Terra del carbone Valerio Tonini

 

Embed or link this publication

Description

Romanzo sulla fondazione della Città di Carbonia in Sardegna, nel 1938.

Popular Pages


p. 1

Valerio Tonini TERRA DEL CARBONE edizioni edizioni

[close]

p. 2

ISBN: 9788898556311 Copyright © 2018 Xedizioni Cagliari xedizioni.it

[close]

p. 3

Presentazione Nella guida della Mostra autarchica del minerale italiano, tenutasi a Roma nel 1938, il primo capitolo è dedicato ai combustibili solidi. Tra l’altro si parla del carbone sardo, del villaggio di Bacu Abis, di Serbariu e della città di Carbonia, di nuova fondazione. Carbonia nasce in tempi record (poco più di un anno) con un solo scopo: produrre in modo e ciente milioni di tonnellate all’anno di combustibile fossile, attingendolo dalle nere montagne del Sulcis, bacino minerario coltivato da millenni, e caricarlo sulle navi destinate ai porti italiani. L’e cienza si ottiene ottimizzando il lavoro, i trasporti, i rifornimenti: per questo occorre che sorga una città che funga da centro vitale, residenziale, dirigenziale, di controllo e di svago per le migliaia di lavoratori coinvolti. E insieme devono nascere strade, ferrovie, un porto. Questa storia la racconta bene Sabrina Sabiu1, in un articolo apparso su alcuni siti web e che riprendiamo qui a seguire in Prefazione. Questo volume esce col numero 6 nella collana Ragnatele. È una storia a sfondo umano, delle donne e degli 1Assessore alla Cultura, Spettacolo e Turismo del Comune di Carbonia 1

[close]

p. 4

uomini che hanno lavorato, sperato e so erto nell’immane impresa della costruzione della città. Lo stesso Autore fu coinvolto in prima persona, in quanto ingegnere e titolare di un’impresa edile, ma si radicò nel territorio tanto da sposarsi e vivere a lungo in Sardegna. Conobbe personalmente le maestranze di cantiere, i minatori e le donne delle laverie, le famiglie provenienti dal mondo pastorale e richiamate dalla promessa della promozione sociale conseguenza dell’inurbamento. La narrazione segue le vicende di alcuni personaggi, molti dei quali destinati a perdersi o a "non farcela", altri a integrarsi in questa nuova società industriale. Qualcuno, dopo aver provato con coraggio e perseveranza, deciderà di tornare indietro, alla casetta e al piccolo gregge, per vivere in povertà estrema ma con un cielo stellato da poter rimirare ogni notte. Ho conosciuto indirettamente la glia di Valerio Tonini, che vive tuttora a Roma, e direttamente un nipote, che fece in tempo a sentire i racconti dalla viva voce del nonno. L’impressione che se ne trae la si può trovare in alcune pagine del romanzo, dove sicuramente l’Autore parla di sé stesso con la voce di uno dei protagonisti: Quale era, questa terra è rimasta; e ancora gli abitanti hanno il volto scabro e duro, il labbro arido e la voce gutturale. Sono ancora imperscrutabili: essi guardano con quei loro occhi nerissimi, più neri del carbone. L’Editore 2

[close]

p. 5

Prefazione Il 18 dicembre 1938 in una Piazza Roma stracolma, dalla Torre littoria Mussolini inaugurava la città di Carbonia con un discorso carico di enfasi retorica. La nuova città è l’ultima in ordine di tempo del cosiddetto decennio di fondazione del regime fascista. La prima fu Mussolinia (oggi Arborea), nata sotto la spinta di esigenze private della Società Boni che Sarde e della Idroelettrica del Tirso più che dell’opera boni catrice del fascismo. In questo senso, dopo la boni ca delle paludi pontine, il simbolo è Littoria (oggi Latina) con gli altri centri di fondazione – Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Guidonia, Pomezia (1928-1938) – che suscitarono il dibattito tra architetti, urbanisti e lo stesso regime sui dualismi città-campagna e urbanesimo-ruralizzazione. Nel 1936 il regime promuove, senza risparmio di mezzi, le iniziative di potenziamento per la produzione di materie prime autarchiche. L’ACaI, Azienda Carboni Italiani, fondata il 29 luglio 1935, sviluppa sondaggi e coltivazioni carbonifere dell’Arsia in Friuli e di Bacu Abis nel Sulcis con risul- 3

