L'Alpino Pavese n° 2/2018

 

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L’Alpino Pavese Anno 33 settembre 2018 n°2 NOTIZIARIO POSTE ITALIANE S.P.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L.353/2003 (Conv. in L. 27/02/2004 N.46) Art.1, Comma1 LOM/PV/3925 RADUNO DEL CENTENARIO LEGATI AL SENTIRE PROFONDO DEL POPOLO ITALIANO Vittorio Poma Presidente Provincia di Pavia “Nelle intenzioni allusive di chi la prescrisse, la penna doveva essere d’aquila, ma in effetti gli alpini, ignari di ogni complicazione e spregiatori di ogni retorica, collocavano sopra l’ala qualsiasi altra penna, purchè lunga e diritta;… di cappelli e di uomini ne esistono centomila tipi a questo mondo, ma di alpini e di cappelli come il loro ce n’è una specie sola..”. Porgo il mio saluto all’Associazione Nazionale Alpini Sezione di Pavia con queste parole di Giulio Bedeschi. “100.000 gavette di ghiaccio” non solo è la storia del penoso ritorno dal fronte orientale ma anche la storia di soldati speciali: gli Alpini italiani. Coraggiosi in guerra, miti in tempo di pace, avvezzi al lavoro e alla fatica, gli Alpini mostrano con orgoglio il proprio UN MESSAGGIO DI FIDUCIA Carlo Gatti Presidente ANA sezione di Pavia Cari Alpini, domenica 7 ottobre, la città di Voghera ci ospiterà per l’annuale Raduno della nostra Sezione. Evento che quest’anno cade in un anniversario particolarmente importante, il centenario della fine vittoriosa della prima Guerra Mondiale, con la quale l’Italia completò la sua unità nazionale. Il Gruppo di Voghera, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, ha fortemente voluto quest’evento, sia per celebrare degnamente la ricorrenza, che nel ricordo della lunga tradizione militare della città. Sede di Distretto Militare all’epoca della Grande Guerra, Voghera ha ospitato, nella grandiosa caserma, diversi reggimenti di cavalleria e nel suo territorio, si trova il Tempio Sacrario della Cavalleria Italiana, la celebre “Chiesa Rossa”. Pur non essendo certamente una città di montagna, Voghera ha dato al Corpo degli Alpini diverse luminose figure, ad iniziare dal Ten. Angelo Bascapè, (segue in seconda) GLI ALPINI MOTORE DEL TERRITORIO Carlo Barbieri Sindaco città di Voghera Cari Alpini, esprimo con orgoglio e soddisfazione la mia ammirazione per la sezione di Pavia che oltre ad essere una delle prime ad essere nate, è anche l’unica che unisce il valore di uomini abituati alla montagna, provenienti dai nostri Gruppi dell’Oltrepo Pavese, a uomini abituati alla pianura come gli Alpini di Lomellina. La sezione ANA di Pavia compie 96 anni dalla sua fondazione in concomitanza con un anniversario importante come la ricorrenza della 1ª Guerra Mondiale, mentre il gruppo vogherese è un punto fermo della nostra città da 89 anni. Ciò che rende gli Alpini unici è il volontariato di servizio come motore di ogni attività. La vera sfida è quella di non spegnere i valori che trasmet- (segue in seconda) (segue in seconda)

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cappello ai nipoti o lo ripongono gelosamente in un cassetto. Perché, quel cappello è stato loro compagno dalla tradotta alla trincea, li ha protetti dal sole delle pietraie del Carso e dalla neve degli inverni sulle cime. Esso è il simbolo di una sfida, che, negli assalti sotto il fuoco della mitraglia, fa pensare: “accidenti non mollano proprio mai, questi maledetti Alpini”. (cit. Bedeschi) Eccovi, dunque, e benvenuti nella città di Voghera. Nel corpo degli Alpini, rappresentati dalla vostra Associazione, riconosciamo, non l’epopea oleografica della grande guerra, ma la abnegazione di chi ha il passo fermo del montanaro, la capacità di sacrificio del contadino, la forza d’animo degli uomini giusti, che, pur nel tempo cupo della guerra, cercarono le parole della fraternità e trovarono in esse le ragioni per pronunciare la parola Patria. Questi sono gli Alpini. La guerra, di cui oggi ricorre il centenario, è la guerra in cui il nostro Paese, di recente unificazione, compì la prima grande esperienza popolare. Non fu al suono delle fanfare, né al sole del “maggio interventista”, ma nei rochi bisbigli notturni e al lucore di una candela, che il pescatore di Lipari imparò la lingua dell’artigiano di Pisa, il contadino di Parma si fece amico del pastore di Paesana, lo studente di Milano trovò affetto nel mungitore di Tolmezzo, che poteva essergli fratello maggiore. La Patria autentica, conquistata alla coscienza del nostro popolo, nelle trincee della Grande Guerra è questa: apprendere l’uno i linguaggi dell’altro, e perdonare l’uno all’altro le spigolosità di tradizioni dissimili. Con l’obiettivo di stare insieme, per “insieme” costruire un futuro degno. Una simile capacità è oggi richiesta a tutti noi nei confronti di popoli arrivati da lontano, rispetto ai quali dobbiamo declinare il linguaggio della solidarietà e della “mitezza”, la grande virtù sociale descritta da Norberto Bobbio nel suo saggio contro il razzismo del 1993. Sono convinto infatti che, proprio il ricordo dei sacrifici della grande guerra, debba esserci di sprone per tutelare il bene supremo della pace, trasformandola in valore attivo. Eccoli, allora, gli alpini nel raduno del centenario, e ancora benvenuti. Come non ricordare, il contributo dei la cui Medaglia D’Oro adorna il nostro vessillo sezionale, al Ten. Enrico Uberti, M.A.V.M. caduto sull’Ortigara, al S.Ten. Luigi Portinari, M.B.V.M a Nikolaiewka, e tanti altri semplici Alpini, che hanno militato onorevolmente nelle file dei diversi reggimenti. È appunto per ricordare ed onorare i loro sacrifici, e per dimostrare che i valori e gli ideali che li animarono trovano ancora un riconoscimento e una condivisione, che vi invito ad essere presenti agli eventi che il Gruppo, lavorando con grande impegno, ha programmato. La nostra presenza, numerosa e ordinata, sarà, in questo difficile momento, un messaggio di fiducia e speranza rivolto a tutti i cittadini che assisteranno alla manifestazione, ed è per questo che mi auguro di incontrarvi in tanti, per trascorrere assieme una bella giornata all’insegna dei valori alpini. Carlo Gatti Presidente ANA sezione di Pavia coraggiosi che, per amore di libertà e per mantenere fede al proprio onore, si fecero partigiani? Si trattava di riscattare la Patria dall’orrore e dalla vergogna, e di sconfiggere le forze tedesche occupanti e la dittatura che aveva trascinato il Paese nella guerra e nel pianto. È proprio un alpino - Nuto Revelli, sottotenente del regio esercito - a raccontarci le ragioni della scelta che lo portò, con tanti dei suoi soldati reduci di Russia, a farsi partigiano in Valle Stura, in una zona dal nome mitico e evocativo: Paraloup che significa “difesa dai lupi”. La grande guerra fu la guerra dei ragazzi, fu la guerra dei ventenni. Tra loro c’era Francesco Ferruccio Zattini di Palestrina (Roma). Francesco avrebbe scritto: “la nostra voce non aveva nulla di umano. Eravamo ieri 280 ed oggi siamo 160 appena” (fonte Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano – Arezzo). Dall’una e dall’altra trincea, ragazzi ventenni morirono a migliaia, straziati dalle mitraglie, lacerati dagli shrapnel, soffocati dai gas. Basta: anno 2018, in Europa e nel mondo i ragazzi non devono più morire in guerra. Vittorio Poma Presidente Provincia di Pavia tono come la voglia di stare insieme, ascoltare il prossimo e imparare da chi ha più esperienza, divulgando l’amore per la montagna e l’importanza del fare insieme. Sono grato dell’attività associativa che viene svolta dagli Alpini, in particolare dal gruppo vogherese, e ci tengo a ricordare i caduti, reduci e combattenti di tutte le guerre che hanno messo in gioco la loro vita per vedere sventolare il tricolore. Uomini come il Tenente Angelo Bascapè, originario di Voghera, o il Generale Franco Magnani sono splendidi esempi di incrollabile fede e eccezionale sprezzo del pericolo. Il raduno sezionale che si terrà a Voghera non è solo la festa degli Alpini, ma di tutti coloro che si rivedono nei valori emblema di libertà e democrazia. Carlo Barbieri Sindaco città di Voghera L’Alpino Pavese 2 - 2018 2

