l'Oro in Soffitta

 

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Description

Otto racconti di Climate Fiction già pubblicati in altri ebook, sono stati scelti per rielaborarli in un ReMiX, per proporre un nuovo testo, di CliFi cruento!.

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NON EDIZIONI 65C02 L’oro in soffitta Release (v1.0) in Copyleft(BY-ND-NC) chip 16/03/2018

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✔Note Legalesi. Il webmaster 6502 & Terminetor Magnetico ha costruito un REMIX di otto racconti già pubblicati, espandendo la distopia romanzata ambientata nelle “Yellow buffer zones”, nel 2050 durante le prime ore di deflagrazione delle Guerre Puniche II, il cui obiettivo del racconto é intrattenere & far riflettere il lettore. In nessun caso sono collegate all’autore le persone, enti, organizzazioni e quant'altro citato direttamente od indirettamente nel testo. È importante tenere presente che ogni riferimento esplicito od implicito a fatti o persone, enti, organizzazioni, eventi, circostanze future o presenti o passate che taluni lettori possono riconoscere od associare è del tutto casuale ed immaginario. L'ebook.pdf è no-profit, l’autore non persegue nessuno scopo di lucro o profitto diffondendo online il materiale assemblato. Il volume è liberamente stampabile in tutto od in parte, è inoltre distribuibile senza alcuna limitazione legale, purché non ne sia alterato il suo contenuto e siano rispettate le condizioni di Copyleft(by-nc-nd) 2 A tale proposito ricordo che questo documento non è un sito d'informazione e nemmeno un risultato di un prodotto editoriale, l'ebook in PDF non contiene immagini di qualità, per cui la resa grafica dovrebbe essere alquanto limitata. L’ebook dovrebbe essere facilmente stampabile ed intuitivamente rilegabile o spillabile in un vero libro già correttamente impaginato. Le immagini non dovrebbero essere coperte da copyright, le ho trovate con google.images e le ho lasciate in RGB e convertite in bianco e nero a 96dpi per complicare la stampa, le ho inserite usando il diritto di citazione. E’ possibile che altre foto reperite con google.images io le abbia sintetizzate artificialmente mantenendo l’RGB per gli scopi letterari, oppure degradate in scala di grigio, invocando il diritto di citazione. In ogni caso le fotografie restano di proprietà dei loro legittimi proprietari bla, bla, bla... Non è "garantita al limone" la resa grafica ed il processo di stampa di cui ogni utente ne assume la piena responsabilità. Il webmaster non si assume la responsabilità della completezza dell’informazioni pubblicate, dei problemi, danni di ogni genere che eventualmente possono derivare dall'uso proprio od improprio di tale file, dalla stampa, dall'interazione e/o download di quanto disponibile online. Tutti i marchi, loghi, organizzazioni citati direttamente od indirettamente sono di proprietà dei loro legittimi proprietari bla, bla, bla... tutelati a norma di legge dal diritto nazionale/internazionale, bla, bla, bla... legalmente registrati ecc... sì insomma dai!, non dite che non avete capito!. ✔Testo ottimizzato per una fruizione digitale in PDF ✔Testo ottimizzato per la stampa in fronte retro ✔Testo ottimizzato anche per la stampa “non in fronte retro” “L’oro in soffitta ” stampato il 16/3/2018 release (v1.01) in COPYLEFT(BY-NC-ND) ➜ http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/ 6502 & Terminetor Magnetico

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Prefazione. Otto racconti di Climate Fiction già pubblicati in altri ebook, sono stati scelti per rielaborarli in un ReMiX, per proporre un nuovo testo, di CliFi cruento!. Al vertice della tensione –ReMiX INTERQUEL del capitolo- la crisi è innescata Battle for Assuan –Editing del capitolo- il prelu dio Memorie di un guardiamarina –Remix dell’ultimo capitoloRim of Hell –Editing del paragrafo- il primo saccheggio Memorie di un tenente –Remix di 2 capitoliMemorie di un civile –ReMiX del primo capitolo- 4 Rekons –PREQUEL del capitolo 2- Il corto sequel di Remington Ride 3 I libri dell’orrore permeati da un macabro gusto dell’orrido fine a se stesso, a me non sono mai piaciuti. Per cui anche sperimentando questo testo declinato in una chiave truce e sanguinogena, qualche censura di buon gusto negli intrecci l’ho collocata, coerentemente con il mio gusto personale. Molti dei racconti originali sono collocati in Universi indipendenti ed incompatibili, i testi sono stati ovviamente adattati, per il contesto di Malta intorno al 2050. Per cui il testo di CliFi “L’oro in soffitta” non è da considerarsi ne PREQUEL, ne SEQUEL, ne INTERQUEL di nessun altra saga che ho già proposto online. Obiettivo del testo è solo quello di fornire un intreccio cruento, ansiogeno, che appaia verosimile e plausibile, tanto da trascinare brutalmente il lettore, nell’orrore dei campi di battaglia delle Guerre Puniche II, alternando storie con un narratore esterno ad uno interno. Auguro a tutti ;-D una tosta lettura Chip65C02

