Colonialismo, Imperialismo e Fascismo di Maurizio Barozzi

 
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Autore Maurizio Barozzi

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COLONIALISMO – IMPERIALISMO E FASCISMO «Come si spiega la contraddizione che il Fascismo è per l’autodeterminazione dei popoli, sostiene le lotte di liberazione e la lotta del sangue contro l’oro, e poi invece è per il colonialismo italiano e l’Impero? Tratteggiamo alcuni accenni di risposta concettuali e storici» di Maurizio Barozzi Il governo fascista di Mussolini, ereditata una nazione già colonialista, tra il 1935 e il ’36, ne estese lo spazio con la conquista dell’Ethiopia, Il posto al sole, arrivando ad edificare un Impero, anche se ben lontano dalla portata del vasto e variegato Impero britannico che si formò nel tempo con la violenza delle armi e con il sangue, estendendosi in ogni angolo del pianeta e dagli immensi Imperi, possedimenti e sfruttamenti territoriali, palesi o mascherati, di statunitensi e francesi, che garantivano ai rispettivi tenutari e pirateschi ladroni, la possibilità di sottrarre risorse naturali e mano d’opera, per garantirsi tenori di vita sopra le righe. Senza trascurare infine l’Unione Sovietica che alle soglie della seconda guerra mondiale mise in moto un percorso espansivo che poi con la vittoria militare e gli accordi di Jalta si risolse nella costruzione di un blocco di paesi invasi militarmente e ad essa assoggettati, la quale, con la motivazione dell’esportazione del comunismo, ebbe a palesarsi come un vero e proprio “Impero” sotto le mentite spoglie di una costituzione di nazioni di paesi socialisti fratelli dietro la guida della casa madre del comunismo che era l’’URSS. Una favoletta per ingenui, essendo invece, quello sovietico comunista, un vero e proprio “Impero” con tanto di restrizioni libertarie, imposizioni territoriali e obblighi militari, pianificazione economica e quant’altro, imposte a forza e mai verificate da un suffragio elettorale e anzi con tanto di repressioni nel sangue e deportazioni, nel caso di ribellioni. Le ragioni che indussero il fascismo alla svolta “imperiale” che tanto entusiasmo suscitò nel paese, al punto da indurre molti noti antifascisti a rivedere le loro posizioni contrarie al regime di Mussolini, furono 1

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essenzialmente di natura storica e geopolitica, anche se le necessità della ricerca di materie prime in cui, come Nazione, eravamo strutturalmente carenti, e la ricerca di spazi geografici dove travasare l’abbondanza di manodopera e stroncare definitivamente il fenomeno della nostra emigrazione, ebbero un loro forte ruolo. Fu così, come sovente accade nella Storia, che le necessità e le contingenze del tempo, determinarono uno sviluppo storico del fascismo, divergente dai suoi presupposti come movimento rivoluzionario di portata universale, privilegiando gli interessi nazionali che del resto erano la ragione di nascita ed esistenza del fascismo stesso. Questa contraddizione si palesò quando il fascismo fu costretto a ingaggiare una lotta mortale proprio contro gli imperi plutocratici e colonialisti. Ma non fu solo il fascismo come partito nazionale a propugnare la conquista di “un posto al sole”, su questa linea si trovarono anche le altre componenti che gestivano il potere assieme o dietro le quinte del governo di Mussolini: dalla diarchia con la Monarchia, al cattolicesimo desideroso di esercitare la funzione missionaria, dalle correnti borghesi e liberali e dagli interessi confindustriali, tutti da sempre “colonialisti”, come del resto erano stati i governi precedenti al fascismo, anche se con partecipazione di socialisti. Quando dietro all’entusiasmo per il grande impulso delle costruzioni e realizzazioni in Libia, dove nel 1934 venne mandato Italo Balbo come “Governatore”, in Italia si suonavano le note di valorizzazione del colonialismo, tutte queste vecchie e sopravvissute componenti sociali, politiche, culturali e istituzionali, da tempo, ne accompagnavano la musica. A livello ideale, Mussolini aveva iniziato a pensare ad una ampliata e definitiva sistemazione in Africa, fin dal 1929, ma le ragioni storiche della “impresa imperiale africana” vanno ricercate nel contesto internazionale del tempo, laddove all’Italia, già emarginata ed umiliata nelle trattative di pace per la definizione della Grande Guerra e soprattutto dopo gli sforzi di Mussolini nel 1933 per raggiungere un equo balance of power in Europa, disinnescando futuri gravi contrasti, tramite il “Patto a Quattro” con Germania, Inghilterra e Francia, del 1933, prima firmato da tutti i contraenti e poi rifiutato di ratificarlo da britannici e francesi, veniva ad essere inchiodata dai britannici e dai francesi in una posizione subordinata, costringendo Mussolini a reagire e ad indirizzarsi verso la conquista di uno spazio in Africa che ribaltasse e scompaginasse i criminali progetti dei nostri ex alleati, tutti tesi a negare la crescita e il legittimo nostro ruolo, soprattutto nel mediterraneo. Basti pensare che gli inglesi considerarono sempre il Mediterraneo, ragione geopolitica della nostra esistenza, un loro Lago (così come gli Stati Uniti consideravano l’America Latina il loro “giardino di casa”), ponendosi in tal modo come il nostro principale e irriducibile nemico. 2

