arrivare all’acclamatissimo Viaggio a Kandahar, che affronta il tema del terrorismo islamico pochi mesi prima degli attentati dell’11 settembre 2001. Negli anni 90 comincia l’attività di un altro top della storia del cinema, quel Panahi che riprende la lezione di Kiarostami nel film d’esordio Il palloncino bianco (1995) tra poesia, neorealismo e bambini protagonisti di vicende semplici e coinvolgenti. Preambolo di una brillante carriera incentrata sul cinema impegnato, Panahi “guadagna” l’ostilità del regime, che colpirà duramente un altro artista come Hossein Rajabian, autore di The Upside-down Triangle nel 2011 e condannato alla prigione per attività cinematografiche illecite. Viaggio a Kandahar di Mohsen Makhmalbaf 2018, i gemelli diversi E così si arriva ai giorni nostri e alla stagione cinematografica in corso. Nel frattempo anche i registi minori da non perdere di vista si sono moltiplicati, a partire dalla figlia d’arte Samira Makhmalbaf e arrivando a Bahman Ghobadi (imperdibili Turtles Can Fly e Gatti persiani) e Majid Majidi. Si diceva di un 2018 con il botto per i titoli iraniani, con Tre volti di Panahi e Tutti lo sanno di Farhadi entrambi acclamati a Cannes, per quanto figli e prodotti di due modi molto differenti di intendere il cinema. Panahi continua a scegliere ambientazioni e attori suoi connazionali, seppur scrivendo una sceneggiatura più pop e pronta per le sale europee (non per niente giudicata la migliore al Festival francese per eccellenza), mentre Farhadi ha virato nettamente verso un cinema meno di nicchia, risultando il “meno iraniano” tra i cineasti del paese mediorientale. Basti pensare che il suo ultimo lavoro presenta star internazionali del calibro di Penelope Cruz e Javier Bardem. Non lasciamoci, però, ingannare dalle apparenze: che sia una vecchia opera di Kiarostami, una pellicola introvabile di Makhmalbaf, una trovata geniale di Panahi o il film più “commerciale” di Farhadi, nel cinema iraniano troveremo sempre un ingrediente comune: la poesia. Poesia che ci regala quella bellezza cui non dobbiamo chiudere gli occhi, seguendo la preziosa lezione di quasi sessant’anni fa della poetessa Forough Farrokhzad. C’era una volta (e continua a esserci) in Iran…

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focus STORIE D’AMORI Il cinema di Bernardo Bertolucci G randi storie d’amore impossibili. Come quella della giovane Maria Schneider e di un ingrassato Marlon Brando che, sul pavimento di un appartamento parigino, si ritrovano sfiniti dopo aver fatto sesso in Ultimo tango a Parigi. O come quella della civettuola e superficiale Stefania Sandrelli che non sa, non vede, non capisce, che il marito Jean-Louis Trintignant, sempre con lo sguardo basso, sempre così riservato, è forse la peggiore incarnazione della banalità del Male e dell’ambizione al potere ne Il conformista. Ma c’è anche quella illecita, carnale e calda di John Malkovich che possiede il corpo ambrato di Amina Annabi in Il tè nel deserto, nella luce soffusa di un’Africa mortale. E aggiungiamoci anche il difficile rapporto di Liv Tyler con se stessa in Io ballo da sola, che sebbene sorrida con uno scialle sulle spalle mentre il vento la colpisce, è in lotta con ciò che la circonda e alla ricerca di una dimensione nella quale saprà essere amata. Per tingere storie del genere ci vuole un mito del cinema. Per affrescarle sullo sfondo spesso contraddittorio, ma non meno affascinante, del comunismo (italiano, francese, cinese) ci voleva lui: Bernardo Bertolucci, andatosene a 77 anni il 26 novembre dello scorso anno. L’unico che poteva descrivere un mondo ancora ricco di sorprese. Un regista in nero, più che in rosso, vista la drammaticità delle storie che narra, capace di evocare con la stessa forza angeli e demoni, tenerezza e terrore, commuovendo poveri e potenti che combattono, si tormentano, vivono in ambienti e dimensioni temporali precise (nonostante la vertigine della cronologia li sconquassi) che fanno i conti con il proletariato, la borghesia di provincia, il ’68, il fascismo, la lotta di classe, la droga, il