N° 2 - Filmese Novembre 2018

 

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N° 2 - Filmese Novembre 2018

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2 722018·2019 • Il punto CINEMA AFRICANO NOVEMBRE 2018 1 IL PUNTO 2 PROGRAMMA DI NOVEMBRE 3 FILM 7 RASSEGNA STAMPA 8 INTERVISTA 9 FESTIVAL DI CANNES 10 FESTIVAL DI LOCARNO 11 FESTIVAL DI VENEZIA 13 FESTIVAL DI SAN SEBASTIÁN 14 CINESOFIA 15 CELLULOSA&CELLULOIDE 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. si ringrazia Ospitiamo un intervento di Giusy Buemi, direttrice artistica, insieme a Stefano Gaiga, del Festival del Cinema Africano di Verona. Anche quest’anno il Circolo del Cinema rinnova la collaborazione con il Festival attraverso l’omaggio al grande regista senegalese Djibril Diop Mambéty - a vent’anni dalla scomparsa - proposto nella programmazione di novembre del Circolo. La mia collaborazione con il Festival di Cinema Africano ha inizio nel 1996, quando questo era ancora una rassegna. Diventa festival solo nel 2017 e da allora ne sono direttrice artistica con Stefano Gaiga. Nella rassegna del ’96 era inserita una retrospettiva sul cinema algerino; io mi stavo laureando in Scienze internazionali e diplomatiche e dovevo scegliere l’argomento della tesi: ero orientata sull’Algeria perché frequentando il corso di Storia e istituzioni dell’Africa mi ero appassionata a questo paese che in quegli anni stava vivendo l’immane tragedia del terrorismo di matrice islamica. Parlando fluentemente francese, mi proposi come interprete all’equipe che organizzava la rassegna e con l’occasione vidi tutti i film in programma, rimanendo folgorata da quel cinema tanto politicizzato e trovando così l’ispirazione per la mia tesi! In accordo con la mia relatrice, decisi che l’argomento della tesi sarebbe stato il cinema algerino come strumento di propaganda usato dal FLN (Fronte di Liberazione Nazionale) per legittimare un potere che non era stato ottenuto mediante libere elezioni, ma con un colpo di stato. L’Algeria ottenne l’indipendenza dalla Francia nel ’62 dopo un’estenuante guerra durata 8 anni: il FLN divenne quindi un regime a partito unico che ancora oggi ha in mano il destino del paese. Deciso il titolo, rimaneva il problema di reperire il materiale per la mia ricerca, visto che in quel periodo non era possibile andare in Algeria. Durante la rassegna conobbi il regista Rachid Benhadj, il quale mi indirizzò al Centre Culturel Algérien di Parigi, fornito di un’ottima biblioteca e cineteca. Qui, grazie anche al suo intervento, venni accolta a braccia aperte e mi fu messo a disposizione tutto il materiale di cui avevo bisogno. Ebbi anche l’opportunità di incontrare molti rifugiati politici, per lo più intellettuali, giornalisti e scrittori, scappati a Parigi perché in quegli anni appartenere a queste categorie era una sicura condanna a morte da parte del GIA (Gruppo Islamico Armato). Rimase, però, il rimpianto di non essere potuta andare in Algeria per fare ricerca e da allora coltivai il sogno di visitare questo paese, di cui avevo sì una conoscenza approfondita, ma che sentivo di dover vivere in prima persona. Così, quando l’anno scorso incontrai Benhadj al Festival di Milano e mi presentò il direttore della Cineteca di Algeri, colsi l’occasione per manifestare la mia intenzione di partecipare al famoso Festival International du Film Arabe d’Oran. Attraverso questo contatto ottenni infine un invito a partecipare come membro di giuria della sezione documentari. Il 24 luglio 2018 finalmente il mio sogno si realizza: avevo in mano il biglietto aereo che mi avrebbe portato in Algeria! Al mio arrivo, sono stata accolta dallo staff del festival, che da quel momento si occupò di me con tutti gli onori. Dal 25 al 31 luglio, il festival, che è organizzato dal Ministero della Cultura, mostra il meglio della cinematografia araba, spaziando dal Maghreb al Medio Oriente, ed è diviso in tre sezioni: lungometraggi, cortometraggi e documentari. Numerosi gli ospiti illustri, da famosi attori e attrici conosciuti in tutto il mondo arabo, fino ai grandi registi algerini Merzak Allouache, i cui film sono regolarmente presentati al nostro festival, e Rachid Bouchareb. Un vero onore per me lavorare con tanti illustri colleghi. Particolarmente esaltante l’esperienza delle due serate di apertura e chiusura del festival, con tanto di sfilata sul red carpet. Prima di rientrare, a conclusione della mia esperienza algerina, sono riuscita a visitare i luoghi della capitale dove nel ’65 fu girato il film di Gillo Pontecorvo, La battaglia di Algeri. Il mio sogno algerino non è stato deluso! Giusy Buemi

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programma di novembre 2018 GIOVEDÌ 8 NOVEMBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 STILL RECORDING regia di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub Siria, Libano, Qatar, Francia, Germania, 2018 – durata 116’ Versione originale sottotitolata in italiano SERATA CON OSPITE evento speciale - doppia proiezione GIOVEDÌ 15 NOVEMBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 LE FRANC regia di Djibril Diop Mambéty Senegal, Svizzera, Francia, 1994 – durata 45’ Versione originale sottotitolata in italiano LA PETITE VENDEUSE DE SOLEIL regia di Djibril Diop Mambéty Senegal, Francia, Svizzera, Germania, 1999 – durata 45’ Versione originale sottotitolata in italiano SERATA CON OSPITE GIOVEDÌ 22 NOVEMBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 GIRL regia di Lukas Dhont Belgio, Paesi Bassi, 2018 – durata 105’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 29 NOVEMBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 BÊTES BLONDES regia di Alexia Walther e Maxime Matray Francia, 2018 – durata 100’ Versione originale sottotitolata in italiano sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 2

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film GIOVEDÌ 8 NOVEMBRE 2018 5 ORE 16.30 / 19 / 21.30 STILL RECORDING regia di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub Siria, Libano, Qatar, Francia, Germania, 2018 – durata 116’ Versione originale sottotitolata in italiano SERATA CON OSPITE ORE 21.30 FESTIVAL E PREMI In concorso alla 33. Settimana Internazionale della Critica della 75. Mostra del Cinema di Venezia, vincitore del Premio del Pubblico Sun Film Group e del Premio Mario Serandrei per il Miglior Contributo Tecnico; Premio FIPRESCI; Premio per l’Inclusione Edipo Re. Soldati che, invece di un mitra, imbracciano la telecamera. Anzi no: cineasti coraggiosi che non hanno bisogno di effetti speciali, perché le bombe che esplodono a pochi passi da loro e i cecchini appostati all'ultimo piano di palazzi abbandonati sono reali. Ancora: ragazzi, giovani, appassionati di cinema e di vita che si ritrovano loro malgrado a convivere con la guerra. Già, perché la guerra, loro, non se la sono cercata, la guerra è il pane quotidiano di chi è nato e vive in Siria. 480 minuti di riprese, 2 ore sul grande schermo. Questo è Still Recording, piccolo capolavoro di neorealismo mediorientale – o, forse, sarebbe meglio chiamarlo iper-realismo, visto che la macchina da presa non si scolla neanche per un momento dalla realtà – firmato dai trentenni Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub. Che cos'è la guerra? Che costa sta succedendo davvero in Siria? Il documentario pluripremiato alla Mostra del Cinema di Venezia risponde a queste domande in maniera esaustiva, asciutta, senza voler fare retorica e senza dare giudizi su una delle più grandi tragedie contemporanee. Al Batal e Ayoub ci mostrano il conflitto dall'interno, portando lo spettatore tra Ghouta, Douma e altri luoghi sotto assedio, ma mostrando anche la "leggerezza" di una compagnia di amici che dopo essere scampati a un assalto hanno la forza di sorridere in gruppo, raccontarsi storielle divertenti o, addirittura, organizzare una piccola festa di matrimonio. I due siriani alla conquista del Lido hanno lasciato senza fiato il pubblico, offrendo un lavoro onesto e mai banale, che non a caso ha sbaragliato la concorrenza dell'ambito Premio del Pubblico della Settimana Internazionale della Criti- ca. Proprio le proiezioni della SIC (a cui ha partecipato una giuria under 35 composta da Soci del Circolo del Cinema di Verona) è stata l'occasione per avvicinare i due autori, al debutto cinematografico. «Ci sono scene forti? Certo, ma noi siamo abituati a cose di questo tipo – hanno commentato – vivere in Siria significa sapere che da un momento all'altro potrebbe esplodere una bomba o potresti essere colpito da un cecchino. Perché ci muoviamo e riprendiamo con tanta disinvoltura? Semplice: perché abbiamo voglia di vivere e di mostrare al mondo ciò che succede qui. E per vivere bisogna essere consapevoli, ma non avere paura». I due autori studiano cinema (e lo insegnano, come si vede nelle sequenze iniziali del film) e dopo il piccolo successo di quest'opera prima, amanti e critici della settima arte sono pronti a scommettere sul loro talento: dopo averci mostrato la realtà, la loro realtà quotidiana, li aspettiamo per la consacrazione dietro la macchina da presa, magari filmando qualcosa di diverso, ma che ci porti con la stessa determinazione dentro una società e un modo di vivere tanto differenti dal nostro. Anche questo, in fondo, significa vivere senza avere paura. Luca Romeo t.o. Lissa ammetsajjel – regia: Saeed Al Batal, Ghiath Ayoub – fotografia: Saeed Al Batal, Milad Amin, Raafat Bayram, Ghiath Beram, Abdel Rahman Najjar – montaggio: Qutaiba Barhamji, Raya Yamisha – consulenza artistica: Rania Stephan – produzione: Mohammad Ali Atassi, Bidayyat for Audiovisual Art – Siria, Libano, Qatar, Francia, Germania 2018 – 1h 56’ – v.o. sottotitolata in italiano SAEED AL BATAL Nato il 5 Febbraio 1988 a Tartous, Siria, Saeed Al Batal è giornalista, fotografo e regista. Ha insegnato fotografia e giornalismo. Ha lavorato in molte radio come cronista. Scrive articoli sulla situazione siriana per agenzie e istituzioni a livello mondiale. È uno dei fondatori della galleria d’arte online Sam Lenses e del progetto Humans of Syria. GHIATH AYOUB Nato il 20 Settembre 1989 a Yabrod, Siria, Ghiath Ayoub è un regista e visual artist con esperienza nel campo della produzione video. È cofondatore di alcuni open space in Beirut, come il Riwaq Beirut e il Workshop51. Ha partecipato a numerose iniziative sociali, tra le quali Humans of Syria, presentando le sue opere video e di graphic design su diversi siti web e spazi espositivi internazionali. 3

