L'albero Verde n. 2-2018 Luglio 2018

 

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Rivista trimestrale di CIAI

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Poste Italiane spa - Sped. in abb. post. D.L. 353/2003 (Conv. in L. 27/02/04 n. 46) Art. 1.1 LO/MI - I.P. L’Albero Verde N. 2 luglio 2018 - Anno XXIV - Trimestrale di CIAI, Centro Italiano Aiuti all’Infanzia ITALIA I “dilemmi” dell’adozione internazionale ETIOPIA Ragazzi al centro CAMBOGIA La Mobile Clinic non si ferma 1

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CIAI sede legale Via Bordighera, 6 20142 Milano Tel 02 848441 – Fax 02 8467715 info@ciai.it SEDI ITALIA CIAI Lazio  Via degli Etruschi, 7 00185 ROMA tel 067856225 fax 06 32091623 lazio@ciai.it CIAI Puglia Via Bozzi, 35 70121 Bari (BA) Tel 080 743996 Fax 080 5940035 puglia@ciai.it CIAI Sardegna Via San Lucifero, 87 09123 Cagliari Tel 070 2510083 Fax 070 2510084 sardegna@ciai.it CIAI Toscana Sede Cooperazione Toscana c/o CMSR Via della Madonna, 32 57123 Livorno Tel 800 944 646 info@ciai.it CIAI Veneto Via Tiziano Aspetti 157 Int. 3 35133 PADOVA tel 0498077210 veneto@ciai.it   SPORTELLO ADOZIONE GRUPPI TERRITORIALI Rho Genova Piazza Colombo 1 interno 7-7A (Stazione Brignole) per info o appuntamenti Tel  02 84844 401/402/428 postadozioni@ciai.it   SEDI ESTERO CIAI Burkina Faso 01 bp 2789 01 Ouagadougou CIAI Cambogia Bari Referente: Gilda Cinnella amociai@libero.it Catania Referente: Nuccia Vannucci Auteri ciainuccia@virgilio.it Cosenza Referente: Michele Greco chelegreco@tiscali.it Genova Referente: Sonia Palumbo gruppo.rho@ciai-world.it Roma Referente: Fabrizia Sepe fabrizia.sepe@gmail.com Torino Referente: Maurizio Zoè maurizio.zoe@tiscali.it Trieste Referente: Lucio Mircovich luciotrieste@alice.it N. 2 St. 135 Referente: Michela Grana Verona P.O. Box 1150 mgrana@tin.it Referente: Silvia Vartolo Phnom Penh Livorno CIAI Colombia Referente: Ilaria Pancrazi Avda. Kra 15 # 119-11 ilaria.pancrazi@virgilio.it Edificio Epcocenter – Oficina 428 Epcocentro Bogotà DC CIAI Costa d’Avorio Milano Referente: Benedetta Caruso benedetta.caruso@libero.it Cocody-Angré Caféier 7-17 Napoli BP 229 Abidjan 17 Referente: Anna Falciatore CIAI Etiopia fam.derosa@tin.it silvia.vartolo@gmail.com Bole Subcity, Woreda 04, House Padova n. 102 Referenti: Nico e Paola D’Angelo p.o box 2009 volontaripadova@gmail.com Addis Abeba Pavia CIAI India Referente: Cinzia Capra L’Avenir Apartment No. 3, 108 gruppo.pavia1@gmail.com Pappamal Koil St. Kuruchikuppam, Puducherry CIAI Vietnam n. 8, Tu Hoa – Quang An – Tay Ho Pescara Referente: Patrizia Sciarra patriziasci@tiscali.it Hanoi Prato Referente: Pierluigi Bertolini pierluigi.bertolini53@gmail.com L’Albero verde Direttore Responsabile Donatella Ceralli – donatella.ceralli@ciai.it Hanno collaborato Chiara Biffi, Phan Hang Hoa, Diego Lasio, Gruppo Territoriale Milano, Francesca Mineo, Marina Raymondi, Nicolas Savajol, Daria Vettori, Devi Vettori. Foto Archivio CIAI, Andrea Rossetti, Paolo Palmerini. Foto di copertina: Francesca Acerbi Fotolito – Stampa – Spedizione Gruppo Poliartes, Via Giovanni XXIII, 5 - 20068 Peschiera Borromeo (Milano) Redazione CIAI, Via Bordighera, 6 – 20142 Milano Periodicità Trimestrale - Spedizione in Abbonamento Postale – Milano Registrazione n. 432 del 29/07/1994 – Tribunale di Milano Edizione CIAI, Via Bordighera, 6 – 20142 Milano 2 Poste Italiane spa - Sped. in abb. post. D.L. 353/2003 (Conv. in L. 27/02/04 n. 46) Art. 1.1 LO/MI - I.P. L’Albero Verde N. 2 luglio 2018 - Anno XXIV - Trimestrale di CIAI, Centro Italiano Aiuti all’Infanzia ITALIA I “dilemmi” dell’adozione internazionale ETIOPIA Ragazzi al centro CAMBOGIA La Mobile Clinic non si ferma 1 L’ALBERO VERDE N. 2-2018 4 ITALIA Legami che aiutano a crescere 6 EUROADOPT I “dilemmi” dell’adozione internazionale 9 ETIOPIA Ragazzi al centro 11 APPROFONDIMENTI Bilancio di Impatto Sociale 2017 13 LA CASA SULL’ALBERO Il galateo dell’adozione 16 ADOZIONI Le sfide delle famiglie adottive 18 A PROPOSITO DI ADOZIONI Ci siamo anche noi 20 CAMBOGIA La Mobile Clinic non si ferma 21 ESPERIENZE Mi racconto la mia storia 24 CAMPAGNE L’inizio di una nuova vita 26 VIETNAM Chiusure che…aprono EDITORIALE Raccontarsi Condividere 50 anni di storia valorizzando il passato ma guardando al futuro; far conoscere i risultati raggiunti, i cambiamenti generati, il senso di scelte strategiche fondamentali; spiegare perché certe azioni si fanno, i progetti si chiudono, i Paesi si lasciano; testimoniare l’impegno di quanti, da nord a sud (isole comprese) ha a cuore la nostra associazione e si adopera per sostenerla…in una parola, “raccontarsi”. Questo è ciò che cerchiamo di fare in ogni numero de L’Albero Verde, ma questa volta lo abbiamo decisamente fatto di più. Le pagine dedicate all’Assemblea dei 50 anni foriera di non poche innovazioni, dalle rinnovate Mission e Vision al Manifesto. Oppure la sintesi del Bilancio di Impatto Sociale, un prezioso documento, che non si limita a riportare gli interventi realizzati da CIAI nel 2017, ma ne valuta l’impatto, verificando il cambiamento positivo che le attività hanno prodotto nella vita dei beneficiari-diretti o indiretti- di quelle attività. Senza tralasciare l’importante evento organizzato da CIAI che ha portato a Milano i protagonisti, a livello mondiale, dell’adozione internazionale, EurAdopt. Ai racconti delle proprie esperienze sono anche dedicate le due nuove rubriche, quella gestita dal Gruppo Territoriale di Milano che vorrebbe aprire un dialogo con altri Soci e quello di una nostra socia mamma adottiva, dal nome evocativo “La casa sull’albero” (verde, ovviamente). Non mancano gli aggiornamenti dai Paesi in cui lavoriamo: questa volta le notizie arrivano da Etiopia, Cambogia e Vietnam. E, per finire in dolcezza, le tante torte che le diverse sedi si sono sbizzarriti a preparare per festeggiare anche durante gli incontri prima delle vacanze estive i 50 anni di CIAI. A settembre ricominceremo a dedicarci alle iniziative che bollono in pentola per concludere degnamente un anno importante come questo. E vi promettiamo di raccontarvele ancora tutte. Per intanto, buone vacanze! Donatella Ceralli 33

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IN PRIMO PIANO Legami che aiutano a crescere impegno per i bambini soli per i prossimi 50 anni, perché riteniamo che la voce e l’attività di CIAI sia necessaria per costruire un mondo più giusto, dove ognuno si possa sentire accolto - ovunque sia nato, qualunque sia il colore della pelle, la religione, la lingua, lo stato di salute - dove nessun bambino si senta più solo e ciascuno possa essere felice. E lo è ancora di più in questo periodo storico in cui aumentano i razzismi, le chiusure, gli egoismi, la sfiducia in chi opera nel sociale, anche attraverso campagne contro le ONG e l’adozione internazionale”, così la sinte- si del presidente di CIAI, Paola Crestani. L’occasione era ghiotta per chi, come i Soci CIAI, amano ritrovarsi in allegria, almeno una volta all’anno. Per riflettere, confrontarsi, ma anche per ridere e scherzare insieme, in un clima che riesce sempre ad essere sereno. La celebrazione dei 50 anni ha così portato a Gabicce, in occasione della tre giorni nella quale si è tenuta anche l’Assemblea dei Soci, quasi 600 persone. Tutte con la voglia di celebrare un traguardo, quello dei 50 anni, sicuramente invidiabile. Un traguardo raggiunto occupandoci sempre dei bambini soli, cercando di diffondere una cultura dell’accoglienza e della valorizzazione delle diversità. Per l’occasione abbiamo riunito persone che potessero testimoniare la ricchezza che CIAI ha in sé: dai genitori adottivi della prima ora a chi aderisce al Sostegno distanza; dai donatori dei progetti ai beneficiari degli stessi; dai testimonial ai colleghi di altre realtà come la nostra; dai volontari alle persone che lavorano per CIAI in Varie parti del mondo…c’erano proprio tutti, a dimostrare la ricchezza di qeusta esperienza e la nostra unicità. “Legami che aiutano a crescere”: questo è il titolo scelto per la tre giorni di Gabicce: legami che in 50 abbiamo cercato faticosamente di costruire e che , riteniamo, possano essere i soli in grado strappare un bambino dal dolore della sua solitudine e costruire futuri migliori. Non sono poi mancati i momenti di approfondimento ( e due di questi li trovate su questo stesso numero a pag 16 e pag 21). E siccome in un’Assemblea che celebra i 50 anni di vita di un’associazione si prendono decisioni importanti, i Soci hanno votato all’unanimità la nuova mission e la nuova vision di CIAI: MISSION “Ci prendiamo cura di ogni bambino solo, con professionalità e amore, come se fosse un figlio” VISION “Un mondo in cui nessun bambino si senta più solo e ciascuno possa crescere felice”. Ciliegina sulla torta –è proprio il caso di dirlo- il Manifesto CIAI, condiviso dall’Assemblea, che rappresenta la sintesi di ciò che siamo e di ciò in cui crediamo (vedi pagina a fianco). “Abbiamo riflettuto insieme sui temi dell’adozione e su quanto abbiamo imparato e insegnato in questi cinquant’anni di attività. Ma è stata anche un’assemblea durante la quale abbiamo preso delle decisioni importanti! Abbiamo concordato di voler continuare il nostro 4 Cinquant’anni dalla parte dei bambini 3. 6. Vogliamo riaffermare oggi i nostri principi-guida per ribadire il nostro impegno verso i bambini e verso la comunità… perché nessun bambino sia più solo. Amore e professionalità, gli ingredienti necessari Ricreare legami forti e duraturi richiede molta passione e grande professionalità, mescolate con sapienza. L’eticità e la trasparenza sono alla base di tutte le nostre azioni Da sempre abbiamo cura di rendicontare attentamente il nostro operato perché la trasparenza e l’onestà sono le basi di ogni relazione. 1. 4. 7. Il problema più grande è la solitudine Abbiamo imparato che la cosa peggiore per un bambino, ancor più che per chiunque altro, è la solitudine, non poter contare su nessuno. Accogliere le differenze è nel nostro DNA Crediamo che la differenza sia una ricchezza per tutti e l’accoglienza un valore fondamentale. Continuare a imparare è il nostro impegno Impariamo dai successi, e ancora di più dagli errori, a ricercare soluzioni sempre nuove per nuove sfide. 2. 5. 8. Cura e legami sono la nostra soluzione Per prenderci cura in modo efficace dei bambini soli è fondamentale ascoltare e ricreare legami. Legami con la famiglia, con la scuola, con la comunità, con il mondo. Il rispetto dei diritti è la nostra guida Ogni bambino ha dei diritti. La loro tutela è il dovere di tutti. La felicità di ogni bambino è il nostro punto di arrivo Abbiamo a cuore la felicità di ogni bambino e facciamo tutto il possibile per garantirla a ognuno, come se fosse un figlio. 11 5