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Cosicché l’Italia pensò bene di espandersi in Africa incuneando nelle terre orientali di quel continente (circa 1.120.400 kmq, quasi il quadruplo dell’Italia, con una popolazione di circa 28.000.000 di abitanti, di diverse etnie), una presenza che i britannici avvertirono subito come potenzialmente pericolosa per la tranquillità politica del loro controllo imperiale in Africa (sulla Abissinia, come veniva ad essere impropriamente chiamata l’Ethiopia, retta da Ras con sistemi feudali e tanto di schiavitù legittimata, gli inglesi, non considerandola remunerativa per i loro interessi, si erano sempre limitati ad esercitare solo una discreta ingerenza politica a distanza). Fu così che il Duce confermò il nostro ruolo di paese colonialista anche se questo aspetto era in contrasto con alcuni principi, tra cui l’autodeterminazione dei popoli, per cui era nato il movimento fascista. Non fu un caso quindi, né retorica propaganda, che Mussolini e varie correnti culturali del fascismo, con in prima linea l’Universale di Berto Ricci, che al contempo partiva volontario per la guerra d’Ethiopia, intesero dare, come vedremo più avanti, all’Impero italiano quell’aspetto “romano”, nella tradizione di Roma, che lo distinguesse dagli imperialismi fine a sé stessi e finalizzati al solo alla rapina e mero sfruttamento di altrui risorse e beni, relegando gli autoctoni, in tal modo assoggettati, nella apartheid o nella brutale sottomissione, se non al genocidio o alla estinzione come era avvenuto per gli amerindi, i pellirossa, in America. In ogni caso il fascismo come partito di governo, nel ventennio, fu colonialista, anche se come movimento, come idea rivoluzionaria, concettualmente almeno, non lo era affatto. Questi concetti e queste asserzioni, che possono sembrare strane a chi non è ben informato, non le diciamo solo noi, ma come vedremo, riportandone ampi stralci, da un ricercatore storico di ottima caratura, politologo, scrittore e giornalista di comprovata fede fascista e affermata cultura, come lo scomparso e compianto dottor Alberto B. Mariantoni del quale ci avvarremo del suo Saggio “Il posto sole – Guerra d’Africa”, che per la chiarezza di idee e precisione di riferimenti, è una insostituibile guida. Le distorsioni storiche e concettuali del neofascismo Non è qui il caso di riassumere e illustrare il percorso umano, ideologico e politico dei reduci del fascismo dal dopoguerra in avanti, forzato e condizionato da forze e interessi di varia natura, in primis le Intelligence dei nostri occupanti americani, che si configurò come “neofascismo”, laddove in pochi anni, emarginato ogni dissenso, prese forma, una specifica di “fascismo” che era proprio quella che gli antifascisti avevano sempre desiderato che fosse, bandendo ogni presupposto rivoluzionario per attestarsi su posizioni politicamente qualunquiste e socialmente conservatrici, elidendo ogni indirizzo socialista del fascismo e palesando una ideologia dai caratteri 3

