levante agosto settembre 2018

 

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illevante ISTITUTO DELLE CIVILTÀ DEL MARE Periodico di cultura, ambiente e informazione SARDEGNA ESANGUE SOMMARIO: Il titolo del " fondo " di questo numero riassume in sintesi la drammatica situazione che quasi tutti gli Ospedali dell'Isola denunciano.Le scorte di sangue per le trasfusioni sono al bollino rosso. E le denunce partono proprio dalle principali organizzazioni volontaristiche che si fanno carico di quello che,giustamente,è considerato l'atto di maggiore solidarietà:la donazione di sangue. La goccia per la vita, come appare nei messaggi che vengono rivolti periodicamente ai potenziali donatori. I dati, riferiti allo scorso anno, ci vengono forniti da Antonello Carta presidente regionale per la Sardegna dell'AVIS, associazione che divide la raccolta con altre realtà come la FIDAS (operativa con circa mille donazioni su Ozieri e Domusnovas) e i VOLONTARI DEL SANGUE (con un totale vicino alle mille ottocento donazioni ad Iglesias ).Dati che hanno come referente il Centro nazionale sangue - Struttura regionale di coordinamento per le attività trasfusionali della Regione Sardegna ,diretta da Marino Argiolas. A fronte di un fabbisogno annuale di sacche di sangue che per l'Isola è di circa 110 mila unità la raccolta complessiva ne ha registrato solamente 85 mila. La differenza va colmata con un ricorso extra regionale che implica ovviamente una spesa non indifferente per il sistema isolano. E ciò anche se i sardi sono tra i più assidui donatori per numero ed indice annuale. Per l'Isola lo scompenso è reso maggiormente critico dalla particolare situazione legata alla diffusa presenza della talassemia. Delle 85 mila sacche raccolte i due terzi vengono utilizzate per le periodiche trasfusioni dei portatori di microcitemia.Se a questi dati si aggiunge il fatto che nel corso degli ultimi dieci anni la dipendenza della Sardegna dalle altre regioni ( principalmente dal Piemonte con cui esiste uno storico vincolo di solidarietà ) si è ridotta notevolmente passando dalle 40 mila alle 25 mila sacche,il quadro è decisamente preoccupante. L'Avis contribuisce con le unità di Cagliari e di Sassari con circa il trentotto per cento di raccolte dirette e con le donazioni indirizzate ai centri trasfusionali con un totale di circa il 75 per cento dell'intero volume di attività regionale. Concludiamo con un invito rivolto ai giovani che rappresentano la principale e più sicura fonte di donazione e che per la Sardegna registra un'età media fra le più basse in Italia:rimboccatevi la manica del braccio sinistro per donare mezz'ora del vostro tempo e 400 cc del vostro sangue a quello sconosciuto destinatario di un atto di solidarietà che potrebbe salvargli la vita. Mario Stratta Sardegna Esangue; Trecento metri ... e non più; Rispetto per l’ambiente; Una importante targa della Sardegna romana; I giovani, la scuola, la famiglia; Far volontariato; I vaccini; Diplomi di oggi e di ieri; Microcitemia e Anemia Mediterranea; Una pagina di storia della Gallura; Coro l'Aldia, una passione per il canto; Uno sguardo al nostro passato.Nella piana d'Oviddè; Andata e ritorno tra cure laiche e sentimenti religiosi; Turisticamente; Affrancati da Abbanoa; Sport in Gallura; Dalla vostra parte; Come eravamo. Dipinto di Salvatore Brandanu, La costa di Montipitrosu, olio su tela, 60x80,1972 ORARIO MUSEO DEL MARE SAN TEODORO Lunedì - Mercoledì- Venerdì 9.00 - 13.00 Martedì - Giovedì 16.00- 20.00 Sezione Archeologica: Ingresso Gratuito Sezione Malacologica: Biglietto 2.00€ Bambini sotto i 10 anni: Ingresso gratuito Effemeridi «Arimani – racconta Pietro - a lu bar di piazza, àgghju imbiccatu a Bastianu, còttu chi pippa. E no’ vulìa dà a bì lu caffè a lu cani?» «Lu caffè a lu cani? E no pudìa dàlli una tazza di vilmintìnu?» dice Pascàli. «Ghjà, è maccu l’òmu! Lu vilmintìnu sill’éra biendi iddhu.» «O ma’, Luiséddhu m’è fendi li gatti gatti…» fa Maria piagnucolando alla madre. «E tu, macca, assèntali dui ciaffi e divilla chi dapói viengo éu cu lu fuèttu! Villa fòcciu passa la gana di tuccà li stéddhi fèmini.» «Ma pói, ma’, si sinn’anda, come fòcciu a ridì?» San Teodoro - AGOSTO/SETTEMBRE 2018 distribuzione gratuita Trecento metri ... e non piu! Se non fosse per la serietà delle cose, tutta la canea sulla legge urbanistica regio- nale potrebbe rivelarsi una divertente occa- sione per un aggiornamento sui nostri rudimentali meccanismi decisionali e, in- cautamente, per tentare una certa antropo- logia da ombrellone. A ben guardare il tutto si riduce allo scontro, su poche questioni, fra le definitive opinioni della aristocrazia am- bientalista con il variegato fronte dei possi- bilisti del mattone; in mezzo, un Consiglio Regionale frastornato che esercita al meglio sia l'arte dell'ascolto che quella più conge- niale del rinvio a tempi migliori. Il punto centrale del contendere sembra essere il vin- colo di inedificabilità assoluta entro i tre- cento metri dalla battigia e che ammette per l'esistente solo modesti incrementi volume- trici. Detto vincolo, che è norma paesaggi- stica, è rivelato direttamente nel Piano paesaggistico regionale, sacro testo del 2004, e perciò ha tutta la forza e il rango del dogma. Altre questioni, quali i requisiti minimi di edificazione nell'agro e tutto ciò che non è costiero, non infiammano gli animi allo stesso modo. Per i suoi sostenitori la forza simbolica di questo divieto è evidente e per mante- nerlo si evocano le più disparate catastrofi siano esse ambientali che sociali, dalle inon- dazioni al cedimento identitario passando per il sempre efficace rischio di infiltrazione mafiosa. Il divieto mette al riparo, esclude la minaccia, azzera la contesa ed evita il de- grado sociale e per esso ci si dichiara pronti a impugnare tutto l'impugnabile. Francamente, da un modesto comma di legge non si può pretendere di più. Un divieto per essere davvero tale deve avere un sapere che è superiore al nostro, così che nessuno possa davvero spiegarlo e nessuno possa davvero comprenderlo. Va osservato e basta! In questo si riconosce ormai il carattere nazionale di un'altra religione, che si nutre di minacce cosmiche e catastrofi ambientali e tutto spiega e riconduce alla insensata opera dell'uomo. Sull'altro fronte si argomenta di riquali- ficazione dell'offerta alberghiera esistente, di adeguamenti tecnologici e di competi- zione globale, magari di posti di lavoro, cercando di smussare gli angoli e applican- dosi sulle pretese pedagogiche di intellet- tuali modesti. Ogni sforzo sembra improduttivo, le po- sizioni rimangono distanti e non potrebbe essere altrimenti. Gian Piero Meloni