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91a ADUNATA NAZIONALE 2018 A TRENTO Carlo Gatti ha sfilato con noi, di scorta al vessillo, il Serg. Magg. Feo, in forza al Btg. L’Aquila. Avendo conosciuto, per motivi famigliari, il S Capogruppo di Torre iamo reduci dall’Adunata Nazionale del Mangano, Giu- di Trento e mi sembra logico proporre seppe Garlaschelli, si alcune considerazioni che riguarda- è iscritto presso quel no sia la partecipazione della nostra Gruppo, e ha voluto Sezione che tutto lo svolgimento. partecipare alla sfilata La nostra presenza è stata nella della nostra Sezione. norma, ma non certamente esaltante, Per quanto riguarda poco più di 200 Alpini. Mancava un l’insieme dell’Adunata bisogna ricono- ne, chiunque è in grado di diffondere unico Gruppo, in compenso il blocco scere che l’accoglienza della popo- qualsiasi genere di notizie o fotogra- è stato compatto e ordinato. lazione è stata calorosa e sincera, fie, e sappiamo anche che si ottiene l’abbiamo visto durante la sfilata. maggior ascolto soprattutto quando si Gli Alpini e le Amministrazioni locali parla male di qualcuno. hanno lavorato molto e bene, anche Oppure c’è un male più profondo, la se sono state segnalate delle disfun- crisi porta a privilegiare sempre di zioni nell’organizzazione dei campi. più gli aspetti economici, e inevitabil- Commoventi e ricche di significato le mente si cerca di attirare il maggior cerimonie al colle Miravalle di Ro- numero di potenziali consumatori. vereto, al Doss Trento e al Castello del Buonconsiglio. Praticamente scomparsi o ridotti ai minimi termini i trabiccoli si è invece proposto, in maniera più evidente del solito, un altro aspetto negativo. Quello di chi, pur non appartenendo all’Associa- zione, spesso indossando cappelli fasulli, ritiene di partecipare, soprat- tutto il sabato pomeriggio e sera, con comportamenti assolutamente fuori luogo, aiutati da abbondanti bevute e canti sguaiati. Certamente ha aiutato la presenza Forse, il gran numero di giova- della fanfara “Valle dei Laghi”, con- ni presenti, è dipeso dal fatto tattata tramite la Sezione di Trento, che Trento è una città univer- che ha suonato o battuto il passo per sitaria, ma certo è un fenome- tutta la durata della sfilata facilitando no che bisognerà cercare di il mantenimento dell’ordine. controllare, perché alla nostra Quest’anno oltre alla presenza Associazione fa solo male. dell’amico spagnolo Teodoro Gallego, Oggi, con i mezzi a disposizio- 3 L’Alpino Pavese 2 - 2018

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Immagini dell’Adunata L’Alpino Pavese 2 - 2018 4