[close]

p. 6

tati ottimali tanto da considerare il bacino carbonifero sardo protagonista della grande operazione energetica italiana. Carbonia viene concepita come una città operaia “a bocca di miniera”, rispondendo ad una funzione industriale in un territorio desolato e spopolato, con nessuna vocazione agricola ed è frutto della politica autarchica, estranea a quella ruralizzazione che ha ispirato Mussolinia, Fertilia e i centri dell’Agro pontino. Carbonia doveva ospitare 50 mila abitanti e quindi porti, strade, ferrovie, acquedotti e boni ca erano prerequisiti necessari per la realizzazione della nuova città, oltre al potenziamento di Cortoghiana e Bacu Abis, già esistenti. Il progetto del piano regolatore fu a dato ai professionisti Cesare Valle (sardo, fratello del sottosegretario all’Aereonautica gen. Valle) e Ignazio Guidi, a ancati dall’ing. Gustavo Pulitzer Finali, rme prestigiose dell’architettura e dell’urbanistica nazionali. Nell’elaborazione progettuale non vi è alcun riferimento alla tradizione architettonica sarda, ma si propone un modello completamente nuovo riguardo al contesto territoriale, che esalta una rigida gerarchizzazione della struttura urbana così da ri ettere l’immagine del corporativismo statale. Di fatto il Piano regolatore fu elaborato quasi 4

[close]

p. 7

interamente da Pulitzer Finali poiché Valle e Guidi furono incaricati di realizzare il Piano regolatore di Addis Abeba. Il 10 giugno 1937 la cerimonia della posa della prima pietra nella futura piazza Roma, già pozzo del Monte Fossone. Attorno sarebbero sorti gli edi ci istituzionali e di rappresentanza. La città assume gradualmente sionomia: il primo blocco di lavori riguarda la costruzione di case per famiglie operaie, gli alberghi per operai scapoli e gli edi ci pubblici. La capacità ricettiva di Carbonia si rivela insu ciente per il ruolo che il regime le af- da, pertanto è necessario il raddoppio, progettato dall’arch. Eugenio Montuori nel 1940. Il modello di riferimento per i moduli quadrifamiliari e i moduli bifamiliari destinati agli impiegati, tutti con orto e giardino per incentivare il legame con la terra, hanno forte analogia con la città nuova di Arsia, oggi in Croazia. Il materiale dominante, la trachite rosa locale presente in tutta la città. Carbonia, mostra ben chiare le linee guida in grado di pilotare e controllare l’organizzazione sociale dello spazio. La piazza Roma è emblematica e simbolica, fulcro della vita sociale, culturale, religiosa ed amministrativa, con le rispettive componenti: la torre littoria, il dopolavoro, il teatro, la chiesa, il campanile e il palazzo comunale, che all’interno contengono ope- 5

[close]

p. 8

re di artisti sardi (Tavolara, Figari, Tilocca) e di altri “continentali” (Mascherini, Crocetti e Forlin). Attorno al campanile della chiesa di San Ponziano si consuma un piccolo dramma diplomatico: Guido Segre, presidente dell’ACaI, lo voleva identico a quello della friulana Aquileia, alto 73 metri, in omaggio ai militi sardi caduti sul Carso, ma nella piazza di Carbonia avrebbe sovrastato di gran lunga la torre littoria, cosa inaccettabile per il regime, e quindi fu ridimensionato a 46 metri. La villa del direttore della miniera, denominata Sulcis, con quelle dei dirigenti e le palazzine per gli impiegati formano un corpo compatto, che si sgrana man mano che si allunga verso la periferia con le case quadrifamiliari, gli alberghi operai e le palazzine intensive. Carbonia era una città del lavoro, destinata ad ospitare una quantità enorme di operai, che avrebbe dovuto produrre 3 milioni di tonnellate di carbone l’anno. Fu necessario creare un ulteriore agglomerato satellite, per 20 mila persone nel villaggio di Cortoghiana, progettato da Saverio Muratori ma rimasto incompiuto. Dietro l’interessante disegno progettuale, però, non vanno dimenticate le migliaia di lavoratori che nei cantieri della città operarono e vissero in condi- 6