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ADOZIONI EurAdopt: I “dilemmi” dell’adozione internazionale di Marina Raymondi * La Conferenza organizzata da CIAI a Milano il 24 e 25 maggio scorso, è passata. Rimane soddisfazione perché tutto è filato liscio, la gente era tanta e per lo più sorridente, tutti si parlavano tra loro pur provenendo da decine di Paesi diversi. Tante lingue, tante facce, tutti accomunati dal desiderio di trovare indicazioni, spunti, esperienze per fare adozioni fatte bene; fare adozioni corrette, lecite, trasparenti ma soprattutto giuste per i bambini. Ma quali bambini? A partire da questa domanda, la Conferenza ha provato a dare una risposta a quelli che sono i “dilemmi” più stringenti dell’adozione internazionale. Non ci sono più bambini adottabili. FALSO L’intervento introduttivo di Mia Dambach, direttore del Servizio Sociale Internazionale di Ginevra, ci riporta una stima: 2,7 milioni di bambini nel mondo vivono in istituto. Questo non vuol dire, lo sappiamo bene, che tutti questi bambini abbiano necessità di essere adottati ma certamente per loro è necessaria una risposta. E possibilmente in tempi certi e adeguati ai tempi del bambino. L’adozione internazionale può ancora essere una valida risposta all’abbandono dei bambini se nei Paesi di origine non si riescono a trovare delle risposte alternative all’istituto, con l’affido familiare o l’adozione nazionale. Perché è meglio che un bambino sia in una famiglia in un Paese diverso piuttosto che in un istituto nel suo Paese di origine. L’adozione internazionale è in crisi. VERO Il prof. Selman, della Newcastle University in Inghilterra, ci ha presentato i dati. Brutale l’impatto. Crollo dei numeri in tutto il mondo, del 90% in Spagna, dell’80% negli Stati Uniti, del 70% in Francia e Germania. L’Italia, con il suo 50% di adozioni internazionali in meno rispetto al 2011, sembra attutire il colpo. E infatti rimane il secondo Paese di accoglienza al mondo. Crisi dei numeri? Certamente! Crisi del sistema? Possibile! Troppi sono gli scandali di sospette “compravendite di minori” che nel corso degli anni hanno riguardato le adozioni internazionali. Un dibattito mondiale che si è riaperto recentemente anche a fronte della scoperta di presunte o reali irregolarità scoperte dai figli adottivi adulti alla ricerca delle proprie origini. Documenti anagrafici contraffatti, riscontri documentali poco attendibili, genitori di origine che affermano di essere stati vittime di raggiri, obbligati a firmare consensi all’adozione senza comprenderne il contenuto. Joliin Van Haaren, rappresentante di Unicef in Olanda, ci ha introdotti nel dibattito che ha coinvolto il Parlamento olandese circa la decisione di chiudere definitivamente le adozioni internazionali. Una decisione, alla fine, non presa ma a patto di maggiori controlli e un sostegno professionale alle famiglie adottive. I bambini vanno aiutati nei loro Paesi. VERO I Paesi di origine vanno aiutati a migliorare i sistemi di protezione dei loro bambini. Perché nessun bambino è felice nel suo Paese 6 se rimane in un Istituto! Ce lo ha spiegato bene Alphonsine Sawadougo dal Burkina Faso, assistente sociale ed esperta di politiche sociali. Relativamente all’adozione internazionale, il Paese di origine deve essere forte nell’applicazione delle forme di protezione più adeguate per i suoi bambini rimasti soli. Più le autorità del Paese di origine sono forti nel garantire e verificare questi passaggi, applicando procedure chiare e trasparenti, più saranno forti anche nell’utilizzare l’adozione internazionale in via residuale, per quei bambini che ne hanno davvero bisogno, respingendo qualsiasi forma di pressione che può arrivare dai Paesi di accoglienza. Perché queste pressioni ci sono e vanno contrastate. L’adozione internazionale è un business. FALSO Venticinque anni fa, nel 1993, è stata siglata la Convenzione de l’Aja, con l’obiettivo di contrastare la compravendita dei minori nell’adozione internazionale. A ricordarcelo è Laura Martinez Mora, responsabile dell’Ufficio Legale della Conferenza Permanente de L’Aja di Diritto internazionale privato. Una convenzione che è stata fortemente voluta da Paesi di origine e di accoglienza per tutelare il superiore interesse del bambino. Se in questi anni i numeri sono crollati in tutti il mondo è anche una conseguenza dell’applicazione della Convenzione che ha introdotto regole più stringenti nel modo di fare adozione internazionale. Un modo che permetteva le adozioni “fai da te”, con passaggi diretti tra famiglia di origine e famiglia adottiva, nel migliore dei casi mediata grazie all’intervento di operatori più o meno volontari animati da buone intenzioni; spesso governata da mediatori senza scrupoli. L’adozione internazionale ha oggi una procedura più controllata e rispettosa dei diritti dei bambini, ma anche più lunga e costosa. Gli intermediari sono oggi gli enti autorizzati, organizzazioni no profit che devono garantire un accompagnamento pre e post adozione competente e professionale. E questo comporta dei costi. Altro è se questi costi non sono dichiarati! Servono maggiori controlli sulla regolarità delle adozioni internazionali. VERO Sono ancora troppe le zone grigie dell’adozione internazionale e serve quindi maggiore collaborazione tra Paesi di origine e Paesi di accoglienza. Aver firmato la Convenzione de L’Aja aiuta, quanto meno a condividere obiettivi e ad avere interlocutori istituzionali certi. Molto però deve ancora essere fatto. Questo è quanto emerge dagli interventi delle Autorità centrali di Paesi di origine quali Bulgaria, Burkina Faso e India e di Paesi di accoglienza quali Italia e Svizzera che, incalzati dalle domande di Gad Lerner, hanno tutti concordato sull’importanza di condividere regole e principi comuni, senza nascondere le difficoltà. Difficoltà legate alla verifica dello stato di adottabilità, non solo relativamente alla sua liceità ma anche alla sua praticabilità, formale ed economica. Molti Paesi di origine fanno fatica a sostenere anche economicamente queste verifiche! I bambini segnalati per l’adozione internazionale sono, come è giusto che sia, quelli che non trovano risposte nel loro Paese e quindi sempre più spesso grandi o con problemi di salute, i c.d. “special need”. L’Italia ha una tradizione di accoglienza molto elevata nei confronti di questi bambini: un’adozione internazionale su quattro riguarda bambini con problemi di salute – dato del 2015 – mentre l’età media all’arrivo è di 6 anni, con oltre il 10% che hanno più di 10 anni. La Vice Presidente dell’autorità centrale italiana, Laura Laera, preannuncia un periodo di maggior attività della Commissione Adozioni Internazionali, l’avvio di un’epoca in cui si riapra il dialogo con i Paesi di origine ma anche con le famiglie adottive, per rinforzare collaborazione ma anche fiducia nel ruolo di controllo e di sostegno delle istituzioni. Le adozioni internazionali sono spesso un fallimento. FALSO Un’infanzia trascorsa in istituto, senza le cure di una famiglia, in condizioni igienico-sanitarie precarie, espone i bambini abbandonati a ulteriori traumi e abusi. Le famiglie che accolgono un bambino in adozione devono essere preparate con competenza e professionalità affinché diventino consapevoli delle difficoltà ma anche delle proprie risorse e abbiano gli strumenti adeguati per gestirne le problematiche. Avere buone intenzioni e tanto affetto da offrire non basta. In questo senso l’intervento di Cecile Jeannin, responsabile del Servizio Sociale Internazionale, con una relazione dal titolo onesto e accattivante: “imparare dai fallimenti delle adozioni internazionali”. Una relazione che ci riporta nel dibattito di lungo corso sui fallimenti adottivi, un tempo in Italia chiamati “restituzioni”. Esistono i fallimenti? Sì, risponde Jeannin. Ma cosa sono e quando si verificano? Questa è la questione più controversa perché non è chiaro, in ogni Paese, quando di fallimento si possa parlare. Quello che è chiaro è che esistono i casi di crisi dell’adozione e che una buona preparazione pre adozione e un buon accompagnamento professionale post adozione, risultano essere la condizione indispensabile per affrontarli e gestirli, spesso risolverli. Le famiglie adottive non vanno lasciate sole. VERO Gera ter Meulen, rappresentante olandese di EurAdopt, presenta i risultati di una mappatura che il coordinamento ha svolto per comprendere quanto le famiglie adottive siano sostenute e accompagnate nel post adozione. Il sostegno nel post adozione è ormai universalmente considerato fondamentale per la buona riuscita di un’adozione. lo era un tempo, quando i bambini arrivavano piccoli e sani, a maggior 7

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ragione lo è oggi, perché i bambini che arrivano in adozione sono spesso con special need. Dalla ricognizione di EurAdopt, emerge che quasi tutti i Paesi europei hanno implementato i servizi di post adozione, ma spesso sono a pagamento. In Italia sappiamo che il servizio pubblico garantisce il sostegno nel primo anno dall’arrivo del bambino, in alcune regioni più illuminate questo sostegno è garantito per i primi 3 anni. Ma poi la famiglia è spesso lasciata sola, a fronteggiare problemi che arrivano dai traumi passati e da situazioni sanitarie complesse, rispetto ai quali deve pagarne anche il conto economico. L’esperienza di CIAI nell’offrire un accompagnamento strutturato alle famiglie adottive, è stata studiata dall’Università Bicocca di Milano, per valutare scientificamente l’impatto di un sostegno professionale e duraturo nel corso del tempo. L’occasione offerta dai follow up - utilizzati per inviare le informazioni sull’andamento dell’adozione nei Paesi di origine – è stata da CIAI colta quale occasione di accompagnamento professionale e competente della famiglia adottiva. Occasione che diventa preziosa per sostenere le famiglie, prevenirne le crisi e monitorare benessere di genitori e figli. Le stesse linee Guida dellaCAI suggeriscono agli EntiAutorizzati la gestione del follow up quale momento di incontro tra la famiglia e psicologi professionisti dell’adozione. La professoressa Alessandra Santona, dell’Università di Milano Bicocca, ha indagato lo stato di benessere di bambini e famiglie adottive sulla base dei follow up di CIAI. Alla Conferenza sono stati presentati i primi risultati della ricerca che sarà pubblicata prossimamente. Dai primi dati, emerge un quadro sostanzialmente positivo rispetto all’inserimento dei bambini in famiglia, nel contesto scolastico e sociale e rispetto alla loro possibilità di instaurare buoni legami di attaccamento con le figure di riferimento e soddisfacenti relazioni con il gruppo dei pari. A patto che queste famiglie siano aiutate nel tempo, con competenza e professionalità. L’adozione si conclude con l’arrivo del bambino. FALSO Il bambino diventa a tutti gli effetto figlio dei genitori che lo hanno adottato nel momento in cui la sentenza di adozione pronunciata nel Paese di origine viene trascritta nel Paese di accoglienza. Questo è quanto stabilisce il diritto. Nella realtà dei fatti, il processo che porta a sentirsi genitori e figli è molto più lungo e articolato e necessita di un accompagnamento costante. Adam Pertman, presidente di una delle associazioni più importanti degli Stati Uniti sull’adozione – la National Center on Adoption and Permanency – ha introdotto con convinzione e forza un concetto fondamentale, condiviso ma ancora poco tutelato a livello istituzionale. Non dovremmo più parlare di adozione come un istituto che si conclude con l’arrivo del bambino in famiglia bensì quale un processo che inizia con l’inserimento in famiglia e perdura nel corso del tempo. Dal suo punto di vista, i Paesi di accoglienza dovrebbero sostanzialmente occuparsi più del processo di post adozione che della realizzazione stessa dell’adozione. Del suo impatto sul bambino, sulla famiglia e nel contesto sociale. I figli adottivi hanno il diritto di conoscere le loro origini. VERO Marco Chistolini, psicoterapeuta e responsabile scientifico di CIAI, ha suscitato molto interesse nel riportare l’esperienza trentennale di CIAI del “Viaggio di Ritorno alle Origini” – c.d. VRO - e nell’illustrare l’importanza del tornare non solo nel proprio Paese di origine ma soprattutto nei luoghi della propria infanzia. I dati della ricerca, realizzata dal’Università di Milano Bicocca in collaborazione con CIAI, è stata presentata per la prima volta al pubblico. Emerge che quella delViaggio nel Paese di nascita è un’esperienza da farsi ma solo quando il ragazzo ne ha desiderio, senza troppo pressioni da parte della famiglia, preferibilmente in gruppo e con un sostegno psicologico e professionale. E’ un’esperienza che non cambia la vita, nella maggior parte dei casi, ma che aiuta a posizionare un tassello del puzzle che spesso risulta mancante. Un vuoto che pesa. Per adottare basta l’amore. FALSO La tavola rotonda finale ci ha portato il punto di vista dei figli adottivi. Dalla voce di Kim, originario della Corea del Sud, di Devi, arrivata oltre 30 anni fa dall’India e di Yimtu, nata in Etiopia più di 20 anni fa, arriva la raccomandazione più accorata: le adozioni internazionali vanno fatte ma, per favore, fatele bene! Farle bene vuol dire che le famiglie adottive, soprattutto i genitori, devono essere aiutati a gestire la complessità che i figli adottivi portano e rispetto alla quale hanno bisogno di confronto, comprensione e condivisione. Farle bene vuole dire che devono essere seguite da professionisti in grado di occuparsi non solo della procedura ma di supportare i genitori adottivi. Tanti anni fa questi aiuti, questi sostegni, non c’erano e chi è stato forte è andato avanti ma tanti ragazzi, tante famiglie sono andate in crisi perché lasciate sole. E questi genitori non vanno lasciati soli. Hanno bisogno di tanto aiuto. Molto più dei figli adottivi! Nelle foto di Andrea Rossetti e Paolo Palmerini, alcuni momenti della Conferenza. *Responsabile Centro Studi CIAI 8 RAGAZZI al centro di Chiara Biffi ETIOPIA L’Etiopia è il paese più esteso e popoloso del Corno d’Africa ed è anche uno tra i più poveri del continente, classificandosi al 174° posto nell’Indice di Sviluppo Umano, elaborato dall’UNDP; si stima che l’Etiopia abbia una popolazione di circa 100 milioni di abitanti, a prevalenza rurale (84%) e giovane (44% sotto 15 anni di età e 18,5% tra i 15 e i 24 anni). Il reddito pro-capite mensile è poco superiore ai 100 dollari e circa l’80% della popolazione del Paese vive in condizioni di estrema povertà. La Regione Tigray, dove CIAI opera con il progetto “Giovani al centro!” realizzato in collaborazione con CCM-Comitato Collaborazione Medica e finanziato da AICS-Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, ha una popolazione stimata poco inferiore ai 5 milioni di persone, di cui quasi l’80% vive in zone rurali. Il Tigray è una regione profondamente caratterizzata dal fenomeno della migrazione, con circa 40.000 partenze all’anno e l’arrivo di migranti, sia interni (provenienti dalla regioni limitrofe), sia provenienti da Paesi stranieri, in particolare dall’Eritrea. Le vie di migrazione internazionale irregolare, consolidatesi negli ultimi anni, sono quelle che portano soprattutto verso il Mediterraneo, passando per Sudan e Libia, e verso la Penisola Arabica. Le persone migranti sono in larga parte giovani e mossi da ragioni prettamente socioeconomiche, povertà e limitate opportunità lavorative o comunque insufficienti al mantenimento individuale e familiare. Sono inoltre molto numerosi anche i “returnees”, vale a dire i migranti che rientrano nei propri luoghi di origine dopo esperienze di migrazione all’estero e con alle spalle trascorsi estremamente forti, spesso traumatici. Tutti questi giovani necessitano sicuramente della presenza di operatori capaci di prendersi cura delle vulnerabilità presenti, di un luogo in cui 9

