Cronache di Cammini n° 13 - aprile 2018

 

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Storie e percorsi nel camminare

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Cronache di Cammini n° 13 Cronache di Cammini percorsi, soste, storie nel camminare Pubblicazione semestrale del Dott. Luciano Mazzucco Direttore Responsabile Dott. Niccolò Mazzucco - Numero 13 – aprile 2018 - Il ponte Da sempre il ponte ha rappresentato per l’uomo il modo più semplice per superare gli ostacoli naturali, come corsi d’ acqua o dislivelli. Lo spostarsi ne ha creato la necessità e quindi il ponte è parte della storia del cammino umano … …. richiedendo spesso la ricerca e lo sviluppo di soluzioni di problemi costruttivi a volte molto impegnativi. Ma questa importante opera umana assume talvolta anche un significato metaforico; come il muro rappresenta il simbolo di una chiusura nei rapporti umani sociali o politici, il ponte, al contrario, è sicuramente il simbolo dell’ unione, dell’ amicizia e della collaborazione fra i popoli. Più queste opere sono ardite ed ingegnose maggiormente suscitano ammirazione, tenendo anche presente che spesso sono il risultato di costruzioni molto datate nel tempo quando le possibilità di realizzazione erano difficoltose e limitate. 1

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I ponti del diavolo di Niccolò Mazzucco Cronache di Cammini n° 13 C’è una curiosa coincidenza per la quale molti dei ponti medievali caratterizzati da grandi e ardite arcate – esempi di straordinaria ingegneria costruttiva – vengono spesso attribuiti all’opera del diavolo, per l’audacia della loro architettura in grado di sfidare la legge di gravità. Un ponte è qualcosa di più della semplice unione fra le due sponde di un fiume, che la natura ha separato; può trasformare l’ambiente circostante e dare vita storie e leggende. In Garfagnana numerosi sono gli esempi di ponti costruiti con arguzia,; troviamo ponti “a schiena d’asino” o “ a gobba” a San Michele, a Piazza al Serchio, a Loppia, a Calavorno e, esempio impareggiabile, a Borgo a Mozzano. I pellegrini che scendono dalla pianura padana verso Roma, hanno già attraversato uno spettacolare ponte a Bobbio, anch’esso attribuito all’opera leggendaria del diavolo (vedi foto pag. 1). Ma ci sono casi simili in tutta Italia (il ponte di Annibale o del Diavolo a Ricigliano vicino a Salerno), e in tutta Europa (il ponte a Martorell in Catalogna, Spagna, il Rakotzbrücke a Kromlau in Sassonia, per citarne alcuni). Ma se nei ponti il diavolo si è di- mostrato artefice leggendario instancabile, gode tuttavia anche dell’attribuzione di tante altre architetture come cattedrali (il Duomo di Milano o quello di Monaco), torri (come quella a San Gimignano), acquedotti (a Salerno), muraglie, ecc. La logica ci porta a pensare che siano attribuite al diavolo tutte quelle opere di cui si è persa la memoria, in tempi in cui la superstizione era più forte della tecnologia. A Borgo a Mozzano, vicino Lucca, l’eccezionale ponte sarebbe stato costruito circa nell’anno Mille (forse il 1101) su ordine di Matilde di Canossa e restaurato due secoli più tardi, nel 1324, da Castruccio Castracani, condottiero lucchese, che probabilmente sostituì la primitiva struttura in legno con una in muratura (in epoca antica era usanza costruire i ponti possibilmente in legno per consentire una loro veloce distruzione in caso di invasioni nemiche); lo scopo era di permettere ai pellegrini provenienti dalla Lunigiana di attraversare il fiume Serchio e raggiungere la vicina Lucca, venerare il crocefisso del Volto Santo e riprendere così il cammino verso Roma sulla Via Francigena. Il Ponte della Maddalena di Borgo a Mozzano ripreso dalla sponda destra 2