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La magia degli Alpini Cesare Lavizzari Spesso le sensazioni si nascondono nel cuore e noi ci lasciamo cullare quasi inconsapevolmente dalla dolcezza che ne deriva. Accade, però, che un giorno, senza che tu te ne accorga, quella bella sensazione si presenti a livello razionale e tu ne comprenda appieno la forza. E così quello che avevo provato a Trento e in tutte le adunate precedenti, mi si è presentato in tutta la sua potenza a Vittorio Veneto nel corso dell’ultimo raduno del terzo raggruppamento. Domenica mattina, dopo le cerimonie di rito, ero in tribuna a godermi la sfilata. L’ho vista arrivare. Un fiume che scorreva e respirava lentamente con movimenti leggermente ondulatori. Un corpo unico e vivo. Con i suoi colori e le note delle sue fanfare a sottolinearne la solennità. Un fiume composto, che restituiva l’immagine della dignità e della forza ma anche della gioia e della serenità. Quando questo fiume ha cominciato a passare sotto di me ho cominciato a distinguere i singoli individui che lo componevano. Tutti uguali e al contempo così differenti. Esattamente come i loro cappelli: tutti di un’unica foggia eppure ciascuno diverso dagli altri. Chi in giacca e cravatta perché di scorta al vessillo, chi con la camicia del gruppo; chi con i pantaloni alla zuava e la camicia di flanella nonostante un caldo opprimente. Quasi tutti al passo salvo qualcuno che faticava a tenere il ritmo ma lottava instancabilmente con i suoi piedi per fare bella figura di fronte al Labaro. Chi camminava senza difficoltà e chi arrancava un po’, per qualche acciacco di troppo ma, senza, tuttavia, rimanere indietro. Si percepiva la sua fatica ma anche l’orgoglio di avercela fatta un’altra volta! Se li guardi bene riesci a scorgere il laureato e quello che non ha potuto studiare, quello che non ha problemi economici e quello, invece, che ha fatto qualche sacrificio pur di essere presente. Eppure, nonostante le differenze, tutti lì assieme e tutti uguali esprimendo una dignità profonda che viene da un sentire antico eppure così maledettamente necessario in questo periodo. E allora vieni nuovamente sopraffatto dallo stupore sincero e fai fatica a ricacciare indietro quel nodo che ti stringe la gola. Sorridi e trattieni una lacrima che vuole a tutti i costi scappar via ma tu non vuoi rovinare la festa e continui a sorridere e a salutare perché è giusto così. Vedi la mamma alpina con il neonato nel marsupio che sfila con il giovane marito a fianco di un alpino veciotto che li guarda con affetto e amicizia anche se forse nemmeno li conosce. Ma questo è il segreto degli alpini. La loro magia. Giulio Bedeschi scriveva: “...Ecco il semplice, elementare segreto degli alpini: un sacro patto umano. Sono legati uno per uno, è un’intesa profonda che passa da uomo a uomo sul filo della penna nera. Un patto umano che ha legato una volta e lega per sempre, fra gente che si è misurata nel profondo e se si guarda negli occhi si legge nel cuore. Non è cosa da poco, a questo mondo…” Descrizione spettacolare a cui forse può essere aggiunta anche l’altra è più incredibile caratteristica degli alpini: la totale assenza di conflitto generazionale. Veci e Bocia assieme senza problema alcuno, a fare le medesime cose con identici ritmi. Gente semplice e perbene che sa ancora guardarsi negli occhi e misurarsi nello spirito che, per definizione, non ha età. A questo pensiero meraviglioso, però, ha fatto da contraltare una considerazione un po’ amara. Oggi, infatti, dopo anni dalla sciagurata sospensione della leva obbligatoria le generazioni si sono fortemente sbilanciate e i capelli bianchi sono diventati la stragrande maggioranza. I giovani, purtroppo, sono sempre di meno e questo dovrebbe preoccupare davvero tutti. E invece, al di là di dibattiti dal sapore esclusivamente accademico, l’impressione è quella che il problema sia grandemente sottovalutato. Se ne parla, ma si fa assi poco. Da un lato una tiepida difesa della leva obbligatoria che, oggettivamente, sembra essere perseguita persino con un qualche fastidio e dall’altro nulla che possa in qualche modo fermare la perdita di intere generazioni di giovani che sarebbero, invece, attratte dai valori che andiamo propugnando. Eppure, il nostro mondo, su questo punto sembra anestetizzato. Sembra attendere una catastrofe che giudica inevitabile senza muovere nemmeno un dito. In un meraviglioso canto Bepi De Marzi ha scritto: “La contrà de l’acqua ciara no zè più de l’alegria, quasi tuti zè ‘ndà via solo i veci zè restà…” Se non faremo qualcosa in fretta finiremo come la Contrà de l’acqua ciara e sarà davvero un delitto. È ora di svegliarsi dal torpore e comportarsi da alpini: uomini per cui non esiste l’impossibile, come abbiamo recentemente ribadito a Trento, per mettere al sicuro quella autentica magia che il nostro mondo rappresenta. 5 L’Alpino Pavese 2 - 2018

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CENTO ANNI FA: I valori nelle motivazioni delle decorazioni della Grande Guerra Pierluigi Scolé La ricorrenza del centenario della Grande Guerra 1915-18 vede l’Associazione Nazionale Alpini in prima fila con iniziative di ampio respiro, di durata pluriennale, finalizzate a rendere il degno omaggio e riconoscimento a quanti vennero chiamati a vivere in prima persona quegli avvenimenti ormai lontani nel tempo, ma dei quali è quanto mai opportuno mantenere vivo il ricordo. Non fosse altro perché il nostro presente di pacifica convivenza tra i popoli occidentali, è largamente debitore delle esperienze maturate nelle due guerre mondiali e delle sofferenze patite dai padri in quegli scenari di una tragicità che tutti auspichiamo irripetibile. Dal “milite non più ignoto”, alle borse di studio erogate a studiosi dell’ambiente universitario, passando per il ciclo di conferenze sul mito degli alpini, anche questa raccolta delle motivazioni delle decorazioni al valor militare concesse agli appartenenti alle truppe alpine italiane per azioni compiute durante la Grande Guerra 1915-18, si inserisce nell’ambito delle iniziative del “centenario”. A differenza di quelle citate, le quali risultano più in sintonia con i modelli culturali attuali, quest’ultima ricerca presenta elementi di discontinuità tali da poter apparire anacronistica se osservata in maniera superficiale. E anacronistica forse sarebbe, se parole come “gloria” e “valore”, significativamente richiamate nel titolo dell’iniziativa, costituissero patrimonio esclusivo del mondo militare e potessero applicarsi soltanto a una cultura di guerra ormai scomparsa dal bagaglio culturale dell’uomo occidentale contemporaneo. Ma a differenza di quel che ci è stato detto e raccontato da qualche tempo a questa parte, il coraggio non serve soltanto in guerra. Il coraggio serve anche e soprattutto nel contesto quotidiano: almeno un minimo di coraggio è necessario per acquistare una abitazione, per costituire famiglia, per fare figli, per affrontare il futuro. Senza coraggio si troveranno sempre giustificazioni per rinunciare aprioristicamente ad ogni seppur modesto cambiamento; senza coraggio si rinuncia ad essere protagonisti della propria stessa vita e si rimane spettatori passivi. Da un cinquantennio a questa parte, parole come coraggio ed eroismo vengono viste da un certo modello culturale con diffidenza, addirittura con sospetto. Da valori quali erano sempre stati in ogni cultura ed in ogni società, appaiono ormai come disvalori, dei quali parlare il meno possibile. Da un cinquantennio a questa parte sembra che del primo conflitto mondiale si possa parlare in Italia soltanto per ricordarne il dissenso, le fucilazioni, le forme di estraneazione e di rifiuto alla guerra. Ma la guerra, per usare le parole di Giorgio Rochat, forse il più autorevole storico militare italiano vivente, è come un fiume in piena che trascina con sé fango e oro, eroismi e viltà. Non esistono soltanto gli uni, non esistono soltanto gli altri, ma fango e oro si mischiano e si confondono inevitabilmente. Nella piena consapevolezza di questa coesistenza, dopo tanto scavare nel fango, è il momento di riscoprire l’oro. L’Alpino Pavese 2 - 2018 6