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potersi confrontare e poter trovare soluzioni alternative alla migrazione. In tale situazione quindi, forte anche dell’esperienza già maturata nell’area con un piccolo intervento sempre finanziato dalla Cooperazione Italiana e della grande esperienza in loco di CCM, CIAI ha deciso di avviare un progetto nella zona Est della regione al confine con l’Eritrea, finalizzato al supporto psicosociale dei giovani più vulnerabili e che, potenzialmente, sono a rischio di migrazione irregolare. Tale supporto si integra anche con quello di altre Organizzazioni che lavorano al supporto attraverso formazione professionale e avvio di attività generatrici di reddito, con l’obiettivo di creare dei luoghi di aggregazione, scambio, partecipazione e supporto. I giovani infatti, spesso privi di opportunità lavorative e di crescita, si ritrovano a cadere in situazioni di estrema vulnerabilità, aggrappandosi ad alcol o droghe leggere, e rischiando di cadere nelle mani di trafficanti di esseri umani. CIAI lavora dunque nei Centri di Aggregazione Giovanile, alcuni dei quali presenti, altri da rendere attivi, identificandoli come luoghi in cui i giovani possano trovare un vero supporto e delle modalità di partecipazione verso la costruzione del proprio futuro. Per fare tutto ciò e per garantire sostenibilità al progetto, in questi mesi CIAI ha fornito formazione in supporto psico-sociale a 60 operatori sociali e sanitari, oltre che a 40 rappresentanti delle autorità locali; lo staff che lavora in loco è pronto ora a lavorare direttamente con i giovani. Diverse sono le attività che si intendono realizzare: dalla creazione di gruppi di supporto, alla fornitura di supporto psico-sociale individuale, ad attività partecipative (quali la realizzazione di un programma radiofonico e gruppi di autosupporto), all’avvio di una rete di protezione comunitaria che possa individuare le modalità migliori per supportare i giovani nel proprio percorso di crescita. Per sostenere questo progetto http://www.ciai.it/sostienici/donazioni/ Causale “Progetti inclusione” Il progetto è finanziato con il contributo di VIAGGIO DI RITORNO ALLE ORIGINI Siete una famiglia adottiva? Vostro figlio o vostra figlia sono nati in Etiopia? Se avete risposto sì a queste prime due domande e se avete in mente un viaggio di ritorno nel paese d’origine di vostro figlio…è il momento giusto per leggere le righe che seguono. CIAI sta organizzando un VRO, Viaggio d Ritorno alle Origini, in Etiopia che si svolgerà dal 26 dicembre 2018 all’8 gennaio 2019. Il viaggio di ritorno alle origini consente di assaporare, toccare con mano, il Paese di origine, di conoscerne il contesto socio-culturale e di visitare l’istituto di provenienza. Permette alla famiglia adottiva di condividere un’esperienza forte e coinvolgente: l’appartenenza al Paese diviene patrimonio dell’intero nucleo familiare. Il VRO può essere intrapreso con la famiglia adottiva, con il compagno/coniuge, o da solo, recandosi nel paese in cui è nato per un periodo di tempo limitato (15 giorni). La proposta di CIAI prevede un’ulteriore risorsa, il gruppo: recarsi nel Paese di origine dei propri figli con altre famiglie che condividono le stesse emozioni, le stesse paure e le stesse gioie, rende il viaggio già di per sé emotivamente molto coinvolgente, unico. Il gruppo è composto da un minimo di 10 a un massimo di 30 persone. Sulla base dell’esperienza di questi anni consigliamo di intraprendere il VRO se • l’adozione è stata realizzata da almeno 5 anni • l’età del figlio adottivo è superiore ai 9 anni. Il gruppo viene accompagnato da un operatore CIAI e da uno psicologo; queste stesse persone guidano gli incontri preliminari, quelli durante il viaggio e qualche mese dopo il rientro. Per il VRO in Etiopia sono ancora disponibili alcuni posti; se siete interessati, vi consigliamo di scrivere quanto prima a cristiana.carella@ciai.it 10 APPROFONDIMENTI Un anno in numeri, ricco di storie Presentato il Bilancio di Impatto sociale 2017 di Marina Raymondi * Nel mese di luglio CIAI ha pubblicato – e presentato a un evento molto partecipato presso il Centro San Fedele di Milano - il Bilancio di Impatto Sociale relativo alle attività dello scorso anno. Il Rapporto, oltre a riportare gli interventi realizzati dall’associazione, persegue l’obiettivo di valutarne l’impatto, rispetto a un cammino avviato da CIAI tre anni fa. Perché per CIAI, rendere conto del proprio operato trova soddisfazione nella verifica del cambiamento positivo che le attività hanno prodotto nella vita di ogni bambino di cui si è occupato. E perché questo cambiamento possa dirsi realizzato, è necessario verificare se, rispetto alla situazione di vulnerabilità di partenza, il bambino abbia migliorato la propria condizione, nel senso di vivere in una famiglia più affettiva e competente, all’interno di comunità inclusive e partecipative, governate da istituzioni attente al rispetto dei diritti dei bambini. Nel 2017, sono state 101.596 le persone che hanno avuto un cambiamento positivo diretto grazie all’azione di CIAI. Persone che hanno beneficiato direttamente di uno dei nostri interventi, contate singolarmente per nome e cognome, rispetto alle quali abbiamo potuto verificare il cambiamento nelle loro vite. Un cambiamento positivo, tramite una migliore tutela dei propri diritti, nel caso dei bambini, oppure tramite un’evoluzione delle proprie capacità di essere attore di maggiore tutela dei diritti da parte delle famiglie, delle loro comunità e istituzioni di riferimento. Oltre al 34% di beneficiari diretti, che sono bambini, si deve considerare che, per ciascuna persona, nel restante 64% di adulti, il cambiamento positivo è definito in base all’impatto sui bambini. Il nostro modo di lavorare ha infatti un approccio di tipo sistemico: per migliorare la condizione di vulnerabilità dei bambini, è infatti spesso preferibile e più efficace intervenire sulla famiglia, sui membri della comunità e delle istituzioni locali. Raggiungendo in questo modo un numero di bambini, beneficiari indiretti, molto più elevato, difficile da calcolare. Le attività del 2017 sono state realizzate in 12 Paesi del mondo, con 32 Progetti attivi di Cooperazione e con l’intervento di Adozione Internazionale che ha visto concludersi positivamente l’adozione di 35 bambini in 34 nuove famiglie. Grafico anno 2017 pag.17 e grafico adozioni realizzate pag27 Molteplici e diversificati sono stati i Servizi alle Famiglie organizzati su tutto il territorio italiano, in risposta a diversificate richieste di sostegno e accompagnamento “prima, durante e dopo l’adozione”, che hanno raggiunto oltre 4.000 genitori e 914 bambini e ragazzi. Accanto ai numeri, abbiamo voluto raccontare le storie. Impossibile raccontarle tutte. Ne abbiamo scelte alcune. Quella di Marc, ragazzo guineano partecipante del Laboratorio Diritti del Progetto “Ragazzi Harraga” di Palermo - che ha coinvolto più di 150 minorenni e neomaggiorenni migranti soli - che così racconta: “Finalmente mi sento un cittadino, perché la cittadinanza è conoscere il posto in cui vivi, sapere rispondere quando qualcuno te ne chiede la storia, condividerne dolori e gioie, come è successo quando ho incontrato le famiglie delle vittime di mafia”. O come quella di Mohammednur, di 12 anni, che in Etiopia ha beneficiato del Progetto di Emergenza “Acqua per tutti”, che così racconta: “In questi pochi mesi sono cambiate molte cose sia a casa che a scuola. A scuola abbiamo dei bagni, saponi per lavarsi le mani e altro materiale per pulire e soprattutto possiamo usare l’acqua quando abbiamo sete. Prima era davvero difficile … A casa adesso beviamo sempre l’acqua pulita che viene dal filtro che gli operatori hanno consegnato alla mia famiglia …. Né io né i miei genitori pensavamo che con poco potevamo cambiare tanto”. E’ quello che sperimentiamo ogni giorno: con poco, è possibile fare tanto! Quel poco che – grazie al sostegno, al lavoro e alla passione di 5.026 Sostenitori che hanno aiutato CIAI a portare avanti le proprie attività, di 500 volontari che hanno affiancato i 186 dipendenti e collaboratori, di 1.428 soci che hanno promosso la mission e di 74 Partner di progetto - ha cambiato la vita di oltre 100 mila persone, anzi, siccome per noi ogni persona è importante, di 101.596 persone. Vi pare poco? Con il 31 dicembre 2017 si sono conclusi i primi 50 anni di attività di CIAI. Era infatti il 26 gennaio 1968 quando un gruppo di famiglie decise di fondare l’associazione per promuovere e realizzare l’adozione internazionale – all’epoca sconosciuta in Italia – con l’idea di promuovere e realizzare l’accoglienza, come figli, di bambini abbandonati che vivevano in Paesi lontani. Da 11