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reazionari con posizioni a dir poco aberranti, tutte supportate dall’ alibi dell’anticomunismo che ne doveva giustificare ogni atto. Tanto per darne un accenno, oltre a sostenere il cosiddetto “mondo libero”, quale male minore, quando invece, persino sotto l’aspetto esistenziale, il mondo libero conformato dalla way of life americana, costituiva il peggior nemico dell’uomo, si finiva persino di praticare, in via sistematica e continuativa, il tradimento degli interessi nazionali per dover sostenere e difendere quelli dei nostri occupanti Atlantici. In questo contesto i neofascisti estendevano il concetto di Europa a tutto l’Occidente, essenzialmente dominato dagli Stati Uniti e incluso nella Alleanza Atlantica, comprendendovi nazioni come il Sud Africa e la Rodhesia e persino simpatie verso Israele, definito un baluardo dell’uomo bianco (!) nel vicino oriente. Espunto quindi il fascismo di ogni sua specifica rivoluzionaria, il neofascismo non poteva che schierarsi per gli Stati d’ordine, persino golpisti e militari, come i Colonnelli in grecia e Pinocht in Cila (che di fatto avevano consegnato il paese agli interessi statunitensi), e i regimi conservatori di Spagna e Portogallo dove il potere era posto nelle mani di esosi capitalisti supportati dalla Chiesa. Di conseguenza venivano difese le posizioni colonialiste di queste nazioni, quando la loro occupazione coloniale non aveva alcuna giustificazione, neppure quella di una presunta superiorità spirituale di razza o missione civilizzatrice. Praticamente il neofascismo si è palesato come una variante di destra dell’antafascismo e nessuna attinenza o riferimento può esservi con il fascismo, in particolare il fascismo repubblicano e socialista della RSI che, sgravato da compromessi e adattamenti, rappresenta la genuina e naturale evoluzione della rivoluzione fascista. Si da il caso, però che il neofascismo, in varie sue componenti, attestato su queste posizioni di destra, si è investito anche della giustificazione storica e ideologica del colonialismo, gia fin dai tempi delle sue simpatie verso l’Oas e la confusione che ne è derivata esige oggi una chiarificazione, netta e definitiva. IL COLONIALISMO Torniamo quindi al citato Saggio di Alberto Mariantoni, il quale scrive: «Il Colonialismo, sotto qualsiasi forma, ivi compreso il particolare modello fascista, è una contraddizione in termini con i principi ed i valori di libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare a cui ogni Popolo-Nazione del mondo, non solo ha diritto di ambire o di desiderare ma 4

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addirittura, ha il dovere civile e morale di rivendicare e di ottenere, con qualsiasi mezzo, per poterli tangibilmente concretizzare, per la propria gente e gli altri popoli, nel contesto della società umana» E prosegue Mariantoni senza peli sulla lingua: «Colonialismo: una volgare idea malsana Il concetto (moderno) di colonialismo – inizialmente giustificato ed incoraggiato da un Bolla papale (quella di Alessandro VI Borgia che, nel 1493, aveva suddiviso il Globo terrestre in due metà, l’una arbitrariamente assegnata al Portogallo e l’altra alla Spagna), successivamente legittimato, il 7 Giugno 1494, dal Trattato di Tordesillas (tra i Re cattolici di Spagna e Giovanni II del Portogallo) e, dopo diversi secoli, ulteriormente convalidato dalla Conferenza geografica di Bruxelles (1876) ed, in ultima istanza, ugualmente ed aggiuntivamente ufficializzato e reso ammissibile e praticabile da 14 Paesi[1] che partecipavano alla Conferenza di Berlino (15 Novembre 1884 / 26 Febbraio 1885) – tende ad autorizzare, coonestare e legalizzare l’occupazione militare, la dominazione politicoculturale e lo sfruttamento economico di un Paese su un altro Paese e/o di un Popolo su un altro Popolo. Questo, ovviamente, quando non implica o non ha già implicato – come nel caso degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia, dell’Olanda, del Belgio, della Spagna, del Portogallo, del Sud-Africa e di Israele – la sistematica eliminazione o marginalizzazione delle popolazioni dei territori conquistati, la pulizia etnica o l’espulsione degli autoctoni, l’apartheid, la negazione, il rifiuto o il plagio delle culture aborigene, l’assimilazione forzata delle popolazioni sottomesse e, “dulcis in fundo”, perfino l’ibridazione generalizzata e reciproca (salvo per gli Israeliani… che, nel rapporto con le popolazioni palestinesi sottomesse, tendono a distinguersi e ad isolarsi, praticando delle speciali unioni endogamiche, tra membri della stessa setta, a partire da basi religiose e/o culturali e/o storiche) dei dominatori e dei dominati, nel contesto di un inevitabile habitat multirazziale e multirazzista. In altre parole, il Colonialismo, ai miei occhi ed a quelli (spero…) di chiunque possegga un minimo di umanità e di buon senso, altro non è, né può essere, che l’ordinaria e ripugnante legalizzazione dell’ingiustizia della violenza, del sopruso e della rapina, nonché di un inevitabile, assurdo e devastatore autolesionismo o “masochismo” etnico-culturale! ». Cfr.: “Il posto sole – Guerra d’Africa”, visibile on line, tra gli altri Siti, in: http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/Impero.pdf ed anche ripreso da: http://www.mirorenzaglia.org/2011/05/5-5-1936-impero-italiano-le-ragioni-di-un-torto/. 5

