N° 8 - Filmese Maggio 2018

 

Embed or link this publication

Description

N° 8 - Filmese Maggio 2018

Popular Pages


p. 1

8 MAGGIO 2018 1 IL PUNTO 2 VITA ASSOCIATIVA 3 FILM 9 RASSEGNA STAMPA 10 FESTIVAL CINEMA AFRICANO ASIA, AMERICA LATINA 11 BRIDGE FILM FESTIVAL 12 CINESOFIA 13 CELLULOSA&CELLULOIDE 14 INDICI 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. con il contributo di si ringrazia • Il punto LA NOSTRA ASSOCIAZIONE Care Socie e cari Soci, anche in questo anno sociale 2017/2018, siamo giunti all’ultimo numero del nostro notiziario Filmese. Volendo tracciare le prime impressioni conclusive di questo anno di intensa attività, posso confermare con orgoglio che molti dei nostri obiettivi sono stati raggiunti: - Aumento delle serate con ospiti del mondo del cinema e dello spettacolo - Aggiornamento del nostro notiziario, sia nei contenuti che nella forma grafica - Incremento delle relazioni e collaborazioni con altre iniziative ed Enti culturali - Maggiore frequenza delle proiezioni in lingua originale, per valorizzare l’opera - Crescita del numero delle iniziative culturali (incontri e conferenze extra proiezione) Tutto ciò è avvenuto grazie al contributo indispensabile dei Soci volontari, ma anche grazie al crescente numero dei nostri iscritti. Infatti, se è indispensabile l’apporto dei volontari per proseguire e incrementare le nostre iniziative, è altrettanto fondamentale l'adesione alla nostra Associazione: sono preziosi tutti i nostri Soci, compresi coloro i quali, pur non potendo partecipare a tutte le proiezioni, rinnovano l’iscrizione al Circolo, consapevoli, in questo modo, di contribuire significativamente al suo sostegno e alla crescita culturale della nostra città. A tale proposito vi invito a diffondere le informazioni sulla nostra attività, in modo che sempre più appassionati di cinema, anche potenziali, possano scoprire e avvicinarsi all’Associazione. Nel corso della prossima Assemblea annuale, ai primi di luglio, avremo modo di approfondire e confrontarci su questi e molti altri temi, perciò confido in una consistente partecipazione. Inoltre, anche quest’anno, nelle ultime due giornate di proiezione, distribuiremo un questionario dedicato all’attività del Circolo del Cinema, perché è fondamentale accogliere suggerimenti e conoscere varie opinioni. Siamo in periodo di dichiarazione dei redditi, perciò ricordo la possibilità di devolvere il 5x1000 alla nostra Associazione, così come spiegato in ultima pagina. Tra le iniziative che porteremo avanti anche nel prossimo anno sociale, voglio ricordare l’importante collaborazione con la Settimana Internazionale della Critica, che ci permetterà di essere di nuovo presenti al Festival del Cinema di Venezia con il premio Circolo del Cinema. Infatti, come nel 2017, una Giuria formata da Soci del Circolo selezionerà la pellicola più meritevole all’interno della rassegna e ciò permetterà ad alcuni nostri Associati di respirare l’aria della Biennale cinematografica, confrontandosi sulla scelta del vincitore del nostro Premio. Infine, nel salutarvi con un arrivederci al prossimo anno sociale, confermo che le nostre proiezioni riprenderanno dal primo giovedì di ottobre al Kappadue (il Circolo prenderà in affitto la sala anche nella stagione 2018/19), con l’impegno di proporre opere originali, emozionanti, spesso premiate nei Festival internazionali, in grado di offrire occasioni di riflessione e punti di vista diversi. Roberto Bechis Presidente del Circolo del Cinema

[close]

p. 2

vita associativa RICORDANDO MAGÈ Tutti i Soci conoscevano Magè, magari non personalmente, ma senz’altro per aver assistito alle sue presentazioni in occasione delle proiezioni speciali il giovedì. Come non ricordare la sua figura slanciata, i corti capelli rossi negli ultimi anni coperti da cappellini indossati con grazia infinita. E poi quella sua affabilità, genuinamente partecipe allo spirito del film e del regista che presentava, e quel suo desiderio di condividere con i Soci la grande passione per la settima arte. La sua dedizione al Circolo era assoluta, legata da grande affetto e riconoscenza a Pietro Barzisa, che sosteneva sempre, comunque. Ci siamo incontrate spesso al Lido, alla Biennale del Cinema di Venezia, entrambe inviate dal Circolo del Cinema alla Anna Pasti caccia di piccoli capolavori da presentare ai Soci. Io, molto giovane e alle prime armi, cercavo in Magè una sponda per capire cosa si doveva fare, come si doveva guardare. E lei, con grande entusiasmo, mi indicava le chicche, gli imperdibili che se ben ricordo erano sempre film di giovanissimi. Perché una cosa è certa: Magè guardava sempre avanti, non era solo cultrice del passato, ma anche e soprattutto una ricercatrice del nuovo. Era capace di interpretare e trasmettere il significato profondo del film appena visto e poi svelta svelta ne scriveva con chiarezza. Andate a rileggere i suoi pezzi, mai una parola in più, caso mai una in meno, mai la ricerca di una frase ad effetto, caso mai la comprensibilità di un concetto. Perché era fatta così, vera e sincera. Magè Avanzini con il regista Daniele Gaglianone alla proiezione del film Ruggine QUESTIONARIO Anche quest'anno siamo invitati a compilare il questionario relativo all'organizzazione e alle attività del 71. anno sociale, con l'obiettivo di migliorare la programmazione del nuovo anno. Il questionario è anonimo e sarà consegnato ai Soci in occasione delle proiezioni. Andrà compilato e riconsegnato all'uscita. ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEI SOCI Nella prima settimana di luglio si terrà l’Assemblea Generale Ordinaria dei Soci che aprirà l’anno sociale 2018-2019, come previsto dallo statuto dell’Associazione. La lettera di convocazione con l’indicazione del luogo, data e orario sarà inviata a tutti i Soci Ordinari. 2

[close]

p. 3

programma di maggio 2018 GIOVEDÌ 3 MAGGIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 INSYRIATED regia di Philippe Van Leeuw Belgio, Francia, 2017 – durata 85’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 10 MAGGIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 NICO, 1988 regia di Susanna Nicchiarelli Italia, Belgio, 2017 – durata 93’ Versione originale sottotitolata in italiano evento speciale - doppia proiezione GIOVEDÌ 17 MAGGIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 FILM regia di Samuel Beckett e Alan Schneider USA, 1964 – 22’ ZERO IN CONDOTTA regia di Jean Vigo Francia, 1933 – 44’ Versione originale sottotitolata in italiano Serata con Ospite GIOVEDÌ 24 MAGGIO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 A GHOST STORY regia di David Lowery USA, 2017 – durata 92’ Versione originale sottotitolata in italiano sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 3

[close]

p. 4

film 27 GIOVEDÌ 3 MAGGIO 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 INSYRIATED regia di Philippe Van Leeuw Belgio, Francia, 2017 – durata 85’ Versione originale sottotitolata in italiano ricordiamo interprete di molti recenti film di origine mediorientale (Il giardino dei limoni, La sposa siriana), cerca di dare un impossibile senso di ordine alle vite stravolte di chi vive con lei: il suocero, i figli, i vicini con il loro neonato e la domestica. Gli interni di un confortevole appartamento borghese, segnali di un non più recuperabile passato di serenità, sono il luogo in cui si consuma il dramma di queste vite sconvolte. Van Leeuw rappresenta senza enfasi, dando allo spettatore il FESTIVAL E PREMI Miglior Film, Miglior Regia, Migliori Musiche, Migliore Fotografia, Miglior Suono, Miglior Sceneggiatura ai Magritte du cinéma 2018. Con Insyriated il regista belga Philippe Van Leeuw sceglie di affrontare un tema drammatico e quanto mai tragicamente attuale come il conflitto in corso in Siria, attraverso le esperienze di chi quotidianamente deve confrontarsi con i devastanti effetti materiali e morali di una guerra che sembra non avere mai fine e, anzi, sempre più si inasprisce, costringendo un numero sempre più alto di persone ad abbandonare la propria terra, dando origine alle ondate migratorie che occupano le pagine di cronaca dei notiziari dei paesi occidentali e a cui non è facile dare una risposta di convincente accoglienza. Da cosa fuggono queste persone? Credo che questo dramma, che si svolge nel corso di una giornata nel chiuso di un appartamento dovrebbe essere meditato da molti governanti, per cercare di capire a cosa può portare l'angoscia di una vita con la guerra, anzi con tutte le guerre. Già la scelta del titolo ci sembra voglia indicare come la tragedia del conflitto entri nel profondo delle persone lasciando dei segni indelebili. In questo domicilio, rifugio da un esterno irriconoscibile che non ci viene mostrato, la protagonista, a cui dà il volto l’attrice arabo-israeliana Hiam Abbass, che 4 compito di capire quanto la violenza può travolgere la realtà e la coscienza delle persone, in particolare per la protagonista, che fin dall'inizio è costretta a scelte drammatiche. Qualche critico ha rimproverato al film un meccanismo troppo programmatico, ma la costruzione è condotta con rigore e gli attori sono governati con sapienza e vengono fatti muovere da Van Leeuw all'interno dell'appartamento riuscendo a creare quel senso di angosciosa tensione che tutti noi proveremmo in queste situazioni e già gli stessi echi degli spari che si odono scadenzati all'interno di quelle mura sono sufficienti a creare ansia e paura. Roberto Pecci t.o. Une famille syrienne – regia: Philippe Van Leeuw – sceneggiatura: Philippe Van Leeuw – fotografia: Virginie Surdej – montaggio: Gladys Joujou – musiche: Jean-Luc Fafchamps – interpreti: Hiam Abbass (Oum Yazan), Diamand Bou Abboud (Halima), Juliette Navis (Delhani), Mohsen Abbas (Abou Monzer) – produzione: Altitude 100 Production, Liaison Cinématographique – Francia, Belgio, 2017 – 1h 25’ – v.o. sottotitolata in italiano PHILIPPE VAN LEEUW Il regista belga Philippe Van Leeuw ha frequentato i corsi di fotografia per il cinema dell’Institut National Supérieur des Arts du Spectacle di Bruxelles e successivamente dell’American Film Institute di Los Angeles fino al 1983. Al ritorno in Belgio, dopo molte importanti esperienze come collaboratore alla fotografia – una per tutte quella, con Bruno Dumont – esordisce nel film di fiction nel 2008 con Le Jour où Dieu est parti en voyage, rivolgendo lo sguardo al genocidio del 1994 in Rwanda, visto con gli occhi di una donna tutsi in fuga: sono le sofferenze delle singole persone che subiscono le atrocità della guerra che interessano l’autore.