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LA CASA SULL’ALBERO allora CIAI non ha mai smesso di essere a fianco dei bambini soli. Soli perché senza famiglia ma anche senza ascolto, senza educazione; bambini malati, in carcere, migranti. Ovunque siano, senza distinzione alcuna. Il Bilancio di Impatto Sociale del 2017 è diventata anche l’occasione per celebrare i primi 50 anni di CIAI, ripercorrendone anno per anno le tappe più significative e riaffermandone i “principi guida” per ribadire l’impegno verso i bambini e verso le comunità … perché nessun bambino sia più solo. (vedi pag XX) In 50 anni CIAI ha svolto le attività in 25 Paesi del mondo, garantendo protezione, inclusione sociale e benessere a circa 1 milione di persone, di cui la metà sono bambini. Fra questi anche 3.115 bambini che hanno trovato una famiglia in Italia attraverso l’adozione internazionale. Professionalità e trasparenza, cambiamento, valutazione di impatto … solo alcune parole per illustrare la modalità di lavoro di CIAI. Un “come lavoriamo” che fa la differenza rispetto ai risultati raggiunti e che si vogliono ottenere e che nel Bilancio viene illustrato con azioni e strumenti concreti: piani strategici, policy di protezione dei bambini, CIAI framework for accountability to affected people, bilancio economico certificato, ToC - teoria del cambiamento, indicatori di valutazione di impatto.. sono solo l’esempio dello sforzo che CIAI ha compiuto in questi anni e continua a perseguire per garantire coerenza, trasparenza e efficacia dotandosi di regole chiare e condivise. Perché CIAI porta avanti interventi complessi in contesti complessi, attraverso una struttura operativa che conta 48 dipendenti e collaboratori in Italia e 138 all’estero, in 18 sedi nel mondo. CIAI, nel tempo, ha sempre voluto mantenere la sua natura associativa per cui organo sovrano è l’Assemblea dei Soci che decide sulle attività, elegge il consiglio direttivo e approva i Bilanci. Per tutti questi motivi, il Bilancio di Impatto Sociale 2017 è un documento da leggere, rivolto sia a tutti gli stakeholder di CIAI che possono avere riscontro in dettaglio dell’azione di CIAI e del suo impatto, sia per far conoscere e apprezzare l’azione di CIAI a chi non ci conosce ancora e potrebbe essere interessato a sostenerci. Un Bilancio che, eccezionalmente, si apre con la lettera del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella - che ha voluto celebrare i 50 anni di CIAI inviandoci le sue parole in occasione dell’ultima Assemblea dei Soci - che si chiude con questo augurio: “L’azione sviluppata dal CIAI in mezzo secolo di vita, con una costante crescita di esperienze e affinamento nella protezione, promozione del benessere e inclusione dell’infanzia, merita incoraggiamento. Ogni azione di tutela dei diritti dei bambini contribuisce a rendere il mondo migliore”. Quale miglior incoraggiamento per affrontare al meglio i prossimi 50 anni? Il Bilancio di Impatto Sociale è consultabile sul sito CIAI http:// www.ciai.it/chi-siamo/trasparenza/ 12 *Responsabile Centro Studi CIAI Il galateo dell’adozione di Silvia M. Quante gaffes! Quanto imbarazzo e quanta ignoranza circondano il mondo dell’adozione! Sì, siamo circondati. Da gente che non sa cosa dire né come comportarsi di fronte alla nascita di una famiglia adottiva. E spesso, anziché tacere, fa le domande sbagliate oppure ferisce pensando di fare un complimento o dire qualcosa di simpatico. Mio marito, quando mi rammaricavo di tanta insensibilità, mi consolava ricordandomi che quelle persone non ne sapevano nulla e non si erano mai trovati prima in simili situazioni. Ed è vero: se per la gravidanza e la nascita ci sono millenni di consuetudini consolidate, di regole non scritte che assorbiamo fin da bambini, un rispetto per la maternità antico come il mondo… l’adozione è tutto sommato qualcosa di relativamente nuovo e raro. Nessun libro scolastico racconta come si senta una mamma in attesa di conoscere un figlio già nato, ma tutti noi abbiamo letto fin dalla prima elementare storie di mamme che tengono nella pancia il proprio bambino. Ben pochi film ritraggono padri in attesa di incontrare il bambino che è stato loro abbinato, che preparano le valigie per andare ad incontrarlo, o imbiancano 13

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e sistemano la sua cameretta, ma tutti noi abbiamo ben presenti scene di padri che passeggiano impazienti nei corridoi dell’ospedale o assistono terrorizzati al parto, che allestiscono camerette rosa o azzurre e comprano carrozzine. E non ho memoria di film che ti fanno calare nei panni di un bambino in attesa di una famiglia quando viene a sapere che i servizi sociali hanno trovato dei genitori adatti a lui. Come si sente? Quante aspettative, e quali paure lo assalgono? Ancora oggi, nel 2018, la famiglia adottiva viene ritenuta ‘strana’, anomala, particolare. Mentre i nostri bimbi vogliono… e hanno il diritto di sentirsi… COME TUTTI GLI ALTRI. È così che ho deciso di stilare una sorta di galateo; poche regole di buonsenso per chi, nonni amici e conoscenti, si trovasse a dare il benvenuto a una nuova famiglia, appena formatasi con l’arrivo di un bambino già nato. Quando arriva il bambino, qualunque età egli abbia, è bene fare un dono alla neo-mamma, come in uso con le puerpere (nessuno si sognerebbe di porgere dei pacchetti al neonato, in un reparto maternità!). Questo per 2 motivi: è preferibile dal punto di vista educativo che il bambino non venga improvvisamente inondato di regali, magari dopo anni di privazioni e assenze; sebbene la mamma adottiva non abbia vissuto la fatica del parto, ha indubbiamente vissuto l’incertezza e le paure dell’attesa (di solito più lunga e travagliata di 9 mesi!) e ne sta vivendo molte altre, forse meno note e meno visibili, ma è un bel segno di rispetto nei suoi confronti riconoscere l’importanza del nuovo ruolo che ricopre, soprattutto agli occhi del figlio. Personalmente, quando ho ricevuto una scatola di cioccolatini da una vicina di casa mi sono emozionata e commossa: dopo giorni in cui mio figlio di 6 anni riceveva decine di regali per il suo arrivo in famiglia, lei era la prima persona ad aver prestato attenzione a me, che ero appena diventata mamma, e cambiavo così radicalmente vita, abitudini, pensieri, prospettive. E ricordo perfettamente lo sguardo sorpreso di mio figlio di fronte a quel gesto e a quelle parole: “Questi sono per la mamma”. Lui non mi riconosceva ancora come tale, infatti, e ci sarebbe voluto ancora molto tempo perché lo facesse. Detto da un’altra mamma, significava: “Benvenuta nel club!”. L’ho molto apprezzato. Così come avrei apprezzato un mazzo di fiori, ma anche solo un biglietto, una visita, una telefonata dalle mie colleghe. E invece nulla. Mentre mio marito al suo ritorno al lavoro è stato accolto con uno striscione che conserviamo ancora con orgoglio: “Bentornato papà!” Evitare domande come: “Era orfano? Parla mai della sua famiglia d’origine? Capisce quello che diciamo? Si è ambientato?” Le risposte sono, nell’ordine: Quasi mai è orfano, e anche se lo fosse vorrebbe dire che tutti gli altri membri della famiglia, se ce n’erano, l’hanno abbandonato, se no non sarebbe qui. “Famiglia” è di solito un termine improprio se riferito alla provenienza dei nostri bambini.Se sono con noi è proprio perché di famiglia non ne avevano una nel vero senso della parola. Per quanto riguarda chi li ha messi al mondo, sì, spesso ne parlano, ma con noi, e la cosa non vi riguarda. Nessuno si sognerebbe di chiedere a un altro genitore: “Ma tuo figlio sa come e dove è stato concepito? Ne parla? E del parto, ne parlate mai?” Sono cose private, personali, no? Quanto a capire, sì, capisce tutto, tranne il motivo per cui state facendo queste domande, ma non lo capisco nemmeno io! E si è ambientato così come voi vi siete ambientati alla vita, e continuate a farlo giorno per giorno, con la fatica dei cambiamenti che intercorrono continuamente, vostro malgrado. Evitare commenti come: “Sembra figlio vostro!” Perché… lo è! Trattenersi dal chiedergli direttamente, magari notando un taglio d’occhi particolare o un colorito di pelle più deciso rispetto a quello del genitore: “Da dove vieni? Di dove sei?”. Perché sta imparando a sentirsi di qui, e le vostre osservazioni lo fanno solo sentire …alieno. Conosco un ventenne, adottato da una decina d’anni, che è solito rispondere in dialetto: “Vengo dal quartiere Tale. Sono della parrocchia di San Tizio”. Lasciando inalterata la curiosità di chi ha posto la domanda. Evitare di chiedere direttamente al bambino “Come ti trovi? Ti piace qui? Sei contento con questi genitori?” o al genitore davanti al figlio: “Come sta andando, è difficile? E’ docile o vi fa impazzire?”. E se a voi chiedessero davanti ai vostri figli: “Ti piace essere genitore? Sei pentito di averlo messo al mondo? Vorresti un figlio diverso da quello che hai? Avresti preferito un figlio più intelligente, sveglio e socievole come il mio? Hai mai pensato di abortire o di abbandonarlo?”. Come vi sentireste? E vi piaceva quando vi chiedevano davanti ai vostri genitori: “Vuoi più bene a mamma o a papà?”. E se qualcuno chiedesse ai vostri figli: “Avresti preferito nascere in una famiglia meravigliosa, vivere in un posto stupendo, con un castello a tua disposizione e dei genitori che giocano sempre con te e ti coccolano tutto il tempo, o ti va bene anche stare con questi due sfigati, sempre nervosi, che lavorano troppo, non hanno tempo per te, ti sgridano e non ti comprano tutto quello che vuoi?”. Se volete, posso provare a chiederglielo io… Ricordarsi che non esistono famiglie ‘normali’, genitori ‘veri’ né ‘vere mamme’. È così faticoso cancellare dal proprio vocabolario espressioni come “la sua vera mamma”, e “capita anche nelle famiglie normali”? Sono stata messa al mondo dagli stessi due individui che mi hanno cresciuta, ma non ho mai ritenuto “normale” la mia famiglia… significa forse che sono 14 stata adottata? A volte avrei voluto esserlo, …da qualche altra famiglia, in effetti! Riflettere prima di pensare che un bambino possa essere stato ‘scelto’ da un catalogo come tanta fiction ci ha fatto credere, o forse si faceva davvero in non so quale passato o continente. Perché mio figlio l’ho SCELTO sì, ma nel senso che ho scelto di essere sua madre e di averlo per figlio “così com’era”. Ma non è forse la stessa scelta che fa qualunque madre prima di partorire? Rinunciare a raccontare storie che conoscete per sentito dire, tipo dalla cugina della collega del vicino di casa di vostra zia. E magari storie dall’esito fallimentare… perché è come se smorzassi l’entusiasmo di una donna incinta raccontandole di quell’amica di mia sorella che all’ottavo mese non sentiva il battito e si è trovata a partorire un bambino morto. Commentare la notizia dell’adozione con frasi tipo: “Ah, … anch’io ne ho adottati tre, ma sono rimasti a casa loro”. Perché in tal caso vi sentirete domandare, dopo qualche secondo di silenzio: “…In che senso, scusa?” e vi troverete a dover spiegare che voi inviate dei soldini ogni mese a dei bambini (in qualche posto sperduto dell’Africa o dell’Asia) che non hanno alcun bisogno di essere adottati, che una famiglia ce l’hanno e che non avete affatto previsto di crescerli accogliendoli a casa vostra. Ma quello si chiama ‘sostegno a distanza’, e non ha nulla a che vedere con l’adozione. Astenersi dal chiedere: “Costa tanto? Quanto avete speso?”. Lo trovo indelicato quanto lo sarebbe da parte mia chiedervi quanto avete sborsato in visite e controlli, fecondazioni assistite e non, o la cifra spesa in pannolini, tira-latte e pappette nei primi mesi. Nessun genitore assennato oserebbe quantificare quelle somme per domandarsi se il gioco valga la candela. Anche perché, se lo scopo della domanda è insinuare che si è pagato un “prezzo” per diventare genitori, non posso che ribattere che i bambini non si comprano né si vendono. Ma è giusto pagare il lavoro di avvocati, psicologi e impiegate di associazioni che fanno incontrare gli uni e gli altri con coppie che intendono rivolgersi a professionisti per non incappare in gente senza scrupoli, ed esser sicure di accogliere bambini che di una famiglia hanno davvero bisogno. E poi si pagano i biglietti aerei per andare in paesi i cui bambini abbandonati non hanno speranza di trovare tutti una famiglia. E si pagano gli alberghi dove alloggiare con questi bambini nei primi tempi, condividendo con loro i primi passi nella terra d’origine. E se la prossima domanda è ‘perché all’estero?’ vi rispondo che per fortuna nel nostro paese sono pochissimi i bambini adottabili rispetto alle coppie disponibili, e che è bene che sia così, è segno che le reti familiari funzionano meglio che in passato e che si fa qualcosa per prevenire l’abbandono. Resistere alla tentazione di chiedere davanti al bambino, magari appena conosciuto: “Perché non un bambino italiano? Perché siete andati all’estero?”. Questi bambini SONO italiani a tutti gli effetti dal momento in cui diventano nostri figli e approdano con noi in Italia; i bambini adottabili in Italia sono pochissimi per fortuna e, a voler esser precisi, non sono necessariamente “italiani” (come cittadinanza, provenienza geografica o appartenenza etnica) ma la vera domanda è: che importanza ha? che differenza fa? Almeno per chi ha scelto il CIAI “un bambino è un bambino in tutto il mondo”. La curiosità è legittima, ma le fonti per informarvi su come funzioni l’adozione in Italia non mancano e non serve chiederlo proprio davanti al bambino, facendolo sentire ‘straniero’, ‘esotico’ o magari un ripiego. Non lodate apertamente il coraggio e lo spirito di avventura di questi genitori, analogo a quello di chiunque ne mette al mondo, data la dose di rischio e incertezza, ma ammirate in silenzio quello dei loro figli, che vivono un cambiamento RADICALE nella loro vita, talvolta l’ennesimo, ma finalmente quello definitivo. Loro malgrado si trovano a subire la scelta di resettarsi e riformattare la propria vita, con degli estranei, in un posto nuovo. Ma del resto nessuno di noi si è scelto dove nascere né da chi, e non avrebbe senso che un bambino si accollasse una scelta di tale portata. Il caso ha la sua buona dose di responsabilità, per tutti noi! La casa sull’albero è il sogno di molti bambini, tra cui il mio. E’ un rifugio sicuro, segreto, tutto per sè. Non è a terra né in aria. Ma vi si può osservare tutto dall’alto. Si fatica per costruirla, un po’ anche per salirci, ma vuoi mettere la soddisfazione? Una casa che poggia su un essere vivente, l’albero, che coi suoi rami abbraccia e protegge.   Quindi una casa che non ha fondamenta, ma RADICI. Una parola chiave, per i nostri bambini. E quello di cui le nostre famiglie hanno bisogno, insomma, per non svolazzare troppo.  15