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Questa posizione concettuale del movimento Fascista, si incanala perfettamente nelle posizioni di quei fascisti, come Berto Ricci, che pur consci della ontologica diversità degli uomini e quindi delle razze, hanno sempre rifiutato ogni forma di razzismo suprematista. Un conto è riconoscere e anzi valorizzare le differenze culturali e razziali e tradizioni nell’ambito di ciascuna specificità, ponendole in un contesto oranico, ed un conto è praticare il suprematismo, l’ostracismo, l’apartheid, quando poi lo stesso discorso delle rispettive “superiorità” e “inferiorità” è del tutto relativo investendo oltretutto valori squisitamente spirituali. Del resto si deve proprio alla grande intuizione di Mussolini, superando il Socialismo senza rinnegarlo, la valorizzazione delle diversità ontologiche degli uomini (principio avverso agli “immortali principi”), mettendole a disposizioni del bene comune (socialismo). Non fu casuale quindi che il fascismo riuscì, forse per la prima volta nella storia a portare veramente nello Stato il popolo, nelle sue componenti economiche sociali, professionali, combattentistiche, arti e mestieri (antitesi ad ogni assetto Istituzionale dell’era moderna poggiante su aristocrazie e dinastie travolte dalla loro decadenza: «Dottrina del Fascismo: “Non si torna indietro. La Dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre, L’assolutismo monarchico, fù e così pure ogni ecclesia. Così furono i privilegi feudali, e la divisione in caste impenetrabili, e non comunicabili tra di loro.>>). Berto Ricci, non a caso, ebbe ad affermare esplicitamente: «“Uno dei punti sui quali ci dobbiamo impegnare è la lotta al razzismo perché, in una visione universale del fascismo, l’ascaro fedele è uguale a noi, è 6

