levante giugno 2018

 

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illevante ISTITUTO DELLE CIVILTÀ DEL MARE Periodico di cultura, ambiente e informazione San Teodoro - GIUGNO 2018 I RISCHI DEL WEB SOMMARIO: distribuzione gratuita Dolce sapore dell’estate L'Italia è il paese con la più alta concentrazione al mondo di telefoni cellulari e in un futuro ormai alle porte lo sarà - con ogni probabilità - anche per la quantità di tablet. Siamo i primi in Europa e secondi al mondo per diffusione di cellulari. Ne abbiamo quasi 110 per ogni cento abitanti,battuti solo da Hong Kong che ne vanta 115. Lo stesso rapporto Nielsen sulla diffusione dei "device" ci fa sapere che nel nostro Paese il 97 per cento degli over 16 possiede un telefono cellulare. In questo mondo sempre più tecnologico s'è ormai perso il contatto umano.I dati forniscono la dimensione del fenomeno e mandano in pensione carta e penna: la lettera scritta a mano appartiene ormai ad un remoto passato, assolutamente sconosciuto alla generazione d'oggi. Quella stessa generazione che passa ore a chattare, a dialogare con simboli e formule che sanno più di alchimia algebrica che di dialogo comprensibile.In questo sconfortante panorama si è perso pure l'amore per la cultura. Quella classica,vanamente imparata sui banchi di scuola.Il paese di Dante e Petrarca, di Jacopone da Todi, ma pure di Leonardo da Vinci,di Giotto, Piero della Francesca, Donatello, Michelangelo ma anche di Verga e Calvino, di Lussu, Deledda e Gramsci, di Verdi, Puccini, di De Chirico ha dunque optato per altri idoli più effimeri, quasi sempre sconosciuti agli over cinquanta. E di qui all'abbandono degli studi il passo è breve e la Sardegna registra tassi preoccupanti in questo settore. La nostra regione, in compagnia della Sicilia e della Puglia, ha la più alta percentuale di studenti che decidono di lasciare la scuola prima di conseguire il diploma di maturità.Secondo i dati dell' ISTAT, l'istituto che scandisce ogni nostro respiro, quasi il 24 per cento di abbandoni si verifica nella nostra Isola (31 per cento di ragazzi e 16 per cento di ragazze). Tutto questo non è certo da attribuire allo sconsiderato uso della tecnologia informatica che ci offre validi strumenti di conoscenza quanto piuttosto al suo uso alternativo.Tornare a rileggere i Promessi sposi o il Passero solitario forse servirebbe a qualcosa. Diamo retta a Milton Friedman,uno dei più prestigiosi economisti americani,premio Nobel nel 1976,che nel suo "Liberi di scegliere",pubblicato quarant'anni fa,ribadiva che alla base delle scelte di vita deve esserci come elemento trainante e centrale l'uomo. Vale a dire: un po' meno chat e un po' più di bignami. Mario Stratta I rischi del web; Dolce sapore dell’estate; Primavera di memoria, di verità ...; Usucapione; La nuova piazza ...; Destinazione d’uso dei nuraghe; Un piccolo angolo di San Teodoro ...; Atte, liberta e amante di Nerone: Ricordo di un grande intellettuale; Quel mare detto di Sardegna; Storia dell’alimentazione; La voce dei lettori; Stagno S.p.a...; Una guida Michelin; Il Coro Galorj; Sport In Gallura; Come eravamo. Anni ‘70 - Il sindaco Salvatore Brandanu nel municipio di Largo Lussu Collezione Famiglia Bacciu - Cidda Il dieci luglio di tre anni fa, Salvatore Brandanu ha lasciato un gran vuoto all’Icimar ed alla redazione de Il Levante. Nella sua lunga carriera di intellettuale non poteva mancare una parentesi pubblica. La fotografia che pubblichiamo fa parte di una mostra che ricorda il cinquantenario del nostro Comune attualmente esposta nei locali dell’ufficio turistico di Piazza Mediterraneo. Effemeridi La sala è piena. Antòni Maria, se- duto in prima fila, segue annoiato il discorso della giovane conferenziera. Questa, instancabile, la tira per le lunghe: voi Sardi qui, voi Sardi lì… e nel dire ciò fissa di tanto in tanto con aria di rimprovero Antòni Maria. All’ennesimo “voi Sardi”, il brav’uomo non ci vede in più; si alza in piedi e rivolto alla relatrice l’apostrofa: “Bèddha cioana, e m’intinditi? Séti un’óra a ciarrulètta e ancóra no sapéti mancu undi v’agattéti e a ca’ séti faiddhendi. Rispalmiétivi li casciali, chinci Saldi no cinn’ha, sèmu tutti Gaddhurési!” Credo che un clima particolarmente dolce come il nostro contribuisca ad una certa mollezza di spirito e sia concausa dell'agire lento e indeterminato di un gran numero dei teodorini, quelli almeno più sensibili. Una lunga primavera che sin da febbraio si annuncia con i capricci del cielo e le promesse che la terra quasi mai mantiene, diventa man mano forza immensa di colori e profumi ai quali solo ci si può arrendere, in complicità inattive di passeggiate e aperitivi, turbate appena da qualche apprensione per la stagione che verrà. Moti d'animo lievi e passeggeri che l'estate travolge con la sua onda di umanità varia e frenetica in urgenza di sole, di mare e movimento. Ci si mescola come si può, nelle stesse ambizioni balneari e di movida, a contendere spazi di ozio e parcheggi, rivendicando diritti di nascita e maledicendo il feroce alito del libeccio, con noi così avido di fluidi e di forze. In questo periodo molte giovani anime attendono per le necessità di tutti i giorni a un tale sovraccarico di vita da dover astenersi dalla sacralità di Brandinchi o della Cinta, cosa che in massimo grado deposita rancori e genera promesse di disimpegno, calcoli su rendite al netto di tasse e piani di fuga. Se altrove le rinunce temprano lo spirito qui genera complessi di inferiorità e ben volentieri si va incontro alla prima alba utile di fine settembre, quando chiudono le contabilità più rapaci e finalmente ci si può concedere al generoso sole di ottobre e alle trasparenze del mare. Se più che una comunità sembriamo gli occasionali passeggeri di un autobus di linea la ragione sta anche nel fatto che una cittadinanza matura ha bisogno del tempo dei singoli, cosa di cui al momento non è possibile disporre. Altro sarebbe poter contare su cittadini che svegliati dal cinguettio degli uccelli si affacciano da un balcone fiorito e decidono in tutta libertà in quale bar prendere cornetto e cappuccino e poi a buon diritto optare per l'aperitivo o un bagno a l'Isuledda e così via sino alle inevitabili tentazioni della notte. Con questi argomenti speriamo di aver convinto anche i più ombrosi e i più riluttanti sulla necessità e urgenza di introdurre il reddito di cittadinanza a San Teodoro, senza se e senza ma. Gian Piero Meloni