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film GIOVEDÌ 15 NOVEMBRE 2018 6 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LE FRANC LA PETITE VENDEUSE DE SOLEIL regia di Djibril Diop Mambéty Versioni originali sottotitolate in italiano SERATA CON OSPITE ORE 21.30 Nel 1988 Jean-Luc Godard presentava al pubblico Histoire(s) du cinéma. All’interno il regista della Nouvelle Vague si poneva l’iconica domanda: esiste una o più storie del cinema? Se si guarda alla manualistica del cinema, pare esserci una sola storia che procede in maniera lineare con qualche appendice. Tuttavia la storia del cinema si compone di rotture, balzi, rinascite, scomparse. Basti pensare che il cinema africano, inteso come cinema di terra africana fatto da cineasti africani, nasce mezzo secolo dopo la nascita del cinema di Lione. Tra i maggiori esponenti, se non il più importante per linguaggio filmico innovativo e capacità di analisi della condizione africana, che segnerà la nascita sentimentale del cinema africano, c’è il senegalese di Dakar, Djibril Diop Mambéty. Si formò da cineasta (o meglio, non si formò) in maniera anticonvenzionale rispetto al cammino intrapreso da suoi conterranei (come Souleymane Cissé a Mosca), vedendo centinaia, se non migliaia, di film e facendosi prestare una videocamera da un suo professore. Dalla visione dei film imparerà tutto ciò di cui avrà bisogno, come Cassavetes o lo stesso Godard. Personalità vulcanica, grande sognatore, rivoluzionerà per sempre il cinema africano diventando padre spirituale dei cineasti più giovani, come il grande – da poco scomparso – Idrissa Ouedraogo, del quale riprenderà il “backstage” di Yaaba (1989), traendone lo splendido cortometraggio Parlons Grand-mère. Alla sua morte sopraggiunta nel 1998 avrà realizzato solo sette film, tutti autofinanziati (il CNC, dalla fine della prima generazione africana, smise di finanziare il cinema africano), che però cambieranno radicalmente la 4 percezione del cinema africano e dell’Africa stessa. Per la prima volta un africano aveva trovato un proprio linguaggio, diverso da quello occidentale, attraverso le immagini in movimento; diventando espressione della ricerca africana della propria personalità dopo gli anni del colonialismo. Djibril Diop Mambéty è stato il maestro e poeta del cinema africano, colui che riuscì a tenere assieme la destrutturazione del linguaggio filmico assieme alla critica sociale, la visionarietà dell’immaginario con la comicità popolare (il primo film comico africano è il suo Contras’ City), la rivoluzione della sintassi con l’innovativo uso del sonoro. Il suo cinema ad oggi rimane una ventata di freschezza per la libertà di cui si costituiscono le immagini e la lucida analisi sulle contraddizioni della decolonizzazione, processo mai davvero compiuto per il regista senegalese. Nell’ultimo segmento della sua vita si occupò di formare una trilogia di lavori brevi, i cosidetti Contes des Petites Gens, che avrebbero costituito il corpus di un film al fine di celebrare i cento anni dalla nascita del cinema. Purtroppo Djibril Diop Mambéty se ne andò troppo presto, lasciandoci comunque due splendidi lavori brevi: Le Franc, storia di un musicista povero e di una singolare vincita alla lotteria, e La Petite Vendeuse du Soleil, in cui una bambina zoppa vende ogni giorno il giornale «Le Soleil» per le strade della sua Dakar. Alessandro Del Re t.o. Le Franc – regia: Djibril Diop Mambéty – sceneggiatura: Djibril Diop Mambéty – fotografia: Stéphan Oriach – montaggio: Stéphan Oriach – musiche: Issa Cissokho, Dieye Ma, Moussa N'Diaye – interpreti: Dieye Ma (Marigo), Aminata Fall, Demba Bâ – produzione: Waka Films, Silvia Voser – Senegal, Svizzera, Francia, 1994 – 45’ – v.o. sottotitolata in italiano t.o. La Petite Vendeuse de Soleil – regia: Djibril Diop Mambéty – sceneggiatura: Djibril Diop Mambéty – fotografia: Jacques Besse – montaggio: Sarah Taouss-Matton – musiche: Wasis Diop – interpreti: Lissa Balera (Sili), Moussa Baldé, Aminata Fall, Dieynaba Laam, Tayerou M’Baye, Martin N’Gom, Oumou Samb – produzione: Maag Daan, Waka Films – Senegal, Francia, Svizzera, Germania, 1999 – 45’ – v.o. sottotitolata in italiano DJIBRIL DIOP MAMBÉTY Nato nel 1945, nella regione di Dakar, figlio di un Imam, Djibril Diop Mambéty è ritenuto tra i più geniali cineasti del cinema africano. È noto soprattutto per il suo primo lungometraggio, Touki Bouki (1973), divenuto un vero cult del cinema africano. Arriva al successo anche in campo internazionale grazie alla presentazione, nel 1992, della sua pellicola Hyènes al Festival di Cannes, dove riceve grandi apprezzamenti di pubblico e critica. Poco prima di morire a causa di un tumore, stava completando un'altra opera cinematografica (Malaika) che, abbinata a Le Franc e La Petite Vendeuse de Soleil, sarebbe stata l'ultima parte della Trilogia della piccola gente.

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film GIOVEDÌ 22 NOVEMBRE 2018 7 ORE 16.30 / 19 / 21.30 GIRL regia di Lukas Dhont Belgio, Paesi Bassi, 2018 – durata 105’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI In concorso al 71. Festival di Cannes, vincitore della Caméra d’Or, della Queer Palm, del Premio FIPRESCI e del Premio alla miglior interpretazione per la sezione Un Certain Regard a Victor Polster; Sebastiane Award per il miglior film al 66. San Sebastián International Film Festival; Sutherland Award per la miglior opera prima al BFI London Film Festival 2018. E io davanti allo specchio grande / Mi paro gli occhi con le dita a immaginarmi / Tra le gambe una minuscola fica. A distanza di oltre vent’anni dalla comparsa all’interno dell’album Anime salve (1996), Prinçesa rimane una delle più straordinarie e puntuali ricognizioni popolari sul tema della transessualità. De André, che trae la vicenda della canzone da quella reale della transgender brasiliana Fernanda Farias De Albuquerque, in poco meno di cinque minuti riesce con naturalezza a porre l’accento su un passaggio che troppo spesso rimane ai margini del discorso – narrativo, anche cinematografico – sulla transessualità. Sacrificata agli obblighi di sceneggiatura che privilegiano il conflitto (più facile da rappresentare) col mondo esterno, quanto finisce trascurata è la misura incolmabile di una necessità, anzi di un’urgenza, che è innanzitutto interiore. Basterà ricordare due esempi recenti e decisamente “mainstream” come Transamerica (2005) e The Danish Girl (2015): là dove il pur buon film di Duncan Tucker portava per necessità all’esterno i conflitti della sua protagonista, a favore di una sceneggiatura che sceglieva con decisione la strada della commedia, la pellicola di Tom Hooper ci arrivava invece per incapacità di raccontare con autentica partecipazione gli intimi tormenti di Lili Elbe, prima transessuale della storia, ridotti a iper-calligrafica estetica del piagnisteo. Il giovane regista fiammingo Lukas Dhont, al suo pluripremiato esordio nel lungometraggio, sceglie una via assai più impervia e personale, poco guardando anche al quasi coetaneo Xavier Dolan, chiassoso campioncino del cinema queer a marchio millenials. Semmai, nel radar registico di Dhont, si captano echi di Téchiné, Sciamma e, soprattutto, dei connazionali Fratelli Dardenne. Ma sono echi tutto sommato scontati, non così decisivi nell’economia di un esordio che segna la nascita di un autore cui varrà la pena prestare attenzione per il futuro. In Girl è già tutto nell’incipit, con quel nome, Lara, invocato con dolce insistenza, cui si contrappongono le immagini del risveglio della protagonista; risvegli su cui il regista tornerà non a caso più volte. Lara è già: in famiglia, come a scuola e all’ospedale. È Victor, semmai, a non essere invece ancora scomparso: l’inevitabile presenza del suo corpo, della sua fisicità, è il risveglio cui Lara è di continuo costretta, l’estremo ostacolo che si interpone a impedire il perfetto coincidere di interiorità ed esteriorità. Impermeabile a ogni mano tesa, a ogni offerta affettuosa di sostegno, Lara compie la sua parabola con il sorriso perennemente stampato sulle belle labbra dipinte di rosso, che lei offre al mondo come rassicurante eppure evasiva risposta a ogni sollecitazione. Ma quel sorriso – grazie all’incredibile interprete Victor Polster, che è e non fa Lara – veicola infiniti messaggi che vanno dal dispetto, all’irrequietezza, al più struggente dolore, nel rendere la battaglia di una creatura con se stessa per uscire dall’inaccettabile perimetro di un sesso che non è più possibile abitare. La camera a mano non lascia un secondo il corpo di Lara, unico campo su cui questa battaglia si consuma, scrutandone i mutamenti con la stessa impaziente partecipazione della ragazza e utilizzando la danza classica come rappresentazione di un conflitto anima/corpo che letteralmente martirizza la carne, sfianca le ossa, butta sangue e sudore. Come nell’esemplare ultima coreografia, quasi horror nel suo incedere (elemento affatto estraneo al cinema sulla danza classica, da Scarpette rosse a Il cigno nero), che ci consegna diretti a un finale solo apparentemente estremo, invece inevitabile e già preparato con intelligenza sin dalle prime scene. Luca Mantovani regia: Lukas Dhont – sceneggiatura: Lukas Dhont, Angelo Tijssens – fotografia: Frank van den Eeden – montaggio: Alain Dessauvage – scenografia: Philippe Bertin – costumi: Catherine Van Bree – musiche: Valentin Hadjadj – interpreti: Victor Polster (Lara), Arieh Worthalter (Mathias), Oliver Bodart (Milo), Tijmen Govaerts (Lewis), Katelijne Damen (Dr. Naert), Valentijn Dhaenens (Dr. Pascal), Magali Elali (Christine), Alice de Broqueville (Lois) – produzione: Menuet Producties, Frakas Productions, Topkapi Films – Belgio, Paesi Bassi, 2018 – 1h 45’ – v.o. sottotitolata in italiano LUKAS DHONT Lukas Dhont, classe 1991, è un giovanissimo regista e sceneggiatore belga, diplomatosi alla KASK Art Academy di Gand, dove vive. Dopo aver girato alcuni cortometraggi – Corps perdu (2012), De Lucht in mijn Keel (2012) e L’Infini (2014), quest’ultimo in concorso agli Oscar come miglior cortometraggio nel 2015 – debutta nel lungo con Girl (2018). Il film ripercorre tematiche, quali la danza classica e il conflitto sesso/genere, già affrontati nei precedenti lavori brevi e viene selezionato in concorso al 71. Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard. Girl è stato scelto per rappresentare il Belgio nella corsa agli Oscar 2018 nella categoria Miglior film in lingua straniera. 5