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il levante Rispetto per l’ambiente Una delle parole più usate e abusate sui media, nei dibattiti televisivi, radiofonici e quant’altro, è “ambiente”, insieme a tutte le accezioni conseguenti e relative. Negli ultimi anni, visto il pessimo stato di conservazione, non solo delle nostre coste, si succedono dibattiti, anche a livello mondiale, che vedono impegnati, ai più alti livelli, la maggior parte dei governi del pianeta, con in prima fila le potenze economiche che, apparentemente pentite per i disastri da loro stesse provocati, si incontrano per analizzare lo sfascio –forse irreparabile- provocato e per stilare roboanti documenti con i quali si impegnano a cambiare le politiche energetiche, ponendosi obiettivi impossibili da realizzare, quando gli stessi si scontrano inevitabilmente con gli interessi economici globali delle nazioni più industrializzate e con quelli degli stati in via di tumultuoso sviluppo, che non sottilizzano certamente sulle scelte rivolte alla conservazione dell’ambiente, ma puntano diritti verso l’obiettivo più veloce, meno caro e conseguentemente più impattante e devastante relativamente allo stesso ambiente. La nostra regione non fa eccezione, anche se negli ultimi anni, una certa coscienza ambientalista vera e non di facciata, si sta diffondendo presso i nostri governi regionali che, di fronte alle emergenze conclamate come erosione delle spiagge, inquinamento di stagni e lagune, morie di sugherete secolari, provano, anche se con molta fatica e sotto la spinta di un opinione pubblica sempre più attenta e preoccupata, a varare delle leggi che possano, se non altro, salvare il salvabile e conservare il nostro enorme patrimonio naturalistico, inutile nasconderlo unico veicolo di sviluppo presente e futuro. La predisposizione dei vari piani paesaggistici regionali, spesso adattati alla forza politica di turno, che qualche volta non si è fatta scrupolo di cedere alle pressioni di lobbies e potentati politico/economici, ha in parte frenato lo sviluppo selvaggio sulle coste e la distruzione di paesi dell’interno che, nella maggior parte dei casi sono riusciti a conservare le peculiarità e le caratteristiche del borgo originario sardo e che adesso traggono profitto, a livello di politiche turistiche, dello status quo storico e artistico che ne caratterizza la struttura e l’aspetto, dimostrando che questa è la strada, l’unica giusta e sicura per lo sviluppo generale della nostra isola, che dovrà puntare sempre più sullo sviluppo turistico globalizzato, legando le coste alle località dell’interno, conservando e soprattutto incentivando le vere attività tipiche dei luoghi, scoraggiando e sanzionando le brutte copie e le imitazioni che una facile cultura dell’emulazione ha sviluppato negli ultimi anni. Penso ai prodotti venduti nei mercatini estivi, ai quali manca solo la dicitura “made in Taiwan” e che vengono spacciati per tipico artigianato sardo. Penso ad alcuni complessi turistici, nei quali l’architettura ricorda tutto meno che quella originaria della Sardegna, costituita, da sempre, da strutture semplici, lineari e funzionali alle attività che vi si svolgevano. Abbiamo visto, negli ultimi anni, un proliferare inarrestabile di premi assegnati a località balneari per premiare le amministrazioni interessate, riconoscendo il loro impegno per la conservazione dell’ambiente. Bandiere e bandierine di ogni colore sono presenti sulle nostre spiagge e che non sempre rispondono ai veri requisiti che dovrebbero caratterizzare una vera politica di conservazione ambientale, legata inesorabilmente al cosiddetto sviluppo sostenibile del quale è difficilissimo individuare i termini ed i confini entro i quali si può affermare che un luogo ha veramente tutte, o in parte, le caratteristiche che dovrebbero contribuire a formare un vero sito ambientalmente sano e fruibile. Bene ha fatto il Sindaco di Stintino ad imporre severe prescrizioni per la frequenza della spiaggia della Pelosa, uno dei litorali più belli al mondo che sta rischiando di scomparire, non solo per l’erosione dovuta, non a cause naturali, ma ad una scelta scellerata degli anni passati, quando, senza un minimo di studio di impatto ambientale e sempre con la solita paura di noi sardi a rispondere picche a speculatori senza scrupoli, si è permesso di costruire strade e incredibili alveari chiamati villaggi turistici, a ridosso dell’arenile. Sono ormai tante le amministrazioni locali che hanno operato la scelta del numero chiuso sulle spiagge e, anche se in alcuni casi i buoi sono già scappati, forse non è ancora troppo tardi per salvare e forse ripristinare con interventi seri e soprattutto studiati con l’attenzione che l’argomento merita, una buona fetta dei nostri litorali che, o per la naturale erosione o forse anche per l’eccessiva presenza antropica , hanno cambiato sensibilmente il loro aspetto originario, assottigliandosi sempre più e conseguentemente diventando sempre meno fruibili e soprattutto sempre più fragili. A mio parere, anche la nostra amministrazione e quelle che si succederanno, dovranno intervenire con decisione, rivolgendo la loro attenzione ai problemi esposti e dando ad essi la priorità che meritano. Non dovremmo avere paura o remore ad intervenire in modo deciso, anche se le scelte potrebbero essere dolorose o impopolari in quanto, nell’immediato potrebbero portare anche ad una diminuzione delle presenze, ma avrebbero, come con- AGOSTO /SETTEMBRE 2018 - pag. 2 seguenza a medio/lungo termine un miglioramento dello stato dei luoghi che sarebbe sicuramente più apprezzato da parte di un turi- smo intelligente e non di rapina, per intenderci non quello che con- suma e sporca senza corrispettivo ma di quello che valuta, apprezza e paga il giusto prezzo per l’offerta che gli viene rappresentata. Avanti dunque, anche nella predisposizione del nuovo piano urba- nistico comunale ed in quello per l’utilizzo dei litorali, scegliendo il futuro e lasciando ai nostri figli quello che noi abbiamo cono- sciuto e non quello che noi stiamo cambiando in modo così ottuso e che ci sta conducendo ad un punto di non ritorno che pagheremo, sia in termini di disagio sociale, con la nostra identità che sta sva- nendo in maniera proporzionale allo sviluppo, sia in termini eco- nomici, quando ci saremo resi conto che quello che noi potevamo e che ancora possiamo offrire, sarà distrutto e valutato conseguen- temente, per quello che sarà diventato. Enrico Lecca Una importante targa della Sardegna romana Ne ho parlato in un articolo de Il Levante di luglio e penso che la sua immagine unitamente ad una ulteriore riflessione meriti di essere proposta ai lettori per la sua singolarità. Si tratta di un'iscrizione latina del I sec. d.C. incisa sul frontone basaltico del Nuraghe Aidu Entos per la cui precisa localizzazione ai piedi della catena del Marghine rimando al mio precedente “pezzo”.Essa recita nello stile abbreviato dell'epigrafia romana una formula giuridica che significa: “da qui vigono i diritti (iura) degli Iliensi sul territorio dei nuraghi del Sessar”. In altri termini era un avvertimento per chi stava al di qua e al di là di una linea ideale che, se riconosceva alla popolazione indigena residualmente ostile al potere romano l'esercizio delle proprie forme di organizzazione sociale, lasciava intendere che tale riconoscimento non era tolle- rato all'esterno.Insomma, una sorta di “riserva indiana” ante litteram ed un off limits per i dominatori romani. Ma quanto a questo aspetto, niente vietava alle coorti romane coi pretesti facilmente intuibili (tipo rappresaglie punitive per sortite brigantesche o ritenute tali degli Iliensi) di entrare armi in mano per riportare quell'ordine che chiamavano pax romana. In fondo, se al posto dei milites loricati immaginiamo le giacche blu Yankee che fanno incursione tra i wigwam sioux o comanches non stiamo rap- presentando scenari che al di là dello spazio e del tempo non siano sovrapponibili. Ignazio Didu IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno VIII - N°44, AGOSTO7SETTEMBRE 2018. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro. Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 07052 San Teodoro (SS) Tel./Fax. 0784/866180 E-mail. segreteria@icimar.it - www. icimar. it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Mario Stratta In Redazione: Sandro Brandano, GianPiero Meloni, Pierangelo Sanna. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu.

