N° 3/4 - Filmese Dicembre 2018 / Gennaio 2019

 

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N° 3/4 - Filmese Dicembre 2018 / Gennaio 2019

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722018·2019 3.4 DICEMBRE 2018 GENNAIO 2019 1 IL PUNTO 2 PROGRAMMA DI DICEMBRE 3 PROGRAMMA DI GENNAIO 4 FILM 11 RASSEGNA STAMPA 13 FESTA DEL CINEMA BULGARO 14 CINESOFIA 15 CELLULOSA&CELLULOIDE 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. si ringrazia • Il punto HOW WONDERFUL A SOUND CAN BE Prosegue la collaborazione del nostro Circolo con il Teatro Ristori, inaugurata la scorsa stagione con la proiezione di due capolavori di Chaplin musicati dal vivo, e si arricchisce quest’anno di tre nuovi appuntamenti dedicati al Musical e alla sua storia attraverso gli anni 60 e 70. Tre lunedì, da dicembre a marzo, per altrettanti capolavori: i biglietti del primo appuntamento sono già in vendita presso la biglietteria del Teatro Ristori, al prezzo agevolato di 5€ per i Soci che presenteranno la tessera. Per informazioni, 045 6930001. Il percorso inizierà lunedì 17 dicembre con uno dei più grandi capolavori del genere, West Side Story (1961) di Jerome Robbins e Robert Wise, recentemente sottoposto a un accurato restauro. In occasione del centenario dalla nascita del grande compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein, che firmò canzoni ormai entrate nel mito e vinse il premio Oscar per la migliore colonna sonora (il film conquistò dieci statuette diventando il musical più premiato nella storia dell’Academy), potremo farci trascinare dai magnifici titoli di testa di Saul Bass nella tragica storia d’amore di Tony e Maria, innamorati del West Side newyorchese che si scontrano con le lacerazioni della società americana dell’epoca: conflitti razziali, povertà, degrado urbano sono solo alcune delle ferite che segnano la grandiosità della messa in scena orchestrata da Robbins, che ne curò anche le coreografie ambientate in esterni sulla 68ª e 110ª strada, poco prima che gli isolati venissero demoliti. Il secondo film – lunedì 25 febbraio – è un musical anomalo, anche all’interno della filmografia del suo regista, che mescola suggestioni provenienti da fonti diverse ed eterodosse. Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma è un’opera rock, che ha contribuito ad analizzare e ricostruire un’estetica ai confini del genere, stravolgendo forme narrative e stilemi registici. Una vertigine citazionista avvolge la tragica sorte del compositore Winslow Leach, che viene derubato della sua opera sul tema del Faust dal demoniaco produttore Swan e rinchiuso in carcere: De Palma aggredisce lo spettatore con un’orgia di eccessi visivi e musicali, mescolando le composizioni di Paul Williams a brani di musica classica e tratteggiando una messa in scena all’insegna dell’eccesso, tra forme, colori ed effetti visivi che deformano l’inquadratura, scomponendola in una visione barocca e decadente. Parodia delle mode preconfezionate nella musica degli anni Cinquanta quanto dell’idolatria propria dei fan del rock, Il fantasma del palcoscenico ci racconta di un meccanismo infernale eppure seducente, quello dell’industria musicale, che corrode i talenti e li sintetizza nuovamente, svuotandoli della propria anima e riversandoli nelle pieghe del vinile. Il terzo appuntamento – che concluderà la rassegna lunedì 4 marzo – è dedicato a un autore da poco scomparso: Miloš Forman, che nel 1979 diresse Hair, uno dei suoi primi progetti quando nel 1968 sbarcò a New York da Praga, realizzato però solo dieci anni dopo, forte del successo ottenuto con Qualcuno volò sul nido del cuculo. Nel musical diretto dal regista cecoslovacco, il giovane Claude, a New York per arruolarsi, incontra un gruppo di hippie a Central Park, che sconvolgerà la sua prospettiva sul mondo e muterà il suo destino. Lo sguardo di Forman volge l’obiettivo alla protesta di fronte all’autorità e a un governo impantanato nella guerra in Vietnam. Tra i più importanti membri della Nova Vlna, Forman è scampato alla repressione della Primavera di Praga e ha proseguito la sua analisi di un conflitto sociale e generazionale attraverso lo sguardo ingenuo eppure vitale della lotta, riuscendo a raccontarci di un mondo ormai perduto, un’Era dell’Acquario della storia americana che si è ormai consumata ma può resuscitare, ancora una volta, grazie all’incanto della pellicola, nel buio di un teatro. Francesco Lughezzani

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programma di dicembre 2018 GIOVEDÌ 6 DICEMBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 MUSEO regia di Alonso Ruizpalacios Messico, 2018 – durata 128’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 13 DICEMBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 MENOCCHIO regia di Alberto Fasulo Italia, Romania, 2018 – durata 103’ GIOVEDÌ 20 DICEMBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 CHARLEY THOMPSON regia di Andrew Haigh Regno Unito, 2017 – durata 121’ Versione originale sottotitolata in italiano VOTATO DAI SOCI UNA FESTA PER GLI OCCHI! Regala l'iscrizione al Circolo del Cinema per vedere i film più belli di ieri e di oggi. Nel mese di dicembre tutti i Soci potranno acquistare tessere dono con lo sconto del 30%. sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 2

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programma di gennaio 2019 GIOVEDÌ 10 GENNAIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 LA VERA STORIA DI OLLI MÄKI regia di Juho Kuosmanen Finlandia, Svezia, Germania, 2016 – durata 92’ Versione originale sottotitolata in italiano attenzione: cambio orario GIOVEDÌ 17 GENNAIO – ORE 17 – 20.30 L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI regia di Nuri Bilge Ceylan Turchia, Macedonia, Francia, Germania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Svezia, 2018 – durata 188’ Versione doppiata in italiano GIOVEDÌ 24 GENNAIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 BREVE GITA regia di Igor Bezinović Croazia, 2017 – durata 75’ Versione originale sottotitolata in italiano ORE 21.30 INCONTRO IN SALA CON IL REGISTA E ALESSANDRO ANDERLONI, DIRETTORE ARTISTICO DEL FILM FESTIVAL DELLA LESSINIA GIOVEDÌ 31 GENNAIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 A BEAUTIFUL DAY – YOU WERE NEVER REALLY HERE regia di Lynne Ramsay Regno Unito, 2017 – durata 85’ Versione originale sottotitolata in italiano sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 3

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film GIOVEDÌ 6 DICEMBRE 2018 9 ORE 16.30 / 19 / 21.30 MUSEO regia di Alonso Ruizpalacios Messico, 2018 – durata 128’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Orso d’argento per la migliore sceneggiatura al Festival di Berlino 2018; Premio per la miglior regia all’Athens International Film Festival 2018. «Questa è una replica della storia originale», ci avverte un cartello in apertura di film, proponendoci un invito al gioco cui non è possibile sottrarsi, se vogliamo godere appieno del nuovo lavoro di Ruizpalacios. Giunto a quattro anni dal precedente e acclamatissimo Güeros (Migliore opera prima a Berlino nel 2014), Museo conferma le doti del quarantenne regista di Città del Messico e lo promuove fra le voci autorevoli del nuovo cinema messicano, accanto a Guillermo del Toro, Alfonso Cuarón e Pablo Larraín. Proprio a quest’ultimo Ruizpalacios è più vicino, non solo per età anagrafica, ma per l’innata capacità di guardare alla storia vera – quella nazionale e quella particolare – piegandola attraverso le distorsioni del cinema a un riverbero intimo e universale: viene in mente soprattutto il Larraín di No e Neruda, ovvero quello più “solare” e aperto al gioco. Anche in Museo il motore della vicenda è un singolare fatto di cronaca, il furto, avvenuto la notte di Natale del 1985, di alcuni fra i più importanti reperti maya conservati nel Museo antropologico di Città del Messico: furto “impossibile” per il valore inestimabile e la fama mondiale degli oggetti rubati, che li rendeva invendibili, e per l’immoralità del gesto, che colpiva dritto al cuore dell’identità di un’intera nazione. Protagonisti, per Ruizpalacios, di questo gesto insensato, sono due trentenni dell’agiata borghesia cittadina, creature non cattive, ma annoiate, inadatte, come spaurite di fronte all’idea di farsi carico della propria esistenza (la laurea e il lavoro sempre rimandati). E proprio in questo senso di inadeguatezza e sonnambulismo dell’essere si trova la ragione intima del film: al regista non interessa raccontare i dettagli del furto, filmato quasi come installazione artistica esso stesso, o ricostruire puntualmente la cronaca di quei giorni, quan4 to piuttosto disegnare il ritratto sfuggente di un malessere che trascende i suoi stessi personaggi. Il film di Ruizpalacios, per l’intera durata delle sue due ore, non fa altro che girare intorno al vuoto e saggiarlo a più riprese, ben conscio di non poterne dare adeguata rappresentazione né indicarne un’origine – e nemmeno desiderando farlo. È il vuoto di senso che soggiace al gesto dei due amici, è il vuoto comunicativo che abita le loro famiglie ed è il vuoto delle teche attorno a cui l’intera popolazione si ritrova dopo il furto, inconsapevolmente osservando un vuoto meno tangibile ma più definitivo che sta al centro della loro stessa storia nazionale. Per rendere questo spaesamento collettivo, Ruizpalacios costruisce un film mutevolissimo nei toni e nelle forme, perennemente in bilico sul filo di una tenera ironia che in più occasioni si apre a situazioni comiche e astrazioni oniriche, perfettamente sostenuto da un cast che brilla per affiatamento e vivacità, da cui emerge Gael García Bernal con una delle sue interpretazioni più memorabili. Sono i suoi occhi di bambino, grandi e sempre spalancati, a definire l’irrealtà di un mondo in cui tutto sembra a portata di mano e al contempo irrealizzabile. Così, dal ritratto generazionale un po’ modaiolo, si passa all’aggiornamento del film di rapina, lambendo i territori della commedia all’italiana (la straordinaria cena di Natale), fino al più scatenato road movie, interpunto di pause riflessive e surreali – o di «realtà non ordinaria», per dirla con Castaneda, autore tirato più volte in ballo. La sceneggiatura, non a caso premiata a Berlino, riesce nel miracolo di legare assieme con naturalezza le eterogenee anime di Museo, mantenendo la barra a dritta in acque di burrascosa immaginazione, perché «rovinare una bella storia con la verità» è colpa anche più grave del furto. Luca Mantovani regia: Alonso Ruizpalacios – sceneggiatura: Alonso Ruizpalacios, Manuel Alcalá – fotografia: Damian Garcia – montaggio: Yibran Asuad – scenografia: Sandra Cabriada – costumi: Malena De la Riva – musiche: Tomás Barreiro – interpreti: Gael García Bernal (Juan Nuñez), Leonardo Ortizgris (Benjamin Wilson), Simon Russell Beale (Frank Graves), Lynn Gilmartin (Gemma), Alfredo Castro (Dr. Nuñez), Ilse Salas (Silvia), Leticia Brédice (Sherezada), Lisa Owen (Sra. Nuñez) – produzione: Panorama Global, Ring Cine, Detalle Film, Distant Horizon, Serendipity Point Films – Messico, 2018 – 2h 8’ – v.o. sottotitolata in italiano ALONSO RUIZPALACIO Nato nel 1978 a Città del Messico, Alonso Ruizpalacios è qui cresciuto e ha studiato regia teatrale, prima di trasferirsi a Londra per perfezionarsi in recitazione alla Royal Academy of Dramatic Art. Sceneggiatore e regista per il cinema e per il teatro, esordisce con il cortometraggio Café Paraíso (2008), prima di presentare il lungometraggio Güeros (2014) in concorso a Berlino nella sezione Panorama, dove si aggiudica il riconoscimento per la Migliore opera prima. A Berlino torna nel 2018 in concorso con Museo, vincitore dell’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura.

