Giovanni Stella

 

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Jean-Paul Manganaro – Incontri (2018)

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Collana Omnia –7–

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Giovanni Stella Jean-Paul Manganaro Incontri (2018) Libreria Editrice Urso

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© 2018 by Giovanni Stella Via Cavour, 50 - 96012 Avola (SR) Tel./Fax 0931 831569 Cell. 339 1460447 guntba@tin.it Prima edizione 2017 Seconda edizione accresciuta 2018 In copertina: Olio su tela, Burvett, 2018 Printed in Italy Libreria Editrice Urso www.libreriaeditriceurso.com info@libreriaeditriceurso.com

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a J. P. M.

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Jean-Paul Manganaro

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Al lettore Jean-Paul Manganaro, professore emerito di Letteratura italiana contemporanea all’Università de Lille 3, già docente all’Università Sorbonne di Paris, è scrittore, traduttore dall’italiano in francese (con all’attivo finora di 195 capolavori di letteratura), saggista, biografo, critico, letterario, teatrale, d’arte... Personalità fra le più autorevoli nel panorama culturale europeo del Novecento e di questo inizio di terzo millennio, cittadino del mondo, vive e lavora prevalentemente a Parigi, con la sua Avola, in Sicilia, nel cuore e l’isola di Patmos, in Grecia, nell’anima. Lo studioso di domani che si farà carico di scrivere la biografia di J. P. Manganaro, impiegherà vari anni in intense e minuziose ricerche, avendo cura di esaminare una straordinaria documentazione che, catturandolo, gli darà il piacere di realizzare un grosso volume. Questa piccola quanto modesta testimonianza che offro al lettore, nella speranza di un generoso gradimento, null’altro è che l’attestazione affettuosa all’uomo – la cui modestia e umiltà sono pari allo spessore scientifico e culturale – dell’amicizia di cui da sempre mi onora e che, pur volendolo, non riesco a ricambiare con la stessa intensità del dono ricevuto. Eppure... I vari testi, autonomi l’un l’altro poiché scritti in tempi e occasioni diverse, descrivono solo taluni dei tanti incontri, e contengono varie ripetizioni, evidenti quanto forse necessitate, che volutamente ho evitato di eliminare per lasciare intatti gli scritti originari, siccome germinati dal cuore subito dopo ogni incontro, esito dell’effetto emozionale percepito, ancorché la mano abbia vergato solo una parte d’esso, essendo rimasto il resto nel ventre del vulcano dopo una breve e non completa eruzione di lapilli e di colate laviche. Anche di questo chiedo venia al paziente lettore del presente volumetto, che viene alla luce nell’intento augurale che serva da sti- 7

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molo per approfondire gli studi volti a una più completa e complessa, mai esaustiva, conoscenza dell’uomo e dello studioso. Avola, dicembre 2016 g. s.

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Nei sotterranei di Parigi IL CAMPOSANTO DEI VIVENTI Ci vorrebbe una stanza sugherata... La porta in ferro, aperta da una grande chiave, s’era chiusa alle mie spalle con un tonfo simile a quello di una cassaforte, o forse, e meglio, di una di quelle porte delle prigioni dei secoli andati. JeanPaul, Gianpaolo, Manganaro aveva acceso la luce, che tuttavia era così tenue che sembrava provenire da un lume a petrolio. Davanti a me c’erano tanti scalini grezzi di una lunga e ripida scala che nel sottosuolo s’inabissava fin dove non riuscivo a vedere. Ero titubante e perplesso, quasi timoroso di iniziare quella discesa nel ventre della terra parigina. Tentennavo a poggiare i piedi sugli scalini, che in realtà tali non potevano dirsi: tutti asimmetrici e ruvidi, così come le pareti, sprovviste di reggimano, obbligavano a scendere con una sorta di strano equilibrismo, tale da scoraggiarne la prova. «Che fai, non scendi? Seguimi», disse Jean-Paul, che mi precedeva di uno scalino o due. Iniziai quella che mi appariva un’avventura dall’esito incerto, poggiando il piede destro sul primo scalino, con la stessa trepidazione con cui Armstrong pose il primo piede d’uomo sulla Luna in quello storico 21 luglio 1969 (chi quella notte non era inchiodato dinanzi allo schermo televisivo?). A mano a mano che scendevo, non riuscendo a capire verso dove, traballante come un funambolo che cammina sulla corda, avvertivo crescere un senso di curiosità che via via aumentava, fino a diventare un vero mistero. Finalmente dopo venti o trenta gradini – a mente non contai, né ricordare posso –, posi piede a terra, anzi sotto terra. Eravamo molti metri più in basso del livello del suolo, quanti non so, ma erano parecchi. C’era un corridoio che ad un tratto cominciava a girare come 9