[close]

p. 9

zioni al limite del sopportabile, senza alcuna tutela della sicurezza, della salute e dell’igiene. Un proletariato informe proveniente dalle zone più depresse dell’Isola si era riversato nel gigantesco cantiere Carbonia per sfuggire alla fame ed alla disoccupazione. L’aspetto fu ben celato dalla propaganda fascista con gli slogan enfatici di e cientismo, macchinismo e modernismo. Le miserevoli condizioni dei lavoratori trovano voce e spazio in un romanzo del periodo, Terra del Carbone, scritto da Valerio Tonini, ingegnere impegnato nella costruzione di Carbonia con la ditta Fadda & Tonini. Questi disegna un quadro così intenso e reale da dare l’effettiva portata di ciò che Carbonia signi cò per il territorio: speranza e fortuna per alcuni, disperazione e drammi per altri nella nuova dimensione industriale, alla quale non tutti furono in grado di adattarsi. Negli anni del declino delle miniere, Carbonia, sorta in simbiosi ed in funzione della miniera di Serbariu, che chiude la produzione nel 1964, si trova di fronte all’incertezza del futuro economico e della sua stessa sopravvivenza. La città nel corso degli ultimi 35 anni ha dato origine ad una comunità nuova, arricchita da relazioni e culture diverse. Carbonia oggi è una città che ha rivalutato il proprio patrimo- 7

[close]

p. 10

nio architettonico ed urbanistico, facendone punto di forza nell’economia del territorio. Artisti come Giò Pomodoro, Staccioli, Sciola e Campus hanno trovato qui un valido terreno di confronto e uno spazio artistico di rilievo. Carbonia, emblema della città del Carbone, patrimonio materiale e immateriale della grande epopea mineraria sarda, si è evoluta in una città nel senso più vero del termine. Rimane il grande dubbio, però, se una città sopravvissuta all’industria mineraria sia oggi in grado di sopravvivere alla crisi economica del suo territorio. Sabrina Sabiu 8

[close]

p. 11

I L’autocarro si fermò di colpo, sbandato sul anco destro, la ruota posteriore destra a ondata n quasi al mozzo. «Porc’accidenti! qui ci lasciamo balestre e semiasse.» L’autista ingranò la prima e provò a spuntare, per tre o quattro volte, dando tutto acceleratore; il motore ringhiò, le ruote girarono slittando e schizzando all’indietro fango rossastro ma non facevano presa, sulla melma viscida, e l’autocarro non si moveva. Sporgendosi dalla cabina di guida, l’autista gridò ai manovali: «Provate a levare un po’ di fango con le pale, e a buttarci qualche pietra, a veder se agguanta.». I quattro manovali ci si misero d’impegno, ma fu tutto inutile. 9

[close]

p. 12

«Non ci toccherà mica scaricare il carico?» «Ho paura di sì.» «Così s’arriva a buio.» «A buio s’arriva in tutti casi.» L’autista disse: «Be’, sacri chiamo un par di tavoloni...se si riesce a spuntare.» Tolsero due tavole dal carico e le ccarono sotto le ruote posteriori. «Proviamo,» disse l’autista. «Spingete anche voi.» Il motore ruggì, la macchina dette due o tre scrolloni e nalmente fu fuori dalla buca. L’autocarro proseguì la sua marcia per la pista appena tracciata sul terreno tutto pietre e fossi, coperto da una bassa vegetazione di lentischi. Non c’era, dintorno, né una casa né un albero; era una gran landa deserta senza vita umana. Il sole obliquo del tramonto arrossava la terra gialla. Era sempre stata terra abbandonata, quella! Ora, sotto questa terraccia inutile, avevano scoperto il carbone, ed ecco arrivavano i primi uomini, mandati qui a costruire le case per tutta la gente che sarebbe venuta, poi, a scavar la miniera. Ecco incomincia il gran poema dei costruttori della città nuova. Arrivava, quella sera, il primo mitico carro dei fondatori, e il sole rossiccio, prima di calare dietro le ondulazioni collinari dell’orizzonte, si fermò un 10