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Spunta l’alba del 16 giugno… Gli Alpini alla conquista del Monte Nero Mario Villani Vi sono state operazioni militari che sono passate alla storia, più che per la loro importanza strategica, per l’audacia e l’intelligenza con cui sono state condotte. Ricordo ad esempio la conquista da parte dei commandos tedeschi, all’inizio della seconda guerra mondiale, del fortino di belga di Eben Emael ( preso utilizzando degli alianti), o l’operazione dei reparti speciali israeliani all’aeroporto ugandese di Entebbe. In questo genere di operazioni noi Italiani non siamo secondi a nessuno e la conquista del Monte Nero, oltretutto compiuta non da truppe speciali, ma da militari di leva, ne è una prova lampante. Il massiccio del Monte Nero (in realtà la corretta traduzione dallo sloveno sarebbe Monte Tozzo) si erge nel territorio del comune di Caporetto nelle Alpi Giulie. Allo scoppio della prima guerra mondiale il Monte Nero era uno dei capisaldi della linea di difesa austriaca nella regione. Non era presidiato da truppe di prima qualità perché gli Austriaci dovevano ancora fare affluire nella regione i loro reparti migliori, ma aveva una conformazione tale da renderlo una fortezza naturale apparentemente non espugnabile. Il compito di prendere ad ogni costo questa munita posizione, il cui controllo veniva ritenuto fondamentale dal Generale Cadorna per le successive avanzate verso l’Isonzo, venne affidato a due battaglioni del Terzo Alpini: il Susa e l’Exilles. Si decise di agire d’astuzia confidando nelle straordinarie capacità alpinistiche delle truppe alpine. Nella notte tra il 15 ed il 16 giugno 1915, il battaglione Exilles attaccò frontalmente, su un ripido piano inclinato, partendo dal vicino Monte Kozliak. L’ordine era quello di esporsi il meno possibile, ma di fare un forte rumore, in modo da attirare tutta l’attenzione dei militari del presidio austriaco. Nelle stesse ore, dalla parte opposta della montagna si mettevano in movimento le compagnie del battaglione Susa. L’ordine, in questo caso era quello di muoversi nel massimo silenzio, vietato parlare, tossire fare un qualunque rumore. Gli Alpini del Susa dovettero scalare una serie di ripide pareti portando con loro non solo le armi, ma anche un sacchetto di sabbia con cui costruire un riparo una volta entrati in contatto con il nemico. La manovra riuscì perfettamente e l’84a Compagnia del Susa, comandata dal Capitano Arbarello e dal sottotenente Picco giunse a contatto con il nemico, prendendolo completamente di sorpresa, alle quattro del mattino, quando cominciava ad albeggiare. In pochi minuti il reparto austriaco che presidiava la vetta venne messo in fuga dopo aver lasciato sul terreno 18 morti e dieci prigionieri. Sempre arrampicandosi sulle ripide pareti un’altra Compagnia del Susa giunse sulla cresta sottostante la vetta e mise in fuga i difensori conquistando poi l’importantissima quota 2052. Le altre compagnie del Susa nel giro di poche ore completarono la loro missione conquistando tutte le altre quote che formavano il massiccio del Monte Nero. Alle 4 e 45 la conquista del massiccio poteva considerarsi completata. Verso le 5 però gli Austriaci inviarono dei rinforzi nel tentativo di riprendere il controllo almeno di alcune quote. Di fronte alla decisa reazione degli Alpini e sottoposti ad un intenso fuoco di mitragliatrici i reparti austriaci, guidati dal Colonnello Balogh si sbandarono e si diedero alla fuga. Molti di loro furono catturati. Nella battaglia le Penne Nere ebbero perdite relativamente ridotte: due ufficiali e ventidue soldati morti, un ufficiale e centoquattordici soldati feriti. Pesanti le perdite del nemico se si considera che solo i prigionieri furono sei- centocinquanta, tra i quali ben ventotto ufficiali. Alla mattina successiva si verificò un episodio di commovente eroismo. L’Alpino Luigi Girardi vide quattro salme di commilitoni rimaste davanti alle posizioni austriache. Uscì allora disarmato dalla trincea e si avviò verso le posizioni nemiche per recuperare i corpi dei caduti. Non riuscendo a trasportare i cadaveri a causa del ripido pendio li fece scivolare in un crepaccio li ricoprì con la mantellina ed uno strato di neve e dopo averli salutati militarmente rientrò alle proprie linee. Gli Austriaci, stupefatti e cavallereschi, lasciarono fare. La corrispondente di guerra di un giornale austriaco, Alice Shalek (una delle prime donne corrispondente di guerra), commentò l’impresa con parole sentite da ufficiali austriaci: “giù il cappello davanti agli Alpini; è stato un capolavoro!” La frase è riportata nel suo libro Am Isonzo, disponibile anche nella traduzione italiana. La conquista del Monte Nero fu il primo, significativo successo dell’esercito italiano nella prima guerra mondiale ed è ricordata in una canta divenuta celebre: “Spunta l’alba del sedici giugno, il terzo alpini è sulla via Monte Nero a conquistar...”. 7 L’Alpino Pavese 2 - 2018