[close]

p. 5

film 28 GIOVEDÌ 10 MAGGIO 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 NICO, 1988 regia di Susanna Nicchiarelli Italia, Belgio, 2017 – durata 93’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Premio Orizzonti per il miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia 2017; David di Donatello 2018 per la migliore sceneggiatura originale, miglior suono, miglior truccatore, miglior acconciatore. And if I seem to be afraid / To live the life that I have made in song / It’s just that I’ve been losing / So long. Che sia These Days ad aprire la colonna sonora di Nico, 1988 non è certo un scelta casuale. Composta da Jackson Browne e incisa per la prima volta da Christa Päffgen (in arte Nico) nel 1967 per l’album Chelsea Girl, la canzone non solo si pone cronologicamente all’origine della carriera solista della cantante, ma è una riflessione lucidissima sulla dissipazione del tempo e sul potere dolorosamente divinatorio della malinconia, in perfetta adesione con il cuore della pellicola. Il film della Nicchiarelli, infatti, è il racconto degli ultimi due anni di vita di Nico – ex modella, ex attrice, ex Velvet Underground, ex musa warholiana, ex tutto – tallonata in giro per l’Europa al seguito di un’improbabile band, intrappolata in una tournée, organizzata dal manager Richard, che dovrebbe rinverdirne i fasti, ma ha da subito il retrogusto amaro del canto del cigno. Tra alberghi fatiscenti, pulmini derelitti e palchi clandestini, quello di Nico è un viaggio che ha il passato, anziché il futuro, come orizzonte verso cui tendere. Perché il passato, con la sua smisurata carica negativa, è un gorgo che tira a sé ogni bagliore per inghiottirlo e spegnerlo, a cominciare dalla memoria della platinata icona pop modellata da Warhol negli anni ’60, che nel film compare solo in brevi, evanescenti frammenti d’epoca girati da Jonas Mekas, come a volerla esorcizzare. La Nico della Nicchiarelli è tutta nel qui e ora, in un presente imploso, popolato di fantasmi e rimpianti, in cui ad avere senso rimangono solo la musica e l’amore disperato e tardivo per Ari, il figlio avuto da Alain Delon e da questi mai ri- conosciuto. Nico è un coacervo di contraddizioni, una donna alla fine eppure viva e testarda, in cui la tenerezza fa da contraltare a violenti scoppi d’ira, l’appetito alla dipendenza da eroina, la disillusione ad una forza indomita. Soprattutto, Nico è una donna consapevole, anche quando appare annebbiata dalla stanchezza e dagli stupefacenti: consapevole che quello che si sta compiendo è un inevitabile destino di (auto)annientamento, principiato nella Berlino in fiamme dell’infanzia e da concludere nella solitudine assolata di Ibiza, mirabilmente legate dalla Nicchiarelli in un incipit che rende contigui gli estremi, annullando la linearità temporale. Sfiorando molti generi, road movie, commedia, buddy movie, eppure sempre accorta nell’evitare la trappola del biopic schematico, sterile sequenza di appuntamenti biografici, la regista (e sceneggiatrice) intesse piuttosto un ritratto di donna che si sostanzia nelle impennate emotive che investono lo spettatore e, soprattutto, nella restituzione quasi materica dell’universo sonoro e musicale di Nico, sua più autentica emanazione (quel magnetofono sempre a portata di mano, puntato sul mondo come strumento scientifico e talismano assieme). Fondamentale, nella riuscita di questo azzardo, è l’aver trovato in Trine Dyrholm l’interprete perfetta della protagonista che, schivando l’impossibile calco mimetico esteriore, insuffla dall’interno la donna-Nico con una performance, anzitutto vocale, che ha del miracoloso: interpretate con trasporto totale dall’attrice danese, la manciata di canzoni scelte dal repertorio di Nico, assieme ad un paio di spiazzanti cover, tracciano la parabola di una creatura che per tutta la vita è rimasta fedele ad un solo imperativo, quello di dare forma al suono della sconfitta. Luca Mantovani regia: Susanna Nicchiarelli – sceneggiatura: Susanna Nicchiarelli – fotografia: Crystel Fournier – montaggio: Stefano Cravero – musiche: Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo – interpreti: Trine Dyrholm (Nico), John Gordon Sinclair (Richard), Anamaria Marinca (Sylvia), Sandor Funtek (Ari), Thomas Trabacchi (Domenico), Karina Fernandez (Laura), Calvin Demba (Alex), Francesco Colella (Francesco) – produzione: Vivo Film, Rai Cinema – Italia, Belgio, 2017 – 1h 33’ – v.o. sottotitolata in italiano SUSANNA NICCHIARELLI Susanna Nicchiarelli nasce a Roma nel 1975, dove si laurea in Filosofia. Nel 2004 si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia, ma già nel 2001 collabora con Nanni Moretti a I diari della Sacher, presentati a Venezia. Cineasta eclettica, sperimenta nel corto e nel lungometraggio, nel documentario e persino nell’animazione in stop motion con i lavori Sputnik 5 (2009) e Esca viva (2012). Esordisce nel lungometraggio con Cosmonauta (2009) che vince a Venezia il premio Controcampo. L’ultimo lavoro, Nico, 1988 (2017), ha vinto come miglior film nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia. 5

[close]