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Cronache di Cammini n° 13 Anticamente sulla sponda sinistra si trovava un’edicola con l’immagine della Maddalena (oggi perduta), per cui il ponte è stato chiamato anche ‘ponte della Maddalena’. E’ lungo oltre 90 metri, ha più arcate, di cui la maggiore supera i 18 metri dal pelo dell’acqua. Un motivo che spiega l’esistenza di archi di ampiezza diversa sta forse nel fatto, stando a recenti rilievi geologici, che i pilastri degli archi appoggiano negli unici punti del fiume che presentano uno strato di roccia di sufficiente compattezza e spessore. E’ probabile che siano intervenute più mani in tempi diversi nell’edificare questa ardita costruzione; infatti è facilmente intuibile che il corpo dell’arco grande è staccato dagli altri, come se fosse stato fatto in un momento diverso e non è escluso che, per permetterne la costruzione, il corso del fiume sia stato fatto deviare prima da una parte e poi dall’altra. La leggenda infernale che aleggia sulle origini di questo ponte narra, nella formulazione più conosciuta (di cui esistono comunque varie versioni), che il mastro costruttore del ponte, disperato per le difficoltà esecutive e il forte ritardo nella consegna dell’opera, avesse fatto un patto scellerato con il diavolo pur di vedere terminata in tempo la costruzione: il maligno, in cambio del completamento del ponte in una sola notte, avrebbe preteso l’anima di colui che per primo lo avesse attraversato. Il Il ponte del Diavolo a Martorell in Spagna costruttore, pentito della sciagurata promessa, su consiglio del proprio confessore, avrebbe fatto passare sul ponte ormai terminato un maiale (o un cane a seconda delle versioni), ingannando così il diavolo, che per lo scorno si sarebbe gettato nel fiume. Simile la leggenda che si tramanda sul ponte maledetto di Martorell in Catalogna, che unisce le sponde del fiume Llobregat fin dall’anno Mille. Questa volta il diavolo chiese l’anima ad una povera e anziana donna che era stanca di attraversare tutti i giorni le gelide acque del fiume; fatto il patto in una notte il ponte fu fatto ma il maligno rimase scornato quando il primo essere ad attraversare il ponte non fu l’anziana donna, come era previsto nei suoi piani scellerati, ma un gatto nero. Oggi resta solo una parte del ponte originario perché la guerra civile del 1939 ne ha fatto ampio scempio. Cronache di Cammini Pubblicazione culturale di percorsi, soste, storie nel camminare. Diffusione semestrale a stampa. Anno 8° - Numero 13 - aprile 2018 --------------------Direttore Responsabile: Niccolò Mazzucco Redazione: Luciano Mazzucco. Niccolò Mazzucco. Correzione bozze: Giovanna Palagi. Direzione, Redazione: Via V. da Filicaia 22 - 50135 Firenze Tel. e fax 055-679925. Cell.328-0980984 E-mail: icammini@gmail.com Sito web. http://www.cronachedicammini.com Registrazione Tribunale di Firenze n° 4157 del 3.8.2011 Stampa: Officine Grafiche Elettra. Via B. Dei, 70 — 50127 Firenze Tel 055-473.809 Proprietario/Editore: Dott. Luciano Mazzucco. Codice Fiscale: MZZLCN53D10D612O Partita Iva: 03843620489 — e-mail: lucimak@tin.it Sito web: http://www.ortopediamazzucco.com Conto corrente postale n° 001021055460 IBAN: IT13 E076 0102 8000 0102 1055 460 intestato a: Dott. Luciano Mazzucco. Specialista in Ortopedia e Traumatologia Via V. da Filicaia, 22- 50135 Firenze. Tel/fax 055-679925 Studi: Via della Rondinella, 66/1 — 50135 Firenze Tel 055-6540048/055-601718 Via G. Campani 18 — 50127 Firenze. Tel 328-0980984 Via Chiantigiana 26 — 50126 Firenze. Tel 055-65369 Piazza del Popolo, 44— San Casciano VP. Tel 055-821318 FONTI DELLE FOTO E DELLE IMMAGINI ————————Foto di Luciano Mazzucco: pag. 1 - Ponte di Bobbio; pag. 2 - Ponte della Maddalena;. pag.5 Abbazia di Bobbio ed Eremo di San Michele; pag 12: mucchi di pietre. Foto pag. 3—Ponte di Martorell: https://www.minube.com/fotos/ martorell-c235455#gallery-modal. Immagine pag.4: Museo Abbazia di Bobbio e http:// www.camminideuropa.it/il-cammino-di-san-colombano/ Foto di Guido Mori: pag. 8. Foto di Stefano Guiducci: pag 9-10 Immagini pag.11: Viaggio di Darwin: http://ebook.scuola.zanichelli.it Darwin studia le tartarughe: http://www.mondieviaggi.eu/nati-perandare-lontano/ 3

