levante luglio 2018

 

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illevante ISTITUTO DELLE CIVILTÀ DEL MARE Periodico di cultura, ambiente e informazione L'ACQUA CHE NON BEVIAMO Il mondo sarà presto sommerso dalla plastica?L'inquietante interrogativo si ripropone con frequenza sempre più ravvicinata e ripetuta sui media nazionali ed internazionali e soprattutto nei servizi televisivi che mostrano galleggianti isole di questo materiale praticamente indistruttibile e dalla vita pluricentenaria, che inquina, per il suo uso distorto, i nostri mari e che si affaccia sulle nostre spiagge più belle. Ed il guasto peggiore deriva proprio dall'uso, entrato nelle quotidiane abitudini di ogni famiglia, di ricorrere all'acqua minerale imbottigliata piuttosto che servirsi del rubinetto di casa. Cosa che regolarmente accade anche nel nostro paese, ormai prossimo a subìre la periodica (e benvenuta) invasione turistica, quando le prudenti note informative,emanate con ordinanza sindacale, suggeriscono in alcuni casi di evitare l'uso dell'acqua che sgorga dai rubinetti,vietandone addirittura l'utilizzo, come accaduto in un recente passato, per manifesta non potabilità. Ma, torniamo al problema della plastica. La principale responsabile di questo inquinamento è soprattutto la bottiglia. L'innocua, semplice bottiglia di plastica che veicola sulle nostre tavole l'acqua che beviamo, rigorosamente minerale, gassata o naturale, che ha sostituito completamente quella del rubinetto. Nella nostra isola almeno mezzo milione di bottiglie se ne vanno ogni giorno in discarica. E già, perchè almeno nel circondario l'acqua che sgorga dalle condutture di casa non sempre per aspetto e sapore ha tutta l'aria di essere di buona fonte anche se non è raro trovare per le strade di San Teodoro larghe ferite al sistema idrico da cui sgorgano fiumi d'acqua che vanno dispersi. Chiudiamo alfine con un "memento" al gestore della nostra sete. Se l'acqua pubblica non è di buona qualità o rasenta la non potabilità, la relativa fattura dovrebbe tener conto che la legge impone una riduzione del suo prezzo. E, per finire: prender atto che render migliore l'acqua che sgorga dai rubinetti dovrebbe esser suo primario obiettivo. Certamente ne risentirebbe anche l'ambiente. Mario Stratta SOMMARIO: L’acqua che non beviamo; Opere pubbliche: costi e benefici;Turismo mordi e fuggi; Considerazioni sulla legge regionale che disciplina la politica Linguistica della Sardegna; Ruolo del verde ed effetti sulla salute; Un utile vademecum della Polstrada; Tavolara - andata e ritorno; Tra mito, storia e contemporaneità; La Talassemia in Sardegna;L’eterno viaggio della fotografia; Turisticamente; Sport in Gallura; Dalla vostra parte; Come eravamo. Alba dalla Laguna verso La Cinta Effemeridi «Uhai, uhai, cosa sèmu intindendi nói: parauli mali, calunnii; no v’à più rispettu né pa manni né pa minóri. E li pulittichi, cummà? Sarà lu calóri di lu stiu, ma mi pari chi siani tutti fóra di tinnu. So’ sempri a bréa, lampendini l’arii: lu più incésu e arrajulìtu è Toninéddhu Di Pietro, ma ancora l’alti...» «Eh, cummari méa, l’esèmpiu no è bonu. Si so’ accustendi li eleziòni e tutti si so’ dendi di fà. Li chi vi so’ palchì vóni ristà, l’alti, a vidé si póni agguantà lu piattu.» «Ghjenti dugna scéra, cummà: sindichi, ciornalisti, sindicalisti, maggistrati, professóri… so’tutti in muimentu, come l’abba illu bugnu, a fassi ‘idé e sintì.» «E’avvéru cussì, cummà. Undi andarèmu a parà?» «So’ buliendi mezu mundu… n’à autu la palti mente chissu sant’òmu di lu nostru Presidenti. Iddhu cussì saiu, cussì rispettósu, amicu di tutti…» «Una ‘algogna, trattà cussì una passòna come Napulitanu; ma ógghj no v’à rispettu mancu pa lu papa; si pó calchi maggistratu ci lu zacca indrentu.» «E li cosi mali chi si dicini? Ni sa calchi cosa, culciaréddha, Rosaréddha Bindi: Grillu l’ha trattata próppiu mali.» «Una palti cussì no la meréta; iddha è sempri gentili, distinta, ben faiddhata...» «Candu si bréani, li pulittichi so’ a linga di cani, si ni dicini dugna culóri; mente lu chi no è.» «Eh, cummà... una cosa vi dicu: sarìa ancóra pègghju si dicissini lu ch’è!» San Teodoro - LUGLIO 2018 distribuzione gratuita Opere pubbliche: costi e benefici La realizzazione delle opere pubbliche è finalizzata alla massimizzazione del benessere sociale e trova giustificazione formale nella individuazione di una vasta gamma di costi e benefici che vanno ben oltre la semplice analisi finanziaria. Il processo decisionale si avvale quindi di una analisi articolata e complessa in cui, per le implicazioni sociali dell'investimento, si rende necessario il ricorso ad alcuni giudizi di valore e alla stima di massima di alcuni fattori e che purtroppo si presta anche alla attribuzione di dati arbitrari e alla loro introduzione mediante artifici. L'investimento pubblico impiega dunque risorse che potrebbero essere destinate ad impieghi alternativi con l'intento dichiarato di produrre una somma di utilità individuali che si manifesta, anche e non solo, attraverso la creazione e redistribuzione di nuovi redditi: la famosa ricaduta. Posto che i costi e i benefici si presentano in tempi diversi e che, soprattutto i benefici futuri, non hanno il medesimo valore sociale di quelli attuali, la crudeltà dei tassi di sconto ci dirà che tanto più i benefici sono lontani nel tempo quanto più saranno penalizzati nel loro valore attuale. Cosa della quale poco ci importa se non fosse che col passare del tempo essi diventano effettivamente più incerti. Se si prende come caso concreto la realizzazione del porto turistico di Niuloni si può ben comprendere come, dalle condizioni iniziali di una forte risposta individuale di domanda del servizio e una vastissima gamma di opportunità di investimento collegate, si sia passati ad un progetto privo di ambizione e che si trascina incompiuto, in atto di elemosina, nella fanghiglia cagliaritana. Si sapeva, anche se si faceva finta di non sapere, che il confronto persino impietoso con la omologa iniziativa privata di Punta di L'Aldia avrebbe portato a un ridimensionamento del progetto, ma da qui a farne un modello di inconcludenza ce ne passa. L’abnorme dilatazione dei tempi sta producendo l'effetto di trasformare un investimento produttivo in un colossale spreco di danaro pubblico: fra gli scaccolamenti burocratici, il potere autocostituito delle procedure e il gran via vai dei commessi. Gian Piero Meloni

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il levante Turismo mordi e fuggi “La dolce estate era già cominciata….”. Come nella famosa canzone di Francesco Guccini, anche quest’anno, con tutte le nostre speranze e i nostri sogni di ripresa dopo il lungo inverno, dove tutto si è cristallizzato, quasi avvolto e dimenticato nella nevicata di febbraio, la quasi pacifica invasione delle nostre strade, delle spiagge e per fortuna anche degli esercizi commerciali, è iniziata. Preceduta da un tam tam mediatico senza precedenti, supportata dagli unici discorsi delle lunghe giornate invernali, mirati a stilare classifiche e a fare previsioni di presenze, su basi più o meno scientifiche o sui prezzi dei traghetti per l’isola, quasi senza che ci rendessimo conto ci siamo trovati circondati da gente nuova che, senza avvertirci del loro arrivo ha occupato tutti gli spazi che, fino a qualche mese prima, erano ampi, vuoti e soprattutto nostri. Benvenuti graditi ospiti! Benvenuti ma a certe condizioni. Nessuno può negare che la vostra presenza sia una panacea per i nostri ormai cronici malanni, ma dovreste quanto meno ammettere ed avere l’umiltà di convincervi che siete pur sempre ospiti e che il rispetto verso noi indigeni non si compra con il vile denaro, ma solo ed esclusivamente con la conoscenza e la comprensione dei disagi che questa invasione comporta. Negli anni il territorio si è trasformato radicalmente, la tumultuosa crescita edilizia degli anni ottanta, nata con una programmazione a dir poco azzardata, ha profondamente cambiato le nostre abitudini, il nostro modus vivendi e perché no, ci ha