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nostro fratello. […] In una visione imperiale la discriminazione razziale non è concepibile»”. Né più né meno di quella visione Imperiale di Roma, che conquista e fa tutti cittadini dell’Impero, riassumendoli e ordinandoli tutti nelle sue Leggi, rispettando anche la pluralità delle confessioni religiose, rappresentate nel Pantheon. E proprio il richiamarsi a Roma, ci induce ad accennare almeno ad un'altra spiegazione: non di rado gli antifascisti, infatti, riferendosi a quei fascisti, oppure ai cosiddetti “rosso bruni”, che nel dopoguerra si sono attestati su posizioni anti imperialiste e anti americane, hanno fatto rilevare la contraddizione che detti fascisti parteggiano per le lotte di liberazione dei popoli, sottomessi dall’imperialismo americano o israeliano, e ne condannano i relativi massacri, ma per altro verso, non avversano il nostro imperialismo a danno di libici e abissini e ne giustificano le repressioni ai tentativi di guerriglia degli autoctoni. Questa contraddizione è evidente, ma se andiamo a ben vedere è più apparente che reale. Non è il caso qui di portarci su discorsi ideologici e filosofici, basta accennare al fatto che, come già indicava la Sapienza antica, nella natura umana, nell’uomo, è connaturata la conquista, la sopraffazione, il possesso e l’esercizio del potere. E’ un archetipo umano che è impossibile eliminare, ma semmai limitare, perché se non ci fossero i freni inibitori, morali e religiosi, i freni di legge e del diritto, i freni di una “autorità” super partes, la terra diverrebbe una jungla e non ci sarebbero limiti alla prevaricazione, alla rapina, all’omicidio, nella peggior abiezione umana, da parte del più forte o del più scaltro a danno degli altri, non bastando le sole virtù positive, pur presenti nell’uomo, a frenare questi istinti criminali e belluini (homo homini lupus). Stante così le cose e preso atto che a questo “archetipo” umano non può esserci “evoluzione” (l’uomo uccideva e derubava dalla notte dei tempi, esattamente come fa oggi, essendosi evoluto solo il “modo” in cui lo fa e lo giustifica, il rapporto culturale in cui si pone con gli altri), stante così le cose, si diceva, resta solo la “sublimazione”, l’incanalazione della natura umana in un contesto di Diritto, di bene comune, di civiltà, laddove sono le virtù che vengono valorizzate e i lati negativi messi sotto controllo: è il principio della civiltà romana ed infatti come vedremo, Mussolini cercherà di dare al colonialismo e poi all’Impero i contorni e le specifica di Roma. In questo senso quindi non si sarebbe più più potuto parlare di “colonialismo” 7

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come sopraffazione e conquista, ma come espansione di civiltà, dove si mette a disposizione dei nativi tecnologicamente meno evoluti, se non quasi primitivi, tecnica e conoscenza e se ne socializzano le risorse territoriali. Una impostazione e una impalcatura, umana, sociale ed istituzionale che per l’epoca storica anteguerra, caratterizzata dal colonialismo sfrenato, poteva funzionare e giustificarsi. Se poi all’atto pratica le cose, nella Africa da noi occupata, non andarono propriamente così e si ebbero anche situazioni di puro colonialismo, più che al fascismo lo si deve attribuire alle tradizioni che caratterizzavano le vecchie componenti conservatrici del nostro paese Basti pensare che entrammo in guerra con la tradizione monarchica del nostro esercito, che presentava una mensa ufficiali e una mensa per i soldati, una stortura che gridava vendetta per per tutti coloro che in quella guerra mettevano in gioco la vita e che infatti con la RSI si cercò di porre rimedio. Il discorso di Mariantoni, quindi, poc’anzi visto sul colonialismo, in riferimento alla storia moderna e contemporanea non fa una grinza, ma in termini metastorici e atemporali, occorre anche fare le considerazioni su esposte. I massacri perpetrati dagli Italiani in Africa Prima di affrontare il discorso dell’IMPERO ITALIANO, delle sue peculiarità e caratteristiche che lo distinguono dagli altri imperialismi, vogliamo subito affrontare le accuse elevate dagli antifascisti all’Italia fascista: quella di aver proceduto a sanguinose rappresaglie in Ethiopia e aver persino usato i gas tossici, arma espressamente vietata dalla Convenzione di Ginevra. 8