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il levante I giovani, la scuola, la famiglia Il mio osservatorio privilegiato nasce da una lunga esperienza sul campo che si approssima alla conclusione secondo i parametri stabiliti dalla Sig.ra Fornero. Gli ultimi anni hanno registrato, a mio avviso, sviluppi inaspettati e preoccupanti circa il profilo dello studente medio italiano. I nostri studenti sono anche i nostri figli o nipoti e la crisi generazionale avanza velocemente e prefigura scenari nuovi con conseguenze poco prevedibili ma che possiamo reputare drammatiche. Gli studenti con cui ho lavorato negli ultimi cinque anni hanno messo a dura prova la pazienza e la tenuta di docenti sensibili e competenti. Oggi più che mai si delineano figure professionali sempre più preparate e impegnate ad affrontare la crescita percentuale di alunni con disortografie, dislessie, autismi, disadattamento, iperattività, problemi di attenzione e concentrazione, oltre alle diagnosi certificate di abilità diverse. Le aule scolastiche sembrano perdere l’atmosfera di luoghi dediti alla ricerca, agli approfondimenti culturali e all’acquisizione delle competenze di base e appaiono come propaggini di istituti clinici di neuropsichiatria infantile. Le aule diventano il territorio delle conflittualità genitoriali quando sono in via di separazione, delle frustrazioni di adulti con innumerevoli problemi: perdita di lavoro, crisi economica, malattie serie e gravi, e, soprattutto, incapacità a gestire la genitorialità. Il docente si trova al centro di istanze sempre più complesse: rapporti con la dirigenza, coi genitori frustrati o eccessivamente presenzialisti, con le riforme che si susseguono a ritmo incalzante e che insistono sulle procedure normative piuttosto che sui reali bisogni di alunni inascoltati, problematici, privi di motivazioni. È una panoramica molto approssimata e che non rispecchia la complessità della questione scuola. All’interno di questa rete multiforme, in cui al docente resta l’impressione di muoversi in una intricata giungla, emerge un problema cui, a mio avviso, pochi prestano la dovuta attenzione e cura e che, se risolto, potrebbe se non risolvere, contribuire a rasserenare animi, problematiche e relazioni. Manca quella che una volta si definiva ‘buona educazione’, anzi , dirò di più, tralasciando l’aggettivo ‘ buona’, è scomparsa l’educazione ovvero un modo di essere e stare con gli altri secondo rapporti di rispetto, tolleranza, comprensione, ascolto. In genere, i genitori trentenni/quarantenni sono figli a loro volta di genitori sessantenni che, come me, hanno vissuto la loro adolescenza e gioventù tra il ’68 e gli anni ottanta. I miei coetanei hanno sperimentato una vita giovanile di sacrifici e doveri, di compiti e di impegni da portare a termine, per farla breve hanno vissuto il clima di ‘ si stava meglio quando si stava peggio.’ Da piccoli si sono sentiti dire: ‘ si saluta sempre per primi quando incontri gli adulti’, ‘ si chiede per favore e per piacere’, ‘ o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra’, e via dicendo. Non erano subissati da regali pressoché inutili e diseducativi. A fine anno scolastico, al massimo si ricevevano 500 lire e se andava di lusso, 1.000 lire. Erano abituati a sudare per ottenere. In genere, i genitori trentenni e quarantenni hanno, al contrario, vissuto un altro clima dominato dalle firme, dai fine settimana alle Maldive, dai sabati sera nei pub e in locali costosi, nelle palestre da body building e negli istituti estetici per rifarsi il viso e il corpo. Il modo dell’apparenza e del consumo estremo ha dettato legge nelle vite private. Matrimoni costosi e sempre più appariscenti e infine i figli. Forse si è pensato che fossero come piccoli animali domestici pronti a comando. Ma non è stato così. I piccoli nati in questa atmosfera hanno cominciato a manifestare nevrosi e malesseri vari. Sballottati come pacchetti tra nonni e baby-sitter, lasciati a se stessi e spesso inascoltati. La sensazione è che siano avvertiti come un problema che si aggiunge e aggrava gli altri del vivere quotidiano, per poi darsi alla disperazione quando il malessere si concretizza in una patologia funzionale. Non invidio le docenti della scuola elementare che a sei anni si relazionano con bambini che urlano, dicono parolacce (sentite a casa), pestano i piedini per fare quello che vogliono e non capiscono minimamente perché ci sia qualche semplicissima REGOLA da rispettare o per lo meno da cominciare a riconoscere. C’è da fare una vera e propria azione di reset instancabilmente, con pazienza e senza scoraggiarsi, per poi scontrarsi con mammine ‘super-competenti’ che guai se rimproveri il figlio o redigi un’annotazione disciplinare. Eppure, tutti sono unanimi che uno degli obiettivi siano le relazioni corrette e ordinate. E allora, come fare? Non è un compito facile. Nei banchi delle scuole medie, dove insegno ancora, i ragazzi arrivano sprovvisti delle più elementari regole della scolarizzazione. Gli studenti di oggi che iniziano il primo anno della secondaria di primo grado, sono parametrabili a quelli che un tempo erano in terza elementare. Non voglio dire che non ci siano studenti corretti ed educati, ma sono pochi, forse neanche il 10% in una classe di 25, e provengono da famiglie che li hanno seguiti, curati, ascoltati, incitati, in breve li hanno ‘educati’, hanno cioè svolto la funzione genitoriale di cui alle formule di matrimonio. Mi rendo conto che la vita è complessa e i problemi di AGOSTO/SETTEMBRE 2018 - pag. 3 sopravvivenza anche, ma non c’è nessuna giustificazione valida per sorvolare sul dovere primario dei genitori di fornire ai propri bambini i principi di base di educazione primaria. Faccio un esempio, alle otto del mattino quando inizia la giornata scolastica, i ragazzi, ormai abituati ad andare a dormire ben oltre la mezzanotte, si stirano e sbadigliano (senza mano sulla bocca, per carità) come fossero a casa loro, inconsapevoli del luogo in cui si trovano, e questo è un esempio banale. E il frasario? Inascoltabile e non sto parlando del problema bullismo che sta assumendo livelli di allarme sociale. Sto parlando della mancanza della consapevolezza dei limiti: per loro stare a casa, a scuola, in palestra, al parco è la stessa cosa. L’insegnante ha come scopo generale quello di formare una educazione sociale e civile, ma l’educazione primaria, quella del ‘non ti mettere le dita nel naso’ è giurisdizione familiare, non si può pensare che la scuola debba far tutto, non ci si può sostituire ai genitori e sarà il caso che questi ultimi comincino seriamente a pensare a ritornare ad essere punti di riferimento autorevoli, il che non esclude l’affetto e l’amore. I bambini sono come alberelli in crescita, non li si può lasciare a se stessi, hanno bisogno di puntelli per crescere dritti e vigorosi. Se non si torna alle buone maniere e al rispetto dei ruoli, se i genitori non ritornano a fare i genitori (oggi sono dei tenutari) e se non si consente ai docenti di svolgere le funzioni per cui si sono laureati e non sottospecie di babysitter, psicologi, P.R., inservienti, consulenti famigliari e legali, dubito fortemente che una qualsiasi riforma scolastica possa decidere di futuri cittadini pronti, seri, onesti e preparati. Marina Ciccolella FAR VOLONTARIATO Nella Costituzione Italiana viene fatto cenno ai fondamenti del volontariato: L’art. 2 della Costituzione italiana riconosce la centralità della persona umana, dei suoi valori e dei suoi bisogni, non solo materiali, ma anche spirituali. Lo Stato diviene perciò strumento posto al servizio della persona. “Art 2 La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Accenno alla nostra Costituzione per introdurre il volontariato che non è solo una parola ma uno stile di vita, un modo di porsi di fronte al prossimo, e un impegno di solidarietà sociale. Fare volontariato è offrire il proprio tempo, energie e competenze liberamente e gratuitamente verso persone, cose o luoghi per rendere migliore il piccolo angolo di mondo in cui viviamo. Si può fare volontariato in tante direzioni ed ognuno di noi