tolto alcuni piccoli privilegi che costituivano la nostra piccola gratificazione in cambio dell’alienazione delle nostre peculiarità. Per fortuna, solo una piccola parte dei nostri ospiti non capisce quanto sia importante per noi la loro attenzione, la loro anche marginale partecipazione ai nostri problemi e qualche forma di gratificazione che a volte è sufficiente sia espressa soltanto con un sorriso od un saluto. Una parte ben più consistente è formata da vacanzieri mordi e fuggi che occupano le migliaia di case vacanza sparse nel frammentato territorio comunale, affollano le nostre ormai asfittiche spiagge senza neanche sapere che abitano il territorio di San Teodoro. Essi sbarcano dalle capaci e carissime stive delle navi che fanno la spola con il continente o dai carissimi aerei, veicoli di una continuità territoriale inespressa, senza rendersi conto della direzione intrapresa, a volte caricati su pullman che li scaricano in villaggi turistici le quali organizzazioni non si curano affatto di ricordare e descrivere al visitatore il posto che stanno per occupare. La categoria che vanta, purtroppo, un nutrito numero di rappresentanti è quella del turista maleducato, quello per intenderci, che sporca senza pagare e che pensa, avvallando uno stereotipo odioso ed ormai obsoleto, che noi sardi siamo pecorai – detto nel senso dispregiativo- bassi e sporchi oppure “pocos, locos y mal unidos,” a memoria dell’antica dominazione spagnola. Lui paga e questo gli da il diritto di comportarsi come gli pare, attribuendosi una libertà fornita dalla sua carta di credito o dal suo essere superiore solo per il fatto di non essere sardo. Lui si ferma sulle strade statali, ma anche su quelle secondarie, dimostrando che il suo orientamento è formidabile quando è rivolto alla conoscenza del territorio per deturparlo e abbandona nelle cunette o negli spazi adibiti ad area di sosta la sua immondizia, che non può differenziare presso la sua abitazione essendo la stessa, in tanti casi, non censita e conseguentemente non fornita dei necessari ed obbligatori contenitori. Lui ha comprato il paradiso che noi imprudentemente gli abbiamo fornito e si lamenta, si lamenta di tutto: dell’affollamento, dei prezzi e a volte anche dello scirocco che spiaggia la posidonia. A compensazione di ogni suo atteggiamento, contrappone l’abbigliamento che, se non altro, rispetta la tradizione teodorina: il costume da bagno. Lui per onorarci di questa scelta lo indossa dappertutto: al supermercato, in farmacia e in tutti quei luoghi nei quali avremmo fatto a meno di ammirarlo, soprattutto quando si porta addosso l’impanatura formata dalla sabbia delle nostre spiagge. Lui fa footing sulla carreggiata stradale e con la sua bicicletta scambia il marciapiede per pista ciclabile, trasportando i suoi accessori da spiaggia, con l’immancabile ombrellone sistemato di traverso sul portapacchi posteriore, usato come rostro per infilzare LUGLIO 2018 - pag. 2 gli ignari pedoni che hanno la presunzione di utilizzare il marcia- piede per la loro sacrosanta passeggiata. Per fortuna, in coda ma solo per l’ormai sempre più esiguo numero di rappresentanti, ab- biamo il turista affezionato, quello che viene da anni ed ha eletto San Teodoro a sua seconda patria. Lui lo conosciamo, è sorridente, è gentile e se si accorge – magari per via dell’accento- che sei sardo, si ferma a parlare con te, ti chiede informazioni, a volte anche per- sonali, risvegliando in noi quell’orgoglio mai sopito che ha contri- buito a sostenere il mito della nostra ospitalità e della nostra apertura verso il visitatore. Lui non parcheggia in modo selvaggio, non occupa la spiaggia segnalandola con bandierine e file di asciu- gamani in numero sproporzionato rispetto agli utilizzatori. Lui non lascia l’ombrellone di notte in spiaggia, a sentinella del territorio così faticosamente conquistato. Silenziosamente e quasi con timi- dezza, ti chiede permesso, ti ringrazia, e noi, semplici e modesti come da nostra natura torniamo a casa con il cuore gonfio per l’at- tenzione prestataci e con la convinzione che forse non tutto è per- duto. Considerazioni amare e soluzioni difficili se non impossibili. Un decalogo per il turista, magari stilato sotto forma di ordinanza sindacale, con pene pecuniarie adeguate al danno ormai concla- mato, causato da pochi ma che si riflette su tutti, sarebbe necessa- rio, superando la paura di tanti anni fa, quando un no al turista poteva essere un no al suo ritorno. Tu che ti riconosci in una delle categorie indicate, tu che la Sardegna vuoi solo calpestarla e non amarla, resta a casa: risparmierai le enormi spese necessarie per vi- sitare l’Eden e soprattutto ci risparmierai la tristezza di dover assi- stere al degrado del nostro territorio, non più da considerare come un enorme villaggio vacanze dove tutto è all inclusive, non più uti- lizzato come il paese dei balocchi, dove i Lucignolo imperversano impunemente, ma per quello che era, umano, pulito e soprattutto nostro, dei teodorini e dei tanti che lo amano e che finalmente si potranno sentire di nuovo a casa propria e non più ostaggi di quel- l’orda disordinata e invadente che ha ormai sopraffatto la nostra identità ed il nostro essere sardi e galluresi. Enrico Lecca Destinazione d’uso dei nuraghe Riprendiamo l’argomento proposto sullo scorso numero. Il Leortinas è fondato in una lieve china, tra il limitare di un pianoro e l’avvio del pendio dolce di una valletta, che si conclude nel vicino rio. E’ facilmente raggiungibile dal retrostante pianoro; è posto a un passo dal passaggio disegnato dal vicino corso d’acqua, sul quale il Leortinas esercitava, verosimilmente, una certa influenza. La porta è orientata al tramonto del Sole e parrebbe ora protetta da uno spesso muro, successivo e addossato al nuraghe, il quale in origine doveva essere attorniato da piccole capanne, irregolarmente circolari, costruite in grossi blocchi poligonali, bruti e laschi, non giustapposti. Appaiono come manufatti particolari, documentati in alcune contrade, che dovevano essere capanne, diversamente integrate con pali e frasche, ancorché non rispondano a tutti i “crismi” che oggi da esse ci si potrebbe attendere, specialmente a confronto con le belle capanne circolari messe in luce in villaggi analoghi a quello di Barumini, Santa Vittoria di Serri, Santu Antine e tanti altri, superficialmente detti nuragici. Nel Leortinas nessuno dei due ingressi alla camera è fornito della nicchia d’andito; le uniche due prese di luce-feritoie sono vicine fra loro e certo troppo basse per essere utili al tiro con l’arco. L’altezza originaria degli edifici, che possiamo ipotizzare di almeno 16-17 metri per il minore, mentre il maggiore Santu Antine giungeva intorno ai 21e ben svettava sui boschi circostanti: condizione che li doveva rendere adatti anche alla funzione di vedetta. Il Leortinas, era solo un edificio molto robusto, che indubbiamente occupava il territorio di residenza di un clan. Il Santu Antine, invece è ben più imponente, mentre le mura difensive esterne oggi osservabili non possono certo dirsi coeve con le fasi del Nuragico. In questo trilobo, tra ingressi e postierle abbiamo almeno cinque passaggi, che confliggono con l’idea della fortezza “compatta”. Infine, lascia alquanto perplessi che il grandioso edificio sia posto al centro di una pianura acquitrinosa, affiancato a breve distanza da due rilievi collinari su uno dei quali sarebbe stato più logico costruirlo. Non solo, da quelli si potevano utilmente usare strumenti per assediare e distruggere il “castello”. Giacobbe Manca IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno VIII - N°43, LUGLIO 2018. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro. Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 07052 San Teodoro (SS) Tel./Fax. 0784/866180 E-mail. segreteria@icimar.it - www. icimar. it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Mario Stratta In Redazione: Sandro Brandano, GianPiero Meloni, Pierangelo Sanna. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu.