p. 6

film 29 GIOVEDÌ 17 MAGGIO 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 evento speciale - doppia proiezione FILM regia di Samuel Beckett e Alan Schneider USA, 1964 – durata 22’ Serata con Ospite FESTIVAL E PREMI Diploma di merito alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 1965. Ogni specifica arte si lega indissolubilmente ai geni creatori di forme che l’hanno plasmata. Così è stato per la pittura, per la fotografia, per la letteratura e infine per la più giovane tra le muse, il cinema. Anche a chi non frequenta le arti i nomi di Picasso, Raffaello, Proust, Cartier-Bresson, Chaplin, Fellini risultano familiari e riescono ad essere inquadrati all’interno della rispettiva forma artistica. Ci sono tuttavia delle opere di artisti conosciuti, diventati cultura mondiale, che non appartengono alla forma artistica che li ha resi celebri. Opere che solo per lo scollinamento di campo compiuto dall’artista diventano fonte di estrema curiosità. Tra i casi più celebri di questo fenomeno vi è l’unico film diretto da Samuel Beckett, intitolato semplicemente Film. Cinque anni prima di ricevere il Nobel per la letteratura realizzò quello che rimane uno dei più affascinanti esperimenti filmici mai compiuti. Film prende ispirazione dalla riflessione di Beckett sulla massima del filosofo irlandese George Berkely:“Esse est percipi” (ovvero “l’essere è ciò che è percepito”). Partendo da questo incipit Film è una parodia del film d’inseguimento in cui un Oggetto (Object/O) cerca di sfuggire allo sguardo di un Occhio (Eye/E) che lo insegue e a ogni tipo di percezione estranea. Percepiti che scappano da percipienti, un film d’inseguimenti costanti, che diviene riflessione su cosa sia il cinema e cosa sia la percezione stessa. Beckett, insieme ad Alan Schneider, compose una crew d’eccezione per Film. La fotografia fu affidata a Boris Kaufman, fratello di quel David Kaufman noto al mondo intero come Dziga Vertov. Kaufman fu tra l’altro direttore della fotografia dei film di Jean Vigo e di La Parola ai giurati di Sidney Lumet e Fronte del Porto di Elia Kazan, per il quale vinse un Oscar. Ma la vera star del film 6 fu Buster Keaton che impersonò O. Due artisti archetipici come Beckett e Keaton si trovarono per realizzare un film che diventò un caso unico nella storia del cinema. Tuttavia Film non trovò grande fortuna all’epoca della sua uscita in sala, nonostante il memorabile debutto alla XXVI Mostra del Cinema di Venezia. Lo stesso Beckett definì il film “un fallimento”, complice una prima giornata di riprese nella quale dovettero buttare via tutto il girato. A testimonianza del processo creativo dello scrittore e a racconto di quell’incredibile film e della sua lavorazione è uscito nel 2015 Notfilm di Ross Lipman, restauratore di Film, il quale narra magistralmente quell’avventura cinematografica all’interno di un incredibile “cine-saggio” che ha ricevuto lodi in tutto il mondo, venendo votato tra i dieci film migliori del 2016 dai magazine The Village Voice, Indiewire, Artforum e Slate. Dall’uscita del documentario di Lipman Film ha vissuto una seconda giovinezza venendo proiettato sugli schermi più importanti di tutto il mondo grazie alla Milestone Film e alla casa di distribuzione indipendente Reading Bloom che distribuisce Film e Notfilm in Italia, Svizzera e altri paesi europei. Alessandro Del Re regia: Samuel Beckett e Alan Schneider – sceneggiatura: Samuel Beckett – fotografia: Boris Kaufman – montaggio: Sidney Meyers – interpreti: Buster Keaton (O), Nell Harrison (Vecchia signora), James Karen (Passante), Susan Reed (Passante) – produzione: Evergreen – USA, 1964 – 22’ SAMUEL BECKETT Samuel Beckett nasce a Dublino nel 1906. Dopo essersi laureato al Trinity College, viaggia alcuni anni per l’Europa. A Parigi conosce il suo connazionale James Joyce, col quale instaura un profondo rapporto di amicizia e di comuni sperimentazioni letterarie. Dopo la guerra adotta il francese come lingua d’elezione e scrive la sua grande trilogia narrativa: Molloy (1951), Malone muore (1951) e L’innominabile (1953). Il successo arriva soprattutto con i testi teatrali: Aspettando Godot (1952), Finale di partita (1957), L’ultimo nastro di Krapp (1957), Giorni felici (1961). Nel 1969 riceve il premio Nobel per la letteratura. ALAN SCHNEIDER Alan Schneider (Charkiv, 28 novembre 1917 – Londra, 3 maggio 1984), regista teatrale di origine russa, fu il primo ad avvertire, nell’immediato dopoguerra, la necessità di un rinnovamento del teatro americano, e quindi di proporre nuovi autori e nuove tendenze. I lavori drammatici di Miller, Beckett, Albee e Pinter hanno trovato in Schneider un realizzatore di eccezione, capace di mettere in risalto tutte le nuove forme espressive, e quindi di interessare e avvicinare al teatro moderno il grande pubblico.

[close]

p. 7

GIOVEDÌ 17 MAGGIO 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 ZERO IN CONDOTTA regia di Jean Vigo USA, 1933 – durata 44’ Versione originale sottotitolata in italiano fino al secondo dopoguerra esclusivamente nei cinéclub. A far paura è l’esplicita carica libertaria anticonformista, anarchica e anti-sistema, destinata a deliziare le platee cinefile più sensibili e meno disposte a regalarsi a protocolli narrativi e stilistici usurati. Si tratta di un soffio leggero (tutt’altro che privo di consapevolezza) di vita tutta concentrata su un presente ignaro del futuro, che rifletteva i segni della personale biografia di Vigo, lacerata dall’ombra di un padre anarchico amato e perduto, stritolato dalla normalizzazione istituzionale. François Truffaut, innamorato perdutamente della scarna opera di Vigo – meno di duecento minuti di proiezione per due cortometraggi, un medio e un lungometraggio – pur prediligendo L’Atalante, simpatizzava per Zero in condotta, «par identification», e perché «i capolavori consacrati all’infanzia si possono contare sulle dita di una mano, tanto al cinema quanto in letteratura». Un sogno è fatto per accompagnarci alle soglie di un altro sogno, facendo finta di non averci svegliato. «È talmente la mia vita da ragazzino che ho fretta di passare ad altre cose», scrive Vigo. Autore tra i più graffianti e sensibili della sua generazione, tra i pochi in grado di comporre quadri universali dalle storie piccole di personaggi minimi, non gli resterà che il tempo per completare L’Atalante e lasciare presto il mondo, con lo splendore nell’erba dei sui ventinove anni. A cura della Redazione FESTIVAL E PREMI Candidato al Premio Venezia Classici per il miglior film restaurato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2017. Jean Vigo con il suo Zéro de conduite (1932) ci ha tra i primi insegnato a vedere i refettori, i dormitori e le aule scolastiche come luoghi dove a trovarsi fuori posto, totalmente inadeguati al mondo, sono gli adulti, pupazzi inconsapevoli dell’oppressione claustrofobica in cui, legittimati, si trovano ad agire. I piccoli diavoli di un collegio di provincia, dopo le vacanze trascorse a casa, tornano sotto il giogo del tetto comune, dove sacrificano volentieri etichetta e studio allo sperpero gratuito di energie straripanti. Sempre meno disposti a seguire le regole dei precettori, attuano forme di ludica protesta quale sfogo naturale contro adulti-marionetta dalle sembianze grottesche, doppio parodico degli scheletri del laboratorio di scienze naturali. Il sorvegliante che imita nel passo e nelle movenze Charlot, proprio perché generosamente consapevole della sua performance a rimorchio dell’icona di un’epoca, è invece amato dai ragazzi, che agiteranno nel corso della rivolta – proprio come Chaplin in un suo film memorabile – la bandiera piratesca della libertà. Il film non a caso è vietato subito dalla censura, circolando t.o. Zéro de conduite – regia: Jean Vigo – sceneggiatura: Jean Vigo – fotografia: Boris Kaufman – montaggio: Jean Vigo – musiche: Maurice Jaubert – interpreti: Jean Dasté (Surveillant Huguet), Robert Le Flon (Surveillant Pète-Sec), Du Verron (Surveillant-Général Bec-de-Gaz), Delphine (Principal du Collège), Larive (Professeur), Madame Émile (Mère Haricot), Louis de Gonzague-Frick (Préfet), Gérard de Bédarieux (Tabard), Louis Lefebvre (Caussat), Gilbert Pruchon (Colin), Coco Golstein (Bruel) – produzione: Argui-Films – Francia, 1933 – 44’ – v.o. sottotitolata in italiano JEAN VIGO Nato a Parigi il 26 aprile 1905, Jean Vigo venne segnato fin dall’infanzia dalla tragedia della morte del padre: Eugène, un anarchico di origine basca noto come Miguel Almereyda, nell’agosto 1917, in una fase della Prima guerra mondiale molto critica per la Francia, fu incriminato per alto tradimento e imprigionato, e pochi giorni dopo venne trovato morto nella sua cella. Questa tragedia, mai chiarita, lo destinò a una vocazione di ribelle, fin dagli anni del collegio di Millau (1918-1922). Trasferitosi a Nizza, scelta per il suo clima salubre necessario alla precaria salute polmonare, girò il suo primo cortometraggio, À propos de Nice (1930). Porterà a compimento pochissime opere, tra cui il documentario Taris, roi de l’eau (1931) e Zéro de conduite (1933). Il suo unico lungometraggio, L’Atalante (1934), rimarrà incompiuto nel montaggio e si perderà fino alla riscoperta contemporanea. 7