terrorismo, l’immigrazione dall’Africa, il sesso fine a sé, il cinema. Oggetto insolito per il panorama cinematografico italiano, Bertolucci è stato uno degli autori meno prevedibili e più manichei. Il suo nome viene associato inevitabilmente allo scandalo, ma se si va a scavare oltre quelle immagini così forti, se si punta alla sostanza, si scopre che le sue sceneggiature prendono forza dall’ideologia di Karl Marx, dalla dottrina psicanalitica di Sigmund Freud e dalle melodie di Giuseppe Verdi, il tutto contaminato dalla Nouvelle vague di Godard e dal manierismo del cinema hollywoodiano. È un comunista puro e lucente, non pretenzioso, che fa della contraddizione dei tempi la sua essenza e la proietta nei suoi personaggi intimiditi e spaventati da quel senso di impotenza che li travolge. Bertolucci parla alla cinepresa e con lei cerca di capire come si parte e come arrivare a un concetto. A percorso finito, si trova davanti a un altro gioiello della sua filmografia che diventa a tutti gli effetti una melodia che varia di ag- Sul set di Il conformista Lorenzo Reggiani giunta in aggiunta. Come uomo, si innamora dei suoi attori. Maschi o femmine che siano, anche se, fra tutti, i più grandi batticuori artistici sono per Alida Valli, Dominique Sanda e Stefania Sandrelli, tre icone lanciate dal suo cinema e per questo scelte spesso. Con loro, con la fotografia di Vittorio Storaro, con il dolly (che nessuno sa usare meglio di lui) e con le sue storie, è stato celebrato dal mondo (nove Oscar per L’ultimo imperatore) come un autore politico e sociale che osserva impietoso i valori e i sentimenti messi in crisi. È stato, senza alcun dubbio, uno dei più grandi cineasti italiani – anche se poco prolifico – e uno dei più famosi al mondo che, per poter esprimere il proprio affetto nei confronti del cinema e dello spettatore, doveva prima dominarli, quasi far loro male. Nel 1962, con Tonino Guerra come produttore, realizzò il suo primo lungometraggio, La commare secca, su soggetto e sceneggiatura di Pasolini, che inizialmente avrebbe dovuto esserne regista. Una pellicola modesta e forse scontata, ma che è il primo passo per un cinema “diverso”. Il suo primo film di successo unanime di pubblico e critica fu il capolavoro Il conformista (1970), tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, dove impone ancora una volta la Sandrelli, e la affianca alla Sanda (scelta visto il costo troppo alto di Brigitte Bardot). Parallelamente traspone sul grande schermo il racconto Tema del traditore e dell’eroe di Jorge Luis Borges con il titolo La strategia del ragno (1970) con Alida Valli. L’opera è una delle più suggestive del cinema italiano grazie alla leggerezza della struttura narrativa poliziesca, nella quale si fonde il realismo padano e crepuscolare. Poi arrivarono il clamoroso successo di Ultimo tango a Parigi (1972) che scatenerà un ciclone di scandali, sequestri, polemiche e perfino condanne al rogo (ma che porterà nelle sale ben 14 milioni di spettatori) e l’epico Novecento (1976) con un cast mostruoso. Dopo tanta grandezza sente l’esigenza di farsi più intimo, di restringersi, e arrivano film più intimi. Negli anni Ottanta arriva il kolossal, la punta di diamante della sua carriera: L’ultimo imperatore (1987) diretto in Cina con una straordinaria potenza visiva, che si guadagna ben nove Oscar. Dopo una fase chiusa col Piccolo Buddha (1993), l’unico suo film che il severo Mereghetti ritiene degno delle quattro stelle, e dopo un’assenza di tre anni torna alla carica con Io ballo da sola (1996), L’assedio (1998) e The Dreamers - I sognatori (2003), tre film che ogni giovane dovrebbe vedere almeno una volta nella propria vita. A distanza di diversi anni, nel 2012, presenterà a Cannes Io e te, tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti. Il suo addio al cinema, prima dell’addio alla vita, sei anni più tardi. 13

