L'Alpino Pavese inserto centenario Grande Guerra

 

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L'inserto del n° 1/2018 dell'Alpino Pavese

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L’Alpino Pavese Anno 33 maggio 2018 inserto al n°1 NOTIZIARIO 1918-2018 CENTO ANNI DALLA FINE DELLA GRANDE GUERRA S ommario Cappellani militari: storie di eroismo e di sacrificio pag. 2 Generali nella Grande Guerra pag. 3 Ambiguità della Triplice Alleanza pag. 4 La strategia di Cadorna pag. 4 Le “Fiamme verdi” pag. 5 L’occupazione di Udine pag. 6 Pensieri di un soldato pag. 6 Confine tra la vita e la morte pag. 7 La lettera d’amore del soldato Angelo pag. 7 Il primo caduto pag. 8 Dipinse il volto ignoto dei combattenti pag. 8 Giornali di trincea pag. 8 Testi: Sergio Guida { Grafica: Raffaello Cartoni

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Cappellani militari: storie di eroismo e di sacrificio Non tutti gli aspetti della Grande Guerra e gli episodi ad essi collegati hanno avuto adeguata attenzione nella storiografia e nella narrazione di quel tragico evento. Uno di essi è la presenza e il ruolo che hanno avuto i cappellani militari nell’esercito italiano durante gli anni del conflitto: storie di eroismo e di sacrificio. I sacerdoti, chiamati “elemosinieri” erano presenti già nell’esercito del Regno di Sardegna. Ne furono allontanati per lo scontro in atto fra i Savoia e lo Stato pontificio nel processo di unificazione dell’Italia, in presenza del timore che la loro influenza potesse avere effetti negativi per la causa sabauda sui soldati. La figura del cappellano militare fu ripristinata nell’aprile del 1915. Con una circolare Il generale Cadorna riassegnò all’esercito i cappellani con un’abilità politica che avvicinò la Chiesa italiana alla causa della guerra. Con il rango di ufficiale i cappellani erano dispensati dal combattere e vestivano l’uniforme di ordinanza con una vistosa croce rossa sulla sinistra del petto. Erano 2.500, dei quali 1350 prestarono servizio al fronte, 742 negli ospedali territoriali. Ad essi vanno aggiunti 22.000 cosiddetti preti-soldati, senza privilegio di grado, che prestavano servizio in trincea o negli ospedali. Rispettati e ben voluti, i cappellani alleviavano la brutalità della guerra portando testimonianza di una umanità non ancora morta fatta di solidarietà, generosità: con il loro stipendio da ufficiale portavano nelle trincee piccoli doni ai soldati, scrivevano e leggevano le lettere per gli analfabeti, prendevano iniziative per rendere meno deprimente l’attesa degli assalti. Numerose furono le ricompense al valore conferite ai cappellani: furono 435. In molti casi, onorarono il loro grado di ufficiali sostituendosi ai comandanti caduti e guidando le truppe all’attacco. Seppero dare esempio di coraggio incitando i soldati e uscendo per primi dalle trincee. Morirono e furono feriti nel dare sostegno morale e assistenza religiosa a feriti e moribondi. L’esperienza della guerra lasciò un segno profondo nell’animo di molti di questi speciali uomini di chiesa. Al termine del conflitto furono organizzati per i cappellani reduci speciali esercizi spirituali per il loro reinserimento, ma non pochi dismisero l’abito talare e intrapresero la carriera militare. Annibale Carletti Don Annibale Carletti, sottotenente di fanteria, si prodigò con coraggio e sprezzo del pericolo in diverse azioni militari nell’assistere e raccogliere i feriti. A Passo Buole si guadagnò la Medaglia d’oro al valor militare. Con l’autorità del suo grado radunò gruppi di soldati rimasti privi di ufficiali e li condusse all’assalto. Quando gli austriaci superiori numericamente gli intimarono la resa, Don Carletti rifiutò e dirigendo personalmente le operazioni inflisse gravi perdite al nemico. Pacifico Arcangeli, Don Pacifico Arcangeli, andò all’assalto, armato solo di bastone. Giunse tra i primi sulla trincea nemica. Ferito al ventre da una scheggia di una granata, incurante della ferita, rimase in piedi appoggiato a un albero. Continuava ad incitare gli uomini fin quando lo portarono al posto di medicazione dove, sebbene morente, continuò a consolare gli altri feriti. Giovanni Mazzoni, Don Giovanni Mazzoni, già decorato al valore, sul Carso si mise alla testa di soldati rimasti senza ufficiali trascinandoli contro forze superiori nemiche. Ferito continuò a combattere