[close]

p. 8

film 30 GIOVEDÌ 24 MAGGIO 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 A GHOST STORY regia di David Lowery USA, 2017 – durata 92’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Premio della giuria, Premio della critica internazionale e Premio rivelazione Kiehl’s al Festival du cinéma américain de Deauville 2017; Vincitore del Fantasia Film Festival 2017. Un fascio di luce, un’interferenza in un angolo buio, intimo, di una casa abitata da una giovane coppia. Da questa incrinatura della diegesi ha inizio il film di David Lowery, che attraversa la memoria, la storia e il paesaggio attraverso gli occhi velati da un lenzuolo dell’ombra di C, giovane compositore che muore in un incidente proprio di fronte alla sua casa. Un respiro cosmico, di genesi malickiana, accompagna 8 le inquadrature coraggiosamente fisse di un dramma misurato, che ha la spudoratezza di ritornare all’origine della rappresentazione con la quale, fin dall’infanzia, immaginiamo la presenza fantasmatica. Un corpo occultato da un velo bianco, che vaga nella vastità dello spazio e del tempo alla ricerca di un frammento, di una parola nascosta, di un ricordo a cui è legato il suo dissolvimento. Il regista David Lowery riduce i movimenti della macchina da presa al minimo, utilizza lente carrellate con le quali disegna la geografia domestica di un dolore vivo, viscerale, che non viene appannato dalle movenze del protagonista. Gli attori protagonisti, Rooney Mara e Casey Affleck, riescono a regalarci una performance straordinaria: dall’intimità della vita di coppia alla solitudine del lutto, l’obiettivo ne scruta i volti e il dolore silenzioso. C diventa un ospite invisibile nella casa che lentamente perde vita e significato. Le radici del tempo narrativo e storico iniziano a sgretolarsi attraverso la sua evanescenza, che gli permette di esplorare un luogo in ogni epoca e prospettiva. La scelta di un formato in 4:3, con i contorni smussati, richiama gli standard del cinema muto, a cui evidentemente Lowery vuole accostarsi: la sua ricerca visiva e sonora tende all’astrazione, all’universalità di uno spazio profondo in cui le nebulose dei ricordi rimangono impresse come tracce di una storia d’amore. Francesco Lughezzani regia: David Lowery – sceneggiatura: David Lowery – fotografia: Andrew Droz Palermo – montaggio: David Lowery – musiche: Daniel Hart – interpreti: Casey Affleck (C), Rooney Mara (M), Will Oldham (Prognosticator), Sonia Acevedo (Maria), Rob Zabrecky (Pioneer Man), Liz Franke (Linda), Kesha (Spirit Girl), Kenneisha Thompson (Doctor) – produzione: Sailor Bear, Zero Trans Fat Productions, Ideaman Studios, Scared Sheetless – USA, 2017 – 1h 32’ – v.o. sottotitolata in italiano DAVID LOWERY Nato a Milwaukee, Wisconsin, Lowery ha sviluppato un precoce talento per la cinematografia già tra i banchi del suo liceo, la Irving High School, dove ha scritto e diretto il suo primo cortometraggio intitolato Lullaby. Nel 2009 ha esordito al lungometraggio con St. Nick, presentato al South by Southwest Film Festival. Nel 2011 ha scritto e diretto il cortometraggio Pioneer, presentato al Sundance Film Festival. Nel 2013 ha realizzato il suo secondo lavoro Senza santi in paradiso, il primo uscito in Italia, con Casey Affleck e Rooney Mara. Il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival e successivamente in concorso nella sezione Settimana Internazionale della Critica al Festival di Cannes 2013. Come montatore, oltre ai suoi film, ha curato il montaggio di Sun Don’t Shine di Amy Seimetz e Upstream Color di Shane Carruth. È co-autore della sceneggiatura del film Pit Stop di Yen Tan. Nel 2016 approda al cinema mainstream con il film Il drago invisibile, remake in live-action del film in tecnica mista Elliott il drago invisibile del 1977.

[close]

p. 9

rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA Insyriated di Philippe Van Leeuw La macchina da presa segue la donna lungo i corridoi labirintici della casa, mentre gira tra le stanze per assicurarsi che tutti stiano bene, fungendo in questo modo da collante per gli inquilini, unendoli per renderli inattaccabili. Ma il frastuono delle bombe continua a fare breccia nella fortezza, trasformandola ogni volta in una prigione da cui voler scappare, in una sorta di trappola mortale. A ogni attacco sonoro proveniente dall’esterno, la donna risponde controllando ossessivamente ogni serratura, ogni sbarramento e ogni tenda coprente. La forza dei legami familiari, delle mura domestiche e degli oggetti è davvero sufficiente per contrastare l’orrore dal di fuori? Alle convinzioni della protagonista, Philippe Van Leeuw contrappone non solo l’imprevedibilità della guerra, ma anche la voglia di reagire dei ragazzi, che tra incoscienza e necessità di vivere insistono continuamente per uscire, scappare e trovare un posto migliore. Ed è interessante vedere come lo spazio della casa sia trasformato a seconda del punto di vista dei personaggi coinvolti: prima come labirinto infinito e mai uguale a sé stesso, poi come cella minuscola e claustrofobica, dopo ancora come luogo familiare e infine come territorio nemico. Francesco Ruzzier da Cineforum Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli L’aspetto più sorprendente del lavoro di Susanna Nicchiarelli è la maniera con cui affronta l’ambiguità ideologica, e il nazionalismo inconsapevole che facevano parte del carattere di Christa Päffgen: nel rapporto tra distacco e tenerezza con il manager inglese Richard (“l’avvocato ebreo”), nelle memorie di guerra della Berlino bombardata, o nelle reazioni impazzite in concomitanza delle esibizioni nei Paesi del blocco sovietico, Nicchiarelli esplicita quella stessa tensione non riconciliata nei confronti del Passato e dei propri demoni interiori, che ritrovi poi traslata in maniera così potente e disturbante nella produzione musicale di Nico del periodo. […] La regista ha mano felice nelle ricostruzioni di questa tournée in hotel scalcinati, locali di periferia, centri sociali, piazze di paese (Anzio!), in cui Nico condivide la propria passione per gli stupefacenti con la giovane band di musicisti che le viene messa a disposizione, di cui seguiamo anche amori e estemporanee vicende. Fortunatamente, il racconto non assume mai il piglio spensierato del biopic musicale “su di giri”, ma mantiene la tonalità oscura del repertorio del periodo Marble Index/Desertshore – giovano parecchio i riusciti frammenti musicali con la riproposizione di brani non scontati di Nico […] dove l’interprete Trine Dyrholm ha modo di donare la propria voce alle canzoni. Sergio Sozzo da SentieriSelvaggi Film di Samuel Beckett e Alan Schneider Film è un film, un film il cui unico personaggio è recitato da Buster Keaton. Riguarda un uomo – un oggetto O, come lo definisce Beckett – che scappa perché inseguito da un occhio, nominato E. Il film è la storia di questo inseguimento e di questa fuga, e solo alla fine possiamo riconoscere l’identità dell’inseguitore e dell’inseguito, dell’occhio e dell’uomo. […] “Esse est percipi” è l’argomento del cogito, eccetto per la sfumatura ironica che deriva dal fatto che la ricerca della verità è sostituita dalla ricerca del non-essere, e inoltre da un’inversione dei valori: “l’inevitabilità dell’auto-percezione” – che per Cartesio è una delle più importanti vittorie – appare qui come un fallimento. Il fallimento di cosa, esattamente? Dell’estensione al Tutto – incluso il soggetto – della forma generale dell’essere, che è il vuoto. Il cogito mina questa estensione. C’è un esistente il cui essere non può non-esistere: il soggetto del cogito. Alain Badiou da Beckett, Il Nuovo Melangolo 2008 Zero in condotta di Jean Vigo Il film si caratterizza per una stretta commistione di pacato spirito anti-politico nei contenuti ed una sentita propensione verso il cinema sperimentale degli anni Trenta – in bilico tra il surrealismo buñueliano e il realismo onirico di René Clair – nell’elaborazione tecnica e artistica. Alla retorica del linguaggio anarchico e rivoluzionario, tuttavia, Vigo predilige l’aspetto puramente emozionale e poetico della storia e ci introduce alla metaforica della lotta contro le politiche repressive come un diritto imprescindibile, inalienabile ed inviolabile dell’essere umano. Dal punto di vista visivo, lo sperimentalismo formale del cineasta francese ci consente di apprezzare virtuosismi della macchina da presa atti ad evidenziare l’irruenza fisica ed espressiva dei corpi in movimento con un dinamismo tecnico di stampo avanguardistico. Vigo, infatti, al rallentamento in moviola alterna l’animazione e montaggio fotografico tipici del surrealismo buñueliano nelle sequenze del disegno che prende vita e del maestro che scrive a testa in giù, fino ad omaggiare Charlie Chaplin ne La febbre dell’oro nella caricatura fatta dal professore. Giulio Giusti da Mediacritica A Ghost Story di David Lowery In una pellicola in cui la macchina da presa si muove pochissimo l’accostamento dei tableaux esplora la sostanza di questo cinema celante diverse ambizioni dietro al visibile lavoro di sottrazione e di astrazione. Lowery usa in maniera mirabile il montaggio alternato e i raccordi sull’asse e sullo sguardo come discrasie temporali che denotano una frattura improvvisa e irrecuperabile. Il fantasma, sebbene continui a risiedere nella dimora in cui abitava da vivo, è estraneo alle leggi della fisica, di conseguente, è estraneo anche allo scorrere progressivo del tempo. Quando lo spettro reagisce alla vista di M con un altro uomo, interferendo con l’elettricità e smuovendo la libreria, Lowery stacca dall’abat-jour, alla libreria a parete su cui si riverbera la luce intermittente e da cui volano via un gruppo di libri: quando cadono è mattina, M è vestita in maniera diversa e si sofferma sulle pagine aperte sulle parole di Virginia Woolf. […] In un flashback, vediamo M e C discutere sul perché quest’ultimo non voglia lasciare casa: lui rimanda la conversazione e le porge delle cuffie facendo partire il brano al quale stava lavorando. Il montaggio, passando tra flashback e presente, mostra M che ascolta per la prima volta davanti al marito e la stessa che riascolta la canzone per aggrapparsi disperatamente a quell’emozioni primigenia e ai ricordi che stanno iniziando a svanire. Giuseppe Gangi da OndaCinema 9