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Anche in Libia, precedentemente, ci fu una sanguinosa repressione del movimento senussita impegnato in una guerriglia contro l’Italia. Non abbiamo alcuna intenzione di voler nascondere queste pagine non certo edificanti, ma dobbiamo subito premettere che a differenza di repressioni sanguinarie, perpetrate per esempio dagli inglesi nelle loro colonie e possedimenti (per non parlare negli anni a venire di quelle degli israeliani), aventi spesso il carattere e il fine del vero e proprio genocidio, le stragi commesse da noi italiani furono una reazione, per quanto esagerata, ad episodi di terrorismo, ad attentati sanguinosi contro di noi, un terrorismo che si voleva stroncare definitivamente per la sicurezza dei nostri connazionali e per garantire una pacifica convivenza nella regione. Una distinzione, questa, non indifferente, soprattutto se vi aggiungiamo il fatto che la ricerca storica su questi episodi è carente e non affatto chiara. Gli attentati di cui fummo oggetto in Ethiopia furono particolarmente sanguinosi e scatenarono altrettante sanguinose e forse eccessive nostre rappresaglie, mentre in Libia la repressione fu indispensabile a causa dei continui attacchi della guerriglia senussita nell’Est della Libia. Omar al Muktar, imam e guerrigliero libico cirenaico, fu condannato a morte nel Settembre 1931 (e fu comunque un errore) perché nel corso del processo, aveva formalmente riconosciuto di avere ordinato l’assassinio di un certo numero di prigionieri italiani e di essersi ugualmente reso responsabile della strage di Slauta, dove un’intera tribù di disarmati beduini libici legati all’Italia, venne massacrata dai suoi meharisti. Per quanto riguarda l’uso dei gas tossici, bombe all’iprite, oltretutto un episodio di portata contenuta e non così intenso come lo si è voluto far passare (tantissimi nostri connazionali impegnati in quella guerra non ne ebbero neppure sentore e alcune testimonianze che lo attestano o lo esagerano sono contestate da innumerevoli testimonianze raccolte, in prima battuta, da “Storia Verità” (Marzo 1997), e da ultimo riportate da Filippo Giannini su “Il Popolo d’Italia” del 5 Agosto 2005). Questo limitato impiego criminale, comunque avvenne a causa di una contingenza militare avversa e pericolosa che aveva coinvolto, quello che anni dopo si paleserà come sua indecenza il generale Pietro Badoglio. Il ricorso ai gas, infatti, sarebbe stato espressamente richiesto e preteso dal Generale Badoglio, nel Gennaio del 1936, per poter frenare e quindi contrattaccate, un’inaspettata e travolgente offensiva etiope: «In particolare, quella condotta dai Ras, Immirù (40.000 uomini), Mulughietà (80.000), Cassa e Sejum (40.000 + 30.000) che – puntando in direzione di Tracazzè, Macallè e Tembien – aveva facilmente travolto la 24ª Divisione italiana “Gran Sasso” (presso la località di Dembeguinà), riconquistato la regione dello Sciré, sconfinato militarmente in Eritrea, al punto che non era affatto escluso che potesse ugualmente rinnovare o 9

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replicare, ai danni delle truppe italiane di quella zona del fronte, il massacro di Dogali (26 Gennaio 1887) e/o l’eccidio di Adua-Abba Garima (1 Marzo 1896)» [Cfr.: http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/Impero.pdf[). In definitiva, in quell’epoca, l’impiego di bombe caricate ad iprite (e non limitato e circostanziato come il nostro), si era già verificato in altre occasioni e per motivi meno drammatici ed impellenti della nostra contingenza militare avversa, per esempio: da parte di Sua Maestà britannica, in Russia, nel 1919, contro i Bolscevichi, ed in Iraq, negli anni ’20, contro le popolazioni Curde ed Arabe in rivolta; a cui possiamo aggiungere l’esercito spagnolo, il 29 Giugno 1924, nella regione di Tétouan, in Marocco. E se per noi, questo impiego fu ritenuto dal Badoglio assolutamente necessario e quindi approvato da Roma, per altri campioni di democrazia era invece una prospettiva naturale come attesta, proprio in quel periodo storico, l’allora Ministro delle Colonie del governo britannico Sir Winston S. Churchill: “Non capisco questa schizzinosità circa l’uso di gas. (… ) Sono fermamente per usare i gas contro le tribù incivili”). (Cfr.: http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/Impero.pdf) L’IMPERIALISMO ITALIANO Nelle forme di colonialismo e imperialismo (ma già qui lo stesso nome “Imperialismo” risulta stonato) franco - anglo - americano soprattutto, ma non solo (persino il piccolo e insignificante Belgio deteneva e sfruttava colonie), laddove queste nazioni pirata conquistarono e si impadronirono di terre altrui da colonizzare, depredare e più o meno schiavizzare, tutto il meccanismo imperialista di questi conquistatori era basato sullo sfruttamento del territorio, della mano d’opera locale e dei beni e materie prime sottratte alle terre occupate, genocidando o lasciando la popolazione locale in condizioni indigenti, se non di semi schiavitù o forzandone l’adeguamento alla cultura dei conquistatori per neutralizzarne ogni forma di ribellione. Quel poco di infrastrutture che venivano edificate: qualche strada, un ufficio postale, una banca, bordelli e osterie e trasporti, residence e ospedali, per i civili e militari colonizzatori, erano solo finalizzate allo 10