fino alla messa in fuga gli austriaci. Don Mazzoni morirà nel soccorrere un ferito nel 1941 in Russia, al seguito dell’Armir. Verrà insignito di una seconda Medaglia d’oro. Giovanni Minzoni Don Giovanni Minzoni, chiamato alle armi, inizialmente operò in un ospedale militare di Ancona, ma successivamente chiese di essere inviato al fronte: vi giunse come tenente cappellano del 255º reggimento fanteria della brigata Veneto. Durante la battaglia del Piave, dimostrò un coraggio tale da essere decorato sul campo con la medaglia d’argento al valore militare per aver guidato l’azione di una pattuglia di Arditi che portò alla cattura numerosi prigionieri. Giovanni Semeria Padre Giovanni Semeria di fronte ai morti di entrambi gli eserciti, sprofondò in una crisi depressiva. Le sue parole riassumono al meglio quello spirito che consentì ai sacerdoti con le stellette di trovare la propria centratura psicologica e spirituale:« La guerra non l’amiamo, ma l’accettiamo rassegnati e forti. Con quella rassegnazione cristiana che non è un subire inerti e affranti, bensì un abbracciare animosi la realtà anche più dura. Il nostro popolo l’intende così. Non ama la guerra: la chiama flagello di Dio, ma la fa. Ed è più veramente eroico di molti che la esaltano ma non la fanno». Giovanni XXIII Nel 1959, così Giovanni XXIII raccontò la sua esperienza in grigioverde.« diede la preziosa possibilità di penetrare sempre più a fondo nell’animo umano, con incalcolabile giovamento […] Epoca dunque di spirituale arricchimento, a cui si aggiunge l’opera costruttiva della disciplina militare, che forma i caratteri, plasma le volontà, educandole alla rinunzia, al dominio di sé, all’obbedienza. […] Indimenticabile fu il servizio negli ospedali del tempo di guerra. Esso Ci fece raccogliere nel gemito dei feriti e dei malati l’universale aspirazione alla pace, sommo bene dell’umanità» L’Alpino Pavese 1-2018 2

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Generali nella Grande Guerra La Prima Guerra Mondiale comportò mutamenti sostanziali nella conduzione del conflitto: rese statici i combattimenti e squi- librò il rapporto tra difesa e offesa nei combattimenti Questo completo sconvolgimento tattico e strategico indusse molti generali italiani a condurre direttamente dalle trincee l’azione delle proprie truppe nello svolgimento delle battaglie. Colpiti da una pallottola o travolti da un colpo di artiglieria mentre osservavano il terreno degli scontri e le postazioni nemiche. Dei venti decorati, furono ben quindici i generali che caddero meritando con il proprio eroismo la medaglia d’oro al valor militare. Uomini che ebbero in comune un forte senso del dovere spinto fino all’estreme conseguenze. Se chiedevano alle truppe l’impossibile, erano loro stessi disposti per primi a dare l’esempio per realizzarlo. Maurizio Gonzaga del Vodice Il generale principe Maurizio Gonzaga del Vodice, era dotato di un coraggio fisico ai limiti dell’incoscienza fu ferito almeno cinque volte,rimanendo anche mutilato, guadagnandosi ben due medaglie d’oro. Sempre in prima linea. Fu l’espugnatore del Vodice, per questo otterrà la prima medaglia d’oro Un episodio accaduto nella notte del 24 ottobre ’17 è esemplificativo della sua figura e ne rende l’idea. Il generale Gonzaga si recò con alcuni cavalleggeri in ricognizione e una raffica di mitragliatrice gli staccò tre dita dalla mano sinistra. Senza scomporsi, si chinò e, raccolte le dita cadute a terra per avvolgerle in una pezzuola, disse ai presenti col sorriso: “Non voglio lasciare nulla al nemico!”. Antonio Cascino Antonio Cascino, nobile siciliano, fu forse il generale più famoso e amato. Dotato di grande oratoria e carisma, comandava la brigata “Avellino”, incoraggiava i soldati all’assalto al Monte Vodice, nella conquista del Monte Santo, sui monti Veliki e San Gabriele. Non badava alla propria incolumità, pur di studiare il terreno personalmente. Una granata colpì il suo comando, uccidendo molti ufficiali, lui stesso venne colpito alla coscia da una palla di shrapnel, incurante della ferita, organizzò i soccorsi. Non volle per due giorni lasciare il posto di comando sotto l’attacco austriaco e non accettò di farsi curare la ferita che si infetterà irrimediabilmente. Morirà di setticemia dopo 12 giorni di agonia. Gli sarà conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Antonio