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il levante Primavera di memoria, di verità e di giustizia Da Foggia ad Alghero, un coro unanime che dice No alle Mafie GIUGNO 2018 - pag. 2 USUCAPIONE : DAL POSSESSO ALLA PROPRIETÀ Sì, sono stati i ragazzi delle scuole elementari ad arrivare per primi in Piazza Sulis, ad Alghero, sede della manifestazione regionale della XXIII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. In fila ordinata, una mano impegnata a esporre in bella vista il cartello realizzato in classe e l’altra tesa a tenere la mano del proprio compagno/a di fila. E mentre a Foggia, piazza della manifestazione nazionale promossa da “Libera”, si scandiscono i nomi delle vittime innocenti delle mafie – replicati in contemporanea in tutta Italia – mentre vedi arrivare in piazza quei ragazzi tornano in mente le parole di Gesualdo Bufalino: “La mafia sarà sconfitta da un esercito di maestri elementari”. Eh sì, il nostro impegno antimafia è destinato ad avere successo se opera per sconfiggere quella che Giovanni Falcone definiva “subcultura mafiosa” proponendo e sostenendo il rispetto delle persone e dell’ambiente, la cultura dei diritti, della giustizia e della pace. Operando per costruire una cultura fatta di valori e azioni che, al di là degli slogan scanditi nelle manifestazioni, diventa antimafia quotidiana a partire dall’adempimento dei propri doveri. Proprio come quei bambini ci hanno dimostrato: si può stare in piazza, in mezzo a migliaia di persone, e rimanere composti, dignitosi, fieri delle proprie idee e delle proprie realizzazioni, felici di avere per compagni di viaggio adulti responsabili che ti accompagnano in un civile percorso di crescita, consapevoli che la cittadinanza responsabile si esercita anche così. E’ il lavoro che centinaia di maestre e maestri elementari, migliaia di professori di scuole medie e superiori fanno ogni giorno, in Sardegna ed in particolare in Gallura, come in tutta Italia, aiutando le coscienze dei nostri ragazzi a diventare “sentinelle” della società; a leggere e interpretare quello che accade, a non dare nulla per scontato, a scavare nelle storie e nelle notizie per avere verità e ottenere giustizia. La memoria delle vittime innocenti delle mafie si colloca in questo contesto e certamente non si esaurisce con la pur eccezionale giornata del 21 marzo scorso. “Solchi di verità e giustizia” recita lo slogan che ci ha accompagnato quest’anno. Arare le coscienze, dunque; aprire solchi per permettere lo sviluppo di coscienze critiche che hanno come finalità l’anelito alla verità e l’affermazione della giustizia. L’antimafia è impegnativa perché occupa mente e corpo, chiede coerenza e continuità e diventa la sfida che fa la differenza. Anche nei territori più periferici, apparentemente immuni da infiltrazioni mafiose e spesso invece impregnati di mafiosità. Ad Alghero, terra pulita e immagine universale del turismo sardo, non abbiamo denunciato le presenze mafiose che comunque non mancano. Da una terra pulita abbiamo voluto lanciare un messaggio chiaro, quasi una diffida: non provateci! Questa terra è la nostra terra e vi mandiamo a dire che migliaia di giovani “sentinelle” hanno gli occhi aperti per costruire giustizia e lavorano ogni giorno con i loro eccezionali Educatori per diventare sempre più attenti e vigili, presìdi viventi e memoria di quanti hanno pagato con la vita il loro impegno civile, talvolta inconsapevolmente. “Il silenzio si scardina a scuola – ha dichiarato a Foggia Don Luigi Ciotti, fondatore di “Libera” - educando persone consapevoli dei loro diritti e delle loro responsabilità, una delle quali – la più importante a livello sociale – è tutelare lo spazio pubblico e il bene comune da tutto ciò che lo insidia e lo impoverisce: le mafie, la corruzione, un sistema economico che arricchisce pochi a scapito di tutti gli altri, togliendo ai giovani il futuro.” Erano settemila i giovani presenti ad Alghero, un milione quelli presenti in tutte le piazze e i luoghi d’Italia, duemila in più di quelli che hanno gremito la Piazza Mercato di Olbia lo scorso anno. A testimonianza di un capillare coinvolgimento di scuole, gruppi e associazioni, nervo vivo delle nostre comunità. Se l’antimafia si vede dal mattino direi che i ragazzi arrivati di primo mattino in Piazza Sulis ad Alghero preludono a una buona giornata… Giampiero Farru L'usucapione è un termine giuridico che affonda le proprie radici nella notte dei tempi. Risale infatti al diritto romano, progenitore di quasi tutti gli istituti di diritto che i nostri codici (sia quello civile che il penale) hanno,a distanza di secoli,ereditato. Lo stesso Gaio,autore di poderosi trattati giuridici,croce e delizia di ogni studente di giurisprudenza,ne aveva dato una corretta definizione. Anche il suo significato semantico denuncia chiaramente le sue origini " latine ". Usucapione deriva da " usus " (uso, utilizzo ) e "capere" (acquisire), vale a dire acquistare con l'uso,con il possesso, esercitato per un determinato periodo di tempo fissato dalla legge, la proprietà di un bene. Dopo la premessa, indispensabile per una corretta interpretazione dell'istituto,vediamo quali esempi concreti e come si possa far ricorso all'usucapione per acquisire una cosa o un diritto,tenuto conto che ad essa si fa ricorso ,nella quasi generalità dei casi,a proposito di beni immobili,terreni o fabbricati,ma che si utilizza soprattutto per i primi ( terreni,appunto). Il nostro codice civile ne individua alcune varietà. Quella classica (prevista agli articoli 1158 e seguenti ) recita testualmente: "La proprietà dei beni immobili....si acquista in virtù del possesso continuato per vent'anni...". In termini più semplici,il codice civile assegna la proprietà di un terreno (ad esempio) a chi per vent'anni ne abbia avuto il possesso continuato. Ma ci sono termini ridotti per l'acquisto della proprietà di fondi rustici:in questo caso il possesso si riduce a quindici anni. E l'originaria limitazione a terreni situati in comuni montani è stata stemperata alla legge 346 del 1976 che,riempiendo un vuoto legislativo, ha esteso la norma anche a comuni non montani a condizione che il fondo produca un reddito dominicale limitato. Concludendo: a far le spese di questo "status", se la memoria ci soccorre, è stato proprio l'erigendo ospedale di Olbia costretto a prender atto che sui terreni della costruzione pendeva la minaccia di un pastore che aveva per anni esercitato, proprio su quei terreni ,il pascolo del suo gregge, ritenendoli di sua proprietà. Mario Stratta La nuova Piazza prende forma definitiva San Teodoro arricchisce il suo arredo urbano. Ricordate lo spazio di fronte all’ingresso principale della nuova Chiesa dedicata a Santa Teresa di Calcutta? Spazio anonimo senza alcuna pretesa architettonica. Eccolo ora nella sua rinnovata veste. Una pavimentazione a cubetti di granito che ricorre anche nella fotografia della Piazza di Gallura arricchita da una geometria di sfere e panchine. IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno VIII - N°42, GIUGNO 2018. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro. Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 07052 San Teodoro (SS) Tel./Fax. 0784/866180 E-mail. segreteria@icimar.it - www. icimar. it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Mario Stratta In Redazione: Sandro Brandano, GianPiero Meloni, Pierangelo Sanna. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu.