[close]

p. 10

festival WWW, WHAT A WONDERFUL WORLD Milano capitale d’Africa P orta Venezia. Incrocio rappresentativo della Milano di corsa, ma sempre in perfetto orario. Giungo a destinazione e mi soffermo di fronte alla suggestiva sede di inaugurazione del 28. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina. Le imponenti colonne dell’ottocentesco casello daziario meritano attenzione. Non vedo code all’entrata, tuttavia un gran viavai di gente mi ricorda perché andavo di fretta: le sale interne non sono molto spaziose. Pochi i posti a sedere, ma ce n’è uno anche per me. Ho camminato molto e c’è troppo caldo qui, ho bisogno di un minuto per riprendermi. La vicina di posto si volta, mentre io trafelata tolgo la sciarpa tentando di non colpire chi ho intorno, e con accento esotico dice: «Sono Joana». «Un bel nome», rispondo, ma lei scoppia a ridere. «Grazie, ma intendevo dire che sono la ragazza delle foto». Un cenno quasi impercettibile dirige il mio sguardo e mi rendo conto che mi sto guardando intorno per la prima volta: sono in una stanza piena di colori caldi, con lunghi arazzi su una parete e splendide fotografie su un’altra. Immagini di sguardi fieri in abiti tradizionali. L’atmosfera è piacevole. La presentazione inizia e problemi tecnici al microfono aiutano a rompere il ghiaccio con una battuta su quello che è il filo conduttore del Festival, le nuove tecnologie. Il claim WWW – What a Wonderful World si propone infatti di richiamare alla mente gli aspetti più moderni dei tre continenti. In particolare, in Africa, l’arrivo di Internet ad alta velocità ha dato una forte spinta all’economia, ma ha anche favorito una meravigliosa rinascita della scena artistica e culturale. Quando l’inaugurazione del Festival si conclude, insieme a una platea piacevolmente sorpresa, mi incammino verso casa con un pensiero: “Chi l’avrebbe mai detto”. Questa la reazione che gli organizzatori stavano cercando, la ragione di tutto. Mostrare al mondo, fuori dai soliti cliché, cosa davvero si muove in tre continenti che, francamente, non conosciamo abbastanza. Sessanta i film proposti in prima visione italiana, selezionati su un totale di circa seicento visionati. Film d’apertura, l’anteprima italiana di Une saison en France, l’ultima opera di Mahamat-Saleh Haroun, Premio Speciale della Giuria a Venezia nel 2006 con il film Daratt. Il settimo film del noto regista ciadiano racconta un dramma romantico, la storia di un insegnante che dall’Africa centrale si trasferisce in Francia, dove si ritrova a lavorare al mercato alimentare, con una richiesta di asilo politico respinta e la paura della deportazione e dell’allontanamento dalla sua nuova famiglia. Il film è incentrato su come il protagonista, Abbas, sia solo un altro rifugiato tra tanti, indipendentemente dal ruolo rivestito nel paese d’origine; sul sentirsi impotenti rispetto a un Sistema che alla lunga rischia di demolire tutto, persino l’amore. Il concorso prevede tre premi in assegnazione: Miglior Lungometraggio Finestre sul mondo, Miglior Cortometraggio Africano, Miglior film della sezione Extr’A. Non meno interessanti le proiezioni parallele fuori concorso. Due in particolare destano inevitabilmente curiosità, Liyana e Sheikh Jackson. In Liyana l’immaginazione di un gruppo di bambini dello Swaziland dà vita al viaggio di un’eroina immaginaria animata in 3D. Il film si ricollega alla perfezione al tema centrale del 10 Roberta La Bua Festival, cioè le nuove sofisticate tecniche digitali applicate alla narrazione nelle sue forme più classiche. Genere del tutto differente per la pellicola Sheikh Jackson, commedia ironica scelta come film di chiusura della Closing Night del Festival. Amr Salama porta una brillante pellicola che racconta come l’improvvisa morte di Michael Jackson riesca a mandare in tilt l’esistenza di un giovane imam egiziano. Suo accanito fan, il giovane rimetterà infatti in discussione la sua fede e la sua intera esistenza. Il riconoscimento principale è stato assegnato da una giuria d’eccezione, composta dal compositore Michael Nyman, da Guido Casali, direttore programmi di Sky Arte, e da Funa Maduka, regista e acquisition executive di Netflix, che ha scelto di premiare il lungometraggio I Am Not a Witch della regista zambiana Rungano Nyoni, per aver consegnato “una mirabile allegoria femminista, resa ancor più profonda grazie al suo spirito sovversivo: il film permette di immergersi in profondità in un mondo apparentemente sconosciuto e pieno di pregiudizi e crudeltà, ammantati dallo spirito confortante della satira. […] Grazie a una regia visivamente potente e a una colonna sonora affascinante, il film rappresenta un cinema coraggioso e provocatorio, capace di portare lo spettatore a un apice di emozioni oggi necessario, in cui l’apertura mentale – che ci permette di vedere noi stessi e il mondo in maniera illuminata, fosse anche solo per un istante – può davvero esistere.” Maggie Mulubwa, giovane protagonista di I Am Not a Witch Nella sezione Cortometraggi Africani, Aya della tunisina Moufida Fedhila si aggiudica il riconoscimento per come affronta attraverso il romanticismo un contesto di disagio e di speranze minime, in cui l’amore resiste come cifra irrazionale in contrasto con le ragioni della lotta per la sopravvivenza. Il documentarista Pierpaolo Verdecchi, con il suo esordio nel lungometraggio Babylonia Mon Amour, vince nell’interessante sezione Concorso Extr’A, che raccoglie opere di registi italiani girate nei tre continenti di riferimento del Festival o che si confrontano col tema dell’immigrazione. Alla fine sono innumerevoli le considerazioni, le emozioni, gli spunti di riflessione. Ma, soprattutto, la sorpresa: “Chi l’avrebbe mai detto”.

[close]

p. 11

festival PONTI E FLUSSI DI COSCIENZA Bridge Film Festival 2018 Ginevra Gadioli Il cortile della Dogana, sede del Festival I l Bridge Film Festival ha una certezza su cui poggia tutto il suo “fare”: la necessità da parte dell’umanità di avere ponti culturali su cui muoversi e da cui accogliere nuovi e diversi flussi di idee. Il Bridge Film Festival ogni anno affronta un tema diverso attraverso la visione di film di genere documentario, docu-fiction, corti-medio-lungometraggi: a rinomati registi internazionali si affiancano le opere di registi emergenti locali, originali nella scelta dei soggetti, nella modalità registica e nella tecnica cinematografica. Il tema proposto accompagna gli spettatori attraverso un’esperienza multisensoriale (dalle degustazioni servite, alle varie performance artistiche) e interattiva (workshop pratici di artigianato/videomaking/arti performative). Cerchiamo una modularità nello svolgimento del tema centrale: un fil rouge sarà sempre di collegamento tra tutte le parti dell’evento conferendo un’idea d’unità e complementarietà all’insieme. Il nostro obiettivo è portare lo spettatore a chiedersi il perché delle cose, innescare dubbi, perplessità o instillare semplici curiosità. Diamo spazio a chi è riuscito egregiamente a riportare in immagine la vita di tutti i giorni, la vita sconsiderata, banale, in bianco e nero, a colori, quella silenziosa e quella caotica. Il ponte è il nostro simbolo e il teatro fisico del Bridge Film Festival. Stiamo aspettando un ponte vero, come ponte Navi, che diventi cinema all’aperto, incorniciato dallo splendido paesaggio urbano e collinare della città di Verona. Nel frattempo lo osserviamo dalla suggestiva cornice del Canoa Club, antica Dogana di fiume. Durante l’anno portiamo avanti un’altra grande passione che è quella dello sporcarsi le mani davvero, non solo mo- strando film, ma anche facendoli. Produciamo corti, in particolare documentando performance teatrali, Festival, interviste sempre nel contesto culturale. In collaborazione con la cooperativa sociale MeA e con l’associazione culturale Club Ambassador (Lite Orchestra) stiamo producendo il nostro primo lungometraggio. Si tratta di un progetto di formazione, Legami, che dura da un anno. Il film che ne deriverà si chiamerà Marana: un’opera corale fatta di musica e immagini che vede come protagonisti dei ragazzi con disabilità mentali. Il tema che condurrà la quinta edizione del festival è Flow, lo stato ottimale di coscienza. Flow racchiude in sé una moltitudine di concetti in diversi ambiti: grandi spostamenti migratori, scorrimenti di liquidi o particelle gassose in una determinata unità di tempo. Tutte piccole o grandi forme vitali che da un luogo si muovono verso un altrove in cerca di un’altra forma dell’esistere. A noi interessa ciò che in psicologia è conosciuto con il termine di “Flusso di coscienza”, o stato ottimale di conoscenza, in cui l’individuo esprime, in modo più o meno consapevole, un totale coinvolgimento nella tensione di raggiungere un obiettivo. Come in tutte le accezioni del termine, anche nel “Flusso di coscienza” si indica un’esperienza che, una volta intrapresa, non si può contrastare. Va assecondata e vissuta fino in fondo cercando di ricavarne il massimo dell’energia che verrà rilasciata. Mantiene il concetto di dinamismo che è comune a tutte le definizioni del termine perché da uno stato fisico o mentale di partenza ti sospinge ad un “oltre” che non hai ancora sperimentato e che è il risultato della tua massima espressione vitale. Quattro giorni con lungometraggi, cortometraggi, performance teatrali, musicali e di sound e digital art, workshop pratici, mostre, degustazioni, discese in gommone, ospiti internazionali, una giuria specializzata e il voto del pubblico. Giovedì 12 luglio saremo inoltre lieti di avere come partner culturale il Circolo del Cinema, un’istituzione per la nostra città. Insieme daremo vita ad una serata che condivida contenuti, sogni e sinergie per tutti i Soci del Circolo che durante l’estate sentono la mancanza dell’incontro del giovedì. 5. Bridge Film Festival Verona 11-12-13-14 luglio Canoa Club Verona Dogana di fiume, via Corte Dogana 6, quartiere Filippini 11