Edoardo Chinotto Quando chiese e ottenne di tornare al fronte il generale Antonio Chinotto aveva pochi mesi di vita, ormai roso da una malattia. Condusse personalmente gli attacchi sul San Michele, dove, nonostante fosse ferito, volle rimanere al comando. Reduce da un’operazione allo stomaco, poteva alimentarsi solo grazie alle flebo, nel febbra- io del ’16, ormai debilitato, ordinò di essere trasportato in poltrona sulla linea del fuoco, per dirigere le operazioni su Gorizia. Ricoverato all’ospedale di Udine, esangue per lo sforzo a cui si era esposto, si fece portare un Tricolore per baciarlo. «Ho dato tutto me stesso alla patria e muoio soddisfatto di aver ben impiegato la mia esistenza», furono le sue ultime parole. Euclide Turba Fu uno dei generali più attenti ai cambiamenti in atto nella società civile e fu propugnatore della necessità dell’adozione di un adeguamento dei sistemi educativi per le reclute. Al comando della brigata “Perugia”, dopo Caporetto, ebbe un ruolo decisivo nel contrattaccare e respingere l’avanzata nemica, soprattutto sul Piave, ponendosi direttamente alla testa delle truppe. Rimase ucciso da una granata il 23 novembre del ’17 sotto un martellante bombardamento nemico. Fu seppellito nel monumentale ossario di Asiago che porta il suo nome. Achille Papa Scalatore e arrampicatore provetto, fu un grande addestratore e rese provetti alpini anche quei giovani che non avevano familiarità con la durezza della vita in montagna. Si distinse nella difesa di Monte Zovetto e de Pasubio, nella conquista di quota Madoni sull’altopiano della Bansizza, comandando alcune tra le unità più decorate dell’Esercito Italiano come la brigata “Liguria”. Proprio sulla Bainsizza, nel novembre del ’17, mentre controllava i reticolati che stavano predisponendo i suoi uomini, sebbene fosse stato avvertito che un cecchino austriaco teneva d’occhio il sentiero su cui si muoveva, incurante ispezionò più volte il tratto di fronte fino a quando fu colpito al polmone da una pallottola esplosiva. Umberto Fadini Comandò unità dell’”arma dotta”, l’artiglieria. Sul Piave, dopo la tragica esperienza di Caporetto, in otto giorni ininterrotti di battaglia diresse personalmente il tiro dei suoi cannoni per ricacciare gli austriaci sul lato sinistro del fiume. Per meglio osservare il tiro delle sue batterie non esitò a salire su di una mongolfiera. Rifornito dal Comando supremo di ulteriori pezzi di artiglieria martellò il nemico per altri cinque giorni conseguendo ulteriori successi. Il 7 luglio del 1918 morì nei pressi della foce del Piave dilaniato da un colpo di cannone austriaco durante un trasferimento in auto. Di medaglia d’oro al valore militare furono insigniti: Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, “duca invitto”. La sua 3° Armata fu l’unica, tra le grandi unità che, durante l’intera guerra, non conobbe mai sconfitta; Antonio Cantore e Carlo Giordana furono comandanti di grande tenacia e severità attorno le cui figure nacquero leggende che accrebbero il loro mito; Oreste De Gaspari, comandante degli Arditi, fu tra i protagonisti dell’ultima battaglia del conflitto dal Piave a Vittorio Veneto; Giuseppe Vaccari, che si distinse per estremo coraggio e l’abilità di organizzatore. Nel primo dopoguerra divenne capo di Stato Maggiore dell’Esercito. 3 L’Alpino Pavese 1-2018

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Ambiguità della Triplice Alleanza Nella narrazione tramandata la Grande Guerra scoppiò a seguito dell’attentato col quale lo studente serbo Gavrilo Princip, il 28 giugno 1914, assassinò l’arciduca Ferdinanando, erede al trono austroungarico con la consorte. Ma le vere cause della guerra vanno ricercate nella situazione politica del momento in Europa e nell’ambiguità della Triplice Alleanza. È nelle guerre precedenti che risiedono le cause del ventesimo secolo. In quegli anni in Europa si fronteggiavano due blocchi: da una parte la Triplice Alleanza (Austria, Germania ed Italia) e dall’altra la Triplice Intesa (Francia, Inghilterra e Russia). Un equilibrio che nelle intenzioni del cancelliere tedesco Bismark avrebbe dovuto garantire una pace duratura. Non fu così. Rancori e rivendicazioni furono più forti. Dopo l’unificazione dei land tedeschi con la Prussia, la Germania era diventata la più grande potenza continentale europea. Con una popolazione di 