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ADOZIONI Le sfidedelle famiglie adottive di Diego Lasio* In questi primi 50 anni di vita di CIAI sono state molte le sfide che in questo tempo le famiglie adottive hanno dovuto affrontare a causa del loro modo diverso di fare famiglia; al tempo stesso, sono molte le sfide che da parte loro le famiglie adottive hanno lanciato al comune modo di intendere la famiglia, facendosi promotrici di nuovi modelli relazionali, di nuovi valori e di nuove pratiche. È difficile fare un bilancio netto di quali sfide le famiglie adottive siano riuscite a superare nel confronto con il modello ideale/normativo di famiglia, così come è complicato valutare quali siano i mutamenti che esse sono riuscite a promuovere. Se la società si è per molti versi radicalmente trasformata nell’arco di questo mezzo secolo, al tempo stesso molte convinzioni profondamente radicate nella nostra cultura sono rimaste intatte e appaiono ancora largamente condivise, al punto che non è necessario discuterle per verificarne la fondatezza. Tracce di queste convinzioni si ritrovano in quei luoghi comuni riferiti a questioni familiari cui spesso si ricorre per dare forza ai propri discorsi. Il sangue non è acqua La convinzione a cui in modo più evidente le famiglie adottive si sottraggono, mettendo in discussione uno dei capisaldi su cui l’idea stessa di famiglia si basa, è che i legami di parentela abbiano il loro principale fondamento nella biologia. L’atto naturale della procreazione è tradizionalmente considerato il momento in cui prende avvio il legame familiare, legame considerato indissolubile e prevalente rispetto a qualunque altro tipo di relazione. Tale convinzione è talmente radicata che per metterla in discussione non sembrano sufficienti né i molti casi che dimostrano che il legame biologico non è di per sé in grado di garantire il legame affettivo, né quelli in cui la sua assenza non ostacola l’instaurarsi di legami intimi profondi e duraturi. La condivisione del patrimonio genetico è il parametro per stabilire chi è unito da legami reali e chi, invece, vive esperienze vicarie (come una vera madre, come un fratello…). Il legame biologico assume il valore di un indelebile substrato pre-culturale, considerato indipendente dalla qualità e quantità dei rapporti. Basti pensare all’enfasi normalmente attribuita alla ricerca dei veri genitori, considerata ineludibile per chiunque abbia vissuto la separazione dalla famiglia d’origine, anche indipendentemente dalle ragioni che hanno causato l’interruzione dei rapporti. La comune rappresentazione della parentela è connotata da un atteggiamento essenzialista che induce a ritenere che la condivisione dei geni di per sé rafforzi il legame tra le generazioni e alimenti il senso di appartenenza e di somiglianza tra consanguinei. La discendenza biologica, inoltre, è spesso associata all’illusione dell’immortalità: lasciare qualcosa che vada oltre la propria esistenza, seminare il proprio patrimonio genetico, mandare avanti la continuazione della specie (idea, questa, spesso associata all’idea di superiorità di certe specie rispetto ad altre). L’adozione, interrompendo (nella maggior parte dei casi) il legame biologico e costruendo parentele in sua assenza, ha dovuto fare i conti, e forse almeno in parte ancora deve, con stereotipi e pregiudizi ampiamente diffusi nel senso comune e i cui riflessi si ritrovano inevitabilmente anche nella riflessione scientifica. Eppure, nel tempo le famiglie adottive hanno mostrato che i loro legami sono solidi indipendentemente dal sangue – lo provano anche i numeri molto contenuti dei cosiddetti fallimenti adottivi –, facendosi pioniere di un’idea diversa di parentela. 16 La mamma è sempre la mamma L’universalità del desiderio di maternità, le capacità istintive e naturali della madre di prendersi cura della prole, il legame che si crea già nel periodo prenatale… sono molte le implicazioni, considerate tanto naturali quanto scontate, che si nascondono dietro un modo di dire come questo. L’esperienza della maternità è considerata distintiva per la donna, il compimento del principale mandato del genere femminile, mentre l’atto del dare vita assume il valore di ciò che, tramite il corpo della donna, dà origine alla famiglia. Le donne che non accedono alla procreazione, per scelta o per impossibilità, conoscono il peso di questi discorsi: chi non vuole o non può avere figli non rientra nell’ideale della donna normale, è altro rispetto all’atteso e all’accettato. Inoltre, l’ordine di genere che indirizza le nostre esperienze in base al fatto di essere donne o uomini, ha tradizionalmente stabilito anche compiti, ruoli e funzioni differenti nell’esercizio della genitorialità: la madre che nutre e cura, proiettata verso l’affettività, la relazione, l’intimità, e il padre che vede e provvede, custode della norma e deputato al sostentamento della famiglia. L’adozione, avendo origine molto spesso da situazione in cui le funzioni genitoriali non sono state esercitate adeguatamente nel nucleo di origine, mostra che le presunte capacità istintive non sono scontate, che l’aver messo al mondo dei figli non assicura un legame funzionale al soddisfacimento dei loro bisogni. Al tempo stesso, le mamme adottive costruiscono e agiscono una maternità altra, quella di un figlio o una figlia che non hanno concepito, portato in grembo, partorito, allattato... Anche i padri adottivi partecipano a questa sfida, in molti casi sin dal momento in cui le difficoltà procreative mettono in discussione la loro maschilità, anch’essa carica di aspettative e oggetto di giudizio. Così come, durante tutto il percorso della genitorialità adottiva, giocano spesso una paternità nuova: dalla fase dell’attesa, nella quale sono coinvolti tanto quanto le compagne, alla quotidianità dei rapporti con il bambino o la bambina che, per le esperienze vissute e i bisogni che porta, può richiedere ai genitori di andare oltre gli schemi predefiniti del ruolo di genere. Difatti, molte ricerche hanno dato prova di una distribuzione più egualitaria delle responsabilità genitoriali tra i genitori adottivi, un coinvolgimento maggiore dei padri adottivi e una qualità migliore della loro relazione con i figli rispetto ai padri non adottivi. Di famiglia ce n’è una sola Secondo l’accezione più comune di famiglia, essa è il luogo in cui si realizza la sovrapposizione tra il legame affettivo e la condivisione dello spazio fisico. La famiglia come casa, spazio di relazioni intime privilegiate ed esclusive. Una nozione questa della quale si trova traccia anche nella letteratura scientifica dove il comune ricorso al concetto di confine rimanda sia al limite che definisce lo spazio fisico in cui coabitano i membri del nucleo familiare, sia alla distinzione sul piano affettivo tra chi ne fa parte e chi no. L’adozione porta sempre con sé, anche se solo a livello simbolico e non in modo sincrono, l’appartenenza a due luoghi distinti e, anche se profondamente differenti, a due contesti relazionali affettivamente significativi. Di fronte a questa sfida posta al comune modo di intendere la famiglia, l’adozione è stata a lungo considerata una seconda nascita, così da garantire da un lato il diritto all’oblio da parte del bambino o della bambina delle esperienze traumatiche passate, dall’altro l’esclusività dell’appartenenza familiare. Oggi, grazie all’esperienza accumulata in tanti anni di storie adottive, al passato si attribuisce un posto differente: non più nascosto, messo a tacere, negato, ma raccontato, elaborato, compreso. Col tempo si è capito quanto sia fondamentale la riflessione sulla propria storia per lo sviluppo di una -competenza autobiografica che consenta di conoscere le proprie caratteristiche e le esperienze che le hanno influenzate. Il contesto familiare d’origine è simbolicamente sempre presente per chi ha vissuto l’esperienza dell’abbandono e a esso è quindi necessario volgere lo sguardo per elaborare e comprendere quanto accaduto. Questo nuovo modo di guardare al passato, insieme al superamento dell’idea di esclusività dell’appartenenza familiare, apre anche alla possibilità di forme diverse di adozione (come l’adozione aperta, sulla quale il dibattito è in corso), che permettano, laddove lo si valuti opportuno, il mantenimento dei legami con il nucleo familiare di origine o con parte di esso. Mogli e buoi dei paesi tuoi L’adozione sfida anche un altro presupposto su cui si fonda la rappresentazione della famiglia che riguarda la continuità tra la famiglia stessa e il suo sistema socio-culturale di appartenenza. Il contesto familiare è concepito come il luogo in cui si riproducono i valori, le norme, le consuetudini, le tradizioni su cui la vita collettiva si fonda e che garantisce, quindi, la riproduzione della società stessa. Famiglia come cellula della società, secondo un’accezione condivisa dalle discipline accademiche, dal diritto e dalla religione. I cambiamenti introdotti dalle famiglie adottive rispetto alla rilevanza della biologia nella parentela, al ruolo del genere (maschile o femminile) nella genitorialità e all’esclusività dell’appartenenza familiare rappresentano una sfida ai principi su cui l’idea di famiglia si fonda e costituiscono, quindi, una discontinuità culturale rispetto al modo di intendere un elemento cardine della società. Essere promotrici di questo turbamento all’ordine simbolico per le famiglie adottive significa anche esporsi al giudizio per la differenza di cui sono portatrici. Nell’adozione, in quella internazionale come molto spesso in quella nazionale, la differenza più evidente è quella somatica tra genitori e figli; ma l’essere appartenuti in passato a un altro contesto familiare porta con sé anche altre diversità – di abitudini, di rituali, di storie – che possono essere mantenute e diventare parte integrante della famiglia adottiva. La diversità è spesso origine di difficoltà nel rapporto con il contesto: i ragazzi e le ragazze adottate, pur avendo pieni diritti di cittadinanza e acquisendo gran parte degli usi e costumi dei loro genitori, nella percezione sociale a volte rimangono stranieri e a ciò spesso si associa l’idea del pericolo a cui la società si sente esposta quando è attraversata dalla diversità. Qual è il rapporto ideale tra la continuità e il cambiamento? È meglio assomigliare quanto più possibile o mantenere la differenza? Una volta, a una ragazza italiana nata in India 35 anni fa fu chiesto quanto, in percentuale, si sentisse italiana e quanto indiana: “al 100% italiana e al 100% indiana” è stata la sua risposta, espressione di un senso di identità (termine che deriva da idem, che vuol dire medesimo) che non esclude la diversità. Queste sono alcune delle sfide che le famiglie adottive hanno dovuto affrontare e che, d’altro lato, loro stesse hanno promosso. Tirare le somme non è un’operazione semplice, ma certamente 50 anni di storie di adozione hanno contribuito a mettere in discussione molte idee sulla famiglia che per molte persone, anche appartenenti ad altre configurazioni familiari, hanno costituito un vincolo e una preclusione alla possibilità di vivere appieno la propria soggettività. *Psicologo, consulente CIAI 17

