N° 1 - Filmese Ottobre 2018

 

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N° 1 - Filmese Ottobre 2018

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1 722018·2019 • Il punto SI RICOMINCIA! OTTOBRE 2018 1 IL PUNTO 2 PROGRAMMA DI OTTOBRE 3 FILM 7 RASSEGNA STAMPA 8 FESTIVAL DI ODESSA 9 FESTIVAL DELLA LESSINIA 10 FESTIVALETTERATURA 11 FESTIVAL DI VENEZIA 14 CINESOFIA 15 CELLULOSA&CELLULOIDE 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. si ringrazia Care Socie e cari Soci, siamo giunti all’inizio della 72. stagione del nostro Circolo del Cinema e con grande piacere apro il primo numero di Filmese per un ben ritrovati, nonché per il benvenuto ai nuovi iscritti. Giovedì 4 ottobre ci ritroveremo ancora al Cinema Kappadue, da noi affittato tutti i prossimi giovedì fino a maggio 2019, per ricominciare a viaggiare insieme nel tempo e nello spazio dell’arte e dell’impegno cinematografici. Da parte mia e di tutti i collaboratori e volontari che lavorano nella nostra Associazione, è confermato l’impegno a proporvi opere che lascino il segno, che si facciano apprezzare per l’estetica, i contenuti, l’impegno sociale e la capacità recitativa. In particolare, film che ci facciano riflettere, confrontandoci spesso con realtà diverse dal nostro quotidiano, arricchendo così la nostra capacità di cambiare prospettiva. Così come chiesto dalla maggior parte dei Soci, continueremo a valorizzare le opere nella loro versione originale, per ascoltare suoni, voci e lingue locali, ma cercando di proporvi la versione doppiata nel caso di opere con dialoghi particolarmente fitti. Sarà nostra cura continuare nelle attività di relazione con altre iniziative di cultura cinematografica, come il Film Festival della Lessinia, il Festival di Cinema Africano, il Bergamo Film Meeting, il Trieste Film Festival, il Bridge Film Festival e tanti altri. Avremo anche due serate, all’inizio e alla fine di novembre, in cui ospiteremo con due opere gli amici della Settimana Internazionale della Critica, presente anche quest’anno alla Mostra del Cinema di Venezia, appena conclusa, con il Premio Circolo del Cinema di Verona. Nel secondo anno della nostra partecipazione, dopo i due di sponsorizzazione del Premio del Pubblico, il riconoscimento è stato assegnato dalla nostra giuria di Soci con meno di trentacinque anni: è stato scelto un film francese divertente, fantasioso e creativo, Bêtes blondes dei registi Alexia Walther e Maxime Matray. Inoltre, proseguiremo la collaborazione con il Teatro Ristori: nel febbraio e marzo 2019 organizzeremo tre serate a tema dedicate al Musical, con una probabile anticipazione già entro dicembre 2018. Ringrazio tutti i Soci che hanno compilato il questionario dello scorso maggio: conoscere la vostra opinione e ricevere suggerimenti è molto importante per noi. Vi comunicheremo risultati e commenti nei prossimi numeri di questo Notiziario. Nel corso della nostra Assemblea, lo scorso luglio, molti argomenti sono stati affrontati e molte proposte hanno avuto modo di essere espresse, un momento associativo importante che ha visto l’usuale affettuosa partecipazione. Fra le comunicazioni che ho il piacere di riportare, è stato anche confermato il raggiungimento del positivo nel bilancio della nostra Associazione, grazie anche al contributo del 5xmille di Soci e amici.Il Circolo del Cinema cerca una nuova sede per i propri uffici, per cui colgo l’occasione per chiedere a tutti voi di rivolgervi alla nostra segreteria per eventuali segnalazioni. Concludo ricordandovi che il Circolo del Cinema potrà continuare a operare solo con il vostro supporto e invito tutti ad aiutare il Circolo, anche con il semplice e proficuo passaparola sulle nostre attività. Vi ringrazio per la Vostra presenza e… pronti, via! Torniamo a emozionarci e a viaggiare tutti insieme! Roberto Bechis Presidente del Circolo del Cinema

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programma di ottobre 2018 GIOVEDÌ 4 OTTOBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 UNA LUNA CHIAMATA EUROPA regia di Kornél Mundruczó Ungheria, Germania, 2017 – durata 129’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 11 OTTOBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 L’AFFIDO regia di Xavier Legrand Francia, 2017 – durata 90’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 18 OTTOBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 MANUEL regia di Dario Albertini Italia, 2017 – durata 98’ ORE 21.30 INCONTRO IN SALA CON IL REGISTA GIOVEDÌ 25 OTTOBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 CARTAS DA GUERRA regia di Ivo M. Ferreira Portogallo, 2016 – 105’ Versione originale sottotitolata in italiano sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 2

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film GIOVEDÌ 4 OTTOBRE 2018 1 ORE 16.30 / 19 / 21.30 UNA LUNA CHIAMATA EUROPA regia di Kornél Mundruczó Ungheria, Germania, 2017 – durata 129’ Versione originale sottotitolata in italiano La complessità del reale, le più crude istanze dell’attualità, sono materia viva che interessa da sempre le ricognizioni del gesto artistico. Il cinema non si sottrae all’impegno e, anzi, presta con singolare favore il proprio linguaggio all’urgenza del discorso. Ci sono registi impegnati a riflettere sulla cronaca attraverso la finzione del dramma sociale (sia questo neo-realista, post-realista o che altro). È il caso ad esempio dei Dardenne, per fare un nome noto a tutti di straordinari cantori del cinema-verità. Poi ci sono registi che l’attualità preferiscono filtrarla attraverso le torsioni del cinema di genere o, perlomeno, di alcuni suoi stilemi. A questa seconda specie appartiene certamente il giovane regista ungherese Kornél Mundruczó. Emerso al Festival di Cannes nel 2014, dove vinse nella sezione Un Certain Regard con l’intenso White God – Sinfonia per Hagen (film con cui il nostro Circolo inaugurò la sua 70esima stagione), Mundruczó ha già confermato la peculiarità di una voce registica che ha pochi eguali nel panorama europeo attuale. Jupiter holdja, con cui è tornato in concorso a Cannes lo scorso anno, è l’ulteriore tassello di una filmografia ancora breve ma già profondamente coerente. Nella storia del profugo siriano Aryan, in fuga dal poliziotto László con la complicità – non disinteressata – del medico Gabor, ritroviamo l’evidenza della parabola complicata dall’oscurità del sovrumano o meglio dell’inumano, se accettiamo come possibile la quotidianità del miracolo e riconosciamo, per contro, la mancanza di umanità come vero orrore del Mondo. Certo, si potrebbe rimproverare al regista e alla sua cosceneggiatrice di entrare a gamba tesa nel discorso sin dai titoli di testa, che ci informano con un cartello del fatto che, fra le oltre 50 lune del pianeta Giove, l’unica che potrebbe ospitare vita ha nome Europa. Ma Jupiter holdja è un film che ha l’ardire di giocare immediatamente a carte scoperte e, nonostante ciò, di portarci attraverso le due ore della sua durata come trascinati dalla sua urgenza. Urgenza cui Mundruczó dà le coordinate della fantascienza più sfrenata, in uno sfoggio di effetti speciali che farebbero impallidire di vergogna ben più blasonate megaproduzio- ni hollywoodiane. Non ci si lasci ingannare: l’alterazione del reale operata da effetti e CGI ha il preciso compito di scardinare la nostra percezione sopita del reale e (ri)metterci davanti a una realtà divenuta talmente quotidiana da rasentare l’invisibilità, l’insensibilità. La macchina da presa sempre in moto, impegnata in evoluzioni che annullano la gravità ma ne rimarcano costantemente la presenza, obbligano il nostro sguardo a non venire mai meno: perché è proprio il nostro sguardo che definisce il Mondo, sembra dirci il regista. Il film gioca la sua partita in questa sottrazione e ricostruzione continua della vista, intesa come risveglio, anche traumatico, di fronte alla manipolazione che la parola opera dell’immagine. Non a caso i personaggi dialogano per lo più in un inglese che è lingua inerte, invece che zona franca, e si trovano del tutto impreparati a formulare in parole convincenti i loro moti intimi. Tornare a vedere è l’unico atto rivoluzionario possibile, l’unico gesto di carità che non chiede tornaconto. L’invito è dunque a non distogliere lo sguardo dal viso dolce e alieno di Aryan, incarnato con incantata fragilità dal quasi esordiente Zsombor Jéger, nei cui occhi spalancati si riflette un dramma personale che arriva ad assumere una valenza universale. Se male e dolore sono esperienze che subiamo o infliggiamo anche collettivamente, l’incontro con la Grazia è invece una chiamata personale, che ci tocca uno per volta. Qui la sua fragilità, qui la sua forza. Luca Mantovani t.o. Jupiter holdja – regia: Kornél Mundruczó – sceneggiatura: Kornél Mundruczó, Kata Wéber – fotografia: Marcell Rév – montaggio: Dávid Jancsó – scenografia: Márton Ágh, Zsófia Tasnádi, Panni Lutter – musiche: Jed Kurzel – interpreti: Merab Ninidze (Gabor Stern), Zsombor Jéger (Aryan Dashni), György Cserhalmi (László), Mónika Balsai (Vera), Lajos Valázsik (Musi), Brigitta Egyed (Edit), Péter Haumann (Zentai), Ákos Birkás (Giorgi) – produzione: ZDF/Arte, Pyramide Films, Productions Proton Cinema, Match Factory, KNM – Ungheria, Francia, Germania, 2017 – 2h 9’ – v.o. sottotitolata in italiano KORNÉL MUNDRUCZÓ Kornél Mundruczó nasce in Ungheria nel 1975 da una famiglia di origini romene. Nel 1998 si diploma come attore alla Academy of Drama and Film di Budapest, dove, nel 2003, otterrà anche il diploma di regista per il cinema e la televisione. Lo stesso anno fonda la casa di produzione Proton Cinema Ltd. insieme alla collega Viktória Petrányi, sua collaboratrice dai tempi dell’Accademia. Dopo svariati cortometraggi, l’esordio internazionale avviene a Cannes nel 2005, dove porta il suo lungometraggio Johanna in concorso a Un Certain Regard. Nella stessa sezione, nove anni più tardi, vincerà con il film White God – Sinfonia per Hagen, che sarà poi proiettato anche al Sundance Film Festival. Jupiter holdja, il suo ultimo lavoro, è stato presentato in concorso a Cannes nel 2017. Oltre che come cineasta, Mundruczó è molto apprezzato come regista teatrale della compagnia Proton Theatre, fondata nel 2009 con Dóra Büki. 3