65milioni e un’industria in grande espansione necessitava di un impero coloniale per rifornirsi di materie prime ed esportare i prodotti finiti e mal sopportava la supremazia britannica sui mari. Confinava a occidente con la Francia che nel 1870 aveva sconfitta e umiliata nella guerra franco-prussiana conclusasi con la battaglia contro la Turchia. Nel 1913, a Trieste, la decisione del governatore austriaco di estromettere dall’amministrazione comunale tutti i dipendenti di nazionalità italiana contribuì ad alimentare l’irredentismo e l’antitriplicismo. Nel luglio del 1914 i governi di Vienna e Berlino, in segreto e in contrasto con l’articolo 7 del trattato, inviarono alla Serbia un inattuabile ultimatum senza informare il governo italiano. Di conseguenza si ponevano le alternative dell’improbabile permanenza (visto l’atteggiamento austro-tedesco) nella Triplice Alleanza, la dichiarazione di neutralità (l’ Italia ne aveva facoltà), una partecipazione all’ Intesa. Sebbene la maggioranza dell’opinione italiana propendesse per la neutralità, il governo, dopo aver aderito dapprima a questo indirizzo, sotto la pressione delle lobby industriali appoggiate dalla stampa e da alcuni circoli di intellettuali, con il Patto di Londra dell’aprile del 1915, si alleò con la Triplice Intesa. L’Italia, quindi, entrò in guerra a fianco dell’Intesa il 24 maggio 1915, perseguendo l’unificazione incompiuta della penisola, favorita dalla violazione (art.7) da parte della Germania e dell’Austria e dal loro permanente atteggiamento di supponenza e diffidenza. Gen. Vittorio Biondi di Sedan, obbligandola a cederle le regioni minerarie di Alsazia e Lorena. La strategia di Cadorna L’impero austroungarico mirava a subentrare nei Balcani nelle aree che l’Impero ottomano in disfacimento non controllava I confini tra il Regno d’Italia più. Nel 1908 aveva occupato la Bosnia-Erzegovina e mirava ad e l’Austria-Ungheria stabiliti dopo occupare anche la Serbia. la terza d’indipendenza del 1866 Analogamente esistevano mire espansionistiche da parte conferivano all’Impero una riparti- dell’Italia e della Russia. zione territoriale che rendeva fragili La Russia mirava a conquistarsi oltre lo stretto dei Dardanelli le possibilità di difesa in caso di uno sbocco nel Mediterraneo. L’Italia perseguiva il proget- attacco austriaco. Il confine del to risorgimentale di unificazione della penisola. Sulla scelta Trentino si protendeva come cuneo dell’Italia di aderire all’Intesa esistono ancora interpretazioni e verso i territori pianeggianti del definizioni (tradimento!) che esulano dalla storia. Veneto e della Lombardia, isolando La Triplice Alleanza era una alleanza difensiva: i tre paesi si le regioni orientali e rendendone impegnavano a difendersi a vicenda in caso di aggressione. difficile la difesa. Fu stipulata nel 1882, per volontà del cancelliere Bismark in un Quando nel luglio del 1914 il momento in cui l’Italia temeva l’isolamento in Europa. Governo affidò al Generale Luigi Rinnovata nel 1891, si pattuì nell’art. 7, che qualsiasi intervento Cadorna il compito di elaborare una strategia che portasse al nella penisola balcanica da parte dell’Italia o dell’ Austria, che conseguimento degli obiettivi politici fissati, la conquista di nell’area avevano interessi contrastanti, necessitava di accordi Trento e Trieste, e della Dalmazia), la sua prima preoccupazio- preventivi. Quando nel luglio 1914 l’Austria dichiarò guerra ne fu quella di evitare che forze italiane schierate sul confine alla Serbia contravvenne a tale patto e inficiò l’applicazione del orientale potessero essere attaccate alle spalle. trattato. Fece schierare la I.a Armata lungo il confine trentino con com- Un patto di alleanza, quello tra Italia e Austria, che era la nega- piti difensivi. zione di se stesso. Con supponenza e diffidenza, quest’ultima Affidando l’offensiva sul confine orientale alla IIa e IIIa Armata dimostrò nei fatti una vera e propria ostilità. Fortificò in funzio- sulla direttrice Gorizia – Lubiana – Vienna. Manteneva di riser- ne antitaliana la valle dell’Adige e ipotizzò ben due aggressioni: va la IV. Armata. la prima nel 1908, quando l’esercito italiano era impegnato nel Cadorna nell’elaborazione del suo piano strategico era convinto soccorrere la popolazione terremotata di Messina (il capo di di poter contare sulla dispersione di uomini e mezzi dell’eser- stato maggiore Franz Conrad propose all’imperatore di attac- cito austroungarico impegnato in maggior numero in Galizia care l’Italia per riconquistare il Lombardo-Veneto), la seconda contro i russi e nei Balcani contro i Serbi. Ma la realtà fu diver- nel 1911, quando l’Italia era militarmente impegnata in Libia sa. La fine della guerra contro la Russia e la Serbia consentì alla maggior parte delle truppe austriache e tedesche impiegate sul fronte orientale di spostarsi su quello italiano. L’Alpino Pavese 1-2018 4