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“Totius Europae” di Luciano Mazzucco Cronache di Cammini n° 13 Sono ormai trascorsi oltre 60 anni da quando, nel 1957, è stata proclamata l’Europa Unita, iniziata a quel tempo con buone prospettive solo come Comunità Europea riunendo sei paesi del vecchio continente; oltre l’Italia aderirono a questo “mercato comune” Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi. Gli eventi bellici portarono come conseguenza il desiderio di porre in atto questo processo unitario, simbolo di pace e prosperità. Ma l’idea di una Europa che unisse tutti i popoli che l’abitavano risale molto ma molto indietro nel tempo, più di 1300 anni prima. Nonostante le terre d’Europa siano state per secoli teatro di guerre, invasioni, rivalità, prevaricazioni, divisioni in mille frammenti di potere, qualcuno ebbe l’idea di cercare qualcosa di comune che ponesse fine alle divisioni: le comuni radici cristiane. Ancor prima che Carlo Magno nel 800 d.C. dichiarasse il Sacro Romano Impero, un monaco irlandese, San Colombano, peregrinò per decenni per tutta l’Europa, evangelizzando, fondando comunità monastiche e abbazie, alcune delle quali ancora operanti. Colombano intuì che l’Europa non poteva essere solo un concetto geografico o politico, ma una cultura formatasi dalla fusione dell’antichità greco-romana con il mondo germanico sotto l’influsso del cristianesimo. Dopo una lunga preparazione ascetica nella sua Irlanda, Colombano, alla considerevole età di 50 anni, sentì il bisogno di partire con 12 discepoli alla volta del continente europeo per annunciare il Vangelo e rafforzare nei popoli del tempo la conversione alla fede cristiana. Rimase circa 20 anni in Francia, dove fondò numerose comunità monastiche, soprattutto nella regione dei Vosgi, fra cui le più importanti ad Annegray, Fontaines e soprattutto Luxeuil, ancora attive. Ma Colombano non ebbe vita facile La “peregrinatio pro Domino” di San Colombano dall’Irlanda a Bobbio (periodo 590-612 d.C.) perché per la sua integerrima professione religiosa, si scontrò più volte con i vescovi ed i regnanti, dediti a dissolutezze ed immoralità, per cui lasciò la Francia e riprese la sua peregrinazione, toccando la Germania, l’Austria e la Svizzera, dove lasciò il suo discepolo Gallo a fondare la comunità svizzera. Nel 612 arrivò a Milano dove fu ben accolto dai regnanti longobardi e sopratutto dalla regina Teodolinda, da poco convertita al cattolicesimo. Grande teologo, durante la sua permanenza milanese Colombano si adoperò per risolvere lo scisma che divideva la Chiesa d’Oriente con quella d’Occidente sulla natura del Cristo. Ricevette quindi dai longobardi ampie donazioni territoriali che gli permisero di fondare una nuova comunità a Bobbio sulle rive del Trebbia. Si dette inizio così alla fortunata vita religiosa, culturale ed economica che in tale luogo si sviluppò nei secoli successivi, merito dei suoi insegnamenti ma anche dei suoi seguaci che ne continuarono l’opera dopo la sua morte, avvenuta nel 615. Colombano e i suoi seguaci hanno contribuito inoltre alla realizzazione di un monachesimo 4

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colto, impegnandosi, oltre che nel lavoro e nella preghiera, anche nello studio del latino e nel mantenimento di una assidua vita intellettuale. Il monachesimo celtico si adoperò così per la conservazione e la riproduzione dei manoscritti, permettendo la conservazione della cultura antica ed assicurando alle generazioni future la conoscenza dei testi antichi, non solo religiosi, ma anche letterari, storici e scientifici. Non a caso, nella biblioteca dell’Abbazia di Bobbio, la più grande di Europa nell’anno Mille, erano conservati ben 770 codici antichi, di cui una buona parte è riuscita a giungere fino ai nostri tempi. Papa Francesco ha definito San Colombano “un grande evangelizzatore dell’Europa” riconoscendogli il grande contributo alla diffusione della fede cristiana tra le popolazioni neo pagane del Continente. Colombano fu il primo ad usare nel medioevo il termine “Europa” ed avere la concezione di una unità nella Chiesa di tutte le genti europee affermando in una sua lettera “siamo infatti tutti membra di un solo corpo, sia Galli che Britanni che Irlandesi che di ogni altra nazione”. Papa Benedetto nel 2008 lo ha indicato come un modello per la rinascita anche culturale del vecchio continente dichiarando che “egli è divenuto realmente uno dei padri dell’Europa: egli mo- Cronache di Cammini n° 13 stra anche oggi a noi dove stanno le radici dalle quali può rinascere questa nostra Europa” e proponendone il riconoscimento come Patrono d’Europa, insieme a San Benedetto. La regola di San Benedetto era stata già proclamata (circa nel 529) e si era diffusa soprattutto nell’Italia centro-meridionale intorno all’ Abbazia di Montecassino; con il tempo, questa, forse anche per la minor rigidità, prevalse sulla regola di Colombano e si diffuse anche nel resto dell’Italia e nell’Europa settentrionale, ma questo grazie proprio all’opera di Colombano che aveva preparato il terreno con la diffusione della regola monastica irlandese. Colombano quindi fece da tramite alla diffusione del monachesimo o, se vogliamo, da ponte. L’Eremo di San Michele, nei pressi di Coli (Bobbio - Pc), dove il Santo morì eremita il 25 novembre 615 5