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film GIOVEDÌ 11 OTTOBRE 2018 2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 L’AFFIDO regia di Xavier Legrand Francia, 2017 – durata 90’ Versione originale sottotitolata in italiano Figure che si muovono nel buio. In attesa, immerse in uno stato di sospensione spaziale ed emotiva che ne scolpisce i tratti, illuminati solo da fioche fonti di luce. L’affido di Xavier Legrand è una discesa, uno sprofondamento nell’oscuro, all’interno di un nucleo familiare ormai disgregato che si restringe, soffocato dalle proprie pareti. Miriam e Antoine sono in pieno divorzio: nella prima scena del film, davanti a un giudice, viene letta davanti agli ex coniugi una lettera del figlio Julien, interpretato dal giovane talento Thomas Gioria, in una delle interpretazioni più impressionati viste in concorso al Lido l’anno passato. Julien è impaurito, non vuole passare i fine settimana insieme al padre, non riesce a sopportare la violenza del suo comportamento. Eppure, Antoine sostiene che dietro queste parole ci sia la firma della madre. Vincitore di due premi alla 74. Mostra del Cinema di Venezia, il Leone d’Argento alla Miglior Regia e il Leone del Futuro per la miglior opera prima, il lungometraggio d’esordio del regista francese dimostra una maturità visiva costante nell’orchestrazione del tessuto narrativo: nessuna sbavatura, movimenti di troppo o iperboli volte a esasperare il dramma. Solo primi e primissimi piani, di un’asciuttezza disarmante per lo spettatore, tanto quanto lo è il volto di Denis Ménochet. Non sorprende che durante un’intervista l’attore originario di Enghien-les-Bains – definito da Tarantino, che lo ha diretto in Bastardi senza glo4 ria, il Robert Mitchum francese – abbia voluto approfondire il rapporto di affetto e amicizia che si è creato con il giovanissimo interprete, all’interno e all’esterno del set, per poter permettere a Gioria di affrontare più tranquillamente le asperità delle riprese. La fisicità di Ménochet, il suo sguardo e i silenzi alternati alle esplosioni di violenza immergono la visione in uno stato di tensione che viene riassunto nel volto muto di un padre, nell’oscurità degli interni e nell’algida fotografia che domina lo spazio visivo del film. Francesco Lughezzani t.o. Jusqu’à la garde – regia: Xavier Legrand – sceneggiatura: Xavier Legrand – fotografia: Nathalie Durand – montaggio: Yorgos Lamprinos – interpreti: Thomas Gioria (Julien Besson), Saadia Bentaieb (Giudice), Mathilde Auneveux (Joséphine Besson), Mathieu Saikaly (Samuel), Léa Drucker (Miriam Besson), Florence Janas (Sylvia), Denis Ménochet (Antoine Besson), Martine Vandeville (Madeleine Besson), Emilie Incerti-Formentini (Avv. Ghenen), Sophie Pincemaille (Avv. Davigny) – produzione: K.G. Productions, France 3 Cinéma, Centre National de la Cinématographie – Francia, 2017 – 1 h 30’ – v.o. sottotitolata in italiano XAVIER LEGRAND Xavier Legrand è regista, attore e sceneggiatore. Si è formato presso il Conservatoire National Supérieur d’Art Dramatique di Parigi e dopo un’intensa attività teatrale ha scelto di intraprendere una carriera dietro la macchina da presa. Il suo debutto, il cortometraggio Avant que de tout perdre, gli è valso numerosi riconoscimenti in festival internazionali e una candidatura agli Oscar nel 2014. Il suo primo lungometraggio, Jusqu’à la garde, è in concorso alla 74. Mostra del Cinema di Venezia, dove si aggiudica il Leone d’Argento per la miglior regia e il Leone del Futuro – Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentiis”.

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film GIOVEDÌ 18 OTTOBRE 2018 3 ORE 16.30 / 19 / 21.30 MANUEL regia di Dario Albertini Italia, 2017 – durata 98’ ORE 21.30 INCONTRO IN SALA CON IL REGISTA Una storia intrisa di un’umana fragilità, quella illustrata dal regista Dario Albertini nel suo film Manuel, scritto assieme a Simone Ranucci. Fragile è l’animo dell’omonimo protagonista, interpretato con efficace disinvoltura e naturalezza dall’esordiente Andrea Lattanzi nei panni di un diciottenne della periferia romana, uscito da poco dalla casa famiglia che lo ha ospitato per diversi anni dopo l’arresto della madre. Il trauma dell’assenza prolungata di una figura materna nel delicato periodo adolescenziale, per quanto tamponato al meglio dalle amicizie coltivate nell’istituto, fa sentire il suo peso sulle spalle del nostro protagonista: i primi piani che si stringono sul suo volto rivelano spesso uno sguardo triste, che si accompagna ad un’indole profondamente buona. Il ritratto che ne risulta è quello di un’adolescenza menomata, un profilo estremamente reale al pari di quelli che ritroviamo nel miglior cinema dedicato a difficili scenari sociali, comunemente di stampo documentaristico, anche se in realtà questa etichetta di genere stenta a inquadrare un film come Manuel. Riprodurre la realtà dunque, ma senza tradirla, per parafrasare il regista. L’opera prima di Albertini non punta infatti, come accadrebbe appunto in un documentario, all’inquadramento di una realtà difficile a partire dall’indagine delle sue premesse, né tanto meno si occupa di raccontarne gli sviluppi. Il sipario del film si apre invece sull’uscita dalla “prigionia” della casa famiglia, su un happy ending in divenire, che non lascia al fragile protagonista il lusso dell’ingenuità: la vita ora più che mai richiede a Manuel un grande sforzo di volontà, una voglia di andare avanti in una realtà alla quale il ragazzo certo non è più abituato, dopo anni passati nell’isola tutto sommato infelice dell’istituto. La cinepresa non abbandona nemmeno per un istante Manuel, inseguendolo da vicino in questo suo percorso di riadattamento alla società e, soprattutto, nell’ingresso brutale in una vita adulta già ricca di ostacoli da oltrepassare; su tutti, la pesante responsabi- lità costituita dai domiciliari della madre, che dipendono in modo speciale proprio dal comportamento del giovane, spinto dalle circostanze ad abbandonare svaghi e occasioni (anche sentimentali) per dedicare il suo tempo ad avvocati e assistenti sociali, al fine di far uscire il genitore dal carcere. È un cammino, quello di Manuel, che ne mette a nudo l’intima fragilità: il film esaspera nell’immagine lo sforzo dell’adattamento, la fatica nell’interazione sociale combattuta con una bontà d’animo che immediatamente annulla ogni distanza con lo spettatore, rendendo perfetta per il film la scelta di un titolo tutto dedicato al suo personaggio principale. Non c’è il peso della retorica o la necessità del giudizio in Manuel, solo il breve incipit di una storia sospesa tra il peso di un recente passato trascorso nella casa famiglia e un futuro da costruire, tra incertezze, difficoltà e rinunce. Il regista racconta da vicino questa parentesi temporale, che per Manuel si consuma davvero nel giro di pochi giorni, lasciandoci a speculare sul possibile destino del giovane protagonista. Questa modalità del racconto rivela tutta la sua efficacia proprio nell’atto di trasmettere energia emotiva allo spettatore, complici certo anche un’ottima regia e, soprattutto, la buona interpretazione di Andrea Lattanzi, nei panni di un personaggio che, secondo un primo progetto del film, non sarebbe dovuto essere interpretato da un attore. Va ricordato che alla base di questo film vi è infatti il modello di una storia vera, quella raccontata da Albertini nel suo precedente documentario La repubblica dei ragazzi, dedicato allo stesso istituto di Civitavecchia dal quale è uscito Manuel. Tra finzione e realismo, il film riesce dunque a trovare una sua strada, rivelandosi nel panorama del cinema nostrano come uno dei racconti di formazione più autentici degli ultimi tempi. Michele Bellantuono regia: Dario Albertini – sceneggiatura: Dario Albertini, Simone Ranucci – fotografia: Giuseppe Maio – montaggio: Sarah McTeigue – scenografia: Alessandra Ricci – musiche: Dario Albertini, Michael Brunnock, Sarah McTeigue, Ivo Parlati – interpreti: Andrea Lattanzi (Manuel), Francesca Antonelli (Veronica), Renato Scarpa (Sor Attilio), Giulia Elettra Gorietti (Francesca), Raffaella Rea (Marzia), Luciano Miele (Avvocato Marone), Alessandro Di Carlo (Elpidio), Frank Murgia (Frankino) – produzione: BiBi Film, Regione Lazio – Italia, 2017 – 1h 38’ DARIO ALBERTINI Dario Albertini, classe 1974, è un regista, musicista e fotografo romano. Albertini ha dedicato alla periferia della capitale i suoi principali lavori da regista. L’abbandono non è lontano (2010), cortometraggio di denuncia per raccontare il degrado di una scuola del litorale romano; SLOT – Le intermittenti luci di Franco (2013), documentario sul gioco d’azzardo patologico; La Repubblica dei Ragazzi (2015), che ripercorre la storia di quella casa famiglia di Civitavecchia che tornerà protagonista nel suo primo film di finzione, Manuel (2017); Incontri al mercato (2015), racconto della vita quotidiana di tre abitanti della provincia. 5