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L’esercito italiano affrontò sul tornavano alle loro compa- fronte carsico –isontino quello gnie; i secondi erano corpi austro-ungarico che era attesta- autonomi che dipendevano to sulle Alpi Giulie in posizioni direttamente dal rispettivo difensive inespugnabili. comando d’armata. A nulla valsero 11 battaglie Nel timore che i batta- offensive per scardinare lo glioni potessero perdere i schieramento difensivo, anzi, la loro migliori elementi, ci dodicesima battaglia dell’Isonzo fu malcontento e riluttanza che per esso diventò difensiva da parte dei comandi alpini fu il prologo della disfatta di Ca- difronte alla costituzione e poretto e della ritirata sul Piave. all’utilizzo delle Fiamme Toccó al Generale Armando Diaz, succeduto a Cadorna nel Verdi. Infatti la maggior parte novembre 1917, elaborare una nuova strategia che riscattasse il degli alti ufficiali del Corpo valore e l’onore dell’esercito italiano. fece in modo di conservare i plotoni di assalto nelle norma- li formazioni. Reparti delle Fiamme Verdi furono impiegati in duri combat- timenti e in modo decisivo per coprire la ritirata di Caporetto e nella successiva Battaglia d Arresto, uscendone fortemente decimati. Dal gennaio del 1918 in Val Lagarina diedero un determinante contributo. Dopo che gli imperi di Austria e Germania ebbero firmato il trattato di pace con la Russia e trasferirono sul fronte italiano le truppe impegnate sul fronte orientale, dal febbraio al mese di giugno dello stesso anno con azioni offensive di medie dimensioni e colpi di mano i reparti d’assalto assolsero a due compiti: Le “Fiamme verdi” I l ruolo svolto dai reparti di assalto italiani non ha avuto adeguato spazio e valutazione nella narrazione storica degli eventi bellici della Grande Guerra. Questa fu condizionata dai fatti politici del dopoguerra che videro un gran numero di militari che avevano combattuto tra gli arditi parteciparvi. Dapprima nell’impresa di Fiume capitanata dal poeta ed eroe di guerra Gabriele D’Annunzio, successivamente nei Fasci di combattimento, le prime squadre punitive fasciste, negli Arditi del Popolo di ispirazione socialista e comunista. Il corpo degli alpini, fin dall’origine espressione di una concezione militare innovativa, già nel 1975 fu il primo a sperimentare nuove tecniche ottenere informazioni sui movimenti e la strategia del nemico catturando prigionieri con rapidi colpi di mano; contrattaccare per ristabilire le linee del fronte nei settori in cui gli austroungarici (nella Battaglia del Solstizio, sul Tonale, sul Grappa, sul Piave) avendo superato le trincee italiane potevano scendere verso la pianura. Dopo la Battaglia del Solstizio i reparti di Fiamme Verdi intensificarono la frequenza dei colpi di mano per disorientare il nemico e indebolirne ulteriormente il morale. Inseriti nelle due divisioni d’assalto nella fase finale della grande guerra tali reparti spezzarono definitivamente il fronte e, avanguardia dell’esercito italiano, agevolarono l’avanzata della fanteria nell’offensiva di Vittorio Veneto. e metodi di combattimento. Le caratteristiche del terreno e dell’ambiente operativo hanno richiesto la costituzione di uni- tà speciali con compiti partico- lari, in grado di compiere colpi di mano, imboscate a pattuglie nemiche, azioni di ricognizione, azioni di sostegno agli assalti della fanteria. Le Fiamme Verdi furono istituite 26 giugno 1917 con circolare del Comando Supremo n 111600 che trasferì alpini, già componenti gruppi speciali nell’ambito dei loro battaglioni, in reparti di nuova costituzione. Esisteva una distinzione tra i plotoni di assalto e i reparti delle Fiamme Verdi: i primi erano parte integrante dei singoli batta- glioni alpini, dopo essere stati impegnati in particolari azioni, 5 L’Alpino Pavese 1-2018