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Down in the waves She screams again Roar at the door My mind can't take much more I could never drown in They wanna get my They wanna get my Gold on the ceiling I ain't blind Just a matter of time Before you steal it It's alright Ain't no guard in my house 4 Clouds covered love's Barb-wired snare Strung up, strung out I just can't go without I could never drown in They wanna get my They wanna get my Gold on the ceiling I ain't blind Just a matter of time Before you steal it They wanna get my They wanna get my Gold on the ceiling I ain't blind Just a matter of time Before you steal it It's alright Ain't no guard in my house Black Keys -gold on the ceiling-

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L’oro in soffitta. Era il tramonto al villaggio di Kumi, erano già trascorsi due giorni dalla vio lenta razzia che era stata perpetrata ai danni dell’ignaro villaggio, che distava 80 chilometri. 5 Keman il capo villaggio, aveva guidato una folta falange Hutu, contro un villaggio Tutsi. La falange Hutu attaccò il villaggio Tutsi in piena notte, per cogliere alla sprovvista i nemici, sfruttando l’effetto sorpresa. Le povere case di mattoni di terra, furono date alle fiamme in silenzio, sfruttando la vulnerabilità dei tetti infiammabili. Mentre uomini e giovani Tutsi si svegliavano di soprassalto, provando a sedare gli incendi, tutti finirono uccisi alle spalle ed a sorpresa, dalla falange Hutu. Gradualmente nel villaggio il crepitio del fuoco, mutò in una nuvola di fuliggine nera, con un respiro infernale e pulviscolare, denso, rovente, opprimente, la nube s’ammantò d’urla strazianti e disperate, mescolate a raffiche di AK47, risate sadiche e cant i di guerra!. Dopo un quarto d’ora di delirio infernale, tutto il villaggio Tutsi fu ridotto ad un’enorme torcia ardente, che prese ad arroventare il cielo silente e nero come la pece, mentre un tanfo orrendo di carne umana bruciata, ammorbò l’aria. I sopravvissuti alla prima mattanza del fuoco, furono solo un folto gruppo di donne e bambini e qualche adolescente. Tutti s’erano arresi, non potendo scappare, ne difendersi. Fu loro permesso d’abbandonare le proprie case in fiamme, per essere rapidamente radunati a suon di bastonate chiodate, ai margini del proprio

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villaggio. Invece gli uomini, i giovani, i vecchi, che erano usciti dalle case in fiamme, erano già stati tutti uccisi brutalmente, mentre tutti gli altri che decisero di restare nelle proprie case, vi perirono bruciati. I sopravvissuti alla prima pulizia etnica, furono impiegati sotto l’occhio vigile di Keman, per svuotare il magazzino del villaggio. Questo era una grossa struttura di mattoni e cemento, posto ai margini estremi del piccolo villaggio, dentro cui erano stati stoccati tutti gli alimenti, quanto le riserve idriche del villaggio. 6 Il villaggio Hutu, era infatti uno dei pochi centri abitati che aveva una distribuzione d’acqua potabile nelle povere case, tramite una picco la rete di tubazioni interrate, irrorate con l’estrazione dell’acqua dalla falda freatica, con pompe idrauliche alimentate da batterie e pannelli solari. La savana secca era ancora molto distante, a differenza del villaggio di Kumi, che era già stato raggiunto dall’inesorabile preludio del deserto!. I pochi sopravvissuti maschi che erano ancora mescolat i nel gruppo delle femmine Tutsi, erano solo pochi imberbi adolescenti, timorosi e disarmanti, oltre a mo lti bambini picco li che piangevano impaurit i. Il gruppo dei maschietti, fu prima allontanato violentemente a bastonate dal gruppo delle madri/sorelle, poi i poveretti furono ferocemente macellati senza pietà!. Keman disse brandendo il proprio macete nell’aria, che quello era il simbolo del potere e della forza Hutu. I macete erano utensili da taglio, permettevano di risparmiare le muniz ioni e spargere terrore tra gli odiati Tutsi. Adolescenti e bambini, furono così orrendamente mutilat i, dato che fu tagliato loro sia le mani e bracci, quanto i piedi. Disse Keman che in questo modo, i Tutsi non avrebbero mai più potuto impugnare un’arma, tantomeno avrebbero potuto correre o marciare, contro il villaggio Hutu. Le grosse fiere si sarebbero nutrite dei cadaveri e degli inabili, non avrebbero cacciato gli altri animali, ci sarebbero stati più erbivori in cerca d’acqua, da poter cacciare facilmente.