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film 4 GIOVEDÌ 25 OTTOBRE 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 CARTAS DA GUERRA regia di Ivo M. Ferreira Portogallo, 2016 – durata 105’ Versione originale sottotitolata in italiano il quotidiano e il racconto dell’amore per i suoi affetti lontanissimi, quasi indistinguibili, e circondati da una luce abbacinante che ne confonde i tratti. Ma questa dimensione appassionata e letteraria è solo illusione e finirà per essere divorata dalle immagini del conflitto, da un reale che strappa con violenza António alla sua narrazione, per ricordarci tutta la sua crudezza. Francesco Lughezzani La guerra coloniale portoghese, dal 1961 al 1974, è stato un conflitto scomposto e disperso in diversi stati dell’Africa meridionale: azioni di guerriglia, divise fra Angola, Guinea Bissau e Mozambico. Tutto questo proseguì fino alla caduta del regime di Salazar e consumò una generazione e un impero già volto al completo sfacelo.. Ivo M. Ferreira ha scelto di raccontare l’Angola, il fronte più problematico di una lunga e sanguinosa guerra di logoramento – drammaticamente vicina alla contemporaneità – attraverso le lettere e memorie di uno dei più grandi scrittori portoghesi contemporanei, António Lobo Antunes. All’epoca era medico, specializzato in psichiatria, e venne mandato al fronte dal 1970 al 1973, durante le fasi finali della guerra. Lettere dalla guerra sono quelle che sentiamo pronunciare al voice over, narratore della quotidianità di un conflitto che ha allontanato il protagonista dall’amata moglie, lontana e in attesa di un figlio. L’opera letteraria, adattata dal regista insieme allo sceneggiatore Edgar Medina, è il nucleo da cui parte e si espande l’opera di Ferreira, che guarda a Miguel Gomes e alla malinconia di Manuel de Oliveira per immergere lo spettatore in una dimensione fuori dal tempo, come fuori dal tempo e fuori dalla Storia era quel conflitto. La fotografia in bianco e nero scorre sulle parole di Antunes, attraversa l’acutezza delle sue riflessioni, la passione per 6 regia: Ivo M. Ferreira – sceneggiatura: Ivo M. Ferreira, Edgar Medina, António Lobo Antunes – fotografia: João Ribeiro – montaggio: Sandro Aguilar – scenografia: Nuno Mello – musiche: António Pedro – interpreti: Miguel Nunes (António), Margarida Vila-Nova (Maria José), Ricardo Pereira (Maggiore), João Pedro Vaz (Capitano), Francisco Hestnes (Caporale Carica)– produzione: O Som a a Furia – Portogallo, 2016 – 1h 45’ – v.o. sottotitolata in italiano IVO FERREIRA Ivo M. Ferreira è regista e sceneggiatore. Figlio di una coppia d’attori, si è formato tra Portogallo, Inghilterra e Ungheria frequentando la Escola António Arroio e in seguito la London Film School e l’Università di Budapest. Il suo primo cortometraggio è stato prodotto e diretto durante un viaggio in Cina: O Homem da Bicicleta – Diário de Macau, del 1997, è stato uno dei primi corti documentari a sfondo antropologico realizzati da Ferreira. Il suo primo lungometraggio di finzione, Cartas da Guerra, è stato presentato in concorso alla Berlinale nel 2016.

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rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA Una luna chiamata Europa di Kornél Mundruczó Giove ha 54 lune, si legge all’inizio di Una luna chiamata Europa. Sotto il ghiaccio che si stende su una delle più grandi sembra stia nascosto un oceano di acqua salata, da cui potrebbe nascere una nuova forma di vita. Il nome di questa luna è Europa. Mundruczó e la co-sceneggiatrice Wéber raccontano una storia ungherese, ma alludono a una condizione che travalica i confini del loro Paese. Fra le emozioni che li hanno accompagnati nello scrivere e nel girare il film c’è stato un “viaggio” al campo di Bicske, certo non dissimile dai molti che in Europa rinchiudono migranti e richiedenti asilo. Lì, racconta il cinquantatreenne regista ungherese, abbiamo visto uomini gettati fuori dal tempo e dallo spazio, senza passato né futuro, in balia di un presente incerto. […] La sceneggiatura cerca di comporre tra loro temi grandi e diversi, dalla ricerca di una fede non più abitudinaria alla meraviglia di fronte ai “miracoli”, dalla capacità umana di affrancarsi dal male alla domanda «chi e che cosa è uno straniero?». […] Un migrante è il più straniero fra gli stranieri, e dello straniero porta con sé la capacità di sorprendere. In lui c’è qualcosa che ancora non conosciamo, qualcosa che ci provoca e insieme ci chiama, e che possiamo ascoltare e guardare con curiosità, o odiare con paura. Sotto il gelo morale con cui per lo più lo teniamo a bada, privandolo di spazio e tempo, di passato e futuro, potrebbe esserci un oceano di vita. E questa vita potrebbe chiamarsi Europa. Roberto Escobar da Domenica - Il Sole 24 Ore 15 luglio 2018 L’affido di Xavier Legrand Il film di Legrand […] è un esordio potente, senza tregua, quasi ossessivo nella sua scrittura cruda e in crescendo. Un film impegnato, ma che non cede alle trappole dello “spiegone”. […] Un thriller e insieme un “dramma”, che però non si accontenta di soluzioni evidenti, piuttosto ti lascia addosso un senso di minaccia costante, d’insofferenza e strisciante fastidio. Il marito non accetta il divorzio, il figlio si lascia talvolta sedurre da quelle lacrime di coccodrillo, la madre non sa decidere. Solo nel finale, tesissimo, la verità balza all’occhio, il sospetto prende corpo. Le molestie non sono solo un gesto definito e definibile, le molestie sono un lungo percorso dentro le anime degli altri e lasciano ferite che se pur non sanguinano disseminano tracce indelebili. Un film così, oggi, in pieno tumulto di rivelazioni e denunce, ha il pregio di non trasformarsi in volantino, ma di racontare sotto pelle gli effetti del ricatto amoroso e sentimentale, del malamore, delle storie maledette che paiono invece comuni e quotidiane. Un film freddo e determinato, forse difficile da guardare e sentire. Ma necessario. Tutti bravissimi, strepitoso in sfumature e sobbalzi d’umore Ménochet, fragilissima e dura la moglie interpretata da Léa Drucker, stretto nella morsa dell’amore-disamore il bambino Thomas Gioria. Insomma, per me, un film a perdifiato, un film da non perdere, un film di oggi. Piera Detassis da Ciak N.4 aprile 2018 Manuel di Dario Albertini Ci sono film che parlano anche se non sono perfetti. Ci sono film, anzi, che parlano molto più forte, si fanno sentire e ca- pire molto più bene, dei film tecnicamente perfetti. Manuel è uno di questi: piccolo, tecnicamente incerto, ma capace di trasmettere allo spettatore qualcosa di forte attraverso dei canali che, in una intelaiatura che vorrebbe sovrascrivere la realtà, si avvertono invisibili. […] L’incontro con Andrea Lattanzi, qui al suo primo ruolo da protagonista, è stato fortuito ed illuminante: con lui, incline fisiologicamente all’improvvisazione, Albertini ha potuto portare avanti la sua idea di far scorrere il film secondo una cronologia naturale, girando le scene in ordine di accadimento, fornendo agli attori solo degli spunti quotidiani da seguire, lasciando che l’oggetto film prendesse forma senza troppi tagli di montaggio. Il risultato è un materiale molto grezzo, che di tecnicamente cinematografico ha poco, ma che vive e brilla di suggestioni: la mimica, la recitazione naturalistica di Lattanzi, sono la chiave di volta di una vicenda prettamente umana che coinvolge attraverso una visceralità sofferente che è l’esatto specchio di un’anima giovanissima caricata a molla di responsabilità precoci. […] Albertini denuncia le sue intenzioni sulla carta quando ci mostra i momenti chiave da una prospettiva distanziata, muti, attraverso una finestra, ad esempio, oppure sottolineando con i movimenti di macchina alcuni concetti, come l’intimità violata di madre (una bravissima Francesca Antonelli) e figlio in un’aula di tribunale, con la scorta indifferente ai lati: questo procedimento risulta un po’ meccanico, ma, a sorpresa, non distrae dal pathos che crea nello spettatore, marcando una vicinanza insolita. Elisa Baldini da Cineforum N.575 giugno 2018 Cartas da guerra di Ivo M. Ferreira Il film di Ivo M. Ferreira è un film poetico, incentrato sul dialogo continuo tra il medico, costretto a vivere in un campo militare disperso nel nulla e le emozioni, il sentimento di distanza, le difficoltà nello stare lontano dalla moglie che, nell’attesa del suo ritorno, diventerà madre. Le lettere, tutte vere e raccolte nel libro Lettere dalla guerra di António Lobo Antunes sono un viaggio nel viaggio alla scoperta dell’amore, della vita e della morte, tutte emozioni e sensazioni che prendono vita attraverso belle immagini volutamente in bianco e nero girate in Angola. In questo film le parole scandite dalle molteplici lettere sono fondamentali, le vere protagoniste in tutto il film, raccontate attraverso immagini che descrivono una terra africana pesante e lenta, lontana e non compresa. Il ritmo del film è dato proprio dalle emozioni che vengono raccolte attraverso le parole di António, dai momenti di tristezza, di allontanamento e mancanza assieme alla voglia di ritornare a casa e abbracciare l’amata moglie, con il risultato che, a volte, c’è un fiume in piena di sentimenti che può risultare eccessivo, ma, allo stesso tempo, necessario per cogliere a pieno il vulcano di emozioni del giovane medico. Un film sicuramente da vedere, che ha un ritmo tutto suo e probabilmente molto diverso dalla frenesia di quel cinema commerciale che tanto funziona: ma […] il cinema portoghese […] sta vivendo una seconda primavera per quanto concerne il film d’autore. Giacomo Cosua da XL.repubblica.it, 17 febbraio 2016 7