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il levante Considerazioni sulla legge regionale che disciplina la politica Linguistica della Sardegna. Il Consiglio Regionale ha licenziato il 27 Giugno scorso la legge sulla Cultura e le Lingue della Sardegna, un settore fondamentale della vita e delle identità delle popolazioni sarde, scontentando molti sardi. Il risultato della votazione finale è indicativo anche del clima in Consiglio: 25 voti a favore e 20 contro”. Questo significa che potrebbe anche avere vita breve. Scontenta i “fondamentalisti” de sa limba sarda, ovvero coloro che una trentina di anni fa teorizzavano “La Sardegna, una regione, un popolo, una lingua, una nazione, una repubblica federata all’Italia”. Un disegno politico culturale che poggiava su presupposti non veritieri e che, se attuato, avrebbe potuto condurci anche a risultati funesti. I presupposti sbagliati stanno proprio nel loro motto “un popolo, una lingua, una nazione”. Oggi costoro hanno cambiato strategia puntando subito sulla Lingua, naturalmente sulla lingua unica che però non esiste, né è mai esistita, perciò bisogna costruirne una a tavolino, “sa limba comuna”, ovvero un impasto di Logudorese/Nuorese e Campidanese. Nella legge approvata, art. 2 e seguenti, l’esperanto progettato viene chiamata la lingua sarda, destinata alla nobile funzione di lingua ufficiale da usare prima “in uscita” sui documenti regionali e, successivamente, nelle istituzioni e nelle scuole. Come convincere i Bittesi a usare il Campidanese e gli Oristanesi a scrivere in Barbaricino Dio solo può saperlo. Soprattutto c’è da chiedersi a cosa servirà il papocchio. Ad assicurarci, come si diceva un tempo, l’elezione del parlamentare europeo? Oggi ne abbiamo già due! No, serve a ben altro, non ultimo la prospettiva della costruzione di un imponente apparato che dovrà occuparsi della lingua sarda. La legge regionale in questione, così come quella statale 482/99, ha riconosciuto fra le lingue storiche minoritarie il sardo e il Catalano arcaico di Alghero, introdotto dai coloni catalani insediati in quell’area dai loro sovrani, dopo averne cacciato con le armi i sardi residenti. Lingua che oggi è parlata da quattro/cinquemila persone, ma il riconoscimento è comunque giusto, anche se è servito come paravento per dimostrare grande attenzione verso la diversità linguistica ! Finalmente c’è anche il riconoscimento del Sassarese e del Gallurese. Per superare la forte contrarietà dei consiglieri regionali di area gallurese Giuseppe Meloni e Pierfranco Zanchetta, il Consiglio regionale ha ammesso con la nuova legge, bontà sua, che in Gallura e dintorni più di centomila persone parlano il Gallurese, a Sassari e circondario, più di centotrentamila parlano il Sassarese , più di dodicimila parlano l’Isulanu a la Maddalena. L’on. Meloni si è battuto con grande determinazione, e gliene siamo grati, per il riconoscimento della pari dignità di tutte le lingue usate in Sardegna. Fino al punto di votare contro la sua stessa maggioranza quando la completa equiparazione fra tutte le lingue dell’Isola non è stata sancita, riservando al Gallurese e al Sassarese un ruolo secondario. Ha dimostrato in tal modo di sapersi impegnare con determinazione e coraggio per la parità dei diritti di tutti i Sardi, tenendo ben presenti i particolari valori della cultura gallurese. L’on. Zanchetta ha fatto la stessa cosa. D’ora in poi anche queste lingue dovranno essere salvaguardate e valorizzate nelle aree sub-regionali interessate. L’approvazione della legge ha però deluso, ma non sorpreso, i Galluresi che pretendevano giustamente il riconoscimento pieno e ufficiale della loro lingua a tutti i livelli. Così non è stato. Perchè il Consiglio Regionale non ha avuto la stessa lungimiranza della civilissima Svizzera che ha riconosciuto al Tedesco, al Francese, all’Italiano, al Romancio pari dignità di lingue ufficiali nelle aree interessate ? Che fare ora ? Accontentarsi di una soluzione un po’rabberciata o ripartire con le lotte per il ri- LUGLIO 2018 - pag. 3 conoscimento di una vera e concreta pari dignità di tutte le lingue sarde? A chi rivolgersi se la Regione Sardegna non volesse porre rimedio alla legge approvata il 27 giugno 2018 ? Quali iniziative adottare per coinvolgere lo Stato e l’ Unione Europea nella difesa della lingua e della cultura dei Galluresi? Non sarà il caso che si cominci a pensare seriamente ad una nuova Provincia Autonoma della Gallura, sul modello delle provincie di Trento e Bolzano, come ha proposto in più occasioni il compianto Salvatore Brandanu? Sono tempi quelli attuali dove, talvolta, molto è politicamente possibile. Quel che stupisce è il grande sonno sull’argomento dell’area del Sassarese. L’atteggiamento dei Consiglieri regionali eletti in quell’area è sconcertante. Hanno subito le imposizioni di gruppi agguerriti e, a cominciare dal Presidente del Consiglio Regionale, non hanno battuto ciglio. Si sono resi conto che senza le lotte dei Galluresi l’esito anche per il Sassarese avrebbe potuto essere più negativo? In effetti, anche nel passato l’area del Sassarese, che pure può vantare un buon teatro popolare in linga, non ha mai fatto sentire la sua voce sul problema delle lingue storiche minoritarie della Sardegna. Non così in Gallura, dove due Istituti, l’ Icimar- Istituto delle Civiltà del Mare a partire dal 1993 e, dal 2000, la Consulta Intercomunale Gallura - Istituto di Studi e ricerca sulla Cultura e la Lingua Gallurese, si sono occupati della politica linguistica regionale impegnandosi nella promozione e valorizzazione della lingua e della cultura locale. Hanno promosso studi e ricerche, organizzato importanti convegni, elaborato documenti con i quali venivano contestate alcune posizioni ritenute inaccettabili. Soprattutto l’Icimar può vantare decine di pubblicazioni sulla lingua e la cultura gallurse, compreso l’ottimo vocabulariu Gaddhuresu-Italianu, compilato da Salvatore Brandanu. Mentre la Consulta Intercomunale Gallura, con il coinvolgimento dei più competenti e prestigiosi autori e studiosi dell’area, ha già adottato fin dal 2002 un documento con l’approvazione della convenzione sul modello corretto di scrittura in Gallurese. La stessa Consulta ha collaborato con i comuni galluresi e con l’ex Provincia di Olbia Tempio per l’adozione della delibera che ha individuato l’area del Gallurese e del Logudorese nell’ ambito del proprio territorio, come previsto dalla L. 482/99. Giacomo Mannoni Ruolo del verde ed effetti sulla salute L’aumento dell’età della popolazione fa sì che coloro che vivono nelle città siano particolarmente vulnerabili all’azione del caldo sulla salute. All’interno della città la variabilità termica è elevata e varia in relazione alla presenza e alla tipologia di aree verdi, per cui, all’interno della stessa città, le persone possono essere più o meno esposte a condizione termiche estreme. La notte è il periodo durante il quale l’organismo dovrebbe “riposarsi” dalle condizioni di eccessivo caldo a cui è stato sottoposto durante il giorno. La