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sfruttamento pratico e razionale di ciò che quelle terre o quella gente non progredita o addirittura semi primitiva, poteva dare. Diverso il comportamento dell’Italia fascista (seppure risentiva degli influssi di una cultura borghese e conservatrice e delle tradizioni sabaude proprie del ventennio, per cui, in pratica e come accennato, non tutto fu poi così idilliaco) che costruì ogni genere di infrastrutture e servizi, comprese le scuole e gli ospedali, di cui le stesse popolazioni locali, senza alcuna apartheid, potevano beneficiare, in pratica contribuendo alla crescita e sviluppo di quelle terre, da secoli rimaste allo stato primitivo e apportando un beneficio a tutti esteso. L’imperialismo fascista quindi, in quei territori che già avevamo o vennero conquistati negli anni ‘30, apportò un progresso civile di enorme portata costruendo strade, ferrovie, case, scuole, ospedali, ogni genere di infrastrutture di cui beneficiarono anche le popolazioni locali. Basti pensare che il nostro nemico, durante la guerra abissina, il Negus Hailé Selassié. quando venne rimesso al potere, come Imperatore, dagli inglesi, alla fine della seconda guerra mondiale, chiese agli italiani ancora presenti di rimanere nel paese a beneficio di tutti. 11

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Tralasciando le grandi realizzazioni italiane in tutta la Libia, che per efficienza e bellezza risultarono un meraviglioso gioiello incastonato anche in regioni sostanzialmente desertiche, e ponendo lo sguardo sulla conquistata Ethiopia, dove le eterogenee genti vivevano in condizioni semi primitive e vigeva in pieno il diritto alla schiavitù, ecco un riassunto di Alberto Mariantoni, delle principali realizzazioni che furono operate in Etiopia, in soli 5 anni (!) di presenza italiana: «– furono costruiti ed organizzati, ad esempio, numerosi villaggi popolari, come quelli di Oletta e di Bischioftu, nelle vicinanze di Addis Abeba; – venne realizzata la costruzione, in meno di 18 mesi, di 6 grandi assi stradali, due dei quali, da Addis Abeba, continuano ancora oggi a congiungere Massaua (una strada di 1.600 chilometri – e con i mezzi tecnici dell’epoca, cioè con i picconi, le pale e molto “olio di gomito”) e Assab, sul Mar Rosso (la Kombolcia-Assab, una strada di 480 chilometri, fu portata a compimento in soli 6 mesi!), ed un altro, che congiungeva Mogadiscio, sull’Oceano Indiano; – l’edificazione ex novo della ferrovia Massaua-Asmara (attualmente in disuso); – la ristrutturazione della ferrovia Gibbuti-Addis Abeba e la costruzione, in parallelo a quest’ultima, di una strada camionabile, sul tratto Gibbuti-Diredaua, fino alla stazione di Harrar; 12

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– la progettazione e la costruzione (non terminata) delle strade camionabili verso i porti di Berbera e di Zeïla (nell’allora Somalia britannica) e la località di Gambela, alla frontiera con il Sudan; – questo, naturalmente, senza contare le decine e decine di edifici pubblici, di uffici postali, di scuole, di ospedali, di infermerie, di lebbrosari, di stazioni radio, stazioni telefoniche, di alberghi, di caserme, di campi sportivi, di centrali elettriche, di mattatoi, di fognature, di opere idrauliche e di contenimento delle acque dei fiumi, i piani di appoderamento e della messa in cultura di cereali, di fibre tessili, di piante oleaginose; - la ristrutturazione dei porti di Assab (Eritrea) e di Mogadiscio (Somalia); la prospezione mineraria in Etiopia: il rame, nel Tigré e nell’Amhara; il ferro, quasi dappertutto; il piombo e l’argento, nelle diverse regioni dell’altopiano; il carbon fossile e la lignite nel Choa e nella regione del lago Tana; il potassio ed il manganese, nel Tigré; il salgemma, nella Dencalia; il mica ed i silicati nell’Harrar; lo zolfo, nel bacino dell’Auasch, etc. ». (Cfr.: http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/Impero.pdf). 13