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festival RITORNO A ODESSA One more step on the Potëmkin stair S econda volta al Festival di Odessa, quasi come tornare a casa. Tutto più facile: muoversi in città per raggiungere il festival, scegliere il ristorante dove cenare, fare la spesa al mercato. La stanza che ho preso in affitto era in centro, abbastanza vicino alla scalinata Potëmkin, ma lontano dalle due sale del festival, Rodina e Festival Palace. Quest’anno, per sopraggiunti limiti di età, non ho noleggiato una bicicletta ma ho utilizzato mezzi pubblici e privati, come i maršrutka: minibus che fanno la spola su percorsi prestabiliti e ti scaricano, a richiesta, anche in luoghi diversi dalle fermate ufficiali. Una corsa costa pochissimo, 30 Grivne, 10 centesimi di Euro. Per la scarsità (assenza?) di informazione su linee e orari, serve qualche giorno per capire come spostarsi. Anche in questo caso le quattro parole che so di russo sono state preziose: l’80% dei cittadini di Odessa parla russo, solo i giovani parlano inglese. Al festival ho visto una ventina di film. Fra quelli che mi sono piaciuti di più, vorrei segnalare quanti classifico come “film da Circolo”, nel senso che potrebbero entrare nella nostra programmazione e risultare graditi alla maggior parte dei Soci. A nessuno di questi, purtroppo, è stato assegnato alcun premio. ​Foxtrot (Israele, 2017) di Samuel Maoz, proiettato anche a Verona ma per un solo giorno, è un film che vorrei consigliare a tutti di rivedere in lingua originale, per apprezzare la bravura degli attori e la loro capacità di esasperare nei momenti più drammatici la durezza degli aspri fonemi ebraici, ma anche di renderli dolcissimi nei momenti di tenerezza e intimità. Il film, dramma familiare ma anche opera di formazione che diventa in parte graphic novel, ha però il difetto di ricorrere troppo spesso alle riprese dall’alto: alla dodicesima ci si chiede se non ce ne sia qualcuna di troppo. Le riprese dall’alto sono presenti in molti altri film del festival. Temo che la diffusione dei droni, che facilitano (e banalizzano) questa tecnica, non renda un buon servizio al cinema. A Paris Education (Mes Provinciales, Francia, 2017) di Jean-Paul Civeyrac. Etienne si trasferisce dalla provincia a Parigi per studiare cinema, condividendo l’appartamento con una disinvolta studentessa: è subito chiaro che le promesse di fedeltà fatte alla fidanzatina non potranno essere mantenute. Il ragazzo va a lezione di cinema, vede i film che hanno fatto la storia, discute animatamente di settima arte, inizia a girare il suo primo film. Insomma: cinema sul cinema per chi ama il cinema. In bianco e nero, naturalmente. Forse troppo pieno di citazioni cinematografiche e letterarie, sicuramente troppo lungo. Woman at War (Francia, Islanda, 2018) di Benedikt Erlingsson – regista di quel Storie di cavalli e di uomini visto al Circolo nel 2016 – ci trasporta nella bellezza (quasi) incontaminata dell’Islanda. Qui, la forza e la determinazione di una dinamica signora sui 45 anni, minano lo sviluppo di un’impresa globalizzata con sabotaggi alla linea dell’alta tensione e attentati artigianali. Una serie di equivoci che coinvolgono un ignaro ciclista spagnolo, regalano momenti di ilarità che stemperano la drammaticità della vicenda, così come l’inatteso, geniale colpo di scena finale. L’attrice protagonista, Halldóra Geirharðsdóttir, è bravissima, una vera forza della 8 Maurizio Benedetti natura paragonabile a quella dei geyser e dei vulcani della sua isola. Il festival quest’anno ha voluto rendere omaggio al cinema Israeliano con la sezione “Focus: 70 years of Israeli Cinema”. Fra i film presentati, Tikkun (Israele, 2015) di Avishai Sivan se- gue la vita di una una famiglia ebraica osservante, turbata dalle inquietudini del figlio diciottenne che, in seguito a un incidente domestico, viene dato per morto. Il padre insiste nella rianimazione e, miracolosamente, il figlio torna in vi- ta. Le disgrazie che seguono sono vissute dal’uomo, anche attraverso angosciosi incubi, come una punizione per aver ostacolato il volere di Dio. In una documentazione puntuale (anche un po’ noiosa) della vita della famiglia, sottolineata dal bianco e nero, spiazzano la prima e l’ultima scena, al limi- te della pornografia. Wajib (Palesti- na-Francia, 2017) di Annemarie Jacir. Un giovane architetto, che ha studiato e vive in Italia, torna in Palestina per il matrimonio della sorella e, secondo tradizione, accom- pagna il padre in una interminabile processione presso parenti, amici e co- Foxtrot (2017) di Samuel Maoz noscenti per conse- gnare gli inviti alle nozze. La nuova cultura del giovane e i nuovi canoni estetici assimilati, si scontrano con quelli tradizionali del vecchio pa- dre e della sorella. Anche quest’anno il Toto Cutugno nazionale ha tenuto un concerto a Odessa, dov’è molto amato. La sua fama arriva anche al festival, dove è citato in due corti abbastanza diver- tenti: in Mia Donna di Pavlo Ostricov una donna costringe il marito a entrare in uno spogliatoio per provare dei vestiti, ma l’uomo ne esce trasformato in un bambino di cinque an- ni. «Ho comprato il camerino di seconda mano da un circo», si scusa la venditrice. La moglie, prima disperata e poi rasse- gnata al nuovo ruolo di madre del marito, riascolta con lui una vecchia cassetta con le canzoni di Toto Cutugno, tra cui Donna, donna mia, da cui il corto prende il titolo. In 8 Hours di Lena Shulika una cameriera senza tetto e una sofisticata cliente si trovano bloccate in una stanza d’alber- go tappezzata con le foto di Cutugno, che pare abbia dormi- to proprio lì. Dopo le iniziali diffidenze, finiranno a riposare nell’unico letto, fantasticando su improbabili avventure con il cantante. Nasce una sorta di affetto che sfocia un timido bacio: il primo per entrambe. Ogni proiezione del festival è stata preceduta da un ap- pello per la liberazione del regista ucraino Oleg Sentsov (ha- shtag #freesentsov), tenuto prigioniero in Russia con moti- vi pretestuosi: in maggio, Sentsov ha iniziato uno sciopero della fame per sollecitare il rilascio di 64 prigionieri politici ucraini detenuti in Russia e in Crimea.