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in una sorta di labirinto. La luce, poca, era sempre più fioca. Non vedevo altro che muri grezzi e umidosi, sentivo odore di muffa, avvertivo, anche se non li vedevo, topi che, disturbati dalla nostra presenza. passeggiavano nel loro habitat. Il luogo mi fece richiamare alla memoria talune pagine dei Miserabili, scritto da Victor Hugo nella Parigi dell’Ottocento. Non fossi stato con Jean-Paul, amico che conosco sin da giovane, avrei certamente temuto di trovarmi in stato di pericolo e sin dall’inizio avrei opposto rifiuto alla discesa di quella scala. Cosa voleva mostrarmi laggiù Jean-Paul? «Questo è un luogo di tortura, di carcere, di reclusione, adatto più agli animali che alle persone, essendo pressoché impossibile trascorrervi più di qualche minuto», dicevo a me stesso, mentre l’amico, facendomi strada, ogni tanto mi avvisava: «Vieni, vieni di qua, di qua...». Il buio si faceva sempre più fitto, quando laggiù in fondo ebbi l’impressione di intravedere il muro. «Ecco, mi dissi, siamo alla fine; ora speriamo che, come con un filo d’Arianna, ritroveremo la via del ritorno». Ma con mia viva sorpresa, arrivati alla fine, in fondo al cunicolo, a sinistra c’era un’altra porta di ferro. Via via che Jean-Paul apriva la serratura, ad ogni colpo di chiave sentivo come un colpo di frusta in corpo: vedevo dietro quella porta ancora chiusa, come in un film, un tavolo, cinghie per legare piedi e polsi, fruste e altri strumenti di tortura, per farmi confessare chissà cosa, chissà quali colpe presenti o passate. Perché ciascuno di noi, anche se ne è inconsapevole, ha tante colpe da confessare a se stesso prima, agli altri, forse, poi, e altrettante pene da espiare. Era forse arrivato per me quel momento? Poteva anche essere. Il destino avrebbe potuto ben divisare che la resa dei conti fra me e la vita avvenisse nella città che più amo, nel luogo e nella zona che per varie ragioni, più mi affascinano, che la tortura, la confessione, il processo sommario e la condanna avvenissero là dove dico e so. Avrebbe il carnefice squartato il mio corpo o sarei stato raggiunto – extrema ratio – dalla grazia? 10

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Questo pensavo, mentre il cuore pulsava sempre più velocemente sì da tuonare, anch’esso prigioniero, nella gabbia del torace, e mentre ancora una scarica di adrenalina mi faceva sentire rosso in volto e la pressione del sangue era sicuramente assai alta. Nulla mi venne di dire, nulla mi riuscì di fare, attesi ormai che il destino, unico padrone della nostra vita, compisse il suo lavoro, fino in fondo... Cominciarono a ruotare vertiginosamente nella mia mente alcune considerazioni. Erano veramente gli ultimi momenti? Avrei concluso qui, in questa bellissima città del pianeta terra, la breve avventura? Stava per avere inizio la cerimonia dell’addio? Se così era, se si trattava degli ultimi momenti di vita, era giusto esprimere un desiderio, come fa il condannato a morte. Chissà se avrei trovato un giustiziere dal volto scoperto oppure incappucciato. Avrà le mani libere oppure impegnate con qualche strumento di tortura? Ma prima di poggiare la testa sotto la scure o forse la ghigliottina, tortura mortale tipicamente francese, pensai al desiderio da esprimere. E mi ricordai di lui, del maestro don Gesualdo Bufalino: “Sull’ultime soglie ne ho cinque voglie... infine vorrei il cinque far sei e stringere al petto avanti ch’io muoia ignuda nel letto la figlia del boia”. Un amplesso amoroso con la figlia del carnefice? Qui, in questo luogo umidoso, buio, anticamera di Caronte? Sì, perbacco, la figlia del boia? Eureka: la giovinezza! Anche Rilke ci aveva provato: “... Anni chiedeva di giovinezza, anni, no mesi, giorni, notti, una notte soltanto, questa. Ma il dio negava. Gridò allora Admeto vani richiami a lui, forte gridò, come gridò sua madre al nascimento”. Sì, anche lui ci aveva provato, invano. Tornare giovani anche per un giorno o due è il desiderio di quanti non lo sono più; ed è una cosa che non è possibile ottenere né per conquista né per grazia. Si muore tante volte: prima ogni giorno, alfine una volta sola. Così è per tutti: mi consolai o m’illusi in tal senso. 11