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film GIOVEDÌ 22 NOVEMBRE 2018 8 ORE 16.30 / 19 / 21.30 BÊTES BLONDES regia di Alexia Walther e Maxime Matray Francia, 2018 – durata 100’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Premio Circolo del Cinema alla 33. Settimana Internazionale della Critica alla 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. «La testa di Orfeo, separata dal corpo, chiude gli occhi al mondo e li apre alla visione. Non cessa però la sua pena, il suo canto non si interrompe. Per averci invitato ad accogliere questo richiamo, a guardare al dolore del vivere con sorriso assonnato, a viaggiare con vorace smemoratezza ingozzandoci di fiori e quintali di tartine al salmone, in compagnia di giovani feriti e bellissimi alla ricerca di un sapore che pare perduto. Per aver insinuato che la memoria è lo scandaglio del nostro presente, ma scordare è un atto rivoluzionario quanto cercare risposte da una sitcom camp o consigli da gatti risentiti. Per averci immersi in un ciclo di letargie e risvegli che riscrive i tratti del reale e affoga l’immagine nel sogno. Per averci obbligato a resettare i nostri sensi e le nostre costruzioni, dimostrando che un cinema radicale e svergognato è sempre possibile, anzi necessario». (Motivazione della giuria) Corri Fabien, corri. Non c’è tempo per fermarsi e aspettare che i ricordi riemergano: che cos’è il tempo, quando la memoria affonda nel sonno e il risveglio è un nuovo presente, lucido e ripulito dalle schegge della vita appena trascorsa? Il viaggio del protagonista inizia in un bosco, squarciato dalla luce solare in un mondo fiabesco e indecifrabile, ma solo per lui, che non percepisce gli odori e assimila voracemente la materia che lo circonda. Alla ricerca di una traccia, un segno evanescente da seguire prima che si dissolva la sua storia, Fabien incontra Yoni, giovane militare e ladro di teste, il primo compagno di una discesa senza fiato in un mondo in apparenza normale, reso assurdo e mutevole dal suo sguardo. Fabien era Patrice, in una sitcom francese anni Novanta, ma un incidente ha cambiato per sempre la sua percezione del reale: è un uomo senza passato, disorientato dal suo stesso corpo e assalito da sensi sconvolti. Partirà insieme a Yoni per seguire la strada del ritorno e raggiungere la propria casa, scoperchiando ricordi sfioriti: l’immemore Candide, divoratore di tartine al salmone, si getta nel ventre di una realtà che sceneggiatura e fotografia delineano e smembrano continuamente, trasportandoci in un delirio visivo di cui il protagonista è la chiave. La leggerezza del suo passo nel mondo grottesco che lo circonda è velata dal lutto, dal ricordo di un’unione perduta e poi dimenticata nel continuo riciclo di animali, volti e gesti che sfiorano Fabien. Alexia Walther e Maxime Matray gettano il nostro sguardo in pasto alle forme di un racconto in bilico tra le radici letterarie e la pulsione a mescolare stimoli e generi visivi, sovrapponendo a divagazioni, personaggi e animali il corpo e i movimenti scomposti di Fabien – interpretato da un magnifico Thomas Scimeca – che solo di rado svelano la malinconia del suo vagabondare. Francesco Lughezzani t.o. Bêtes Blonde – regia: Alexia Walther e Maxime Matray – sceneggiatura: Kornél Mundruczó, Kata Wéber – fotografia: Simon Beaufils – montaggio: Martial Salomon, Jeanne Sarfati – scenografia: Barnabé d’Hauteville – suono: Colin Favre-Bulle, Luc Meilland, Sébastien Pierre – interpreti: Thomas Scimeca (Fabien), Basile Meilleurat (Yoni), Agathe Bonitzer (Katia) – produzione: Emmanuel Chaumet – Ecce Films – Francia, 2018 – 1h 40’ – v.o. sottotitolata in italiano ALEXIA WALTHER e MAXIME MATRAY Alexia Walther (1974), svizzera, laureata all’ESAV di Geneva, scrive e lavora fra Ginevra e Parigi. Maxime Matray (1973), francese, ha studiato all’École Nationale Supérieure d’Arts à la Villa Arson di Nizza. Nel 2006 Alexia e Maxime iniziano a lavorare insieme con il cortometraggio Twist, poi vincitore del Grand Prix al festival internazionale Entrevues Belfort. Da allora hanno diretto svariati cortometraggi. Bêtes blondes è il loro primo lungometraggio, vincitore del Premio Circolo del Cinema alla 33. Settimana Internazionale della Critica. 6