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festival ALLE VETTE DELL’IMMAGINAZIONE Un’edizione che muove dal locale all’universale, con nuove collaborazioni Giovanna Girardi L e retrospettive in programma al Film Festival della Lessinia 2018 già parlavano chiaro. Con il supporto della Cineteca di Bologna (non è mai superfluo ricordare le povere famiglie che si sostentano grazie al lavoro nelle miniere di stagno. La vita del villaggio è precaria e gli abitanti fanno uso regolare di alcool (con una gradazione ai limiti del quanto sia valida a livello internazionale) e altri, sono stati credibile: 96%) e droga. Questa vita sul picco del mondo ma proiettati La montagna sacra di Jodorowsky, Orizzonte per- apparentemente priva di prospettive si accompagna al culto duto di Frank Capra, La principessa Mononoke di Miyazaki, I dei tori, mescolando mito, meraviglia e miseria. segreti di Twin Peaks, episodio pilota dell’omonima serie, e La Eppure le montagne dei corti di animazione dedicati ai leggenda di Narayama, un lungometraggio del giapponese bambini sono immaginarie più di tutte, a dimostrazione che Keisuke Kinoshita pressoché introvabile nel nostro mondo il festival apre le porte del cinema a varie fasce d’età. Teori- urbano. Una scelta di film che rispecchia la tendenza multi- ja Zakata, il vincitore per gli spettatori, spiega la “teoria del culturale, anticommerciale e aperta ai giovani del festival e tramonto” del disegnatore russo Roman Sokolov. Un omino che rivela immediatamente il tema di questa XXIV edizione: con la sua bicicletta attraversa ogni notte la foresta, scala la montagna immaginaria. una montagna e sveglia il sole con una moneta d’oro, dando La montagna immaginaria è quella del premio Lessinia il via a ogni giornata e alla sua fine: grazie a verità sempli- d’Oro Sengiré di Mindaugas Survila, regista laureato in biolo- ci ma schiaccianti, il corto non manca di stuzzicare anche la gia, che, usando la macchina da presa come un microscopio, mente degli adulti. A stuzzicare il sentimento, ci pensa l’or- osserva con la stessa solerzia la natura di un’antica foresta da di bambini che usciti dalla sala si dirige verso le urne per in Lituania. Le nere piume lucenti di uno strano tacchino, i riporre una stellina di legno sotto l’immagine del preferito. mosconi sui fiori, la raccolta ossessiva di ghiande da parte di Un aspetto fondamentale del Lessinia Film Festival, infatti, un topino selvatico, i millepiedi sul tronco degli alberi; la vi- è la partecipazione del pubblico. Oltre ai caffè con i registi cinanza ci fa perdere le coordinate della realtà e fa sembrare nello spazio esterno del festival, ai dibattiti in sala dagli esiti il mondo lento, ostinato e variopinto della natura un’opera imprevedibili (chi c’era ricorda certamente le canzoni rume- dell’immaginazione. È un mondo mimetico in cui le lucciole ne del protagonista di Lupele), tutti gli spettatori danno un sembrano stelle, i versi degli uccelli suonano legnosi e le ali voto ai film. Quest’anno, in particolare, il premio del pub- della civetta si muovono come grandiose onde marine. blico ha trovato d’accordo i detenuti del Carcere di Verona, La montagna immaginaria è, però, anche quella del chiamati anch’essi a esprimere una preferenza: Rudar è stato Buthan e dei giochi pieni di sogni di Geymbo e Tashi, giovani prodotto da Croazia, Germania e Slovenia e narra del geno- protagonisti in The Next Guardian. Nel miglior documentario cidio avvenuto vicino alla città di Laško durante la Seconda secondo la giuria, fratello e sorella sono uniti dalla passione Guerra Mondiale. Tratto dalla storia vera del minatore Meh- per il calcio e immaginano il proprio futuro nel quadro del- medalija Alić, il lungometraggio di Hanne Slak porta alla luce la tradizione – una tradizione lontana dalla nostra, ma non una verità terribile. priva di analogie. Lo sguardo In poche parole, il festival premuroso dei due registi Do- tocca temi molteplici e culture rottya Zurbò e Arun Battharai di solito escluse dal mercato. ha il merito, fra gli altri, di por- Non solo le già citate: Drought tare sul grande schermo una di Lilit Petrosyan è una paren- cultura di enorme fascino, ag- tesi sull’Armenia, il premio alla ganciandosi a dinamiche sem- regia Bjeshkë di Grégoire Ver- plicemente umane. beke è finanziato dal Belgio e Allo stesso modo, immagina- ambientato in Romania, Fauve ri o inventati sembrano gli af- narra delle feroci montagne freschi medievali che un grup- canadesi; la lista potrebbe an- po di ragazzi croati cerca di dare avanti. Un fatto, da solo, raggiungere a piedi, dopo una per cui vale la pena recarsi a sbronza colossale al festival di Bosco Chiesanuova verso fine Motovun. Kratki Izlet di Igor Bezinović vuole rappresentare l’allegoria di una generazione Il Direttore artistico del Film Festival della Lessinia Alessandro Anderloni e Mindaugas Survila, regista di Sengiré agosto. A maggior ragione se l’esplorazione cinematografica del mondo si accompagna a incapace di diventare adulta ed è stato scelto dalla giuria una costante riflessione sul proprio territorio: a rimpolpare come migliore lungometraggio a soggetto. Lunga carrellata i contenuti sui Lessini quest’anno c’era anche la mostra di sul paesaggio naturale della Croazia, sono certamente no- SÅM, giovane collettivo di fotografi veronesi. tevoli le sequenze vicine alla video-arte e l’integrazione del Tra cinema, dibattiti, fotografia, l’esperimento del Film Fe- sonoro. stival della Lessinia continua a crescere, a esplorare. Contro Immaginarie, come in una leggenda, potrebbero diventare facili tendenze metropolitane va nella direzione della ricerca le cime boliviane di Cuando el toro llorò, vincitore del premio delle territorialità, privilegiando il “piccolo”, i “silenziosi”, le del Curatorium Cibricum Veronese. Il raffinato documentario “comparse”del mondo. Una direzione candidamente espres- di Karen Vázquez Guadarrama e Bart Goossens, realizzato in sa dalla proiezione finale, retrospettiva e omaggio insieme: quasi un anno di permanenza presso le comunità, narra del- L’albero degli zoccoli. 9

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festival CENTO VOLTE PULITZER Un documentario racconta un secolo di vita del famoso premio D opo averlo a lungo inseguito, come ci viene detto nell’introduzione, quest’anno i bravi organizzatori della rassegna di documentari Pagine Nascoste, nell'ambito di Festivaletteratura, riescono ad offrirci in anteprima italiana al Cinema del Carbone – o Cinema Oberdan – The Pulitzer at 100 di Kirk Simon, documentario prodotto per celebrare i cento anni dall’istituzione del Premio Pulitzer. La novità di quest’anno è che ciascun documentario viene preceduto da un lungo trailer curato dai promotori, con un collage di scene di tutti gli otto documentari in programma. Il film alterna interessanti note e documenti biografici su Joseph Pulitzer, con molti commenti di alcuni vincitori nelle varie categorie del premio: sono ben ventuno, infatti, le categorie cui si concorre per il Pulitzer, non solo in campo giornalistico, ma anche letterario e musicale. A note e commenti si aggiungono letture di stralci di alcune tra le opere premiate e riproduzioni di pagine di giornali dell’epoca, contenenti i più famosi tra gli articoli vincitori nell’arco degli ultimi quarant’anni di storia degli Stati Uniti. Straordinariamente, al pubblico in sala viene chiesto di valutare, al termine della visione, se ritiene condivisibile l’unico difetto evidenziato da qualche recensione del film, e cioè di essere eccessivamente denso di  informazioni ed argomenti, e forse anche eccessivamente lungo. Ecco sfilare allora, sullo schermo, primi piani di famosi attori, come Helen Mirren, che legge pagine di Edith Wharton e di Eugene O’Neill, Natalie Portman che ne legge da Ayad Akhtar, Liev Schreiber che presenta stralci da Henry Miller, John Lithgow che declama Philip Roth e persino un regista, Martin Scorsese, che dà il suo contributo con alcune righe di Michael Chabon e di Marilynne Robinson. Ma ecco anche testimonianze di famosi musicisti le cui opere hanno vinto il premio, come Wynton Marsalis e David Crosby. E primi piani di romanzieri, drammaturghi e poeti viventi che rispondono alle domande su come sia cambiata la loro vita e la loro carriera dopo il premio, oppure che leggono estratti dalle proprie opere premiate, come Tracy Immagine di repertorio da The Pulitzer at 100 10 Nelly Girardi K. Smith, Michael Cunningham, gli stessi Ayad Akhtar e Mi- chael Chabon, Paula Vogel, mentre contemporaneamente vediamo qualche scena di film tratti da opere premiate con il Pulitzer, come Angels in America di Mike Nichols da Tony Ku- shner, Death of a Salesman di Arthur Miller nella versione di Volker Schlöndorff, The Age of Innocence di Martin Scorsese dal romanzo della Wharton. Numerosi i giornali che, con le loro pagine entrate nella storia, si alternano sullo schermo, così come le loro redazioni immortalate nelle foto commemorative, e le interviste ai sin- goli giornalisti, nonché a qualche fotografo, come Nick Út, la cui foto che ritrae la ragazzina vietnamita colpita dal Napalm è ormai una delle icone della storia del Ventesimo secolo. Nel film si intervista- no sia il fotografo, che la bambina di allora divenuta don- na. Alcuni giornalisti premio Pulitzer ci parlano degli even- ti affrontati nelle pubblicazioni che li hanno resi famosi: David Remnick del suo saggio sugli ul- timi giorni dell’Unio- ne Sovietica, Robert Allan Caro delle sue biografie di perso- naggi politici, Nicho- La locandina del film las Kristof del suo ar- ticolo sulle proteste di Piazza Tienanmen, Thomas L. Friedman dei suoi reportage dal Libano e dalla Palestina, Mary McNamara delle sue cri- tiche televisive, Bob Woodward e Carl Bernstein, in qualità di autori dell’articolo sullo scandalo Watergate pubblicato dal Washington Post, offrono, come gli altri intervistati, i loro commenti sull’evento la cui trattazione li ha resi famosi e sul significato della loro professione. Il film è denso di informazioni, commenti e idee interes- santi, di importanti documenti sulla storia e la cultura degli ultimi quarant’anni degli Stati Uniti e, probabilmente, sa- rebbe stato godibile e interessante anche se si fosse scelto di restringere gli interventi di alcuni intervistati, come per esempio quelli di Michael Cunningham o di David Remni- ck, oppure se nelle interviste si fosse evitato di chiedere ai giornalisti di esprimersi sull’aspetto dell’oggetto che hanno ricevuto come simbolo del premio. Questo solo per voler raccogliere a tutti i costi la richiesta di valutazione che è stata formulata al pubblico del Cinema Oberdan. Se ne potrà discutere con chi avrà la fortuna di vedere il documentario. Non più con Kirk Simon, purtroppo, dato che il regista è mancato prematuramente a New York il 14 Aprile scorso.