può scegliere ciò per cui si sente più portato; far compagnia agli anziani, dare un po’ di allegria a dei piccoli malati, aiutare gli indigenti, i senza tetto, ma anche far fare sport a chi non può per difficoltà fisiche o economiche, salvare un monumento, o un angolino di terra per farne un bel giardino fruibile. Insomma culturale, sociale, ambientale, bambini, ospedali ogni ambito è interessante qualsiasi sia la scelta di essere utili al sociale. Tutto questo ci aiuta a vivere meglio, ci fa sentire meglio. Spesso i volontari dichiarano che più si dà più si riceve e che il volontariato ci rende meno fragili, educa ad accontentarsi nella vita, permette di conoscere realtà che non viviamo abitualmente, aiuta a relazionarsi con il mondo, ci rende ricchi dentro e soprattutto ci offre la consapevolezza che ciò che si dona agli altri arricchisce noi stessi. Che dire poi dell’esempio che il volontario dà in famiglia, i giovani imparano il valore della gratuità e voi potreste contribuire a questo insegnamento poiché raramente la scuola si fa carico di questo aspetto. I giovani oggi hanno diverse occasioni interessanti per far volontariato ed acquisire competenze trasversali: per fronteggiare emergenze occasionali la Protezione Civile ed i Vigili del Fuoco mettono a disposizione corsi ed organizzazioni locali per preparare i giovani (purchè maggiorenni). In ambito internazionale il Servizio Civile Volontario Internazionale consente esperienze comunicative, organizzative o tecniche. Per essere efficaci e per non disperdere le proprie energie è importante che si faccia volontariato attraverso una delle tante associazioni che anche in Sardegna sono già presenti , questo perché l’aiuto organizzato è più costruttivo, sa come non disperdere le energie e conta su un impegno pianificato di persone di buona volontà ma anche competenti. Nel caso di aiuto a persone le stesse sanno che possono contare sulla presenza di una organizzazione e ciò le rassicura sulla continuità dell’assistenza. L’apporto del volontario singolo è molto utile ma va organizzato all’interno di gruppi, con propri statuti e regole. Questo fornisce stabilità all’attività e allo stesso tempo consente la capacità di svolgere un ruolo di partecipazione alla società. Posso suggerire a chi volesse iniziare a fare questa bella esperienza di rivolgersi al Centro per il Volontariato in Sardegna contattando telefonicamente o via mail: Centro Servizi per il Volontariato Via Cavalcanti 13 Cagliari tel: 070 345069 / 070 344532 Email: csvsardegna@tiscali.it sito WWW.sardegnasolidale Annalia Giliberti

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il levante I vaccini Tutto cominciò il giorno in cui il medico inglese Jenner inoculò nel braccio di un bambino una piccola quantità di pus prelevato dalla mam- mella di una vacca malata di vaiolo, allo scopo di provocare una malattia localizzata e modesta ma in grado di provocare l’insorgenza di una completa immunità verso quel terribile morbo. Senza sapere il perché, Jenner aveva “ inventato “ l’Immunologia, ma si dovette aspettare an- cora molti anni per individuare nei Bacilli la causa di questi fenomeni. Questo tipo di immunità specifica costituisce l’Immunità Acquisita, che può essere passiva o attiva. Per Immunità Attiva si intende lo sviluppo endogeno di meccanismi immunitari specifi e può essere di tipo umo- rale o di tipo cellulare, ma normalmente appartiene ad entrambe le ca- tegorie. Gli antigeni responsabili dell’immunità attiva possono provenire sia da germi vivi, sia da germi uccisi. L’immunità attiva è ac- quisita spontaneamente e fa seguito ad infezioni contratte in modo del tutto casuale all’interno della comunità. Esempi di tale tipo di immunità, conseguita dopo la malattia e capace di proteggere contro successivi at- tacchi della stessa, sono dati dalla varicella, dalla parotite, dalla polio- mielite. Alcuni individui, inoltre, risultano protetti da una certa malattia anche dopo un’infezione asintomatica della stessa. Differente dall’im- munità acquisita spontaneamente e che, di solito, si associa ad un alto grado di morbilità e di mortalità, è l’immunità specifica indotta artifi- cialmente. L’Immunoprofilassi (o immunità specifica indotta )si ottiene tramite componenti antigeniche di germi sia vivi che uccisi. L’impiego di vaccini vivi produce una “ infezione controllata “ il cui obbiettivo è quello di fornire protezione senza, però, dar luogo ad un quadro clinico conclamato. Il tentativo di ottenere questo “ controllo “ si realizza at- traverso la sorveglianza :1) della virulenza dell’agente infettivo; 2)della dose iniettata; 3) della sede di inoculo. Esempi di vaccini vivi attenuati (quindi a bassa virulenza ) sono quelli contro la Poliomielite (Sabin), il morbillo, la Rosolia e la Parotite. L’Immunità può essere raggiunta anche utilizzando quantità stabilite di antigeni microbici uccisi. Tale metodica si basa sullo stimolo alla produzione di anticorpi protettivi a seguito della somministrazione di componenti microbiche specifiche o dell’intero germe ucciso. Alcuni esempi sono i vaccini contro la Per- tosse, contro l’Influenza e contro la Poliomielite (Salk). Vaccini costi- tuiti da frazioni microbiche sono l’Antitetanico, l’Antidifterico, l’Antipneumococcico, L’Antimeningococcico e quello contro l’Epa- tite C. Mai la Medicina, in altri campi, ha avuto un successo simile a quello dei Vaccini, che ancora oggi, ogni anno, salvano almeno due mi- lioni di vite umane. E’ questo un dato cui fa da stridente contraltare quello segnalato dall’Unicef, secondo il quale oltre 22 milioni di bam- bini non riescono ad accedere alle vaccinazioni, creando, così, inaccet- tabili diseguaglianze per l’accesso alla salute. In Francia l’obbligatorietà dei vaccini è stata adottata, e nel NordEuropa, dove non esiste l’obbli- gatorietà, la copertura è raggiunta ai livelli raccomandati. Tutto questo non significa che i vaccini siano perfetti e che non esistano effetti col- laterali. Quello che veramente ci dobbiamo impegnare a fare è investire maggiori risorse nella ricerca, per migliorare l’efficacia e la sicurezza dei vaccini e per individuare le persone a rischio di reazioni avverse o di scarsa efficacia nella risposta. Alessandro Testaferrata Microcitemia e Anemia Mediterranea Oggi, la Talassemia è ancora presente in Italia, specialmente in zone che furono molto malariche. In Sardegna si giunge ancora oggi fino ad un 13% medio di portatori sani di Talassemia, distribuiti prevalentemente nel sud dell’isola. In Gallura – già dal 2.000 si andava dai minimi di Tempio (2%) e San Teodoro (3,7), a medie piuttosto elevate a Buddusò, Berchidda, Alà dei Sardi (15%), fino ad un massimo di 21% (Palau). I motivi di questa capricciosa distribuzione sono insiti nella storia stessa della Sardegna. Entrano in gioco sia la maggior frequentazione fenicia della parte meridionale, sia l’introduzione di coloni dall’Appennino Tosco Emiliano, alcuni secoli fa, nella Corsica spopolata, il che ebbe qualche riflesso persino sulla Gallura (introducendovi anche la rara linea genetica maschile di Oetzi, l’Uomo di Similaun!). Non essendoci più la pressione ambientale malarica che ne facilita l’insorgenza, si prevede che la mutazione talassemica sia destinata a scomparire dalla popolazione italiana: il tempo stimato è di circa 100 generazioni umane. Calcolando circa 20 anni per ciascuna generazione biologica umana, questo significa un periodo di circa 2.000 anni. Purtroppo, i tempi biologici sono lunghi. Si deve quindi ricorrere a un espediente medico diagnostico, se si desidera evitare nuovi casi di talassemia maior, che è mortale. La scelta migliore è che ogni adulto in età riproduttiva conosca già bene il proprio stato di salute e il proprio quadro genetico. Due partner affetti da microcitemia ereditaria (portatori sani) non dovrebbero sposarsi, oppure vincolarsi a non avere figli. In ogni caso è sempre meglio fare un’amniocentesi in gravidanza (tra le settimane 16 e 18; da escludersi la villocentesi perché troppo invasiva). In questo modo, in Sardegna si è passati, dai 25 nuovi casi di Talassemia maior annuali degli