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rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA Still Recording di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub È documentario? È film? È cinema? Di sicuro è presa diretta. Della guerra civile siriana, di Damasco sconvolta dalle bombe e dagli assedi, di momenti privati e pubblici, dell’ufficialità e della clandestinità, di ciò che si fa perché venga visto (come i murales e le manifestazioni) e di quello che si fa sperando che nessuno veda […]. Ma soprattutto è presa diretta della vita e ancora più della morte: “still recording” è un aggettivo dedicato alla telecamera rimasta accesa dopo che uno degli uomini che inquadrava viene colpito da un cecchino. […] Nella massima ricerca di onestà, non costruisce, non monta, non specula. Racconta per successione, per accumulo, limitando la struttura a una semplice alternanza di scontri a fuoco e di attese, incorniciata tra due momenti di morte, e introdotta da un prologo che si svolge durante un corso di fotografia […]. Le riprese partono e la realtà della guerra civile s’impone su ogni ipotesi programmatica, mette al bando ogni estetismo, trascorrendo di continuo dal tragico al grottesco […]. Non c’è, ed è un pregio, l’intento di denuncia. Si sposa la causa rivoluzionaria ma senza abbracciare posizioni confessionali né tanto meno Daesh (l’Isis nel linguaggio comune) […]. Nato per caso, messo insieme con pazienza, Lissa ammetsajjel è un’opera tremenda e a tratti perfino divertente, un oggetto liminale e prezioso, un cineocchio indimenticabile. Un atto di fede nella potenza delle immagini, e una salutare disintossicazione dai suoi opposti usi perversi, la mediocrità spettacolare e la presunzione autoriale. Alberto Anile da Catalogo 33. Settimana Internazionale della Critica LeFranc eLaPetiteVendeusedeSoleil di Djibril Diop Mambéty Djibril Diop Mambéty è il poeta del cinema dell’Africa nera, l’artista d’avanguardia più visionario e musicale, che ha saputo re-inventare l’Africa con le sue immagini cariche di umorismo e saggezza. Il suo è un cinema che racconta la piccola gente, alla quale aveva da sempre guardato con amore e dedicato, in particolare, quella che avrebbe dovuto presentarsi, una volta completata, come la trilogia su Dakar e i suoi abitanti ai margini e ricchi di umanità. Una magnifica trilogia iniziata con Le franc (id., 1994), proseguita con La petite vendeuse de Soleil (id., La piccola venditrice del Sole, 1999) e interrotta dalla morte del regista avvenuta nel 1998. La petite vendeuse de Soleil è uscito postumo, ma quasi del tutto montato dall’autore. In trent’anni Diop Mambéty ha realizzato poche ma memorabili opere d’arte, che hanno contribuito a dare un’identità adulta alla cinematografia africana. […] Fin da subito il cinema di Diop Mambéty si colloca in un doppio spazio, radicandosi nelle brucianti questioni relative al continente africano (il rapporto con la propria cultura, le utopie dell’Occidente, il sogno della partenza, la politica disastrosa del Fondo Monetario Internazionale) ma allo stesso tempo ponendosi in stretto contatto con il cinema sovversivo che veniva prodotto ovunque nel mondo. […] La città di Dakar, il mare, i corpi danzanti, la musica e le voci costituiscono un’esemplare ed energica sinfonia di suoni e immagini presente in tutta l’opera dell’autore. Giuseppe Gariazzo da Breve storia del cinema africano, Lindau 2001 Girl di Lukas Dhont Lukas Dhont è giovane (ventisei anni), è esordiente (nel lungo, perché con il corto L’infini aveva già conquistato una nomination all’Oscar), ma non ha l’ansia di far vedere quanto è bravo, di imporre il suo stile. E così “si accontenta” di esaltare il talento e la sensibilità di Victor Polster, l’attore e ballerino che diventa Lara, che incarna il suo corpo imprigionato, i desideri che bruciano, il dolore. Una scelta stilistica ben precisa, buona e giusta, potente: il regista belga non scrive le emozioni, lascia che emergano dalla realtà dell’attore (Victor che fa Lara), dalla verità del personaggio (Lara che emerge da Victor), prendendosi tutto il tempo necessario; non cerca (quasi) mai la scorciatoia del lirismo, se si esclude il prologo dolaniano il cui il nome “vero”, Lara, risuona dolcemente come una promessa di felicità, o l’epilogo troppo giubilatorio; ha un talento speciale quando si tratta di mettere in scena la danza, di stare attaccato a quel corpo, nel suo movimento elegante e furioso, seguito con sadico trasporto, in un crescendo travolgente (l’ultima danza è asfissiante, claustrofobica, horror), dentro una ripetizione ossessiva che riflette lo spirito, l’esercizio della disciplina. Tutto è fondato nella relazione tra i corpi nello spazio dell’inquadratura: quello ideale, segreto, costruito da Lara, che a noi sembra di vedere al centro della scena, e quello evidente ma nascosto, ingombrante, di Victor, che subisce la sua violenza (ma anche qui, cosa è naturale e cosa ideale, dove finisce la carne e inizia la cultura?). In un magnifico dialogo (clinico), lo psicologo la sostiene, la incoraggia, le offre comprensione culturale, e lei balbetta il suo disagio, il dolore che brucia dentro, perché a lei non basta la cultura, lei vuole la natura (femminile). Fabrizio Tassi da Cineforum N.575 giugno 2018 Bêtes blondes di Alexia Walther e Maxime Matray Bêtes blondes, brillante opera prima di Alexia Walther e Maxime Matray, è una commedia grottesca, una fiaba nera e un’indagine anti-psicanalitica e paradossale su cosa va a comporre, con il trascorrere degli anni, l’identità di un uomo. Ed è il trionfo dell’effimero, del pop, del già narrato, già visto e pre-registrato a guidare le azioni di un protagonista, incarnato da un ottimo Thomas Scimeca, che in questa non-storia si ritrova a esperire numerosi risvegli per ritrovarsi sempre incosciente, innocente, immerso in una realtà casuale composta di scene a sé stanti, proprio come i “quadri”eclettici e gratuiti della sitcom che incarnava da adolescente. […] È una creatura figlia del postmoderno Fabien, accesa e intermittente, per lui la realtà può darsi solo come discontinuità e le sue azioni hanno un gusto marcatamente slapstick, agile e gommoso. I due registi lo seguono con dedizione, attivando e disattivando la sua maschera e la sua fisicità galvanica per lanciarle poi in una odissea apparentemente nonsense, la cui meta però è la matrice della memoria, personale e collettiva. […] Bêtes blondes è una commedia d’avanguardia, un film-saggio sulla memoria e sull’immaginario che la innerva, ben distante da un gratuito giocattolo vintage per nostalgici dei Nineties. Fermiamoci un attimo, torniamo anche solo un po’ indietro, riavvolgiamo il nastro della VHS, se ne abbiamo una, forse non tutto è perduto se ci ricordiamo ancora come fare. Daria Pomponio da Quinlan.it 7

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intervista OLTRE IL CONFINE Visioni e sguardi da Verona al mondo L e allettanti promesse, di Chiara Campara e Lorenzo Faggi, prodotto da Lab80 e sostenuto dal MIBACT, ha ottenuto il premio Imperdibili al Festival dei Popoli 2017 ed è stato proiettato alla quinta edizione del Bridge Film Festival, dove ha conquistato il Premio del Pubblico, e al Film Festival della Lessinia, nella sezione Montagne Italiane. Come siete venuti a conoscenza di ciò che stava accadendo a Esino Lario? LF: Quasi per caso. Io provengo dal Lago di Como, in un paese non troppo distante da Esino. Parlando con un amico al bar ho scoperto che in quel piccolo borgo avevano aperto un centro di accoglienza migranti, in un albergo completamente abbandonato al centro del paese. Dopo qualche tempo, ho incontrato nuovamente lo stesso amico che mi ha raccontato di Wikimania, il raduno mondiale dei volontari di Wikipedia: Esino Lario era stato scelto per ospitare l’evento, e si stava preparando ad accogliere una comunità quanto mai diversa da sé, esattamente agli antipodi. Un po’ a sorpresa, il comune aveva scelto di candidarsi. La scelta di Wikipedia è stata sorprendente… LF: Infatti. Esino Lario anni fa era una meta delle vacanze estive per molti abitanti della Brianza e di tutto il milanese, che in quei mesi si trasferivano lì, magari possedevano una seconda casa. Il borgo arrivava a contare anche diecimila occupanti, mentre negli ultimi anni questo flusso si è lentamente prosciugato. Per questo ci ha stupito la scelta della comunità di volontari di Wikipedia di organizzare il loro incontro annuale in un piccolo borgo di montagna, isolato e difficile da raggiungere, in una valle tra l’Italia e la Svizzera. Esino è riuscito a battere persino Manila, una grande metropoli con milioni di abitanti, e per una settimana è diventato il luogo del raduno di mille nerd che costituiscono la base operativa della più vasta enciclopedia online. Come avete impostato il vostro lavoro e quali sono le state le principali difficoltà? CC: Abbiamo vissuto lì durante tutta la durata delle riprese, abbiamo conosciuto gli abitanti e costruito un rapporto molto forte con loro, più umano che filmografico, condividendo la quotidianità con gli abitanti di Esino: un caffè, la spesa, le chiacchere nella stalla. L’esperimento è stato particolarmente interessante proprio perché condotto in una comunità e un luogo ai margini, una vera e propria frontiera che ha assunto i tratti di un laboratorio sociale e che può essere una traccia per comprendere, nel lungo termine, cambiamenti che ci riguardano tutti. Fin da subito abbiamo capito che la cosa interessante sarebbe stata raccontare non tanto il backstage dell’evento quanto l’incontro di tre comunità radicalmente diverse – i migranti, i volontari di Wikipedia e gli abitanti del luogo – privilegiando lo sguardo di chi in quel luogo ci vive e ci ha vissuto. Uscire da quella realtà per entrare in sala di montaggio all’inizio è stato difficile, perché in quei mesi hai condiviso molto del tuo tempo e si sono creati legami forti. 8 Francesco Lughezzani L a consegna è l’ultimo cortometraggio realizzato dal regista Suranga D. Katugampala, vincitore del bando MigrArti. Il Circolo ha proiettato La consegna quest’estate durante la quinta edizione del Bridge Film Festival, dove è stato premiato con la Menzione speciale della Giuria. Il tuo film si conclude su un altopiano: padre e figlia insieme, mentre cala la notte. Mi piacciono molto le fiabe. Come si sa, tra le diverse fiabe nel mondo ci sono molti elementi in comune. I personaggi e le sensazioni di una determinata fiaba li puoi trovare con qualche variante dentro un’altra fiaba di un paese dall’altra parte del mondo. Ho conciliato così la sensazione di paura e timore che si prova per gli orchi con la stessa sensazione che si prova per gli yaka, creature popolari indine molto simili agli orchi. La consegna nasce proprio da qui. Provando a traslare sensazioni da una fiaba all’altra. Per questo sono andato fino in Lessinia, a trovare le fade e gli orchi, e da lì provare a far sì che un padre possa raccontare alla figlia delle sensazioni della sua terra d’origine che altrimenti non avrebbe potuto raccontare. Come hai preparato gli attori prima delle riprese? Lavoro molto con gli attori, specialmente i più piccoli. Ab- biamo un modo molto partecipativo di collaborare. Credo molto in loro. Insieme troviamo la cosa giusta da fare, valutiamo insieme le varie decisioni da prendere e così via. Non facciamo tante prove prima, facciamo diversi esercizi per entrare nella parte, ma poi sono loro a donarci il meglio di sé. Nel film si percepisce una frattura che separa la realtà dei protagonisti dal mondo che li circonda. Altre volte abbiamo parlato di integrazione, e in termini critici. Continuo ancora oggi a parlare di integrazione in termini critici. Quello che oggi vediamo non è integrazione, ma omologazione. Stiamo scivolando in un estremismo misto al populismo. Sono d’accordo che oggi più che mai serve un confronto, un dialogo, un’attitudine a cercare soluzioni creative, ma non con le attuali condizioni. Oggi c’è solo un attacco contro chi è diverso: ci stanno facendo credere che bisogna trovare un nemico, demandare al prossimo tutto il male della nostra società.   Bisogna dire che questo paese non ha memoria. Non ricordiamo più le sofferenze patite nell’epoca degli estremismi. Non capendo più da dove cominciare a fare ordine, meglio trovare una persona, un unico problema da spazzare via. Il dialogo è necessario, ma un dialogo ad armi pari, un dialogo sincero per trovare un punto in comune, una nuova soluzione. Invece oggi non c’è dialogo, c’è solo un attacco e nessuna integrazione. In questo buio in cui viviamo ci sono molte realtà che stanno capendo quello che sto dicendo. Sono loro l’unico faro. Hanno capito che se andiamo avanti a puntare il dito a un nemico, le cose non cambieranno mai: sono queste le realtà che stanno cercando soluzioni senza accusare a destra e sinistra e stanno lavorando per un’autentica, sana e reale integrazione. Integrazione di tutti, sia degli stranieri, che degli italiani.

