N° 7 - Filmese Aprile 2018

 

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N° 7 - Filmese Aprile 2018

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7 APRILE 2018 1 IL PUNTO 2 I FILM DI APRILE 3 FILM 7 RASSEGNA STAMPA 8 FESTIVAL 12 FOCUS - REGISTI COMPOSITORI 13 FOCUS - SUONANDO CHAPLIN 14 CINESOFIA 15 CELLULOSA&CELLULOIDE 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. con il contributo di si ringrazia • Il punto GIOVEDÌ, LA SCELTA Si fanno molte cose nella quotidianità che entrano nell’ingranaggio dell’automatismo, alcune invece ne restano fuori. Ad esempio tutti i giovedì da ottobre a maggio si va alla proiezione del Circolo; sebbene sia un appuntamento consueto da molto anni, non ha per me nulla di ordinario, perché ogni volta si tratta di una scelta precisa e irrinunciabile. E a proposito di questa scelta recentemente mi sono interrogata sul ruolo che la nostra associazione ‘ha scelto’ di svolgere. Mi è tornata in mente una scena di Nel corso del tempo di Wim Wenders: Bruno chiede a Robert di non raccontare la sua storia, ma di raccontargli chi è. Robert gli risponde con grande e sublime semplicità: “io sono la mia storia”. Ho pensato che le parole di questa sequenza bene si adattassero ai miei pensieri sull’Associazione. Così coinvolta in una sorta di stream of consciuosn­ ess ho immaginato il giorno in cui il giovane Barzisa e alcuni amici appassionati di cinema scelsero di fondare il Circolo del Cinema di Verona. Avrà avuto circa 25 anni. La città era distrutta dalla guerra, eppure in quegli anni alcune persone illuminate fecero cose meravigliose pur non avendo risorse. Penso al soprintendente Piero Gazzola che, dopo aver cercato di proteggere fino all’ultimo i ponti di Castelvecchio e Pietra dalla furia dei nazisti in fuga riuscendo a limitare in parte i barbari danni, raccolse e numerò ogni frammento di ponte Pietra e – dopo aver ricostruito quello di Castelvecchio – insieme all’architetto Libero Cecchini ricompose filologicamente e con la stessa tecnica costruttiva romana l’antico ponte. Penso all’Ente Lirico che nell’agosto del 1947 accolse in Arena il debutto di Maria Callas, ventiquattrenne, ne La Gioconda di Amilcare Ponchielli. Penso a Licisco Magagnato che di lì a qualche anno affidò a Carlo Scarpa il lungimirante restauro del Museo di Castelvecchio, e poi, più tardi, a Sandro Ruffo che rese il Museo di Storia Naturale di Verona una delle eccellenze nazionali. Quegli anni davvero difficili erano tuttavia animati da un entusiasmo e da una sete di cultura e di cose belle che permise a molti di crescere e superare la devastazione della guerra. Era quello il contesto in cui prese avvio anche il Circolo del Cinema, ma non si trattava di proporre un cinema qualunque. L’idea, sin dall’inizio, era di aprire l’orizzonte, di andare oltre; la selezione delle opere e la successiva organizzazione delle Settimane cinematografiche furono davvero un grande pensiero per la nostra città, una proposta importante, un dono che colmava un vuoto. Si vedevano film in lingua originale (nei primi anni neppure sottotitolati) che provenivano da Francia, Spagna, Inghilterra, Germania ma anche Russia, India, Giappone, Africa, oltre che, ovviamente, dalla migliore filmografia italiana. Un grande lavoro di selezione e di organizzazione: non c’erano Web, USB, DVD, DCP, ma solo grandi e pesanti ‘pizze’; c’erano le dogane, cioè documenti su documenti per autorizzare l’esportazione dei film. Insomma era un altro mondo, logisticamente più faticoso, malgrado ciò si scelse di vedere film: soddisfare questa passione rientrava nella volontà di riprendersi la libertà rubata e ognuno perseverava in questo scopo nel proprio ambito. Ora vedere un film d’autore non ha più nulla di pioneristico – un film di 3 ore viaggia in un contenitore più piccolo di una scatola da scarpe – ma lo spirito che ancora oggi anima il Circolo è, con gli ovvi aggiornamenti, lo stesso di allora. È quindi facile comprendere perché questa Associazione “è la sua storia” e ricopre come recita lo statuto del ’47 “un ruolo rilevante nella nostra città di promozione di una cultura cinematografica”. Per mantenere questo irrinunciabile impegno il testimone passa di generazione in generazione, attraverso un cambiamento che tiene fede alla serietà culturale, ma con occhi che guardano il presente in una prospettiva rivolta al futuro. L’anagrafe conta relativamente, ma è fondamentale la partecipazione dei Soci più giovani e il loro contributo: è solo dal confronto maturato in un onesto contesto culturale che si può continuare a crescere. A tale proposito voglio ricordare l’esempio di un uomo, Gillo Dorfles, che fino a 107 anni ha mostrato il pensiero più giovane del mondo e ha saputo “essere nel tempo”. Il Circolo del Cinema offre l’opportunità di “essere nel tempo”, di guardare quello che ancora non si conosce. Per questo accoglie Soci e non abbonati, la differenza semantica è chiara: il Socio partecipa, l’abbonato fruisce. Nella scelta del giovedì c’è la volontà di stare nella ‘cerimonia della proiezione’: entrare in sala, attendere che le luci si spengano e immergersi nel ‘grande abbraccio’ del film. Alla fine dei titoli di coda scambiare qualche pensiero sul ‘grande abbraccio’ oppure uscire in silenzio e tenerlo per sé. Rossella Pasqua di Bisceglie

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programma di aprile 2018 GIOVEDÌ 5 APRILE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 FIGLIA MIA regia di Laura Bispuri Italia, Germania, Svizzera, 2018 – durata 90’ GIOVEDÌ 12 APRILE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 THE CONSTITUTION - DUE INSOLITE STORIE D’AMORE regia di Rajko Grlić Croazia, Repubblica Ceca, Slovenia, Macedonia, 2016 – durata 93’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 19 APRILE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 PETIT PAYSAN - UN EROE SINGOLARE regia di Hubert Charuel Francia, 2017 – 90’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 26 APRILE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 THE FLORIDA PROJECT regia di Sean Baker USA, 2017 – durata 111’ Versione originale sottotitolata in italiano sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 2

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film 23 GIOVEDÌ 5 APRILE 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 FIGLIA MIA regia di Laura Bispuri Italia, Germania, Svizzera, 2018 – durata 90’ tà per poter assumere le movenze, l’identità e il ruolo di un uomo. Nella sua opera seconda la regista romana insegue con la camera a mano tre diverse identità femminili, tre differenti approcci all’amore e al bisogno di sentirsi parte di una famiglia. Da un lato l’irruenza di Angelica, la madre biologica, che vediamo presentarsi agli occhi della figlia e dello spettatore durante un atto sessuale consumato con aggressività e ferocia; dall’altro Tina, la cui attenzione e amore possessivo non vogliono ammettere, né condividere l’abbraccio di Vittoria. La freschezza dello sguardo si conferma anche questa volta per una regista che fa dell’asciuttezza stilistica un tratto visivo essenziale: la Sardegna selvaggia, i paesaggi ruvidi in cui si muovono le protagoniste, sono lo sfondo e il controcanto dei primi piani, di una camera che si avvicina alle attrici, le circonda e danza insieme a loro con la libertà che la Bispuri ci ha fatto conoscere con il suo primo lungometraggio. Francesco Lughezzani FESTIVAL E PREMI In concorso al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2018. Nell’estate in cui compie dieci anni, Vittoria scopre di avere due madri: Tina (Valeria Golino), madre amorevole che vive in rapporto simbiotico con la piccola e Angelica (Alba Rohrwacher), una donna fragile e istintiva, dalla vita scombinata. Rotto il patto segreto che le lega sin dalla sua nascita, le due donne si contendono drammaticamente l’amore di una figlia. Al suo secondo lungometraggio, Laura Bispuri conferma il sodalizio artistico con Alba Rohrwacher in una storia di divisione e scontro tra due madri, per l’affetto di una figlia: Valeria Golino è il genitore adottivo di Vittoria. Ma il richiamo della madre naturale è sempre più forte per la piccola protagonista, Vittoria, che scopre due volti dell’affetto materno, due universi in questo caso di complessa conciliazione. L’esordio di Laura Bispuri risale al 2015 con Vergine giurata, presentato al Circolo del Cinema, dramma che si confrontava con l’antica figura della Burrneshe, nella tradizione albanese una donna che rinuncia alla sua femminilità e alla sessuali- regia: Laura Bispuri – sceneggiatura: Francesca Manieri, Laura Bispuri – fotografia: Vladan Radovic – montaggio: Carlotta Cristiani – musiche: Nando Di Cosimo – interpreti: Alba Rohrwacher (Angelica), Michele Carboni (Umberto), Sara Casu (Vittoria), Udo Kier (Bruno), Valeria Golino (Tina) – produzione: Colorado Film, Rai Cinema, Vivo Film – Italia, Germania, Svizzera 2018 – 1h30’ LAURA BISPURI Laura Bispuri è nata a Roma nel 1977. Dopo gli studi universitari in cinema presso l’Università La Sapienza di Roma è stata selezionata per partecipare alla scuola di regia e produzione Fandango Lab Workshop. Il suo primo cortometraggio, Passing Time (2010), ha vinto il David di Donatello per il miglior corto ed è stato scelto come uno degli otto cortometraggi più belli nell’ambito del concorso internazionale Short Film Golden Night, organizzato dall’Accademie des Cesar di Parigi. Dopo Salve Regina (2010), il suo terzo cortometraggio, Biondina (2011), ottiene un ulteriore riconoscimento da parte della critica, il Nastro d’Argento come Talento emergente dell’anno. Il suo primo film Vergine giurata, con protagonista Alba Rohrwacher, è stato presentato in concorso al Festival di Berlino nel 2015: in fase di sviluppo il progetto è stato selezionato dagli Atelier della Cinéfondation del Festival di Cannes, dagli Ateliers d’Angers di Jeanne Moreau, dal New Cinema Network del Festival Internazionale di Roma e dal Venice European Gap Financing Market. 3