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film 10 GIOVEDÌ 13 DICEMBRE 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 MENOCCHIO regia di Alberto Fasulo Italia, Romania 2018 – durata 103’ FESTIVAL E PREMI Gran Premio della Giuria al Festival di Annecy 2018, in concorso al Festival di Locarno 2018. Domenico Scandella, detto Menocchio, fu un mugnaio friulano originario di Montereale Valcellina che nella seconda metà del XVI secolo venne accusato di eresia, incarcerato e infine arso sul rogo a causa delle sue idee originali e sovversive sul cosmo, la divinità e la tradizione dei testi sacri. Nonostante le sue umili origini, un’intelligenza acuta, unita alla grande curiosità per il mondo naturale e ai rudimenti di una rapida alfabetizzazione, permisero a Domenico Scandella di acquisire una profonda consapevolezza del proprio pensiero. Attraverso una fusione tra la tradizione della Genesi e antichissime credenze popolari, arrivò a stabilire una propria complessa cosmogonia, come ci racconta Carlo Ginzburg nel suo celebre saggio Il formaggio e i vermi, che nel 1976 scosse le storiografie contemporanee esplorando una storia dal basso, attraverso le vite e le culture di uomini non appartenenti alle classi dominanti. Lo stesso spirito guida l’obiettivo di Alberto Fasulo, che nei luoghi dove nacque Menocchio ci ha vissuto e da questi luoghi vuole partire: alla ricerca di uno sguardo ispirato e allo stesso tempo documentaristico per una delle pagine più sorprendenti della nostra storia, il regista friulano è stato anche operatore e direttore della fotografia. Il Nord Est è al centro della sua indagine artistica a partire dall'esordio, Rumore bianco, omaggio accorato e profondo al fiume Tagliamento, proseguendo poi con Tir, che vinse alla Festa del Cinema di Roma nel 2013. Tutte le sue opere si collocano in un’area situata nella provincia di Pordenone, luoghi in cui la memoria di Menocchio è ancora viva e forte come la pervicacia delle sue convinzioni, impermeabili perfino all’abiura. L’utilizzo della luce naturale e l’impiego di attori non professionisti si inserisce nella ricerca di un realismo storico che travalica gli intenti filologici e dona alla pellicola l’immediatezza dei volti e delle parlate in dialetto friulano. L’interpretazione del protagonista, Marcello Martini, visto come comparsa in Vajont (2001) e al suo esordio in un ruolo di primo piano, viene segnata dall’intensità chiaroscurale delle candele che illuminano il suo volto e ne scolpiscono i rugosi lineamenti attraverso le tenebre: nella prima scena udiamo il suo passo, che dal buio della notte incede, pronto ad aiutare una famiglia di contadini durante la complicata nascita di un vitello. La fioca luce della candela segna anche i confini della cella in cui il protagonista viene rinchiuso, all’ombra di un oscurantismo che non riuscirà a estirpare ciò che gli occhi hanno potuto vedere e ciò che l’immaginazione ha potuto concepire. Anche se a una flebile luce, il volto di Menocchio rimarrà sempre visibile in un mondo che travalica la materialità del quotidiano e trasporta lo spettatore in sequenze oniriche, come nel carnevale bestiale, in cui uomini con maschere bovine dileggiano l’uomo: qui l’obiettivo di Fasulo assume i contorni di un folklore locale mescolato alle seducenti rappresentazioni di una cultura popolare che in altre arti visive trova i suoi maestri, da Pieter Bruegel il Vecchio a Hieronymus Bosch. I precisi contorni della storia rimangono fuori dalla narrazione, che invece preferisce soffermarsi sui volti, sul confronto tra gli inquisitori e il popolo di Montereale, sui sussurri che da una cella diventano urla e scuotono la storia stessa della Chiesa Cattolica. Francesco Lughezzani regia: Alberto Fasulo – sceneggiatura: Alberto Fasulo, Enrico Vecchi – fotografia: Alberto Fasulo – montaggio: Johannes Hiroshi Nakajma – scenografia: Aton Špacapan Voncina – musiche: Paolo Forte – interpreti: Marcello Martini (Menocchio), Maurizio Fanin (Inquisitore), Carlo Baldracchi (Carceriere Parvis), Nilla Patrizio (Moglie di Menocchio), Emanuele Bertossi (Zanutto), Agnese Fior (Figlia di Menocchio) – produzione: Nefertiti Films, RAI Cinema, Hai Hui Entertainment – Italia, Romania, 2018 –1h 43’ ALBERTO FASULO Dopo gli studi di filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Alberto Fasulo decide di migrare a Roma alla ricerca di una sua via per il mondo del cinema. Il suo viaggio inizia come assistente alla regia in documentari e film di finzione. Dopo sette anni, decide di dirigere il suo primo lungometraggio, Rumore bianco, prodotto e distribuito nel 2008. Il suo secondo lungometraggio Tir, in cui racconta la vita di un professore croato che per sopravvivere decide di lavorare per una ditta italiana come camionista, vince il Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film alla Festa del Cinema di Roma. Nel 2015 partecipa con il documentario Genitori al Festival di Locarno nella sezione Fuori Concorso e nel 2018 è nuovamente a Locarno nella selezione ufficiale del Concorso Internazionale con Menocchio. 5