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Cronache di Cammini n° 13 Il percorso della “cremagliera” Sant’Ellero Saltino di Alberto Bronzi La Riserva Naturale Statale di Vallombrosa è una foresta secolare di abeti, faggi, castagni e tante altre specie di alberi distante circa 22 km, in linea d'aria, da Firenze. Cuore della foresta è l'Abbazia Benedettina ove risiede l'Abate Generale della Congregazione Vallombrosana. E' qui, ad una quota di circa 950 metri sulle pendici del Pratomagno, che San Giovanni Gualberto Visdomini si rifugiò nel 1036 dopo essersi allontanato da Firenze in cerca di un modo più autentico di vivere la propria fede cristiana e la propria vocazione ad una vita monastica fatta di preghiera e di lavoro. Così, da una vita vissuta secondo la regola Benedettina ora et labora, iniziò la storia ormai quasi millenaria di questi luoghi unici. Una storia nella quale continuamente si intrecciano l'amore per Dio e quello per il Creato, scritta per secoli dai soli Monaci e dopo il 1866 anche dallo Stato Italiano che ha trovato in Vallombrosa il punto di riferimento per tutti i suoi tecnici forestali. Una storia ben leggibile, oltre che sui libri e sui documenti d'archivio, anche sul territorio, addentrandosi nella foresta e muovendosi al suo interno. La vicenda di Vallombrosa come meta turistica, o “stazione climatica” come si dice con un'espressione di fine ottocento, ha inizi più recenti rispetto a quella della foresta. Fu verso la fine dell'800 che il Conte Giuseppe Telfener, uomo d'affari e ingegnere esperto nel settore ferroviario, capitò in vacanza a Vallombrosa ed ebbe modo di apprezzare sia la bellezza dei luoghi che la potenzialità di valorizzazione turistica dovuta alla vicinanza alla linea ferroviaria Roma Firenze. Telfener maturò la convinzione di po- ter realizzare a Saltino, località posta proprio accanto alla foresta demaniale e in una posizione ancora migliore di questa da un punto di vista panoramico, affacciata com'è sulla valle dell'Arno, una stazione climatica in grado di competere con quelle già esistenti sull'arco alpino. In breve tempo, attraverso una società appositamente costituita, realizzò l'imponente Grand Hotel Vallombrosa e fece arrivare dalla Norvegia alcune case in legno per realizzare il primo nucleo del villaggio del Saltino ma soprattutto progettò e realizzò un'opera indispensabile per rompere l'isolamento di questi luoghi e renderli raggiungibili in modo comodo e veloce a tutti e in particolare alle persone più facoltose: la ferrovia Sant'Ellero-Saltino. Telfener, con la sua esperienza, non ebbe difficoltà a progettare in pochi mesi una ferrovia che, per le ripide perndenze che avrebbe dovuto affrontare, dovè necessariamente essere del tipo a cremagliera (cioè munita di una terza rotaia dentata posta fra i binari normali). Individuò il punto di partenza più adatto nella località di Sant'Ellero, fra le stazioni di Rignano sull'Arno e Pontassieve sulla linea Roma Firenze, e progettò un tracciato che in circa otto chilometri arrivava a Saltino senza necessità di opere d'arte rilevanti. Grazie a questo accorgimento progettuale, e alla minore burocrazia dell'epoca, l'opera fu realizzata in soli quattro mesi, dal 21 maggio al 20 settembre 1892. L'obiettivo di tagliare drasticamente i tempi per raggiungere Vallombrosa era raggiunto: da Sant'Ellero a Vallombrosa, per superare un dislivello di 850 metri ci voleva un'ora. Da Roma a Vallombrosa circa 6 ore. Saltino e Vallombrosa decollarono e divennero, a cavallo fra l'800 e il '900, luo- Il percorso dell’antica “cremagliera” da Sant’Ellero a Saltino (grafica 3D Garmin Trek Italia Pro) 6