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film 24 GIOVEDÌ 12 APRILE 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 THE CONSTITUTION - DUE INSOLITE STORIE D’AMORE regia di Rajko Grlić Croazia, Repubblica Ceca, Slovenia, Macedonia, 2016 – durata 93’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Miglior film al Montreal World Film Festival 2016; Miglior film internazionale al Santa Barbara International Film Festival 2017; Premio del pubblico al Festival del Cinema Europeo di Lecce 2017. In una Zagabria anonima e notturna, un’elegante figura femminile scivola quasi furtiva per le strade. Poco prima, l’abbiamo vista muoversi in un ricco interno borghese, come danzando sulle note del Concerto per violoncello e orchestra di Lalo, e inoltrarsi nel cuore dell’appartamento, dove un vecchio immobilizzato a letto l’ha fissata con ostilità e rimprovero. Alle pareti crocefissi e santi, nei cassetti una pistola, medaglie militari, gioielli. In questa sorta di gabinetto di memorabilia è racchiuso il senso intimo del film di Grlić, che con delicatezza e economia di mezzi cerca di raccontare la Croazia di oggi, intrappolata in un passato stagnante, incapace di ricomporre le dolorose lacerazioni fra serbi e croati. Un cuore di tenebra ingombro degli oggetti più cari. La figura femminile dell’inizio, scopriamo, è Vjeko, stimato professore di lettere che ha la sua controparte notturna nell’aggraziata Katarina, che si muove insonne per le strade della città, inseguendo il fantasma dell’amore che le è stato strappato. Il vecchio di cui, senza affetto, si prende cura è il padre, un ex Ustascia dell’esercito fascista croato. Una sera, Vjeko/Katarina viene fermato da un gruppo di ragazzi che lo insulta e lo aggredisce barbaramente, derubandolo dei gioielli. Trasportato in ospedale, incontra l’infermiera Maja, che abita nel seminterrato del suo stesso palazzo. La donna lo riconosce e subito, d’istinto, si fa carico di lui e del padre infermo. Vjeko cercherà di sdebitarsi dando lezioni al marito di Maja, il poliziotto Ante, che deve sostenere un esame sulla Costituzione Croata, ma teme di essere bocciato per il solo fatto d’essere serbo. La dipendenza che si trova per caso a legare quattro esseri così differenti, faticherà a mutarsi in un legame sincero. Concentrando e raffreddando nei primi minuti del film la carica melodrammatica di una storia che avrebbe altrimenti 4 rischiato i lacrimevoli moralismi della narrazione a tesi, Grlić sceglie di condurre la vicenda come un sobrio Kammerspiel (non a caso la sceneggiatura è stata poi adatta per il teatro): ridotte all’essenziale le incursioni all’aperto, le scene del film si succedono tutte in interni, dislocate fra i poli opposti dell’appartamento luminoso di Vjeko e il disadorno seminterrato da cui Maja e Ante sognano di partirsi. L’illuminazione calda, la frontalità insistita di certe inquadrature, la paletta vivace degli abiti (veri e propri “travestimenti”), ci confermano nell’impressione di osservare un palco su cui i tre straordinari protagonisti si muovono in stato di grazia, regalando ai loro personaggi una performance viva e misurata, spesso divertita. Il palazzo, silenzioso coprotagonista, si occupa di contenere e fornire un correlativo spaziale ai contrasti su cui è costruita la narrazione: fascismo e democrazia, omosessualità e eterosessualità, borghesia intellettuale e classe lavoratrice, agiatezza e fatica, alto e basso. I conflitti che minano il Paese, invece che essere gridati e ribaditi, emergono con credibilità dai dialoghi e dalle psicologie dei protagonisti, dai gesti minimi di cura o violenza, aggallano dalle ferite inflitte al corpo di Vjeko, come dalla sua propensione all’alcol, dalla dislessia di Ante, dalla trascuratezza di Maja. In questo gioco di miracolosi equilibri, si perdona al regista/ sceneggiatore il ricorso ad alcuni simbolismi più facili, come il padre di Vjeko, vecchio arnese fascista amputato di entrambe le gambe, allo stesso modo di una Croazia immobilizzata dal suo passato; così come il siparietto grottesco del maniaco, personale ossessione di Ante, che gira Zagabria disseminando i marciapiedi di salsicce avvelenate per uccidere i cani. Luca Mantovani t.o. Ustav Republike Hrvatske – regia: Rajko Grlić – sceneggiatura: Rajko Grlić, Ante Tomić – fotografia: Branko Linta – montaggio: Andrija Zafranović – musiche: Duke Bojadziev – interpreti: Nebojša Glogovac (Vjeko Kralj), Ksenija Marinković (Maja Samardžić), Dejan Aćimović (Ante Samardžić), Božidar Smiljanić (Hrvoje Kralj) – produzione: Interfilm – Croazia, Repubblica Ceca, Slovenia, Macedonia, 2016 – 1h33’ – v.o. sottotitolata in italiano DANKO GRLIĆ Figlio del filosofo croato Danko Grlić e della giornalista Eva Izrael, Rajko Grlić nasce a Zagabria nel 1947. Si diploma alla facoltà di cinema dell’Academy of Performing Arts di Praga (FAMU), compagno di corso del futuro regista serbo Emir Kusturica. Allo scoppio della guerra d’indipendenza croata, Grlić emigra negli Stati Uniti. Esordisce nel lungometraggio con Kud puklo da puklo nel 1974 e, già nel 1978, con il secondo lavoro Bravo Maestro è in concorso al Festival di Cannes. Il fiume dalle acque magiche (Đavolji raj, 1989) vince il Grand Prix al Tokyo Film Festival, insieme al riconoscimento per il miglior regista.

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film 25 GIOVEDÌ 19 APRILE 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 PETIT PAYSAN - UN EROE SINGOLARE regia di Hubert Charuel Francia, 2017 – durata 90’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Migliore opera prima, Migliore attore protagonista, Migliore attrice non protagonista ai César 2018; In concorso alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2017. L’opera prima del regista francese Hubert Chaurel, vincitrice nella categoria dei film d’esordio ai prestigiosi César, racconta con una narrazione lenta (e con una cinepresa davvero attenta a cogliere i dettagli più significativi dell’immagine) lo straziante calvario di un allevatore di bovini, costretto dal governo francese a sacrificare le sue mucche a causa di un’epidemia letale. Questa si diffonde lentamente tra gli animali, uccidendoli un singolo capo alla volta, rendendo così la sofferenza del giovane contadino Pierre (interpretato dal bravo Swann Arlaud, vincitore del César come miglior attore protagonista) ancora più gravosa. Capiamo sin dalle prime scene, da quei primi piani sugli sguardi di uomo e animale e da quelle inquadrature che raccontano la minuziosa procedura di estrazione del latte, che il legame che Pierre ha con le sue mucche è forte: il suo è un lavoro che richiede precisione, ma anche affetto e rispetto. Oltre ad essere intenso, il rapporto tra questo giovane allevatore e gli animali della famiglia è anche piuttosto unico, come mostra il confronto con realtà rurali molto diverse, nelle quali gli allevatori arrivano persino ad utilizzare App del telefono per capire se il bestiame è malato oppure no. Pierre preferisce invece il contatto, si sporca le mani con il sangue delle bestie malate e soffre assieme a loro, rischiando infine di danneggiare la propria salute. Il regista ci trattiene in spazi ristretti, dandoci l’illusione di stare davvero a contatto con questa realtà contadina. Spesso e volentieri ci mostra le varie apparecchiature uti- lizzate per prendersi cura del bestiame, oppure si sofferma sul dettaglio di un occhio o del manto dei bovini. Patetico e viscerale, Petit Paysan è assieme anche una storia di ribellione personale, quella del “piccolo contadino” del titolo contro il grande sistema sanitario, che impone il massacro di tutti i bovini della fattoria infetta, malati o meno. Si tratta di logiche misure precauzionali previste dalla legge, come spiega Pascale, la sorella veterinaria del protagonista. Tuttavia, Pierre non riesce proprio a farsene una ragione, tentando in tutti i modi, per lo più illegali, di salvare i suoi preziosi animali da un destino segnato, affidandosi a soluzioni drastiche e persino cercando l’aiuto di un fanatico complottista. Petit Paysan in definitiva non si presenta come un classico racconto cinematografico sul rapporto tra uomo e animale. Le immagini che ci vengono presentate esprimono sì l’affetto del contadino, ma ad essere messo in luce è anche il disperato aggrapparsi di un uomo a speranze vane in una società che ne ignora la volontà. C’è dunque spazio per sottolineare i tratti di un’ossessione che nasce e muore nell’alienazione da un’urbanità incompresa, così il rifiuto di accettare la morte del proprio bestiame, bene molto importante che per il contadino significa sussistenza, comporta l’emergere di un proprio violento desiderio di combattere. Pierre diventa così proprio un “eroe singolare”, emarginato, ottuso e ostinato come possiamo immaginare siano i più realistici protagonisti di questo davvero interessante cinema rurale. Michele Bellantuono t.o. Petit Paysan – regia: Hubert Charuel – sceneggiatura: Hubert Charuel, Claude Le Pape – fotografia: Sébastien Goepfert – montaggio: Lilian Corbeille, Julie Lena, Grégoire Pontécaille – scenografia: Clémence Petiniaud – interpreti: Swann Arlaud (Pierre Chavanges), Sara Giraudeau (Pascale Chavanges), Bouli Lanners (Jamy), Isabelle Candelier (Mme Chavanges), Jean-Paul Charuel (M. Chavanges), Valentin Lespinasse (Jean-Denis), Clément Bresson (Fabrice), Jean Charuel (Raymond), India Hair (Angélique) – produzione: Domino Films, France 2 Cinéma, Canal+ – Francia, 2017 – 1h 24’ – v.o. sottotitolata in italiano HUBERT CHARUEL Figlio di una coppia di agricoltori di Droyes, nel dipartimento dell’Alta Marna, Hubert Charuel si avvia agli studi di cinema dopo aver lavorato qualche anno nel settore caseario. Si diploma alla Femis (Fondation européenne des métiers de l’image et du son) di Parigi nel 2011 e i suoi primi cortometraggi, Diagonale du vide (2011) e K-nada (2015), raccolgono consensi in diversi festival francesi. Petit Paysan, esordio nel lungometraggio, viene selezionato dal Festival di Cannes e fa incetta di riconoscimenti ai Premi César 2018. 5