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film 11 GIOVEDÌ 20 DICEMBRE 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 CHARLEY THOMPSON regia di Andrew Haigh Regno Unito, 2017 – durata 121’ Versione originale sottotitolata in italiano VOTATO DAI SOCI FESTIVAL E PREMI Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente a Charlie Plummer alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2017. Charley Thomson ha quindici anni. È un giovane atleta, ha un lavoro, è un ragazzo sveglio: vive insieme al padre alla periferia di Portland, dove trascorre un’estate solitaria, tra corse mattutine e lunghe esplorazioni silenziose. Durante il suo vagabondare incontra Del, che da una vita alleva cavalli da corsa facendoli competere lungo la West Coast, e decide di accompagnarlo: lavorando con i cavalli dell’uomo, e in particolare con Lean on Pete, quarter horse sulla via del tramonto, il giovane inizia a scoprire una realtà che prima aveva solo sorpassato, osservandola scorrere al suo passaggio. Un mondo sospeso tra la luce delle piste da corsa e l’ombra delle stalle, dove i cavalli di Del spesso svaniscono e vengono venduti se non raggiungono gli obiettivi del padrone. Lo sguardo di Andrew Haigh accompagna lo spettatore con delicatezza, attraverso lente carrellate e primi piani, ed entra nelle vite dei suoi protagonisti con l’incedere sicuro di una scrittura che riflette la parola a ogni immagine. Al suo primo incontro con gli spazi del paesaggio americano, l’autore britannico si affida all’intesa dei suoi ottimi protagonisti bilanciandone le interpretazioni: travolgente quella di Steve Buscemi quanto sensibile e sorprendente quella di Charley Plummer, che lo scorso anno a Venezia ha conquistato il Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente 6 per quello che è il suo esordio come protagonista assoluto. Rimasto solo, Charley decide di partire assieme a Pete per attraversare il paese, alla ricerca di una zia lontana, un affetto che guida il suo cammino attraverso la vastità del paesaggio americano. Il viaggio lo metterà a confronto con una realtà spesso brutale, in cui l’incontro con l’alterità è scoperta, ma anche violenza. Charley tiene stretto a sé Pete, suo compagno di viaggio e possibile guida nel deserto, lungo un cammino che rifiuta la crudezza del reale e che si nasconde agli ostacoli per cercare, dietro ogni angolo, una propria dimensione. Il regista di Weekend e 45 anni prosegue la sua filmografia con un lungometraggio che racconta di una dolorosa trasformazione, imprescindibile dal suolo che attraversa, quella wilderness in cui Charley dovrà affrontare, a ogni stazione e sosta, la perdita di certezze e affetti. Haigh riesce a sospendere il tempo e a trascinarci in un mondo di amabili perdenti, in cui l’apparente solitudine che divide i protagonisti e impedisce a una umanità sofferente di specchiarsi in se stessa trova nello sguardo animale uno stimolo alla catarsi. Il dolore che circonda Charley viene rappresentato da una messa in scena che pone al centro dell’obiettivo la quotidianità sofferta di un mondo marginale, fatto di sogni infranti e solitudini in cui non è possibile rallentare a meno di voler abbandonare ogni cosa, liberandosi di ogni affetto. In un mondo che si sfalda sotto ai suoi occhi, Charley punta tutto su Pete, unico compagno di un’estenuante marcia per ricomporre la propria vita, lontano da Portland, all’orizzonte, oltre il deserto. Francesco Lughezzani t.o. Lean on Pete – regia: Andrew Haigh – sceneggiatura: Andrew Haigh – fotografia: Magnus Nordenhof Jønck – montaggio: Jonathan Alberts – scenografia: Ryan Warren Smith – musiche: James Edward Barker – interpreti: Charlie Plummer (Charley Thompson), Steve Buscemi (Del Montgomery), Chloë Sevigny (Bonnie) Travis Fimmel (Ray Thompson), Steve Zahn (Silver), Alison Elliott (Margy) – produzione: Tristan Goligher – The Bureau, Film4 – Regno Unito, 2017 – 2h 01’ – v.o. sottotitolata in italiano ANDREW HAIGH Andrew Haigh ha lavorato come assistente al montaggio in grandi kolossal come Gladiator e Black Hawk Down, prima di poter debuttare come sceneggiatore e regista con il cortometraggio Oil. Nel 2009 ha diretto il suo primo lungometraggio, Greek Pete, proiettato al London Lesbian and Gay Film Festival. Il secondo lungometraggio di Haigh, l’acclamato dramma romantico Weekend, interpretato da Tom Cullen e Chris New, è stato presentato al SXSW Film Festival, dove ha vinto l’Audience Award for Emerging Visions. Il suo terzo lungometraggio, 45 anni, è stato premiato con l’Orso d’argento per la migliore interpretazione, ottenuto da entrambi i suoi protagonisti, Charlotte Rampling e Tom Courtenay.

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film 12 GIOVEDÌ 10 GENNAIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LA VERA STORIA DI OLLI MÄKI regia di Juho Kuosmanen Finlandia, Svezia, Germania, 2016 – durata 92’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Premio Un Certain Regard per il miglior film al Festival di Cannes 2016; Miglior rivelazione agli European Film Awards 2016. Ci sono un giovane innamorato di provincia, un panettiere timido e un pugile che sta per combattere per il titolo mondiale. Non è una barzelletta, anzi, è la storia tormentata di un solo uomo, Olli Mäki, “strappato” quasi controvoglia dal suo villaggio rurale nel centro della Finlandia per affrontare il campione di boxe americano. Non servono molte sequenze per rendersi conto che il protagonista di questa storia ha altro per la testa: l’amore per Raija lo distrae dagli allenamenti e il richiamo di Kokkola (la cittadina che gli ha dato i natali a cinquecento chilometri da Helsinki) è sempre più insistente. Anche l’ambizione di diventare un eroe nazionale non sembra essere un suo desiderio, quanto quello del suo manager, Elis, pronto a ricordargli a più riprese che il giorno del match sarà il più bello della sua vita. Ma può un timido panettiere trasformarsi in un’icona nazionale? Questa interessante opera prima del regista finlandese Juho Kuosmanen cerca di indagare nella psicologia di un anti-eroe, di chi non sa vivere sotto i riflettori e si trova maggiormente a proprio agio in contesti “normali”. L’assonanza con altri pugili della storia del cinema è scontata, ma questa volta non abbiamo di fronte un Rocky o un Toro scatenato determinati a rimanere in piedi sul ring, il personaggio interpretato da Jarkko Lahti è l’opposto delle star hollywoodiane Sylvester Stallone e Robert De Niro, ma è proprio su questo tema che Kuosmanen cerca di far riflettere lo spettatore: non sempre chi usa i pugni è pronto a sopraffare chi ha di fronte. Olli, leone all’apparenza e agnello dentro, faticherà a gestire la tensione in un periodo storico – il film è ambientato nel 1962 e la Finlandia è in ripresa dopo la seconda guerra mondiale – in cui un’intera nazione ha bisogno di eroi e vede in lui il possibile Superman della porta accanto. Significativa la sequenza in cui, all’inizio del film, un gruppo di bambini riesce a catturare una mosca con l’aiuto di Olli. «Che ne facciamo?» chiede il pugile. «Uccidiamola», risponde uno di loro, «Mangiamola» gli fa eco un altro, mentre l’uomo, forse impietosito dalla condizione di prigionia dell’insetto, la libera senza indugi, motivando la sua azione con un semplice: «È scappata», probabilmente immaginando (o sognando) una sua stessa fuga, messo nella condizione – come la mosca – di non essere libero di decidere che cosa fare della propria vita. Particolare anche la scelta del titolo italiano, La vera storia di Olli Mäki (a sottolineare che si tratta di un avvenimento realmente accaduto), mentre la versione inglese preferisce un The Happiest Day in the Life of Olli Mäki, riprendendo le parole del manager Elis e quasi prendendosi gioco dei turbamenti del giovane pugile. E il titolo originale? In Finlandia il film è intitolato Hymyilevä mies, traducibile come “l’uomo sorridente”. In fin dei conti, libero o no, felice o rassegnato, campione o sconfitto, Olli è un uomo che cerca di non farsi schiacciare e che, comunque, affronta il mondo con un sorriso. Anche grazie a una fotografia particolarmente riuscita (il film, in bianco e nero, restituisce l’atmosfera dell’Europa anni 60) e seppur senza picchi memorabili, l’opera d’esordio di Kuosmanen ha trionfato due anni fa alla sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes e bissato il successo di critica agli European Film Awards come rivelazione dell’anno. Passata con poco risalto quest’estate nelle sale nostrane, la pellicola merita sicuramente di essere recuperata dal pubblico italiano, in attesa che il regista finlandese cerchi la consacrazione con il suo secondo film. Luca Romeo t.o. Hymyilevä mies – regia: Juho Kuosmanen – sceneggiatura: Juho Kuosmanen, Mikko Myllylahti – fotografia: J.P. Passi – montaggio: Jussi Rautaniemi – scenografia: Kari Kankaanpää – costumi: Sari Suominen – musiche: Laura Airola, Joonas Haavisto, Miika Snåre – interpreti: Jarkko Lahti (Olli Mäki), Oona Airola (Raija Jänkä), Eero Milonoff (Elis Ask), Joanna Haartti (Laila Ask), Esko Barquero (Snadi), Elma Milonoff (Evi), Leimu Leisti (Tuula), Hilma Milonoff (Anneli) – produzione: Aamu Filmcompany, ONE TWO Films, Tre Vänner Produktion AB – Finlandia, Svezia, Germania 2016 – 1h 32’ – v.o. sottotitolata in italiano JUHO KUOSMANEN Juho Kuosmanen, nato nel 1979, è un regista e sceneggiatore finlandese. Si laurea alla Aalto University School of Arts, Design and Architecture di Helsinki con il lungometraggio Taulukauppiaat (The Painting Sellers, 2010) che a Cannes vince il primo premio della Cinéfondation. Kuosmanen ha lavorato anche come regista di opere liriche e come attore. Hymyilevä mies (La vera storia di Olli Mäki) è stato sviluppato grazie al supporto del TorinoFilmLab: presentato a Cannes nel 2006, ha vinto il massimo riconoscimento nella sezione Un Certain Regard. Lo stesso anno, il film è stato candidato come rappresentante della Finlandia all’Oscar per il miglior film in lingua straniera. 7

