ecco Cagliari - Xedizioni

 

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antologia di citazioni e brani letterari a cura di Leonardo Mureddu

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a cura di Leonardo Mureddu ecco Cagliari edizioni edizioni

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ISBN: 9788898556281 Copyright © 2018 Xedizioni Cagliari xedizioni.it L’editore è disponibile ad assolvere i propri impegni nei confronti dei titolari di eventuali diritti sui testi pubblicati.

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Presentazione Questo volumetto (il quinto della collana Ragnatele) è dedicato a Cagliari. Una raccolta di brevi descrizioni di arrivi, di visite frettolose, di pagine letterarie e altro materiale, compresi gli stralci di qualche guida turistica e alcune pagine della corposa, ministeriale descrizione della Sardegna e ettuata dall’abate Casalis all’inizio dell’Ottocento. Come altre città mediterranee Cagliari si presenta tutta in un colpo all’arrivo dal mare, appare improvvisamente col suo biancore, le sue rocche, le torri tozze e le palme isolate, indicando luoghi già noti per chi la conosce, ignoti e suggestivi per chi arriva per la prima volta. Anche oggi, che ci si arriva ormai quasi sempre dal cielo, può capitare la fortuna di sorvolare il centro e i quartieri storici prima di tu arsi in quello che sembra essere un ammaraggio e che fortunatamente si trasforma nella pista dell’aeroporto di Elmas, che un tempo infatti era un idroscalo. Una prima idea che accomuna tante descrizioni è che Cagliari, pur essendone la capitale, non appare come una città della Sardegna, ma sembra appartenere a un’idea più mediterranea, quasi medio-orientale; la seconda impressione, anch’essa condivisa in tante pagine, è che pur essendo sul mare non sia una città "di mare", ma 1

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una rocca munita di formidabili difese costruita nelle vicinanze del mare non per aprirsi ad esso, ma quasi per difendersene meglio: “...una grande e ricca città, estremamente ben forti cata da ottime mura e da bastioni regolari sui quali sono montati 200 pezzi di artiglieria, cosicché con i vantaggi che la natura le ha dato e con le opere di difesa essa può essere ritenuta praticamente inespugnabile...” (Dal diario di bordo dell’Ammiraglio inglese John Leake, 1708) Questa natura di città arroccata non è venuta meno con gli anni e permane malgrado lo sviluppo urbanistico a volte selvaggio, grazie alla posizione sulle poche colline tra il mare e i due grandi stagni, costretta a svilupparsi quasi esclusivamente nell’entroterra e comunque oltre la vista. Le pagine che presentiamo coprono un periodo compreso tra i primi decenni dell’800 n quasi ai giorni nostri, mostrando alcuni aspetti che si mantengono costanti e che si possono riconoscere ancora oggi, mentre di altri siamo costretti a notare l’evoluzione, spesso accompagnata da una vena di nostalgia. L’Editore 2

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Viaggiatori Nelle pagine seguenti ho raccolto alcuni brani di letteratura, non solo di viaggio, nei quali viene descritto in qualche modo un arrivo a Cagliari, un breve soggiorno, una semplice impressione sulla città, reale o di fantasia. Molti dei viaggiatori sono inglesi, e infatti sappiamo quanto gli Inglesi siano legati alla Sardegna. Ma abbiamo anche il francese Valery, Carlo Levi, Giuseppe Dessì, me stesso (immeritatamente), Giorgio Todde e altri da scoprire. Vorrei che fosse chiaro che, in questo capitolo come nei successivi, non ho osservato alcuna regola di coerenza e di completezza nella scelta delle letture, ma mi sono lasciato guidare dalle suggestioni e dalle immagini che da queste letture scaturiscono, e hanno un grande valore per me che amo Cagliari. 3

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I Topolino a Cagliari Cominciamo con la visita di un personaggio illustre che sorseggia la sua bibita rimirando una veduta – fantasiosa ma non troppo lontana dalla realtà – della città di Cagliari dal Bastione di Santa Croce. (Tavola di Luca Usai su sceneggiatura di Giorgio Figus per Indiana Pipps e la storia dei giganti in Topolino N. 2977, 18/12/2012, Walt Disney Editore) 5