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film 26 GIOVEDÌ 26 APRILE 2018 ORE 16.30 / 19 / 21.30 THE FLORIDA PROJECT regia di Sean Baker USA, 2017 – durata 111’ Versione originale sottotitolata in italiano a Bobby, il manager del motel, interpretato da Willem Defoe). La loro ricerca di cibo, gioco e amicizia, si svolge in uno spazio dominato da un motel colorato di viola, popolato da adulti soli, arrabbiati, sofferenti. A poca distanza c’è Disney World, la cui presenza influenza tutto lo spazio che circonda i protagonisti: è una favola ambientata in un mondo abbandonato, in cui la scatenata vitalità di Moonee incontra la fissità dei campi lunghissimi di Baker: i protagonisti attraversano i margini di inquadrature speculari, al cui centro dominano i profili di architetture all’apparenza finte, prolungamenti dell’immaginario disneyano in un ambiente impoverito e abbagliante. Lo straordinario lavoro di scrittura, opera del regista affiancato da Chris Bergoch, si riflette nell’interpretazione degli attori, quasi tutti non professionisti – come Baker ci ha ben abituato – a cominciare da Brooklynn Prince, Christopher Rivera e Valeria Cotto: la naturalezza dei movimenti e la vivacità attoriale con le quali affrontano la macchina da presa, i primi piani e i piani sequenza, sorprende e spesso oscura le interpretazioni adulte: sono loro i protagonisti, a loro è dedicato lo spazio che li circonda, una sbiadita provincia del magico mondo di Topolino. Gli adulti rimangono ai margini della narrazione e dell’inquadratura, sono le comparse in un piccolo universo in continuo fermento. Francesco Lughezzani FESTIVAL E PREMI Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2017; Fuori concorso al Torino Film Festival 2017; Willem Dafoe Miglior attore non protagonista del 2017 per National Board of Review Awards, New York Film Critics Circle Awards, National Society of Film Critics; Brooklynn Prince Miglior giovane interprete del 2017 per Critics’ Choice Awards. Lo sai perché questo è il mio albero preferito? Perché? Perché è caduto, ma cresce ancora. Sean Baker è tornato dietro ad una cinepresa. Il precedente lungometraggio da lui diretto, infatti, è stato girato solamente con un Iphone 5s – leggermente potenziato, a dirla tutta. In quel caso l’occhio dell’autore di Summit, New Jersey, seguiva le esplosive peripezie di Sin-Dee e Alexandra, due ragazze transgender che attraversano la variopinta suburbia di Los Angeles. Ma questa volta limita le riprese con il telefono ad una sola eppure fondamentale sequenza. The Florida Project è il suo sesto lavoro, e rappresenta l’apice di un percorso narrativo ed estetico che è iniziato dal principio della carriera da filmaker di Baker. Attori non attori, periferie urbane, degrado morale e sociale trattato con leggerezza e ironia, lontane da ogni possibile rappresentazione dall’alto verso il basso. Anzi. In questo caso la camera di Baker effettua esattamente l’opposto. Per abbassare lo sguardo e seguire le avventure di tre bambini della periferia di Orlando, l’obiettivo scende alla loro altezza: Moonee, Jancey e Scotty non lasciano un attimo di tregua agli spettatori (e nemmeno 6 t.o. The Florida Project – regia: Sean Baker – sceneggiatura: Sean Baker, Chris Bergoch – fotografia: Alexis Zabé – montaggio: Sean Baker – musiche: Matthew Hearon-Smith – interpreti: Willem Dafoe (Bobby), Brooklynn Prince (Moonee), Bria Vinaite (Halley), Valeria Cotto (Jancey), Christopher Rivera (Scooty) – produzione: Cre Film, Freestyle Picture Co. – USA, 2017 – 1h51’ – v.o. sottotitolata in italiano SEAN BAKER Baker è nato a New York nel 1971, e ha ricevuto il suo Bachelor of Arts in Film Studies alla New York University, in cui si è formato come regista, montatore e sceneggiatore. Il primo lungometraggio di Baker è stato Four Letter Words (2000), un film che ruota intorno agli sguardi, agli atteggiamenti e al linguaggio dei giovani in America. Baker ha poi continuato a dirigere con Take Out (2004), che ha co-scritto, co-diretto, co-edito e co-prodotto con Shih-Ching Tsou. Il film ruota intorno a un immigrato clandestino cinese pieno di debiti con un solo giorno a disposizione per saldarli. Dopo Prince of Broadway (2008) dirige Starlet (2012), con protagonista Dree Hemingway, nipote dello scrittore, e arriva al quinto lungometraggio, Tangerine (2015): il film, girato utilizzando tre smartphone iPhone 5s, segue una prostituta transgender che scopre il tradimento del suo fidanzato e protettore mentre scontava 28 giorni in prigione. Il film è stato è stato unanimemente elogiato per le sue rivoluzionarie tecniche di produzione e i risultati visivi ottenuti con costi molto ridotti. Baker è anche uno dei creatori della serie televisiva comica Greg the Bunny (2005) e il suo spin-off Warren the Ape (2010).

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rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA Figlia mia di Laura Bispuri Come il film precedente, anche Figlia mia si pone come un’indagine sulla femminilità, meno estrema rispetto al ritratto di mortificazione socio-sensuale della ‘vergine’ e più esemplare nella contrapposizione fra due tipi femminili antitetici: da un lato la donna-angelo del focolare (Golino), che vede nella costruzione del nido domestico, e nella sua difesa a tutti i costi, l’aspirazione più grande; dall’altro lato l’icona della donna dissoluta (Rohrwacher), femmina sbandata e già perduta, schiava dei propri sensi, incapace di costruire un futuro e dare un senso al proprio destino. Entrambe le figure, a loro modo icastiche, si ricollegano all’ambiente naturale contro cui si scagliano: la Sardegna materna e la Sardegna selvaggia, […] elemento di potenza evocativa, arcaica. Ma è solo in apparenza che il film mette in gioco una continua dicotomia fra una figura costruttiva e una distruttiva, una morale e una immorale, una socialmente accettabile e una ripudiabile. Nella storia dello scontro fra due madri che si contendono la stessa bambina – una che l’ha data alla luce per poi abbandonarla, l’altra che l’ha cresciuta e ora la reclama per sé – è proprio il segno della maternità che spariglia le carte e complica le implicazioni morali. Figlia mia sembra suggerire una riflessione che va oltre l’enigma sociologico sull’etichetta materna: è (più) madre chi dà alla luce un figlio o è (più) madre chi lo cresce? Eddie Bertozzi da Spietati.it The Constitution – Due insolite storie d’amore di Rajko Grlić The Constitution è un film di denuncia che tocca una serie di questioni sociali, politiche ed etniche ancora irrisolte nei territori dell’ex Iugoslavia. Vjeko è un professore coraggioso e pignolo, […] ma dopo una vita passata a far finta di essere qualcun altro per paura di essere aggredito fisicamente e deriso, è diventato una persona acida e oltremodo cinica. Ante e Maja sono una coppia a corto di soldi, che sta cercando di ottenere i permessi per adottare un bambino. Vivono tutti nello stesso palazzo, ma hanno background e approcci alla vita molto differenti: la metafora perfetta della vita di oggigiorno in Croazia. Arroganza e pregiudizi sono al centro del film, additati come causa principale di una sgangherata società, che si fonda sul rancore e sul disprezzo. Anche le persone più gentili ne sono vittime e, invece di prendersela con chi è davvero una minaccia […], si accaniscono dando il tormento a chi non ha colpe. Affrontare un tema delicato come quello della violenza contro le minoranze, poteva dare come risultato un film melenso e strappalacrime, ma allo sceneggiatore e regista Grlić va invece riconosciuto il merito di aver rappresentato una fetta della società croata in un’opera che non scade in un prodotto confezionato in modo didascalico e pedante. Il film […] provocherà sicuramente un acceso dibattito entro i confini nazionali. Giampietro Balia da Cineuropa Petit Paysan – Un eroe singolare di Hubert Charuel Per Pierre niente conta di più delle sue mucche. […] Non c’è spazio per nient’altro nella sua vita, non c’è tempo nemmeno per l’amore e le avances di un’intraprendente panettiera. Le sole visite che riceve volentieri sono quelle di sua sorella, perché è veterinaria e perché Pierre ha paura. Un’epidemia ha colpito la campagna francese e le autorità impongono agli allevatori una sanzione senza appello: al primo caso di malattia dichiarata, l’intera mandria dovrà essere abbattuta. Quello che doveva arrivare arriva e il giovane allevatore rifiuta la fatalità e spera di contenere il contagio. Hubert Charuel, figlio di allevatori, firma un primo film entusiasmante su un soggetto che conosce intimamente. Con un’incredibile economia di mezzi, un décor ridotto al minimo, un lavoro sottile di luce e di suono e un pugno di attori che gravitano intorno alla bellezza singolare di Swann Arlaud e alle sue vacche robuste, crea un mondo. […] Charuel, partendo dalla paura ossessiva della malattia e da un morboso amore per gli animali, mette a punto un film che flirta col noir, il western e il dramma rurale. Un film che converte la materia documentaria in fiction appassionante, abitata dalla solitudine di un allevatore in lotta contro un male invisibile. Petit Paysan scarta il naturalismo e punta a metà dell’aia sul thriller esistenziale, anticipato in apertura dalla sequenza onirica in cui Pierre si fa strada dalla camera alla cucina attraverso un pascolare di mucche. La logica del thriller rinvia all’isolamento profondo dell’eroe, solitario e resistente dentro un’atmosfera solare che scivola progressivamente verso una luce artificiale e cruda. Dentro un polar paranoico che seppellisce di notte il cadavere di una mucca e inscena un sacerdozio che volge in inferno. Marzia Gandolfi da Rivista del cinematografo N.3 marzo-aprile 2018 The Florida Project di Sean Baker E così, in questo paesaggio iperreale, tra Via dei 7 nani e il motel Futureland, villette ancora in costruzione abbandonate, gelatai a forma di gelato e venditori di arance a forma di arance, l’ineludibile vitalità dei ragazzini resta l’unica forma residua di autenticità, l’ultima ribellione possibile a un regno di simulacri. Ed è proprio questo spirito anarchico dell’infanzia che Barker mira a trasmettere, grazie alla freschezza di un ben ritrovato cinéma vérité, che ben restituisce quel flusso energetico dirompente che tutto travolge. Girato completamente ad altezza e velocità di bambino, Un sogno chiamato Florida è anche un film politico, che va a indagare quel socialismo innato nell’infanzia – qui obbligatoriamente adottato anche dai genitori per ragioni di indigenza – che raggiunge tratti quasi commuoventi (si veda la tecnica di acquisto e condivisione del gelato) e galvanizza lo spettatore tramite un costante attacco contro le figure del potere (il povero Bobby) e del benessere (i turisti), irraggiungibile per i personaggi del film. Un sogno chiamato Florida rievoca dunque lo spirito di capolavori sull’infanzia come Zero in condotta di Jean Vigo e I 400 colpi di Truffaut, mentre riflette su un territorio e i suoi nonluoghi (il motel-condominio, il parco divertimenti), emblemi di un’America che ha sostituito la “terra delle opportunità” con “un regno incantato” e dove gli ultimi indigeni sono relegati in “riserve” adiacenti l’attrazione principale e che ne evocano l’aspetto, ma solo per meglio certificare la loro emarginazione. Daria Pomponio da Quinlan.it 7