[close]

p. 12

cinesofia LA TRASCENDENZA DEL VISIBILE Cinema e Virtual Reality Francesco Lughezzani I l cinema è un’arte finora confinata ai bordi di uno schermo. Tuttavia, nell’ultimo decennio, il progresso tecnologico ha permesso di sviluppare un linguaggio audiovisivo sociale. Il più recente film di Steven Spielberg, Ready Player One, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense Ernest Cline, è un’interessante riflessione sullo statuto più immersivo, che scardina la definizione di realtà stessa e della realtà virtuale e sul suo rapporto con l’immagine ci- costruisce con prepotenza un immaginario a 360°, in cui lo nematografica, sempre più slegata dai limiti del tangibile. Il spettatore può muoversi, decidere cosa vedere – almeno nei protagonista del film vive a Columbus, in Ohio, in un mondo contesti più avanzati – e interagire con la realtà digitale sovrappopolato e decadente, in cui l’inventore James Halli- Stiamo parlando di VR, ovvero Virtual Reality, una tec- day ha creato OASIS, sconfinato universo virtuale in cui l’u- nologia che tramite l’utilizzo di manità si è progressivamente un visore e di cuffie permette spostata, abbandonando le mi- l’accesso a un linguaggio che serie del reale. Nel 2045 le tran- esclude lo spettatore dal mon- sazioni finanziarie avvengono do esterno, per trasportarlo in attraverso performance video- una visione o narrazione altra, ludiche, su cui si costruiscono interamente costruita in digita- complessi sistemi di debito. Le le. Nonostante la tecnologia esi- interazioni sociali si spostano sta già da diversi decenni, negli esclusivamente nella realtà di ultimi cinque anni ha conosciu- OASIS, perché fondamental- to una diffusione e commercia- mente libera dalle costrizioni e lizzazione più vasta. Gli antenati limiti di un solo corpo. Limiti di di questa tecnologia possono genere, di carne, di identità. Il essere rintracciati già negli anni discorso costruito da Spielberg sessanta. Morton Heiling, regi- si dimostra sorprendentemente sta e direttore della fotografia, innovativo nel momento in cui dal 1957 al 1962 lavorò alla re- decide di descrivere una società alizzazione di un progetto di che, attraverso la realtà virtuale cinema veicolato attraverso e le sue intime connessioni con tecnologie avanguardistiche, il l’esistenza quotidiana, riesce a Sensorama, che rappresenta il liberarsi da costrizioni politiche, primo, embrionale esempio di Virtual Reality al Lazzaretto vecchio di Venezia geografiche e sociali. La VR non realtà virtuale. è quindi più raccontata come La macchina creata da Heiling cercava di coinvolgere un’illusione o un’allucinazione, ma come realtà dalle poten- non solo la vista e l’udito, ma anche l’olfatto, diffondendo zialità smisurate, con cui interagire in modo creativo senza aromi e profumi in sequenze sincronizzate alle immagini. necessariamente divernirne schiavi. Il racconto del regista Sessant’anni più tardi, il primo visore portatile veniva com- statunitense – che non si esime da toni didascalici nel finale mercializzato in tutto il mondo. La portata del possibile cam- – può essere una traccia per comprendere il ruolo che potrà biamento di questa tecnologia nel mondo delle narrazioni acquistare, in futuro, questo tipo di esperienza visiva, a patto audiovisive è stato compreso già da molti festival cinema- che sia in grado di affrancarsi definitivamente dalle tracce tografici, primo fra tutti la Mostra Internazionale d’Arte Ci- del racconto cinematografico. nematografica di Venezia, che nella sua ultima edizione ha dedicato un concorso parallelo alle opere in VR. Nelle opere presentate lo spettatore diventa il protagonista di lunghe soggettive, dall’apparente libertà di movimento – in realtà inscritte in un percorso stabilito. Le esperienze audiovisive in VR spesso dimostrano alcuni limiti in fase di concepimento: sono sequenze legate ad una progressione narrativa stabili- ta che cerca di seguire il sentiero del racconto cinematogra- fico. Tuttavia non sono opere cinematografiche, ma un’altra forma di espressione delle arti che utilizzano l’immagine e il suono. Solo pochi artisti, come Laurie Anderson e Tsai Ming- Liang lo hanno compreso appieno, realizzando installazioni transmediali che ci obbligano ad interrogarci sul futuro del racconto per immagini, scardinando i limiti della nostra per- cezione in universi visivi senza orizzonte. Nonostante la diversità di linguaggio, la Virtual Reality è stata raccontata al cinema da un lunghissimo elenco di pelli- cole: in contesti sovente distopici, in cui l’esperienza immer- siva diventa fonte di isolamento e sintomo di una vasta crisi Tye Sheridan in Ready Player One di Steven Spielberg 12

[close]