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II Emigranti La motonave “Città di Tripoli” era un mercantile degli anni ’20, riattato dopo la guerra per il trasporto passeggeri e acquistato dalla Tirrenia. Si diceva addirittura che fosse stata ripescata dopo un siluramento da parte di un sottomarino inglese, ma penso che quello sia un caso di omonimia con un’altra nave. Fatto sta che, anche se avevo solo sei anni, ero in grado di distinguere una nave nuova da una vecchia, e quella mi pareva veramente vecchissima, con tanti strati di pittura sopra la ruggine e delle strane crepe sul comignolo. È stata quella la prima nave che mi ha portato a Cagliari da Napoli, nell’inverno del 1958. Era quasi Natale. La mia famiglia aveva una cabina di seconda classe, molto in basso, in mezzo al clangore e le vibrazioni dei motori. Sotto di noi c’era la terza classe, quasi tutti militari in licenza ammassati in cameroni maleodoranti, che avevano passato tutta la notte a cantare e a schiamazzare per vincere in qualche modo il mal di 6

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mare. L’odore che c’era nei corridoi quella mattina faceva pensare che non ci fossero proprio riusciti. Il mare, però, si era calmato verso l’alba. Mia madre disse perché eravamo ormai protetti dalla costa della Sardegna. Indicava una striscia grigia in fondo, e disse che era l’isola di Serpentara: quando si vede Serpentara mancano poche ore all’arrivo. Quelle furono due ore molto belle, dopo la traversata col “mare lungo” che aveva fatto gemere nave e passeggeri. Cielo e mare erano di un grigio cupo, ma almeno non pioveva e si poteva stare sul ponte: ecco nalmente la costa uniforme diventare alta e chiara: quella è Calamosca, diceva mia madre, lì dietro c’è Cagliari. Ed eccola in ne, una visione che mi riempì d’orgoglio: era la mia città ed era la prima volta che la vedevo. Alta, di un colore rosa, ricca mi sembrava. Chissà dov’era casa di nonna, le case degli zii. L’orgoglio crebbe quando ci avvicinammo al porto: si potevano vedere delle gru gigantesche che potevano andare su e giù sui binari, e dietro un viale con le palme e dei palazzi con i portici: la facciata di via Roma e sulla destra il palazzo alto della Società Elettrica, e tante macchine e tram che correvano e gente che aspettava proprio la nostra nave. Le gru, mi spiegava sempre mia madre, servivano per 7

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vuotare le stive delle navi, e subito dietro c’era il treno che portava via le merci. Purtroppo quel giorno le gru rimasero ferme, e per me, appassionato di costruzioni col “Meccano” quella fu una grande delusione. Ecco, questo è il mio primo ricordo di Cagliari: una città solida, ricca, moderna, bene attrezzata come è giusto che sia una capitale. Non aveva da s gurare rispetto alla Napoli da cui venivo. L’unica cosa fastidiosa era quel senso che restava una volta sceso dalla nave: tutto continuava a ballare e non si riusciva a star bene in piedi. Pochi anni dopo, ero ormai diventato cagliaritano di fatto oltre che di nome, potei vedere nalmente in movimento le famose gru del porto, e per uno spettacolo veramente sensazionale che coinvolgeva la nostra famiglia. Arrivava uno zio dall’America, un cugino di mio padre. Allora si viaggiava ancora in transatlantico, anche se già alcuni sceglievano l’aereo. Ma zio Giorgio aveva un valido motivo per viaggiare in nave: portava con sé la prova della sua ricchezza, la dimostrazione che l’emigrazione gli aveva portato fortuna. Lui e la famiglia – moglie venezuelana e glia piccola – venivano in vacanza con la macchina. Il transatlantico li aveva portati a Napoli, e da 8

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lì arrivavano a Cagliari con la nave della Tirrenia. La nave non era più la vecchia Città di Tripoli, ma una più moderna. Nei primi anni ’60 non si usavano ancora i portelloni di carico da dove macchine e camion entrano ed escono con le proprie ruote, e le pochissime auto al seguito dei passeggeri venivano caricate dentro la stiva attraverso un enorme boccaporto che si apriva sul ponte, insieme alle altre casse di merci. Fu così che vedemmo la gru gigantesca muoversi sui binari, sporgere il suo braccio n sopra la nave, calarlo dentro e poi, dopo un tempo che mi parve lunghissimo, sollevarlo nuovamente. Lentamente, lentamente, la sagoma nera e marrone di un’automobile gigantesca venne issata no al cielo, poi la gru girò la testa, percorse qualche metro di binario, e sempre lentamente calò il suo carico, no a poggiarlo dolcemente, con un leggero molleggio sulla banchina. Corsero subito gli inservienti a liberare quel gioiello dalle imbragature. Intorno si era formata una folla di curiosi, ma i veri protagonisti eravamo noi, capeggiati dallo zio d’America: le nostre famiglie presero posto nei divani di pelle chiara della Pontiac Catalina dal muso smisurato e dalle pinne cromate. Il motore a otto cilindri da sei litri si mise in moto con una vibrazione sommessa e, facendoci largo tra la folla compimmo 9