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film 13 attenzione: cambio orario GIOVEDÌ 17 GENNAIO 2019 ORE 17 / 20.30 L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI regia di Nuri Bilge Ceylan Turchia, Macedonia, Francia, Germania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Svezia, 2018 – durata 188’ Versione doppiata in italiano to; ma forse Sinan conosce già la risposta, o almeno crede di poter rispondere al quesito che lo tormenta, e che riflette il tomento dell’autore stesso. Come trasporre le infinite versioni del suo pensiero e della sua storia trovandone il senso e il segreto? Cosa si nasconde solitario all’ombra dell’albero dei frutti selvatici? Francesco Lughezzani FESTIVAL E PREMI In concorso al Festival di Cannes 2018; Selezionato nella rosa dei cinque candidati al Premio Oscar per il Miglior film in lingua straniera 2018. «Socrate diceva che lo scopo della filosofia è conoscere se stessi. Per me, il cinema è la stessa cosa. Cerco di conoscermi meglio, per alleviare il mio dolore». Sinan è un giovane frustrato, non sa quale sentiero percorrere nella vita. Vuole diventare uno scrittore, la letteratura potrebbe salvarlo da un destino che sente premere sotto la pelle e che assume la forma del padre, un uomo che disprezza e ama allo stesso tempo. Una volta tornato nella casa dei genitori dopo gli studi universitari, in un paesino di provincia, Sinan percorre lo spazio della sua vita alla ricerca di una traccia: sarà un maestro di scuola, come il padre, o scriverà un libro sulla sua terra? Il tempo di una famiglia diventa racconto, seguendo la dialettica tra Sinan e un padre inaffidabile e perennemente indebitato, una madre severa ma al contempo affettuosa. Ceylan orchestra un percorso di esplorazione delle possibilità del reale che raccoglie inevitabili fallimenti e ci guida nello spazio delle storie di Sinan attraverso una complessa architettura visiva, che oscilla tra molteplici opposti: primi piani e controcampi, come nella meravigliosa sequenza in cui il giovane incontra l’amica d’infanzia, o lunghi piani sequenza dei dialoghi tra Sinan e i due Imam sul rapporto tra fede, realtà e verità, o ancora carrelli, riprese dall’alto e riprese aeree con cui il regista abbraccia la sua terra d’origine. La maestosità dei paesaggi incrocia l’asse del mondo familiare, quell’albero dai frutti selvatici che resta isolato, simbolo di un riflesso generazionale e vettore di amplificazione dell’immaginario narrativo: il confronto tra padri e figli si moltiplica e attraversa le stagioni e le storie, consegnando allo spettatore un nuovo capitolo nel percorso autoriale di Ceylan, coerente con la sua filmografia precedente eppure rivoluzionario per la forma, per il calore abbacinante della fotografia e per l’ulteriore spinta della narrazione verso un realismo magico che attraversa i corpi dei suoi interpreti, come le formiche sul corpo neonato del padre del protagonista. Sinan si interroga continuamente sulla realtà che lo circonda, sulla propria vita e su come rappresentarla: la struttura a episodi in cui si snoda il film lo segue nella sua continua ricerca di consigli e di confronti, con un libraio, un altro scrittore, un professore universitario, un amore perdu8 t.o. Ahlat Agaci – regia: Nuri Bilge Ceylan – sceneggiatura: Akin Aksu, Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan – fotografia: Gökhan Tiryaki – montaggio: Nuri Bilge Ceylan – scenografia: Meral Aktan – interpreti: Dogu Demirkol (Sinan Karasu), Murat Cemcir (Idris Karasu), Bennu Yildirimlar (Asuman Karasu), Asena Keskinci (Yasemin Karasu), Tamer Levent (Nonno Recep), Özay Fecht (Nonna Hayriye), Ercüment Balakoglu (Nonno Ramazan) – produzione: Detailfilm, Memento Films Production, RFF International, Sister and Brother Mitevski, Zeynofilm – Turchia, Macedonia, Francia, Germania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Svezia, 2018 – 3h 08’ – versione doppiata in italiano NURI BILGE CEYLAN Nuri Bilge Ceylan è nato a Istanbul nel 1959. Nel 1976 inizia a studiare Ingegneria chimica all’Università tecnica di Istanbul, durante un periodo di intensi disordini studenteschi. Nel 1978, cambia corso di laurea iscrivendosi ad Ingegneria elettrica presso l’Università Bogazici: proprio lì sviluppa un forte interesse per l’immagine, potendo coltivare la sua passione per la fotografia, le arti visive e la musica classica attraverso le biblioteche della facoltà. Inizia a prendere lezioni di cinema, rafforzando il suo amore per la settima arte, nato anni prima nelle sale della Cineteca di Istanbul. Dopo la laurea nel 1985, viaggia tra Londra e Kathmandu, e proprio in Nepal ha l'illuminazione: sarebbe diventato regista. Torna in Turchia per il servizio militare, ma a quel punto la decisione è già presa. Studia cinema alla Mimar Sinan Fine Arts University e lavora come fotografo professionista per guadagnarsi da vivere. Dopo due anni, abbandona gli studi iniziando a recitare in un cortometraggio diretto dal suo amico Mehmet Eryilmaz, aiutandolo poi in fase di post produzione. Nel 1993 realizza il suo primo cortometraggio, Koza. Seguono tre lungometraggi: Kasaba (1997), Nuvole di maggio (1999) e Uzak (2002). In questi film, Ceylan ha intrapreso quasi tutti i ruoli tecnici: la cinematografia, il sound design, la produzione, il montaggio, la scrittura e la regia. Uzak ha vinto il Grand Prix e il Premio per il miglior attore a Cannes nel 2003, facendo di Ceylan un regista riconosciuto a livello internazionale. I suoi film successivi sono stati tutti premiati a Cannes: Il piacere e l’amore ha vinto il Premio FIPRESCI nel 2006, Le tre scimmie il Premio alla regia nel 2008 e C’era una volta in Anatolia il Grand Prix nel 2011. Nel 2014, il suo settimo lungometraggio Il regno d’inverno si aggiudica la Palma d’Oro e il Premio FIPRESCI.

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film 14 GIOVEDÌ 24 GENNAIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 BREVE GITA regia di Igor Bezinović Croazia, 2017 – durata 75’ Versione originale sottotitolata in italiano ORE 21.30 INCONTRO IN SALA CON IL REGISTA E ALESSANDRO ANDERLONI, DIRETTORE ARTISTICO DEL FILM FESTIVAL DELLA LESSINIA FESTIVAL E PREMI In concorso all’International Film Festival Rotterdam 2017; In concorso al Trieste Film Festival 2018; Vincitore del Grand Golden Arena al Pula Film Festival; Vincitore come Miglior lungometraggio a soggetto al Film Festival della Lessinia 2018. Nella calda estate istriana, ogni anno, il placido borgo di Motovun viene invaso da una colorata e chiassosa popolazione di giovani: tra luglio e agosto, nell’unica piazza del paese, va in scena un piccolo festival di cinema indipendente molto partecipato, che accende la notte croata dei fasci di luce dei proiettori e dei lampi colorati degli after party che si protraggono fino all’alba tra fumo e bevute. Su questo fondo reale e, viene da credere, intimamente vissuto, il giovanissimo Igor Bezinović innesta la vicenda di Stola, trentenne imbelle diviso tra la nausea di giorni che si trascinano uguali e l’incapacità di risolversi a fare qualcosa della propria vita – fino a quando una misteriosa conoscenza del passato, Roko, appare al festival e, con la sua pacata insistenza, riesce a convincere Stola e altri ragazzi a seguirlo in cerca di un vicino monastero, dove pare siano conservati splendidi affreschi medievali. Il fatto che la località ospitante il sito archeologico si chiami Gradina, nome diffusissimo per centinaia di borghi in Istria, unito alle fattezze vagamente satiresche dell’improvvisata guida, dovrebbe mettere in guardia chiunque dal compiere un simile viaggio a cuor leggero. Nonostante ciò, all’alba, il gruppo parte a bordo di uno sgangherato autobus, che ben presto finirà in panne, e solo in sette, dietro pressione di Roko, proseguiranno a piedi. Da questa sottolineatura numerologica, la “breve gita” muterà apertamente in viaggio iniziatico, condotto dal regista con mano sorprendentemente sicura nel dosare simboli e allegorie all’interno di un impianto filmico quasi documentaristico. Così, varcata una soglia immaginaria palesata da un magico mutamento d’abiti, il bacino mitologico della cultura mediterranea si riversa con naturalezza, senza pedanti forzature, nel tessuto realista della narrazione, dando corpo a una serie di stazioni che si riveleranno altrettanti incontri col destino di ognuno dei ragazzi. Il modello non dichiarato, ma ineludibile, è quello dell’Odissea, tanto che lungo il cammino i sette personaggi incapperanno (a loro modo) in sirene ammutolite, ciclopi avvinazzati, tori sacri e favolosi esseri bestiali. Intuizione felice di Bezinović, è quella di risolvere con approccio piano e realista la natura di queste manifestazioni, confinando nell’extradiegetico le loro implicazioni metafisiche, con l’uso di improvvise musiche ancestrali e un sottile quanto attento lavoro di montaggio. Uno degli aspetti più singolari di Breve gita è proprio la significazione decisiva di quanto il fuori campo e gli stacchi di montaggio sottraggono alla nostra percezione cosciente, spostando la comprensione degli eventi in una dimensione che, più che mentale, è intima e istintiva: un non-visto che è a tutti gli effetti non-vedibile, dunque non-elaborabile, alla stessa maniera in cui Assayas sospendeva con audace taglio di montaggio la sorte del personaggio interpretato da Kristen Stewart in Sils Maria (2014). In definitiva, il film di Bezinović è una ricognizione puntuale e intelligentissima, per humor, ironia e concentrazione, di quel cruciale passaggio tra la giovinezza e l’età adulta, reso di questi tempi tanto più inaffrontabile per una sopravvenuta mancanza di riti condivisi e narrazioni comuni: l’immortale dualismo di essere e non essere, si risolve tutto beffardamente a favore di quest’ultimo – non più versione rovesciata della giusta norma, ma esso stesso opzione accettabile. Non solo la meta non è più importante, ma nemmeno il viaggio, e le sparizioni sono tutto sommato faccende ben poco sorprendenti: It must be nice to disappear to have a vanishing act, cantava Lou Reed in uno dei suoi ultimi album, ispirandosi alle poesie di E.A. Poe. Luca Mantovani regia: Igor Bezinović – sceneggiatura: Igor Bezinović, Ante Zlatko Stolica, Antun Šoljan (romanzo) – fotografia: Danko Vucinovic – montaggio: Hrvoslava Brkusic, Miro Manojlovic – scenografia: Ana Labudovic – musiche: Hrvoje Niksic – interpreti: Ante Zlatko Stolica (Stola), Mladen Vujcic (Roko), Zeljko Beljan (Zac), Iva Ivsic (Iva), Marko Aksentijevic (Aksa), Martina Burulic (Martina), Josip Viskovic (Viski) – produzione: Studio Pangolin – Croazia, 2017 – 1h 15’ – v.o. sottotitolata in italiano IGOR BEZINOVIĆ Nato nel 1983, studia Filosofia, Sociologia e Letteratura comparata all’Università di Zagabria per poi specializzarsi in Regia alla Zagreb Academy of Dramatic Art. Dopo aver diretto una dozzina di corti, si cimenta nel lungometraggio con il documentario Blokada (2012) e la fiction Kratki izlet (2017), in concorso all’International Film Festival Rotterdam. 9