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festival SENZA TEMERE CONFRONTI Un’edizione di Cannes che premia due volte il cinema italiano A rchiviato il 71. Festival di Cannes, ecco le cartoline dell’edizione 2018, le immagini da ricordare, a cominciare dal palmarès. Non poteva andar meglio per l’Italia: due film italiani in concorso, due premi. Ma il premio alla sceneggiatura per Alice Rohrwacher (Lazzaro felice) e quello al miglior attore per Marcello Fonte, protagonista di Dogman di Matteo Garrone, non sono solo motivo di orgoglio nazionale, sono i segnali che un cinema fuori dagli schemi – entrambi i film non sono opere scontate o prevedibili – può trovare la strada per una vera rinascita. In Italia e all’estero. Non aveva un compito facile quest’anno la giuria, perché c’erano molti film di qualità, che il palmarès è riuscito a comprendere quasi in toto, ma anche molti film “falsamente belli”, che puntavano soprattutto sull’emozione più facile e ricattatoria. Si temeva fino all’ultimo che dovesse trionfare il politically correct con una giuria a maggioranza femminile e una presidente battagliera come Cate Blanchett. E invece ha vinto il Cinema, con Un affare di famiglia di Hirozaku Kore'eda, una pellicola di rara omogeneità e bellezza, gentile e ironica analisi del mondo infantile che tanto sta a cuore al regista giapponese. Il Grand Prix se l’è aggiudicato BlacKkKlansman, un film divertente e militante come il suo regista, Spike Lee. L’opera è vivace e suscita molta ilarità per le situazioni di paradossale stupidità dei razzisti, ma sono altre le imprese della sterminata produzione di Lee che rimarranno nella storia. Premio della Giuria è invece andato a un film molto intenso nella prima parte, ma fortemente retorico e ricattatorio nella seconda: Capharnaum di Nadine Labaki. La Palma d’Oro speciale, voluta da Blanchett, è stata assegnata a Jean-Luc Godard per il suo Libro delle immagini: un’installazione, un discorso per immagini tratte da filmati di repertorio, vecchie pellicole, spezzoni di telegiornale che hanno raccontato il mondo, secondo la visione del regista, accolto con la devozione che si deve a un profeta. Roberto Bechis e Lorenzo Reggiani Alice Rohrwacher con i protagonisti di Lazzaro felice Marcello Fonte, Premio per la miglior interpretazione maschile Per il resto, il Festival ha avuto il suo decorso tradizionale, tra impegno sociale e spettacolarità ricercate; tuttavia, ci è sembrato di cogliere, per la prima volta dopo molti anni, un timore di inferiorità nei confronti dell’imminente nuova edizione del Festival di Venezia. Infatti la Biennale, grazie alle recenti scelte di programmazione particolarmente apprezzate da critica e pubblico, si pone decisamente “in corsia di sorpasso” sul tema di consenso e partecipazione, sia da parte degli addetti ai lavori che degli spettatori. Rimane perciò la soddisfazione per i due premi al nostro cinema, anche se è logico domandarsi come mai all’estero abbiano spesso successo autori e interpreti italiani che non raggiungono la meritata notorietà e le medesime soddisfazioni nel nostro paese. Ma, in ogni caso, è confermata la capacità del Festival di Cannes di essere sempre molto aggiornato e decisamente contemporaneo nelle tematiche morali ed etiche della società globale. La Palma d'Oro Manbiki kazoku di Hirokazu Kore'eda 9

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festival UNA GARANZIA DI QUALITÀ Il Festival di Locarno continua a guardare a oriente T ornato anche quest’anno al Festival di Locarno, ho trovato l’abituale atmosfera accogliente, ricca di giovani e di semplici amanti dell’arte cinematografica. Giunto alla 71. edizione, stessa età del Circolo del Cinema, il festi- val ticinese si mantiene costante e rassicurante nel proporre film interessanti, splendide retrospettive e piacevoli appro- fondimenti con gli autori. L’edizione 2018, l’ultima con il torinese Carlo Chatrian co- me Direttore artistico (ora passato al Festival di Berlino), è stata un’ulteriore conferma di come si possa organizzare un festival cinematografico con semplicità, mirando alla qualità artistica ma anche alla concretezza. Il Pardo d’oro è andato a A Land Imagined di Yeo Siew Hua, film di denuncia sullo sfruttamento degli immigrati a Singa- pore nei cantieri edili di ampliamento, con uno stile molto moderno e complesso: primo film proveniente da Singapore a partecipare a Locarno. Ma sottolineo l’importanza dello splendido e intenso film sud coreano Gangbyun Hotel (Hotel by the River) di Hong Sang-soo, per la terza volta presente a Locarno, già vincitore nel 2013 del Premio alla miglior regia e nel 2015 del Pardo d’oro. Il film presentato quest’anno è valso il Pardo per la migliore interpretazione maschile a Ki Joo-bong, affermato attore teatrale e cinematografico. Il Pardo alla miglior regia è stato assegnato alla regista Dominga Sotomayor per il film Tarde para morir joven, film am- bientato in Cile nell’estate del 1990, quando alcuni giovani appartenenti a famiglie che hanno scelto di vivere in pros- simità delle Ande, isolate dagli Gangbyun Hotel di Hong eccessi della vita urbana, de- Sang-soo cidono di preparare una festa. Un film semplice ma ricco di spunti, che ci conduce nel mondo giovanile cileno. Il Premio speciale della Giuria è stato vinto da M della re- gista francese Yolande Zauberman, uno splendido e duro documentario che indaga su fatti di violenza minorile nel chiuso mondo ultra ortodosso in Israele. Il documentario è particolarmente interessante per il coraggio dimostrato da alcune vittime nel denunciare gli abusi subiti molti anni pri- ma e, purtroppo, ben si adatta alle indagini odierne anche nel mondo cattolico. Al di là dei film vincitori e premiati, mi fa piacere eviden- ziare due opere molto diverse tra loro, ma entrambe de- gne di nota, fuori concorso e presentate all’aperto in Piazza Grande: Ruben Brandt, Collector di Milorad Krsticè, splendido film d’animazione ungherese, dove in una trama poliziesca vengono utilizzati famosi quadri di arte moderna e contem- poranea per viaggiare nell’arte e nella psicanalisi; e Pájaros de verano dei colombiani Cristina Gallego e Ciro Guerra, film con una splendida fotografia e una creativa sceneggiatura, che narra come negli anni ’70 la forte richiesta di cocaina da- gli USA abbia stravolto anche l’agricoltura e il tessuto sociale di molte zone rurali della Colombia. Roberto Bechis 10 C ome ormai da tradizione, anche quest’anno, il prolifico cineasta coreano Hong Sang-soo non delude, presentando al Festival di Locarno una pellicola di spessore che va oltre le aspettative. In questo film si fondono un mix di elementi che superano l’abituale conflitto tra i sessi tanto caro al regista e toccano, con un linguaggio a tratti poetico, il rapporto tra natura, vita e morte. In una recente intervista l’autore si descrive come una sorta di pittore che, mosso da un’iniziale idea grezza, si fa guidare dall’ispirazione del momento. I dialoghi prendono forma in divenire senza un vero copione. In tal senso la storia viene co-costruita insieme agli attori che, come dei “personaggi in cerca di autore”, prendono vita, si muovono e vanno verso il loro destino. Anche in questa pellicola, girata in bianco e nero, all’apparenza tutto sembra messo lì in modo casuale e senza una vera trama, per scoprire poi che così non è. È la storia di un poeta che alloggia gratuitamente in un albergo lungo il fiume e che, sentendo approssimarsi la morte senza un reale motivo, convoca i due figli con i quali ha condiviso poco della propria vita. Potrebbe assomigliare a una sorta di resa dei conti, in realtà diventa un incontro in cui le verità che a poco a poco e faticosamente emergono sembrano essere il veicolo per l’espressione di autentiche emozioni. Parallelamente una giovane donna raggiunge nello stesso hotel un’amica infelice (l’attrice Kim Min-hee), che da poco è stata lasciata dal compagno. Qui non sembra difficile trovare un riferimento autobiografico: la rottura della chiacchierata relazione del regista con la stessa Kim Min-hee, alla quale è poi seguita – stando sempre ai gossip coreani – una riconciliazione dei due, che si sono presentati mano nella mano alla conferenza stampa di Locarno. Al contrario che negli altri film, il dialogo sui due sessi avviene in modo separato tra uomini e donne, un incontro tra due modi diversi di affrontare la vita, in cui talvolta non sembra possibile trovare un linguaggio che li accomuni. Il regista adotta pienamente il punto di vista femminile quando la protagonista Sanghee dichiara all’amica: «Gli uomini sono immaturi, incapaci di comprendere l’amore, c’è qualcosa che nel loro cuore li blocca», descrivendo così un limite emotivo e talvolta anche un’incapacità di prendersi la responsabilità del proprio. Al contempo, però, sempre Sanghee, sembra accettare a malincuore questo limite e comprendere che esso sottende una fragilità di cui è necessario prendere atto, poiché esprime comunque tutto ciò che il compagno, in quel momento della sua vita, è stato in grado di fare. Due storie che sembrano scorrere su binari paralleli: una al maschile, l’altra al femminile. Apparentemente si trovano distanti ma, in realtà, ci si rende conto che è possibile usare una lente tridimensionale e vederle complementari e interconnesse. Due sensibilità diverse, due visioni talvolta anche lontane e apparentemente poco conciliabili, ma che alla fine si compenetrano. Come quasi sempre accade nei film di Hong Sang-soo, il doppio diventa così uno dei protagonisti principali della storia, che rende bene la complessità della realtà e delle emozioni in gioco. Annalisa Bernabè