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il levante Destinazione d’uso dei nuraghe GIUGNO 2018 - pag. 3 UN PICCOLO ANGOLO DI SAN TEODORO A ROMA A ripercorrere la storiografia archeologica sarda, vera memoria divertente, perditempo come i libretti di barzellette scurrili, si legge dell’immancabile impegno prioritario di ciascuno “studioso” desideroso di affermare personalissime, talora sofferte, opinioni sulla destinazione originaria dei nuraghe. Dopo il messia ciò non fu più necessario: e ciò fu a vantaggio della ricerca dei rampolli protetti… ché avevano altro a cui dedicarsi.Può apparire incredibile ma, ancora oggi, la domanda più ricorrente di quanti esprimono curiosità verso i nuraghe è: “Si è capito, infine, a cosa servissero? ”. Difficile non deludere i tanti interessati a questi splendidi monumenti. Questi ultimi non hanno dubbi: ripetono pedissequamente quanto i loro maestri amavano sentirsi dire, senza cedimenti o tentazioni di concedersi un quarto d’ora di libertà mentale, ¡Dio guardi! D’altro canto fin dai primordi degli studi, si “prende”: dall’Ottocento fino all’ultimo dopoguerra. Lo chiamano “metodo storico”, i baron-tromboni: un modo per dire che hanno esercitato la loro autorità di prendere e fare proprio ciò che gli aggrada, anche per affermare il loro intimo convincimento sulla destinazione dei nuraghe. Ciascuno di loro - brava gente - aveva però forti sensazioni e qualche dubbio (alcuno - in realtà). Il primo dopoguerra “donsturziano”, vide schiere di rampolli vincitori d’elezioni: e tutti erano reduci del vissuto ventennio fascista, e furono anche “strofinatori di mani” per gli effetti delle indegne leggi razziali, spianatrici di carriere per gli “Ariani”. Nessuno allora ebbe dubbi e così confermarono idee ottocentesche (metodo storico): i nuraghe sono luoghi “maschi”, espressione delle società fascio-bellicose della preistoria. Infine, quando da una generazione di trombon-profeti si delineò un messia cultural-politico… beh, scusate, non si potevano avere più dubbi: i nuraghe erano fortezze e/o comunque luoghi militari… ¡per tutti!Eppure tutti sanno o dovrebbero sapere: nessuno può affermare di aver capito, quale fosse la funzione originaria dei nuraghe; molti avvezzi alla ragione hanno compreso, infine, che il responso è lapalissiano: non lo sapremo mai. Si aggiunga che i nuraghe esprimono diverse tipologie e peculiarità architettoniche - anche notevoli in quelli affini. Si aggiunga che i nuraghe, nella loro lunghissima carriera, ben più antica e meno lineare di quanto i carrieristi abbiano mai ritenuto di sapere, essi siano stati utilizzati in vario modo e a tal fine modificati in parti diverse, così che non sono giunti all’attuale “intellighenzia” nella loro forma originaria. Non meraviglia dunque che molti, nuragici e succedanei, ci si possano essere rifugiati e difesi, che altri vi abbiano vissuto una vita o eretto un luogo di culto; altri - di recente - li hanno ritenuti eccellenti rifugi per gli animali. Nell’Ottocento (cosa frequente anche nel Novecento) non pochi autori, per supportare le loro ipotesi/sensazioni, proponevano, ai pochissimi lettori, scene di vita romanzate secondo il buon senso comune, per spiegare come fosse possibile l’uso dei nuraghe (il romanzo era l’antesignano della TV). Efficaci sono le ricostruzioni del Centurione, che fantasticava diverse situazioni possibili, per comunicare quanto i nuraghe fossero dissimili fra loro e come altrettanto differenti dovevano essere gli usi per cui i costruttori e i committenti li avevano destinati. Percorrendo le varie ipotesi, sia quelle sostenute da diversi “studiosi” per “rispetto accademico” o uniformità (metodo storico!) con chi li precedette, sia quelle intimamente sentite dai più, si può comunque trovare una buona dose di fantasia. Propongo pertanto un succinto confronto delle teorie in campo dell’immaginazione applicata ai monumenti nuragici, nella segreta lusinga d’ottenere l’accesso degli addetti a una maggiore umiltà . Giacobbe Manca Immersa nel silenzio di in un lussureggiante quanto struggente giardino mediterraneo, fra centinaia di lapidi e statue (alcune vere opere d’arte), nel Cimitero acattolico di Roma chiamato anche Cimitero degli Inglesi, disteso dietro la Piramide Cestia, c’è un piccolo angolo di San Teodoro. Accanto alle tombe più famose, come quelle dei nostri conterranei Antonio Gramsci ed Emilio Lussu, dei poeti inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, del figlio di J. W. Goethe, del nipote di J. S. Bach, del grande fisico Bruno Pontecorvo, dello scrittore Carlo Emilio Gadda, dello scultore americano William Wetmore Story e di sua moglie Emelyn (la statua “L’angelo del dolore” da lui scolpita e dedicata alla consorte è il grande capolavoro di questo cimitero) e di centinaia di personaggi di varie nazionalità e fedi diverse da quella cattolica, c’è una piccola lapide, semplice, senza statue né alcun epitaffio, ma con due nomi che a qualunque visitatore non diranno niente: Suzanne Giusti nata Gast e suo figlio Alessandro Giusti, sepolti in quell’oasi di pace. A un attento visitatore teodorino non potranno però sfuggire i riferimenti a un’altra lapide, molto simile, che si trova nel muro interno della parte vecchia del cimitero di San Teodoro. Oltre allo stesso nome inciso sulla lapide romana, la lastra di marmo recentemente restaurata reca questa commovente scritta: “Ha molto amato questa forte terra di Sardegna, questo bianco paese; vi ha costruito una casa in Lu Impostu che porta il suo nome. Che riposi in pace”. La signora Suzanne Gast, nata a Stoccolma nel 1932, era arrivata a San Teodoro nella seconda metà degli anni ’60 con il marito Arnaldo Giusti e con i figlioletti Alessandro e Daniele. Erano amici della grande attrice Lea Massari che aveva già costruito tre villette a Lu Impostu; il marito era Direttore della Comunicazione presso la Dino De Laurentiis Cinematografica. Erano persone molto alla mano; allora i turisti erano pochi e li conoscevamo uno per uno. La famiglia Giusti non amava solo la bellezza del mare ma adorava la Sardegna e San Teodoro con un sentimento profondo; erano persone colte e sensibili e quindi interessate a conoscere la gente, la cultura, le tradizioni. A San Teodoro avevano legato con tutti, dal sindaco al fontaniere, dal medico al macellaio, dal parroco al muratore. Fino ad allora avevamo visto tedeschi e francesi, qualche inglese e olandese, ma mai degli svedesi. Quella giovane signora bionda, bella, socievole e con due bambini piccoli, era guardata da tutti con grande affetto che lei ricambiava con saluti calorosi ed ampi sorrisi. Purtroppo una rara quanto inesorabile malattia stava lentamente minando il suo corpo e la signora Suzanne morì il 2 settembre del 1971, a soli 39 anni, a causa di una grave forma di distonia. Il figlio Alessandro, all’epoca di cinque anni, seguì la madre nel 2008, a soli 42 anni, per cause a noi sconosciute. La notizia portò molto dolore nella piccola comunità di Lu Impostu formata da francesi, svizzeri, tedeschi e italiani e fra la gente di San Teodoro e il ricordo della madre e dei figli biondissimi rimane tuttora vivo. Arnaldo Giusti dopo diversi anni vendette la villa, fece incidere la lapide nel nostro cimitero e fu fra i fondatori dell’Associazione Italiana per la Ricerca sulla Distonia, di cui fu presidente per alcuni anni. Oltre al ricordo e alle due lapidi di Roma e di San Teodoro, ci rimangono le struggenti parole da lui espresse in una lettera al Cardinale di Milano Carlo Maria Martini: “Reverendo Padre, cerco una sua risposta a un uomo semplice, quale credo di essere. Sarebbe la risposta alle poche gocce di vita che mi rimangono dopo che il nostro bel fiore è rimasto senza petali. Prima mia moglie, poi nostro figlio appena adulto e proiettato nella vita. Sarà mai possibile, e sotto quale forma, il rincontro tra chi tanto si è amato? Da ragazzino questa certezza era dentro di me. Oggi è più lontana” Vladimiro Lecca