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Trattato di Versailles (1919): un armistizio durato vent’anni Vittorio Biondi Come il Congresso di Vienna, tra l’autunno del 1814 e la primavera del 1815, si proponeva di dare all’Europa un assetto che garantisse la pace tra i popoli europei dopo i rivolgimenti causati dalla rivoluzione francese e dal passaggio delle armate napoleoniche, così la conferenza di Parigi del 1919, dopo la Grande Guerra voleva creare un ordine mondiale che garantisse l’umanità da nuovi disastri. Entrambi i tentativi fallirono tant’è che dopo il Congresso di Vienna ci furono altre guerre come le nostre guerre di indipendenza, la guerra di Crimea e quella franco – prussiana del 1870 e, dopo la Conferenza di Parigi ed i trattati di pace che ne seguirono, scoppiò, più disastrosa della precedente, la Seconda Guerra Mondiale. Quando si parla delle cause di una guerra si dice che ci sono cause immediate, i pretesti che fanno scoppiare la guerra, e cause remote, quelle vere, gli interessi, che inducono un governo ad impegnare le risorse materiali, umane e spirituali del proprio popolo in una guerra. Ebbene, a ben guardare si può vedere che quasi sempre le cause remote sono insite nei trattati di pace delle guerre precedenti. Ciò appare evidente per la guerra 14 - 18 tra Francia e Germania. Ove si pensi che dopo la battaglia di Sedan del 1870, l’occupazione di Parigi ed il conseguente trattato di Francoforte, la Prussia aveva umiliato il popolo francese costringendo il suo imperatore Napoleone III all’esilio ed annettendosi le regioni minerarie dell’Alsazia e della Lorena, é difficile credere che a spingere Francia e Gran Bretagna a dichiarare la guerra all’impero germanico ed austro - ungarico fu solo l’impegno preso con la Serbia di garantirla in caso di attacco da parte tedesca. C’era da parte francese il desiderio di rifarsi dello smacco subito quaranta anni prima e da parte britannica interessi economici e commerciali. “Istoria magistra vitae”, dice il detto latino, ma purtroppo molto spesso i governi e le loro diplomazie sono pessimi discepoli. La conferenza di pace di Parigi, iniziata il 18 gennaio 1919 alla quale parteciparono ben 32 nazioni e gruppi nazionali, si concluse col trattato di Versailles il 28 giugno dello stesso anno e regolò le questioni tra la Germania, e le potenze vincitrici. Quello di Versailles fu il primo di sei trattati che furono necessari per regolare le questioni tra i principali contendenti della Grande Guerra. Gli attori della conferenza furono il Primo ministro inglese Llioyd George, il capo del governo italiano Vittorio Emanuele Orlando, il Primo ministro francese Georges Clemenceau ed il Presidente americano Woodrow Wilson. La Russia non vi partecipò essendosi ritirata dalla guerra ad ottobre del 1917. E la Germania sconfitta non fu ammessa al tavolo delle trattative. L’Alpino Pavese 2 - 2018 8

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maggio 1915, non sarebbero state soddisfatte perché si scontravano con il principio delle “nazio- nalità” che era uno dei 14 punti del Presi- dente americano. Con il Trattato di Saint Germain en Laye del settembre 1919 si regolarono i rapporti con l’ex impe- ro austro - ungarico, diventato Repubblica dell’Austria Tedesca per quanto riguarda- va il Tirolo meridiona- le, ma si rimandarono ad accordi diretti tra Italia e Regno dei Serbi Croati e Sloveni (poi regno di Iugo- slavia) le questioni riguardanti i confini orientali adriatici. Che i Franco Britan- nici non avrebbero appoggiato le pretese italiane sulla Dalma- zia, nonostante il pat- to di Londra, doveva apparire chiaro dal La conferenza doveva ridisegnare la carta politica dell’Eu- fatto che essi non fecero alcuna obiezione quando nella ropa sconvolta dalla dissoluzione di ben quattro imperi, dichiarazione di Corfù, 20 luglio 1917, veniva concordato quello zarista, quello germanico, quello austro - ungarico tra gli esuli balcanici e i rappresentanti del governo serbo e quello ottomano e ricostruire un nuovo equilibrio in l’intenzione di creare il regno della grande Serbia con i Europa. confini settentrionali che arrivavano fino a Gorizia. Gli Stati Uniti che erano entrati in guerra il 6 aprile 1917 I confini orientali tra Italia ed il regno di Iugoslavia furono portarono al tavolo delle trattative un contributo di nuove regolati con il trattato di Rapallo, 12 novembre 1920, col idee con i 14 punti elaborati dal Presidente americano quale Fiume venne dichiarata Città libera e l’Italia rinun- e che sarebbero stati alla base di quella “Società delle ciò alla Dalmazia. Da questa rinuncia derivò, a torto o a Nazioni” che sarebbe sorta dopo la guerra e avrebbe ragione il mito della “Vittoria mutilata” che rappresentò il dovuto regolare pacificamente i rapporti tra gli stati. terreno fertile per l’insorgere del nazionalismo sul quale si Apparve evidente da subito il contrasto tra l’ideale di innestò poi il fascismo con le ulteriori conseguenze della una pace “giusta e democratica” perorata dai diplomatici Seconda Guerra Mondiale. americani e l’obiettivo di una pace punitiva nei confronti Il punto 9 dei 14 di Wilson riguardava proprio l’Italia e ri- della Germania, ritenuta l’unica responsabile della guerra chiamava il principio delle nazionalità: i confini dovevano e delle conseguenti distruzioni causate ai popoli europei, essere tracciati tenendo conto dell’appartenenza etnica voluta dalle opinioni pubbliche dei paesi vincitori. Purtrop- dei popoli in essi contenuti. È un principio che appare po il trattato di Versailles che ne scaturì risultò un “diktat” sacrosanto, ma che per la sua difficilissima applicazione contro la Germania che fu spolpata ad ovest, ad est e a pratica ha portato nel corso della storia a tragiche aber- nord dal punto di vista territoriale e condannata a pagare razioni. Sempre minoranze etniche sono state inglobate riparazioni per 132 miliardi di marchi oro. Gli fu drastica- tra altre maggioranze e questo ha portato, nei casi più mente ridotto l’esercito ed eliminata la marina. L’impera- favorevoli a spiacevoli “opzioni”, cioè la possibilità di tore Guglielmo II fu deferito per crimini di guerra ad un scegliere tra restare in un territorio o andarsene e, nei tribunale internazionale. Insomma il popolo tedesco della casi peggiori a feroci pulizie etniche. Meglio sarebbe appena sorta Repubblica di Weimar fu umiliato al punto stato definire in maniera inequivocabile i diritti delle da creare le premesse per la successiva rivincita tedesca. “minoranze”. L’episodio delle “Forche Caudine” tra Romani e Sanniti Quella di Parigi, secondo l’opinione del Gen. Joffre, coman- del 321 a.C. non aveva insegnato niente. dante in capo degli eserciti dell’Intesa, più che essere una Durante la conferenza apparve chiaro che le aspirazioni conferenza di pace risultò essere un armistizio di 20 anni. territoriali italiane ad est sulla Dalmazia, concordate col patto di Londra a premessa dell’entrata in guerra il 24 9 L’Alpino Pavese 2 - 2018