parte di popolazione che più risente degli effetti del caldo è rappresentata dagli anziani, dai bambini, dalle persone allettate e, in generale, da quella parte di popolazione che non riconosce i sintomi legati al surriscaldamento del corpo, oppure che non riesce ad esprimere le sue necessità. In quest’ultima categoria rientrano anche i neonati e i bambini fino a 2-3 anni d’età. Gli anziani, anche se in salute, hanno spesso problemi legati alla disidratazione in quanto tendono a non sentire lo stimolo della sete. Le aree verdi, nel loro complesso, producono una serie di benefici diretti e indiretti su ambiente e salute. La vegetazione arborea, grazie alla propria chioma, intercetta una parte delle radiazioni solari che, altrimenti, andrebbero a raggiungere le superfici sottostanti, venendo prima assorbite e poi rilasciate sotto forma di calore. La corretta progettazione del verde ha, quindi, evidenti benefici sulla popolazione: avere a disposizione aree verdi con condizioni termiche confortevoli induce anche a svolgere attività fisica all’aperto con maggior sicurezza. Le piante hanno anche la facoltà di intercettare sia fisicamente che chimicamente sostanze inquinanti presenti nell’aria, oltre ad avere la facoltà di fissare anidride carbonica. Concludendo, le città sono caratterizzate da un’isola di calore urbana, che determina effetti negativi sulla salute soprattutto nel periodo estivo. Per ridurne gli effetti negativi, la corretta progettazione del verde nelle aree urbane ha un ruolo decisivo. Alessandro Testaferrata

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il levante Un utile vademecum della Polstrada Con l'approssimarsi del periodo più " trafficato " delle vacanze estive che, come al solito, comporta un notevolissimo aumento del traffico autostradale abbiamo richiesto alla Polizia Stradale alcuni utili suggerimenti per chi si mette al volante. Il dirigente del Compartimento di Cagliari, che ringraziamo per la cortesia e la sollecitudine con cui ha risposto al nostro appello, ci ha fatto pervenire un utilissimo vademecum che giriamo sulle colonne del nostro mensile all'attenzione dei lettori con la speranza di contribuire a ridurre gli incidenti stradali che ogni anno rovinano le vacanze (per non andar oltre) a migliaia di turisti estivi. M. S. Un po' di numeri Il numero di vittime della strada in Italia torna a ridursi, ma aumentano gli incidenti stradali e il numero di feriti, soprattutto feriti gravi. Nel 2016, sono stati 3.283 i morti sulle strade rispetto ai 3.428 del 2015 (-4,2%) mentre si è registrato un incremento degli incidenti, 175.791 rispetto ai 174.539 dello scorso anno (+0,7%), e dei feriti, 249.175 a fronte di 246.920 del 2015 (+0,9%). L’andamento del 2017 La stima preliminare dell’incidentalità stradale del I semestre del 2017 ha evidenziato, rispetto allo stesso periodo del 2016, una riduzione del numero di incidenti del 4% e di feriti del 5% ma, per converso, un allarmante incremento del numero dei morti del 7,5%. Chi sono le vittime della strada? Sono i giovani tra i 20 e i 24 anni (260 morti) la fascia d'età più a rischio. In crescita anche il numero di bambini tra 0 e 14 anni rimasti vittime della strada: 49 nel 2016 a fronte dei 39 dell'anno precedente, con un incremento del 25,6%. Anche la classe d'età 90 anni e oltre registra un +20% rispetto al 2015. Tra gli utenti della strada, la categoria più a rischio si conferma quella dei pedoni e delle due ruote, che rappresentano quasi il 50% dei decessi sulla strada (1.618 su 3.283). Le Cause: Il fenomeno dell’incidentalità stradale è per lo più collegato al comportamento non adeguato degli utenti della strada. I problemi tecnici dei veicoli, le condizioni meteorologiche avverse, la situazione delle strade, sono fattori residuali che incidono marginalmente sul fenomeno della sinistrosità stradale. La Polizia Stradale suggerisce ai conducenti alcune regole per una guida sicura e sostenibile. In vacanza alla giusta velocità Ricordati che una riduzione del 5% della velocità determina una riduzione del 30% del numero di incidenti stradali fatali. Inoltre procedere a 130 km/h comporta consumi del 25% superiori rispetto a una velocità di 110 km/h. Manteniamo le distanze per una guida sicura La distanza di sicurezza è la distanza da tenere dal veicolo che precede al fine di avere lo spazio necessario alla frenata. Molti sono i fattori che entrano in gioco nel calcolo della distanza da tenere, dalla reattività del conducente, allo stato dell’asfalto fino alle condizioni metereologiche. Se si viaggia a 90 Km/h tenere una distanza di 40 m (pari a due autotreni) Soste in strada Evitare soste sulla corsia di emergenza se non per motivi di assoluta necessità. In tali casi azionare le luci intermittenti e quelle di posizione. Se il conducente scende dalla vettura deve indossare assolutamente il giubbetto retroriflettente. Lavori in corso work Nel caso di cantieri fissi o mobili, cioè che si spostano lentamente e costantemente lungo le strade, è necessario prestare molta attenzione e moderare la velocità in prossimità del cantiere e durante l’attraversamento dello stesso. È opportuno fare attenzione alle segnalazioni e, in caso di preavviso di corsie chiuse, predisporsi con adeguato anticipo sulle corsie transitabili. Attenti alla frenata A velocità elevate si allungano gli spazi di frenata necessari ad arrestarsi prima di un ostacolo o di un pericolo improvviso. I nostri tempi di reazione non sono fisicamente sufficienti a far fronte agli imprevisti ed aumenta esponenzialmente la gravità delle conseguenze di un eventuale urto. Comincia col rispettare le distanze di sicurezza! Non essere curioso Informati sulle condizioni del traffico e delle strade e nel caso di un incidente che coinvolge altri mezzi e che non richiede un tuo intervento, evita di rallentare o fermarti solo per curiosità. In casi come questi è opportuno andare oltre con le dovute cautele, evitando di ostacolare la circolazione e consentendo ai soccorritori di svolgere il proprio lavoro LUGLIO 2018 - pag. 4 Sotto la pioggia Un acquazzone estivo può ridurre la visibilità e causare perdita di aderenza a causa del fondo stradale bagnato (fenomeno dell’aquaplaning). In questo caso è necessario diminuire la velocità, evitando brusche accelerazioni, decelerazioni e improvvise sterzate, adottare un’adeguata distanza di sicurezza e ricordarsi di calcolare opportunamente lo spazio di arresto. Allacciate le cinture di sicurezza Potrebbe rivelarsi provvidenziale in caso di incidente, per voi e per chi viaggia al vostro fianco. L’obbligo riguarda anche i passeggeri seduti posteriormente. Bambini in auto Bambini non fissati al seggiolino o, peggio, trasportati sulle gambe di mamma o papà, può causare serie lesioni agli utenti più deboli. Distrazione La maggior parte degli incidenti sembra causata proprio dalla distrazione. Evitiamo quindi i grandi "classici": zero telefonate senza auricolare o vivavoce, attenzione a regolare la radio e non impostiamo il navigatore in corsa. Sicurezza stradale: cibo e sonno Prima di metterci al volante verifichiamo le nostre condizioni fisiche. Siamo stanchi? Allora fermiamoci il tempo necessario per recuperare le forze. Abbiamo bevuto qualche bicchiere di troppo? Allora facciamo guidare il nostro compagno di viaggio. Rispettiamo i segnali stradali Facciamo sempre attenzione a tutti gli avvisi, diffidiamo dall'attraversare un incrocio con il semaforo "giallo", rispettiamo gli stop arrestando l'auto e le precedenze, assicurandoci che non ci siano vetture ad averne diritto prima di noi. Guida sicura auto e moto Prima azione per una guida sicura è affidarsi a un'automobile in perfette condizioni. Procediamo quindi ai controlli di rito con precisione, senza mai trascurare alcun dettaglio. Gomme, fluidi vari e sospensioni dovrebbero essere verifiche consolidate per ogni automobilista. Pedoni e bicicletta A piedi o in bicicletta, ricordati sempre di rispettare le regole della strada e del buonsenso. Tavolara - andata e ritorno Il mare di Tavolara ha ospitato anche quest’anno quella che ormai ha assunto la caratteristica storica di traversata dall’Isola a Porto San paolo di un nutrito manipolo di nuotatori scortati da un altret- tanto numeroso gruppo di imbarcazioni. Organizzata da Slow Dive in collaborazione con la sezione di Porto San Paolo della Lega Na- vale Italiana, l’8 luglio si è svolta la decima edizione, circa cinque kilometri a nuoto in acque libere. Il cimento che è inserito nel cir- cuito del NALS (nuoto in acque libere in Sardegna) ha visto la par- tecipazione di oltre 240 nuotatori provenienti da tutta Italia con ovvia presenza di sportivi sardi. Fra gli ardimentosi un giovanis- simo non vedente che ha onorevolmente coperto la distanza in un tempo di tutto rispetto. La manifestazione si ripeterà il 7 ottobre con percorso da Tavolara a Porto Taverna. M.S.

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il levante Tra mito, storia e contemporaneità Dagli storici, dai mitografi antichi e dalle fonti documentarie, essenzialmente epigrafiche, apprendiamo che in età classica la Sardegna era popolata nelle zone interne da genti non urbanizzate, distinte dagli abitanti “civilizzati” dei centri costieri: erano tribù più o meno consistenti che non è qui il caso di elencare. Soprattutto erano conosciuti (e temuti) gli Iliensi, i Balari e i Corsi – celeberrimi in ea populorum Ilienses, Balari, Corsi – scrive Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) e su tutti primeggiavano gli Iliensi – antiquissimi, secondo Pomponio Mela, coevo di Plinio. Gli Ilienses sono attestati (Tito Livio) nella storia della Sardegna romana come i più tenaci resistenti fin dall’età repubblicana e ancora insidiosi all’inizio dell’impero. L’immaginario mitografico greco-romano ha assegnato loro un’illustre progenie: Diodoro (I sec. a.C.) ci parla di Iolei discendenti dei greci condotti in Sardegna da Iolao nipote di Eracle, da cui assunsero la denominazione, mentre Pausania (II sec. d.C.) ne raccoglie la mitica vicenda affiancando loro gli Iliei, sopraggiunti più tardi, profughi da Troia (Ilio) dopo la sua distruzione e spinti dai venti nell’isola. Secondo Diodoro gli Iolei si stabilirono nelle zone più fertili ma, soverchiati dai barbari s’imbarbarirono anch’essi e si ritirarono nelle zone montuose, abbandonando la vita da contadini per adattarsi a quella dei pastori. Per Pausania un’incursione di genti venute dall’Africa sterminò gli Iolei, mentre a sopravvivere furono gli Iliei e furono questi ultimi a rifugiarsi sulle montagne. In effetti, passando dal mito alla storia, si riscontra solo la presenza degli Ilienses (versione latina del greco Ilieis) che, come accennavamo, tanto filo da torcere diedero ai conquistatori romani fino alla pacificazione in età imperiale (la pax romana). È chiaro che non di discendenti di greci né di troiani si tratta, ma di genti dell’isola, l’assonanza del cui nome evocò all’orecchio dei mitografi il proprio patrimonio leggendario ed il collegamento con gli eroi del loro immaginario, talché se ne appropriarono come fecero di tante altre manifestazioni materiali e no della civiltà dei sardi (nuraghi intesi come “tholoi”, edifici che chiamarono “dedalei” dal mitico costruttore del labirinto cretese visto come compartecipe del processo di civilizzazione di cui menarono vanto). Queste genti videro sempre più ridursi gli spazi dalla pressione dei cartaginesi prima, dei romani poi, finché dovettero assoggettarsi alle forme di una sopravvivenza controllata “manu militari”. Può ancora oggi percepire la condizione cui furono ridotti questi antichi isolani l’escursionista che, lasciando la Strada Statale 131 poco più a nord di Macomer, prenda, al bivio per Mulargia, la strada che conduce a Nuoro e si svolge parallela alla più recente e comoda 131bis. A circa un chilometro da Mulargia in direzione Bortigali, varcato un cancello e risalito un tratto in pendenza di un paio di centinaia di metri lungo un muro a secco, si troverà davanti al rudere di un nuraghe seminascosto dalla vegetazione, adagiato in una conca della collina che domina gli ampi spazi della Campeda e della piana di Abbasanta e Ottana da un lato, mentre guarda le pendici del Marghine dall’altro (siamo a circa 700 m. sul mare). Al rudere che mantiene traccia di un’antica significativa presenza, è stato assegnato il nome davvero indovinato di “Aidu Entos” (Aditus Ventorum è la bella ascendenza latina), “Porta”, “Accesso dei Venti”. Sul poderoso architrave in roccia basaltica che ne sovrasta l’ingresso è incisa una scritta in caratteri latini che ci portano al I sec. d.C.: ILI IVR IN NVRAC SESSAR. Ai romani quell’architrave che stava lì in posizione così strategica da centinaia d’anni, dovette apparire quanto mai propizio per apporvi il sigillo della propria autorità. Infatti, inteso quell’ILI come forma abbreviata di Iliensium (degli Iliensi), ne ricaviamo l’indicazione di un territorio (l’area dei nuraghi del Sessar) nel quale alla popolazione era garantito l’esercizio dei tradizionali usi e costumi di vita (iura), sotto il controllo esterno dei romani. Per chi ha il culto della storia l’emozione, pur nella povertà dell’insieme architettonico e paesaggistico, non può che essere forte. I pastori che conducono mucche e pecore al pascolo richiamano tuttora la frase dell’antico Diodoro « … quelle genti col passare del tempo trasmigrate nella regione montuosa, presa l’abitudine di nutrirsi di latte e carne, possedendo il bestiame, non abbisognavano di grano …». Accendendo la fantasia si possono intravedere, oltre quell’accesso, i fantasmi degli irriducibili difensori di un residuo LUGLIO 2018 - pag. 5 di patrie libertà, chiusi dal ferreo sistema di controllo della viabilità romana, lungo la quale si muovevano le coorti dei soldati (la Karalibus Turrem a ovest, la deviazione da Bonorva per Olbia a nord, i tratti della via detta per mediterranea da Monti a Nuoro con l’innesto, a completare il giro, del tronco da Nuoro a Mulargia). Relativamente liberi dentro il recinto di quella “riserva”, soggetti alle