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festival IL SUCCESSO SI CONSOLIDA Venezia, un’edizione del festival che registra nuovi primati Roberto Bechis 1938 Diversi di Giorgio Treves S i è appena conclusa la 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ma possiamo già con certezza dare un primo giudizio: il successo si è consolidato ulteriormente. L’ottima conduzione di Alberto Barbera ha portato, oltre che un ritorno importante di stima internazionale, anche un’ulteriore crescita nella presenza dei giornalisti e un forte aumento della vendita di biglietti. Sicuramente ha contribuito alla crescita l’alto livello qualitativo e di apprezzamento della programmazione dell’anno scorso, poiché l’afflusso nelle sale di proiezione è stato alto fin dall’inizio della Mostra. Altro fattore di successo è che, per il secondo anno consecutivo, la sintonia tra critica, pubblico e giuria sui premi da assegnare è stata assoluta. Forse ancor più che nel 2017, poiché, in particolare per il Leone d’oro, la vittoria di Roma del regista messicano Alfonso Cuarón era persino scontata, trattandosi di un capolavoro assoluto, ben al di sopra degli altri film in concorso. Un’opera estremamente accurata, ben recitata e con una magnifica sceneggiatura. Il regista è riuscito a creare un film raffinato ed equilibrato tra dramma, commedia e impegno sociale, mettendo a fuoco differenze e similitudini di due mondi apparentemente molto separati: la realtà cruda degli indios (in particolare la comunità mixteca) e la borghesia benestante dei blancos. Il tutto in una Città del Messico degli anni ’70, percorsa da forti tensioni sociali. Alfonso Cuarón è produttore e, oltre che autore della sceneggiatura, ha seguito anche la splendida fotografia, in bianco e nero, valorizzando le sofferenze e le intensità emotive della trama. Il film verrà distribuito da Netflix, ormai diventata di fatto casa distributrice di tutto rispetto, segnando una nuova era nella distribuzione cinematografica. Il film, come lo splendido The Ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen (premio miglior sceneggiatura), verrà comunque distribuito anche nelle sale cinematografiche, perché solo in questo modo potrà partecipare agli Oscar. Come negli ultimi anni, nessun premio è andato ai film italiani, confermando una difficoltà persistente del nostro cinema ad affermarsi, in questo periodo storico, con film di qualità e competitivi tecnicamente con le altre cinematografie. Durante il Festival, il Circolo del Cinema è stato presente, per il secondo anno, con il proprio premio all’interno della rassegna della Settimana Internazionale della Critica, rafforzando il nostro rapporto con il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI): la giuria di Soci massimo trentenni ha premiato il fresco e originale film francese Bêtes blondes, dove viene affrontato con intelligenza e con forte ironia un tema tutt’altro che divertente, l’elaborazione del lutto. Mentre il Premio del Pubblico della Settimana della Critica è andato al coraggioso e intenso documentario Still Recording, girato in diretta tra Damasco e Douma, in piena guerra civile siriana. Anche una regista Italiana si è fatta notare tra i sette film in concorso: Letizia Lamartire con Saremo giovani e bellissimi. Nel mese di novembre avremo modo di vedere al Circolo almeno due di questi bellissimi film. Poiché sui premi della rassegna principale faremo approfondimento in un altro articolo, voglio soffermarmi sui documentari presentati a Venezia, in particolare sui tre Fuori Concorso che mi hanno particolarmente colpito per la loro qualità. 1938 Diversi di Giorgio Treves, film che ricorda e approfondisce, nell’ottantesimo dalla promulgazione delle leggi razziali fasciste, una pagina vergognosa e tragica del nostro Paese. Finalmente un’opera italiana valida, un documentario analitico e ben fatto per ricostruire la memoria storica di fatti avvenuti e, purtroppo, ancora a rischio di attualità. In particolare, viene analizzato il ruolo delle comunicazioni di massa nel creare, in pochi mesi, un nemico fino ad allora non esistente come minaccia. American Dharma di Errol Morris, lunga intervista a Steve Bannon, di fatto responsabile della vittoria elettorale di Donald Trump. Il grande regista, documentarista e autore di film importanti e premiati, autore di interviste a molte figure controverse della nostra epoca, si è cimentato nel conoscere meglio l’inventore del populismo negli USA, poi esportato anche in Europa, creando non poche polemiche. A chi lo ha contestato, accusandolo di dare spazio ad una persona pericolosa e fuorviante, ha risposto che è meglio conoscere il nemico invece di ignorarlo. Monrovia, Indiana di Frederick Wiseman, il bravissimo ed affermato regista cinematografico e teatrale Statunitense, di casa in Italia (tra l’altro anche con un breve cameo come attore nel film di Valeria Bruni Tedeschi) setaccia chirurgicamente una cittadina di 1.400 abitanti vicino a Minneapolis, indagando nei negozi, nelle riunioni municipali, in tutte le (poche) occasioni di ritrovo sociale. Viene analizzata abilmente una realtà dove Trump ha raccolto quasi il 70% dei voti e dove, come ha spiegato il regista in conferenza stampa, ancora oggi tutto il tempo viene trascorso al lavoro, in famiglia oppure nelle molteplici comunità religiose. Questo è tutto da Venezia Lido, sempre nella speranza che queste splendide opere possano essere gustate anche a Verona: in questo senso noi del Circolo ci impegneremo, come sempre. 11

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festival ROMA NON È ITALIA Alla Mostra, premi meritati ma senza sorprese per il nostro cinema L ivello buono, film di qualità, verdetto finale tutto sommato equilibrato: il bilancio della 75. Mostra del Cinema di Venezia è nel segno di numeri tutti positivi e della novità Netflix che non poteva non far discutere. Ma questa piccola rivoluzione, quella dell’ingresso di film prodotti dal colosso mondiale dello streaming (che per molti è il nemico delle sale), così come il tono minore di alcune opere del concorso e delle altre sezioni, non tolgono nulla all’immagine complessiva di un festival che si è dimostrato all’altezza delle attese. Riconquistando un ideale primo posto tra le rassegne cinematografiche, col sorpasso sulla rivale Cannes. Roma, di Alfonso Cuarón Per il Leone d’oro è stata davvero la cronaca di una vittoria annunciata, quella di Roma di Alfonso Cuarón, che racconta la tempesta all’interno di una famiglia borghese, che vive nel quartiere omonimo di Città del Messico negli anni Settanta. Il bianco e nero del regista messicano è capace di rendere eterna e irripetibile sia la sofferenza che l’alone fiabesco dell’esistenza, con una particolare tenerezza verso la dignità dell’universo femminile. Il primo Leone d’oro nell’era Netflix è comunque un perfetto film da festival, per lo stile e per il tema, che, oltre al passaggio in streaming, uscirà in sala (“in sale selezionate” si precisa sui manifesti) anche in Italia. Come il vincitore, anche il resto del palmarès è abbastanza prevedibile e per certi versi ineccepibile, pur nell’assenza di riconoscimenti agli italiani e a film di pregio tra cui Opera senza autore di Florian Henckel von Donnersmarck che in poco più di tre ore (che scorrono veloci) ritrae la Germania in un lungo arco temporale – dall’ascesa del nazismo agli anni Settanta – raccontando l’amore di un giovane artista spiantato per una ricca giovane borghese, il cui padre è implicato nei crimini nazisti. Storie individuali abbracciate alla zattera che solca il mare tempestoso della Grande Storia, bellezza e orrore mescolati in un film dalla suggestiva eleganza formale. Il Leone d’argento Gran premio della giuria è stato attribuito a La favorita di Yorgos Lanthimos, cui va anche la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile (assegnata a Olivia Colman per la parte di Anna, regina ingorda e squilibrata). Il regista greco ha girato un film in costume ambientato in Inghilterra nel XVIII secolo, raccontando di due donne, tra loro cugine, che si contendono i favori della regina. Divertente, cinico e mai banale. Due western alla ribalta con i 12 Lorenzo Reggiani fratelli Coen e Jacques Audiard, vincitore del Leone d’argen- to per la regia con The Sisters Brothers, ballata western, ma di sapore europeo. Conquista il sarcasmo tragicomico di una coppia di mammoni, John Reilly e Joaquin Phoenix, killer per mestiere e per piacere. I Coen si aggiudicano invece il pre- mio per la sceneggiatura con The Ballad of Buster Scruggs, sei episodi animati da pistoleri canterini, cercatori d’oro (come in Audiard), attori di spettacoli itineranti. Non è la migliore pellicola dei fratelli, ma immagini e risate di qualità sono as- sicurate. Willem Dafoe è una meritata Coppa Volpi. In At Eternity’s Gate di Julian Schnabel è Vincent van Gogh in preda alle tur- be della natura che rappresenta nelle sue tele, alle scariche quasi animali che lo portano a gelosia, fame, isolamento. Quello di Schnabel è il film di un pittore su un pittore, con una macchina da presa coerente, anche in certa melodram- maticità, al movimento impresso nei quadri di van Gogh stesso. Doppio premio, Speciale per la giuria e Mastroianni come migliore attore emergente (all’aborigeno Baykali Ganam- barr) a The Nightingale di Jennifer Kent, unico film femminile in gara. Ambientato in Tasmasnia nel 1820, racconta la rivin- cita nei confronti di un ufficiale della guardia britannica da parte di una galeotta irlandese, vittima di delitti ignominiosi, dettati dal bisogno di dominio del capitano, invaghitosi di lei. Un film che emoziona e sciocca. A mani vuote i tre film italiani in concorso, forse penalizzati dalla tendenza al grande racconto che ha caratterizzato la Mostra, anche se il presidente della Giuria Guillermo del Toro, alla domanda se uno dei nostri sia mai stato in partita per un premio, ha risposto «sì, ce ne è stato uno che ci è andato mol- to vicino». Chi sarà stato: il deludente remake dell’horror di Dario Argento Suspiria, di Luca Guadagnino; l’efficace inda- gine documentaria di Roberto Minervini sulle sacche di po- vertà e di degrado nel Sud degli Stati Uniti, What You Gonna Do When World’s on Fire?; l’interessante riflessione tra utopia, politica, interventismo e mondo contadino alle soglie della prima guerra mondiale di Capri-Revolution di Mario Marto- ne? I tre film, assai diversi tra loro, sono però accomunati, nei loro aspetti migliori, da uno scarto rispetto alla costruzione narra- tiva col prevalere della dimensione visionaria o quella non-fiction. Accomunati anche dal- l’alta qualità e dall’am- bizione. E pazienza se il direttore della Mo- stra, Alberto Barbera, si era detto felice che fosse finita l’epoca in cui l’Italia “doveva” per forza vincere. Forse per i festival vale, co- me per le olimpiadi, il motto: l’importante è Opera senza autore di Florian Henckel partecipare. von Donnersmarck