anni ‘80, a zero casi negli ultimi anni. Maurizio Feo AGOSTO/SETTEMBRE 2018 - pag. 4 Diplomi di oggi e di ieri Di molte parole di uso quotidiano è andato perduto il senso originario, quello che viene spiegato dall’etimologia, che ne studia appunto forma e significato iniziali, per quanto riguarda la lingua italiana prevalentemente in latino e in greco antico. E talvolta si hanno delle sorprese. Prendiamo, ad esempio, la parola diploma. Oggi è il titolo conseguente al compimento di un corso di studi (dalla scuola elementare all’università e ulteriori specializzazioni) o attestante qualche abilitazione professionale o merito o benemerenza conquistati sul campo, titolo riportato su un foglio e rilasciato all’interessato da un’autorità riconosciuta dal nostro ordinamento istituzionale. Quel foglio lo troviamo spesso appeso a una parete dello studio di un avvocato o di un commercialista, di un medico di base o specialista o nell’abitazione di un qualche conoscente un po’ vanesio, che ci tiene ad attirare l’attenzione sulla pergamena in cui con bei caratteri scritti a mano ad inchiostro di china, è immortalato il suo “centodieci cum laude”. Ma dov’è la sorpresa? La troviamo “ad locum” sul vocabolario, che recita “dal latino diploma, -atis e dal greco diploma, -atos, piegato in due”. Pertanto, se il significato primitivo del termine si accosta a quello attuale, trattandosi pur sempre di un documento attestante, anche in tempi lontani, una concessione, un diritto acquisito, un privilegio, un salvacondotto o semplicemente una lettera di raccomandazione (esistevano anche nel mondo antico), è la forma dell’oggetto in questione che si scosta generalmente da quella attuale; ed è quella forma che ne determina il nome, concernendo infatti un oggetto piegato, anzi talvolta diviso in due a causa del materiale usato, come due tavolette di legno cerate e iscritte o due lamine di metallo incise: il taglio, che fa assumere l’aspetto di una piegatura, consentiva un utilizzo più pratico (diremmo “tascabile”) a chi ne usufruiva (del resto anche noi, se non ci sogneremmo mai di piegare la nostra pergamena accademica, quando imbustiamo una lettera, la ripieghiamo in due). Passiamo ora, al fine di meglio illustrare quanto detto, a uno dei più interessanti reperti dell’antichità in quest’ambito, il diploma militare del mondo degli antichi romani. Si tratta di due lamine di bronzo legate tra loro con anelli di filo metallico passanti per dei fori marginali sicché fossero tenute ripiegate una sull’altra e apribili a libro, mentre attraverso due fori centrali un altro filo teneva chiuse le due lamine sovrapposte. Questo diploma veniva assegnato ai soldati delle truppe ausiliarie che ancora non godevano della cittadinanza romana (i cosiddetti “peregrini”) al momento del congedo, una volta terminato il servizio, dopo venticinque anni dall’arruolamento. Sulle facciate interne ed esterne era inciso il testo del relativo decreto; su una delle facciate esterne erano riportati anche i nomi di sette testimoni. Insieme al congedo, con quel decreto si concedeva al soldato non solo la cittadinanza - la civitas - , ma anche il conubium, cioè la legalizzazione della sua eventuale unione con una donna e, se non aveva ancora un legame sponsale, quando ciò avvenisse in seguito; con una avvertenza: ciò doveva valere per una sola moglie. Avvedutezza degli antichi legislatori romani! Il diritto alla civitas si estendeva quindi ai figli e alla discendenza futura. È evidente che si trattava di un potente veicolo di romanizzazione in un quadro non improvvisato, ma di certezza giuridica: un peregrinus che aveva militato per 25 anni sotto le insegne romane era divenuto di fatto cittadino romano e ne era orgoglioso. Di questi diplomi ne è stato trovato uno a Dorgali: appartenne a un tal Tunila, che in base all’etnico riportato sul documento si ritiene possa essere stato nativo del territorio di Irgoli o di Olbia. Un sardo dunque che aveva ben meritato sotto le aquile romane (dal 71 al 96 d.C., si evince dalla datazione del diploma) e che con quella qualifica aveva acquisito una posizione sociale di tutto rispetto. Oggi la memoria di Tunila è stata riportata in auge da una nota cantina sociale della Sardegna tramite l’etichetta di un robusto vino cannonau che ha assunto il nome dell’onorato soldato; ad gloriam praeteriti temporis. Ignazio Didu

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il levante AGOSTO/SETTEMBRE 2018 - pag. 5 Una pagina di storia della Gallura Coro l'Aldia, una passione per il canto Ci fu un momento in cui qualcuno pensò che in Gallura si potesse coltivare il fermento antisabaudo innescato da Giovanni Maria Angioy. L’Angioy, dopo il fallimento della sua tentata ribellione del 28 aprile 1794, si era rifugiato in Francia ma i seguaci delle sue idee erano un po’ ovunque nella Sardegna di fine ‘700. La Gallura in particolare era una regione dove più marcatamente si sentiva “l’odio antifeudale che regnava tra quelle montagne” come scrisse il conte di Moriana dopo aver visitato i vari centri della Gallura al fratello Carlo Felice, viceré di Sardegna, nel 1801. C’è una località allora in comune di Aggius, nei pressi di Vignola e quindi dei porti naturali d’imbarco per la Corsica, chiamata Monti Cuccaru. Questa è una vera e propria fortezza naturale che in quei tempi diventò covo quasi inespugnabile di banditi. Pare certo che lo stesso Angioy, in fuga verso la Francia passando per la Corsica, sia stato rifugiato lì prima di imbarcarsi nel porto naturale di La Cuzitta. E proprio in quel porto sbarcarono i suoi emuli e seguaci nel 1802 per fomentare la rivolta della Gallura e quindi di tutta la Sardegna. Chi erano costoro? A capo della spedizione il teologo Francesco Sanna Corda, già parroco di Torralba che, dopo la sconfitta di Angioy si era anche lui rifugiato in Francia dove era diventato addirittura confessore della madre di Napoleone. Assieme a lui un altro rivoluzionario, Francesco Cilloco, notaio. Durante la loro permanenza in Corsica conobbero un famoso bandito di Aggius, Pietro Mamia, che dalla Sardegna all’isola vicina faceva in continuazione la spola per sfuggire alle milizie regie. Pare che proprio a casa Bonaparte furono intessute le trame della rivolta e che la madre di Napoleone si sarebbe adoperata a far sì che il figlio mettesse a disposizione un contingente di almeno 200 uomini che avrebbe fiancheggiato i rivoltosi. A questi si sarebbero aggiunti gli uomini del Mamia che lui stesso avrebbe garantito in numero di altri 200. A maggio si tenne un’adunanza dei galluresi che avevano aderito alla rivolta in località Nuraghe Lu Polcu, tra Aggius e Tempio in direzione Vignola. Furono ribadite le teorie rivoluzionarie antifeudali e le promesse napoleoniche ma alla riunione il Mamia non partecipò. Le cose in effetti non andarono come promesso. Napoleone, impegnato nella campagna d’Austria, non inviò neanche un soldato ed il Mamia, forse di fronte ad una battaglia persa in partenza, negoziò un salvacondotto per sè e per i suoi uomini con i funzionari governativi in cambio della non partecipazione. Lo sbarco comunque avvenne, come già detto, nel porto naturale di La Cruzitta ed i rivoltosi ricevettero ospitalità nello stazzo di Matteu Codimuzzu dove elessero il loro quartier generale. Qui convennero diversi altri pastori di Aggius e di qui partirono diversi proclami fatti su carta intestata della Repubblica Francese col motto “Liberté Egalité Fraternité”; dichiararono decaduto lo stato sabaudo e la nascita della repubblica e chiamarono il popolo alla rivolta che mai arrivò. Tra il 16 e il 17 giugno Sanna Corda, senza sparare un colpo, aveva occupato le torri costiere di Isola Rossa, Vignola e infine quella di Longonsardo, l’odierna Santa Teresa Gallura. In quest’ultima venne stabilito il quartier generale rivoluzionario ed issata la bandiera francese dopo aver ammainato quella sarda. Inviò il suo proclama a tutti gli stazzi della Gallura, in particolare ai pastori di Aggius e Tempio, promettendo l’estinzione dei debiti, l’abolizione dei diritti feudali ed il rispetto per la religione. Il movimento nato come