ispezioni dei drappelli in armi agli ordini del governatore di turno, ma sempre pronti nei momenti dell’esasperazione ad improvvise sortite, colpi di mano e audaci razzie. Ignazio Didu La Talassemia in Sardegna La Microcitemia è uno stato d’anemia, che riconosce due cause. La prima è la mancanza di ferro: “anemia sideropenica”. È la causa più frequente d’anemia nel mondo occidentale e riguarda prevalentemente le donne in età fertile. L’altra grande causa è genetica ed è rappresentata dalle Talassemie: si tratta di una riduzione quantitativa dell’Emoglobina. È la malattia ereditaria più diffusa nel mondo. Talassemia, che cos’è È una malattia genetica, che si eredita da genitori “portatori sani”. Riguarda indistintamente maschi e femmine, colpisce 280 milioni di persone nel mondo. In Africa è più frequente l’alfa talassemia. Nel Mediterraneo è invece più frequente la beta talassemia, che in Italia vede circa tre milioni di portatori sani distribuiti nelle isole, nel Sud e nel Delta del Po. Ne esistono forme lievi, intermedie e gravi. In Sardegna i portatori sono poco più di 300.000, i malati sono circa 1.100. Sintomi. Le forme lievi possono anche essere prive di sintomi: l’individuo può allora venire a sapere per caso dell’esistenza della propria malattia, nel corso d’esami ematici di routine. Le altre forme presentano, in grado vario: affanno, debolezza, pallore (fino ad un colorito giallastro, “ittero”), anemia, addome gonfio (per via di una milza ingrossata), calcoli biliari, accrescimento più lento (che permette la diagnosi entro i primi due anni). I globuli rossi sono più piccoli del normale (microcitemia) e talvolta deformi (e per questo motivo sono riconosciuti come difettosi e distrutti dalla milza, che s’ingrossa per il superlavoro: si parla allora di “splenomegalia”, che talvolta richiede la rimozione chirurgica), contengono meno Emoglobina (la proteina che permette il trasporto dell’ossigeno dai polmoni al sangue e l’eliminazione dell’anidride carbonica), ma per compensazione sono anche più numerosi (policitemia). Terapia Può essere nulla nei casi lievi, a parte la sempre utile assunzione di Vitamina C, Acido Folico e Vitamina B12. Nei casi intermedi richiede l’uso di sostanze “chelanti” del ferro e d’occasionali trasfusioni di sangue. Infatti, il maggiore riassorbimento di globuli rossi determina anemia di grado anche elevato e presenza dei singoli componenti del globulo rosso. Da questo derivano depositi di ferro, in varie sedi (“siderosi”: è particolarmente rischiosa nel fegato e soprattutto nel cuore; la terapia è fatta con deferoxamina) e i calcoli della colecisti. Nei casi gravi è necessaria una trasfusione ogni 15 giorni e può essere d’aiuto, anche se non sempre efficace, il trapianto di midollo osseo. Più in dettaglio “Anemia Mediterranea” è il termine usato più propriamente per la beta talassemia (difetto quantitativo di produzione di catene beta dell’emoglobina, a carattere recessivo), che fu la prima ad essere osservata, per l’appunto nei paesi costieri del Mediterraneo. Osservando la distribuzione geografica della Talassemia e di tutte le varietà d’emoglobinopatie e di patologie dei globuli rossi esistenti, si può osservare come questa distribuzione si sovrapponga quasi perfettamente a quella della Malaria. Infatti, si tratta di un gruppo di malattie che sono tutte in rapporto causa/effetto con la Malaria.Tale adattamento si esprime attraverso una mutazione genetica: un giorno compare un individuo mutante, portatore di un diverso tratto genetico protettivo (trasmissibile ereditariamente), che gli conferisce maggiore resistenza nei confronti della malattia. In presenza di malattia, tale individuo mutante avrà una migliore sopravvivenza e si moltiplicherà più facilmente degli altri. In assenza di malattia, sarà malato in vario grado, anche grave. Conseguentemente, la Talassemia oggi si ritrova più frequentemente in zone in cui esiste ancora la Malaria, oppure è esistita fino ad un passato più o meno recente. Maurizio Feo segue sul prossimo numero

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il levante L’ETERNO VIAGGIO DELLA FOTOGRAFIA La fotografia è come un eterno viaggio Che mi porta da un’origine ad un’altra Senza nessuna meta Senza nessun obiettivo Senza un tempo... Senza nessuna ragione... Il viaggio senza Ragione È l’unica libertà che posso permettermi. L’unico sentimento. Seb Falchi Martinez Capita che in un momento in cui ti fermi a riflettere sull’utilità del tuo lavoro di sperimentatore nel campo della fotografia, ricevi un messaggio in cui ti viene comunicato che una persona a cui hai insegnato i rudimenti della fotografia, emigrata in America, ha frequentato la prestigiosa accademia Weston conseguendo il diploma e venendo premiata per il suo lavoro prodotto come tesi finale. L’immagine è esposta nel museo d’arte moderna di Monterey, uno dei tre musei più importanti della California, dopo Los Angeles e San Francisco. Ecco, capita che ricevendo una notizia di questo tipo ricominci a dare senso a quello che fai. A questo punto è necessario spendere due parole su chi era Weston. Edward Weston, nato in Illinois nel 1886, è uno dei più grandi fotografi americani della prima metà del ‘900, celebre per i suoi nudi femminili, i paesaggi e gli still life in cui si rispecchia la sua ossessione per la purezza della forma. Ebbe come modella e allieva la fotografa italiana Tina Modotti, che ne fu anche compagna, e con cui si trasferì nel 1923 in Messico per documentare la rivoluzione armata e dove conobbe e frequentò il mondo dell’arte messicana in quel periodo molto vivace con Diego Rivera, Frida Kahlo, David Àlvaro Siqueiros. Ritornato in USA si stabilì in California dove già prima aveva aperto uno studio e dove lavorò fino al ‘48, anno in cui interruppe l’attività perché colpito dal morbo di Parkinson. Fondò l’accademia Weston per trasmettere gli insegnamenti dell’arte della fotografia che lui aveva sviluppato negli anni del suo lavoro. Attualmente l’accademia è gestita dagli eredi e si avvale di insegnanti di grande livello. Nel corso in oggetto: Kevin Bransfield, Arts, Photography, Martha Casanave, Creative Arts, Photography, Celia Lara, Creative Arts, Photography, Studio Art. LUGLIO 2018 - pag. 6 Tornando a noi, sto parlando di Seb Falchi: è lei l’autrice del- l’impresa. Anni fa le regalai una macchina fotografica, una vecchia solidissima Nikon F2 a cui ero molto legato ma che era un dop- pione per me. Le insegnai ad usarla e, come quando insegni a qual- cuno ad andare in bicicletta (e quello capisce il senso dell’equilibrio, parte da solo e ti lascia lì a guardarlo stupito) lei partì per la sua strada con autorevole sicurezza. La macchina fotografica non è uno strumento artistico di per sè ma uno straordinario strumento di comunicazione. Uno strumento di produzione di immagini che sono ormai l'essenza della comuni- cazione moderna. I giornali, la televisione supportano l'informa- zione, il messaggio, con l'immagine senza avere mai la pretesa di fare arte ma quella di informare. Se però