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festival FANTASTICHE BESTIE Cartoline di un settembre al Lido U na giuria di Soci under 35 ha assegnato il Premio Circolo del Cinema al film ritenuto il più innovativo fra i sette in concorso alla 33. Settimana Internazionale della Critica a Venezia: Bêtes blondes di Alexia Walther e Maxime Matray. Il film sarà presentato all’interno della programmazione di novembre del Circolo e sarà accompagnato da motivazioni e approfondimenti. Qui lasciamo invece la parola ai cinque giurati, con brevi impressioni dall’esperienza al Lido. La giuria ne ha viste di cose quest’anno: dalle putrescenti maledizioni di Tumbbad alle colorate visioni di aKasha, dalle sonorità eighties di Saremo giovani e bellissimi ai silenzi di Adam und Evelyn, dalle labbra di Anna Eriksson ai paradossi etici di Still Recording. Assistere ad una proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia non è tuttavia facile come potrebbe sembrare, anche con un accredito della SIC al collo. Dopo uno dei numerosi e fallimentari tentativi di entrare nei sotterranei della Sala Grande – conosciuti anche come Sala Pasinetti, le cui porte di vetro tutt’ora ricorrono nei miei incubi – la sera del 3 settembre iniziai la corsa per evitare l’horror vacui. Oltre le rampe dello scalone che porta al secondo piano, al Palazzo del Casinò, proiettavano Bêtes blondes in anteprima per la stampa. Fortunato, riesco ad entrare. A metà film, quando il vagabondare di Fabien si sta intorbidendo, sono già convinto. Tornato a casa, a Malamocco, cerco di imitare le sue movenze, i tratti animaleschi che sfodera quando si ingozza di tartine al salmone, o quando avvista un gatto. Non è stato troppo difficile. E presto Fabien, o Patrice, arriverà. Solo alla SIC, solo al Circolo. Francesco Lughezzani Non mi sarei mai aspettata di entrare a far parte di una giuria del Festival del Cinema di Venezia a soli 18 anni e invece eccomi qui, appena tornata da un’esperienza incredibile che mi ha permesso di mettermi in gioco e di avvicinarmi ancora di più a un’arte a cui mi sto appassionando con tutta la sua bellezza e stravaganza. Proprio queste sono state le protagoniste delle proiezioni in concorso alla SIC di Venezia 75 a partire dal film di apertura, Tumbbad, fino al film da noi premiato. Pellicole capaci di lasciarti con miriadi di domande una volta usciti dalla sala, ma con tanta voglia di rivederle ancora e ancora. Essere parte di Venezia.75 ha poi significato scoprire mondi a cui non mi ero avvicinata prima, come quello della Virtual Reality, cui è dedicata un’intera sezione, e partecipare ad alcuni eventi collaterali presentati durante il Festival. Tra questi mi ha colpito l’intervista tenutasi presso la Villa degli Autori in occasione della presentazione del film Why Are We Creative? che ha visto interrogarsi sul significato di “creatività” il regista Hermann Vaske, l’attivista russa leader delle Pussy Riot, Masha Aljokhina, e l’artista Marina Abramović. Bianca Meneghini Reduce da un’impegnativa ed emozionante settimana dedicata interamente al Cinema, in una città come Venezia che crea una delle cornici più suggestive per vivere al meglio questo tipo di esperienza. Provenendo da svariati am- a cura della giuria della SIC biti professionali, i gusti e gli interessi della giuria si sono dimostrati più volte differenti: questo ci ha consentito di dialogare su svariati temi sociali, a volte argutamente celati, che sono stati alla base della nostra scelta. La moltitudine dei lungometraggi visionati ha spaziato dai reportage di guerra, alle storie d’amore e diserzione, dai thriller sull’avidità per il dio denaro fino a viaggi nell’oscurità, nell’incubo allucinato di una Star del cinema come Marilyn. L’ardua scelta fatta è stata unanime e adeguata, al fine di creare in noi interrogativi su temi impegnativi da “digerire”, ma trattati dai due registi in una evidente chiave ironica. Francesco Corezzola Il rischio dei festival cinematografici, se presi di petto, è quello di immergerti in un fluire ininterrotto di immagini, cui diventa arduo opporre quel minimo di resistenza da cui soltanto può generarsi la comprensione. Vedere 5, 6, più film al giorno, senza soluzione di continuità, è una felice alterazione del reale che rischia l’assuefazione. Però, come tutte le felicità, è difficile si protragga a lungo senza generare scompensi. Ben venga la SIC, allora, con le sue rotte impazzite – che guardano tanto in là da trascurare il qui e ora – con i suoi improvvisi ostacoli contro cui il naufragare è dolce. E ben venga lo sforzo del giudizio, che tiene desta la mente e ci impedisce di cedere al ricatto di vedere un film per l’altro, come senza coscienza, accettando il grigio là dove invece dovremmo pretendere esplosioni. Luca Mantovani Seguire da giurati la Mostra del Cinema di Venezia, alloggiando a Malamocco, è forse la combinazione più controversa e fortunata che si possa pensare. L’arrivo nell’antico borgo ricorda quello delle Vacanze di Monsieur Hulot, quando a bordo del pulmino, fatta la curva, s’apre d’un tratto una finestra sul mare. Una traiettoria dritta e lunga – quella del Gran Viale S. M. Elisabetta – unisce le due estremità del Lido, e regala al passeggero il tempo utile per lasciare depositare le immagini incamerate da una parte e dall’altra dell’isola. Un’isola che, a cavallo tra agosto e settembre, sembra assumere i caratteri contrastanti di quando si trovano a coesistere due “tempi” differenti. Tra le code infinite del Palazzo del Cinema e le dune degli Alberoni di Morte a Venezia (il cui restauro è stato presentato a Venezia Classici), tra il maestoso Hotel Excelsior – dimora dei VIP – e le calli malamocchine, dove la sera ancora ci si siede in cerchio, e tra gli abitanti internazionali del festival e il popolo del mare, è impossibile trovare le coordinate dello “spettacolo” tout court. È una narrazione continua, che non trova riposo nemmeno nel breve intervallo notturno, affollato com’è dai sogni vividi anche di chi solitamente non ricorda. Emilia Cantieri 13