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L’occupazione di Udine M ai abbastanza si è parlato del martirio subito da Udine durante l’occupazione tra la fine del 1917 e il novembre del 1918. La città, dopo un durissimo combattimento, durato tutta la giornata e la notte, tra gli arditi dei reparti d’assalto e la 26° divisione di von Borrer, cadde in mano austro-tedesca il 29 ottobre 1917. Nell’immediato Udine subì un vero e proprio saccheggio di reminiscenze barbariche si beni pubblici e privati, numerosi gli episodi di violenza sulle donne. Lo scempio fu frenato ai primi di novembre, quando i Comandi austro-tedeschi organizzarono una requisizione sistematica. L’impero austro-ungarico, stremato dal lungo conflitto, scarseggiava nel paese e nell’esercito di ogni genere di beni per sostenere lo sforzo bellico. Le requisizione nei territori occupati divennero un’importante fonte di approvvigionamenti. Il generale Rohn von Verbas dal gennaio del 1918 fece requisire tipo di metallo e oggetto utile all’industria bellica e al mantenimento delle truppe: furono smontatii macchinari delle officine, svuotati i magazzini, accaparrate tutte le derrate disponibili, riducendo la razione di farina per i cittadini di Udine a 80 grammi. Si arrivò a requisire perfino la loro biancheria personale. Nel mese di luglio del 1918 furono asportate le campane del Duomo e di tutte le chiese. Un esercito, quello austro-ungarico e tedesco, di un milione di uomini sopravvisse sulle spalle di una popolazione, quella dell’udinese, di un milione di civili. Ben poco poté fare il Comitato Cittadino costituito da le personalità più influenti della città per limitare le sopraffazioni. Pensieri di un soldato “Fu una inquieta notte, non nelle mie abitudini, come se dovessi anch’io fare i conti finali con la vita. Ma sapevo abbastanza per non meravigliarmi più della viltà naturale degli uomini, così che anche la guerra, quella triste guerra, si intesseva di un gioco di scarico di responsabilità, aggravato spesso, in quelli che stanno in alto, dalla ipocrisia e dalla prepotenza. Ma io, col mio orgoglio di fondo, che parte mi prendevo, che figura facevo? Dovevo obbedire ai generali o sparare contro i generali? Una riflessione ormai matura mi aveva insegnato a guardarmi da giudizi avventati sui grandi complessi sociali, avventure e sbandamenti. Ero una pedina. Allora un inganno stupido? Come conciliare la chiarezza che desideravo nel pensiero e nell’azione con la consapevolezza della mia ingenuità ma col rifiuto della I comandi von Below e von Batoki requisirono le abitazioni dei cittadini che si erano allontanati, 31.000 su 35.000 residenti, mettendole a disposizione di ufficiali e centri di comando. Austro-ungheresi e tedeschi al loro ingresso in Udine avevano diviso la città in due settori così: assegnati la parte sud ai primi, agli altri la parte nord. I tedeschi si installarono nel palazzo del Monte di Pietà in via Mercato vecchio, mentre gli austriaci nel palazzo comunale in piazza Contarena. La Loggia del Lionello trasformata in Caffé per gli ufficiali austriaci. L’importanza che rivestì la conquista di Udine per le armate austroungariche e tedesche lo testimoniano le visite che fecero in città alle truppe per celebrare la vittoria sia il Kaiser GUGLIELMO II sia l’imperatore Carlo I. Il martirio di Udine ebbe termine il 3 novembre del 1918, quando fecero ingresso in città i reparti del Savoia Cavalleria.Il nemico si ritirava lasciando una città devastata da danni enormi e con un numero di morti che nessun’altra città italiana aveva subito proporzionatamente ai suoi abitanti. stupidità? Quale era il Dio che mi impediva quella mattina di appiattirmi, di mandare al macello i soldati, di mandare avanti, al mio posto, il mio soldatino, anche lui con la mamma e il babbo che lo aspettavano? Il mio Dio non stava in cielo, non stava nella fede dei credenti, nei libri dei filosofi, non nella teorizzazione valida per tutte le genti umane. E spremi, spremi trovavo un solo semplice, non ragionabile ma inestirpabile invito: “sii in pace con te stesso”. Ferruccio Parri Ferruccio Parri (1890-1981), Padre fondatore della Repubblica Italiana, fu combattente della Grande Guerra come ufficiale di fanteria. Per il grande coraggio mostrato sul campo di battaglia, fu decorato per ben tre volte della Medaglia d’argento al valor militare. L’Alpino Pavese 1-2018 6