antifeudale o giacobino, riflesso locale della rivoluzione francese dell'89, si evolve in quei giorni del 1802 diventando un progetto indipendentista. La Gallura però non li seguì ed il 18 giugno le truppe del luogotenente Orano accerchiarono la torre di Longonsardo (l'odierna Santa Teresa non era stata ancora fondata). Il Sanna Corda fu il solo tra i suoi che affrontò i 75 fucili piemontesi e fu crivellato di colpi e seppellito ai piedi della torre. Il trentatreenne Cilloco fu catturato e portato a Sassari dove fu processato e giustiziato in Piazza Tola, lasciandolo appeso alla forca per tre giorni. I poveri pastori aggesi furono impiccati in Aggius in località “li criasgi”. Finì così la breve esperienza repubblicana in Gallura che avrebbe dovuto portare alla nascita di una repubblica di Sardegna. Gli attuali sovranisti dovrebbero forse rileggere quelle pagine di storia, soprattutto negli atti ufficiali del processo a Cilloco e negli scritti del Sanna Corda. Pierangelo Sanna Coro L'Aldia, prende il nome da "Punta di L'Aldia, (Punta della Guardia), zona costiera di San Teodoro dove si trova il noto villaggio Punt'Aldia scritto e pronunciato erroneamente "Puntaldìa". Nasce nel novembre del 2007, da una iniziativa di Quirico Mura, attuale presidente del Coro che nel tempo era assessore Comunale e faceva parte dell'Auser di San Teodoro. Nel 2004 aveva già promosso un Laboratorio di ballo Sardo dando vita ad un gruppo di Minifolk. Quirico Mura, fermo nei suoi progetti, andò avanti, fece una telefonata al Maestro Giovanni Puggioni, proponendo di poter seguire un laboratorio di canto sardo tradizionale a San Teodoro. Il Maestro, conosciuto non solo in Sardegna ma a livello nazionale e internazionale, accettò "la proposta" o forse "la sfida". Il laboratorio si formò e partì nel novembre del 2007, dando vita all'Associazione Culturale L'Aldia, che alla nascita era composta di sole 8 persone non professioniste. Tutti di San Teodoro e uniti dalla passione del canto Sardo tradizionale. Al Maestro Giovanni Puggioni, si avvicinò "un ragazzo", al tempo, studente universitario, studioso di chitarra e di canto sardo tradizionale, vincitore tra l'altro dell'usignolo della Sardegna a Ozieri, Luigino Cossu, che diede un grande aiuto nel migliorare e perfezionare il coro stesso diventando il secondo Maestro. Attualmente, Luigino Cossu, è direttore del Coro. Negli anni, la passione, la tenacia e perfezionando le tecniche del canto, il Coro acquisisce una espressione artistica professionale. Iniziano le prime esibizioni in diversi eventi, feste, sagre, messe e da tre anni "una innovazione", con l'introduzione all'interno del Coro, di voci femminili ottenendo così un Coro Polifonico Misto Tradizionale. Tanta strada in 10 anni, sempre coltivando e sviluppando una forte passione del canto con un resoconto nel Decennale dalla nascita con la 10^ Rassegna del Folklore dedicata in questa occasione alla Ristrutturazione della Chiesa di Sant'Antonio da Padova delle borgate di Straula-Buddittogliu. La manifestazione si è svolta il 17 Giugno 2018 in collaborazione con il Comitato. I festeggiamenti si sono conclusi all'insegna del Folklore. In mattinata La Processione del Santo Patrono accompagnato dalle Launeddas di Giuseppe Deplano e di Stefano Vargiu, dal gruppo Minifolk San Lorenzo di Budoni e dai Cori Santa Anastasia di Buddusò e Galòrj di San Teodoro. La Santa Messa è stata accompagnata dal Coro Santa Anastasia e dal Coro Galòrj.Nel pomeriggio giochi e intrattenimenti per bambini e "vai col liscio" per gli appassionati. Alle 20,30, sempre nella Piazza della Chiesa di Sant'Antonio, la 10^ Rassegna del Folklore, organizzata dal Coro L'Aldia. Si sono esibiti importanti rappresentanti della musica Sarda e Gallurese, Gruppi Folk, Cori e Tenori. Danze, canti e suoni della Sardegna. Un pubblico numeroso e gioioso ha accolto con molti applausi l'ospite d'onore e "Madrina" del Coro L'Aldia, al suo esordio, Anna Maria Puggioni, che dopo la sua esibizione ha ricevuto un premio dal Coro L'Aldia. Durante la serata si sono esibiti con molto successo il Coro L'Aldia, il gruppo Folk Santa Maria di Arzachena, il Tenore di Bitti "Vitzichesu", il Coro "Baronia" di Torpè e il Coro Galòrj di San Teodoro. E ancora il Gruppo Etnico con la voce di Luigino Cossu accompagnato dalle chitarre di Giovanni Puggioni e Pinuccio Cossu. E' stato un appuntamento ricco di ospiti, dunque, come pure negli anni precedenti, seguiti da un continuo successo. Una giornata che tutti ricordano e in particolare gli appassionati del Folklore e delle tradizioni a cui la comunità teodorina è particolarmente legata. Un ruolo che L'Associazione Culturale L'Aldia, porta avanti con successo, proponendo diverse iniziative volte alla valorizzazione e alla diffusione della cultura Sarda. La serata è stata condotta brillantemente da Francesco Spanu. Quirico Mura

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il levante Uno sguardo al nostro passato Nella piana d'Oviddè. AGOSTO/SETTEMBRE 2018 - pag. 6 Andata e ritorno tra cure laiche e sentimenti religiosi Dalle Alpi alla Sardegna e viceversa A cavallo degli anni '60, si svolgevano generalmente i mestieri de- diti alla vita contadina, il turismo ancora non s'era affacciato lungo la nostra costa. Pensiamo che i nostri padri (li manni) al momento di di- videre le proprietà donavano alle donne (li femini) le tenute che confi- navano con la costa mentre ai maschi (li masci) i terreni distanti dal mare perchè più produttivi e fertili. Anticamente si diceva che i terreni vicini al mare non erano adatti alle coltivazioni (no vi campani mancu li capri). Questo detto s'è modificato con l'avvento del turismo ed ha radicalmente cambiato la nostra cultura contadina mentre, nelle zone marine le capre non ci passano ancora. Oltre a lavorare in campagna come braccianti agricoli, altri mestieri erano i taglia pietre per diventare poi degli abili scalpellini oppure fare i mezzadri. La maggior parte degli attrezzi usati erano quindi ricondu- cibili ad arnesi che venivano forgiati dai fabbri (lu fraìlagghju). In tutto il territorio di San Teodoro vi erano tante officine (lu fraìli) quasi tutte organizzate per soddisfare i tanti attrezzi che le maestranze portavano periodicamente per eseguire i vari mestieri e soddisfare il padrone. Le officine di fabbro erano sparpagliate nel territorio, a Montepetrosu Pao- lino Mannoni, un virtuoso con la bicicletta, a Straula ziu Duminicu Flore (già maniscalco dell'esercito in Africa) abile anche a ferrare i buoi all'interno della Gabbia (lu tilàgghju), una rudimentale struttura in legno che ingabbiava e teneva fermo l'animale, come si evince dalla foto. Oltre ai lavori da fabbro quest'ultimo era abile anche a sistemare le biciclette. In quel tempo erano famose le “torpado”, usate per tra- spostare persone e attrezzi vari. Durante il lavoro faticoso per ferrare i buoi è capitato di essere infastidito da un vicino che mentre gettava nel campo il residuo del caffè, (la ruddha) innervosiva l'animale causando dispendio di tempo. La risposta piccata e folkloristica fu: “c'è chi la- vora l'oro e chi il bronzo, io lavoro il ferro altri la ruddha”. A San Teo- doro centro c'erano due abili fabbri che hanno continuato la loro attività sino alle soglie dell’avvento del turismo. Ziu Ciccheddu Cattini e ziu Salvadori Azara entrambi attrezzati anch'essi per ferrare i buoi. Due personaggi molto apprezzati nel loro lavoro ma anche protagonisti e antagonisti politicamente. “candu falami in bicicletta o a carrulu a lu fraìli a pultà l'attrezzi di campagna, beddh'è sempri erani faiddhendi di cumunismu, però lu trabaddhu lu sapiani fa bè ed erani onesti”. (quando andavamo a portare gli attrezzi da aggiustare spesso parlavano di comunismo, però il lavoro veniva eseguito bene e con onestà) “I la- vori che facevamo durante l'annata erano faticosi perchè spesso a no- stro rischio come quando si faceva i mezzadri (lu ghjuàgliu) e, se l'annata era scadente ed il grano non era consistente la tristezza avvol- geva le nostre facce cotte al sole”. Un vecchio detto era: ci ni sèmu tur- rati a casa, a triuzzu in