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festival QUELLI… DELLO STREAMING Vedere Venezia dalla sala web A nche quest’anno il festival veneziano ha dato la possibilità di vedere alcuni film in rete, con streaming contemporaneo alla presentazione al Lido. Sedici sono state le opere disponibili per un periodo di tempo limitato sulle piattaforme Festivalscope e MyMovies, provenienti in gran parte dalla sezione Orizzonti, ma anche dalla Biennale College e dalla neonata sezione Sconfini. Se la qualità dello streaming può essere considerata accettabile, non altrettanto posso dire dei sottotitoli italiani, risultati in alcuni casi francamente imbarazzanti. Ecco un breve resoconto di alcuni dei film che ho visionato. Manta Ray di Phuttiphong Aroonpheng Manta Ray è il titolo internazionale dell’opera prima del re- gista thailandese Phuttiphong Aroonpheng, film di grande atmosfera, dove aleggia sempre un astratto mistero, anche se la dedica iniziale alla popolazione Rohingya (gruppo etnico di religione musulmana che vive in una regione tra Birmania e Thailandia, oggetto anche recentemente di tragiche persecuzioni) lascia pochi dubbi sulle reali intenzioni dell’autore. Dopo un onirico preludio con un soldato ricoperto di luci intermittenti che si aggira in una lussureggiante foresta e la successiva presentazione del seppellimento di un cadavere, entriamo nella storia del film, pur mantenuta sempre volutamente criptica. Un pescatore senza nome, abbandonato dalla moglie, in cerca di gemme preziose da gettare nel mare per attirare le mante (come racconta una leggenda locale), si imbatte tra le enormi radici di mangrovie in un uomo morente. Lo trascina nel suo modesto rifugio e lo riporta in vita, dandogli il nome di un famoso cantante thailandese, dato che l’uomo non parla. Nei giorni successivi il pescatore scompare e il suo ospite ne prende le veci, ancor più quando ritorna la moglie del pescatore. Questa parabola sull’identità – chi ci sembra estraneo non è altro che un nostro riflesso – è condotta con grande capacità visionaria, immersa in un flusso sonoro che ne amplifica il simbolismo. La finale comparsa delle mante, con il loro maestoso procedere nelle acque profonde, suggella un’opera che ci fa conoscere un nuovo talento del cinema orientale. D’identità si parla anche in The Man Who Surprised Everyone, secondo film del duo di registi Natasha Merkulova e Aleksey Chupov, che racconta una storia dove il folklore locale si fonde con la politica contemporanea.  Basato anche su ricordi di Merkulova della sua infanzia in Siberia, nel film incontriamo Egor, una guardia forestale nella taiga siberiana. È sposato con Natalia (Natalya Kudryashowa, premio a Vene- Roberto Pecci zia Orizzonti come migliore attrice), hanno un figlio e aspettano il secondo. Egor è un membro rispettato della società locale, ma dopo aver scoperto di avere un cancro, ispirandosi alla storia di un eroe di un leggendario epos siberiano che inganna la morte indossando un travestimento, si mette indosso un corto abito rosso, collant, stivali neri, eye-liner nero, rossetto rosso e cambia la sua identità in quella di una donna, con grande orrore della sua famiglia e del resto del villaggio. The Man Who Surprised Everyone entra dunque scopertamente nel campo dei diritti LGBT nella Russia contemporanea: un paese in cui la “propaganda LGBT” è stata notoriamente criminalizzata e le aree rurali profondamente conservatrici della Siberia sono un posto ancor più difficile per chiunque non si conformi agli imperativi eteronormativi della famiglia nucleare e di genere binario. Anche in questa opera l’evidente traccia militante non prevarica le qualità finali di un film sicuramente ben condotto. The Day I Lost My Shadow favola magico-realista di Soudade Kaadan ambientata in Siria nel 2012 ha vinto il Premio per la miglior opera prima a Venezia, il Leone del futuro. Quando lasciare un paese sull’orlo della guerra? Bisogna continuare con la vita di tutti i giorni, sperando che si trovi una soluzione politica? È ancora il caso di cucinare quando trovare il gas per alimentare la stufa è diventata una battaglia? E se si ha un figlio da mantenere? Quando vediamo il caos della guerra in televisione, è facile chiedersi: «Perché non te ne sei andato prima? Che cosa ti ha trattenuto?». Il racconto cinematografico di Kaadan, storia di madre e figlio, ma anche road movie e film di guerra, usa la metafora dell’ombra dei protagonisti che scompare come simbolo di realtà interrotte. Un giorno all’improvviso dell’esordiente Ciro D’Emilio affronta la problematica dipendenza di una madre, difesa dal figlio adolescente che deve assumersi la responsabilità di entrambi. I ruoli del minore e dell’adulto sono invertiti e il padre è assente, come curiosamente accade in altri recenti film di giovani autori italiani (Manuel e Saremo giovani e bellissimi). In un paese della Campania il sedicenne Antonio, che ha lasciato la scuola, divide il suo tempo tra gli allenamenti di calcio, il lavoro in un piccolo appezzamento con limoneto, un lavoro part-time in una stazione di benzina, e la cura della madre malata di mente (Anna Foglietta), badando che l’assistente sociale non scopra il suo modo di vivere e gliela allontani. Il film è di buona tenuta, anche per la performance interpretativa del giovane attore protagonista, ma mi sembra non si stacchi in maniera decisa da un certo cliché del nuovo cinema autoriale italiano. Amanda è il terzo lungometraggio di Mikhaël Hers: ci vuole fare riflettere sulle conseguenze che un attacco terroristico provoca nelle vite delle persone. Dopo un preludio condotto con toni di commedia realistica alla Rohmer, in cui vengono introdotti il giovane David, che gestisce un alloggio e pota come volontario gli alberi della città, e la piccola Amanda, figlia della sorella single di David, eccoci improvvisamente catapultati nel dramma che provoca nelle loro vite un attacco terroristico in cui muore la madre della ragazza. Amanda e David dovranno imparare a convivere. Film diseguale, cui forse nuoce la necessità di attenersi con rigidità al soggetto civile. 11

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festival Memories of My Body di Garin Nugroho Deslembro di Flavia Castro è un’opera prima ricca di rimandi autobiografici che, ricercando nel passato, vuole rimandarci ai problemi del presente. Joana è una quindicenne a cui piacciono la letteratura e il rock. Vive a Parigi con i due fratelli, la madre e il patrigno, che è obbligato all’esilio politico. Il padre di Joana, scomparso quando lei aveva solo sei anni, è stato probabilmente assassinato durante la sua prigionia sotto la dittatura militare. Nel 1979 l’amnistia è concessa in Brasile, pertanto la famiglia torna a Rio de Janeiro, città dove la ragazza è nata. Flavia Castro riesce a fare di questo ritorno in Brasile, al contempo, un viaggio nel passato e una proiezione verso il futuro. Joana ha bisogno, anche se in qualche misura lo nega a se stessa, di sapere di più sul suo passato e in questo, superate le reticenze della madre, viene aiutata dalla nonna paterna. Ma c’è anche un’apertura ver- Yuva di Emre Yeksan so una possibilità di amare e quindi di iniziare a crescere in una dimensione affettiva nuova, guardando a un domani che può essere diverso e finalmente liberato. Anons di Mahmut Fazil Coşkun è il film turco cui è stato assegnato il Premio speciale della Giuria. Maggio 1963: insoddisfatti della situazione politica e sociale esistente in Turchia, un gruppo di ufficiali dell’esercito progetta un colpo di stato per rovesciare il governo di Ankara. Nel frattempo, a Istanbul, i loro complici hanno intrapreso la cruciale missione di occupare la stazione radio nazionale e di annunciare formalmente il golpe. Ma niente va secondo i piani. Di fronte a una serie di ostacoli, tra cui un improvviso temporale, l’assenza del tecnico della stazione radio, un tradimento, la mancanza di notizie da Ankara e la loro stessa inefficienza, i cospiratori dovranno fare del loro meglio per riuscire nell’impresa e proclamare il successo del golpe, sempre che questo sia andato a buon fine nella capitale. Basato su fatti reali, raccontati nel corso di una sola notte, Anons vuole essere un pungente resoconto del complicato passato politico della Turchia e del 12 suo presente. Il film cerca di proporre una satira politica, ma condotta sempre con estrema serietà, per mettere in risalto tutta l’assurdità della vicenda. Garin Nugroho torna a Venezia presentando nella sezione Orizzonti Memories of My Body, un film sulla vita del danzatore Arjuno che intreccia ancora una volta il cinema alle arti tradizionali giavanesi, la danza, il teatro delle ombre, il teatro-danza balinese e contemporaneamente rievoca una fase storica del paese negli anni ’70, la sua cultura popolare e la dura vita sotto la dittatura di Suharto. Poco noto in Italia, nonostante i numerosi passaggi di Opera Jawa (2006) nello storico Fuoriorario di Ghezzi, il maestro indonesiano, in questo suo quattordicesimo lungometraggio, esplicita anche una denuncia politica del clima della dittatura militare – e della successiva Reformasi – che considera ogni forma di sconfinamento dei ruoli sessuali una devianza, nonostante la danza Lengger praticata dal protagonista faccia pensare che la mescolanza di mascolinità e femminilità sia parte invece della cultura ancestrale giavanese. Un sospetto di oleografismo non toglie interesse a un film in cui possiamo contemporaneamente godere di tante forme di rappresentazione artistica. Dalla sezione Biennale College arrivano due film Deva e Yuva. Il primo segna il felice esordio nel già vivace mondo cinematografico ungherese della regista Petra Szöcs: nella cittadina rumena di Deva, Kato, un’adolescente ospite di un orfanotrofio, prende la scossa asciugandosi i capelli. Quello che sembra essere un episodio apparentemente banale stravolgerà completamente le cose attorno a lei. Deva vuole essere un film che parla della fase di transizione dall’infanzia alla giovinezza, insieme alla singolarità e all’ambiguità tipiche di questa fase della vita. La protagonista albina, con la sua presenza per certi versi inquietante, dà un apporto importante a questo film. Più scontato invece il film del turco Emre Yeksan: Veysel vive allo stato brado e in solitudine nei boschi; la sua vita viene sconvolta quando la terra dove vive è venduta ad alcuni investitori. Un giorno suo fratello minore Hasan arriva dalla città per convincerlo ad andarsene. Quando la minaccia dello sfratto imminente si concretizza, lo scontro tardivo tra i due fratelli porta alla scoperta di una caverna magica, un universo sotterraneo. Il regista, che pure ci aveva dato una prova migliore nel precedente Körfez, alla SIC nel 2017, presenta così la sua opera: «Yuva segue un uomo che ha abbandonato la vita cittadina, la famiglia e il passato per diventare tutt’uno con la natura. Un uomo alla ricerca delle sue radici animali. Ma quanta parte della nostra natura umana siamo capaci di lasciarci alle spalle? In che misura possiamo riavvolgere l’evoluzione che ci ha portato a essere il nostro sé moderno?» In realtà poi il film si presenta un po’ scontato e ripetitivo.