p. 13

cellulosa&celluloide LUTTI Di film, libri e eredità Luca Mantovani N ell’estate del 2016 ho svuotato casa di Fabio Garriba. Ad essere precisi, ho svuotato la sua biblioteca, ma i libri erano talmente tanti, stipati ovunque, dalla cu- etica di Fabio trova un’assonanza più profonda e chiarificatrice, tracciano una rotta di rispecchiamenti necessariamente postumi rispetto al precoce esordio. cina al bagno, che a lavoro ultimato mi pareva davvero di Parise in primis, con i Sillabari e, soprattutto, Il ragazzo aver lasciato la casa vuota. Non ricordo la data precisa, però morto e le comete, in edizione Einaudi del 1972 – la prima, ricordo il gran caldo e leggo che Fabio è morto il 9 agosto Neri Pozza, è del ’51 e Fabio allora non ha che sette anni: mi di quell’anno, stando a quanto dice la stringata pagina Wiki- piace pensare abbia letto del ragazzo “non morto del tutto” pedia a lui dedicata. Oggi mi spiace non aver atteso con a vent’anni, nel ’65, quando Feltrinelli ripropone il romanzo, speciale partecipazione a quell’incombenza, ma allora era ma non si sia potuto permettere di acquistarne una copia la routine del mio lavoro: vedevo biblioteche private, face- se non anni più tardi. Però è singolare che l’assonanza più vo un’offerta e, se concludevo l’affare, mi portavo via colli e luminosa con l’opera dello scrittore vicentino, vada rintrac- colli di libri. Per lo più libri di persone scomparse da poco, ciata in un testo riemerso solo di recente, dopo essere stato ingombranti eredità cui i parenti rimasti guardavano spesso a lungo dato per disperso dall’autore stesso: comparso in con sconcerto, ansiosi di liberarsene rivista nel 1995, I movimenti remoti è per mettere definitivamente ordine stato poi raccolto in volume nel 2007 in quelle vite concluse. da Fandango. In questo, che è il pri- Oltre a ciò, all’epoca sapevo poco mo esperimento letterario di Parise, o nulla dei “terribili” gemelli Garriba, un ragazzo morto in un incidente forse li avevo sentiti nominare, cer- ricorda la sua vita e percepisce i vivi to non avevo visto nulla della loro che si fanno presso la sua tomba, allo opera. Solo a posteriori la mia stra- stesso modo in cui il Fabio di I parenti da è tornata a incrociarsi con la loro tutti immagina le proprie esequie e il memoria e, finalmente, come in un lutto dei familiari. giallo di Argento, ho scoperto di aver Un altro scrittore che, discenden- guardato senza vedere. Con il senno do da Poe, con morti poco trapassati di poi, sarebbe bastato il singolarissi- ha avuto commercio, assecondando mo tratto di Fabio come disegnatore, intenti più caustici che lirici, è il Lan- per riconoscerlo nelle molte inquie- Un fotogramma dal film I parenti tutti dolfi di Le labrene: Fabio possiede la tanti incisioni che occhieggiavano raccolta di racconti nell’edizione Riz- dalle pareti: teschi sornioni e mostruose uova alla coque, be- zoli del ’74 che, non sarà inutile ricordarlo, vanta una strepi- stie antropomorfe e insetti – tanto simili ai luttuosi bacarozzi tosa copertina curata da John Alcorn a partire da un disegno che compaiono nei titoli di testa del suo corto d’esordio, I di Edward Gorey. parenti tutti, del ’67. Ma la conferma più ovvia e sorprendente, viene dall’aver Un esordio che, rivisto oggi, sconcerta per l’impressio- rinvenuto accuratamente riposta – lo stesso non dicasi di nante modernità, per il suo porsi come oggetto cinemato- larga parte della collezione – l’opera omnia di Guido Mor- grafico alieno rispetto al canone italiano di quegli anni e non selli, nelle prime edizioni proposte da Adelphi nella collana solo. Certo, il debito con I pugni in tasca (1965) non passerà Narrativa contemporanea, dall’indimenticata scabra elegan- inosservato nemmeno allo spettatore più distratto (e for- za. Roma senza papa, Contro-passato prossimo, Divertimento tunato, se ha potuto vedere il corto), ma Fabio sintonizza 1889, Il comunista, Un dramma borghese e, ovviamente, Dissi- questa storia di domestica ribellione su una vibrazione del patio H.G. apparso nel 1977, ma scritto nel ’73, di pochi mesi tutto personale, di segno in certa misura opposto a quella di precedendo il suicidio del suo autore. E di suicidio questo ro- Bellocchio: là dove Alessandro/Lou Castel trovava nel dare la manzo tratta, in una forma di astratta fantascienza percorsa morte una possibile risposta a una richiesta affettiva e socia- da una tensione filosofica altissima e aperta a una gioiosa (se le ormai irricevibile, il protagonista di Garriba (interpretato si può dire, dato il tema) irrealtà: il narratore, che ha deciso di da Fabio stesso, che gli offre anche le proprie generalità ana- farla finita “per un prevalere del negativo sul positivo” si inol- grafiche) la trova nel darsi la morte. Per farlo, il regista ricorre tra in una grotta dove intende compiere l’estremo gesto, ma agli strumenti di una stridente ironia e di uno slancio imma- qui ha un ripensamento e, ritornato in città, scopre con stu- ginifico che sfuma nel surrealismo – anche in ciò ribadendo pore che l’umanità tutta s’è dissolta senza lasciare traccia. Ha la propria autonomia dalle soluzioni di Bellocchio. inizio così un dialogo ironico e lirico con questi impossibili Ed è un surrealismo ben singolare, meno debitore alla trapassati, che sarà occasione di dolorosi bilanci e necessarie lezione di Buñuel di quanto non lo sia a una tradizione let- risoluzioni. teraria che ha in Kafka il suo nume tutelare (gli scarafaggi La copia di Dissipatio H.G. che fu di Fabio, un poco vissuta cui si accennava – lo scrittore essendo fra le letture di Fabio ma in buone condizioni, gialla di nicotina e olezzante di siga- nell’irrinunciabile Medusa) e nei fermenti del ’68 una privi- retta, ve lo confesso, ha sostituito una più modesta brossura legiata cassa di risonanza: Camus, Sartre, Borges e Beckett del 2012 nella mia personale biblioteca. non mancano nella biblioteca di Fabio, con i nostri Moravia e Bene, insieme ad una valanga di letteratura marxista. AA.VV., Fabio e Mario Garriba, i gemelli terribili del cinema ita- Pure, fra i libri passati per le mie mani, quelli con cui la po- liano, iacobellieditore, 2016 ISBN 9788862523479, € 9.90 13

[close]

p. 14

indice 2017-2018 di filmese Ordine cronologico film (* indica un film premiato o segnalato) 1. The Teacher. Una lezione da non dimenticare* di Jan Hřebejk – Slovacchia/Repubblica Ceca, 2016 – prima visione 2. Easy. Un viaggio facile facile* di Andrea Magnani – Ucraina/Italia, 2017 – opera prima, prima visione 3. Una vita, une vie* di Stéphane Brizé – Francia, 2016 – prima visione 4. Il piacere di Max Ophüls – Francia, 1952 – restauro 5. Team Hurricane* di Annika Berg – Danimarca, 2017 – opera prima, prima visione 6. Manifesto* di Julian Rosefeldt – Germania/Australia, 2015 – prima visione 7. Gli eremiti* di Ronny Trocker – Austria/Germania, 2016 8. Il cratere* di Luca Bellino e Silvia Luzi – Italia, 2017 – prima visione 9. Good Time* di Josh e Benny Safdie – USA, 2017 – prima visione 10. Sole Cuore Amore* di Daniele Vicari – Italia, 2016 – prima visione 11. Ritratto di famiglia con tempesta di Hirokazu Kore’eda – Giappone, 2016 – votato dai Soci 12. Sieranevada* di Cristi Puiu – Romania/Francia/Bosnia- Erzegovina/Croazia, 2016 – prima visione 13. Il padre d’Italia* di Fabio Mollo – Italia, 2017 – prima visione 14. Corpo e anima* di Ildikó Enyedi – Ungheria, 2017 – prima visione 15. Félicité* di Alain Gomis – Belgio/Francia/Germania/ Libano/Senegal, 2017 16. Cure a domicilio* di Slávek Horák – Repubblica Ceca/ Slovacchia, 2015 – opera prima, prima visione 17. Sami Blood* di Amanda Kernell – Svezia/Danimarca/ Norvegia, 2016 – opera prima, prima visione 18. La diabolica invenzione* di Karel Zeman – Cecoslovacchia, 1958 – restauro 19. Le cose che verranno* di Mia Hansen-Løve – Francia/ Germania, 2016 – votato dai Soci 20. Fixeur di Adrian Sitaru – Romania/Francia, 2016 – prima visione 21. Morto Stalin, se ne fa un altro* di Armando Iannucci – Regno Unito/Francia/USA, 2017 – prima visione 22. A Ciambra* di Jonas Carpignano – Italia/Brasile/Francia/ Germania, 2017 – prima visione 23. Figlia mia di Laura Bispuri – Italia/Germania/Svizzera, 2018 – prima visione 24. The Constitution - Due insolite storie d’amore* di Rajko Grlić – Croazia/Repubblica Ceca/Slovenia/ Macedonia, 2016 – prima visione 25. Petit Paysan - Un eroe singolare* di Hubert Charuel – Francia, 2017 – opera prima, prima visione 26. The Florida Project* di Sean Baker – USA, 2017 27. Insyriated di Philippe Van Leeuw – Belgio/Francia, 2017 – prima visione 28. Nico, 1988* di Susanna Nicchiarelli – Italia/Belgio, 2017 29. Zero in condotta di Jean Vigo – Francia, 1933 – restauro 30. Film* di Samuel Beckett e Alan Schneider – USA, 1964 – restauro 31. A Ghost Story* di David Lowery – USA, 2017 – prima visione 14 Registi Baker, Sean (n. 7, pag.6) Beckett, Samuel (n. 8, pag. 7) Bellino, Luca (n. 2, pag. 7-9) Berg, Annika (n. 1, pag. 12 – n. 2, pag. 4) Bispuri, Laura (n. 7, pag. 3) Brizé, Stéphane (n. 1, pag. 6) Carpignano, Jonas (n. 2, pag. 14) Charuel, Hubert (n. 7, pag. 5) Enyedi, Ildikó (n. 5, pag. 3) Gomis, Alain (n. 5, pag. 4) Grlić, Rajko (n. 7, pag. 4) Hansen-Løve, Mia (n. 6, pag. 4) Horák, Slávek (n. 5, pag. 5) Hřebejk, Jan (n. 1, pag.4) Iannucci, Armando (n. 6, pag. 6) Kernell, Amanda (n. 5, pag. 6) Kore’eda, Hirokazu (n. 3/4, pag. 6) Lowery, David (n. 8, pag. 8) Luzi, Silvia (n. 2, pag. 7-9) Magnani, Andrea (n. 1, pag.5) Mollo, Fabio (n. 3/4, pag. 8) Nicchiarelli, Susanna (n. 8, pag. 5) Ophüls, Max (n. 1, pag. 7) Puiu, Cristi (n. 3/4, pag. 7) Rosefeldt, Julian (n. 2, pag. 5) Safdie, Benny (n. 3/4, pag. 4) Safdie, Josh (n. 3/4, pag. 4) Schneider, Alan (n. 8, pag. 7) Sitaru, Adrian (n. 6, pag. 5) Trocker, Ronny (n. 2, pag. 6) Van Leeuw, Philippe (n. 8. pag. 3) Vicari, Daniele (n. 3/4, pag. 5) Vigo, Jean (n. 8, pag. 6) Zeman, Karel (n. 6, pag. 3) Il Punto Assemblea annuale e nuovo anno sociale di Roberto Bechis, n.1 Novembre cinefilo di Roberto Pecci, n. 2 Il cinema italiano è meglio? di Lorenzo Reggiani, n. 3/4 Buone notizie di Roberto Bechis, n. 5 Una nuova collaborazione di Fiammetta Giarola, n. 6 Giovedì, la scelta di Rossella Pasqua di Bisceglie, n. 7 La nostra Associazione di Roberto Bechis, n. 8 Vita Associativa Questionario dei Soci di Pier Paolo di Franco, n. 1 Omaggio a Elio Petri al Teatro Ristori, n. 2 Petri Pop di Luca Mantovani, n. 2 Il referendum di Francesco Lughezzani, n. 3/4 Ricordando Magè di Anna Pasti, n. 8 I film - Schede The Teacher. Una lezione da non dimenticare di Francesco Lughezzani (n. 1, pag. 4) Easy. Un viaggio facile facile di Francesco Lughezzani (n. 1, pag. 5) Una vita, une vie di Francesco Lughezzani (n. 1, pag. 6) Il piacere di Francesco Lughezzani (n. 1, pag. 7) Team Hurricane di Giovanna Girardi (n. 2, pag. 4) Manifesto di Francesco Lughezzani (n. 2, pag 5) Gli eremiti di Michele Bellantuono (n. 2, pag. 6) Il cratere di Francesco Lughezzani (n. 2, pag. 7) Good Time di Francesco Lughezzani (n. 3/4, pag. 4) Sole Cuore Amore di Giovanna Girardi (n. 3/4, pag. 5) Ritratto di famiglia con tempesta di Francesco Lughezzani (n. 3/4 pag. 6)