coddhu, (l'annata agraria da mezzadro era finita con un pugno di paglia). Nonostante questo, nella vita della campagna gallurese vi era uno spirito di solidarietà a favore del prossimo e si ri- correva spesso alla prestazione gratuita di mano d'opera verso chi ne aveva bisogno, (la manialìa). “Andavamo molto volentieri ad aiutare a mietere (a missà) a vendemmiare (a bibinnà) alla tosatura delle pe- core (lu tunditògghju) al getto di un solaio (la bòvita), ciascuno por- tando i propri attrezzi e con il desiderio principale di aiutare un vicino od un parente, di stare insieme, rafforzando spesso amicizie”. Questo lavoro comune faceva parte di quegli incontri sociali, caratterizzato da un rapporto non paritetico, a volte ricambiato ma, questo lo si sa- peva. La giornata dedicata alla manialia era vissuta dalla prima mattina sino alla sera (a l'intrinata), e culminava con un pranzo offerto a base di carne e minestra. Un altro mestiere molto apprezzato ed importante per la comunità in quegli anni era il ciabattino (lu calzulàiu). Un me- stiere ricercato per realizzare le scarpe su misura per i lavori in cam- pagna (li calzàri mastrini), ma soprattutto stante le scarse risorse finanziarie, si ricorreva spesso per aggiustare quelle che si possede- vano. Erano dislocati un po' in tutto il territorio teodorino: in La Pati- meddha c'era babbai Ciccheddhu Pesa, a Buddhitogliu ziu Guerino Amadori, in San Teodoro centro ziu Antoni Runco e alla Suareddha il mitico Salvadori Mossa che aveva il suo laboratorio tappezzato di foto di belle ragazze e di giocatori del Cagliari, sicuramente l'artigiano che ha lavorato più a lungo anche con l'avvento del turismo estivo. Ora, purtroppo, non ne esiste più neppure uno. Sandro Brandano Il regno di Sardegna passa, come si sa, nel 1720, quasi inaspettatamente, sotto la dominazione dei duchi di Savoia -divenuti da poco re di Sicilia- a seguito di un accordo tra i principali Stati europei, in omaggio al principio della politica dell'equilibrio. Lo scambio di due corone, di re di Sicilia con quella di re di Sardegna, si inseriva infatti nelle tessere di un mosaico disegnato e attuato in sede europea, che prevedeva lo spostamento di dinastie sullo scacchiere europeo, tenendo conto prevalentemente di interessi di potere, senza il minimo riguardo verso le popolazioni governate.La Sardegna ottenne, peraltro, il diritto, garantito internazionalmente dalle principali potenze europee, quali la Francia, l'Impero, l'Inghilterra e l'Olanda, di conservare la normativa e le istituzioni di governo esistenti al momento del passaggio di sovranità. Il che creò un certo regime di autonomia per l'isola, destinato a restare in vigore almeno sino al 1848. Ciò premesso, si può segnalare che i rapporti tra il Piemonte e la Sardegna, a livello di governanti, si erano già avuti in passato. Tuttavia le finalità per le quali si erano instaurati erano alquanto diverse, almeno per le loro origini. Nel nostro caso, essi non coinvolgevano peraltro la dinastia sabauda, bensì il marchesato di Saluzzo, a quel tempo una delle signorie importanti in un Piemonte che vedeva, tra l'altro, in campo il marchesato di Monferrato e i Savoia, nonché forze comunali. Mi limito a fatti avvenuti soprattutto nella prima metà del XIII secolo. Tali rapporti, considerati nella prospettiva sarda, non interessavano neppure l'intera isola, ma almeno uno dei giudicati, nel nostro caso quello di Torres. Essi furono all'inizio di tipo dinastico e coinvolsero soggetti che, seppur geograficamente lontani, risultavano, direttamente o indirettamente, implicati nello scontro tra Genovesi e Pisani per il controllo dell'isola e interessati alle relazioni con l'Impero. In questo quadro si instaurano interessanti e rilevanti alleanze matrimoniali tra il giudicato di Torres e il marchesato di Saluzzo. Infatti il 25 luglio 1202 Bonifacio, figlio del marchese Manfredo II di Saluzzo, sposa Maria, figlia del giudice Comita. L'atto matrimoniale fu redatto a Vercelli con presenza, per garanzia, del marchese di Monferrato, tra gli altri. L'atto regolava anche la costituzione della dote, che alla morte di Bonifacio venne poi da Comita destinata ai figli dei due sposi, Manfredo e Agnese. A sua volta Comita sposa, in seconde nozze, Agnese, figlia del marchese Manfredo II e sorella di Bonifacio. I legami di parentela così instauratisi appaiono molto stretti. Si tratta, ad evidenza, di due matrimoni dinastici destinati, forse, nelle intenzioni dei contraenti ad ampliare da parte dei Saluzzo la loro influenza politica anche fuori del Piemonte, da parte dei giudici di Torres a rafforzare la loro posizione politica rispetto ai problemi dovuti alle lotte tra Pisa e Genova. Due donne, l'una sarda e l'altra piemontese, lasciano le loro terre per quella che, ai loro occhi, non poteva non essere un'avventura. Infatti, proseguendo nelle vicende tra marchesato e giudicato, vediamo che Comita, nel 1205, fonda, tramite un'adeguata dotazione, il monastero cistercense di Santa Maria di Paulis. Alcuni anni dopo, tra il 1216 e il 1218, Comita muore; la vedova Agnese ritorna nel marchesato e nel 1219 fonda a sua volta, con approvazione pontificia, il monastero femminile di Santa Maria di Rifreddo. Nel 1221 il monastero fu accolto, con “privilegio” solenne emanato dal pontefice Onorio III, sotto l'immediata protezione e giurisdizione papale, con regola della grande matrice benedettina. Più tardi, verso la metà del 1200, il monastero aderì all'ordine cistercense, accogliendone pertanto la regola, e venne così ad allinearsi al monastero di Santa Maria di Paulis. Sfumati i probabilissimi motivi politici alla base dei rapporti dinastici tra una parte dell'isola e il continente, subentrarono in un certo senso quelli legati alla pietas religiosa. Ovviamente occorre tener presente che pure interessi economici ben precisi potevano sottostare a queste fondazioni monastiche, in particolare nel monastero femminile di Rifreddo. Con la sua iniziativa, la figlia del marchese di Saluzzo, una volta ritornata nella sua terra d'origine, indubbiamente aveva inteso tutelare la propria condizione di vedova, assicurandosi, oltre ad una adeguata dimora, una certa autonomia rispetto alla propria famiglia di provenienza e un ruolo di prestigio all'interno del monastero stesso, di cui si qualificò “rectrix et gubernatrix”, svolgendovi funzioni di priora.Concludo ricordando una curiosità storica. Il cartario dell'abbazia di Rifreddo venne pubblicato nel 1902 dal saluzzese Silvio Pivano, che fu poi professore ordinario di Storia del diritto italiano presso l'Università di Sassari tra il 1913 e il 1917: un ulteriore legame tra l'area saluzzese e l'isola di Sardegna. Isidoro Soffietti

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il levante AGOSTO/SETTEMBRE 2018 - pag. 7 TURISTICAMENTE: pagina a cura dell’Ufficio Turistico del Comune di San Teodoro Parcheggio Camper piu ecomobile Buone notizie per i numerosi camperisti che trascorrono le vacanze a San Teodoro. L’Amministrazione Comunale metterà l’anno venturo a loro disposizione, in Via Donat Cattin (zona campo sportivo) un’area attrezzata con ecomobili per il ritiro quotidiano dei rifiuti. Parcheggi Via Lucca, Via Cala D’Ambra Il Comune sta ampliando nuovi parcheggi per dare più spazio agli automobilisti. Le immagini pubblicate si riferiscono ai nuovi spazi. L’Ufficio Turistico del Comune di S.Teodoro, situato in Piazza Mediterraneo, osserva per tutto il periodo estivo il seguente orario: tutti i giorni dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 24.00. Per info: 0784 865767 mail: info@ufficioturisticosanteodoro.it Alcuni eventi da non perdere Pulizia strada Massiccia operazione di pulizia delle strade organizzata dal Comune con un mezzo della Derichebourg, dotato di spazzole rotanti. Il decoro del nostro paese è anche affidato alla buona educazione di chi vi trascorre le vacanze. Il percorso del mezzo toccherà tutte le strade del centro per spostarsi con gradualità alla periferia del Comune. Una particolare mensione va fatta alla Società Derichebourg che svolge il suo compito con competenza e professionalità, grazie