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Cronache di Cammini n° 13 ghi molto alla moda frequentati dalle persone più facoltose, dai nobili, dai politici, dagli artisti. Purtroppo però, in breve tempo, risultò chiaro che la linea avrebbe funzionato a pieno regime solo nel periodo estivo, e questo non era sufficiente per l'equilibrio economico della sua gestione, che infatti passò di mano più volte e fu sempre travagliata. Nel 1924, a seguito di un'ispezione ministeriale, emersero problemi legati alla sicurezza. La gestione non potè, o non volle, dare corso agli interventi necessari e la linea cessò di funzionare. Fu sostituita da servizi automobilistici e, nel 1937, smantellata. Oggi la sede della vecchia ferrovia a cremagliera è rimasta ben visibile nel tratto che va dalla stazione di Filiberti verso Saltino e coincide in buona parte con il sentiero CAI n. 13. Nella parte più a valle, invece, per alcuni lunghi tratti è completamente scomparsa a seguito delle trasformazioni subite dal territorio ed in altri è stata invasa dalla vegetazione, e quindi percorribile con molte difficoltà, pur rimanendo ancora riconoscibile. Più in dettaglio, la stazione di Sant'Ellero ha mantenuto i lineamenti dell'originaria architettura di tipo alpino, anche se ha ormai perso tutti gli ornamenti che l'arricchivano e la caratterizzavano. Subito accanto ad essa si può riconoscere ancora il primo tratto della sede ferroviaria, rettilineo e in salita, che corrisponde all'attuale viabilità, fiancheggiata da pini, all'interno del parcheggio della stazione. La costruzione a capanna posta al suo termine era il deposito del materiale rotabile. Proseguendo, si rileva che il primo tratto del tracciato fino a Donnini, oggi è mal individuabile, ormai preda del bosco e della macchia che ha ripreso gradatamente il sopravvento; districandosi avventurosamente fra i rovi, però si riesce ancora a riconoscere, a monte della Via Aretina e a valle della Strada Provinciale 88, il percorso posto a mezza costa, con i suoi muri a retta a monte e a valle. Percorrendolo si raggiunge quello che resta del ponte realizzato in diagonale sul torrente Vicano: le spalle sulle due sponde del corso d'acqua. Quella della sponda destra è affiancata da due arcate realizzate per rimediare ai danni di una forte piena del 1905 che porto via una decina di metri di massicciata. La travata metallica non c'è più perche fu smontata e rimossa nel 1937 insieme a tutti gli altri materiali ferrosi. Subito dopo il ponte si individua facilmente quello che resta del “casotto dell'Omaccio”, dove stava il sorvegliante. Poco dopo inizia il primo dei tratti a maggior pendenza (22%) detto Ertone. Oggi è consigliabile un percorso più agevole per raggiungere Donnini da Sant’Ellero, per cui, una volta usciti dalla Stazione (km 0 – alt 110 mt) si prende la Via Aretina (S.R 68) a destra per 300 mt e quindi si gira a sinistra sulla strada asfaltata (SP 88) come da indicazione del cartello stradale “Donnini 4 km”. Si percorre questa strada in lieve salita per circa 1 km e poi si prende uno stradello secondario sulla sinistra (cartello B&B Le Castagnete). Arrivati al bivio per il B&B, dopo circa 600 mt di lieve salita, si prende a destra lo stradello sterrato che si addentra nella boscaglia per circa 700 mt. mantenendo la destra in alcuni bivi. Usciti dal bosco si incrocia quindi una ampia sterrata che prendiamo a sinistra in lieve discesa e si continua su questa strada principale per circa 1 Km quando – in località Conia di Sopra - si prende a destra la strada asfaltata che porta in salita, in 400 mt, al centro di Donnini (km 4 – alt. 345 mt), di fronte ad una casa gialla (Macelleria Crini). Se non si vuol fare una sosta in paese si va a sinistra sulla SP 86 e la si percorre in salita per circa 800 mt fino a trovare Villa Pitiana sulla nostra sinistra. A destra si individua un breve vialetto di cipressi oltre il quale, dopo 20 mt, si vede quello che rimane della vecchia Stazione di Filiberti, ancora testimone dell’antica gloria. Qui il treno faceva una prima sosta per il rifornimento di acqua e di carbone. Ciò era necessario per gli elevati consumi conseguenti al grande lavoro che la macchina doveva compiere e per le limitate scorte che la stessa poteva portare con sé, non essendo nemmeno dotata di tender per motivi di peso. Durante la sosta, che era la prima delle tre necessarie, i passeggeri potevano scendere per sgranchirsi le gambe. Si procede sullo stradello e poco dopo si trova un tabernacolo. Oltrepassatolo andando a sinistra, subito dopo sulla nostra destra, dopo una catena, si aprono due ampie carreggiate sterrate, ambedue in salita; prendiamo quella di sinistra contrassegnata con i segnali CAI. Percorriamo circa 2 km in forte pendenza, con alcuni tornanti peraltro ampi, completamente nel bosco. Arrivati ad un grande slargo erboso (km 7,9 – alt. 844), il tracciato della ferrovia continuava diritto fino alla vecchia stazione del Saltino. Questo era il tratto più ripido di tutta la linea (pendenza del 27%) che veniva chiamato “filo eretto”: per affrontarlo il trenino aveva necessità di effettuare un ultimo rifornimento di acqua e carbone. Oggi questo percorso è sbarrato dopo circa 1 km dalle attuali costruzioni. Prendiamo quindi a sinistra il sentiero segnalato (Vallombrosa, Pian di Melosa). Dopo 1 km si arriva ad una sbarra e poi all’interno del giardino della Pizzeria Lo Chalet. Si apre il cancellino pedonale e si procede a destra sulla strada asfaltata (Via 22 giugno) che in 600 mt ci porta al Saltino. Per arrivare a Vallombrosa si procede a sinistra sulla strada asfaltata (Via S.G.Gualberto) per circa 1,7 km fino alla porta dell’Abbazia di Vallombrosa (km 11,1alt. 959). 7