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festival TRA SORPRESE E ATTESE DISATTESE Entre dos aguas vince la Conchiglia d’oro a San Sebastián C on una certa sorpresa il film spagnolo Entre dos aguas di Isaki Lacuesta è stato il grande vincitore della 66. edizione del Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián, imponendosi sulle opere favorite dai pronostici, come High Life di Claire Denis. È la seconda Conchiglia d’oro che Lacuesta vince, dopo quella ottenuta con Los pasos dobles (2011). La freschezza e l’originalità del film hanno portato la Giuria, presieduta dal regista americano Alexander Payne, a essere “unanime” nella consegna del premio: a giudizio dei giurati il lungometraggio «permette agli spettatori di immergersi intimamente nella vita dei protagonisti». Il film racconta la relazione tra due fratelli zingari, uno è appena uscito di prigione, l’altro lavora per l’esercito. Due vite diametralmente opposte: tanto uno è inserito nella società, con una stabilità lavorativa, economica e familiare, quanto l’altro è un fallito, un perdente, un ribelle, per il quale trovare una stabilità è una missione impossibile. Forse il film eccede in durata (136’), ma il racconto è autentico, a volte crudo e allo stesso tempo accattivante, intriso di profonda umanità e potenza narrativa, caratteristiche non così scontante nel cinema contemporaneo. Il Premio speciale è stato assegnato al cineasta filippino Brillante Mendoza per Alpha, The Right to Kill: un film poliziesco sul narcotraffico e la corruzione nelle Filippine, apprezzato dalla giuria per «la profonda umanità ed il suo prioritario impegno politico». Si aggiudica tre premi l’argentino Rojo, di Benjamìn Naishtat. Il film è un dramma politico che parla di “complicità civile” ed è ambientato in Argentina nel 1975, cioè nel periodo che favorì l’ascesa al potere di una delle dittature più crudeli e violente della storia. Il film, da una parte si concentra sul protagonista e la sua famiglia, dall’altra si presenta come un’opera corale, uno sguardo a un’epoca scomoda che mette a fuoco la dittatura nelle sue piccole miserie quotidiane, sottolineando il degrado e le umiliazioni sociali. L’attore Dario Grandinetti ha ricevuto la Conchiglia d’argento per la miglior recitazione maschile, interpretando il Entre dos aguas di Isaki Lacuesta Alessandra Pighi e Xoxan Villanueva padre della famiglia protagonista: un rispettabile avvocato, sposato a una moglie illustre e padre di un’adolescente. Il terzo premio vinto dal film è stato aggiudicato al direttore della fotografia, il brasiliano Pedro Sotero, per il look anni Settanta del lungometraggio. L’attrice norvegese Pia Tjelta, protagonista di Blind Spot, primo film da regista di Tuva Novotny, ha ricevuto la Conchiglia d’argento come migliore attrice. Il film, girato interamente in un solo piano sequenza di 100 minuti, affronta il High Life di Claire Denis tema delle malattie mentali e dei suicidi in Norvegia, drammi sociali che andrebbero «trattati con trasparenza, non considerati tabù». Infine, il Premio per la miglior sceneggiatura è stato assegnato ex equo a Paul Laverty per il film Yuli di Icíar Bollaín e a Luis Garrel e Jean-Claude Carrière per L’Homme Fidèle. Uno dei film più attesi, favorito a priori, è stato High Life, interpretato da Robert Pattinson e Juliette Binoche. Certo è che il lungometraggio ha disatteso le aspettative e non è piaciuto a tutti nello stesso modo. Questo forse potrebbe essere un merito. Gli entusiasti lo considerano uno dei tre film migliori dell’anno con Roma di Alfonso Cuarón (Leone d’oro a Venezia) e The Sisters Brothers (Leone d’argento per la miglior regia sempre a Venezia) di Jacques Audiard. Altri semplicemente lo detestano. Claire Denise ha comunque conquistato il Premio FIPRESCI del Festival, assegnato dalla Fédération Internationale de la Presse Cinématographique. La regista francese approccia per la prima volta la fantascienza con un film audace e allo stesso tempo inquietante. Probabilmente gli appassionati di questo genere potranno sentirsi defraudati e perfino irritati, perché, nonostante la navicella spaziale e i buchi neri, High Life è di fatto un’altra cosa: uno sguardo quasi apocalittico sull’esistenza umana. Si può concludere che il film di Claire Denise è una delle avventure spaziali più stimolanti da molto tempo a questa parte, con molte idee al suo interno, alcune delle quali funzionano, altre meno. 13