metti questo strumento in mano a una persona che si porta dentro l’istinto artistico, quello che produce allora va a investire oltre al settore della comunicazione, quello dell’esplorazione del campo sociale, della fotografia funzionale ad uno scopo comuni- cativo, dell’introspezione culturale. Se dovessimo ridurre la fotografia a mera comunicazione arti- stica saremmo spesso e volentieri portati a dare ragione a Baude- laire che dopo la nascita della stessa nell'Ottocento la definì come la tecnica dei pittori falliti. Ma così non è e non possiamo accettare una definizione così tranciante e riduttiva. L'evoluzione che ha avuto nel tempo ci porta a valutazioni più complesse che allo stesso tempo ci fanno escludere che già essa possa essere una forma arti- stica a meno di dover considerare la “massa fotografante” una massa di artisti per la frequenza con cui tutti fotografiamo da quando i telefoni cellulari sono stati dotati di piccole macchine fo- tografiche incorporate. Bene, non è e non può essere così perché con la tecnologia mo- derna non siamo più noi a fotografare ma è lo strumento che fa tutto per noi. A queste fotografie poi manca la materialità, manca la gioia del contatto tattile che l’immagine impressa ti dà. Seb Falchi Martinez, frequentando la scuola di Weston, ha volu- totornare alle origini, alla rappresentazione della forma con l’os- sessiva ricerca della perfezione della stessa, con la scala dei grigi come insegnava Weston appunto, disegnando i suoi soggetti con la luce.Nadar, il grande fotografo francese fine ottocento, forse ri- spondendo a Baudelaire, disse che non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare. La macchina fotografica diventa strumento d'arte se è l'artista che la usa come tale, come la penna, nata per scrivere ma usata anche per disegnare, o la macchina da scrivere, nata per agevolare la scrit- tura ma usata anche per produrre grandi opere letterarie. Una macchina fotografica da sola non ha mai creato una grande immagine, come una macchina da scrivere non ha mai creato un grande romanzo, diceva Peter Adams. La macchina, in quanto tale, è programmata per svolgere un com- pito, è l'opera di chi la utilizza che determina i risultati. Quel click, il piccolo rumore metallico è la sintesi di una scelta che il fotografo ha fatto in precedenza. Che non è quella del tempo di scatto, del- l'apertura dell'obiettivo o dell'inquadratura. La scelta è quella della condivisione di un istante, di un sogno, lo spazio di un sospiro che tocca la sue corde emotive. Questo è il lavoro di Seb ed è un ottimo lavoro che le auguriamo di portare avanti con la caparbietà che la contraddistingue e che le faccia ottenere tutta la visibilità ed il successo che merita. Suoi lavori sono visibili nell’edificio comunale di San Teodoro e nel reparto Oncologico dell’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia. E’ stata inoltre, con Nietta Condemi De Felice, l’ideatrice della performance transcontinentale Don’t touch my brain, contro la vio- lenza sulle donne, che partendo dalla California si è conclusa a San Teodoro. Pierangelo Sanna

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il levante LUGLIO 2018 - pag. 7 TURISTICAMENTE: pagina a cura dell’Ufficio Turistico del Comune di San Teodoro Mostra su Dino Risi In occasione del consueto (ed attesissimo) Festival del Cinema di Tavolara (9-22 luglio), l’Ufficio Turistico del nostro Comune ospita un’interessante carrellata di fotografie tratte dai più importanti e noti film di Dino Risi. La scheda che pubblichiamo richiama le tappe più significative della vita professionale del regista, a dieci anni dalla scomparsa. *** Considerato a buon diritto il padre della commedia all'italiana,ruolo che condivise con gli altri due prestigiosi colleghi Comencini e Monicelli,Dino Risi (Milano,1917 - Roma, 2008 ) ha lasciato nella sua lunga carriera di regista e sceneggiatore una scia di indimenticabili film che restano e verranno ricordati negli anni grazie anche all'interpretazione di attori fra i più noti ed amati dal pubblico.Da Alberto Sordi a Vittorio Gassman,da Ugo Tognazzi a Manfredi, a Mastroianni,alla Loren. Curioso il suo esordio sul set cinematografico per un soggetto come Risi che si era affacciato alla vita di relazione con una prestigiosa laurea in medicina,conseguita a pieni voti nella sua Milano,ma che aveva ben presto respinto le pressioni dei familiari che lo invitavano ad intraprendere una carriera dedicata alla psichiatria. Ed è proprio da quelle sue frequentazioni delle aule universitarie che nascono molti spunti per il suo lavoro dietro la cinepresa. I primi passi nel mondo cella celluloide Risi li compie come aiuto regista di Mario Soldati,di cui ricorderà nelle sue rare interviste il grande rigore professionale, e con Alberto Lattuada per cui scriverà il soggetto del film Anna, prima uscita del giovane Risi a Roma (1951). Il successo arriverà quattro anni dopo con Pane, amore e....,interpretato da Vittorio De Sica nei panni dell'indimenticabile maresciallo della Benemerita Carotenuto. Nel '56 esce ,con grande successo di pubblico e con limitatissimi costi di produzione , Poveri ma belli.Seguono,con altrettanta fortuna e consensi di critica,Il vedovo (con un cinico Alberto Sordi ed una caratteriale Franca Valeri), Il mattatore (con uno strepitoso Vittorio Gassman). Gli anni sessanta consacrano il regista come autore della sua opera più ricordata : Il sorpasso, con un indimenticabile Gassman affiancato da un giovanissimo Jean-Louis Trintignant. Il successo del nostro prosegue con La marcia su Roma (1962 ), I mostri (l'anno dopo ) per arrivare con Totò e Nino Manfredi a firmare Operazione San Gennaro (1966). Il tema della sessualità ,argomento quanto mai ostico per la morale d'epoca, entra nel carnet di Risi con Vedo nudo ('69), Sesso matto (Giannini e Laura Antonelli ) e Sesso e volentieri (1982). Nel 1990 lavora con Vittorio Gassman per l'ultima volta. Nel 2002 gli viene assegnato il Leone d'oro alla carriera. Nel giugno del 2008 si spegne a Roma in una stanza del Residence Aldrovandi ,sua abituale residenza romana da oltre trent'anni. La mostra vuol essere un omaggio ad un grande della nostra filmografia, che Gianni Rondolino,docente di storia del cinema presso l'Ateneo torinese, definì mostro sacro del cinema d'autore. Mario Stratta Progetto “storie comuni” E’ iniziato il 23 luglio e si protrarrà sino al 23 settembre la proiezione all’interno dei locali dell’ufficio turistico del Comune di San Teodoro in Piazzetta Mediterraneo dalle ore 21 alle 24 il progetto Storie Comuni curato da Gianluca Vassallo. La proiezione si propone di presentare, attraverso varie interviste un racconto collettivo sulla comunità teodorina. Ogni domenica invece verrà proiettata in Piazza Gallura, a partire dalle 21.30, una carrellata di interviste e incontri d’autore sullo stesso tema. L’Ufficio Turistico del Comune di S.Teodoro, situato in Piazza Mediterraneo, osserva per tutto il periodo estivo il seguente orario: tutti i giorni dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 24.00. Per info: 0784 865767 mail: info@ufficioturisticosanteodoro.it Alcuni eventi da non perdere 16 agosto- ore 18.00, loc. La Pischéra: Paolo Fresu si esibirà per l’appuntamento annuale del Time Jazz con Dhafer Youssef in duo. 19 agosto - ore 21.00, Chiesa piccola di San Teodoro Martire, Coro polifonico cantori della resurrezione di Porto Torres 25 agosto - ore 21.30, Teatro Comunale, Trio Magni. Concerto da Camera per flauto,violoncello e pianoforte. La spiaggia più “in” Quali sono le spiagge più gettonate del nostro comprensorio? Cala Brandinchi in primis (per favore non chiamatela Thaiti) si colloca a fianco della Cinta, di Lu Impostu e della più selvaggia Isuledda per non dimenticare Coda Cavallo. Una spiaggia per i nostri amici a quattro zampe A Costa Caddu esiste da anni uno spazio dedicato ai nostri fedeli compagni. Una raccomandazione agli abituali frequentatori: l’area va conservata pulita a beneficio di tutti. Biblioteca Gallura Orari e servizio Ricordiamo a tutti i turisti e ai residentie teodorini che i servizi offerti dalla Biblioteca Gallura non si esauriscono nel periodo estivo. All’interno l’uso gratuito della rete internet/Wifi, prestito di lettura, utilizzo sala conferenze per incontri e presentazioni di libri, etc. Gli orari:lunedì, mercoledì, venerdì 9/13 martedì e giovedì 16/20. Per informazioni o prenotazioni sala conferenze scrivere a segreteria@icimar.it o chiamare al numero 0784 866180. Una nuova App per scoprire la Sardegna All'ingresso dell'Ufficio Turistico è presente un cartello con il codice Qr che una volta scannerizzato vi rimanda alla pagina principale di Sardegna Turismo e vi consente di scaricare gratuitamente la nuova “app” con guide e pubblicazioni aggiornate di tutta la Sardegna. Oltre all’elenco completo di tutte le strutture ricettive isolane (dai camping agli alberghi) nell’edicola digitale sono state pubblicate guide che rivelano l’Isola sotto molteplici punti di vista: Guida della mountain bike, Guida ai beni culturali, Musei artigiani e Botteghe storiche, Musica e parole, Guida del golf, Guida viaggio con itinerari naturalistici, gastronomici, storico - artistici e tante altre. Tutte le pubblicazioni sono in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo. L’app è disponibile sui iPad e altri tablet e su alcuni smartphone Android. L' app, insieme a tutte le forme di promozione, è un accompagnamento tecnologico alla scoperta del nostro territorio, e regala un’esperienza di lettura nuova e interattiva grazie a funzionalità come l’indice (verticale e a mosaico), la ricerca per parole chiave, la condivisione sui social network ed email, il segnalibro e la funzionalità binder, che consente di salvare le pagine di interesse in un apposito archivio. I percorsi di download dell’applicazione: −Per Ipad da Apple store: digitare ‘Sardegna Turismo’ apparirà il logo promozionale S colorata di Sardegna, cliccare per scaricare. −Per Android (tablet e smartphone) da Google Play: digitare Sardegna Turismo apparirà la S colorata di Sardegna, cliccare per scaricare.

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il levante Sport in Gallura LUGLIO 2018 - pag. 8 Dalla vostra parte In risposta ad una lettrice Squadra che vince non si tocca!. E questo sembra essere il motto de Li Maccioni di San Teodoro,nato tre anni fra da un gruppo di amici che si dilettavano a giocare a calcetto. Ormai è diventato un gruppo solido e ben amalgamato,che si diverte (perché il calcio a questi livelli deve essere divertimento)a calcare le scene nei "polverosi" campionati di seconda categoria. Sempre agli ordini dell’indomito mister Emiliano Bechere, e con il coinvolgimento dell’allenatore in seconda Giuseppe Aversano a fare da parafulmine,questo gruppo di giocatori rigorosamente locali, (quest’anno c’è stato l’ inserimento di qualche ragazzo di fuori ma non di più) fa sì che diversi tifosi teodorini, magari delusi dalla prima squadra, possano seguire le gesta di questi ragazzi e passare magari qualche ora di svago e di divertimento vista anche la presenza in rosa di un parente o di un amico. Sempre con la stessa dirigenza, e con i soliti noti, (quest’anno si è avvicendato Lorenzo Giua al posto di Ivan Giagheddu), c’è stato l’ingresso finalmente di forze fresche, il che non fa mai male ed è sempre ben accetto. Capitati in un girone diverso da quello gallurese, sono stati inseriti in quello di Nuoro,dove l’ospitalità di quel paese è grandissima.Più che giocare a pallone sembrava di partecipare a vere e proprie sagre paesane. Quest’anno è stato raggiunto un onorevole sesto posto:il prossimo sarà per Li Maccioni il quarto anno di partecipazione. Un particolare ringraziamento a tutti gli sponsor ed all’Amministrazione Comunale per il contributo. Concludendo ......a un alt annu meddhu. Antonello Carvone Leggo sul numero di giugno 2018 del il Levante la lettera della Signora Manca - che conosco personalmente per aver avuto occasione di incontrare più volte negli uffici comunali per segnalazioni di disservizi e di carenze - e confesso francamente di rimaner sorpreso per le affermazioni contenute. Premetto che per questa Amministrazione non esiste alcuna differenza tra le borgate del Comune come ampiamente documentabile con un elenco di interventi attuati a tappeto che sarebbe troppo lungo e tedioso citare. Come non v'è alcuna priorità da parte del mio ufficio a favore di cittadini residenti piuttosto che a beneficio di turisti, affittuari estivi. Venendo al problema sollevato dalla lettrice, che posso senz'altro condividere come utente del servizio idrico, devo chiarire che la sospensione della distribuzione dell'acqua non è assolutamente programmabile per le improvvise e non prevedibili rotture delle condutture che avvengono a macchia di leopardo in tutto il territorio comunale a causa delle purtroppo obsolete (e ben note) condizioni della rete. Eventi che colgono di sorpresa gli stessi uffici comunali. Non è quindi possibile, come si può ben comprendere, avvertire della sospensione ell'erogazione, trattandosi di guasti e rotture che avvengono all'improvviso e a volte - come nell'ultimo caso segnalato dalla Signora Manca - che si ripetono sulla stessa linea a poca distanza dalla precedente riparazione. Sull'ultima osservazione legata all'assenza di illuminazione pubblica nel tratto antistante l'abitazione della lettrice, ribadisco quanto personalmente ho già fatto presente in precedenti incontri: il piano generale di ristrutturazione dell'illuminazione pubblica ha dovuto privilegiare zone dell'area comunale, attraversate da strade statali e di grande traffico per evidenti motivi di sicurezza dei residenti, ma interesserà a breve anche la frazione di Lu Fraili. La Signora Manca sappia comunque che di esami di coscienza questa Amministrazione se ne fa carico quotidianamente. Con viva cordialità. Sandro Brandano Delegato ai LL PP del Comune di San Teodoro COME ERAVAMO Anni ‘60. Anziani in Piazza Gallura Collezione Francesco Pala

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