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film 15 GIOVEDÌ 31 GENNAIO 2019 ORE 16.30 / 19 / 21.30 A BEAUTIFUL DAY – YOU WERE NEVER REALLY HERE regia di Lynne Ramsay Regno Unito, 2017 – durata 85’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Premio per la sceneggiatura e Premio per la miglior interpretazione maschile a Joaquin Phoenix al Festival di Cannes 2017; Premio speciale della Giuria al Noir in Festival 2017; Migliori musiche e Miglior suono al British Indipendent Film Awards 2018. Affrontare la visione dell’ultimo film della regista scozzese Lynne Ramsay significa lasciarsi trascinare in un’esperienza audiovisiva difficile da metabolizzare. Un vorticare continuo di emozioni crude, di gesti bestiali che emergono da quel sostrato di nuda fragilità umana che è sempre al centro di ogni narrazione cinematografica della Ramsay, assieme a una speciale attenzione rivolta all’infanzia (dall’esordio Ratcatcher fino a ...e ora parliamo di Kevin). Tratto dal romanzo Non sei mai stato qui di Jonathan Ames, il film You Were Never Really Here vede come protagonista Joe, un brutale sicario specializzato nel recupero di ragazze rapite da trafficanti di esseri umani. Joe ha fama di essere uno degli uomini più indicati al difficile compito, grazie a un passato nell’esercito e nell’FBI che lo ha temprato duramente; l’interpretazione eccezionale di Joaquin Phoenix contribuisce molto a fornire spessore ed emotività ad un personaggio di per sé appena caratterizzato, ma reso assolutamente vivo e autentico. Joe vive con la madre con la quale condivide un passato infestato dalla presenza di un padre violento, passato che ha tanto intaccato la stabilità mentale di Joe da spingerlo costantemente a sognare e desiderare il proprio suicidio, senza che questo sia mai portato a compimento. Il film ha una trama semplice, ma è chiaro quanto essa sia secondaria rispetto al contenuto più strettamente visivo e alla componente emotiva, che attraversa lo schermo più di ogni altra cosa. Spesso ad essere in primo piano sono gli sguardi afflitti di Joe, uomo con il dramma nei suoi occhi, e una profonda tristezza emerge da ogni fotogramma che lo vede protagonista, sia tra le mura di casa che divide con l’anziana madre, sia nel momento più cruciale del suo spietato lavoro. E se pure Joe è una sorta di angelo per le giovani vittime da lui liberate, la regista vuole evidentemente incoronare il malessere a protagonista di questa breve storia, lasciando il suo personaggio avvolto da un’aura pessimistica: nel suo mondo interiore non si può fuggire dal dolore nemmeno attraverso l’azione moralmente buona. La presenza di orchi, fragili vit- 10 time e violenti giustizieri ci permette dunque di riconoscere un terreno ben noto della tradizione cinematografica, quello di film come Taxi Driver di Martin Scorsese, Oldboy di Park Chan-wook e Drive di Nicolas Winding Refn. Al pari dei memorabili protagonisti di questi importanti capolavori, anche Joe si trova ad allacciare il proprio destino a quello di una delle tante giovani donne destinate alla schiavitù sessuale, la figlia di un importante senatore americano, Nina. Un lavoro come tanti per il sicario, ma questa volta le dinamiche del caso rivelano spire ancora più torbide di una criminalità sudicia, nascosta nei piani alti di una società corrotta, quella che già Travis Bickle dichiarava di voler “purificare” in Taxi Driver negli anni 70. Lynne Ramsay adatta il romanzo di Ames e soprattutto guarda a questa tradizione di cinema della “redenzione mancata” non di un personaggio, ma dell’umanità stessa. A emergere dal film è in definitiva una cupa consapevolezza, poiché in questa storia vi è un dramma anche peggiore della violenza e dell’abuso al quale si allude. La violenza non è solo un dato di fatto, un aspetto della società: essa è una lezione che si apprende a spese dell’innocenza. Un istinto virale che non si estirpa, ma che anzi si può solo subire e infine assimilare. Una spietata lezione che Nina affronta sulla sua pelle e che lo stesso Joe ha imparato in tenera età. You Were Never Really Here è dunque un’indagine lucida, ruvida ed essenziale di questo lato della condizione umana, un lavoro cinematografico raffinato (complici l’ottima fotografia e la colonna sonora curata da un talento d’eccezione, Jonny Greenwood dei Radiohead) premiato al 70. Festival di Cannes per sceneggiatura e attore protagonista. Michele Bellantuono t.o. You Were Never Really Here – regia: Lynne Ramsay – sceneggiatura: Lynne Ramsay – fotografia: Thomas Townend – montaggio: Joe Bini – scenografia: Tim Grimes – musiche: Jonny Greenwood – interpreti: Joaquin Phoenix (Joe), John Doman (John McCleary), Judith Roberts (madre di Joe), Alex Manette (Senatore Albert Votto), Ekaterina Samsonov (Nina Votto), Alessandro Nivola (Governatore Williams) – produzione: Film4, Why Not Productions – Regno Unito, 2017 – 1h 25’ – v.o. sottotitolata in italiano LYNNE RAMSAY Lynne Ramsay è nata a Glasgow, in Scozia, nel 1969. Dopo aver studiato fotografia all’Università Napier di Edimburgo, entra alla National Film and Television School di Londra, dove si specializza in cinematografia e regia, laureandosi nel 1995. Il suo corto di laurea, Small Deaths, riceve a Cannes nel 1996 il Premio della giuria. Comincia da qui un rapporto privilegiato con il festival francese, dove la Ramsay tornerà con l’esordio nel lungometraggio Ratcatcher – Acchiappatopi (1999) e i successivi Morvern Callar (2002), ...e ora parliamo di Kevin (We Need to Talk About Kevin, 2011) e A Beautiful Day – You Were Never Really Here (2017) che si è aggiudicato il Prix du scénario e il Prix d’interprétation masculine andato a Joaquin Phoenix.