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lentamente un percorso d’onore su via Roma, avanti e indietro, e poi verso viale Diaz e viale Poetto, no alla villetta dove ci aspettava il fratello di mio zio. Fu per me una seconda conquista di Cagliari, ora da turista su una scintillante macchina americana. Pensai che veramente ricchezza, benessere e felicità stavano arrivando, e non ci avrebbero abbandonato mai più. Ero bambino, molto ottimista allora. L. M. 10

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III La Cagliari di Edwardes Non avevo neanche messo piede sulla banchina della stazione di Cagliari, allietata dalle palme e dai gerani che le autorità ferroviarie hanno sistemato con tanta grazia nelle vicinanze dei depositi di carbone, allorché mi si presentò la necessità di ricorrere al mio diritto di autodifesa. Chi non conosce il senso di fastidio dal quale si viene presi di fronte allo spettacolo, in una terra del meridione, di tre o quattro muscolosi energumeni con le gambe nude, in pittoresca cenciosità, che si danno da fare per contendersi con la forza il banale bagaglio di un individuo? Ognuno di essi si manifestava ostinatamente deciso a non mollare il capo che aveva a errato e di non abbandonarlo n quando non lo avesse depositato, insieme col suo proprietario, in quella particolare locanda di in mo ordine dalla quale riceveva ricompensa per l’esecuzione di crimini di tal fatta. 11

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Di solito, risulta cosa vana ingaggiare battaglia con questi solleciti e blasfemi miscredenti, così come vano sarebbe fare a pugni col destino. Qui, a Cagliari, per quanto il dilemma fosse angoscioso come non mai, si giunse tuttavia ad un compromesso. Al più alto, al più nero, al più truce, nonché al più loquace dei miei nemici, fu a dato il compito, di comune accordo, di farmi da guida ad un albergo che dava sul mare, mentre ad un suo piccolo satellite gli furono appesi fra capo e collo i miei due valigioni. Con frequenti sorrisi e luccicar di denti, il mio nemico fece, dunque, strada verso quello che egli si degnò de nire il miglior albergo di Cagliari. Ora, io non ho intenzione di farla lunga col racconto delle mie esperienze in quest’albergo. Cagliari non viene assolutamente considerata inferiore rispetto alle altre città del mondo quanto alle comodità che è in grado di garantire al forestiero. Ma poiché l’o erta è conseguente alla domanda, e poiché sono assai scarsi i visitatori che chiedono di soggiornare a Cagliari da gennaio a dicembre di ogni anno, si è portati a dubitare delle sue possibilità di assicurare adeguata ospitalità. A dire il vero, “La Scala di Ferro”, come comunemente viene chiamato il suo migliore albergo, 12

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si trova in una strada stretta e scoscesa da dove si di onde l’aria inquinata di una lavanderia. Né le altre locande, “Il Cambio” e “La Pace”, sono proprio di livello superiore. – Vuoi vedere il mare, signor? – chiese la mia guida dal viso bruno con uno sfavillante sogghigno. – Ed allora andremo alla casetta di un mio amico alla Marina. È un posto dove altri goddams vengono la sera, dalle navi, ad ubriacarsi. Che altro avrebbe potuto suonare meno rassicurante di un tale panegirico? E tuttavia, nel pub “La Stella”, tanto per usare l’equivalente inglese, fui ricevuto e trattato con cordiale distinzione che subito dissipò i miei pregiudizi. Mi fu o erta la stanza del secondo piano. Il panorama sulla baia tranquilla, dove molte piccole imbarcazioni issavano le vele bianche per l’uscita serotina, e le purpuree montagne del capo sud-occidentale della Sardegna, che contornano il golfo con una magni ca curva, erano qualcosa di irresistibile. Ci fu un duro scontro di opinioni fra la mia guida e me prima che quegli se ne andasse soddisfatto della mercede ricevuta. Il proprietario de “La Stella” stava accanto a noi e si strinse nelle spalle con aria del tutto neutrale. Alla ne, la pace regnò nella mia 13

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