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festival HO ANCORA UNA VALIGIA A BERLINO Intervista ad Alessandro Anderloni Luca Mantovani Alessandro Anderloni, direttore artistico del Film Festival della Lessinia, nonché Socio e amico del Circolo del Cinema, da ormai dieci anni non manca l’appunta- da questa sezione film che poi in Lessinia metto in concorso, perché sono lavori che possono parlare a tutti. mento con Berlino e il suo festival cinematografico. Davanti Il pubblico di questa sezione in particolare è composto anche ad una tazza di caffè, abbiamo chiacchierato di questa 68esi- da bambini e ragazzi? ma edizione, tanto maltrattata dalla stampa specializzata, Tantissimi bambini e ragazzi, i cinema sono pieni! La co- guardandola dalla prospettiva di un addetto ai lavori a cac- sa veramente incredibile, a Berlino, è la qualità del dibattito cia di film, che, al concorso ufficiale, non può che favorire le che segue i film: c’è un’educazione al dibattito, o Q&A come ricche selezioni collaterali e il mercato. adesso si chiama (questions and answers: domande e rispo- ste, n.d.r.), che è quella di fare domande, non di esprimere Berlino è una città di indimenticabili prime volte, la tua? valutazioni. Questo permette all’autore, non esposto ad un A Muro appena caduto, nel 1990: su un ripiano della li- giudizio, di rispondere e argomentare. Percepisci che si tratta breria ne conservo un pezzo strappato con le mie mani. Poi, di bambini abituati a vedere film, che hanno probabilmente inspiegabilmente, sono stato lontano da un percorso scolastico alle spalle. Berlino quindici anni e quando ho ripreso a studiare tedesco mi sono riavvicinato. Se dovessi cedere anche tu alla tentazione Dal 2009 non manco mai al Festival. del giudizio globale sull’edizione di quest’an- no, saresti in accordo con quanti l’hanno Hai cominciato a frequentarlo da subito con considerata debole? l’occhio del direttore artistico del Film Festi- I giornalisti tendono sempre a giudi- val della Lessinia? care solo dalla qualità del Concorso, che a Sì, da subito per vedere film. Anche se, Berlino, se posso esprimere un parere per- per me, Berlino è tutta un festival e quan- sonale, non è mai stato la parte più forte: do sono là alterno cinema, teatro, musica. Cédric Kahn e Anthony Bajon Comunque, un paio d’anni ci vogliono per è un festival che vorrebbe proporre film importanti, ma a livello di prestigio inter- raccapezzarti, perché il programma è talmente ampio, sono nazionale viene comunque dopo Cannes e Venezia. Si perce- talmente tante le sfumature e diverse le filosofie che stanno pisce la frustrazione di non vedere da anni premiato un film dietro le varie sezioni del programma, da lasciarti disorientato. tedesco, per questo ne mettono tanti e non tutti all’altezza. Ad esempio? La sezione Forum, che è dedicata alle nuove generazio- ni: non solo di autori e registi, anche di possibili spettatori. C’è una ricerca di opere internazionali che esplora linguaggi, attitudini, modi di porsi differenti nel raccontare una storia e nel farsela raccontare. Nella sezione Forum devi muoverti con consapevolezza, documentandoti su quanto vai a vedere, sei davvero stimolato ad approfondire. Probabilmente è la sezione più vivace, quella da cui esci sorpreso, perché una cosa è vera di Berlino, non solo per quanto riguarda il cinema: certamente è una città con le sue consuetudini e tradizioni, ma che ancora riesce a stupire. Ci sono anche sezioni più “tradizionali”? La sezione Panorama ad esempio, che seguo con inte- resse, perché mescola senza indugio e senza pregiudizio la fiction con il documentario, considerandoli sullo stesso piano. Questo approccio mi ha guidato nella filosofia del nostro festival. Anche la sezione Generation è molto interessante, anzi, è quella che all’inizio più mi ha stupito e che oggi continua a provocarmi in maniera positiva. Mi sono reso conto di quanta ricerca e serietà possano esserci nella programmazione per bambini e adolescenti, nell’aderire con precisione alle problematiche e al vissuto di queste generazioni. Si trattano temi in maniera durissima e attuale, come il bullismo, temi legati alla percezione di sé, al cambiamento e alla maturazione fisica, per non parlare dell’avvicinamento all’erotismo e al sesso. Ci sono programmi incentrati sulla violenza verso gli animali, sull’uso delle armi, sulla guerra. Spesso porto a casa 8 Per quanto riguarda il lavoro di ricerca per il Film Festival della Lessinia, invece? Si è trattata di una buona edizione, abbiamo portato a casa molti film interessanti da accogliere al nostro festival. Fra quelli in concorso, mi ha particolarmente colpito La prière, di Cédric Kahn, che parla di un ragazzo con problemi di droga che viene chiuso in una comunità di recupero sulle Alpi francesi. Il protagonista, Anthony Bajon, ha vinto l’Orso d’argento per il miglior attore, speriamo di averlo ospite al Film Festival della Lessinia. E l’Italia a Berlino? Ci vantiamo di avere avuto quattro film quest’anno, ma uno solo in concorso a ben vedere, quello della Bispuri. Numericamente l’Italia è assente, anche perché assente dal mercato del documentario: noi non facciamo documentari, i produttori e le istituzioni non li sostengono. E di conseguenza il pubblico italiano non è abituato a vederli… Si può anche obiettare che Fuocoammare di Rosi ha vinto proprio qui a Berlino l’Orso d’oro, ma è l’eccezione che conferma la regola, ossia che l’Italia concentra tutta l’attenzione su un singolo episodio, ma non è capace di curare il sottobosco. La sensazione è d’essere sempre “italocentrici”: ci mettiamo poco in dialogo. Un consiglio, allora, quale potrebbe essere? Di tenere sempre una valigia a Berlino, come cantava Marlene Dietrich: Ich hab noch einen Koffer in Berlin…