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Il ponte di Luciano Cronache di Cammini n° 13 di Guido Mori Un bambino di undici anni frequentava la scuola di Don Milani, a Barbiana e veniva da molto lontano; un’ ora e mezzo di cammino nel bosco, al mattino presto per arrivare in tempo alla lezione, e altrettanto cammino la sera per il ritorno. Camminava anche nel buio con il lanternino, attraversando torrenti e dirupi, anche con la neve. La mamma l’accompagnò la prima volta per chiedere al parroco di aiutare suo figlio a crescere ed uscire dalla “meschinità” e dal l’ignoranza dei poveri contadini di montagna. Ovviamente Don Milani lo accolse, anche se non era della sua parrocchia, e lo inserì fra i suoi ragazzi. Luciano, così si chiamava il bambino, tutti i giorni arrivava presto, con il suo bastone ed il panierino con il pranzo. Luciano era abituato alle insidie del bosco, sapeva come evitare i pericoli, però ci poteva essere sempre qualche imprevisto per cui la mamma, la mattina, alla partenza, guardava il figlio partire finchè scompariva fra gli alberi e la sera non era tranquilla finchè non era di ritorno. Anche i torrenti Luciano sapeva attraversare, saltando da un sasso all’altro, ma una volta, proprio vicino a Barbiana, l’acqua di un torrente si era fatta più alta per le recenti piogge e Luciano, vi cadde dentro arrivando a scuola tutto bagnato ed infreddolito. Il parroco fece notare ai suoi ragazzi che non era giusto “che i ragazzi di Vicchio abbiano il pulmino sotto casa per andare a scuola, le aule riscaldate e la refezione, mentre il mio bambino nemmeno un ponticello per venire a scuola senza rischiare di cadere nell’acqua”. Quindi questo fatto fu l’occasione per insegnare ai ragazzi come impostare una lotta sociale per una causa giusta. Studiarono il diritto sindacale, impararono a scrivere un cartello e a saper esporre con chiarezza la propria giusta rivendicazione. Convinti della Il ponte di Luciano sul torrente Fotino 8