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cinesofia VERRÀ LA MORTE Il settimo sigillo, il padre, il cinema S ono trascorse poche settimane da quando Il settimo sigillo, distribuito dalla Cineteca di Bologna in occasione del centenario dalla nascita di Ingmar Bergman, è tornato nelle sale, riportando all’attenzione del pubblico italiano uno dei film maggiormente noti nella filmografia dell’autore svedese: un’opera acerba, a tratti irrisolta, ma ancora in grado di impressionare l’immaginario contemporaneo grazie all’urgenza con la quale venne scritta e prodotta. In essa ritroviamo una insopprimibile esigenza di chiarezza, un desiderio di illuminare ciò che è oscuro, di dare un senso alla vita e alla morte, riflettendo sulla fede e sull’angoscia ineluttabile della morte. Bengt Ekerot e Max von Sydow Ingmar Ernest Bergman nacque a Uppsala nel 1918, secon- dogenito del pastore protestante luterano Erik e di Karin, una donna di origini olandesi. L’infanzia insieme alla sua famiglia trascorse girando per i piccoli paesi della costa svedese al seguito del padre. Bergman ha scritto spesso riguardo alla figura paterna e alla severità con cui educava i propri figli: «La nostra educazione si basava per la maggior parte sui concetti di peccato, confessione, punizione, perdono e grazia, fattori concreti nelle relazioni dei bambini con i genitori e con Dio. […] Le punizioni erano qualcosa di ovvio, mai messo in discussione». Punizioni corporali elaborate e ritualizzate – Bergman le mette in scena in Fanny e Alexander (Fanny och Alexander, 1982) – in un clima familiare che segnerà la sua filmografia in modo indelebile. Ingmar, ormai cresciuto, dovrà combattere a lungo con il padre per poter completare gli studi in letteratura e poter dare inizio a una febbrile attività compositiva che travolgerà la storia del cinema negli anni a venire. L’ingresso nel mondo della settima arte avverrà nel 1944, come sceneggiatore, e poi regista: nel frattempo scrive pièce, sceneggiati radiofonici e programmi televisivi non arrestando per un attimo il proprio flusso creativo. Nel 1957, l’anno de Il settimo sigillo (ma anche de Il posto delle fragole), Bergman affronta il suo dissidio interiore, il rifiuto per l’imposizione paterna di una fede che non riconosce, unita a un’insopprimibile spinta all’indagare il sacro, a volerlo svelare portandolo al centro dello sguardo, ma soprattutto elabora il suo terrore della morte, che lo accompagna fin da bambino. Tornando indietro nel tempo, non sorprende immaginare il 14 Francesco Lughezzani piccolo Ingmar – come raccontò anni più tardi – rimanere impressionato dalla visione dell’affresco di Albertus Pictor La Morte che gioca a scacchi, che ancora svetta nella chiesa della città costiera di Täby. Il crudo realismo di quella cadaverica apparizione è solo uno dei riferimenti pittorici, forse il più inconsciamente radicato nella mente del regista, che influenza la scrittura di Il settimo sigillo. Bosch, Dürer e soprattutto Pieter Bruegel il Vecchio sono gli artisti che alimentano il terrore del giovane regista, definendo i tratti di un incubo incarnato e saldamente ancorato al suo immaginario: «Il fatto che la morte rappresentasse la fine dell’esistenza, l’ingresso in una porta oscura, era qualcosa che non potevo controllare, sistemare o prevedere. Era una sorgente costante di orrore. Allora ho raccolto il mio coraggio e ho raffigurato la Morte come un pagliaccio bianco, una figura che parlava, giocava a scacchi, e non aveva segreti. È stato il primo passo per combattere la mia monumentale paura della morte». Una paura che prende il volto di Bengt Ekerot e che viene sfidata dal cavaliere Antonius Block in una partita a scacchi, uno stratagemma per prendere tempo, per avere il tempo di trovare Dio in un mondo sconvolto dalla pestilenza. Il film venne girato in poche settimane, e Bergman vi riversò tutta la forza della sua ricerca espressiva, le sue ossessioni e i ricordi dei dipinti che tanto lo avevano impressionato da bambino; la stessa matrice pittorica si ritrova nell’opera teatrale dello stesso autore Pittura su legno, da cui venne tratta la sceneggiatura. In una delle scene più evocative del film la morte, travestita da padre spirituale, accoglie la confessione di Antonius che vuole scorgere disperatamente