[close]

p. 13

istante, per illuminare d’un vivo raggio sanguigno il carico di vecchie tavole nerastre da baracca che traballava sopra l’autocarro più sconquassato che s’era trovato per mandarlo, per primo, a farsi da sé la strada fra i lentischi nani. Tre uomini stavano pigiati nella cabina, e uno era seduto in alto, in cima al carico, e masticava pane. L’ultimo raggio di sole brillò per lui, che non se n’accorse. Uno, nella cabina, domandò: «Dove sarà sto’ posto?» «Hanno detto che c’è il caposquadra Secci, ad aspettarci.» «C’è un albero laggiù, e mi par ci sia qualcuno.» «Sì, è Secci.» «Ma di dove si passa, porco cane?» Un albero solitario, contorto e stecchito, e l’uomo diritto vicino ad esso, si stagliavano, ombre nere contro la luce del crepuscolo, su un mammellone appena rialzato, e sembravano, di lontano, lunghissime, in quel deserto. Verso di esse l’autocarro arrancò, a fatica, traballando e sbandando paurosamente sulla pista disuguale, ora a destra, ora a sinistra, che pareva si dovesse rovesciare; perché aveva un carico alto, quasi quattro metri, di ancate e di capriate per baracche smontabili. 11

[close]

p. 14

Secci disse: «Avete tardato un bel po’! M’avete fatto passare una bella nottata, all’addiaccio!» Egli s’era costruito, sotto il ginepro solitario, una specie di capannuccia di frasche, un canile, e lì aveva passato la notte, avvolto in due coperte da campo. «È qui che si deve scaricare?» «Sì. Quei quattro picchetti in terra indicano il posto della baracca.» «L’ingegnere quando viene?» «Domani mattina.» «Mi pare che si passerà all’aria libera anche questa notte.» «Non c’è nulla qui?» «Nulla.» «Be’, ragazzi, scarichiamo.» I cinque uomini si misero a scaricare l’autocarro: l’autista, di sopra, porgeva i pezzi che gli altri, due a due, in pari, prendevano e accatastavano in terra. Era già notte quando smisero. Avevano le camicie sudate. Ora faceva fresco. Il settembre è brutto perché di giorno fa un gran caldo sciroccoso e la notte invece si comincia a sentire il diaccio dell’umido nell’ossa. «Antonio, prepara un po’ di minestra!» Antonio tirò fuori una pentola di coccio, un pacco di pasta, una cipolla, un mazzetto di prezzemolo, 12

[close]

p. 15

un po’ di conserva di pomodoro, una boccetta d’olio e un tegamino di ferro. Accese, con qualche sterpo secco, un fuoco fra tre sassi messi di costa. Tagliò la cipolla e la mise a so riggere con la conserva e il prezzemolo, poi buttò il so ritto nell’acqua della pentola e la fece bollire so ando con forza nel fuoco, standosene a quattro zampe in terra. Così fu fatta la minestra d’olio. Intanto gli altri, alla bell’e meglio, con alcune ancate di baracca appoggiate a contrasto fra loro, avevano formato una specie di baracchetta a due spioventi, per passarci la notte senza farsi cadere addosso la guazza del cielo. Antonio disse: «È pronto.» Mangiarono in silenzio la minestra calda, accovacciati in tondo attorno al fuoco, tagliando col coltello pezzi di pane che alternavano ai cucchiai di minestra. Intanto la notte aveva oscurata la terra: luci, in giro, non se ne vedevano. C’era un fuoco, solo, su un monte; farse di un pastore. La notte aveva steso su tutta la regione il lenzuolo funebre della malaria. I cinque uomini staccarono dal ginepro qualche frasca per farne un giaciglio, entrarono sotto le tavole, si tirarono dietro un paio di ancate per 13

[close]

Comments

no comments yet