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correttezza della propria richiesta i ragazzi andarono a Vicchio a manifestare davanti al Comune. Il Sindaco, superato lo stupore e la perplessità di tanto inusuale manifestazione, li ascoltò e dispose subito per la costruzione di una passerella. Quando vennero gli stradini, i ragazzi si dettero da fare per aiutarli a trasportare il materiale fino al torrente e in breve, con due longarine di 6 metri, cemento, sabbia e laterizi vari fu costruita la passerella. Luciano ora poteva passare il torrente senza rischiare di cadervi dentro. E oltre al ponte è rimasto l’insegnamento che quando una causa è giusta vale la pena di impegnarsi e anche che si può superare l’emarginazione contadina, lasciandola sull’altra sponda del torrente. E la scuola “di quel prete” insegnò a Luciano che è giusto sperare di camminare in un mondo migliore; Cronache di Cammini n° 13 come disse Don Lorenzo: “l’uguaglianza passa per il ponte di Barbiana”. Il ponte c’è ancora e recentemente è stato ripulito dai rovi che lo infestavano ad opera dei ragazzi scout di Arezzo e Salsomaggiore. A Barbiana, un cartello indica ancora il percorso per andare a vedere “Il ponte di Luciano”. Oppure si può fare il cammino inverso partendo da Ponte a Vicchio e, passando per il ponte, arrivare a Barbiana, dove nel piccolo cimitero è sepolto Don Milani. Vedi il collegamento per il percorso su wikiloc: https://it.wikiloc.com/percorsi-escursionismo/ anello-da-ponte-a-vicchio-passando-perbarbiana-5933047 Riferimento bibliografico: Gesualdi M. “Il ponte di Luciano a Barbiana, con inediti di Don Milani”. LEF Firenze. 2008 Il passo degli uccelli sulla Via degli Abati di Enrico Marchi L’uomo è stato sempre affascinato dalle migrazioni degli uccelli, che percorrendo rotte invisibili fanno ogni anno incredibili viaggi: dall’Africa al nord Europa in primavera, dal nord Europa all’Africa in autunno. In questi periodi le nostre zone appenniniche sono testimoni di questi passaggi; infatti con la tecnica della cattura e dell’inanellamento si sono potute descrivere le rotte e comprendere le modalità delle migrazioni. L’Italia è interessata dal passaggio di specie che dai territori africani si dirigono in Europa nel periodo tardo invernale e dall’Europa ai territori africani in autunno. Specie di uccelli come Gruccioni, Tordi, Cesene, Rigogoli, Cuculi, Allodole, Fringuelli, Anatre risalgono l’Italia, varcano i valichi dell’Appennino e delle Alpi per raggiungere i territori del nord Europa per riprodursi; in autunno ripercorrono all’inverso tali rotte per raggiungere i territori più caldi dell’Africa dove sverneranno. Que- Gruccione ste citate sono alcune delle specie più frequenti, ma nel sito di Parma Bird Watching sono più di 200 le specie segnalate (vedi il link a fondo articolo). Purtroppo la variazione globale del clima ha causato modifiche alle abitudi- 9

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Martin Pescatore Cronache di Cammini n° 13 di incontrare e di ascoltare i richiami di varie specie di uccelli. In primavera il richiamo del Cuculo lo accompagnerà lungo il percorso che dalla pianura Padana lo condurrà da Bobbio agli alti passi appenninici. Costeggiando poi gli alti pascoli montani il richiamo festoso delle allodole gli allieterà la fatica. Questi suoni combinandosi con i panorami mozzafiato dei territori attraversati renderanno l’esperienza del cammino indimenticabile. ni migratorie di certe specie; per esempio i colombi hanno quasi cessato le migrazioni da e verso il nord Europa rimanendo stabilmente anche nei nostri territori. Ci sono anche specie di uccelli che effettuano una migrazione territoriale; i pettirossi, per esempio, con l’approssimarsi della stagione invernale lasciano i territori di alta montagna dove in primavera ed in estate hanno nidificato per ridiscendere le valli appenniniche e svernare in pianura e anche nei giardini delle nostre città. La stessa migrazione è effettuata anche dal martin pescatore che nella stagione primaverile popola i torrenti di montagna per poi ridiscendere in autunno verso i fiumi di pianura. Cappellaccia Per approfondire: http://www.parmavisiteguidate.it/parmabw/ by Franco Roscelli. http://www.pbase.com/birding1983 Album foto di Stefano Guiducci da cui sono state estratte le foto per gentile concessione. Fringuello Percorrendo le strade ed i sentieri della via degli Abati e del Volto Santo, che da Pavia si inoltrano prima nella pianura Padana, poi verso l’Appennino Tosco Emiliano fino alla piana di Lucca, il pellegrino o escursionista avrà modo 10 Colombaccio