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rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA Museo di Alonso Ruizpalacios Una storia vera: il furto di opere maya dal valore inestimabile avvenuto il 24 dicembre 1985 presso il Museo nazionale di antropologia di Città del Messico. Una storia di finzione: un heist movie che comincia come una commedia su due trentenni bamboccioni, che prosegue come un dramma familiare durante i festeggiamenti natalizi, che infila una sequenza di rapina dal ritmo magistrale e poi diventa un road movie alla ricerca dei compratori a cui piazzare la refurtiva, con inserti di cinema psichedelico, onirico e a tratti anche comico. Un film senza forma, multiforme. Come i suoi protagonisti, interpretati da un Bernal mai così bravo e da Leonardo Ortizgris: benestanti, nullafacenti, mossi da mille ragioni e da nessuna ragione, confusamente legati alle radici, alla storia e al patrimonio del loro popolo ma piacevolmente americanizzati. «Una replica della storia originale», dice la scritta in apertura, giocando con l’accumulo di stili tipici del postmoderno (siamo non a caso a metà anni 80) e al tempo stesso con la dubbia autenticità dei pezzi rubati al museo, in un vortice narrativo che confonde verità e bugia […]. Ruizpalacios, al secondo film dopo Güeros, punta più in alto e osa riprodurre in un coloratissimo e folle caleidoscopio la crisi di rappresentazione della cultura contemporanea, ridottasi per colpa del suo stesso spirito fagocitante a scorgere l’ombra delle proprie origini dietro quelle che Hobsbawn avrebbe chiamato le «identità collettive», più simili, diceva lui, alle magliette che alla pelle… Roberto Manassero da Film TV anno XXVI – N. 44, 30 ottobre 2018 Menocchio di Alberto Fasulo La Chiesa è militante: combatte, perciò non può porgere l’altra guancia; è suo dovere (negando, quindi, le parole più pure di Gesù) dimostrarsi salda contro le forze nemiche che possono minare il suo potere politico; anche quando queste s’incarnano in un povero cristo come Domenico Scandella, detto Menocchio, mugnaio friulano del XVI secolo condannato a morte per eresia dai tribunali della controriforma tridentina. A sua volta Menocchio, alla luce dei verbali dei processi inquisitoriali conservati presso l’archivio arcivescovile di Udine (le fonti a cui Alberto Fasulo ha attinto per realizzare il film), non può non apparire come un eroe solitario pronto a tendersi al di sopra del proprio destino e sfidare l’insfidabile. Una vicenda, quella di Scandella, che il regista fa debordare dai limiti della Storia così da poterla riallacciare all’oggi; un’impresa che Fasulo affronta gettando, ancora una volta, il proprio corpo nella lotta: Menocchio è un film di insistiti primi piani ed essendo lui l’operatore di macchina non può non guardare dritto in faccia i propri personaggi. Una condizione, questa, che gli impedisce di concentrarsi solo sugli elementi esteriori ( per quanto gli ambienti siano resi con fedeltà, soprattutto luministica, rispetto alle fonti pittoriche) e lo obbliga a proseguire la sua ricerca nel contatto con gli interpreti: personaggi autentici più che attori. Documenti viventi di una storia personale erede, a sua volta, di tante altre storie che si sono susseguite generazione dopo generazione. Volti non addomesticati, che sembrano segnati da antiche abitudini, quasi fossero impronta di una saggezza accumulata nei secoli. Matteo Marelli da Film TV anno XXVI – N. 45, 6 novembre 2018 Charley Thompson di Andrew Haigh Lean on pete è il nome del cavallo al centro del film, mentre Charley Thompson quello del ragazzo protagonista […]. Bisogna partire proprio da qui per sottolineare la differenza del titolo dalla versione originale a quella distribuita in Italia. Se infatti la versione anglofona del film venne presentata in anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia come Lean on Pete, il lavoro ha successivamente trovato il buio delle sale italiane con il titolo Charley Thompson. […] Così facendo l’attenzione del pubblico rischia di essere attirata e incanalata nei confronti del ragazzo protagonista, mentre il regista ci suggerisce di mettere al centro del nostro sguardo il cavallo. Lean on significa, più o meno, appoggiarsi, farsi sostenere. Pete è invece il “vero” nome proprio dell’animale. Appoggiarsi a Pete. Potrebbe essere questa la traduzione letterale del titolo del film. […] In un cammino (letterale, on the road) mirato alla ricerca di una via di fuga, di una figura capace di colmare il suo vuoto, Charley si accosta a Pete nel vero senso della parola. Non lo vedremo mai in groppa all’animale, non lo vedremo cavalcare ma camminargli accanto. […] Lean on Pete simboleggia così la passione che spinge tutti noi a intraprendere avventure più grandi e impensabili. […] Haigh firma un film completamente personale e riconoscibile in cui il suo cinema emerge coerentemente. Un cinema di affetti, di lacune, di emozioni e di ricerca. Un cinema in cui un oggetto, una persona, un sentimento, uno spazio o una dimensione temporale si fanno motori di un vortice infinito che costringe i suoi personaggi a (ri)valutarsi. […] Lean on Pete è un cavallo di razza purissima che rischia di essere abbandonato poiché ormai alla fine del suo ciclo, figlio di un tempo (e di un gusto) cinematografico ormai stantio e lontano che fatica a farsi strada oggi. Un film che chiede di essere affrontato di pancia, emotivamente, non con la testa o il raziocinio. Simone Soranna da Cineforum N. 574 maggio 2018 La vera storia di Olli Mäki di Juho Kuosmanen Gli uomini finlandesi, spiega il regista Juho Kuosmanen, sorridono raramente: ecco il perché del titolo originale del suo primo lungo, L’uomo che sorride, che da subito inquadra il protagonista Olli Mäki, più che come un ruggente outsider, come una sorta di pacata anomalia. Come il titolo italiano non manca di sottolineare, Mäki è stato un vero campione di pugilato, qui fotografato alla vigilia del match con l’afroamericano Davey Moore, nel 1962: deve perdere qualche chilo per restare nella categoria dei pesi piuma, e la macchina da presa che lo segue, nel pastoso b/n dei 16 mm, racconta di un corpo ansioso di rientrare nei canoni richiesti. Olli deve perdere peso, deve mettere carta nelle scarpe troppo grandi, deve salire su uno sgabello per non sfigurare in fotografia, deve sostenere la pressione di una troupe di documentaristi intenzionati a narrare l’impresa del piccolo pugile di Kokkola, cittadina sul mar Baltico, contro il campione a stelle e strisce. Olli è fuori categoria, fuori posto, fuori dalla squadra olimpi- 11

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rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA ca (dalla quale fu espulso forse per le sue simpatie politiche sinistrorse), perfino il suo amore per la dolce fidanzata Raija è fuori luogo, rispetto agli incalzanti impegni sportivi. Il film di Kuosmanen, vincitore del Certain regard a Cannes 2016, ribalta lo sguardo sull’epica della boxe, restando (appunto) fuori dal ring e dalla convenzione del genere, raccontando con ironia la rivoluzione quieta di un uomo (interpretato dall’ottimo Jarkko Lahti, attore teatrale e direttore del finlandese Ruska Ensemble, che per questo ruolo si è allenato per mesi) che non si cura di essere un perdente, e sorride della sconfitta. Ilaria Feole da Film TV anno XXVI – N. 33, 14 agosto 2018 L’albero dei frutti selvatici di Nuri Bilge Ceylan L’albero dei frutti selvatici è un film di vita. Vita vera, passata e presente, proprio come il sogno e la realtà sono fusi in maniera osmotica malgrado un’estetica apparentemente naturalistica. Ambientato in una terra mitica, di cui il simbolo è un cavallo di Troia che qui non pare altro che un simulacro di quel postmoderno che viene significativamente citato in una conversazione un po’ surreale con un anziano che cerca di campare e far quadrare i conti faticosamente, il film parla da sé con profondità. Anche non pensando alla grande storia, mitica o reale, anche non pensando ad Antonioni, cineasta dell’alienazione moderna a cui rimanda l’immagine iniziale del giovane dietro la vetrina, oppure ancora a Chekov, o volendo anche al Milan Kundera di L’insostenibile leggerezza dell’essere, di cui in qualche modo riprende e rovescia oltre all’uso metaforico dell’albero, la dicotomia tra leggerezza e pesantezza per mezzo di una fotografia luminosa, di persistenti piani-sequenza aerei e dove la camera fissa è sostanzialmente rifiutata. La camera, passando in sezione gli ambienti, quasi volando, finisce per conferire al film una dimensione da documentario sui luoghi e le genti di quei posti. Il film è anch’esso un pero selvatico che si rivela di grande bellezza e originalità dietro l’apparenza sempre difforme, sempre mutante. Il finale, dove è centrale il buco nero di un pozzo di montagna, è dal doppio significato. Da una moltitudine di linee rette si passa a una singola linea ovoidale. Al giovane protagonista viene regalata una gratificazione realmente commovente grazie a quel padre tanto osteggiato. Malgrado questo momento di profonda umanità e di speranza nella riconciliazione, sembra però anche possibile il congelamento in un’esistenza che cerca illusorie e ossessive utopie proprio da parte di chi sperava di rompere l’eterna ripetitività del quotidiano e la circolarità della storia. L’albero dei frutti selvatici è un grande film, se non un capolavoro. Francesco Boille da Internazionale.it Breve gita di Igor Bezinović Sorretto da una eccellente voice-over – la voce del protagonista che ci racconta come in un flusso proustiano quanto tutto gli appaia confuso di quell’estate e come nella memoria si trovi a confondere un amico con l’altro – A Brief Excursion diventa dunque una sorta di viaggio simbolico nelle apparentemente infinite possibilità che si disvelano all’uomo nel momento del passaggio dalla giovinezza alla maturità e 12 di come – ciascuna di queste vite potenziali – si riveli in fin dei conti assurda, fallace, malinconica, fatale e irreversibile. Perché, tra i sette partecipanti all’escursione, uno ad uno finisce per fermarsi, per trovare la propria stanzialità? Ovvio, perché non si può viaggiare per sempre verso una meta che non può essere risolutiva – il tema degli affreschi che dovrebbero trovarsi in un monastero istriano, precisamente a Gradina, è sia volutamente ridicolo, sia serio perché rimanda alle radici del paese – e bisogna dunque scegliere di fermarsi. […] Diventa chiaro allora che Igor Bezinović ci parla sia di un paese senza storia, la Croazia per l’appunto visto che gli affreschi non si troveranno mai (e, anzi, si arriva alla conclusione che, se esistevano, sono comunque stati cancellati dalle ingiurie del tempo), sia di una generazione senza direzione, di un presente che ha perso la sua verticalità – tra passato e futuro – e che ci lascia sospesi in una superficiale illusione di sazietà di esperienze e di conoscenze. Girato con una fotografia spoglia – probabilmente quasi senza alcun ricorso a luci artificiali – tratteggiato con dei personaggi che restano sempre volutamente nebulosi proprio perché sono delle confuse proiezioni del protagonista e arricchito da una musica percussiva che di tanto in tanto entra prepotentemente in scena […], A Brief Excursion appare decisamente come uno degli esordi più interessanti degli ultimi tempi. Alessandro Aniballi da Quinlan.it A Beautiful Day di Lynne Ramsay In A Beautiful Day – You Were Never Really Here la narrazione è estremamente rarefatta e quasi accessoria. Assistiamo ad un susseguirsi di sequenze d’effetto che mirano a spiazzare e in qualche modo bombardare lo spettatore con continui stimoli visivi e uditivi – essenziale è infatti il lavoro sulla colonna sonora, intesa nella sua accezione più ampia che comprende musiche e rumori – oltre a colpirlo con la durezza e la violenza esplicite di molti momenti. un approccio sensoriale e indefinito, pur nella sua potenza immediata, non così lontano da quello tipico di certa videoarte e di molte sperimentazioni visive. Il diegetico e l’extradiegetico, il reale (forse) e l’immaginario (forse) dialogano e si mischiano continuamente, in particolare nella compenetrazione continua tra apparato visivo e apparato sonoro; voci del passato irrompono nel presente, così come le voci interiori si sovrappongono ai suoni e alle immagini della possibile realtà dei fatti. Tutto quello che vediamo viene in questo modo continuamente messo in discussione da spinte centrifughe che allontanano dal racconto della vicenda creando nuove suggestioni, chiavi di lettura ogni volta diverse e installando [sic] il dubbio, man mano sempre più forte, di trovarsi di fronte a eventi che accadono perlopiù nella mente del protagonista. Esemplificativo di tutto ciò è il, di per sé, splendido e potente finale ambientato in una tavola calda, una chiusura il cui senso narrativo e tematico viene capovolto per tre volte. […] È come se in A Beautiful Day – You Were Never Really Here Lynne Ramsay volesse certificare la crescente difficoltà di interpretare e intercettare il reale mostrata dalle immagini sempre più fallaci e ambigue e sempre meno in grado di porsi come guida […] Edoardo Peretti da Cineforum – N.575 giugno 2018