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cinesofia LA MORTE IN DIRETTA, LA MORTE IN SCENA Fotografia e cinema, alle origini Francesco Lughezzani I mago è il termine latino con cui i romani indicavano il calco in cera del volto di un defunto, tradizionalmente realizzato subito dopo la sua dipartita1: l’immagine, fin dal- Guardando al cinema invece, una delle prime morti ad essere impressa su pellicola, a quarantotto fotogrammi al secondo, è stata quella di Topsy, un elefante indiano del Sea le origini delle civiltà umane, è intimamente connessa alla Lion Park di Coney Island, considerato ingiustamente peri- morte e alla presa di coscienza della caducità del corpo da coloso: venne ucciso il 4 gennaio del 1903, utilizzando sca- parte dell’uomo, artefice di codici visivi volti ad oltrepassarla. Le rappresenta- zioni della morte e della violenza hanno attraversato la storia della civiltà e han- no segnato alcune fondamentali tappe nell’evoluzione delle arti visive, gene- rando repulsione, attrazione, dibattito e sollevando questioni estetiche ed etiche tutt’ora irrisolte. Fino alla fine del diciottesimo secolo lo spettacolo della morte era pubblico e fa- ceva parte dell’esperienza quotidiana: le esecuzioni dei condannati ad esempio, erano considerate una forma di intratte- nimento collettivo, un macabro rituale a cui poter assistere ogni giorno2. Questo approccio nel corso del secolo successi- vo è radicalmente mutato attraverso lo sviluppo e la diffusione di due nuove for- L’elefante Topsy, la cui esecuzione venne organizzata e filmata da Edison nel 1903 me di riproduzione dell’immagine: foto- grafia e cinema, due arti in grado di riscrivere il rapporto del riche elettriche a 6600 Volt durante un’esecuzione pubblica nostro sguardo con la morte e la violenza a questa connes- proposta su iniziativa di Thomas A. Edison, deciso a dimo- sa, spostando l’asse percettivo dai luoghi pubblici agli spazi strare la maggiore sicurezza della corrente continua rispetto privati. a quella alternata. La morte di Topsy venne filmata dall’in- La fotografia fin dalle sue origini ha sviluppato un rappor- ventore che nel 1888 aveva brevettato il kinetoscopio – un to ambiguo con la morte, evocandone lo spettro attraverso precursore dei proiettori cinematografici – e aveva anche la sua aderenza alle forme del reale, di cui proiettava le om- fondato una casa di produzione cinematografica, la Edison bre. Anche ai fantasmi era concesso un ritratto: la fotografia Manufacturing Company5. Oltre a raccogliere una platea di spiritica era celebre in Inghilterra dai primi anni Quaranta migliaia di spettatori, l’evento poté essere osservato priva- dell’Ottocento3. Ma la pratica più inquietante rimane quel- tamente, nelle sale attrezzate con i kinetoscopi, al prezzo di la dei ritratti post mortem, particolarmente celebri in epoca pochi centesimi. The Execution of Mary, Queen of Scots, è in- vittoriana: i cadaveri erano composti come se fossero vivi, vece uno dei primi cortometraggi di finzione prodotti dalla insieme ai propri cari, oppure dormienti. Venivano immorta- compagnia di Edison: venne diretto da Alfred Clark nel 1895 lati per l’ultima volta, catturati da un cortocircuito temporale e in un minuto mostra la decapitazione della rivale al trono che ne permetteva la perpetuazione del ricordo. di Elisabetta I davanti ad un pugno di armigeri. Fu il primo Roland Barthes racconta il suo turbamento quando vide film di genere storico a utilizzare effetti speciali – un sempli- per la prima volta la fotografia di Lewis Payne, un ragazzo ce manichino – ma bastò uno stacco di montaggio per con- condannato a morte per aver tentato di assassinare il se- fondere realtà e finzione, destando stupore e scandalo fra gli gretario di Stato americano, ritratto dal fotografo Alexander spettatori. Entrambi questi cortometraggi rappresentano la Gardner mentre attendeva la sua impiccagione, in cella. L’im- morte, una reale e una messa in scena: all’inizio della storia magine si articola in due dimensioni temporali, duplicando del cinema l’approccio etico alla questione era ancora allo la morte del giovane attraverso il proprio sguardo: «Io leggo stato embrionale, collocandosi in un’epoca di transizione tra nello stesso tempo: questo sarà e questo è stato; osservo con una violenza osservabile nella realtà di tutti i giorni, ma che orrore un futuro anteriore di cui la morte è la posta in gioco. progressivamente scomparirà dalla percezione quotidiana, Dandomi il passato assoluto della posa, la fotografia mi dice e una mediata dai nuovi strumenti per la visione di immagi- la morte al futuro»4. ni, seguendone lo sviluppo nel corso di tutto il Novecento. 1 A. Pinotti e A. Somaini, Cultura visuale. Immagini, sguardi, media, dispositivi, Torino, Einaudi, 2016, p. 235. 2 L. Gandini, Voglio vedere il sangue. La violenza nel cinema contemporaneo, Milano, Mimesis, 2014, p.9-10. 3 A. Pinotti e A. Somaini, op.cit., pp. 236-237. 4 R. Barthes, La camera chiara, Torino, Einaudi, 1980, p. 96. 14 5 Il filmato, dal titolo Electrocuting an Elephant, è visibile su YouTube.

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cellulosa&celluloide IGUANE Passione (cinematografica) di una scrittrice V ent’anni fa, il 9 marzo del 1998, Anna Maria Ortese si spegneva in solitudine nel suo buen retiro di Rapallo, dove si era confinata nel 1975 dopo una vita di inesauste peregrinazioni. Da qualche anno godeva – prima in assoluto – del sussidio messo a disposizione dalla Legge Bacchelli per gli intellettuali versanti in condizioni di conclamata indigenza; di fatto, dal precoce e chiacchierato esordio del 1937, Angelici dolori (Bompiani), all’inatteso e tardivo “caso editoriale” de Il cardillo addolorato (Adelphi, 1993), le preoccupazioni (anzitutto economiche) hanno amaramente condizionato l’intera esistenza della Ortese. Esistenza fin da prestissimo segnata dal doppio stigma di una irrequietezza addirittura patologica e da un rifiuto testardo del bel mondo letterario italiano a riconoscerne veramente il valore di Intellettuale. La vita della scrittrice parrebbe in breve riassumibile: nacque a Roma come avrebbe potuto nascere ovunque, visse ovunque, fu ovunque infelice. Pure, in questa parabola biografica tesa dal comune denominatore di un quasi costante dolore del vivere, emerge con sorpresa la caparbietà di una donna (in un universo, allora, di quasi esclusivo segno maschile) che fino all’ultimo non si è mai piegata. Da Roma alla Libia, all’iconica Napoli immortalata nel suo libro più noto, da Venezia a Milano, passando per Palermo, Ivrea e un’infinità di centri minori, gli innumeri vagabondaggi di questa «zingara assorta in un sogno» – la definizione è di Vittorini – corrispondono agli altrettanto vari mestieri esercitati per mantenersi: scrittrice (nomadica anche l’appartenenza editoriale: Bompiani, Einaudi, Vallecchi, Rizzoli, Adelphi…), redattrice, giornalista e reporter con centinaia di articoli all’attivo, oltre che traduttrice, correttore di bozze, dattilografa. In questo carosello interminabile di traslochi e impieghi, un’insolita, felice e breve esperienza, Anna Maria la vive a Venezia nel ’39, quando è ospite dello scrittore Bontempelli e della di lui compagna Paola Masino nel loro esilio lagunare. Proprio per interessamento di questi e di altri amici, la Ortese, che ha allora 25 anni, trova impiego all’Ufficio stampa della VII Mostra del Cinema per un compenso di 300 lire. «Ancora una volta, era il caro mondo del cinema quello che mi apriva le porte della speranza, della vita», scrive in un incantevole resoconto autobiografico comparso nel ’45 sul periodico «Film», titolato non a caso proprio Cinema e vita. Sì, perché l’incontro con le luci dello schermo è fra quelli fondamentali, per ammissione della scrittrice stessa: «fu una delle date più importanti della mia vita: 3 novembre, di un anno che non dico. Katharine Hepburn, col suo viso brutto e gli occhi meravigliosi, spiava dietro le tendine di una finestra il passaggio di Franchot Tone». I conti, in realtà, sono presto fatti: l’anno è il 1937, il film Dolce inganno di George Stevens, unica pellicola in cui la Hepburn e Tone recitarono assieme. «Tutto, in quel film, era […] di una grazia magica, cara alla fantasia di una giovinetta quale io ero allora. […] Un mondo esisteva, dunque, dove la solitaria commozione di una fanciulla aveva un significato, e la sua tristezza un avvenire». Anna Maria al cinema continuerà, da allora, ad andare ogni qual volta potrà, anche frequentando il Circolo napoletano del Cinema animato dall’amico Pasquale Prunas, fondatore della rivista «SUD», cui la scrittrice collaborerà e che tanti do- Luca Mantovani lori avrà a causarle. Ancora, anni più tardi, ricorderà «fra molti altri film, L’incrociatore Potëmkin. Era stata, quella, una matti- nata incredibile, con la sala piena di visi attoniti, feriti profon- damente da qualche cosa. Non parlavano, ma assorbivano tutto». Il ricordo emerge vivo dalle pagine di Il sonno della ragione, il racconto che conclude Il mare non bagna Napoli, in cui la Ortese inquadra con occhio partecipe e disilluso il circolo di giovani intellettuali partenopei raccoltisi intorno a Prunas e alla sua rivista. L’uscita del libro per i Gettoni di Einaudi produsse un violento dibattito, anche a livello nazio- nale, che allontanò per sempre e con amarezza la scrittrice dal capoluogo campano. Negli anni che verranno, Anna Maria andrà sempre meno al ci- nema, forse in ragione anche dei continui spostamenti e delle sem- pre disastrate finanze, tanto che in un’intervista a «il Giornale» del 1993 arriva a confidare che l’ulti- mo film visto è stato, nel ’63, Il Gat- topardo di Visconti, «dove anche il brusco passaggio del vento aveva il colore e il sapore della vita». Pure, certi movimenti dei suoi romanzi più grandi, paiono come restituire una certa qualità visiva e cinematografica – anzi: il discorso del “vedere” è spesso al centro, lu- cidamente, della loro riflessione. Anna Maria Ortese È vero già per il Mare, di cui Rosi accarezza a lungo un progetto di adattamento, lo è ancora di più per un capolavoro assoluto quale L’iguana, fra i più alti esiti della narrativa italiana del secondo Novecento, con i suoi effetti di luce, le metamorfosi, i numerosi flashback e flashforward, il montaggio incrociato, le sublimi dissolvenze. Una versione filmica di quel romanzo, invero, vede luce nel 2004 ad opera della regista Catherine McGilvray, ma, va det- to, è approdo inevitabilmente manchevole, seppure anima- to da un’adesione assai partecipe al “verbo ortesiano”. Unico contributo attivo, per ora, alla storia del cinema, var- rà la pena attribuirlo ad Anna Maria stessa che, in una lettera all’amico Prunas del 13 febbraio 1947, confida di dover pren- dere parte come comparsa a una riduzione cinematografica de I Miserabili: proprio quell’anno, infatti, Riccardo Freda sta girando a Roma (da dove la Ortese scrive), un film in due par- ti ispirato al romanzo di Hugo, con Gino Cervi nella parte di Jean Valjean e un giovanissimo Mastroianni al suo debutto. Chissà se fra i tanti volti di popolane incuffiettate, non sia davvero possibile incrociare i neri occhi, dolci e un poco tri- sti, di una fantastica Iguana, «uno scrittore-donna, una be- stia che parla». Luca Clerici, Apparizione e visione. Vita e opere di Anna Maria Ortese, Mondadori, 2002 ISBN 9788804489375, € 32.00 Emanuele Trevi (cur.), L’Iguana che visse due volte. Omaggio ad Anna Maria Ortese, Elliot, 2014 ISBN 9788861925786, € 22.00 15

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