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A PROPOSITO DI ADOZIONI Ci siamo anche noi a cura del GTM, Gruppo Territoriale Milano, Benedetta-Carla-Lucia-Cristina “La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica.” (De Saint-Exupéry – Il piccolo principe) Accompagnare i nostri figli nel loro percorso di vita non è cosa semplice, come per tutti i genitori; a differenza degli altri, tuttavia, quando noi per la prima volta abbiamo incontrato i nostri figli, tutti, avevano già una storia, iniziata “dall’altra parte del mondo” o “dietro l’angolo”, come ci piace ripetere loro quando ci chiedono di raccontare del loro passato, e si portano dietro esperienze, culture, colori, sapori che non sono “nostri” o meglio, che prima di sapere di loro non erano” nostri”, ma lo sono diventati con il tempo. Prima di adottare i miei due figli mi capitava di mangiare “cinese” saltuariamente, ma non avevo mai festeggiato il Capodanno cinese; da quando ci sono loro non me ne perdo uno!!! Il CIAI ci ha proposto di dedicare una pagina dell’”Albero verde” alle nostre esperienze. Abbiamo così pensato di creare uno spazio di confronto tra soci, all’interno del quale riportare della nostra quotidianità attraverso consigli utili, riflessioni più approfondite, recensioni di libri ed altro ancora. Chiunque abbia voglia può contribuire inviando suggerimenti, recensioni, ricette, ecc. a gtm@ciai.it Uno spazio fisso sarà anche dedicato alle lettere. Vi aspettiamo! Incontri con bisogni speciali dei nostri figli Labiopalatoschisi: sulla scheda di presentazione una delle caratteristiche di nostro figlio…subito cercata nell’incontro con le sue prime foto. Commenti emozionati di noi due, persone che in quel momento diventavano genitori: “guarda non si vede poi tanto..”, risposta del referente CIAI: “però c’è e anche importante!”. Gli esiti della labiopalatoschisi sul viso di qualcuno si notano meno, su altre persone le cicatrici sono più evidenti ma si tratta comunque in tutte le situazioni di una condizione morfologica e strutturale, che deriva da una incompleta formazione della bocca, con interessamento del labbro superiore, del palato, dei denti e delle narici, con marcate differenze individuali rispetto l’incidenza della funzionalità del linguaggio verbale e solo in alcuni casi collegata a riduzione dell’udito. Una situazione cronica per la quale possono essere necessari interventi chirurgici, terapie logopediche e cure odontotecniche, una condizione che comunque permette di vivere una vita normale, con relazioni adeguate in tutti i contesti. Certo i bambini con esiti di LPS fanno più fatica nella loro quotidianità e nel loro percorso di crescita: gli sguardi della gente non li risparmiano e non 18 sempre gli estranei li riescono a comprendere al primo colpo… ma la LPS è assolutamente gestibile, importante non farsi spaventare da questo bisogno speciale. Utile affidarsi a un centro specializzato per una presa in carico globale grazie a equipe multidisciplinari, con medico chirurgo plastico maxillo-facciale, ortodontista, otorinolaringoiatra, logopedista, psicologo che possa trattare la condizione da tutti i punti di vista. Provato per voi: Centro Smile House, ospedale San Paolo Milano La nostra esperienza è positiva, la fama di centro di eccellenza si riscontra nella cura degli specialisti nei confronti di ciascun paziente: lavorano in raccordo e predispongono il piano di intervento/trattamento più indicato per ciascuno. I nostri figli che arrivano con la “bocca scucita” (ma di solito arrivano con almeno fatta la prima imbastitura..) partono con un deficit e con terreno da recuperare ma un buon percorso di supporto allo sviluppo li pone nella condizione di affrontare tutte le tappe evolutive (sia che la famiglia faccia o meno la scelta di accompagnarli con un percorso di L. 104 e quindi riconoscimento di una condizione di invalidità) nelle medesime condizioni dei coetanei in termini di opportunità. Certo ci sono dei periodi in cui la labiopalatoschisi impatta maggiormente anche a livello psicologico su di loro ( e su di noi…) ad esempio durante la pubertà e l’adolescenza dove si fanno i conti con il proprio corpo che cambia e dove le imperfezioni risuonano e ci si sente fuori posto secondo i canoni estetici del gruppo dei pari. Importante prevedere in questa fase critica un supporto che li accompagni a rielaborare oltre alla propria storia adottiva anche questa “diversità”. Un giorno senza sorriso è un giorno perso, come dice Charlie Chaplin e i sorrisi un po’ sgangherati dei nostri bambini e ragazzi con LPS ripagano delle fatiche della cura e indicano la strada per l’orientamento verso il loro posto nel mondo. Carla Letto per voi Un piccolo libro che si legge d’un fiato. Si trovano condensate molte tematiche che riguardano l’adozione: l’attesa di un figlio che non arriva e l’incontro dall’altra parte del mondo, il viaggio di ritorno alle origini e i legami con il proprio passato. Ciò che rende particolare questo racconto riguarda in realtà la protagonista: un’adottiva adulta, mamma adottiva a sua volta. Questo è l’aspetto specifico di questo libro, che trovo riecheggiare nelle parole di mio figlio (S. anni 12) che esordisce con “chissà se avrò un figlio... se no lo adotto.” per poi chiudere con “me lo sento, sarà una bambina”. Ecco quest’idea che nell’adozione possa circolare generatività mi rinforza e mi conforta..: come un cerchio che si chiude. Giusi Musumeci, “Amata da sempre. Storia di una figlia adottiva”. Ed. La Fontana di Siloe “Poi eravamo arrivati noi. Avevamo portato nella sua esistenza l’abbraccio e perciò l’abbandono. La gioia e perciò il dolore”. L’adozione internazionale raccontata da un papà. Un viaggio in Kenya durato nove mesi, questo il tempo previsto da quel paese per diventare genitori adottivi. Un racconto dal quale emergono le contraddizioni di un paese, di una bellezza incontaminata ma faticoso, e tutti i dubbi e le fragilità insite nella scelta di diventare i genitori di un bambino che arriva da una realtà che non si conosce. L’unica certezza è la volontà di costituire una nuova famiglia e per diventarlo non ci sono regole bisogna solo mettersi in gioco con sincerità e determinazione. Nessun consiglio o aiuto: “l’ingrediente segreto è che non esiste un ingrediente segreto”(kung Fu Panda). Il modo per diventare famiglia è diverso per ciascuno di noi, ma è possibile. “Tra poco si sarebbero svegliati tutti, e non avrei avuto altra possibilità che vivere, lasciando che ogni cosa mi dilagasse dentro”. Massimo Bavastro, “Il bambino promesso”, Edizione Nutrimenti  19

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CAMBOGIA La Mobile Clinic non si ferma di Nicolas Savajol* Dopo 3 anni di azioni focalizzate alla valorizzazione della tutela della salute materno infantile presso le popolazioni che vivono in remoti villaggi nelle colline della provincia di Mondulkiri, il Progetto Equity è giunto a termine alla fine di aprile 2018. Grazie ai 167 interventi della Mobile Clinic, nei 3 anni previsti del progetto 6.579 bambini hanno ricevuto cure e 298 donne incinte hanno avuto cure prenatali grazie ad una ostetrica opportunamente formata Questi risultati contano molto per molte persone che vivono in queste aree remote della provincia, dove spesso è difficile se non impossibile raggiungere I centri salute a causa delle pessime condizioni delle strade. Inoltre, sono stati organizzati per le mamme corsi di igiene e nutrizione con classi di cucina che hanno insegnato alle donne a preparare cibi altamente nutrienti con materie prime reperibili in loco e a sensibilizzarle sull’importanza della corretta alimentazione per I bambini più piccoli. Alla fine, sono stati effettuati vari corsi di formazione tecnica per le ostetriche locali per migliorare le loro abilità. Le sessioni di coaching regolari con i formatori del dipartimento della salute hanno aiutato a monitorare e rafforzare i progressi delle ostetriche. Aumentare la qualità dei servizi e la presenza dell’ostetrica presso il centro di salute è stato molto importante per aumentare la fiducia, decisamente scarsa, che gli abitanti dei villaggi, in particolare le donne, avevano nel sistema sanitario pubblico. Alla fine del progetto abbiamo notato un forte aumento di quella fiducia che può essere valutata dal notevole aumento del numero di donne che accedono ai servizi di salute materno-infantile. Un’ altra componente fondamentale di questo progetto è stato il miglioramento della domanda di assistenza sanitaria di qualità da parte delle comunità locali stesse. Un lungo lavoro di sensibilizzazione e presa di coscienza della comunità svolto da CIAI nella provincia, ha generato un approccio partecipativo (che è iniziato con l’identificazione dei principali problemi di salute); tale approccio ha facilitato lo sviluppo di piani d’azione da parte di gruppi di genitori e madri. L’attuazione di tali piani è stata quindi supportata dal progetto in modo che i corsi di formazione sanitaria, le visite di consulenza, il forum sulla salute, ecc. fossero implementati per affrontare i problemi di salute con i volontari locali dei villaggi (VHSG) al centro dell’azione. Nonostante la chiusura del progetto, alcune di queste azioni avviate da gruppi di madri e padri continueranno. È, soprattutto, il volontario dellasalutedelvillaggioche continuerà a mantenere una posizione chiave a livello di villaggio per consigliare le coppie sulla gravidanza e indirizzarle verso strutture sanitarie adeguate. Grazie al finanziamenti di Fondazione Mediolanum, la Mobile Clinic proseguirà le sue attività, per consentire a CIAI di fornire questo servizio chiave ai bambini nelle aree remote della provincia. Inoltre, continueranno a essere seguiti gruppi di genitori a cui verrà fornito un supporto specifico. Il progetto presterà inoltre maggiore attenzione alla protezione dei minori, impegnandosi nello sviluppo di una rete di protezione dell’infanzia nella provincia. *Sede CIAI Cambogia 20 ESPERIENZE Mi racconto la mia storia Laboratorio di narrazione per adulti adottati di Devi Vettori e Daria Vettori Finché le cose non le si sanno, non fanno male. Però pensai che ora mi faceva molto male quel che non sapevo… Non avrò mai risposta a questa domanda che, da allora, occupa un posto nel settore ,“questioni irrisolte”. Ma me la tengo e me la godo così, senza alcuna voglia di sapere la risposta. Perché è vero che la conoscenza è forza, ma è anche vero che il mistero possiede una dolcezza speciale.” (Ci sono bambini a zig zag - David Grossman) La fiaba come struttura. Dopo alcuni momenti di riflessione e confronto in cui abbiamo cercato di rendere risorsa anche la nostre differenze, di esperienza e formazione, siamo arrivate alla conclusione di proporre agli adulti adottati (cioè persone che avessero compiuto dai 18 anni in su), un’ esperienza di scrittura narrativa sulla propria storia. Abbiamo scelto di non darci troppe regole o strutture, in modo da consentire l’espressione creativa e libera di ciascuno. Le uniche regole sarebbero state: “Scegli che cosa vuoi raccontare e poi prova ad utilizzare come – schema - di questo racconto la fiaba. Intendendo per fiaba una storia in cui vi sono buoni, cattivi, un protagonista, e i suoi aiutanti, e un antagonista, e i suoi eventuali aiutanti. E poi, naturalmente una fiaba ha sempre un lieto fine”. L’altra regola fondamentale era quella della scrittura, in quanto, la sola immaginazione e narrazione, rischiano di far perdere la dimensione contenitiva della struttura del testo, oltre al fatto che lo stesso processo elaborativo cambia (vedi Duccio Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, 1995). Il gruppo di Bologna. Alla proposta non ha aderito un numero molto alto di persone, ma ciò non ha impedito a noi conduttori di portare comunque avanti il progetto, arrivando a fare insieme una esperienza veramente eccezionale. Le persone che hanno partecipato avevano un età compresa tra i 18 e i 50 anni, anche se la maggior parte si collocava in una età molto giovane (entro i 30). Fin da subito è stato evidente che, sebbene non fosse chiaro a loro come avremmo condotto il lavoro, tutti hanno portato il bisogno di affrontare alcune fatiche del presente che avevano chiare radici nel loro passato. Dunque, senza nemmeno averlo esplicitato, tutti i partecipanti hanno colto appieno il senso di questo lavoro, come una opportunità ri-consolidare memorie e vissuti, in modo da poterli sentire come risorsa piuttosto che come limite per la propria vita di oggi. Inoltre, indubbiamente, il fatto che fossero giovani e quasi tutti in una fase evolutiva importante, ha spostato il lavoro di narrazione più sull’autoriflessione, che sulla necessità di parlare all’esterno della propria storia. “Ci sono delle situazioni, che anche senza comprendere il motivo, c’è sempre qualcosa che mi riporta ad una memoria antica, che mi viene da dentro. Rimane quel buco aperto, in cui poi si incanala tutto.” Il percorso per individuare il momento che si voleva raccontare, 21