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festival IN CERCA DI MERITATA FORTUNA La seconda edizione milanese della Festa del Cinema Bulgaro S e apriamo il planisfero e puntiamo un dito sulla Bulgaria, ci rendiamo conto di come il paese balcano si trovi al centro del mondo. Fulcro culturale dei popoli slavi, la sua posizione ha reso questa terra, nel corso della storia, un importante incrocio per moltissime civilizzazioni. Conosciamo la città di Sofia, conosciamo il Danubio, ma conosciamo gli artisti bulgari? Prima proiezione. Entro in sala e siedo in uno dei pochi posti liberi. Un anziano ha voglia di chiacchierare e io non sono da meno. Gli chiedo «Come sono i bulgari? Sono diversi dagli italiani?». Lui riflette con calma e poi risponde «Sì. Sono timidi, silenziosi e storicamente sfortunati». Dal 1400, i bulgari rimasero sotto il controllo ottomano per quasi cinque secoli. Nella prima e nella seconda guerra mondiale si trovarono a combattere per la parte perdente. Nella seconda metà degli anni 40 subirono l’influenza dell’unione sovietica, negli anni 50 il periodo stalinista e successivamente il regime comunista fino al 1989, quando la caduta del Muro fece tragicamente crollare l’economia. Sì, non hanno mai avuto vita facile. Elevazione di Viktor Bozhinov Ritroviamo diversi periodi storici anche qui alla Festa del Cinema Bulgaro di Milano: «Festa, non festival», ci tengono a precisare gli organizzatori. Questa seconda edizione disegna un programma a misura di grande pubblico, portando, dal 13 al 15 novembre all’Anteo Palazzo del Cinema, il meglio della produzione cinematografica bulgara scelta con un’attenzione particolare per film di qualità e capaci di creare emozione. Cinque i lavori in programma. Elevazione (Vazvishenie, 2017) apre la rassegna alla presenza dell’attore Aleksandar Aleksiev.  Nell’anno 1872 Dimitar Obshti e i suoi compagni realizzano una rapina ad Arabakonak. Tra loro Gicho (Aleksiev) e Asencho – metà rivoluzionari, metà briganti che ricevono il compito di scovare e di consegnare personalmente una lettera a Vasil Levski. La ricerca dell’Apostolo dei rivoluzionari bulgari e futuro eroe nazionale si trasforma in un’avventura tragicomica, piena d’intrighi, colpi bassi e tradimenti. Mano a mano l’entusiasmo rivoluzionario di Gicho e Asencho lascia il posto a delusione e amarezza.  Seguono due storie romantiche ed emozionanti: Gomma da masticare (Dùvka za baloncheta, 2017) di Stanislav Todorov Rogi, in sala per incontrare il pubblico, e Knockout, o Tutto quello che lei ha scritto di Niki Iliev (in sala Orlini Pavlov, uno dei protagonisti).  Roberta La Bua Gomma da masticare svela il mondo pieno di avventure di una comitiva di ragazzi cresciuti in Bulgaria negli anni 80. Quando due di loro, Bilyana e Kalin, si incontrano da grandi, si ricordano della promessa solenne di sposarsi 25 anni più tardi. Il parallelo tra gli anni della loro infanzia e la realtà bulgara odierna riesce nell’intento di creare un’amalgama tra una manciata di dramma e la nostalgia per il passato, senza troppo zucchero in eccesso. In Knockout, o Tutto quello che lei ha scritto, dopo una serie di traumi riportati nel ring, Aron è costretto a ritirarsi dallo sport professionistico, poiché viene dichiarato psicologicamente instabile. Incontra Zhana, una ragazza con delle stranezze simili alle sue, che tutti quelli intorno a lei hanno preso per matta. I due si buttano in una relazione amorosa inusuale e comica, orchestrata da Bobi, fratello di Zhana, un giovane lottatore che cerca di approfittare della situazione per far tornare Aron sul ring a combattere contro di lui. Ma Bobi si scontra con l’imprevedibilità di Aron e Zhana e l’impossibilità di controllarli. La loro purezza e genuinità infantile hanno il loro effetto. In programma anche un omaggio allo scrittore Georgi Gospodinov, pubblicato in Italia da Voland, e a sei dei suoi racconti dai quali è tratto il film a episodi 8’19” (2018): è proprio questo il tempo che rimarrebbe alla Terra se il Sole si spegnesse. Può darsi che conosciate questo fatto dalla scienza oppure, ancora meglio, che abbiate letto il racconto di Gospodinov. L’omonimo film-omnibus raccoglie sei brevi storie dello scrittore, ognuna assegnata a un regista diverso: «Se sei ancora qui, vuol dire che il sole non si è fermato. O almeno non per te, non ora». In chiusura, il candidato bulgaro nella corsa per gli Oscar, L’Onnipresente.  L’azione principale del film si svolge in un vecchio appartamento aristocratico nel centro di Sofia. Lì vive il protagonista che decide di diventare L'onnipresente di Iliyan Dzhevelekov il Grande Fratello e di seguire ogni singolo passo della sua famiglia attraverso delle telecamere nascoste. Ma il voyeur diventa mano a mano prigioniero della sua ossessione, scoprendo che le persone a lui più care in realtà gli nascondono i segreti più grandi. La Festa del Cinema Bulgaro è stata organizzata dall’Istituto Bulgaro di Cultura a Roma, con il sostegno del Consolato Generale della Repubblica di Bulgaria a Milano in collaborazione con il Centro linguistico e culturale Qui Bulgaria, grazie al sostegno del Ministero della Cultura della Repubblica Bulgara e del Centro Nazionale di Cinematografia bulgaro.  Al termine di questa breve, intensa e commovente rassegna, possiamo affermare senza alcun dubbio che la cinematografia bulgara sia una produzione poco distribuita che merita di certo più attenzione. 13

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cinesofia IL SACRO, IL CORPO, IL QUOTIDIANO First Reformed di Paul Schrader La vita di un ragazzo nato nel 1946 a Grand Rapids in Michigan, scorre serena e inconsapevole, senza afflizioni e sconvolgimenti. Figlio di genitori devoti, appartenenti alla Chiesa cristiana riformata, il giovane Paul Schrader visse un’infanzia severa, seguendo i principi morali di una fede che velava lo sguardo dei suoi accoliti con ineluttabili dettami. Tra questi, un decreto del 1928 vietava ai propri membri la visione di qualsiasi film – il demonio, come sappiamo, può nascondersi anche in un drive-in sulle sponde del Grand River. Uno dei più importanti cineasti contemporanei crebbe senza poter entrare in una sala cinematografica e lo immaginiamo bambino, in un mondo fuori dal tempo, mentre osserva da lontano l’ingresso di un cinema fantasticando sul mistero che nasconde quell’ingresso luminoso. Il primo contatto con il grande schermo arrivò molto tardi, a diciassette anni, e non fu memorabile. In una recente intervista il regista ha raccontato di ricordare quale fu la prima pellicola che lo vide spettatore: un’innocua produzione Disney del 1961, Un professore fra le nuvole di Robert Stevenson. Niente epifania catartica, o almeno non al primo tentativo. La folgorazione fu successiva e passò per le lezioni di Carl Theodor Dreyer, Yasujirō Ozu e Robert Bresson: un’ondata di capolavori che investì uno sguardo vergine e preservato dalla settima arte fino a portarlo lontano dalla fede e dalle sue origini. Sempre a diciassette anni, il giovane Paul abbandonò il seminario e si trasferì a Los Angeles per dedicarsi allo studio di quello che era un mondo inesplorato e ricolmo di meraviglia; alla Ucla si laureò e ottenne un dottorato sotto la guida del professor Rudolf Arnheim, grande storico dell’arte, che tanto aveva lottato per studiare il cinema con la stessa perizia filologica delle altre arti visive. La tesi di dottorato di questo giovane brillante unisce le due anime di uno spirito mai del tutto lacerato: il sacro e il trascendente nel cinema furono l’oggetto di un’analisi attenta che accosta il formalismo delle inquadrature di Dreyer, i silenzi e i dialoghi che animano gli interni ripresi da Ozu, il minuzioso realismo dei primi piani di Bresson. L’assunto da cui partiva la sua riflessione era che il cinema che volesse evocare una dimensione di trascendenza dovesse rifuggire una messa in scena canonica della divinità, solitamente rappresentata al cinema attraverso effetti speciali considerati una semplificazione percettiva per il Completamente Altro. Nelle sue ricerche il giovane Schrader analizzò due diversi approcci alla rappresentazione del sacro e del trascendente: una occidentale, basata sull’opposizio- Ethan Hawke e Amanda Seifried in First Refomed (2017) 14 Francesco Lughezzani ne tra corpo e anima, sacro e profano, uomo e natura, confrontandola a una visione orientale che trova nella natura e nell’unità di umano e divino le tracce di un’illuminazione quotidiana. Nella storia di entrambe le forme di pensiero erano emersi autori che, pur distanti culturalmente, davano la stessa importanza alla rappresentazione del sacro nel racconto cinematografico. Schrader illustra le caratteristiche di uno stile trascendentale attraverso i film di registi come Ozu e Bresson, individuando le fratture all’interno della stasi quotidiana che mettono in scena, per far emergere il sacro dalla banalità che percorre la vita dei propri protagonisti: una famiglia che si ritrova a casa la sera per una cena insieme o un giovane parroco che annota i suoi pensieri su un diario. Proprio da Bresson e dal suo Il diario di un curato di campagna prenderà corpo – a distanza di oltre quarant’anni dalla pubblicazione della tesi di dottorato – First Reformed, ultimo film diretto da Paul Schrader. Il regista di Grand Rapids affronta direttamente la rappresentazione del sacro attraverso il dolore che segna il volto del parroco Toller, un uomo condannato dal rimorso e dalla consapevolezza di aver condotto il proprio figlio alla morte, che diventa il consigliere spirituale di un giovane ambientalista sconvolto dalle ferite che l’uomo sta infliggendo al mondo. Alla ricerca di risposte, Toller non trova più conforto in una fede fatta di preghiera, silenzio e compromesso: alle sue domande e alle sofferenze delle persone che lo circondano non c’è alcuna eco, come ci dimostra il suo sguardo perso tra rovine di navi arenate sulla costa e consumate dalla ruggine in un’alba eterna. Il sacro non si manifesta nonostante Toller lo cerchi disperatamente, per trovare un senso al dolore che lo ha investito. A poco a poco, scorrendo le pagine di un diario che sarà strappato, la ripetitività del quotidiano viene sovvertita dall’incontro con il trascendente, un miracolo inatteso per un prete che ha perso la fede e che si occupa di una parrocchia più simile a un museo che a un luogo di preghiera, in cui lo spazio è una dimensione vuota e spoglia e il corpo è fonte di dolore. La catarsi avverrà attraverso la stessa carne che sta condannando Toller a un abisso da cui il protagonista riemerge sovrapponendo il proprio corpo a quello della donna amata. Nella sequenza più sorprendente e discussa del film, Toller e Mary si alzano in volo e attraversano la vastità di un mondo compromesso e affascinante: per la prima volta Schrader trasgredisce quelli che erano i canoni di una rappresentazione del sacro inserendo un effetto speciale, una frattura della forma che ristabilisce un orizzonte umano contrapponendolo alla verticalità dell’ascesi, come nel carrello in avanti che inquadra la facciata della chiesa all’inizio del film. Il suo è un tradimento alla propria teoria e poetica? Ne rappresenta più precisamente una mutazione. Il regista utilizza l’effetto speciale per rappresentare una sacralità carnale: il disperato rifugio nell’incontro con l’altro rappresenta l’unica fuga possibile dall’insensatezza del mondo e può scaturire solo dall’interazione tra due corpi combacianti. Con First Reformed, Paul Schrader torna alle proprie origini, a un cinema che vuole indagare la fede, il tormento e il bisogno quotidiano di qualcosa che trascenda la materia e ci sollevi, facendoci oltrepassare l’orizzonte. Per ricordarci quanto abbiamo bisogno di vuoto, di trascendente, di una luce nel buio. Di cinema.