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Seconda guerra mondiale I Cappellani militari pavesi Paola Chiesa Settantasei anni fa, il 2 agosto 1942, perdeva la vita il Cappellano Militare Pavese Giovanni don Pettenghi. Nato a Pavia il 15 maggio 1910, il 4 marzo 1942 è assunto in temporaneo servizio per esigenze di carattere eccezionale e per l’Assistenza Spirituale presso il Regio Esercito quale Cappellano Militare di mobilitazione con assimilazione al grado di Tenente. Giunto a Ravenna al Deposito del 28° Reggimento Fanteria, è assegnato al 311° Reggimento Fanteria mobilitato. Parte per la Croazia, via terra, il 29 maggio 1942 da Fiume. È deceduto in combattimento il 2 agosto 1942 nel fatto d’armi di quota 871 a Gerovo, in Croazia, colpito da una raffica di mitragliatrice nemica e poi finito a colpi di pugnale dai partigiani comunisti. Oltre a Giovanni don Pettenghi, dalla Provincia di Pavia partirono per il fronte altri sette Cappellani Militari. Queste le loro storie: Accosa don Adamo Nasce a Santa Giuletta il 13 aprile 1918. Appartiene alla Diocesi di Tortona. Soldato di leva della classe 1918 presso il Distretto Militare di Pavia, è lasciato in congedo illimitato il 1° settembre 1938. è ammesso al ritardo del servizio militare per ragioni di studio quale iscritto al corso di Teologia il 31 marzo 1939. È esentato dalla prestazione del servizio militare il 20 marzo 1940, salvo in caso di mobilitazione generale, quale Chierico ordinato in sacris per attestazione della Curia Vescovile di Tortona. È assunto in temporaneo servizio per esigenze di carattere eccezionale e per l’Assistenza Spirituale presso il Regio Esercito quale Cappellano Militare di mobilitazione assimilato al grado di Tenente il 18 gennaio 1943. È assegnato al 581° Ospedale da Campo Divisione “Acqui”. Parte per l’Albania imbarcandosi a Bari il 6 febbraio 1943 e sbarcando a Porto Edda dopo un giorno di viaggio. Partecipa alle operazioni di guerra svoltesi in Balcania nel territorio greco albanese. Il 9 giugno 1943 è ricoverato al 506° Ospedale da Campo per dissenteria bacillare con grave deperimento organico. Dimesso dal suddetto luogo di cura, il 2 luglio 1943 parte per l’Italia sulla Nave Ospedale “Po” imbarcandosi a Porto Edda e sbarcando il giorno successivo a Taranto. Dal 7 al 19 luglio 1943 è ricoverato a Taranto presso l’Ospedale Militare “Acanfora”. Si sbanda in seguito agli eventi sopraggiunti all’armistizio dell’8 settembre 1943 mentre si trovava in licenza di convalescenza. È considerato in servizio dal 9 settembre 1943 al 21 gennaio 1944, è collocato in congedo il 21 gennaio 1944. Bianchi don Pietro Nasce a Fossarmato il 4 gennaio 1904. Appartiene alla Diocesi di Pavia. È ordinato Sacerdote a Pavia il 22 agosto 1926. Soldato di leva della classe 1904 presso il Distretto Militare di Pavia, è riformato il 10 ottobre 1935. Su richiesta, è sottoposto a nuova visita. Il 14 gennaio 1936 è assunto in servizio per esigenze in Africa Orientale quale Cappellano Militare con assimilazione al grado di Tenente. Il giorno successivo si presenta a Napoli al Comando Base Africa Orientale. Parte per l’Eritrea il 18 gennaio 1936 imbarcandosi a Napoli sul piroscafo “Tevere” e sbarcando a Massaua dopo sette giorni di viaggio. Il 30 gennaio 1936 è assegnato al 431° Ospedale da Campo. È trasferito al 312° Ospedale da Campo l’11 dicembre 1937, è iscritto a domanda nel ruolo ausiliario dei Cappellani Miliari (ruolo parziale della Regia Aeronautica) con assimilazione al grado di Tenente. Rimpatria a Napoli il 9 settembre 1938. Cessa dal servizio di Cappellano Militare di mobilitazione il 26 febbraio 1939 ed è collocato in congedo. È trasferito nel ruolo parziale ausiliario del Regio Esercito a decorrere dal 10 aprile 1939. Il 10 luglio 1939 è chiamato in temporaneo servizio presso il Regio Esercito. È assegnato al Comando Divisione Fanteria “Assietta” di Asti il 10 aprile 1939. Partecipa dall’11 al 25 giugno 1940 alle operazioni di guerra svoltesi alla frontiera alpina occidentale con il Comando Divisione Fanteria “Assietta”. È nominato Cappellano Militare in S.P. con assimilazione al grado di Tenente con anzianità il 16 settembre 1940. Il 21 febbraio 1941 è trasferito al 25° Reggimento Artiglieria “Assietta”mobilitato. Partecipa dal 6 al 18 aprile 1941 alle operazioni di guerra svoltesi alla frontiera italo jugoslava con il 25° Reggimento Artiglieria “Assietta”. È trasferito al Comando del I Settore Difesa Costiera il 28 settembre 1941. Il 12 luglio 1942 è trasferito al Presidio Militare di Pavia. Cessa di essere mobilitato dal 21 luglio 1942. Giunge al Presidio Militare di Pavia il 26 luglio 1942. L’8 agosto 1943 si trova in territorio dichiarato in stato di guerra. Si sbanda in seguito agli eventi sopravvenuti all’Armistizio dell’8 settembre 1943. Il 21 luglio 1945 si presenta alla Commissione di censimento presso il Distretto Militare di Pavia ed è censito. È considerato in servizio dall’8 settembre 1943 al 30 aprile 1945. Dal 1° maggio 1945 al 4 aprile 1946 è disponibile presso l’Ordinariato Militare. Dal 5 aprile 1946 cessa di far parte del S.P. per dimissioni volontarie e dalla stessa data è iscritto nel ruolo ausiliario dei Cappellani Militari. Cessa di far parte del ruolo ausiliario il 1° settembre 1950. L’Alpino Pavese 2 - 2018 * segue nel prossimo numero 10