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Non è di certo casuale, nè un gratuito omaggio al fascismo, se il settimanale The Economist in un articolo ha raccontato il nobile passato urbanistico della capitale etiope, e le sue prospettive future. Tanto che il giornale on line Il Post che ha commentato l’articolo lo ha titolato: «Ad Addis Abeba il colonialismo fascista ha lasciato pregevoli architetture». Scrivendo: «Addis Abeba ospita pregevoli e ammirate costruzioni dell’occupazione fascista (come anche Asmara, in Eritrea), a cui sono succeduti meno pregevoli edifici pubblici di stampo sovietico durante il periodo marxista del paese, tra il 1974 e il 1991. La scuola architettonica italiana è ancora tenuta in grande considerazione nei progetti urbanistici in esame per affrontare la crescita della città, in cui sono stati coinvolti anche architetti stranieri». (Cfr.: http://www.ilpost.it/2010/08/29/addis-abeba-architettura/). 14

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Non era quindi retorica l’ambizioso progetto mussoliniano di Comunità Imperiale Romana. Come afferma ancora Mariantoni: «Mussolini, infatti, di lì a poco – in aperta sfida e provocazione al colonialismo ed all’imperialismo che erano praticati dalle altre potenze mondiali – volle inaugurare un nuovo tipo di ordinamento dei popoli che allora facevano parte o erano parte integrante dello Stato italiano: quello, per l’appunto, della Comunità Imperiale Romana. Una Comunità, cioè – come spiega il costituzionalista Gaspare Ambrosini – dove ”nessuna parte ha funzione di semplice strumento, né tanto meno è assoggettata a sfruttamento; tutte partecipano allo scopo comune ed ai comuni vantaggi, conformemente alla tradizione di Roma che (…) associava i popoli al suo destino” (citato da Michele Rallo, “L’epoca delle rivoluzioni nazionali in Europa”, vol. IV°, Ed. Settimo Sigillo, Roma, 2002). Qualunque sia o possa essere il giudizio che, oggi, si possa esprimere sulla Colonizzazione fascista, è ovvio che quel tipo di ordinamento – sia nel concetto che nella sua applicazione pratica – era diametralmente all’opposto di ogni forma di dominazione dei popoli, quale era praticata, in quel periodo, dall’insieme delle potenze coloniali europee ed extra-europee». E non è superfluo sostenere che mentre non era raro il caso che inglesi e francesi, da veri colonialisti, soggiornavano o presidiavano le località a loro assoggettate, stando tra la gente con il frustino in mano, gli italiani ebbero un ben diverso comportamento. Come conferma Romano Bracalini: «“gli Italiani, anche col fucile e il casco coloniale, restavano dei poveri cristi che andavano in Africa per lavorare e come colonialisti erano dei dilettanti. Si comportavano diversamente dagli Inglesi, che tenevano il frustino sottobraccio e non davano confidenza agli indigeni” (“Storia Illustrata”, n. 334, Settembre 1985)». Sintomatico, inoltre, era stato, già dall’inizio della Guerra d’Africa (1935), il gesto di Luigi Pirandello (che aveva offerto la medaglia d’oro del suo Premio Nobel); il filosofo antifascista Benedetto Croce donò alla Patria della sua medaglietta d’oro di Senatore, mentre il PCI, clandestino, dell’agosto 1936, nel suo mensile “Lo Stato Operaio” n. 8 pubblicò un manifesto indirizzato a tutti gli Italiani, anche “ai fratelli in camicia nera” invitando all’unione del popolo italiano, fascista e non fascista, in cui, tra l’altro, si affermava: “Lavoratore fascista ti diamo la mano. Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace e di libertà, di difesa dei lavoratori … ”. 15

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