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cellulosa&celluloide INIZIAZIONI Arti e vite di Goliarda Sapienza « Io, che con Jean Gabin ho imparato ad amare le donne», è la spiazzante dichiarazione che apre Io, Jean Gabin, snello romanzo ad altissimo tasso autobiografico di Goliarda Sapienza, da poco riproposto in libreria da Einaudi in edizione economica – chiusura di un’ideale trilogia composta da Lettera aperta e Il filo di mezzogiorno. L’affaire Goliarda Sapienza ha ormai assunto i contorni di un autentico caso editoriale che va diffondendosi come una febbre da oltre dieci anni, da quel 2005 in cui la pubblicazione in Francia di L’Art de la joie fu salutata come l’avvento di un capolavoro. E lo era davvero. Da quel momento, anche il disgraziato paese della scrittrice, che in vita sempre le negò la dovuta considerazione, corse ai ripari e nel 2008 le avventure di Modesta – indimenticabile protagonista del romanzo – trovarono degna collocazione fra i Supercoralli Einaudi, dopo la semi-invisibile pubblicazione di Stampa Alternativa interamente finanziata dal marito, l’attore Angelo Pellegrino. L’arte della gioia era finalmente a piede libero e pronto a mietere migliaia di devoti lettori, a 32 anni dalla stesura e a 12 dalla morte della sua autrice. Questa la colpa di Goliarda Sapienza: d’essere stata sempre in anticipo sui tempi, creatura sfuggente alle etichette e allergica a ogni via e istituzione regolamentata. In questo carattere che la condannava con amara consapevolezza all’inevitabile “postumità”, confluiscono un’infanzia e un’educazione delle più singolari. Goliarda nacque infatti a Catania nel 1924 dalla libera unione di Maria Giudice, straordinaria figura di giornalista e agitatrice socialista («donna intelligente più di un uomo», la definirà la figlia), e Peppino Sapienza, “l’avvocato dei poveri”, sindacalista e politico che fu membro dell’Assemblea Costituente. In questa famiglia anarchica, atea, antifascista e allargata – dieci i figli nati dalle precedenti relazioni di Maria e Peppino – dedita all’attivismo più che alle cure domestiche, Goliarda arrivò per ultima, unica figlia della coppia, ereditando l’ingombrante nome di un fratello precocemente deceduto. Furono gli altri fratelli più grandi, con severità, a impartirle un’educazione straordinaria per vastità e varietà d’interessi, quando il padre decise che la scuola fascista non faceva per lei e la ritirò sancendo il gesto con il rogo della divisa da piccola italiana. «Da quel giorno Goliarda dovette inventarsi un futuro che non poteva più essere scolastico. E seguendo il principio socialista dell’uguaglianza fra i mestieri imparò a impagliare le sedie, a rammendare i costumi dei pupi, a comporre le rose di gelsomini, a mettere le acciughe sotto sale a bordo dei pescherecci, ma anche a ballare cantare recitare e suonare il piano», così la racconta Pellegrino nella postfazione a Io, Jean Gabin. L’incontro fondante nella vita di Goliarda bambina è dunque quello con lo spettacolo, dapprima incarnato dalla bottega del puparo commendator Insanguine, a lungo frequentata, poi dal vero grande amore per il cinematografo, praticato col fervore del fedele nel tempio mitico del Cinema Mirone, nella Civita catanese. Qui la scrittrice scoprirà le comiche di Charlot e i film di Toshiro Mifune, imitati «con un realismo impressionante» insieme alla Garbo di La regina Cristina, e qui soprattutto avverrà la folgorazione per l’iconicità unica di Jean Gabin, che spingerà Goliarda a identificarsi con l’attore francese. Luca Mantovani Nel palazzo dove abita, dietro l’esborso di qualche lira, Goliarda si esibisce per i vicini in elaborate ricostruzioni delle pellicole viste: veri pezzi di bravura su cui più volte tornerà nei suoi scritti per la grande impressione che suscitavano e per l’importanza che ebbero nella decisione della famiglia di lasciare Catania per Roma, dove Goliarda tenterà con successo l’ingresso all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica diretta da Silvio D’Amico. È il 1941, Goliarda ha soltanto 17 anni, ma si è già lungamente esercitata mandando a memoria tutti i testi teatrali che trovava per casa e si è impratichita nel modulare la voce grazie alle lezioni private della «signora Melissa», come racconterà in Lettera aperta e Il filo di mezzogiorno. Unico ostacolo al suo talento è la forte cadenza catanese, con «quelle “o” sdolcinate e protratte» e «quelle “e” aperte che aprivano la bocca mostrando tutto senza ritegno». D’Amico è perentorio: correggere la dizione in tre mesi o la borsa di studio verrà revocata. Emerge allora prepotente la volontà ferrea della “carusa” di casa Sapienza, che saprà sottoporsi a un severissimo regime di autodisciplina pur di proseguire la propria formazione teatrale; la stessa volontà che le guadagnerà, poi, l’epiteto di “nuova Duse” attribuitole dal grande maestro e la porterà a calcare i palchi dei principali teatri italiani. Ma sarà questa stessa volontà incapace di compromessi che le farà improvvisamente abbandonare il teatro per il cinema: scelta che non si può raccontare in poche righe, Goliarda Sapienza sul set con Citto Maselli per l’apparente assurdità con cui Goliarda si terrà sempre ai margini di questo mondo, ricoprendo per lo più piccole parti, anche se diretta da registi quali Visconti, Blasetti, Camerini e Maselli. La risposta va in parte cercata nella relazione che per diciotto anni legò la scrittrice proprio a Citto Maselli, relazione che le diede la possibilità di impiegarsi nel cinema passando dietro la macchina da presa come sodale privilegiata del compagno, con cui condivise la realizzazione di «quaranta documentari e quattro o cinque film», mai accreditata. «Ho fatto tutti i mestieri», arriverà a scrivere in La mia parte di gioia, riferendosi alle sue esperienze sul set e mostrando come si sentisse nel proprio elemento fuori dal cerchio dei riflettori. La vocazione letteraria che di lì a poco proromperà irrefrenabile da lei dopo la morte dell’amata madre, anche come rito di guarigione, è figlia di questa capacità di Goliarda di organizzare il mondo in immagini di sconcertante forza e bellezza, ogni volta trovando occhi nuovi per farlo: «Ricominciare, […] questo è il segreto». Goliarda Sapienza, Io, Jean Gabin, Einaudi, 2018 ISBN 9788806239077, € 11.00 15

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