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il levante Atte, liberta e amante di Nerone nella letteratura, nella storia, e … a Olbia GIUGNO 2018 - pag. 4 Ricordando un grande intellettuale Se non fosse per il polacco Henryk Sienkiewicz, premio Nobel per la letteratura nel 1905, autore del romanzo storico Quo vadis?, grande affresco di Roma al tempo dell’imperatore Nerone, in cui si svolge la vicenda del tribuno Marco Vinicio e della fanciulla Licia, solo un assai ristretto pubblico di antichisti sarebbe a conoscenza di un personaggio secondario, ma storicamente attestato: Atte, liberta e amante di Nerone. In quel romanzo agiscono sia personaggi di fantasia, per quanto verosimili, sia propriamente storici, fatti muovere con libertà dall’autore nella sua mirabile ricostruzione ambientale della Roma neroniana. E sono figure di peso, come lo stesso Nerone e la moglie Poppea, il filosofo e tragediografo Seneca, il prefetto Tigellino, l’arbiter elegantiarum Petronio autore del celebre Satyricon e, nel nascente mondo cristiano, gli apostoli Pietro e Paolo. Sono poi arrivate le trasposizioni cinematografiche, la più nota delle quali, del regista Mervin Le Roy, è del 1951, che hanno fatto entrare in un assai più vasto immaginario collettivo il mondo di cui Atte era parte, con la potenza delle immagini e l’interpretazione scenica degli attori hollywoodiani. Detto della creatività del romanzo storico e delle sue derivazioni cinematografiche, permane il fatto che già la storia raccontata dagli antichi ha la sua potente forza di suggestione. Tacito, Svetonio, Dione Cassio con poche pennellate ci trasmettono l’immagine di questa donna in genere malvista e descritta come perversa e lasciva. Amò Nerone e fu amata da lui. Fu strumento di intrighi familiari e di corte, rischiò assai tra avversioni e giochi di potere, che finirono per determinarne l’esilio dalla corte imperiale e da Roma. Ma possono avere i lettori de il Levante un motivo particolare in più per interessarsi a questa donna dell’antichità? Sì, perché, se gli storici antichi non ce lo raccontano, una scienza ausiliaria della storia, l’epigrafia, ci dice che elle ebbe a che fare con la Gallura. Qui, verosimilmente per dono di Nerone, ebbe la proprietà di latifondi nel retroterra di Olbia, che mise a frutto con fabbriche di laterizi di notevole importanza, a giudicare dai bolli, veri marchi aziendali dell’epoca, col suo nome sul materiale rinvenuto: Actes Aug(usti) liberta. Quella che era stata una schiava, poi liberata, di schiavi ne dovette possedere a sua volta e impiegarli nelle sue attività imprenditoriali ed a sua volta ebbe modo di affrancarne un certo numero contribuendo alla mobilità sociale in quell’ambiente come suggerisce l’attestazione nelle iscrizioni latine dell’espressione “liberto di Atte”. A quel territorio è probabile si sia affidata quando le vicende che la coinvolsero a Roma dovettero costringerla ad allontanarsene. Nel frattempo Nerone rischiò di essere travolto da una importante congiura, ma ad essa scampò e poi si vendicò spietatamente. Quanto ad Atte, un’ulteriore notevole sua traccia in Sardegna potrebbe riconoscersi nell’edificazione di un tempio dedicato a Cerere dea delle messi, un cui resto, in granito sardo, con l’esplicita epigrafe dedicatoria, è finito chissà come, al camposanto monumentale di Pisa; che un tale edificio sia stato eretto nel territorio di Olbia, in un’area agricola come quella in cui aveva soggiornato la donna, non sorprende di certo, ma qualcuno vi ha visto, forse a ragione, qualcosa di più: una sorta di ringraziamento alla divinità per lo scampato pericolo dell’antico amante. Sta di fatto che, più avanti, alla morte tragica di Nerone (stavolta dalla congiura si passò ad una vasta rivolta militare che raggiunse l’obiettivo), Atte si trovava nuovamente a Roma, e qui torniamo alle fonti storico-letterarie, a Svetonio per la precisione, il quale racconta come le ceneri dell’imperatore furono deposte da Atte con la collaborazione delle antiche nutrici di lui nel monumento funebre della famiglia paterna del defunto. Gesto pietoso e coraggioso di questa donna, che, ad accostarsi ad una assai incerta tradizione di ambito cristiano, potrebbe essere inserito in un percorso se non di avvicinamento al Cristianesimo, almeno di attenzione per la religione animata nella Roma neroniana dagli apostoli Pietro e Paolo, come lo stesso Sienkiewicz, con cui abbiamo iniziato adombra nel suo romanzo: ma Sienkiewicz era un artista – e questa è la sua forza – che non era tenuto al rigore dello storico. Ignazio Didu Sono ormai tre anni che non c'è più e forse è tempo che lo si ricordi per ciò che è stato e per ciò che ha fatto per tutti noi, per la comunità teodorina. Non voglio parlare della sua indiscussa figura di intellettuale, mi voglio limitare a ricordarne la profonda umanità e la grande disponibilità nei confronti dei suoi concittadini oltre all'amore smisurato per la sua terra e per San Teodoro a cui guardava con grande nostalgia. Mi piace sentirlo ancora tra di noi mentre fa i suoi sermoni pacati ma appassionati in difesa dell'ambiente, talvolta speranzoso, tal altra sconsolato, mai comunque rassegnato. Quando lo conobbi stavo affrontando delle battaglie ambientali nel mio paese di provenienza. Avevo quindi necessità di confrontarmi nelle mie certezze ed in lui trovai un interlocutore colto e attento. Era appassionato e non sempre capito, talvolta ignorato per le sue idee, la sua intransigenza la mostrava solo verso la stupidità. In materia ambientale non ha mai accettato le posizioni estremiste anche se spesso, per la foga e la passione che poneva nell'esternare le sue idee veniva scambiato per uno di questi. Propendeva invece per una salvaguardia culturale e intelligente, convinto come era che la nostra cultura fosse strettamente collegata all'ambiente in cui questa si era sviluppata e le modificazioni dell'ambiente non potevano che portare a delle modificazioni culturali profonde e irreversibili. La sua arte e la sua voglia di documentare il paesaggio nasceva quindi da tutto questo. Avrebbe voluto dettare delle linee di indirizzo che fossero state utili a tutti, paesaggisti ed architetti, tecnici di varia provenienza, per far sì che i loro lavori non interferissero ma si integrassero nell'ambiente