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festival NOTIZIE DA BERGAMO Tra ricerca e retrospettiva S ono 150 i film, in oltre 10 sezioni, che coprono tutto lo spettro delle forme del cinema (lungometraggio, corto, animazione, cinema d’arte), la pubblicazione di due volumi di presentazione e critica, i registi e gli autori ospiti, la puntuale organizzazione che coinvolge molti giovani stagisti, confermano il Bergamo Film Meeting, alla 36esima edizione, come una delle più importanti manifestazioni culturali cinematografiche italiane. Guardando da vicino la sezione della Mostra Concorso, riportiamo qualche breve annotazione dei film, tra i 7 partecipanti, che abbiamo direttamente visionato. Mobile Homes di Vladimir de Fontenay. In un freddo e innevato Ontario canadese, dagli squallidi contorni urbani e industriali, si muovono la giovane Ali e il suo ossigenato compagno Evan. Vivono in un furgone e sognano di trovare una dimora stabile che dia una svolta alle loro vite e stabilità al loro rapporto, ma non conoscono altra via per mettere da parte il denaro necessario se non il furto, la truffa, le lotte clandestine di galli che loro stessi allevano, lo spaccio. Con loro c’è Bone, sette anni, figlio di Ali, che Evan coinvolge sempre più, e sempre più pericolosamente, nei suoi traffici. Arriva il momento in cui Ali, stanca di questa vita, abbandona il compagno e con il piccolo Bone trova rifugio in una comunità di case mobili dove instaura nuovi rapporti, in particolare con il quarantenne Ross, una specie di leader, che la coinvolge nell’attività di costruzione di case mobili. La ricomparsa di Evan costringerà Ali a scegliere tra una vita anarchicamente vissuta fino all’ultimo respiro e le responsabilità verso il figlio. La prima parte del film, molto intensa, è girata con ritmi vorticosi alla Safdie (Good Time) e si acquieta solo quando Ali e Bone sembrano trovare conforto nella paradigmatica situazione di queste costruzioni mobili, vere e proprie case, ma senza fondamenta. La parte finale con qualche inverosimiglianza non mina l’interessante opera, grazie all’ottima performance degli attori protagonisti. Bàba z ledu (Ice Mother) di Bohdan Sláma. La vedova Hana vive in una cittadina ceca, in una casa che un obsoleto sistema di riscaldamento a carbone non riesce più a scaldare a dovere. Il pranzo del sabato con le famiglie dei due immaturi figli è un’irrinunciabile ritualità. Ma è anche l’occasione di far riesplodere le liti tra il fratello più anziano, che trascura moglie e figlie per rincorrere il sogno di completare una collezione di libri rari che ritiene di poter rivendere con guadagni favolosi, e il più giovane, un manager sposato ad un’algida e vegana moglie medico, genitori anaffettivi del piccolo Ivan che per la sua timidezza è bullizzato dai compagni. Un giorno sulla riva del fiume locale Hana concorrere al salvataggio di un maturo nuotatore che con i suoi compagni di club si allena per le gare nelle gelide acque dell’inverno ceco. Con Brona, così si chiama il nuotatore, che vive in un pullman dismesso allevando polli e ha un particolare rapporto con la gallina Adela, si instaura ben presto una relazione che cambierà la vita di tutti e i rapporti tra Hana e i famigliari. Film condotto con mano sicura nei toni della commedia dal navigato regista Sláma, che trova i suoi punti di forza negli interpreti e nella scoperta di questi maturi e appassionati cultori del nuoto nelle acque ghiacciate. Commedia con accenti stralunati, Stebuklas (Miracle) è il primo lungometraggio della giovane regista lituana Eglè Roberto Pecci Liv Ulmann al Bergamo Film Meeting dialoga con il pubblico Vertelytè, che afferma di ammirare il cinema dello svedese Roy Andersson ancora più delle opere del finlandese Kaurismäki. Echi di questi registi si trovano nella storia che nel 1992, periodo drammatico in Lituania per il traumatico passaggio dal regime comunista al libero mercato, ci narra il tentativo, non disinteressato, di salvataggio da parte di un americano di un allevamento di maiali sull’orlo del fallimento. Arrivato improvvisamente nel paese incontra Irena, donna matura, senza figli e con marito scansafatiche alcolizzato, che, dirigendo da tempi immemori della fattoria, cerca di salvare l’impresa. La regista, allora bambina, ha ricordi vividi di quel periodo di enormi cambiamenti e ha voluto ricreare in maniera eclettica quanto vissuto dai lituani. Dzikie róże (Wild roses) di Anna Jadowska. L’autrice ha lanciato l’allarme per le nuvole che si stanno accumulando sul cinema polacco, sempre più favorevole alle produzione di film a carattere storico con intenti quasi propagandistici, a discapito delle produzioni più indipendenti. Ciò malgrado negli ultimi anni si siano affacciati alla ribalta numerosi e interessanti autori, soprattutto donne che raccolgono il testimone dalla più matura e a noi più nota Agnieszka Holland: Malgorzata Szumowska (il cui Corpi è stato presentato l’anno scorso al Circolo), Olga Chajdas, vittoriosa quest’anno in una sezione del Festival di Rotterdam con Nina. Nel film della Jadowska troviamo Ewa che, dimessa dall’ospedale, rientra nella casa di campagna dove vive con due figli piccoli e si mantiene con i magri proventi della raccolta di rose selvatiche e delle rimesse economiche che le invia il marito, lontano per lunghi periodi da casa per ragioni di lavoro. Il suo rientro, in occasione della prima Comunione della figlia, porterà a galla la relazione che Ewa ha instaurato con un giovane del luogo poco più che adolescente. Gli intenti della regista di scandagliare il mistero della maternità e di presentare la piccola comunità di campagna nell’attuale Polonia dove è forte la presenza di una Chiesa cattolica ancora molto tradizionalista, non riescono a colmare le lacune di un’opera forse penalizzata anche dal basso budget. La versione integrale è disponibile on-line: www.circolodelcinema.it 9

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festival LA STRADA PRINCIPALE E IL VICOLO SECONDARIO I festival di primavera a Tokyo L a strada principale: Yebisu International Festival for Art & Alternative Vision Il Tokyo Photographic Art Museum è unico nel suo genere. Espone nuove raccolte ogni mese e ogni mese offre ai visitatori una sezione di realtà scandagliata, analizzata, immortalata e amplificata da fotografi giapponesi contemporanei. Dal 2009, ogni anno a febbraio il museo ospita il Festival Internazionale di Arte e Visione Alternativa del quartiere Ebisu, che raccoglie tutte le forme d'arte che coinvolgano la visione. In linea con la loro reputazione di curatori anticonvenzionali, il team composto da nove donne, ha scelto l'invisibilità come tema di un festival di Arti Visive. “Art does not reproduce the visible; rather it makes visible” (l'arte non riproduce il visibile; piuttosto, rende visibile) ha detto il pittore Paul Klee: l'arte stimola l'occhio e il pensiero attribuendo alle immagini significato, rendendo l'invisibile agli occhi visibile al cuore. La stessa azione di immortalare immagini è di per sé una lotta contro l'entropia dell'invisibilità: fermare immagini che svanirebbero nell'oblio, renderle visibili, viste. Per avere un assaggio delle sorprese riservate dalle diverse installazioni, facciamo un giro virtuale del museo. Al terzo piano la raccolta Into Time di Rafael Rozendaal vi farebbe fare il giro della sala una, due volte per vedere come i colori delle immagini, create sovrapponendo fogli di un materiale trasparente e multicolore, cambiano Yebisu International Festival 2018 appena vi muovete. Mentre, qualche sala più avanti, le foto delle piccole Elsie Wright e Frances Griffiths, sedici e dieci anni nel 1917, vi faranno avvicinare alle cornici fino a sfiorare il vetro con il naso, per osservare le minuscole fate che le bambine giurarono, fino alla fine dei loro giorni, di aver visto e immortalato. Al secondo piano le foto di Seino Yoshiko della serie The Sign of Life, vi metterebbero di fronte ad uno strano gioco alla rovescia: individuare i segni della vita umana sul paesaggio. Il legame della fotografa con questi scatti e questa ricerca dell'impronta umana sulla terra è ancora più commovente se collegata alla morte per suicidio dell'artista, nel 2009. A pochi passi dalle sue fotografie è proiettato il video elaborato da Shinichi Takashima e Nakagawa Shu, standstill, un esperimento a tratti buffo e a tratti misterioso, in cui i due artisti hanno simulato un mondo naturale in cui l'uomo non è presente e la natura osserva se stessa. Quasi come un tentativo di risposta alla domanda del filosofo Berkeley “se un albero cade nel cuore della foresta e nessuno lo sente, fa rumore?”. È una raccolta di immagini che sembrano filmate dagli oggetti naturali stessi, un ipnotico racconto di un mondo senza di noi. Al piano interrato ci accolgono i tre schermi su cui è proiettato Osoresan il documentario di Natacha Nisic e Ken Daimaru che raccoglie le testimonianze delle ultime itako in 10 Anna Lughezzani vita: le sciamane cieche giapponesi. Queste donne che, cieche, sono iniziate ai segreti della divinazione e sono in grado di comunicare con i kami, le divinità, e con i morti, stanno scomparendo: non ne restano che venti. Proseguendo troviamo Sutthirat Supaparinya con 10 Places in Tokyo, scatti dei dieci punti della città in cui, dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, sono rimaste più radiazioni: posti dalla sconvolgente familiarità per chi vive nella metropoli, inevitabilmente cambiati da una nuova, spettrale consapevolezza. L'ultimo pezzo dell'esposizione è il video di Erkan Ozgen, videomaker turco, che con Wonderland racconta la storia di Mohammad, tredici anni, o meglio, è Mohammad a raccontarci la storia di come i suoi genitori, i suoi fratelli e i suoi cugini siano stati uccisi e decapitati davanti ai suoi occhi dalle forze dell'IS. Ma Mohammad è sordomuto e l'unico modo che ha per raccontare è usare le mani, le braccia, il viso. Si fa fatica a seguire il suo racconto anche se non si fatica a sentirne l'orrore. Questo ci ricorda che ruolo svolge l'immaginazione e l'empatia nel creare la comunicazione, nell'esprimere l'inesprimibile. Il vicolo secondario – Il Festival del Cinema dei Gatti Nel retrobottega di Tokyo, Asagaya-kita è uno di quei quartieri discosti, lontani dalle folle di Shibuya e Shinjuku, le cui stradine strette e brulicanti di piccole izakaya (osterie), birrerie e jazz bar, un tempo hanno ospitato gli abitanti di Tokyo in esodo dal centro distrutto dalla guerra. Ora è il po- sto perfetto per gli amanti del cinema d'essai con ben due cinema dalla programmazione molto particolare nei suoi otto chilometri quadrati. Nel più piccolo dei due, dal 17 feb- braio al 2 marzo, c'è stato un via vai di pensionati più o meno anziani e studenti nullafacenti, con qualche apparizione di una losca figura italiana, a tutte le ore del giorno. Da mat- tina a sera era sorprendente l'affluenza di questi amanti di gatti nell'unica sala da 48 posti dello Yujiku, il fratel- lo piccolo dei due cinema di Asagaya, il cui fratello maggiore si chiama La- puta, come “il castello nel cielo di Miyazaki”, ed è costruito in modo da Koneko di Ivan Popov assomigliare alle architetture volanti del cartone. La programmazione ha rivelato delle sorprese, selezionan- do solo film che unissero spessore narrativo alla presenza di adorabili gattini, combinazione esplosiva per i più senti- mentali di noi. E così, seduti al buio della sala, dopo che una sinfonia cantata da un coro di gattini vi avrebbe predisposto nello stato d'animo giusto, avreste visto film come Un gatto a Parigi, animazione francese del 2010 diretto da Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol, che racconta la storia di una bambi- na e di come il suo gatto aiuterà lei e la madre poliziotta a catturare il malvagio assassino del padre, o come Kitten, del 1996, diretto da Ivan Popov, che racconta una Mosca post sovietica divisa da disparità economiche tragiche ma unita dall'amore per i numerosissimi gatti della città. La versione integrale è disponibile on-line: www.circolodelcinema.it