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Confine tra la vita e la morte D al maggio del 1915 e il novembre del 1918, in un fronte ininterrotto dall’Adriatico alla Svizzera, quattro milioni di esseri umani vissero, combatterono, morirono in un interminabile calvario di trincee. Ognuna di esse per il soldato era il confine tra la vita e la morte. Quando iniziarono le operazioni belliche tutti erano convinti che si sarebbe trattata di una guerra veloce in cui il principale valore strategico e tattico sarebbe stato il sfruttare il fattore tempo. Dopo poche settimane, per l’immobilismo che si verificò sui diversi fronti iniziarono ad essere scavate centinaia di chilometri di trincee. Queste divennero un elemento che caratterizzò lo scenario della Grande Guerra; profonde poco meno di due metri, con la larghezza variabile da mezzo metro a qualche metro con nicchie e rifugi per ripararsi dai bombardamenti e riposarsi, in pianura, sull’altopiano carsico e in alta montagna, in mezzo alla neve. Sul fronte italiano il triceramento ebbe peculiarità dettate dal compito differente del suo utilizzo: per l’impero austro-ungarico era di struttura difensiva dagli attacchi, per l’esercito italiano ebbe una caratterizzazione differente con il modificarsi dei combattimenti e delle strategie. L’imperativo iniziale era attaccare, attaccare, attaccare, fino alla conquista di Trento e Trieste. Solo un pensiero di continuo movimento delle truppe ispirava la strategia dei comandi. Gli eventi sul campo imposero una diversa concezione nelle operazioni. A fronte delle fortificazioni nemiche, le trincee italiane erano frutto d’improvvisazione. Conseguenza degli assalti falliti sorgevano in punti casuali: la terra rimossa dai soldati per crearsi una buca in cui ripararsi successivamente veniva ulteriormente scavata per ottenere buche più profonde collegate da cunicoli. La distanza fra gli opposti combattenti variava da pochi metri ad alcune centinaia. Con il procedere dei combattimenti il sistema di trincee italiano divenne più articolato assumendo diverse tipologie. Le trincee avanzate erano buche di scarsa profondità scavate nel corso degli assalti, in azioni pericolose, a pochi passi dal nemico. La protezione dal fuoco delle armi era scarsa. A decine o centinaia di metri erano dislocate le trincee di prima linea da dove partivano gli attacchi di massa. Dinnanzi ad esse erano stesi reticolati di filo spinato e posti i cavalli di frisia. A maggiore distanza dal nemico rimanevano a tiro delle armi leggere, ma per la profondità degli scavi assicuravano maggiore sicurezza. Lo schieramento era completato dalle trincee di massima resistenza. Queste distavano centinaia di metri da quelle di prima linea e costituivano l’estremo baluardo difensivo nell’eventualità di uno sfondamento delle prime linee. Nelle trincee pochi erano gli elementi che non fossero determinanti per la sopravvivenza, nulla che rendesse più confortevole l’ambiente. Gli oggetti personali i soldati li tenevano ben occultati per timore delle requisizioni. A distanza di cento anni le cicatrici delle trincee che sono disseminate nelle regioni nordorientali dell’Italia sono le tracce più significative di quanto successe tra il 1915 ed il 1918. La lettera d’amore del soldato Angelo E ra prigioniero nel campo di Milowitz il caporale Angelo Costantin abbandonato con altre centinaia di migliaia di soldati dal governo italiano perché dopo Caporetto questi venivano considerati presunti disertori. Senza alcun collegamento con la madre patria, privi di ogni assistenza morale e materiale nei campi di concentramento austro-ungarici, in centomila morirono di fame. Il governo italiano impedì anche che parenti e amici potessero far pervenire loro il minimo per sopravvivere. La Croce Rossa riuscì a garantire almeno che le lettere che i prigionieri riuscivano a scrivere fossero recapitate alle loro famiglie. Nel settembre del 1918 Angelo scrisse una cartolina alla sua fidanzata. Sentiva prossima la fine della guerra ed esprimeva la sua speranza di pace. La sua cartolina non arrivò mai nelle mani dell’amata. Il suo paese, Arba, dopo Caporetto, era sotto il controllo austro-ungarico e non poté giungere a destinazione e si perse nel nulla. A distanza di cento anni ricompare in un mercatino di collezionisti insieme a centinaia di altri messaggi che i soldati italiani avevano inviati alle loro famiglie e non recapitati. Un maestro, Gaetano Vinciguerra, le ha acquisiti facendoli pervenire ai destinatari a memoria della propria storia familiare. La cartolina del caporale Angelo Costantin è giunta a destinazione grazie alla sensibilità e all’interessamento del sig. Sergio Rosa e dell’Associazione Nazionale Alpini che hanno reso possibile trovare la famiglia. 7 L’Alpino Pavese 1-2018