un segno dell’esistenza di Dio in un mondo sconvolto dalla peste. Per la prima volta nel film Bergman si avvicina a inquadrare i volti in primo piano: dopo una soggettiva del cavaliere, con cui la scena inizia, con una carrellata in avanti la macchina da presa si accosta al volto illuminato del protagonista, mentre sullo sfondo la profondità di campo ci permette di riconoscere il pallore della morte nella penombra, che osserva il suo sfidante. Il dialogo che segue è ripreso in campo-controcampo, portando l’obiettivo a inquadrare i volti in primissimo piano: quello della morte oscura l’immagine occupando metà inquadratura, mentre quello di Antonius sulla destra è segnato dalle ombre delle sbarre che ne scompongono i lineamenti. Bergman mette in scena il dissidio del cavaliere frammentandone l’immagine e oscurandone lo sguardo: non gli sarà mai possibile superare l’ambiguità della propria percezione e il suo conflitto rimarrà insoluto fino alla fine. Quello orchestrato dal regista è un viaggio metafisico, dissolto in una cupa danza con la morte che ci trascina nel nucleo vivo dell’immaginario bergmaniano, sorto dalla fervida fantasia di un bambino distratto durante una messa e sviluppato da un autore perduto nel vortice del proprio terrore per la morte: perdutamente irrisolto, Il settimo sigillo è un inno d’addio a un segreto mai svelato, un tentativo di conciliare desideri e aspirazioni spesso in contrasto attraverso una complessa allegoria visiva che possa placare l’angoscia dell’esistenza. Quando l’apocalisse è alle porte e la peste serpeggia e semina terrore, la via del dubbio è l’unica aperta per il cavaliere Antonius Block e per Bergman stesso, un autore ancora alla ricerca di uno sguardo che finalmente sveli il segreto del divino, nel buio di una sala.

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cellulosa&celluloide INCUBI Nazisti, film, libri, memorie « Vorrebbe fare un film senza andare in prigione?», sono le prime parole con cui il signore elegante si rivolge alla Luca Mantovani lunghe notti solitarie e tanta sfacciata disperazione, Lorenza bussa allora al portone dell’Accademia di Belle Arti, decisa a ragazza dagli occhi sgranati. Lei è una studentessa della frequentarne i corsi. Alla segretaria che le chiede perché mai Slade School of Fine Arts di Londra, mentre il signore elegan- dovrebbero ammetterla, dato che il suo inglese è pessimo e te è Denis Forman, direttore del Britsh Film Institute. Siamo non ha fatto l’esame d’ammissione, Lorenza risponde: «Per- nel 1954 e questo singolare invito sta per dare avvio a una ché sono un genio». Questo parossismo d’autoaffermazione memorabile stagione di rinnovamento del cinema inglese sembra essere lo scossone necessario al Cosmo che, pur tra ed europeo, quel Free Cinema che impose a livello inter- mille difficoltà, attacca a girare favorevolmente per la ragaz- nazionale i talenti di Karel Reisz, Tony Richardson e Lindsay za. Il direttore dell’Accademia, che si trova per caso in quel Anderson. Fra tanti e tali angry young men pochi ricordano, momento a passare, prende a cuore la sorte di Lorenza e, do- però, che ci fu almeno una angry young woman e che era ita- po averne visionato il magro portfolio, l’ammette alla scuola. liana. William Coldstream diviene il nume tutelare della ragaz- Per comprendere come sia finita in compagnia di questi za, disposto a chiudere più di un occhio sulle sue numerose riottosi giovani della upper class, occorre tornare indietro intemperanze. Persino il giorno in cui scopre che Lorenza di dieci anni, alla campagna fiorentina occupata dalle trup- ha rubato l’attrezzatura del Film Club e firmato a nome del- pe naziste. Precisamente a Rignano sull’Arno, dove Robert la Slade School diverse onerose fatture, invece di espellerla Einstein – cugino di Albert – si è trasferito da Firenze con o, peggio, denunciarla, decide di darle un’ultima possibilità: tutta la famiglia: la moglie Nina, le figlie Luce e Annamaria, dovrà mostrare ai suoi compagni e ai professori (fra cui van- insieme alle nipoti Paola e Lorenza Mazzetti, che