naturale dell'amata Oviddhè e della Gallura più in generale. Gli mancava un megafono perché la sua voce giungesse a tutti e la sensibilità culturale dei progettisti venuti dall'esterno quasi mai era tale da accostarsi al processo progettuale con una valutazione attenta del territorio e della sua cultura. Bastava leggere i suoi scritti, le sue considerazioni, per trovare spunto per una progettualità diversa mentre si trovava congeniale e più consono alle esigenze commerciali, trovare spunti in un abbecedario immaginario e immaginifico. Così il territorio andava assumendo via, via, connotazioni fiabesche e la nostra cultura se ne andava con lui in un mondo dei balocchi dove tutto è irreale e dove i punti di riferimento sono quelli della società edonista. Lo stazzo, a cui aveva dedicato molti dei suoi lavori, resta nella memoria remota dei vecchi ed i giovani tuttalpiù ne hanno sentito parlare come luogo da cui tenersi lontani ignorando del tutto l'importanza che ha avuto nello sviluppo culturale e nella crescita del nostro territorio. Sostenitore convinto dell'istituzione di Parchi ed Aree Protette, riteneva che questi non potessero nascere contro la gente, intendendo per gente gli abitanti delle aree interessate dai progetti istitutivi, in primis contadini e pescatori, portatori di quella cultura ambientale necessaria per operare un corretto sviluppo, e che fossero un veicolo culturale importantissimo su cui avrebbero dovuto studiare le scolaresche. Spesso mi chiedo perché le condizioni ambientali del nostro pianeta siano oggi così dissestate e disastrate e, immancabilmente, arrivo sempre alla conclusione che la causa di tutto ciò è l'uomo; l‘uomo che da tempo ha abbandonato la propria "naturalità" per inseguire pericolose inclinazioni egoistiche che non potranno mai essere soddisfatte. Scriveva questo su Civiltà del Mare in un intervento preparatorio ad un convegno sui parchi marini.Aggiungeva che la terra è stata sempre sufficientemente generosa con l'umanità. Ora ci sta un po' stretta ma in passato senza troppa fatica ha consentito all'uomo non solo di vivere in spazi sufficientemente ampi ma anche gli ha fornito frutti spontanei e consentito di cacciare traendone senza grande fatica tutto quanto gli era necessario per vivere. I nostri antenati hanno fatto un uso equilibrato del territorio mantenendo il giusto equilibrio tra soddisfacimento dei propri bisogni e necessaria salvaguardia dell'ambiente al fine di evitarne l'impoverimento ed il degrado che avrebbe portato alla inevitabile riduzione delle risorse. Questo può e deve essere fatto ancora, diceva, e su questi principi lui basava i suoi scritti. Troppo rapidamente la memoria del suo ricordo si è affievolita. Pierangelo Sanna

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il levante ...quel mare, detto di Sardegna MAGGIO 2018 - pag. 5 Storia dellʼalimentazione dellʼuomo I mosaici di Ostia danno perfettamente l’idea di come fossero le navi mercantili romane: piu corte e tondeggianti rispetto alle snelle navi militari, con propulsione prevalentemente a vela, anche se spesso erano dotate di remi, utilizzati per le manovre di llontanamento e avvicinamento o in caso di necessita (cosi come le navi da guerra potevano essere provviste di vela). Il tonnellaggio variava a seconda delle esigenze commerciali e la capacita di trasporto era calcolata in anfore (45/50 chilogrammi) o in modii (contenitori di circa 6.6 chilogrammi). Il limite inferiore per le navi di tonnellaggio medio erano 10.000 modii di grano (circa 70 tonnellate), ma la maggior parte delle imbarcazioni impiegate era di 3.000 anfore (150 tonnellate). Trasportavano merci di varia natura: generi alimentari (soprattutto vino e olio), contenuti in anfore impilate nelle stive a formare diversi piani, raffinato vasellame, pregiate suppellettili ed opere d’arte, che costituivano spesso il carico supplementare. Alcune navi erano specializzate per i trasporti eccezionali, come gli obelischi, e merci particolari: le naves lapidariae per i marmi, le frumentariae per il grano, le vinariae per il vino, le bestiariae, o cercuri, per il trasporto degli animali destinati ai giochi del circo, e le naves onerariae magnae, utilizzate per il trasporto dei lingotti di piombo. Queste ultime erano di dimensioni davvero rilevanti e la loro struttura era rinforzata in vari modi, generalmente con chiodi di bronzo lunghi fino a 80 cm, come attestato nel caso del relitto rinvenuto nelle acque di Mal di Ventre (I sec. a.C.). Nei nostri mari moltissimi sono stati, e continuano ad essere, i ritrovamenti di relitti di onerarie e questi rinvenmenti, insieme alle (poche) fonti che hanno tramandato racconti di viaggio, permettono di ricavare dettagliate informazioni sulla vita di bordo. Con il relitto di Spargi (arcipelago della Maddalena, presso Secca Corsara, fra l'isola di Spargi e la costa), la Sardegna ha il vanto di essere stata la sede del primo scavo sottomarino eseguito sistematicamente in Italia. Si tratta del recupero del relitto di una nave del II/I sec. a.C., lunga 35 metri e naufragata con il suo carico di circa 2000 anfore e altra ceramica. In quell'occasione fu possibile incominciare a documentare il contesto del materiale del carico e stabilirne la datazione. Parte del carico che si e potuto recuperare e ora esposto al Museo Archeologico Navale "Nino Lamboglia" di Mongiardino. Forse gia individuato nel 1907, il relitto subi varie “ricognizioni” non ufficiali e deleterie, fino ad arrivare ad una prima campagna di scavo ufficiale condotta nel 1958 dal Lamboglia, Direttore del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina, sotto l'egida dell'Istituto di Studi Liguri. La campagna dell’anno successivo fu invece molto breve, perche pescatori di frodo con il tritolo, correnti marine e movimento della sabbia, avevano agito sulla posizione dei reperti disperdendoli e lasciandoli alla merce di commercianti e collezionisti senza scrupoli. Nel 1963 si ritorno sul luogo, ma quasi inutilmente e nel 1974, in occasione di un’intervista alla rivista “La Nuova Sardegna”, il Lamboglia riferiva: "Non esiste piu alcuna possibilita di recuperare la nave di Spargi. La sua struttura, il suo prezioso carico sono sostanzialmente perduti. Si tratta di una perdita incalcolabile: tanto piu amara quanto piu la nave oneraria romana si trovava nelle condizioni ideali per essere protetta". Sulle navi mercantili destinate a percorsi di una certa lunghezza, era prevista la presenza di una cucina, piccola e a disposizione di pochi, ma per la grande maggioranza dei presenti a bordo il passaggio marittimo era un vero e proprio bivacco, con saltuari pasti in comune preparati in maniera estemporanea con prodotti, vino e olio portati da terra, pesci presi con la fiocina o all’amo, o uccelli migratori catturati spalmando le alberature con il vischio. La fame comunque non doveva essere tutto sommato un grande problema, anche se erano frequenti i casi di digiuno forzato per le condizioni avverse del tempo. Temibile doveva essere invece il problema della sete. Il rifornimento dell’acqua potabile veniva effettuato tramite le così dette ”acquate”, cioe l'immissione di acqua piovana direttamente nelle scaphae, le scialuppe fasciate all’interno con grosse tele. Le acquate venivano fatte o in porti provvisti di riserve di acqua dolce e di adeguati sistemi di pompaggio o in determinati punti costieri. Maura Andreoni (segue sul prossimo numero) Numerose fonti scritte e figurative dell’Antico Egitto testimoniano che, in tutte le Epoche, gli Egizi ebbero a loro disposizione un ampio bagaglio alimentare. Tra gli animali da allevamento il maiale occupava una posizione privilegiata, ma anche il bue e la pecora erano ampiamente consumati. I cereali erano oggetto di vaste colture così come le verdure (cipolle,porri, lattuga, aglio ) e le leguminacee (ceci e lenticchie). La modalità alimentare degli Egizi era diversa da una classe sociale all’altra. I ricchi e i privilegiati avevano un’alimentazione molto più carnea, mentre i poveri si accontentavano, nella grande maggioranza dei casi di un’alimentazione a base di cereali, di verdure e di legumi. Per tutto questo si può considerare che l’apporto proteico nell’alimentazione dei Greci fosse piuttosto basso, tanto che sarebbe lecito chiederci se questa carenza, nella maggioranza della popolazione, non abbia provocato un indebolimento della loro salute. Ciò spiegherebbe meglio, forse, il motivo per cui la Medicina detta “moderna”, sia nata, con Ippocrate, proprio in Grecia. Colonizzando le regioni mediterranee ed europee, i cui abitanti erano per loro dei barbari, i Romani non facevano altro che trasmettere alle popolazioni conquistate la loro ideologia; incontrando però una forte opposizione. Le due civiltà erano, infatti, in completo contrasto. Da un lato il partito della carne, del latte e del burro; dall’altra quello del pane, del vino e dell’olio. L’opposizione fra queste due modalità alimentari raggiunse l’apice nel III° e IV° secolo, quando i rapporti di forza si rovesciarono a favore dei Barbari. Sin dalla edificazione delle chiese e dei monasteri, il Clero si affrettò, infatti, a seminare grano e a piantare viti e ulivi. Fu una perfetta simbiosi fra due diverse culture e la tradizione barbara ne usciva addirittura rafforzata. La caccia, l’allevamento di animali in semilibertà, la pesca di fiume e di lago, la raccolta erano elevati a rango di attività nobili alla stregua dell’agricoltura e della coltura delle viti. Anche lo sfruttamento delle foreste era una pratica degna di considerazione sul piano sociale e venivano misurate in maiali (dei quali il cinghiale era l’antenato), mentre i vigneti venivano misurati in anfore di vino, i campi i “ boiseau” e i prati in carri di fieno. Questo sistema “ agro-silvo-pastorizio” forniva così un’alimentazione estremamente diversificata e questa complementarietà fra le risorse animali e vegetali consentì dunque di garantire un cibo equilibrato alle popolazioni europee dell’alto Medio-Evo. Alessandro Testaferrata L’ufficio turistico del Comune di S.Teodoro, situato in Piazza Medi- terraneo, osserva per tutto il periodo estivo il seguente orario: Tutti i giorni dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 24.00. la voce dei lettori Al Signor Sindaco ed alla Giunta Comunale Questa mattina mi sono svegliata con un dubbio atroce: ma gli abitanti de Lu Fraili di Sotto fanno parte del Comune di San Teodoro oppure no ? E’ assurdo che con tutte le case che ci sono- per la maggior parte seconde case che contribuiscono ad arricchire il Comune - siano trattati in questo modo. Forse sono troppo educati e pazienti? Ma tutto ha un limite. Faccio un esempio concreto: come ci si può permettere di levare l’acqua senza avvisare nessuno? Può succedere una volta, ma quando questo si ripete sempre significa che avete poco rispetto per i cittadini contribuenti. Che dire poi della luce: sono sei anni che ci prendete in giro. Sono forse più importanti i vasi con i bonsai di ulivo nella piazzetta di San Teodoro? E così potrei continuare con altre manchevolezze. Ma non ho altro tempo da perdere. Se vi resta un attimo di tempo fatevi un breve esame di coscienza e traetene le conclusioni. Cordiali saluti Maria Antonietta Manca

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il levante Stagno S.p.A. atto secondo Nel mio precedente intervento, pubblicato sul numero di maggio, ho fatto un piccolo excursus sullo stato attuale della Laguna, con particolare riferimento alle difficoltà burocratiche che hanno rallentato l’iter di approvazione delle innumerevoli delibere da parte del Socio di maggioranza e, di conseguenza, la stasi solo temporanea delle attività svolte nello Stagno, attività necessarie alla sopravvivenza economica della Società di gestione che si regge su basi di autofinanziamento, essendo, allo stato, impossibile chiedere, soprattutto ai Soci privati ulteriori sottoscrizioni di quote volte ad un aumento del Capitale Sociale. Al riguardo, è necessario specificare che alcuni Soci, sottoscrittori della prima ora, hanno chiesto ufficialmente il recesso dalle quote sociali chiedendone il rimborso. Probabilmente, alcuni di loro non credono più nel progetto iniziale, alcuni all’atto della sottoscrizione puntavano forse ad una forma di investimento fruttifero, mentre altri sono stati cooptati con informazioni sbagliate e forse in malafede. Essendo il Socio di maggioranza, espressione politica della popolazione residente, risulta chiaro che l’amministrazione della Stagno di San Teodoro spa, debba necessariamente riflettere gli indirizzi programmatici dettati dall’Amministrazione in carica, ma è altrettanto vero che gli obiettivi proposti sono gli stessi da anni e non sono cambiati pur con l’alternarsi delle Amministrazioni che si sono succedute. Purtroppo, una delle attività più importanti, più specificamente quella dell’ittiturismo, è ferma dalla chiusura della scorsa stagione e, al momento in cui andiamo in stampa, non si vede uno spiraglio positivo almeno a breve termine. I motivi sono diversi; primo tra tutti il contratto tra la Soc. Agrimare, gestore “storico” dell’attività, che è scaduto nel settembre 2017 e che, come spiegato nel precedente intervento, essendo un’attività collaterale, quindi non direttamente legata alla produzione della Laguna, è passata in capo al Comune di San Teodoro, non per mera scelta dello stesso Ente, ma su netta e chiara imposizione delle Leggi e Regolamenti nazionali. La prima difficoltà è stata quella di liberare il sito dalla presenza delle proprietà lasciate dal vecchio Gestore sulle quali, gli eredi dello stesso accampano il giusto riconoscimento, avendo, gli stessi, operato delle migliorie per le quali chiedono adeguato corrispettivo. Leggi, leggine e cavilli di ogni genere, hanno portato ad una situazione di stallo ancora oggi presente e che, difficilmente, potrà essere risolta prima della stagione estiva ormai formalmente iniziata. Tutto questo, crea non solo amarezza per la mancata presenza GIUGNO 2018 - pag. 6 di un’attività consolidata e che, anche a livello di immagine, era uno dei fiori all’occhiello del sito, ma anche sul piano economico, ha creato un disagio finanziario consistente, considerando che più della metà di una semestralità