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cinesofia LA MORTE IN DIRETTA Propaganda e conflitto nel panorama contemporaneo N el 2014 gli organi di propaganda dello Stato Islamico realizzarono e diffusero sul web il filmato Flames of War, allo scopo di reclutare seguaci e diffondere terrore attraverso i sistemi mediali del mondo digitale. Riprese di brutali esecuzioni erano affiancate a sequenze che imitavano lo stile visivo dei reportage prodotti dai più importanti network internazionali: il video venne girato in inglese e in poco tempo diventò uno dei simboli più elaborati nella macabra propaganda promossa dall’Isis e il paradigma di una strategia comunicativa in grado di mobilitare un grande numero di seguaci in tutto il mondo1. Lo sguardo dell’uomo contemporaneo può immergersi costantemente nella parte più oscura dell’osceno di Bazin2, accedendo con il proprio computer o smartphone a una sterminata produzione di filmati che raffigurano la morte, nelle forme e strutture più diverse: reportage dai fronti dei conflitti, riprese di operazioni militari, video di propaganda terroristica che viaggiano al confine tra realtà e messa in scena. La capillarità e rapidità di internet ha permesso a queste raffigurazioni di diventare uno dei principali strumenti comunicativi nei fronti dei conflitti bellici. I video dello Stato Islamico – e quelli di Al Qaeda – ci mostrano come a una forte spinta iconoclasta, che mira a distruggere opere d’arte e icone del proprio passato, sia affiancata la necessità di produrre un’enorme mole di immagini che riscrivano la propria identità politica seguendo una macabra narrazione3. Sul fronte occidentale invece, riprese, registrazioni e trasmissioni in diretta realizzate da militari e contractors – sovente dotati di telecamera fissata ai caschi – si sono unite al materiale giornalistico dei network tradizionali, creando un intricato tessuto di sguardi pubblici e privati. Questo tipo di filmati ci pongono di fronte ad un notevole sforzo etico e interpretativo: come si può rappresentare una morte reale? E soprattutto, in che modo possiamo guardare queste immagini? Il cinema può diventare uno dei più efficaci strumenti di analisi e approccio visivo ed etico a questo quesito, fornendoci alcune fondamentali chiavi di lettura. Due film in particolare riescono a esplorare la zona grigia che si colloca tra realtà documentaria e finzione: Redacted (Id., 2007) di Brian De Palma – vincitore del Leone d’argento a Venezia nel 2007 – e Still Recording (Lissa ammetsajjel, 2018), documentario di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub, pluripremiato alla Settimana Internazionale della Critica quest’anno. Redacted ha la struttura di un falso documentario, un mockumentary che mescola le riprese di un soldato aspiran- 1  Per un’analisi evolutiva della propaganda promossa dall’estremismo islamico si veda il reportage realizzato dal The Washington Post all’indirizzo: https://www. washingtonpost.com/graphics/national/propaganda/ 2  Il critico cinematografico e teorico francese André Bazin sosteneva che la morte, insieme all’atto sessuale – per essere più precisi, l’orgasmo – fossero momenti al di fuori del tempo oggettivo. Questa condizione doveva rappresentare un limite per ciò che poteva essere filmato e riprodotto. Per approfondire si veda: A. Bazin, Morte ogni pomeriggio (1949-1951), in Che cos’è il cinema?, Milano, Garzanti, 1973, p. 32. 3  A. Pinotti e A. Somaini, Cultura visuale. Immagini sguardi media dispositivi, Torino, Einaudi, 2016, pp. 240-243. 14 Francesco Lughezzani Redacted (2007) di Brian De Palma te regista, filmati di telecamere di sorveglianza e servizi di una finta troupe di una tv francese. Il regista vuole raccontare un fatto realmente accaduto – lo stupro di una giovane donna irachena e l’assassinio della sua famiglia da parte di un gruppo di marines – attraverso una complessa rete di immagini, mescolate a video di YouTube e frammenti documentari: negli ultimi minuti del film il regista ci mostra le spaventose fotografie dei veri cadaveri delle vittime, stabilendo come la rappresentazione della morte segni il punto di non ritorno di una narrazione volta a focalizzare l’obiettivo sulla necessità di mostrare quello che l’esercito e il potere politico aveva deciso di occultare. La morte, posta al centro dell’inquadratura, è la fine dell’immagine. L’oblio necessario a concludere un complicato intreccio di sguardi e dispositivi che sovrappongono realtà e finzione. Il documentario Still Recording racconta la vita dei cittadini di Douma, centro assediato dalle truppe di Assad dall’inizio della guerra civile siriana. Alla quotidianità dei ribelli al regime – ripresa con un afflato amatoriale e intimista – vengono accostate le riprese dei continui spostamenti dei registi lungo uno dei fronti più drammatici del Medio Oriente. Il film termina con la morte di uno degli operatori, colpito da un cecchino. Fin dall’inizio gli autori hanno dichiarato di volersi allontanare dalle regole tradizionali della settima arte, sporcando l’obiettivo e i suoi movimenti: ma quello che il loro approccio alla morte rivela è l’impossibilità per l’immagine cinematografica di mediare la percezione della morte attraverso una forma, una struttura, una messa in scena. Un corpo senza vita – questa volta fuori campo, diversamente da De Palma – è la necessaria chiusura di una narrazione che ha interagito con la morte collocandola ai margini dell’inquadratura, necessario arresto di una narrazione documentaria che ha voluto liberarsi di ogni canone e di fronte ad essa non può che esaurirsi. Entrambi questi film stabiliscono un approccio nuovo alla raffigurazione di una morte oscenamente reale: non censurano il proprio sguardo, ma tracciano un confine con il proprio obiettivo, sconvolgendo le regole del racconto sul piano narrativo ed estetico.

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cellulosa&celluloide VENTRILÒQUI Voci e fantasmi di un marionettista Luca Mantovani T ra il 1973 e il 1975, nel panorama culturale italiano che cominciava allora ad ammiccare con maliziosa intesa all’impero scintillante dei consumi, accade un fatto che l’intervista impossibile ad Attila, cui presta il proprio inconfondibile timbro Carmelo Bene, come inconfondibile è il timbro dello scrittore stesso, tremulo e come lamentoso, perfet- non ha precedenti, non avrà seguiti, ma la cui influenza la- ta incarnazione di una fantasia funambolica e paradossale: scerà un segno duraturo e profondo. Sono gli anni in cui si il risultato dell’incontro è un capolavoro d’arguta comicità. intensificano le invettive antiborghesi di Pasolini, che pro- Altrettanto sarà per le successive interviste a Pellegrino Artu- prio nel ’75 andrà incontro al suo destino sulla spiaggia di si, Jack lo squartatore e George Stephenson, ma impagabile Ostia, e l’affermarsi di una miriade di emittenti private mette per invenzione e gusto dell’assurdo (pare di stare dalle parti definitivamente fine al monopolio RAI nella diffusione di cul- di Ionesco) è il dialogo a due voci dei fratelli Louis e Auguste tura, notizie e intrattenimento (nel ’76 Fininvest fonda «Tele- Lumière, inventori del proiettore cinematografico. milano» che da lì a quattro anni diverrà «Canale 5»). Siamo nel 1896, il cinematografo «che ieri appena nasce- Tra i culmini luminosi di una stagione intellettuale che dal va, si può dire ormai adulto». Introdottosi di soppiatto nel dopoguerra si è protratta fino alla sbornia degli anni Ottanta salotto di casa Lumière, l’intervistatore rinuncia ben presto – da cui non si riavrà più – c’è anche un programma radiofo- al tentativo di porre domande dirette ai due svaniti fratelli, nico nato dal genio di una delle grandi signore del servizio ma decide di sperimentare «la persuasione subliminale, un pubblico, Lidia Motta. Quando la prima puntata delle Inter- metodo nuovo». Indotti dagli insistenti bisbiglii dello scrit- viste impossibili si diffonde nell’etere, nessuno può immagi- tore, Auguste e Louis si lanciano in rocambolesche specula- nare il successo con cui la scommessa sarà accolta. Perché zioni sul futuro della loro invenzione, un’invenzione «anche di scommessa si tratta, quella di mettere assieme i massimi ricca di passato» secondo Auguste, ma di cui «si direbbe che fra scrittori, registi e attori dell’epoca, lasciandoli in condizio- non abbia un presente», chiosa Louis. In che modo, allora, ne di assoluta libertà nell’immaginare interviste a grandiosi l’uomo si gioverà del cinematografo? Di certo lo farà progre- personaggi estinti del passato. La prima dire, in ogni possibile senso. Innanzitutto puntata, dedicata a Nerone, fa tremare i sarà da far valere la sua dimensione di polsi per la caratura dei nomi coinvolti: documento storico: a fianco della parola Alberto Arbasino scrive, Mario Missiroli scritta, l’immagine in movimento eter- interpreta, Vittorio Sermonti dirige. Da lì, nata dal cinema sarà «racconto, verifica, e per 82 interviste, l’elenco si fa impres- inchiesta». Da qui la necessità di colloca- sionante, annoverando partecipazioni di re la macchina da presa «nei punti cruciali Calvino, Eco, Bellonci, Camilleri, Sangui- almeno un’ora o due prima che i fatti sto- neti, Del Buono, Manganelli, Malerba, La rici succedano», anzi, meglio sarebbe che Capria fra gli scrittori; Bene, Bonacelli, Val- i fatti storici rilevanti avessero la bontà di li, Asti, Poli, Cecchi, Herlitzka, Pagni, Falk accadere in prossimità di una cinepresa, fra gli attori. Un allineamento astrale che magari con particolare riguardo alla lu- oggi sarebbe impensabile, non fosse al- ce: la presa della Bastiglia il 14 luglio, per tro per mancanza di adeguate “stelle” da esempio, «verrebbe meglio in agosto». coinvolgere… L’estro ceronettiano sta già deragliando Fra le tante voci che compongono su binari imprevedibili la linearità di un questa straordinaria compagnia, ce n’è discorso che rischiava d’essere scontato, una singolare per timbro e acutezza, che pur nella sua condivisibilità. Ecco allora darà forma a cinque puntate soltanto, ma che lo stesso fatto storico, avanza Louis, fra le più memorabili. È la voce di Guido Auguste e Louis Lumière potrebbe essere riproposto più volte, in Ceronetti. Scrittore, filosofo, poeta, gior- luoghi diversi – con la fondamentale ac- nalista, drammaturgo, teatrante e marionettista – così si cortezza, precisa Auguste, di non avere la ricostruzione pri- definisce nei risvolti di copertina dei suoi libri – Ceronetti si ma dell’avvenimento, perché allora «la ricostruzione sarebbe è spento all’età di 91 anni lo scorso 13 settembre, salutato l’avvenimento e l’avvenimento scadrebbe nell’invenzione». con frettoloso imbarazzo dalle nostre belle lettere, ansiose di In attesa di occasioni degne dunque d’essere riprese, il cine- mettere finalmente il punto allo scandalo della sua longeva matografo «dovrà stuzzicare per sopravvivere, dovrà inven- eccentricità, magari con una precoce beatificazione. Da lun- tare», dovrà avere «le sue produttrici di mito, le sue fidanzate go tempo postumo già in vita, per quella sua erudizione stra- del mondo, i suoi mostri leggendari» che offrano all’istinto ordinariamente poco maneggevole e l’attitudine lunare (se idolatrico delle folle «non il peccato, ma la sua superficie pie- non lunatica) del pensiero, Ceronetti è stato un intellettuale na di grazia, la sua anticamera sfarzosa». Rischi? Uno soltan- unico, incapace di compromesso fino alla contraddizione, to, l’assuefazione: «ci si abitua allo charme come ai veleni». onesto fino alla barbarie, mai schierato, mai conciliante, or- Non ci si può perciò mai rilassare, perché l’abitudine va di gogliosamente ai margini: i suoi dardi sottili e velenosi sono pari passo con l’invecchiamento – questo sì il più subdolo fra stati scoccati con dovizia in tutte le direzioni, quasi sempre i nemici da scansare. E qui Ceronetti scocca con prontezza centrando il bersaglio, alle volte sorprendendo per difetto uno dei suoi micidiali aforismi: «il cinematografo è un divo- di mira. ratore formidabile, sfrutterà una serie di filoni: quando li avrà Ceronetti approda al programma RAI nel 1974, curando esauriti, rosicchierà le sue stesse mani». 15

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