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Noi veci all’Ortigara Giacomo Casarino È dal 1975 che Nanni Poggi, ragazzo alpino di Casteggio non manca l’occasione di salire in pellegrinaggio alla Colonna Mozza all’Ortigara. Anche quest’anno, accompagnato da Ginetto Barberini di Stradella, da Sergio Milanesi dei Tre Comuni e da Giacomo Casarino di Pavia Certosa ha compiuto la sua missione. Arrivando lassù si comprende bene il perché di questa costante assiduità, anche alla sua rispettabile età di 86 anni, portati - bisogna dirlo - con grande orgoglio! Infatti lassù, a quota 2105, più vicini al cielo, dove la Colonna Mozza ci ricorda quei 13.000 Alpini che donarono la loro vita nel breve periodo di 20 giorni, dal 10 al 30 giugno 1917, sembra di udire le loro voci e le loro preghiere. C’erano molti giovani nel pellegrinaggio. Questo conforta perché il messaggio della Colonna Mozza pare davvero aver raggiunto gli animi della nostra bella gioventù. All’inizio della Messa il Presidente della Sezione ANA di Verona, Luciano Bertagnoli, ha letto alcune righe della lettera testamento del Tenente Ferreo. Anche negli occhi di quei giovani scorreva qualche lacrima! Notizie dal Centro Studi UNA GIORNATA CON LE SCUOLE Carlo Gatti Sabato 26 maggio la Sezione e il Gruppo di Voghera hanno vissuto una giornata particolare a stretto contatto con le scuole locali. In mattinata, nel salone del Museo Storico “G.Beccari” sono state ufficialmente premiate le classi vincitrici del primo premio regionale per il concorso “Il milite…non più ignoto”. Si è trattato della classe 5a AS Ragioneria dell’ Ist. M. Baratta, per le scuole superiori, e della classe 3a H - Scuola secondaria 1° grado - dell’Ist. Compr. Via Dante per le scuole medie. Nel corso della premiazione, oltre alla proiezione dei lavori, c’è stato l’intervento sia degli insegnanti, che degli studenti che hanno illustrato le motivazioni, le modalità dei loro lavori, e l’esperienza che ne hanno tratto. Una singolarità è emersa dall’esame delle opere: a Voghera, e nella frazione di Medassino, i Monumenti ai Caduti sono due, cosa che fa onore al senso civico e alla lungimiranza di chi li volle. Ai vincitori è stata consegnata una targa ricordo e il gagliardetto della Sezione. Il premio in denaro, messo a disposizione dalla Sede Nazionale, era stato versato in precedenza tramite ufficio. Alla sera, nella Chiesa di Gesù, Divin Lavoratore, il Coro I. Timallo, assieme al coro degli studenti dell’Ist. Comp. - Via Dante - e all’orchestra “Camerata Iriense” dello stesso Istituto, hanno dato vita ad un apprezzato concerto in cui si sono alternati canti e musiche della tradizione alpina e pa- triottica. Il tutto rientra nelle iniziative di promozione e presentazione del prossimo Raduno sezionale. 11 L’Alpino Pavese 2 - 2018

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Notizie dalla Protezione civile IN QUATTROCENTO ALL’ESERCITAZIONE DEL 2° RAGGRUPPAMENTO Gianni Varesi I mesi di maggio e giugno per i volontari della protezione Due suoi componenti sono stati stazionati nel campo civile di Sezione sono stati mesi molto impegnativi. base con l’incarico di assistenza alla popolazione civile, In maggio per un’intera settimana, all’Adunata Nazionale ospitata nel campo sia per simulare l’accoglimento di di Trento, il coordinatore e il vice, hanno prestato servi- eventuali civili sfollati, sia per far conoscere alle famiglie zio presso i magazzini, mentre, due soccorritori ed una interessate i meccanismi di funzionamento di un campo infermiera, sono stati impegnati presso il punto medico della Protezione Civile avanzato. Durante il servizio sono intervenuti praticando Due sono state gli scenari d’intervento che hanno impe- secondo protocollo le prime cure di rianimazione e di gnato i partecipanti all’esercitazione. Una situazione di massaggio cardiaco ad un cinquantottenne locale, vittima “persona dispersa” e conseguente attivazione delle unità di un improvviso malore. cinofile; la simulazione di calamità sismica e mobilitazione delle diverse unità preposte. Al bilancio positivo dell’esercitazione va aggiunto un encomio per l’impec- cabile organizzazione logistica, ed il suggerimento per un miglior coordina- mento e definizione degli obiettivi. Le strade di Castel San Pietro Terme sono state percorse solennemente in sfilata dai volontari al termine delle esercitazioni. A conclusione, nella piazza centrale è stata consegnata una targa ai gruppi e alle sezioni intervenute. Tutti i volontari intervenuti hanno dato il meglio di sé, per contribuire, in una sintonia di sforzi, motivazioni, ener- gie fisiche ed intellettuali, a mettere in moto quella meravigliosa macchi- na che è il volontariato e che unisce sotto un’unica bandiera il meglio di un Paese. Dall’otto al dieci di giugno, il gruppo di protezione civile ha partecipato all’esercitazione del Secondo Raggruppamento della Protezione Civile, svoltasi , a Castel San Pietro Terme, nei pressi di Bologna. Alle esercitazioni hanno preso parte volontari della Croce Rossa e dell’Associazione Carabinieri in Congedo. Per la Protezione Civile ANA erano presenti le squadre di Lecco, Varese, Como, Bergamo, Brescia, Pavia, Ferrara, Rovigo, per un totale di quattrocento volontari, uomini, donne. La squadra di Pavia (composta da Angelo Silvano, Luigi Liberali, Paolo Romagnoli, Paolo Ferrari, Norberto Comaschi, Massimo Poggi, Marco Cignoli, ed il coordinatore sezionale Gianni Varesi) è stata incaricata del ripristino di un’area lasciata all’incuria da tempo, con i ruderi di una fornace romana abbandonata e dimenticata. L’Alpino Pavese 2 - 2018 12