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festival SENZA ESSERE PRESENTI International Film Festival Rotterdam e le altre meraviglie dello streaming In questi ultimi anni la visione di film e di nuove forme di racconto per immagini sul piccolo schermo (TV o computer) sta sostituendo la tradizionale fruizione nelle sale cinematografiche. Se pure il DNA del Circolo del Cinema, anzi la sua stessa ragione di esistere, contempla la sola “rituale” visione compartecipata in sala, è altrettanto vero che la possibilità offerta dalla Rete di avere a disposizione un sempre più nutrito catalogo di opere d’autore e di classici del cinema – fino a qualche anno fa invisibili ai più – non può essere sottovalutata. Il successo riscosso dalle serie televisive ha coinvolto anche gli autori cinematografici che più stimiamo, grazie a importanti investimenti da parte dei produttori. Le maggiori riviste di critica dedicano rubriche specifiche alle visioni di opere reperibili solo in streaming e alle serie televisive, tanto che, ad esempio, la terza serie di Twin Peaks di David Lynch è stata ritenuta all’unanimità la migliore opera del 2017. Da queste considerazioni parte lo spunto del mio intervento, che vuole accogliere in Filmese suggerimenti per le visioni di serie televisive e di film disponibili in streaming. Molti festival, consapevoli che il presente e il futuro del cinema passano attraverso il “consumo” casalingo, offrono la possibilità di vedere i film presentati in contemporanea allo svolgimento del festival stesso. Film provenienti per lo più dalle sezioni collaterali, ma non per questo meno interessanti; corposo, ad esempio, è stato il numero di film resi disponibili dal recente Festival di Rotterdam. Aperto a opere sperimentali e con un occhio di riguardo ai registi esordienti, il Festival ha quest’anno incoronato con il premio più importante, Hivos Tiger Awards, il film cinese The Widowed Witch e ha assegnato il premio speciale della giuria a The Reports on Sarah and Salem di Muayad e Rami Alayan. In streaming sono state proposte opere provenienti soprattutto dalla sezione Bright Future. Qui spicca tra i premiati il polacco Nina di Olga Chajdas, un film dai frequenti riferimenti a Godard, e sono forse troppi i temi presenti nella storia ambientata in una gelida Varsavia: l’amore come passione, la ricerca dell’identità personale, la maternità surrogata, la vita sociale nella raggelante attuale situazione politica polacca. La mancata maternità ritorna in Messi and Maud dell’oThe Widowed Witch di Cai Chengjie Roberto Pecci landese Marleen Jonkman. Maud e il compagno cercano di ridare slancio al loro rapporto affrontando un viaggio nella Patagonia cilena dai paesaggi mozzafiato. L’inquietudine spingerà la protagonista ad una solitaria fuga on the road fino all’incontro con il piccolo Diego, soprannominato Messi, figlio naturale di un camionista che raccoglie Maud. Questa nuova fuga di “madre e figlio” non può durare e alla fine Maud sembra accettare il suo destino, immergendosi nuovamente nello scorrere del fiume della vita. Protagonista femminile di Gutland è Vicky Krieps, che abbiamo ritrovato ne Il filo nascosto di P.T. Anderson. Il regista Govinda Van Maele colloca nella regione del Lussemburgo che dà il titolo al film una storia di surrealismo rurale, come lui stesso la definisce, in cui un rapinatore tedesco trova rifugio presso un villaggio i cui abitanti hanno a loro volta molto da nascondere. Segnalato da un premio al Festival di Busan 2017, l’iraniano Blockage di Moshen Gharaei si inserisce a pieno titolo nella recente produzione cinematografica dell’Iran: un soggetto preso dalla vita quotidiana e una sceneggiatura calibrata danno vita a film di robusto spessore. Qui troviamo agenti di polizia municipale corrotti e le difficoltà a far quadrare i bilanci famigliari della piccola borghesia cittadina. Metaforico e con indubbi riferimenti al Seidl di Paradise: Love (2012), ma costruito con sicurezza dal canadese Ian Lagarde, è All You Can Eat Buddha, ambientato in un esotico villaggio turistico meta di viaggi all inclusive. Miracoli e rivoluzioni si intrecceranno in questa interessante opera prima. Sulle coste oceaniche della Repubblica Dominicana troviamo El Hombre Que Cuida di Alejandro Andújar. Non solo fondali di acque cristalline e spiagge solitarie, ma anche spirali di violenza e sopraffazione tra padroni e dipendenti, in una storia dal sapore Loseyano. Milla della regista franco-armena Valerie Massadian, già fotografa e autrice di video-installazioni, racconta una storia di emarginazione e solitudine: prima di Milla e del compagno Leo, poi, scomparso quest’ultimo, di Milla e del figlio nato dalla relazione. La costruzione a quadri che si succedono nel tempo senza un andamento lineare rimanda alle precedenti attività della regista. Altri titoli sarebbero meritevoli di menzione, ma è importante sottolineare che su Festivalscope, la piattaforma che ha proposto i film del Festival di Rotterdam, sono disponibili gratuitamente fino al 15 maggio alcuni lavori molto interessanti, nati sotto l’egida del TorinoFilmLab. Quit Staring at My Plat è la proposta della Croazia per l’Oscar di quest’anno, come Eva Nová lo è stata per la Slovacchia l’anno scorso: entrambe si distinguono per le ottime performance attoriali. Di non minore interesse è la prima opera fiction di un talento emergente del film d’autore transalpino, Clement Cogitore: Ni le ciel, ni la terre ci offre un Deserto dei Tartari trasposto nell’Afghanistan di oggi. Una produzione francese è alla base anche di Diamond Island, un’immersione nella realtà della Phnom Penh di oggi. Visione impegnativa, ma gratificante, anche per In the Last Days of the City, che molti considerano il più importante film egiziano degli ultimi anni. Mi viene spontaneo concludere: ma cosa aspettate a registrarvi su Festivalscope? Buone visioni ...in streaming! 11

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focus REGISTI COMPOSITORI Chaplin al piano, Carpenter al synth, Clint voce Francesco Lughezzani Italenti artistici spesso s’incrociano. E accade di frequente nel mondo del cinema: attori diventano registi, sceneggiatori passano dietro la macchina da presa, registi si promuovono direttori della fotografia – uno degli ultimi casi è quello di Paul Thomas Anderson in Il filo nascosto. Eppure si contano sulle dita di una mano i registi che hanno composto le musiche per i propri film. E sono molto pochi anche coloro che hanno strettamente collaborato con i compositori stessi, che hanno instaurato un rapporto di fertile scambio creativo con gli autori delle musiche. Nel primo gruppo possiamo annoverare artisti del calibro di Clint Eastwood, John Carpenter ed Emir Kusturica. Più recenti invece sono i talenti del compositore tedesco Tom Tykwer, regista insieme alle sorelle Wachowski di Cloud Atlas, del polistrumentista Mike Figgis e dell’italiano, esordiente, Andrea De Sica. Al secondo gruppo invece appartiene David Lynch, la cui collaborazione con Angelo Badalamenti ha dato Ma facciamo un salto in avanti, ad un’altra epoca della storia del cinema. Chissà cos’avrà pensato il giovane John Carpenter quando, da regista horror arrivato al terzo lungometraggio, si trovò davanti i produttori, insoddisfatti dei primi screening, lamentarsi per quanto poco il suo film facesse paura? Halloween era un’opera a basso budget e per far quadrare i conti e superare le ristrettezze il regista decise a inizio produzione di fare a meno delle musiche. Approccio Lo-Fi, stile scarno e niente fronzoli musicali. Ma qualcosa non funzionava. E a quel punto il compositore John Carpenter poté uscire allo scoperto: un appassionato di elettronica che aveva scoperto qualche an- no prima le magie del sintetizzatore. Anche se oltre a suonare in qualche band non aveva ancora accumulato molta esperienza in materia musicale, il nostro si era tuttavia lanciato a comporre le musiche del suo lungometraggio d’esordio, Dark Star, nel 1974, solo un anno dopo che Chaplin vinse l’Oscar, ispirandosi ai loop pazzoidi della colonna sonora di The Day The Earth Stood Still di vita ad un complesso corpus Bernard Herrmann. Raggiunto di composizioni musicali per un amico che abitava nella San il cinema e, ovviamente, per Fernando Valley e possedeva un le tre serie di Twin Peaks. synth EMS VCS-3, registrò tutto L’opera di Charlie Cha­ in quattro ore. Tirchio sì, ma di plin, l’esempio più remoto talento. E qualche anno più tardi, della nostra ricognizione, è legata in modo inestingui- John Carpenter e Alan Howarth in studio di registrazione nel 1977, Johnny ci riprovò: suoni di sintesi, scarnificati, che accom- bile alle sue doti di compo- pagnavano le coltellate del buon sitore. Entrambi i genitori, Charles Chaplin Senior e Hannah Michael Myers e che costituivano le fondamenta dell’orrore Hill, erano cantanti noti in Inghilterra, e il giovane Charlie se- muto che accompagnava il serial killer dalla maschera bian- guendone i precetti già da piccolo imparò a suonare violino ca. Da quel momento non si fermò più e compose le colonne e pianoforte. Una volta adulto, compose le colonne sonore sonore di quasi tutti i suoi film. Quasi, perché per The Thing di quasi tutti i suoi film e vinse anche un Oscar per la miglior si “accontentò” dell’aiuto di Ennio Morricone – non senza fare colonna sonora nel 1973, per le musiche di Limelight (Luci qualche modifica, ovviamente. Le sue colonne sonore sono della ribalta): ogni volta che componeva, si sedeva al piano spesso citate, imitate e riutilizzate da altri registi. e iniziava a suonare, mentre uno dei suoi collaboratori tra- E proprio lo scorso anno un regista italiano ha esordito al scriveva le note emesse dallo strumento. Charlie sapeva cosa lungometraggio con un thriller di cui ha composto le musi- era superfluo e come mantenere l’essenziale in una compo- che, chiaramente ispirate ai suoni sintetici del cineasta ame- sizione. Le sue musiche sono una materia viva, che intera- ricano. Stiamo parlando di Andrea De Sica e del suo I figli del- gisce perfettamente con l’im- la notte, in cui accompagna le atmosfere kubrickiane della magine, tanto che diventa im- location alle tonalità elettroniche dei sintetizzatori – digitali possibile – e francamente inu- questa volta. Anche qui la musica, uno dei codici cinemato- tile – cercare di comprendere grafici più convincenti nell’opera prima del nipote di Vitto- cosa venisse concepito prima rio, scandisce il tempo della tensione narrativa, svelando le nella sua mente, l’immagine o fratture di una realtà claustrofobica e coercitiva, nella quale la musica. Anche il suo primo il giovane protagonista si muove seguendo una traiettoria film sonoro, City lights (Luci concentrica e ripetitiva. Il nostro viaggio però si conclude della città, 1931), ne dimostra sulle note dolenti di una ballata malinconica, dedicata ad la grande maturità composi- un’auto iconica e cantata con voce roca dal grande vecchio tiva: le musiche racchiudono del cinema a stelle e strisce. Clint Eastwood, accompagnato gli effetti sonori e sincronizza- da Jamie Cullum, per le musiche di Gran Torino, sulle note no le note alla messa in scena, dell’omonima canzone scritta insieme al figlio Kyle, ci parla come nella celebre scena del di una tenera brezza, di un motore che sussurra, e di un’auto Charlie Chaplin al violino singhiozzo. che procede all’orizzonte, verso il crepuscolo. 12