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Cronache di Cammini n° 13 Un viaggio intorno al mondo di Lucia Mazzucco Piacerà sicuramente agli odierni pellegrini e viaggiatori riconoscersi in un passaggio tratto dal racconto del grande naturalista inglese Charles Darwin nel suo viaggio intorno al mondo. …. Il mattino presto salimmo sulla Sierra de las Animas. Con l’aiuto del sole nascente, il paesaggio era quasi pittoresco. Verso occidente la vista si estendeva su una immensa pianura livellata fino a Montevideo e verso oriente sopra la regione collinare di Maldonado. Sulla cima del monte v’erano parecchi mucchietti di pietre, che evidentemente vi si trovavano da molti anni. Il mio compagno mi assicurò che erano opera degli antichi indiani.. I mucchi erano simili, ma molto più piccoli, a quelli che si trovano così comunemente sulle montagne del Galles. Il desiderio di ricordare con un segnale qualsiasi evento, sul punto più alto del territorio circostante, sembra una passione universale dell’umanità. Oggi in questa parte della provincia non esiste più un solo indiano, né civilizzato né selvaggio, e non mi risulta che gli antichi abitanti abbiano lasciato qualche ricordo all’infuori di questi mucchi di pietre insignificanti sulla vetta della Sierra de las Animas….. Da ‘The Voyage of the Beagle’ (Traduzione di Mario Magistretti) Il viaggio di Darwin Il viaggio di Darwin non fu soltanto una spedizione per la ricerca e per la raccolta di quel materiale che fornì gli elementi per una rivoluzione del pensiero scientifico, ma quasi una crociera piena di esperienze e certamente di grandi emozioni, e forse anche un pellegrinaggio. Era partito il 27 dicembre del 1831 sul brigantino Beagle dal porto di Plymouth, quasi per caso, senza stipendio invitato come naturalista, in un momento della sua vita in cui erano più forti le incertezze che i progetti. Il viaggio era volto all’emisfero australe e durò cinque anni. Durante il viaggio lungo le coste del Sud America, quando si gettavano le ancore per andare a terra e fare rifornimento di acqua e di viveri, Darwin lasciava la nave per andare ad osservare, esplorare e conoscere tutto quello che i nuovi paesi, le diverse culture ed ambienti naturali potevano offrire. Nel primo anno di navigazione fece due importanti escursioni a terra esplorando la foresta tropicale e la Patagonia settentrionale. Nell’estate del 1833 partì dalle foci del Rio Negro fino a Buenos Aires: ma la sua sosta più famosa, di un mese, fu quella nel ’35 alle isole Galapagos. Infatti furono proprio questi luoghi a fornire gli elementi basilari per i suoi studi che poi confluirono in una nuova concezione : la teoria dell’evoluzione: "non mi sarei mai immaginato che isole molto distanti tra loro, della stessa natu- 11

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ra rocciosa, con un clima uniforme, ed ad un'altitudine pressappoco uguale, sarebbero state abitate in modi tanto diversi…" Tutto quanto egli osservò , al suo ritorno venne riportato in un libro, come un resoconto dettagliato delle tante esperienze vissute. Il ’ Viaggio di un naturalista attorno al mondo ’ fu pubblicato nel 1839 e ebbe il grande successo che assicurò a Darwin fama e prestigio. Da quel momento iniziò un nuovo cammino: Darwin si ritirò nel Kent per elaborare e dare una formulazione all’insieme delle sue osservazioni e dopo 20 anni lo scienziato presentò la sua teoria rivoluzionaria ‘L’origine delle specie per selezione naturale’ che fu pubblicata nel 1859. Darwin continuò poi a scrivere molti altri testi su argomenti di grande valore scientifico, ma in tutto quanto ebbe a dire ed offrire, come le preziose osservazioni sulla flora, la fauna e la geologia, che sono diventate una pietra miliare universale nella storia della scienza mondiale, si coglie anche l’importanza della sua esperienza umana. Cronache di Cammini n° 13 E nell’ultima pubblicazione che è stata una ‘Autobiografia‘ dedicata ai figli, sono chiari i tratti psicologici che hanno segnato e seguito un vissuto così importante. Nella frase ’la mia mente sembra diventata una specie di macchina per estrarre delle leggi generali da una vasta raccolta di fatti ‘ (Autobiografia pagina 121 ), si avverte la fatica e anche la durezza del suo percorso che lo portò a cercare momenti di solitudine, allontanandosi dagli affetti, e soprattutto la lotta per il superamento del conflitto fra l’educazione religiosa nella quale era stato educato e l’ esigenza di tener fede a quanto aveva scoperto e studiato. L’affermazione che tutti gli organismi viventi non originano da atti di creazione divina sconvolse la credenza ufficiale e ancora oggi, nonostante la scienza abbia continuato a sostenere le scoperte di Darwin, suscita polemiche e ironie. Un pellegrinaggio per mare, per terra e nello studio fu quello fatto da Darwin e con quello la presentazione di una nuova fede. Mucchi di pietre sul cammino 12

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