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è dunque stato, già di per sé, molto importante ed interessante. Infatti, inizialmente, la credenza era quella di dover prendere in considerazione tutto l’arco della vita. Nel momento in cui sono stati legittimati a scegliere anche un passaggio specifico, tutto è stato più semplice e chiaro. Una volta trovato l’episodio o il periodo da raccontare, ci siamo focalizzati sul pensare a chi fosse il protagonista a cui volevamo dar voce. Nella maggior parte dei casi, è risultato essere un racconto in prima persona, qualcuno però, ha anche scelto di attribuire questo ruolo ad un’entità più indefinita o metaforica. “Ho pensato alla pioggia in due modi, prima, come lacrime di mia madre che piangeva per me, e poi, come se fossero il suo modo di lavarmi via da sé” Inizialmente è stato un po’ difficile l’utilizzo della parola scritta, per questo abbiamo tenuto a sottolineare che non si trattava della ricerca di una bella scrittura o di dover costruire un testo corretto. La consegna era quella di lasciar fluire la penna, seguendo immagini, pensieri, emozioni e sensazioni. In questo, ha aiutato significativamente il gioco delle carte del gioco Dixit che abbiamo utilizzato proprio nel momento di conoscenza iniziale, per far provare direttamente quanto mettere in gioco la propria creatività, sia più semplice di quanto non si creda. “Nella mia storia è complicato, ci sono molti cattivi, che però non sono cattivi , forse, del tutto. È complicato, non so…” L’ultima parte è stata forse la più complessa, infatti abbiamo chiesto loro di individuare un antagonista nella loro storia e tutti hanno manifestato la difficoltà ad attribuire un ruolo così netto e connotato negativamente a qualcuno. Soltanto provando ad allargare il campo d’azione e inserendo questo ruolo, in una visione in cui, nella vita anche noi stessi possiamo essere antagonisti del nostro percorso e che, comunque, l’obiettivo era di ascoltare questa voce contrapposta, per poter raccontare anche la sua storia, è stato possibile prenderla in considerazione e scriverne. L’importanza del gruppo. In tutto il percorso, la condivisione con il gruppo è stata fondamentale e ha velocizzato molti passaggi. Fin da subito si sono manifestati supporto e confronto, mettendo in atto la capacità di essere specchio empatico, l’uno con l’altro e di fornire dei rimandi utili all’elaborazione di tutti. Il gruppo ha costruito, fin da subito, un legame di tacita fiducia, per cui si sono svelate particolari sfumature del proprio vissuto anche molto forti e coinvolgenti e in questo, la possibilità di avere immediatamente un riscontro dagli altri partecipanti, ha reso tale momenti pieni di significato, per chi raccontava, ma anche per chi ascoltava, in modo partecipe e che in ogni occasione, ha saputo essere compagno di strada sensibile. “Scriverlo è stato bello, raccontarlo ad altri, come me, è stato emozionante”. La presenza degli altri ha consentito di fare alcuni passaggi fondamentali, che, forse sarebbero rimasti sospesi ed irrisolti se vissuti individualmente. Nella condivisione ed identificazione, è stato possibile incontrare parti di se rimaste non narrate nella propria storia. L’ascolto attivo, gli uni degli altri, sospeso da ogni giudizio o colpa, ha consentito di scorgere nella propria storia cose mai viste, di cambiare i piani di osservazione, accorgendosi dell’importanza di alcune figure di sfondo o di possibili altre interpretazioni. L’incontro con l’altro ha fatto spazio ad altre emozioni o elaborazioni. Quando, infatti, narro a qualcun altro ciò che ho scritto, attivo un processo di esternalizzazione del sentire che diviene di per se elaborazione. “Ho scritto una lettera , per i miei genitori adottivi, ma ho paura di farli soffrire, non so se gliela darò mai”. Ciò che la dimensione di gruppo ha, inoltre, fatto emergere, è il fatto che spesso i ragazzi non riescono a fare questi passaggi con i genitori. Essi infatti tendono ad attivare meccanismi di protezione nei confronti di adulti che “hanno già fatto soffrire abbastanza” o che “non potrebbero capire”. Di fatto sembra emergere, nonostante l’età adulta, la paura che la propria storia non possa essere fino in fondo condivisa, e che possa far male o mostrare delle parti di se ai propri genitori “non belle”. Sembra che, in questo senso, l’essere adulti non corrisponda ad un superamento di questi nodi, che rimangono al di la dell’età, forse a causa di un gioco tra figli e adulti, in cui reciprocamente si continua ad essere profondamente ambivalenti, tra il desiderio di separarsi e la paura di lasciarsi reciprocamente troppo deboli. Entrambi, adulti e figli, intrappolati in una idea di ferita mai riparata e riparabile. In realtà nel confronto finale del gruppo, il fatto di arrivare a riconoscere queste modalità sembra essere divenuto centrale. La necessità quindi di poter immaginare, per poter diventare grandi, di raccontare, senza paura, proprio anche ai propri genitori, la storia che si è arrivati in un certo momento della propria vita, a narrarsi. Una storia che, in quanto vera in questo momento, non può essere tenuta nascosta. Il rischio senò è quello di metterla in atto in comportamenti che, però, rimangono come agiti non compresi. Condurre in coppia. Infine mi piace ricordare come l’essere in due a condurre il gruppo è stato un elemento importante, perché facendo interagire la parte creativa ed esperienziale, con la presenza di chi invece poteva e sapeva raccogliere le riflessioni e i passaggi più critici, proponendo spunti di elaborazione, ha fatto sì, che il tutto fosse risultasse fluido. Il fatto che vi fosse una persona adottata a co-condurre il gruppo, è stato indubbiamente un valore aggiunto fondamentale, in quanto ha consentito, con i suoi racconti di vita, di sollecitare i processi di identificazione e la libertà vera di espressione. Per quello che riguarda la presenza, invece, di una psicologa, risulta essere fondamentale, in quanto nel corso del lavoro di narrazione sono emersi aspetti molto delicati della propria 22 vita passata e presente. Il fatto che nel momento presente vi fosse qualcuno in grado di cogliere quanto stava avvenendo e di interpretare, ha consentito di poter veramente usare il gruppo come una entità capace di contenimento e pensiero. Devi L’idea di un laboratorio di scrittura, che riprendesse aspetti della propria storia personale, mi è venuta pensando a quando, da piccola mi raccontavo di essere figlia di un Maharaja indiano e della sua principessa, rendendo così il mio abbandono qualcosa di più accettabile. Nel tempo ho poi continuato ad elaborare la mia storia e ad ogni passaggio importante ho scomposto il mio puzzle e rimesso insieme i pezzi in un modo nuovo per renderlo ogni volta più somigliante alla persona che stavo diventando. Credo che affrontare il proprio vissuto con l’aiuto del strumento della narrazione sia un buon modo per trovare a sciogliere dei nodi servendosi di un buon filtro. Daria Quando Devi ha iniziato a parlarmi di questa idea, io stavo conducendo un gruppo di adulti adottivi al quale anche lei partecipava. Credo sia stata, in parte, anche questa esperienza bellissima fatta insieme, ma con ruoli differenti, ad averla sollecitata. Capitava spesso, nel gruppo, di condividere la fatica, ma la necessità del racconto della propria storia. Da una parte vi era il desiderio di “far uscire” ciò che era come incistato nella mente e nel cuore, ancora fonte di dolore e spesso motivo di difficoltà nella vita di tutti i giorni. Dall’altro l’ansia di rivivere, di perdersi in questi passaggi, la confusione di ciò che, forse, non era mai stato organizzato in una storia narrabile, bloccava e faceva paura. Inoltre vi era la consapevolezza che la necessità di arrivare a potersi narrare da grandi, fosse fondamentale per prepararsi all’incontro con altre persone significative, come i partners e i figli. 23