[close]

p. 15

indice 2017-2018 di filmese Sieranevada di Michele Bellentuono (n. 3/4, pag. 7) Il padre d’Italia di Luca Mantovani (n. 3/4, pag. 8) Corpo e anima di Michele Bellantuono (n. 5, pag. 3) Félicité di Roberto Pecci (n. 5, pag. 4) Cure a domicilio di Michele Bellantuono (n. 5, pag. 5) Sami Blood di Francesco Lughezzani (n. 5, pag. 6) La diabolica invenzione di Francesco Lughezzani (n. 6, pag. 3) Le cose che verranno di Giovanna Girardi (n. 6, pag. 4) Fixeur di Roberto Pecci (n. 6, pag. 5) Morto Stalin, se ne fa un altro di Francesco Lughezzani (n. 6, pag. 6) A Ciambra di Michele Bellantuono (n. 6, pag. 7) Figlia mia di Francesco Lughezzani (n. 7, pag. 3) The Constitution - Due insolite storie d’amore di Luca Mantovani (n. 7, pag. 4) Petit Paysan - Un eroe singolare di Michele Bellantuono (n. 7, pag. 5) The Florida Project di Francesco Lughezzani (n. 7, pag. 6) Insyriated di Roberto Pecci (n. 8, pag. 4) Nico, 1988 di Luca Mantovani (n. 8, pag. 5) Film di Alessandro Del Re (n. 8, pag. 6) Zero in condotta, a cura della Redazione (n. 8, pag. 7) A Ghost Story di Francesco Lughezzani (n. 8, pag. 8) Rassegna stampa Cosa ci dice la critica - Febbraio (n. 5, pag. 7-8) Cosa ci dice la critica - Marzo (n. 6, pag. 8) Cosa ci dice la critica - Aprile (n. 7, pag. 7) Cosa ci dice la critica - Maggio (n. 8, pag. 9) Festival 8. Odesa International Film Festival Step by Step di Maurizio Benedetti (n. 1, pag. 8) 70. Locarno Festival Coincidenza di anniversario di Roberto Bechis (n. 1, pag. 9) Dragonfly eyes di Annalisa Bernabè (n. 2, pag. 12) 23. Film Festival della Lessinia Il volto segreto dell’acqua di Francesco Lughezzani (n. 1, pag. 10) Addio ai monti di Luca Mantovani (n. 1, pag. 11) 32. Settimana Internazionale della Critica Lo straniamento elettrico dell’adolescente candido di Francesco Lughezzani (n. 1, pag. 12) Lo schermo nell’abisso. Intervista a Luca Bellino e Silvia Luzi di Francesco Lughezzani e Luca Mantovani (n. 2, pag. 8-9) 74. Mostra d’Arte Cinematografica Internazionale di Venezia Una mostra di alto livello con premi saggi di Lorenzo Reggiani (n. 1, pag. 13) 36. Le Giornate del Cinema Muto Straziami ma di muto saziami di Francesco Lughezzani (n. 2, pag. 10) 65. Festival di San Sebastian Dall’incognita iniziale alla grata sorpresa finale di Alessandra Pighi (n. 2, pag.11) 21. Festivaletteratura - Pagine Nascoste Obit. Un documentario di Vanessa Gould di Nelly Girardi (n. 2, pag. 13) 30. Tokyo International Film Festival Viaggio a Tokyo di Anna Lughezzani (n. 3/4, pag. 9-10) 37. Festival di Cinema Africano di Verona Festival del cinema africano di Stefano Gaiga (n. 5, pag. 9) 35. Torino Film Festival Fino alla fine… del film! di Marina Fornasari (n. 5, p. 10) 29. Trieste Film Festival Ciao Maschio. Da Trieste, sguardi sul maschile di Luca Mantovani (n. 6, pag. 9-10) 68. Festival Internazionale del Cinema di Berlino Ho ancora una valigia a Berlino. Intervista ad Alessandro Anderloni di Luca Mantovani (n. 7, pag. 8) 36. Bergamo Film Meeting Notizie da Bergamo. Tra ricerca e retrospettiva di Roberto Pecci (n. 7, pag. 9) Festival di Tokyo La strada principale e il vicolo secondario. I festival di primavera di Tokyo di Anna Lughezzani (n. 7, pag. 10) 47. International Film Festival di Rotterdam Senza essere presenti. International Film Festival di Rotterdam e le altre meraviglie dello streaming di Roberto Pecci (n. 7, pag. 11) 28. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina WWW, What a Wonderful World. Milano capitale d’Africa di Roberta La Bua (n. 8, pag. 10) 5. Bridge Film Festival 2018 Ponti e flussi di coscienza. Bridge Film Festival 2018 di Ginevra Gadioli (n. 8, pag. 11) Focus Ai confini della realtà (o no?) di Francesco Lughezzani (n. 2, pag. 14) La decima vittima. Recensire oggi, recensire allora di Michele Bellantuono e Adelio Ferrero (n. 3/4, pag. 11) Il mio corpo ti scalderà. Isabella Ragonese e il nuovo cinema italiano di Luca Mantovani (n. 3/4, pag. 12) Visioni da Est. Il cinema di Praga e Bucarest di Roberto Pecci e Francesco Lughezzani (n. 5, pag. 11-12) Stop Motion Animation. Władysław Starewicz di Francesco Lughezzani (n. 5, pag. 13) Visioni da Est. Il cinema di Budapest di Roberto Pecci (n. 6, pag. 11-12) Karel Zeman. Il favoloso pioniere dell’animazione cecoslovacca di Francesco Lughezzani (n. 6, pag. 13) Registi compositori. Chaplin al piano, Carpenter al synth, Clint voce di Francesco Lughezzani (n. 7, pag. 12) Suonando Chaplin. La febbre dell’oro al Teatro Ristori di Giovanna Girardi (n. 7, pag. 13) Cinesofia Divi e dei. Il mito classico e l’eroe contemporaneo di Francesco Lughezzani (n. 3/4, pag. 13) Corpus Epico. Deflagrazione del Superhero movie di Francesco Lughezzani (n. 5, pag. 14) Lo schermo vuoto. Cinematografia della solitudine contemporanea di Francesco Lughezzani (n. 6, pag. 14) Caligari, Freud e il dottor Dippy. Il racconto della psichiatria al cinema di Francesco Lughezzani (n. 7, pag. 14) La trascendenza del visibile. Cinema e Virtual Reality di Francesco Lughezzani (n. 8, pag. 12) Cellulosa&celluloide Tradimenti di Luca Mantovani (n. 2, pag. 15) Intermittenze. Proust è mai andato al cinema? di Luca Mantovani (n. 3/4, pag. 14-15) Illeggibili. Consigli di lettura per libri inesistenti di Luca Mantovani (n. 5, pag. 15) Pianti. I film sono persiane di ferro di Luca Mantovani (n. 6, pag. 15) Miopie. Sviste e antipatie del letterato fatto critico di Luca Mantovani (n. 7, pag. 15) Lutti. Di film, libri e eredità di Luca Mantovani (n. 8, pag. 13) 15

[close]

Comments

no comments yet