i coniugi no ricordati almeno Wittkower e Lucian Freud) il film che ha Einstein hanno accolto in casa alla morte della madre. Le girato di nascosto e, se la risposta del pubblico sarà positiva, gemelle hanno passato anni turbolenti, affidate alle cure di l’Accademia pagherà le fatture. balie o amici del padre, ma ora, con gli Lorenza è terrorizzata: con l’aiuto di zii e le cugine, hanno ritrovato la sere- alcuni compagni – impegnati davanti e nità e il sentimento di una famiglia. Ep- dietro la macchina da presa – ha realiz- pure, quell’estate del ’44, è destinata a zato un corto ispirato alla Metamorfosi segnarle con uno scoppio di violenza di Kafka, rispondendo all’impulso quasi inaudita. inconscio di raccontare la storia di un Alcuni ufficiali della Wehrmacht, in- outsider come lei. È certa che il risulta- fatti, hanno scelto la loro villa come to sia terribile e a lei toccherà andare in sede operativa, stanziando una truppa prigione. intorno alla fattoria. All’iniziale pacifica Invece il film, intitolato K, viene ac- convivenza, segue un progressivo ina- colto con molti applausi e complimen- sprirsi della tensione, con l’avvicinarsi ti, compresi quelli di Freud, che si offre del fronte. Robert, su insistenza della come attore per il prossimo lavoro della moglie, sceglie la via dei boschi unen- Lorenza Mazzetti a Londra regista. Ed è qui che entra in scena For- dosi ai partigiani, certo che i soldati non man, invitato da Coldstream alla proie- oseranno importunare Nina e le bambine, cittadine italiane zione e sinceramente colpito dall’istinto di Lorenza: il diret- a tutti gli effetti. Il 3 agosto, ultimo giorno di permanenza tore del BFI le chiede di passare l’indomani nel suo ufficio delle truppe nella zona di Rignano, accade l’irreparabile: un con un’idea per un nuovo film, che intende far finanziare al reparto di SS irrompe nella villa in cerca di Robert; non tro- neonato Experimental Film Fund. Nel 1955, lo stesso fondo vandolo, dopo un sommario interrogatorio fucila la moglie permetterà a Richardson e Reisz di girare Momma don’t allow e le figlie sotto gli occhi impotenti di Paola e Lorenza, poi si e ad Anderson O Dreamland: i tre restano impressionati da ritira, non prima di aver dato fuoco alla villa e aver lasciato Lorenza e Anderson in particolare la prenderà sotto la sua un biglietto che fa intendere come il vero destinatario di tan- ala, aiutandola a terminare Together, il suo secondo film, e to atroce messaggio sia l’illustre cugino di Robert, rifugiato rifocillandola spesso con le sue famose polpette al curry. In- negli USA. Alla vista delle fiamme, Robert intuisce quanto sieme, i quattro firmeranno il manifesto che darà vita al Free è accaduto e tenta il suicidio, impedito dall’intervento dei Cinema e sarà sottoscritto, fra gli altri, da Losey, Schlesinger compagni. Ci riuscirà tuttavia un anno più tardi, il giorno del e Loach. «È bastata una polpetta al curry e un po’ di whisky suo anniversario di nozze. per programmare un futuro cinema inglese che resterà nella Per fuggire da questo dolore, dagli incubi che ogni notte storia», scrive Lorenza nel suo incantato Diario londinese, in vengono a visitarla, Lorenza parte per Londra dopo la matu- cui dà conto della felice stagione della sua iniziazione artisti- rità classica. I primi mesi li passa consumando le suole per le ca e del perché Together sia il suo secondo e, purtroppo, ul- strade dell’East End, cercando invano di mantenere un allog- timo film. Ma questo vi invito a scoprirlo direttamente dalle gio e un lavoro, sempre costretta a soluzioni di fortuna per la luminose pagine di Lorenza Mazzetti: pittrice, regista, scrit- gran irrequietezza che l’accompagna. Quando i soldi finisco- trice e tante, tante altre donne ancora. no, Paola dall’Italia la informa che non ne arriveranno altri, perché il tutore loro assegnato ha dilapidato tutti gli averi la- Lorenza Mazzetti, Diario londinese, Sellerio, 2014 sciati dallo zio. Con un pugno di disegni messi assieme nelle ISBN 9788838931451, € 12.00 15

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