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Notizie dal Coro NARRAZIONE DELL’ADUNATA Ercole Aneomanti Sono tanti gli appuntamenti che quest’anno, così signifi- cativo, riserva al coro, ma senza dubbio l’adunata di Trento, come tutte le adunate, del resto, ha un valore speciale. La prima sorpresa è il luogo dove terremo il concerto. Non ostante avessimo scelto una sede fuori città cantiamo in Trento, nella Chiesa di San Carlo Borromeo e questa scelta ci riporta al concerto di Mogliano Veneto: il nostro cantare deve essere piaciuto alla commissione di valutazione e il suo giudizio ha certamente avuto un peso su questa decisione. Siamo quattro cori ad esibirci ed ognuno presenta un repertorio di sei cante, ma, soprattutto, tutti con il desiderio di essere all’altezza, e questa sana e tacita competizione alla fine paga. Il pubblico apprezza e applaude tutti con lo stesso entusiasmo: questa giornata che si era aperta con piccoli contrattempi e cambi di programma si chiude in bellezza. Siamo soddisfatti e pensiamo già a domani. Ci si ritrova in Trento. Lo spirito è quello di girare per la città, alla ricerca di un luogo adatto per riunirci e cantare in libertà. La città non offre particolari spazi adatti ai nostri scopi, ma questo poco importa: ci adattiamo ed è curioso come episodi in sé poco significativi, restino scolpiti nella memoria. Come quella donna in bicicletta che, senza scendere, si ferma ed in arcione alla bici ci ascolta fino alla fine, senza più fretta e, poi, quasi le spiace vederci andare via, ignara di quanto ci abbia gratificato, con il rimpianto di non averle dedicato una canzone. Oppure di quando assiepati in un vicoletto prospiciente una piazza abbiamo cantato per un piccolo gruppo di persone ed una di loro, emozionatissima, ha voluto cantare con noi: e perché no? Cantiamo insieme e qualcuno le mette il suo cappello in testa: arruolata nel coro! E così dopo una lunga giornata passata tra le vie di Trento rientriamo in hotel, a Torbole, ma prima del giusto riposo ci concediamo una passeggiata sul lungo lago, aspettando la sfilata. Ci alziamo presto e dopo colazione salutiamo l’hotel, alla nostra maniera, con una canzone d’arrivederci e partiamo per Trento. Entrare nel perimetro cittadino, senza pass, non è facile: gli ingressi sono tutti presidiati e controllati. Non ci resta che ricorrere alla faccia tosta: la spariamo grossa e l’addetto, che ha capito tutto, ci lascia passare lo stesso: la giornata è cominciata bene. C’è tutto il tempo per raggiungere il luogo dell’ammassamento e così lentamente, molto lentamente, ci incamminiamo sul lungadige per poi deviare verso il centro, percorrendo un sottopasso ferroviario e proprio qui ci accorgiamo che c’è una acustica perfetta per un ultimo canto. Siamo allineati, pronti a sfilare, compresi tra due fanfare. Difficile cantare: i suoni si sovrappongono e intonare correttamente è ostico. Restiamo muti per gran parte della sfilata, ma, alla fine, prevale l’orgoglio per la penna nera che portiamo ed esplodiamo a piena voce “trentatre” e “aprite le porte”, perché, magari a modo nostro, siamo alpini. Rompiamo le righe. NUCLEO KIDS di Canevari Ylenia ABBIGLIAMENTO PER BAMBINI da 0 a 16 ANNI Via Emilia, 103 Voghera Tel. 0383.071261 Email: nucleo.voghera@nucleokids.com Facebook: Ylenia Nucleo Kids Canevari 13 L’Alpino Pavese 2 - 2018

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Notizie dal Gruppo sportivo CAMPIONATO SEZIONALE DI TIRO A SEGNO E 2° “MEMORIAL STEFANIA ARATA” Aurelio Bolis Sabato 19 maggio si è svolto presso il Poligono di Tiro a Segno di Pavia il Campionato Sezionale di tiro a segno e 2° “Memorial Stefania Arata”. Buona la partecipazione pur tenendo conto della forzata rinuncia di alcuni soci per la rigida applicazione delle norme che impongono l’iscrizione all’UITS. La novità di quest’anno è stata la suddivisione dei concorrenti in due categorie: la prima riservata ai concorrenti che utilizzavano le armi messe a disposizione del Poligono di Pavia, la seconda riservata ai concorrenti che utilizzavano armi personali e attrezzatura speciale con posizione di tiro a terra. Tutti i concorrenti potevano partecipare sia per la carabina calibro 22 che per la pistola standard. La direzione di gara affidata al socio alpino e del Tiro a Segno Gian Piero Panzarasa ha consentito un regolare svolgimento delle operazioni. I risultati: buona la conferma di Maurizio Castagna (Montalto Pavese), che nella prima categoria ha conseguito il primato sia per la carabina che per la combinata. Claudio Pretari (Voghera) ha fatta sua la vittoria nel tiro con la pistola sempre per la prima categoria. Avvincente la gara nella seconda categoria che ha visto la vittoria d misura di Matteo Ricotti (PaviaCertosa) nella carabina e di Andrea Portinari (Rovescala) nella pistola. La presenza della mamma di Stefania, ha dato maggior rilievo alle premiazioni e alla concusione delle gare. A Lei il ringraziamento per aver presenziato al nostro ricordo di Stefania. A tutti l’appuntamento è per settembre per il Campionato Nazionale ANA a Lucca. L’Alpino Pavese 2 - 2018 14

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ALPINIADI ESTIVE Aurelio Bolis si sono concluse il 10 giugno nella splendida cornice della Città di Bassano del Grappa le “Alpiniadi Estive” giunte alla loro seconda edizione. Come nell’edizione precedente la nostra Sezione ha preso parte al Campionato ANA di Corsa Individuale in Montagna con Andrea Milanesi (Mede) e Giovanni Milanesi (Casteggio). Ragioni di salute ed un infortunio hanno impedito a Paolo Bertaia e Maurizio Di Pietro di partecipare alle gare. A loro i nostri più fervidi auguri di pronta e completa guarigione. Andrea Milanesi alla sua seconda partecipazione a questo tipo di gare e Giovanni Milanesi debuttante, si sono ben difesi completando un percorso reso difficile dalla pioggia caduta fino all’ora di partenza: fortunatamente nessun incidente, salvo una scivolata senza conseguenze di Andrea Milanesi. Conclusione della gara con arrivo in Piazza della Libertà nel centro della città, dopo essere transitati con orgoglio sul “ponte degli Alpini di Bassano”. Per il Campionato ANA di Corsa a Staffetta, Andrea Bardone (Mornico Losana) che per impegni di lavoro non ha potuto partecipare alla gara individuale, con Andrea Milanesi (Mede) che ha così fatto doppio lavoro, si sono presentati al via, a Breganze concludendo il loro impegno circa a metà classifica. Al sabato pomeriggio è stata tappa obbligata la sfilata con deposizione di Corona a Cima Grappa, dove il Presidente Nazionale ha commemorato la fine della “grande guerra” che in queste località ha visto momenti di grande eroismo. Nel complesso bilancio positivo che ha rinsaldato i buoni propositi per i prossimi appuntamenti. Ai nostri atleti il nostro grazie più sincero. 15 L’Alpino Pavese 2 - 2018

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