soprattutto all’impegno degli addetti che si prestano molto spesso a operare recuperi di rifiuti sparsi per le vie al di là dei loro compiti istituzionali. Operazione mare pulito Lodevole iniziativa quella organizzata dal Circolo nautico Lu Impo- stu, per iniziativa del socio Davide Ferraro, con la collaborazione della Guardia Costiera di Olbia e il supporto dell'AMP Tavolara e Molara, per ripulire i fondali dell'insenatura di Lu Impostu e dell'arenile,offesi dall'incuria e dalla maleducazione di quanti considerano il mare una silenziosa pattumiera. Le fotografie che pubblichiamo mostrano solo in parte quel che il mare ha restituito. M. S. Biblioteca Gallura Orari e servizio Ricordiamo a tutti i turisti e ai residentie teodorini che i servizi offerti dalla Biblioteca Gallura non si esauriscono nel periodo estivo. All’interno l’uso gratuito della rete internet/Wifi, prestito di lettura, utilizzo sala conferenze per incontri e presentazioni di libri, etc. Gli orari:lunedì, mercoledì, venerdì 9/13 martedì e giovedì 16/20. Per informazioni o prenotazioni sala conferenze scrivere a segreteria@icimar.it o chiamare al numero 0784 866180. Giovedì 6 Settembre - ore 21:30 - VII Festival Internazionale di Musica in Crescendo.Teatro Comunale “La Cupola” - protagonista il violista salernitano Sergio Caggiano accompagnato al pianoforte dalla pianista Stella Sanna. Il duo si esibirà in un concerto da camera dal repertorio impegnativo e di raffinata bellezza. L’ingresso è gratuito. Domenica 9 Settembre - ore 21.30 - Piazza Gallura - Proiezioni Storie Comuni – Interviste varie a persone di San Teodoro Giovedì 13 - Settembre -ore 21:30 - VII Festival Internazionale di Musica in Crescendo - Teatro Comunale “La Cupola” - concerto L’ingresso è gratuito. Venerdì 14 Settembre – ore 18.30 – Biblioteca Gallura - Presentazione del libro di Massimo Meloni dal titolo “Comunque libero” Domenica 16 Settembre - ore 21.30 - Piazza Gallura - Proiezioni Storie Comuni – Interviste varie a persone di San Teodoro Domenica 16 Settembre - ore 21:30 - VII Festival Internazionale di Musica in Crescendo - Teatro Comunale “La Cupola” - concerto. L’ingresso è gratuito. Domenica 23 Settembre - ore 21.30 - Piazza Gallura - Proiezioni Storie Comuni – Interviste varie a persone di San Teodoro Extreme Fun Games 2018 - Dal 20 alle 11:00 al 23 set alle 17:00 – Spiaggia la Cinta San Teodoro Windsurf, Stand Up Paddling, Kitesurf, Skate, Foil. Nella splendida cornice della Cinta a S.Teodoro, brand e atleti internazionali si confronteranno amichevolmente in gare e dimostrazioni ad alto livello. Un’ottima occasione per tutti gli appassionati di sport e natura per testare le attrezzature di ultima generazione, mettersi alla prova e vedere in azione amatori e professionisti del loro sport preferito.

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il levante Affrancati da Abbanoa AGOSTO/SETTEMBRE 2018 - pag. 8 Dalla vostra parte Serramanna,comune del medio campidano,con poco piû di novemila abitanti. San Leonardo, santo patrono con festa al 6 novembre. La sua origine etimologica (con qualche dubbio): serra - costa di monte,crinale; manna (dal latino) grande. Stemma araldico : campanile in campo azzurro,due pali d'argento e due neri.Due teste di mori bendati d'argento, rivolti l'un l'altro. Insomma,un paese come tanti nella nostra isola. Eppure Serramanna ha una peculiarità che divide con un'altra dozzina di piccoli comuni isolani. Serramanna fa scorrere dai rubinetti di casa dei suoi abitanti un'acqua da sempre affrancata dalla gestione Abbanoa. Con Sergio Murgia,sindaco della cittadina,riconfermato a furor di popolo per la seconda legislatura dal giugno dello scorso anno ,facciamo il punto della situazione. L'autonomia dell'acqua è ben garantita, ci conferma il primo cittadino, da sette pozzi artesiani presenti nel territorio comunale. A Serramanna, prosegue Murgia, il sistema idrico può definirsi completamente integrato proprio perchè comprende tutte le funzioni relative alla gestione della risorsa,compresi i controlli effettuati da laboratori specializzati oltre a quelli,affidati per legge, alla competente ASL. E per finire, conclude il sindaco,le tariffe applicate dal comune sono inferiori a quelle fissate dalla Società Abbanoa. L'esempio di Serramanna dimostra, fuori da ogni polemica, che un servizio pubblico,come quello di cui stiamo parlando, gestito con competenza,rigore,correttezza,professionalità e trasparenza può dimostrarsi di gran lunga preferibile ad una gestione privata soprattutto quando si parla di un bene primario come quello dell'acqua. Mario Stratta Un lettore ci scrive San Teodoro, paese a forte connotazione turistica, che ogni anno ri- ceve migliaia di persone, che vede turisti di ogni età affollare le sue numerose e bellissime spiaggie. Turisti che quando rientrano nelle pro- prie case devono affrontare l’eterno, gravoso e irrisolto problema del- l’acqua di rete non potabile e per niente salubre. L’acqua quasi inutibile ai fini domestici e a volte non idonea neppure per una semplice doccia pagata troppo cara e che aumenta sempre di più. Nessuno ormai si scandalizza più di niente, ma la situazione po- trebbe migliorare sensibilmente se si attivasse almeno una delle varie iniziative, come per esempio quelle prospettate anni fà da precedenti amministrazioni per la reaslizzazione di invasi a monte nelle aree cir- costanti di Monti Nieddu. La realizzazione di uno o più invasi era già stata proposta dagli Anni ‘70 dal sottoscritto, allora delegato ai lavori pubblici che in quel tempo portò acvanti il progetto per l’ottenimento per circa un miliardo e ottocento milioni di vecchie lire indispensabili per la realizzazione delle opere. Pierino Pittorra. Giocare a calcio settant’anni fa Una vecchia, dimenticata fotografia in fondo ad un cassetto mi riporta alla memoria un tempo che pensavo perduto. Francamente non mi ricordo chi siano i ragazzi dello scatto, (credo sia stata scattata negli anni cinquanta, nel piazzale vicino al Ripping), ma una cosa è certa: da quel giorno fino ad oggi, le cose nell’ambiente calcistico teodorino sono notevolmente cambiate. Un tempo, lo sport e il calcio in particolare veniva visto come un momento di svago, di aggregazione tra amici che, trovato il campo in chissà quale sperduto terreno, fatte le porte con materiali di fortuna, (vecchi pali ecc.) indossate le divise trovate chissà dove con colori improponibili, non vedevano l’ora di riunirsi, per tirare quattro calci ad un pallone e divertirsi per un paio d’ore. I genitori ti vedevano uscire non sapendo come e quando saresti rientrato a casa. In fondo però, il bello era quello, e ci si divertiva con poco. Non potrò mai dimenticare quando il mio primo allenatore (Primo Oggiano) veniva a casa a prenderci con il furgone del pane, stivandoci in massa tutti dentro, e una volta arrivati a destinazione in chissa quale campo sperduto, dovevamo pulirci da tutta la farina che avevamo addosso. E oggi ? Ai ragazzi di oggi se racconti episodi del genere scoppiano a ridere. Loro che se non li accompagni al campo non sanno come fare, loro che se non hanno le scarpette all’ultima moda neanche si presentano in campo, loro che se il campo non è in perfette condizioni (possibilmente in sintetico) non giocano neppure. Alcuni lo fanno solo per denaro, e allora il gusto di fare sport va a farsi benedire. Il prossimo anno ricorre il cinquantesimo anniversario della nascita della squadra dell’Unione Sportiva San Teodoro. Da quel 1969 fino ad oggi le cose sono notevolmente cambiate: col tempo si sono persi molti valori di questo sport, ma soprattutto la voglia di divertirsi, perché in fondo il calcio deve essere questo, divertimento e passione. Un consiglio va dato anche a tutti quei genitori che si credono allenatori: lasciate che i vostri figli vivano questo sport in serenità e senza isterismi un po' come succedeva ai miei tempi, anche se non siamo diventati dei campioni, sicuramente ci siamo divertiti tanto. Antonello Carvone COME ERAVAMO Anni ‘60. Un’intera famiglia con vicinato alla vendemmia in San Teodoro.

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