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focus SUONANDO CHAPLIN La febbre dell’oro al Teatro Ristori Giovanna Girardi N el 1927, scrivendo la sua opinione sull’arte cinematografica per la rivista Solaria, Montale definì La febbre dell’oro “il risultato più perfetto”. Un commento tanto ti. La sua figura, infatti, è un esempio quasi assoluto di autorialità: era attore, scrittore, regista, produttore, per la sua United Artists, e dirigeva gli attori mostrando come recitare valido quanto traballante risultava la sua considerazione del la scena parola per parola. Prima che la cinepresa partisse, cinema come arte. infine, li esortava: “Non esagerare, sorvola” – ricorda la Hale. Certo, non è il sostegno di un intellettuale a fare il suc- In realtà, riferirsi a Chaplin come a un autore quasi asso- cesso di un film. Ma in questo caso si può intuire la portata luto è semplicemente un atto di prudenza, perché dal 1931, di un’opera rivolta al grande pubblico, letteralmente: unisce con l’avvento del sonoro, iniziò a comporre le musiche dei intellettuali e bambini, i primi decenni del ‘900 e del 2000, suoi film. Non aveva una preparazione alta a livello teorico, poeti e registi, avvocati, assicuratori, disoccupati e tradutto- quindi «mentre componeva la colonna sonora sul piano, fa- ri. È difficile restare impassibili di fronte all’esuberanza de La ceva scrivere le note a qualcun altro», spiega Timothy Brock febbre dell’oro. in un’intervista su L’Arena. Ma Buona parte del merito va a «componeva le musiche nello un’icona universale seppure ai stesso modo in cui creava e ri- margini della società. Quel vaga- creava i suoi film: finché non tro- bondo elegante e sbrindellato, vava la versione perfetta». Non comico e anarchico, con baffetti, si trattava di un semplice accom- frac e bombetta che conquista pagnamento, né di un’espressio- fin dalle sue prime mosse. Così, ne a sé: nei film di Chaplin, la co- almeno, è successo durante la lonna sonora suona come i passi proiezione del film al Teatro delle scarpe oversize, come la Ristori lo scorso 16 febbraio, felicità dei sogni, come qualsiasi quando Charlot, dopo le imma- scrollatina di baffi o come una gini dei cercatori d’oro fra le nevi casa che oscilla tra il vuoto e la dell’Alaska, arriva camminando neve. Nei film di Chaplin, la co- ondulante sull’orlo di un preci- Charlie Chaplin e Georgia Hale in The Gold Rush lonna sonora è parte dell’imma- pizio: lo segue un orso affamato gine, la arricchisce. – si direbbe – o quanto meno in- È il caso, per esempio, de La teressato, ma Charlot con una serie di sviste, di casuali volu- febbre dell’oro, uscito per la prima volta nel 1925, nell’era del te, lo schiva sempre. E si guadagna l’affetto degli spettatori. cinema muto, e riproposto nel 1942 con una colonna sonora «Vidi un film con Charlot e fu una passione, un amore to- scritta da Chaplin insieme al pianista Max Terr. Oggi la parti- tale, come se avessi trovato in lui chi aveva già espresso tutto tura completa esiste grazie a un lavoro di ampio respiro. quello che avrei voluto esprimere io. Rimasi affascinato da Timothy Brock, il cui nome forse non suonerà nuovo ai quelle sue favole degli umili che poi però si ribellano», dice Soci, è un direttore d’orchestra statunitense specializzato Cesare Zavattini in un’intervista del ’75 pubblicata su Diario in musiche per film e collabora con la Cineteca di Bologna del Novecento. al grande Progetto Chaplin, esteso a partire dal 1999 anche Per quanto immortale e immortalato su ogni tipo di gad- alle colonne sonore: su invito dei parenti del regista, Brock get, dietro al mito cinematografico c’è una persona. Non co- ha restaurato quelle di Tempi moderni (1936), Luci della cit- mune, questo è certo: Charlie Chaplin nacque a Londra nel tà (1931), Il circo (1928) e La febbre dell’oro. Film proposti in 1889 in una famiglia di spiantati artisti di varietà. Da bam- altrettanti cine-concerti, che hanno girato il mondo. Dopo bino prendeva già parte agli spettacoli, imparò a suonare esibizioni fra Stati Uniti, Asia ed Europa, Brock è finalmente il violino ed evidentemente assorbiva un sistema di comu- arrivato a Verona, per una serata del Teatro Ristori con il Cir- nicazione che unito alle sue doti ne avrebbe fatto un genio colo del Cinema. senza tempo. L’attrice de La febbre dell’oro Georgia Hale rac- Il 16 febbraio, quando i Virtuosi Italiani hanno suonato conta in un’intervista per il film The Unknown Chaplin il pri- dal vivo durante la proiezione de La febbre dell’oro, la rea- mo incontro con il regista inglese: «Lungo la strada mi invitò zione degli spettatori è stata entusiasta e unanime. Dalle a prendere un tè. Così entrammo in un minuscolo locale e, risate fragorose su gag come il walzer con cane al seguito, con mio grande stupore, mi ritrovai seduta di fronte a Charlie alla commozione per la non-cena di Capodanno, al frago- Chaplin, l’uomo che adoravo da quando avevo sei anni. Era roso applauso finale, il pubblico sembrava vedere meglio, di fronte a me e potevo osservarlo mentre mangiava e pren- sentire di più. La grandezza del film era esaltata dall’esibi- deva il tè; qualsiasi cosa Charlie facesse era talmente raffina- zione impeccabile di una colonna sonora a mezza via fra ta e perfetta, aveva in sé una tale grazia che rimanevi affasci- inedito e citazione. Che per un attimo, per due ore, ha reso nato. Ogni suo gesto somigliava a una danza, a un balletto. reale il mondo brioso, amaro e profondamente umano di Charlie avrebbe potuto fare il ballerino di danza classica». Charlot. Invece preferì, forchette alle mani, infilzare graziosamente Non resta allora che aspettarlo fra gli ingranaggi giganti, due pagnotte e far ballare loro. a rincorrere bulloni o forse capezzoli, per il nuovo appunta- Sul set sembra che fosse un perfezionista, che avesse mento con Brock, l’Orchestra dell’Arena di Verona e l’indi- giorni ispirati e giorni rallentati, in cui finiva per bloccare tut- menticabile Tempi moderni. 13