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Il primo caduto R iccardo Giusto, chiamato alle armi nel corpo degli Alpini nel gennaio 1915 fu inquadrato nella 16ª Compagnia del Battaglione “Cividale” dell’8º Reggimento, di stanza a Cividale del Friuli e inviato nella zona di Krai di Drenchia (UD), Il 24 maggio 1915.Il suo reparto prese posizione sul monte Colovrat , che segnava il confine tra Italia e Austria-Ungheria. Riccardo Giusto faceva parte di una delle pattuglie di esploratori che precedevano il grosso delle truppe, cui era stato assegnato il compito di occupare la cima del Monte Jeza, davanti a Tolmino. Quando la sua pattuglia di esploratori entrò in territorio nemico, i gendarmi austroungarici che presidiavano il valico di Cappella Sleme aprirono il fuoco. Riccardo Giusto fu colpito a morte alle ore 04.00 sul Monte Natpriciar (cima secondaria del Monte Jeza) da un proiettile che lo colpì sulla fronte e gli attraversò il cranio. Dipinse il volto ignoto dei combattenti Di Giulio Aristide Sartorio, grande pittore che operò a cavallo del XIX° e XX°, pochi conoscono la sua opera come pittore-soldato sul fronte italiano nella Grande Guerra. Sartorio, interventista e amico di Gabriele D’Annunzio, all’età di 55anni partì volontario per la Grande Guerra. Ferito e catturato dagli austriaci trascorse due anni in una campo di prigionia. Liberato, volle tornare subito al fronte dove si dedicò alla realizzazione di 27 quadri che ne ritraggono la quotidianità. Figure e situazioni sono raffigurati in queste opere con realismo hanno un tratto essenziale teso, più che a descrivere, a rendere l’emotività. Le fattezze delle figure sono anonime, come ignoti sono i volti di centinaia di migliaia di soldati che hanno vissuto e sofferto la tragedia della guerra. Visitando nella Galleria di Arte Moderna di Milano, i 27 quadri che compongono questo ciclo pittorico fanno rivivere oggi le impressioni dei momenti ritratti da Sartorio. Giornali di trincea L a vita di trincea durante la Grande Guerra ebbe come protagonista un compagno mai presente nei precedenti bellici accanto al soldato: il giornale di trincea. Il suo ruolo non fu di secondaria importanza nei destini personali dei combattenti e nella motivazione e la riuscita nel raggiungimento degli obiettivi dei Comandi. Già nei primi messi di guerra i giornali di trincea furono pensati e organizzati spontaneamente dai combattenti. Litografati, riprodotti con il velocigrago, a volte manoscritti venivano distribuiti in pochi esemplari. Erano foglietti di tipo umoristico e satirico che si riferivano a fatti e personaggi delle unità di appartenenza dei militari. Dopo Caporetto il fenomeno assunse una connotazione differente. Il governo italiano ravvisò la necessità di azioni di propaganda per risollevare il morale dei combattenti. Fu appositamente costituito un ufficio presso il Comando supremo, il servizio “P”. Il generale Diaz dedicò molta attenzione ai guasti del morale dei reparti. Per reagire alla disfatta e riarmare lo spirito di resistenza dei soldati scelse tra di essi intellettuali ed artisti impegnandoli nella redazione dei giornali di trincea che, distribuiti alle truppe in linea e nelle retrovie, contribuirono a modificare la percezione della guerra e delle vicende al fronte. Un vero corpo speciale (giornalisti, scrittori, disegnatori, illustratori e pittori) che inquadrato nel servizio “P” promosse lo spirito patriottico. Furono circa una sessantina le riviste pubblicate. Le più popolari, “La Trincea”, “Resistere”, “La Tradotta”, “La Ghirba”, “Sempre Avanti” erano proprio attese dai soldati nelle trincee. Su di esse scritti e disegni di Giuseppe Ungaretti, Ardengo Soffici, Arnaldo Fraccaroli, Antonio Rubino, Massimo Bontempelli, Curzio Malaparte, Piero Jahier, Giorgio De Chirico, Mario Sironi. L’Alpino Pavese 1-2018 8

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