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CAMPAGNE L’inizio di una nuova vita di Francesca Mineo La lunga attesa è terminata e un giorno di fine maggio si è trasformato in festa per CIAI e la rete di partner che ogni giorno rendono saldo il progetto Ragazzi Harraga, costruendo legami con tanti giovani ormai non più soli. Per otto migranti neomaggiorenni, arrivati soli in Italia, è stato più che una festa: un traguardo raggiunto e l’inizio di una nuova vita. E’ stata inaugurata a Ballarò, nel quartiere dell’Albergheria a Palermo, Casa Santa Chiara, tangibile segno di un modello di accoglienza nuovo e possibile. 21 maggio: una splendida giornata - Appena entrati nel complesso di Santa Chiara, lo scorso 21 maggio, se ne aveva percezione: il cortile dell’oratorio era gremito di bambini che giocavano al pallone, maschi con le magliette di giocatori italiani e femmine che si mescolavano alla squadra improvvisata o si rincorrevano da porta a porta. Bambini palermitani - italiani, originari di paesi africani o del Bangladesh - che da sempre dopo la scuola riempiono con i loro schiamazzi le giornate del complesso Santa Chiara, centro salesiano diventato luogo di aggregazione e dopo scuola nel quartiere. Qui ogni giorno transitano per gioco, studio, amicizia, aiuto reciproco oltre cento tra bambini e ragazzi, coordinati da una trentina di volontari, sotto lo sguardo (e non solo) vigile di don Enzo Volpe. “Santa Chiara da sempre è casa per tutti e non ha mai perso la sua attenzione verso i migranti, i bambini e i ragazzi e le donne - dice don Enzo, presidente dell’associazione Santa Chiara - Alcune di loro qui hanno avviato un gruppo ‘Filo da torcere”, per insegnare ad altre mamme la piccola sartoria. E’ stato quindi semplice, direi naturale aprire qui Casa Santa Chiara”. Casa Santa Chiara - La Casa è luogo che testimonia con la sua presenza un modello di accoglienza e condivisione per migranti appena maggiorenni arrivati in Italia da minori soli. Questa esperienza di coabitazione, innovativa e sostenibile, è stata resa possibile grazie al progetto Ragazzi Harraga, coordinato da CIAI e realizzato da un’alleanza di partner locali e nazionali nell’ambito dell’iniziativa “Never Alone, per un domani possibile”.  Per un anno i primi 8 ragazzi selezionati abiteranno la Casa, mentre saranno accompagnati a proseguire il loro cammino personale verso l’autonomia: al termine dei 12 mesi, questi giovani passeranno la staffetta ad altri compagni che, con la garanzia di un alloggio, avranno la possibilità di rafforzare il loro percorso di inserimento nella realtà cittadina. “Casa Santa Chiara è insieme un progetto pilota e un tassello importante di Ragazzi Harraga - dice Paola Crestani, presidente CIAI -: questo intervento rappresenta per noi un traguardo nell’accoglienza, nell’inclusione, nel lavoro di rete con tanti partner, ciascuno prezioso e indispensabile per assicurare accoglienza e piena inclusione nella società. A questi ragazzi sono felice di dire, oggi: non siete più soli”. La struttura è stata rimessa a nuovo di recente proprio grazie al progetto Ragazzi Harraga. “Si tratta di una vera e propria casa con spazi ampi e ospitali, dedicata a ragazzi che, fuoriusciti dal circuito dell’accoglienza istituzionale, hanno però bisogno ancora di un sostegno verso la piena autonomia - dice Alessandra Sciurba che per CIAI coordina il progetto – Per 400 minori migranti soli il progetto ha dato avvio a percorsi laboratoriali e di inserimento lavorativo, ma non potevamo non occuparci anche di quel momento delicatissimo che è il passaggio alla maggiore età, quando anche i migliori processi di inclusione rischiano di venire vanificati se, di 24 colpo, si abbandona questi ragazzi a loro stessi”. Vivere a Santa Chiara - La vita quotidiana a Casa Santa Chiara sarà un ulteriore passo in avanti, occasione di condivisione e arricchimento personale, momento di rafforzamento ulteriore delle capacità individuali dei giovani. In una porzione dell’immobile sono state predisposte camere multiple e una cucina comune: la coabitazione e la convivenza darà modo ai ragazzi di inserirsi progressivamente nella realtà palermitana, di sperimentare se stessi, di interagire con una comunità e un quartiere da sempre luogo di interazione tra culture.  Casa Santa Chiara è anche un progetto sostenibile sul lungo periodo grazie alla prossima apertura, in autunno, di una foresteria per turisti all’interno dello stesso complesso, in cui altri giovani migranti troveranno impiego. Il progetto “Ragazzi Harraga” partecipa a “Never Alone, per un domani possibile”, un’iniziativa promossa da Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo, Fondazione CON IL SUD, Enel Cuore, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Monte dei Paschi di Siena e Fondazione Peppino Vismara, inserita nel quadro del Programma europeo EPIM “Never Alone – Building our future with children and youth arriving in Europe”. “Ragazzi Harraga” è stato selezionato nell’ambito del Bando nazionale 2016 “Accoglienza e accompagnamento dei minori e giovani stranieri non accompagnati che arrivano in Italia soli”: l’azione sostiene otto progetti sul territorio nazionale per favorire l’autonomia e l’inclusione dei giovani migranti. www.non6soli.it/ragazziharraga minoristranieri-neveralone.it sensibilità materna - : non avevo mai fatto questo lavoro, sto imparando tanto, mi piace molto. E adesso vorrei studiare: frequenterò un corso professionalizzante del settore ristorazione. Per ora vivo in una comunità, poi vediamo che succederà”, aggiunge, pensando alla tutela che termina con la maggiore età e alla prospettiva di restare 6 mesi in uno SPRAR prima di trovare una sistemazione diversa e migliore. Gando è uno dei beneficiari del progetto Ragazzi Harraga: in hotel lavorano anche altri due compagni coetanei: Amadou, anche lui della Guinea - ‘Amedeo’, per la direttrice - che al mattino studia per diventare operatore turistico e al pomeriggio lavora al ricevimento clienti; Akla, originario delTogo, timido, di poche parole e gran lavoratore, a detta di tutti i colleghi italiani. “Sono ragazzi maturi, ben educati, puntuali e volenterosi. Questo tipo di tirocinio è pensato perché questi ragazzi imparino realmente un mestiere - dice Buonamente, che considera essenziale, nella sua politica lavorativa, dare opportunità di questo tipo - : vogliamo che tutti i giovani, migranti come loro oppure no, si mettano subito in gioco. Qui c’è un clima sereno, familiare che aiuta soprattutto ragazzi come il nostro ‘Gandolfo’. Con loro affrontiamo non solo questioni derivanti dal lavoro o dalla conoscenza parziale della lingua ma anche difficoltà legate al loro passato o anche semplicemente alle prime cotte, vero Gando?”. Il ragazzo non ha un attimo di esitazione: “Ve lo dico io: a Palermo è più difficile trovare una fidanzata che un lavoro…”, conclude ridendo. Oggi Gando, selezionato dalla agenzia per l’impiego SEND, partner importante di Ragazzi Harraga per il paziente lavoro di accompagnamento e relazione tra aziende e lavoratori, riesce a sognare in grande, come qualsiasi ragazzo che ama progettare la propria vita. “Mi piacerebbe diventare un direttore di hotel - dice, mentre Chiara Buonamente lo osserva orgogliosa - e poi magari chissà, trovare una moglie”. Palermo, destinazione che Gando nemmeno conosceva alla partenza dalle coste libiche, sta diventando la città in cui immaginarsi, oggi così come tra diversi anni. Relazioni lavorative, legami, esperienze di vita stanno dando sicurezze a giovani che sono stati “ragazzi harraga”, che hanno per così dire bruciato molte frontiere, e che oggi possono essere risorse utili per la società italiana. “Ti presenterò i miei bambini domenica, magari”, conclude la direttrice di Palazzo Sitano. Gando ha accettato l’invito. “Ma sì….sono picciriddi”. Gando ora cerca moglie “Dài non essere il timido….ma che fai, diventi rosso? guarda che ti vedo, sai!”. Ride e scherza Chiara Buonamente, giovane direttrice di Palazzo Sitano, hotel 4 stelle di Palermo, mentre tenta di far parlare uno dei suoi giovani tirocinanti, Gando, 18 anni, originario della Guinea. Il sorriso bianchissimo del giovane esplode in una risata sincera mentre lui, che sembra scolpito nell’ebano, immagina di arrossire a quella piccola provocazione. “Sono arrivato a Palermo due anni fa e da poco lavoro qui in hotel, mi occupo delle colazioni - dice Gando, soprannominato ‘Gandolfo’ dalla direttrice che mostra verso il ragazzo affetto e 25

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VIETNAM Chiusure che... aprono di Phan Hang Hoa * Dopo oltre 10 anni di attività, nel marzo scorso, CIAI ha terminato il programma di sostegno a distanza nel distretto di Son Dong, nella provincia di Bac Giang. Con l’importante contributo dei sostenitori italiani molti interventi, soprattuto nell’ambito educativo e della salute, sono stati portati avanti ogni anno per centinaia di bambini fra i più vulnerabili del distretto. Da un lato, questo sostegno ha provveduto a fornire un aiuto materiale alle famiglie così che potessero far fronte alle quotidiane difficoltà, come il materiale per la scuola (libri di testo, scrivanie e sedie, cartelle, cancelleria); biciclette; prodotti per l’igiene personale (shampoo, doccia schiuma, dentifricio, asciugamani); polli, riso; check up sanitari ed eventuali cure mediche, etc.. Al tempo stesso, i bambini delle famiglie più disagiate venivano motivate ad impegnarsi sempre di più nello studio e la consapevolezza di avere qualcuno che pensasse al loro future li aiutava a superare le difficoltà. I fatti dimostrano che numerosi bambini sono diventati adulti di successo dopo molti anni che hanno beneficiato del programma SAD. Un caso tipico è Manh 23 anni; è entrato a far parte del SAD nel 2009 ed è uscito dal programma nel 2017. Manh si è laureato al Bac Giang College of Engineering nel 2017 e poi gli è stato offerto un lavoro in un laboratorio di ingegneria nel distretto di Son Dong. Ora con lo stipendio mensile, è in grado di far fronte a tutte le sue spese quotidiane e a sostenere la sua famiglia. Ama molto il suo lavoro e pianifica per un futuro prossimo di creare un’attività in proprio, per la quale sta già risparmiando. *sede CIAI Hanoi, Vietnam Inoltre, in quasi tutte le attività si è data grande importanza alla comunicazione e così i genitori, sono stati più consapevoli dell’importanza dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria per i loro figli. Riescono a mandare i propri figli alle superiori o all’università nonostante le difficoltà economiche, perché si rendono conto che solo l’istruzione può aiutarli a uscire dalla povertà. Inoltre, sono più propensi a portare i loro bambini in ospedale per il controllo sanitario, mentre in passato preferivano l’auto-trattamento e davano poca importanza alle malattie che colpivano I bambini. Manh nel suo posto di lavoro nel distretto di Son Dong Perchè la nostra missione in Vietnam può dirsi conclusa • L’obiettivo di CIAI in Vietnam era garantire l’accesso scolastico e l’istruzione di base ai bambini della zona di Son Dong, nella provincia di Bac Giang. • Il sostegno a distanza è uno strumento utile per raggiungere questo obiettivo. • Dal 2005 ad oggi abbiamo sostenuto 758 bambini. • Abbiamo svolto un importante lavoro con le famiglie, le comunità e le istituzioni locali, lavoro che nel tempo ha dato i suoi frutti. • Il Vietnam oggi è un Paese in forte crescita economica, sociale e anche culturale. • Oggi in Vietnam l’istruzione non è più un’emergenza! Il tasso di accesso alla scuola primaria nel Paese è del 100%. • Le famiglie, anche le più povere, ora sanno quanto è importante la scuola per i bambini di oggi e per quelli del futuro. • Le istituzioni sono oggi in grado di organizzare un piano scolastico aperto a tutti e la società civile e le organizzazioni locali possono monitorare e vigilare affinché questo accada. E’ grazie alle persone che hanno sottoscritto un Sostegno a distanza che abbiamo contribuito a creare un importante cambiamento! Se vuoi farlo anche tu, con meno di 1 euro al giorno: http://sostegnoadistanza.net/ 26 VARIE Sport e solidarietà Cena sull’aia E’ giunta all’8° edizione il Torneo di racchettoni “Ciao Maestro” che si svolge ogni anno a Marina di Ravenna. Il ricavato delle iscrizioni del torneo, che è intitolato a Paolo Fabbri prematuramente scomparso, viene totalmente donato a CIAI. Grazie agli organizzatori, alla famiglia Fabbri e ai partecipanti! E’ ormai diventato un appuntamento tradizionale, quello organizzato da Pierluigi Bertolini del Gruppo Territoriale di Prato. Ringraziamo il pubblico - vivace, simpatico e generoso- , Maurizio e tutto lo staff del ristorante “A mangià fora”, Marco Folk, i camerieri del gruppo “STARDUST”, il grande Cris Pacini ed il suo sax. IL ricavato della serata donato a CIAI sarà indirizzato al progetto dei bambini di strada di Abidjan, Costa d’Avorio. Si trasloca Sono due le sedi italiane di CIAI che hanno trovato una nuova collocazione. Ecco i nuovi recapiti: VENETO Via Tiziano Aspetti 157 Int. 3 35133 PADOVA tel 0498077210 veneto@ciai.it LAZIO Via degli Etruschi, 7 00185 ROMA tel 067856225 fax 06 32091623 lazio@ciai.it 50 anni festeggiati in tutta Italia In occasione dei 50 anni di CIAI, anche le Feste d’estate tradizionalmente organizzate dalle diverse sedi sono diventate occasione per fare gli auguri alla nostra associazione. Ecco una bella parata di torte e festeggiamenti. “Merenda sull’erba” è stato il titolo scelto per l’incontro della sede Lazio. 27

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Il tuo 5 per mille al CIAI, diventa un sorriso per i bambini. C’è un modo di contribuire alle attività di CIAI che non ti costa nulla: devolvere il 5 per mille della tua dichiarazione dei red. diti al CIAI Le torte non sono mancate neanche alla Festa di Milano, sempre al Bosco in città La creatività si è scatenata nelle torte preparata per la sempre partecipatissima festa della sede Veneto Isole comprese: non poteva certo mancare all’appello la sede Sardegna! Auguri anche da loro Auguri brillanti dalla sede Puglia 28 COME FARE 1. Compila la scheda sul modello 730 o Unico 2. firma nel riquadro indicato come “Sostegno del volontariato...” 3. indica nel riquadro il codice fiscale di CIAI 80142650151 COSA FAREMO CON IL TUO 5 PER MILLE? • Attraverso l’adozione internazionale continueremo a trovare una famiglia in Italia per bambini in reale stato di abbandono e supporteremo le famiglie nei momenti di difficoltà. • Con i progetti di cooperazione continueremo a batterci per tutelare i diritti dei bambini, garantendogli l’accesso all’istruzione e alle cure mediche. • Attraverso programmi di protezione e partecipazione, faremo in modo che anche alle bambine, le più vulnerabili e discriminate, siano garantiti i loro diritti. Se hai fiducia nel nostro lavoro diffondi questo messaggio. I nostri bambini avranno un amico in più. Per informazioni: CIAI Onlus - Via Bordighera 6, 20142 Milano 944646 info@ciai.it www.ciai.it è socio dell’ 29 grafica e design: linda.bognetti@gmail.com

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