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Pensai a Charles Baudelaire ne Le Fleurs du mal, il libro dei libri, l’insuperato libro della Modernità: “Mi piace ricordare quel tempo nudo.” (…) “I miei vent’anni furono una buia tempesta/che a volte illumina un raggio repentino...” Jean-Paul sfilò la lunga chiave e la ripose in tasca, poi spinse con la mano sinistra la porta di ferro, che s’aprì cigolando sui cardini. «Entra», mi disse mentre, allungando il braccio, pigiava l’interruttore dell’elettricità. E fu luce! Ai miei occhi si dischiuse la visione di una stanza dalla forma di una caverna con la volta arcuata, di fresco imbiancata (anche se una macchiolina appena visibile fece allarmare e arrabbiare Jean-Paul, come può accadere a chi scopre su un bell’abito nuovo appena finito dal sarto un bottone deteriorato), il pavimento di mattoni di antichissima fattura, le pareti non più visibili siccome ricoperte da tutti i lati da una libreria a nido d’api che dal pavimento al tetto ospitava, custodendoli con la cura d’una culla, libri ordinatamente stipati nel numero di alcune migliaia. Moderni, antichi, comuni, rari, in brossure, rilegati: tutti sistemati e catalogati con un ordine certosino. In gran parte, ovviamente, in lingua francese, ma un grande angolo era stato destinato a quelli in lingua italiana. Complessivamente novemila, considerando anche quelli della stanza accanto. Jean-Paul, che usualmente è silenzioso e tirato in volto, di colpo divenne loquace, sorridente, i suoi occhi sprigionavano una luce che illuminava ulteriormente quel luogo, che, immediatamente, battezzai come la caverna dei sette peccati e, ricordando ancora il maestro, come la stanza delle tre “T”: “Tana, Trono, Trappola”. Un ossimoro doppio. «Questa è la mia biblioteca e il mio luogo di lavoro», mi disse, orgoglioso come può esserlo un affermato letterato, e nel contempo contento come un bambino appena entrato nella stanza dei giocattoli, ossia, per restare in clima, appena condotto a Disneyland. C’erano una sedia e un tavolo rettangolare, davanti al quale, e della lunghezza dello stesso, era stato sistemato un divano con due 12

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poltroncine. Nient’altro. Ero stordito e ubriaco di carta stampata e rilegata, che già solo a vederla mi faceva venire la pelle d’oca, mi riempiva di gioia. «Questo è il luogo dove leggi, scrivi, traduci, lavori, vivi: qui c’è la tua vita stessa...» esclamai. Non potei fare a meno di ricordare la mia mansarda: più o meno della stessa dimensione, con la stessa libreria da terra al tetto, piena di libri. Anche lì la sedia, il tavolo e il divano. Che strano! Però ha le travi nel soffitto e la finestra, che mi consente di proiettare lo sguardo sui tetti della mia Avola, che non è Parigi, ma che, quando mi occorre, con gli occhi della mente confondo con questa. «C’è il bagno», mi disse, aprendo una porta a soffietto mimetizzata nella parete. «E anche la doccia», poi aggiunse. C’era tutto, è vero, in appena pochi metri quadri, ma c’era, c’è! Jean-Paul lì dentro si muove come l’animale nella sua tana, il leone nella foresta, la poesia di Baudelaire, racconto vero e straziante di ecce homo. Sul tavolo tre pile di libri e carte. In cima a quella più alta riconosco la cartolina che riproduce la copertina di Le Sirene e l’Isola, che gli avevo inviato tempo fa: notarla non può che farmi piacere. Un amico è tale anche e soprattutto in atteggiamenti così spontanei. Sempre sul tavolo un leggio, di quelli che il celebrante tiene sull’altare. Sopra il leggio un libro edito da Sellerio, accanto un piccolo computer portatile, che lui usa per le traduzioni in francese; sopra, una lampada che proietta un fascio di luce mirata sull’opera così com’è e come poi sarà, dopo la metamorfosi ad opera di Jean-Paul. Tutt’intorno buio, silenzio, assenza dal mondo reale. In un angolo, in alto, scomodo a prendersi, un telefono. «È una derivazione di quello di casa, lassù?», chiedo. «No, è con linea autonoma; nessuno ha il numero», chiarisce e sorride; sembra quasi prendersi gioco di me, anzi sembra proprio giocare come il gatto che nella sua tana gioca col topo. So tuttavia che non è sua intenzione prendersi gioco di alcuno, poiché, quan- 13

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