del mutuo che grava sulle casse della Società, veniva saldata dagli introiti versati dalla Agrimare. Il Co- mune sta provvedendo ad integrare i mancati incassi dovuti alla perdita delle attività, compresa quella del battello Lianti, asse- gnando alla Società di gestione altri incarichi che verranno forma- lizzati a breve e che ci permetteranno ancora, si spera, una completa autonomia finanziaria, permettendoci di far fronte ai consistenti im- pegni e contemporaneamente garantire la conservazione e la frui- bilità del sito. E’ già previsto un consistente investimento per la pulizia della bocca a mare, oltre al monitoraggio costante della qua- lità delle acque, che come ribadito in varie occasioni, non è, pur- troppo, ottimale e, pur rimanendo nei parametri previsti per legge, non raggiunge quegli standards conosciuti nel passato. Il ritardo nell’approvazione del Bilancio Consuntivo dell’anno 2017, è do- vuto sostanzialmente alle giuste richieste presentate dai Sindaci della Società, relativi a capitoli presenti nei documenti precedenti, che si sono automaticamente trasmessi ai bilanci successivi e sui quali è necessario, per legge, fare chiarezza soprattutto in una So- cietà “In House”, nella quale i conti devono seguire la stessa evi- denza pubblica di un Ente come il Comune che, è importante specificarlo, deve operare sulla controllata il cosiddetto controllo analogo. In parole povere, il controllante ha il diritto/obbligo di co- noscere dettagliatamente, gli obiettivi e le spese operate. Inoltre, sono emersi debiti dei quali non si conosceva l’esistenza, dovuti al- l’ammontare del canone spettante al Comune di San Teodoro, va- lutati in circa 77.000 euro, sui quali si stanno trattandole modalità di pagamento e si discute anche per la collocazione dei canoni fu- turi. Si sta organizzando un tavolo tecnico al quale parteciperanno tutti gli Enti che gravitano, direttamente o di riflesso sulla Laguna; Assessorato all’Ambiente della regione Sardegna, Università di Sassari, Icimar, Capitaneria di Porto, Area Marina Protetta, Guar- dia Forestale, oltre ad Abbanoa nella sua qualità di gestore del de- puratore. Tutte le altre Forze dell’Ordine, anche a livello locale, saranno chiamate, insieme alla Società di gestione ed al Comune di San Teodoro, al capezzale del malato, per individuare la cause del malessere e, ognuno per la sua parte e competenza, ad intervenire per le cure necessarie. I programmi stilati nel contratto di servizio che si andrà a firmare con il Socio di maggioranza, sono vasti e stu- diati per lo sviluppo del luogo che deve andare di pari passo con la sua conservazione e salvaguardia. La nuova creatura nata in questi giorni, chiamata Unione dei Comuni del Monte Acuto-Riviera di Gallura, porterà sicuramente ottimi benefici. I finanziamenti sono disponibili, i progetti sono in fase di esecuzione e noi siamo certi che la Laguna sarà parte principale di questi obiettivi, almeno rela- tivamente alle quote relative al Comune di San Teodoro, essendo considerata fondamentale, vista anche la sua vicinanza con la Spiaggia della Cinta, con la quale vive in simbiosi. Non dimenti- chiamo, soprattutto, che la bellezza di questo Sito di Interesse Co- munitario è di proprietà dei teodorini, che ne hanno la custodia e devono sentire il dovere morale di restituirla ai propri figli così come l’hanno conosciuta. Lasciamo da parte le polemiche, i dualismi e la competitività ste- rile e dannosa, magari emarginando quelli –pochi per la verità- che sperano nelle alluvioni per mettere in difficoltà chi amministra il bene pubblico, o di chi, nelle chiacchere da bar parla di stipendi fa- raonici degli amministratori, facendo sì che la parte sana di San Teodoro, quella che ha veramente a cuore le sorti ed il futuro della comunità, lavori spalla a spalla per raggiungere l’unico scopo utile e necessario : il bene della Laguna, di San Teodoro, dei teodorini e di tutti quelli che da tempo e, spero ancora per molto, vorranno ve- nire a visitare il nostro territorio. Enrico Lecca

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il levante UNA GUIDA " MICHELIN " DI OLTRE CENT'ANNI. GIUGNO 2018 - pag. 7 IL CORO GALORJ Di guide Michelin, del Gambero Rosso e simili ne esistono oggi a dozzine. Non c'è settimanale in edicola che si rispetti che non pubblichi inserti ragionati e firmati da prestigiosi chef sui luoghi,ristoranti,locande e agriturismo che si fregiano, più o meno, di due, tre, cinque stelle. Ebbene, per la curiosità dei nostri lettori, ne abbiamo scovata una che da Marina di Pisa reca la data dell'ottobre 1909 e la prestigiosa firma di Gabriele D'Annunzio a corredo di un manualetto vergato da Hans Barth, noto giornalista tedesco che visse per anni in Italia e che ebbe la bizzarra idea di offrire ai suoi connazionali una guida pratica per scoprire le "osterie" ed i luoghi celebri per ospitalità da lui visitati. Ecco quel che il Vate (noto non solo per la sua opera letteraria e per le sue "stravaganze" ma anche per la sua passione per la buona tavola) scrisse appunto ad ottobre del 1909 a proposito della guida di Barth riferita alla nostra Isola. Ne riportiamo un ampio stralcio dall'originale. M.S. Non conoscete il nepente d'Oliena neppure per fama? Ahi lasso!Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall'ombra delle candide rupi e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domos de Janas, per quivi spugnosamente vi- vere in estasi fra caratello e quarteruolo. Io non lo conosco se non all'odore; e l'odore, indicibile, bastò a inebriarmi. Eravamo " clerici vagantes " per un selvatico maggio di Sardegna, io, Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, or è gran tempo, quando giungemmo nella patria del rimatore Raimondo Congiu piena di pastori e di tessitrici , ricca d'olio e di miele,ospitale tra i Sepolcri dei Giganti e le Case delle Fate. Subito i maggiorenti del popolo ci vennero incontro su la via come a ospiti ignoti; e ciascuno volle farci gli onori della sua soglia , a gara. Ora accadde che nell'ultima casa, affacciata sopra un uliveto più bello e più santo di quelli che ombrano la via di Delfo, domandando l'ospite a ciascuno di noi notizie del nostro paese natale, io fossi da lui riconosciuto come il figlio del signore che un giorno nel lontano Abruzzo per singolari vicende l'aveva accolto secondo l'antico costume nostro liberale. Com- mosso dal ricordo sino alle lacrime se bene avesse un occhio solo egli si profuse in carezze verso me e i compagni con tanto calore ch'io mii sentii perduto.Ma il Pasca votò anche una volta tre e tre coppe. E io m'ebbi in dono una pelle di cignale e un lungo fucile damaschinato d'argento e un caratello. Quando uscimmo per raggiungere la nostra vettura ,il generosissimo so- stituto era già trasfigurato in prisco Quirite e voleva lasciar su la via le vili brache polverose per vestire a guisa di toga illustre il cuoio irsuto. Andate dunque da Monterosso di Mare a Oliena d'Oltremare , valicando il Tirreno sino al golfo di Orosei .....Son certo che là è la meta delle vostre peregrinazioni eloquenti ; là è l'estasi e il silenzio in una Casa di fata o in un