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cinesofia CALIGARI, FREUD E IL DOTTOR DIPPY Il racconto della psichiatria al cinema Francesco Lughezzani Cinema e psichiatria si sono incrociati di frequente nella lunga storia della settima arte: la seconda ha spesso studiato le ragioni del fascino con cui la visione delle immagini in movimento ci ossessiona fin dal 1895. Ma è al primo che è andato l’onere di raccontare una figura, come quella dello psichiatra, che ha sviluppato un’evoluzione precisa nella sua estetica fin dai primordi della celluloide. Risale infatti alle origini del mezzo, al 1906, una delle prime, significative apparizioni di uno psichiatra su pellicola: nel corto americano Dr. Dippy Sanitarium, in cui viene ripreso con il consueto impiego di stereotipi clinici e visivi il cliché del medico specializzato in psichiatria: il dottore ha la barba e i baffi, è leggermente sovrappeso e porta un inevitabile e caratteristico pince-nez attaccato al panciotto. Questo è il primo film in cui i malati mentali non sono rappresentati come carcerati da osservare dietro le sbarre: vengono presentati dal dottor Dippy uno alla vol- sono sempre stati rappresentati come professori occhialuti e corpulenti, con un marcato accento tedesco nella pronuncia: indimenticabile a questo proposito rimane la versione ballerina della psichiatria incarnata dalla coppia Fred Astaire e Ginger Rogers: in Carefree (Girandola, 1938), girato da Mark Sandrich nel 1938, Astaire interpreta lo psicanalista Tony Flagg, che in barba ad ogni etica professionale deve far superare le remore matrimoniali alla giovane Amanda, di cui, tra un ballo e una seduta di ipnosi, finisce per innamorarsi. La psichiatria però non è limpida ed elegante come una se- quenza di passi di Freddie: perché il cinema affronti una seria e drammatica problematizzazione della psichiatria dovremo aspettare Alfred Hitchcock, che in Io ti salverò rappresenta in modo molto più realistico la pratica psichiatrica, il transfert tra medico e paziente, e inquadra in una sequenza disturbante e suggestiva il lavoro onirico del protagonista: Hitchcock si avvalse del talento di Salvador ta, educatamente, al nuovo Dalì per la creazione visiva del sorvegliante, che tuttavia sarà sogno, stabilendo nuovi cano- l’oggetto delle comiche tortu- ni estetici, votati alla nettez- re degli ospiti del sanatorio. Il za delle linee e delle forme. Il cortometraggio non evade da produttore del film, David O. alcuni fondamentali stereotipi Werner Krauss in Il gabinetto del dottor Caligari di Wiene Selznik, aveva le idee chiare su – non può mancare l’interna- come il regista britannico do- to convinto di essere Napoleone, come nel corto del 1904 vesse rappresentare la psichiatria, tanto che portò sul set, a The Escaped Lunatic – ma concepisce con una certa moder- sovrintendere la fase di riprese, la sua psichiatra: inutile dire nità il rapporto tra pazienti e dottore. D’altronde agli inizi che gli scontri con Hitchcock – che definiva il suo film come del Novecento la figura dello psichiatra non possiede anco- «una storia di caccia all’uomo presentata in un involucro di ra un’identità professionale chiara e ricorrente, al di là della pseudo-psicanalisi» - furono accesi e prolungati. Ma dovre- sua rappresentazione visiva. Alienisti, ipnotisti e ciarlatani di mo aspettare l’età contemporanea per poter ravvisare un ogni genere confondevano il campo d’azione degli psichia- modo più autentico di rappresentare questo universo, come tri in narrazioni affascinanti, ma assai lontane dall’evidenza nel film Corpo e anima, visto due mesi fa, in cui la protagoni- clinica – che non si è mai dimostrata molto efficace su gran- sta non riesce a troncare il rapporto terapeutico con il pro- de schermo quando presentata scientificamente. Uno degli prio psichiatra infantile, che tenta invece di reindirizzarla dol- esempi più interessanti per la nostra analisi è un film uscito cemente verso colleghi più preparati ad affrontare le nuove nel 1919, lo stesso anno in cui venne realizzato Das Cabinet sfide oniriche che la vita amorosa rivolge a Mária. des Dr. Caligari (Il gabinetto del dottor Caligari), capolavoro dell’espressionismo tedesco e allucinante viaggio ai confini tra sogno e rappresentazione – in cui la figura di Caligari, medico italiano che praticava il mesmerismo viene emulata dal direttore di un manicomio, almeno in apparenza: stiamo parlando di When the Clouds Roll By (Douglas superstizioso), che vantava la partecipazione di una grande star come Dou- glas Fairbanks nel ruolo di protagonista. Il suo personaggio si confronta con un misterioso “medico della mente” che, ai fini di un esperimento scientifico, cerca di spingere al suici- dio l’amabile newyorchese. Il dottor Ulrich Metz, con tanto di naso di gomma in bella mostra, offre a Fairbanks una cena appositamente preparata per scatenare incubi terrificanti, ai quali il regista – nientemeno che Victor Fleming – dà forma in una scena pionieristica per l’uso di effetti speciali nella rappresentazione del mondo onirico. Eppure gli psichiatri non Douglas Fairbanks e Frank Campeau 14

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cellulosa&celluloide MIOPIE Sviste e antipatie del letterato fatto critico I l fraintendimento si origina sin da subito, o quasi. Come già in altri casi di intromissione in arti estranee, è D’Annunzio l’apripista, quello che per primo si sente investito della missione di nobilitare “la recente industria del cinematografo” con il tocco sulfureo del Genio. Sotto il segno di questo precoce fraintendimento si andrà lungamente consumando, nel nostro Paese, il burrascoso rapporto fra Cinema e Letteratura: un fraintendimento tutto giocato sulla doppiezza d’un desiderio invero poco nobile di battere cassa senza colpo ferire e, dall’altra, di una malcelata presunzione di superiorità con cui lo scrittore laureato guarda al trastullo delle immagini in movimento, faticando a riconoscergli lo statuto e la dignità di espressione artistica. A un D’Annunzio entusiasta promotore del cinema che aspira “a distruggere per riedificare”, ma lesto nell’intascare assegno e gloria del Cabiria (1914) di Pastrone, fa coro una folta schiera di scrittori engagé che guardano alla novità con riserva, quando non con aperto disprezzo, salvo accorrere pronti al richiamo del guadagno facile. Verga, Gozzano, Capuana, Di Giacomo, Pirandello è sbalorditiva la lista di autorevoli nomi che prestano la loro penna e il loro ingegno alla macchina del cinema, spesso assicurandosi di non lasciare tracce, consumando questo commercio nell’ombra e in segreto. A volte letteralmente, come nel caso di Verga, ben lieto di vendere diritti e soggetti originali ad assatanati produttori “purché paghino”, altresì preoccupato non trapelino indiscrezioni in merito al fatto “che io abbia messo le mani in questa manipolazione culinaria delle cose mie”. A questo sentimento ambiguo di bisogno e sprezzatura, corrisponderà l’incancrenirsi del sentire del letterato nei confronti del cinematografo, incancrenimento che trova il suo sfogo pestilenziale nell’ostilità a tratti parodistica della stroncatura. Ecco che il poeta si è reinventato critico. E non le manderà a dire. Su questo fronte di guerra, grandi intellettuali si lanciano in battaglie critiche che sorprendono per crudezza e mancanza di lungimiranza, quando non proprio di onestà. Scontri all’arma bianca, cui gli scrittori si presentano imbracciando lo schioppo e sparando alla cieca. Stroncature memorabili, in particolare, saranno quelle che nell’immediato dopoguerra saluteranno la nascita, anche in Italia con il neorealismo, di autori conclamati e riconosciuti dalla critica internazionale. Sotto il fuoco dello scrittore-critico, cadono monumenti imprescindibili della nostra cinematografia, a cominciare da Ladri di biciclette (1948) di De Sica, cui Franco Fortini dedica un’ambigua disamina sulle pagine dell’Avanti! del 15 marzo 1949 che, se da un lato pare riconoscere al film di aver compiutamente sintetizzato le fratture catto-marxiste postbelliche insite nel popolo e nella cultura italiana, dall’altro adombra il giudizio di una latente accusa di peloso cerchiobottismo. Nella stessa zona grigia si muove il poeta Mario Luzi, recensore per pochi mesi a cavallo del ’51/’52 sul quotidiano La Nazione, liquidando Umberto D. (1952) come “opera intensa anche se per la intrinseca gravità e i limiti rigorosi del soggetto non consente a De Sica la piena espansione della sua personalità non complessa forse, ma certo varia e animata”. Luca Mantovani Per nulla ambiguo risulta, invece, Ennio Flaiano che su Il Mondo del 17 dicembre 1949 fa scempio di De Santis e del suo Riso amaro, uscito nelle sale il settembre dello stesso anno con grande successo di pubblico in Italia e Oltralpe. Il film, chiosa Flaiano, “chiede una mente insensibile alla logica e un gusto molto accomodante [...]. De Santis reagisce al lirismo col verismo, alle rose con cavoli, alle frasi squisite coi rutti”. Pur salvando la perizia tecnica del regista, lo scrittore pescarese taccia il lavoro di “indiscrezione”, nel mostrare con troppo realistica vivezza la vita intima delle mondine protagoniste: “nulla è più mortificante per lo spettatore che l’essere scambiato per un voyeur”. Giudizio tanto più incredibile, quando uscito dalla stessa penna che di lì a cinque anni si legherà in sodalizio con il regista che, sopra tutti in Italia, saprà forzare a dimensione di schermo il buco della serratura da cui, sino ad allora, il pubblico aveva sbirciato le proprie miserie. Con Fellini, Flaiano firmerà le sceneggiature di La strada (1954), La dolce vita (1960) e 8½ (1963), lasciando, pertanto, ad altri scrittori la fatica delle stroncature, che non si faranno attendere. Così Giuseppe Marotta su La strada: “Con questa materia, lontana come la luna dall’autentica poesia, Fellini ha girato il migliore film possibile. Gli entusiasti […] giurano che si tratta della tragedia dell’incomunicabilità fra le creature. All’anima. Un bruto e una deMarcello Mastroianni in 8 ½ di Fellini ficiente, come un palo e una ciotola, […] è ovvio che non abbiano un bel niente da comunicarsi”. “Penso che se lo si proiettasse dalla fine al principio nessuno se ne accorgerebbe”, insinua sornione Giuseppe Berto, scrivendo di 8½ su L’Europa Letteraria. E ancora Fortini che, riguardo La dolce vita, non sa trattenere “un moto d’ira per il ripugnante esistenzial-cattolicesimo di sfondo”, per “l’inutile e finalmente reazionaria critica della nobiltà, dei cinematografari e della plebaglia clericale”, confermandosi nell’impressione di “un grosso, molto grosso e grave fatto politico e d’opinione”. Per dovere di brevità, non ci dilungheremo sulle giaculatorie scagliate da Gadda contro La grande guerra (1959) di Monicelli o contro Il Gattopardo (1963) da parte di Arbasino; ci limiteremo, in chiusura, a spezzare una lancia nei confronti di questi scrittori che solo con riluttanza e di malavoglia, si sono trovati costretti al mestiere “all’apparenza piacevolissimo in effetti orrendo e degradante, del critico cinematografico di quotidiano”, come ebbe a scrivere Attilio Bertolucci, padre di Giuseppe e Bernardo. Gian Piero Brunetta, Spari nel buio, Marsilio, 1994 ISBN 9788831759830 15

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