sepolcro di Gi- gante.E il ricordo di tutte le taverne laudate, dalla Verona della luna alla Capri di Hermann Moll sarà vanito.... A te consacro,vino insulare, il mio corpo e il mio spirito. "Ad multos annos " finchè non abbiate voi bevuto almeno tanto di vin mero..... Gabriele D'Annunzio Marina di Pisa, ottobre 1909 Là dove senti cantare, fermati…. C’è un vecchio fienile, oggi ristrutturato, nella cam- pagna di San Teodoro, dove un gruppo di amici, seduti di fronte al dolce crepitio del fuoco di un camino, tra una chiacchierata ed un buon bicchiere di vino, si incon- trano e cantano. Cantano, e vecchie sono- rità della tradizione riemer- gono, si fanno strada, avvolgendoli in un caldo ab- braccio. E così, le antiche melodie del canto a Tasgia (A te offeru li canti d’amori, La loda, Tantu tempu du- Il Coro in visita alla casa di Ugolino Visconti, ultimo giudice di Gallura. nosa…), riecheggiano anche in questo lembo di Gallura. Siamo nel 2014 e prende formalmente vita, l’Associazione cul- turale “Coro Galorj”, che fa della ricerca delle tradizioni sarde e galluresi più in particolare, il proprio tratto distintivo, che ben si evidenzia fin dal nome. Galorj appunto, il primo toponimo che ri- manda alla Gallura, indicato nella cosidetta “Carta Pisana” del 1275. La più antica carta nautica del Mediterraneo. Anche il logo riporta ben evidenti questi “segni” identitari: l’im- magine della Chiesa dedicata a San Teodoro martire, a rappresen- tare il cuore del paese, la campagna a rappresentare il senso di attaccamento alla terra ed alle sue tradizioni e, sullo sfondo, la cima del Monte Nieddu a rappresentare lo sguardo rivolto al futuro. Il lavoro dei componenti e del maestro Marcello Pasella, fatto di ricerca e dal componimento di brani inediti, hanno consentito al Coro di creare una propria cifra stilistica. Immersi nella serenità della campagna ed accompagnati dal suono del vento, nascono e vengono armonizzati componimenti quali: “Alcu di fiori” un canto all’amata (testo di Renato Ventroni), “Preghiera a Maria”, una preghiera alla Madonna (scritta da Paolo Russu), “L’aia di mari”, i sogni di un bambino affidati al volo di un gabbiano (testo di Bruno Raineri) e “A ninnia ninninia co- r’amatu”, una dolcissima ninna nanna tratta da una poesia di Petru Alluttu (Pietro Orecchioni). Sono brani inediti cantati nel solco della tradizione non esistendo una partitura. Oggi, queste antiche sonorità si trasferiscono dall’antico fienile e si aprono all’ascolto degli appassionati, deliziando le platee in oc- casione di convegni, eventi culturali e nelle feste di piazza. Seppure affacciatosi da poco nel panorama canoro tradizionale della Sardegna, numerosi ed importanti sono gli eventi a cui la co- rale ha partecipato. Da ricordare tra le più importanti: Rappresen- tati per la Sardegna, al 19° Festival del folclore italiano - luglio del 2016; Partecipazione alla “5° Ciurrata internazionali di la Linga Gadduresa” - Palau; Rassegna corale musica sacra – basilica Ro- manica di Santa Maria Coghinas; Concerto dei Re Magi - Posada; Primavera in Baronia - Siniscola; Primavera in Gallura – Tempio 2018, dove per la prima volta, un coro teodorino si è esibito nella città ai piedi del Limbara, patria del “canto a tasgia”; - Organizza- zione dell’evento “Gli antichi canti degli stazzi tra Corsica e Gal- lura”, con la partecipazione tra gli altri, di una particolare ensemble Corsa, il Coro Piazza Cumuna di Ajaccio. Tra i lavori del coro, una nota di rilievo la merita il reading mu- sicale "Sardegna come un'infanzia” (da un’idea di Massimo Og- giano), tratto dal romanzo "Viaggio in Sardegna" di Elio Vittorini, portato in scena per la prima volta nel 2016. Lavoro che ha visto im- portanti collaborazioni, con i Cordas et Cannas, i Tenore e Cun- cordu de Orosei, il violoncellista Giuseppe Fadda, l'attore Carlo Valle. Il Coro Galorj è composto da: Marcello Meloni (boci – Te- nore II°), Massimo Oggiano (trippi – Tenore I°), Franco Mundula e Dario Inzaina (grossu – basso), Renato Ventroni e Fabrizio Co- staggiu (contra – baritono). Direttore, armonizzatore ed arrangia- tore è il Maestro Marcello Pasella. Là dove senti cantare, fermati. Gli uomini malvagi non hanno canzoni…. Renato Ventroni

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il levante Sport in Gallura GIUGNO 2018 - pag. 8 A San Teodoro il Torneo internazionale “SELIS” Ai primi di giugno San Teodoro ha ospitato presso il campo sportivo il “Torneo Internazionale Manlio Selis”. Quest'anno a differenza delle passate edizioni si è disputata anche la finale che il patron Enea Selis e l'Assessore alla Cultura e allo Sport, Massimo Oggiano, hanno voluto portare a San Teodoro con una partecipazione di pubblico che ha superato le duemila persone. Il campo sportivo veniva invaso da una marea di ragazzi e genitori al seguito, provenienti da varie nazioni come Spagna, Giappone, Francia e Inghilterra e, le tribune (predisposte in aggiunta, dall'amministrazione) erano prese d'assalto e occupate in ogni ordine e posto. Il colpo d'occhio alle diciasette di sera di domenica 3 giugno era una tavolata di colori e di urla di giubilo. Si è assistito ad una gara di bel calcio, pur essendo una partita tra “esordienti” ma, il blasone delle due sqaudre era alto. Infatti il Real Madrid ha avuto la meglio sulla squadra italiana della Lazio che è stata superata con un decisivo 4-0 che la dice lunga sulla bontà del gioco espresso dai “blancos” di Spagna che hanno fatto man bassa di trofei. Oltre alla bella soddisfazione per l'amministrazione comunale che con il suo patrocinio ha portato a San Teodoro una manifestazione mon- diale, la impeccabile organizzazione al campo sportivo sotto la guida di Aurelio Pittorra e Giampaolo In- zaina che hanno accolto tutte le squadre al seguito ma, anche a li- vello sportivo vi è stato un presti- gioso riconoscimento per il portiere della locale squadra esordienti, Mat- teo Carta che è stato premiato come miglior portiere per squadre dilettantistiche. Ultima curiosità sul torneo, alcuni nomi di giocatori famosi che hanno giocato nel campo di San Teodoro gli anni scorsi, come il difensore del Milan Calabria, il centrocampista della Roma Pellegrini, l'attuale capitano della nazionale Under 21 dell'Inghil- terra Mason Mount ex Chelsea (vedi foto) e Moise Keen della Ju- ventus.Tutti giocatori a cui il Torneo Selis ha portato fortuna. Ci rivediamo il prossimo anno. Sandro Brandano Lo sport non va in vacanza, anzi continua come ogni anno con il campo estivo teodorino. L'iniziativa che ha come patrocinio il Comune di San Teodoro è rivolta ai ragazzi/e di età compresa tra i 6 e i 16 anni per tutto il periodo estivo sino al 15 settembre al campo sportivo di San Teodoro. il progetto trova le sue fondamenta sul gioco del calcio tutti i lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 18.00 alle 19.30. Per info e prenotazioni rivolgersi ad Igor Marziano al 348 3022589 COME ERAVAMO Anni ‘50. Cresime in Borgata Straula. Le bimbe vestite in abiti nuziali ed i maschietti con la coccarda orgogliosamente portata al braccio sinistro.

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