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Una grossa ed orrenda catasta di mani, bracci, piedi, gambe, prese rapidamente a formarsi, mentre il terreno s’impregnava di sangue. Le urla di dolore, laceravano l’aria, tuttavia i gridi strazianti d’orrore finirono rapidamente per spengersi nelle tenebre infernali che ammantavano il villaggio. Le fiamme rosse e roventi del grosso incendio che erano così rapidamente divampate, adesso scemavano e s’estinguevano veloci. Le povere case di mattoni di terra, non avevano molti oggetti infiammabili, a parte il tetto e le strutture portanti in legno, oltre ai pochi poveri arredi interni. 7 Un’orrenda catasta di torsi umani mutilati, composta da adolescenti e bambini, fu ammassata, gettando impietosamente i moribondi uno sull’altro. Metà della falange Hutu rideva soddisfatta, tanti gioivano del dolore e della disperazione altrui, tutti sniffavano co lla, cantavano e danzavano inni di guerra, lodando la propria forza e la potenza della loro tribù guerriera!. Altri della falange osservavano soddisfatti e sprezzanti le due cataste che odoravano di sangue, mentre lo spietato tavolo di metallo, lordo e grondante di nero e vischioso sangue, sembrava un altare del male, a cui tutta la falange donava il proprio tributo!. Ovviamente tutti i bambini ed i pochi adolescenti, morirono: i pochi non ancora deceduti, giacevano svenuti e presto sarebbero spirati, dato che nessuno avrebbe mai fornito loro assistenza medica, per arginare le violent i emorragie, scaturite dalle barbare mut ilazioni. Il gruppo delle madri/sorelle, era poco lontano da questo mattatoio, era composto da donne, da giovani bambine, da qualche adolescente non ancora donna. Tutte le donne piangevano disperate, urlavano spaventate, l’orrore ottenebrava le loro menti. Le loro grida d’aiuto avevano impregnato l’aria, ma quella terra inesorabile sembrava nutrirsi della sofferenza, dato che erano numerose le apocalissi impunite già accadute in passato!. Bastò alla falange Hutu distribuire a destra e manca, fendenti mortali con macete, oppure aspergere mazzate con bastoni chiodati, per assiepare rapidamente tutta la povera massa di donne Tutsi, come pesci in una rete senz’acqua, disegnando un cerchio.

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L’altra metà della falange Hutu, s’era silenziosamente già dispiegata intorno al branco di donne, formando un minaccioso perimetro, che non prometteva niente di buono. I killers distribuirono sadici sorrisi bianchi, in quella notte buia di tenebra, tranquillizzando le donne che piangevano, implorando pietà. La falange, strinse mo lte corde che segregarono fianchi e le braccia del gruppo di donne. Poi i macellai, presero ad irrorare con della benzina pompata da taniche con fistole a mano, il folto gruppo di disperate. 8 Il panico, le urla, il terrore che si erano assopite quando erano state legate, divamparono nuovamente, il terrore era negli occhi di quelle povere disgraziate, mentre un atroce puzzo di carburante si sparse inesorabile nell’aria. Le disperate avevano capito quale era il loro destino: non sarebbero state violentate e portate via e rese schiave, ma sarebbero state tutte bruciate vive!. Ovviamente le donne cercarono di fuggire, ma era loro difficile anche solo respirare nell’opprimente ressa in cui erano state segregate. Era un’impresa impossibile gettarsi a terra e strisciare tra le gambe altrui, per raggiungere i bordi esterni del cerchio e poi provare a fuggire. Le bambine picco le che erano tenute in braccio, furono disperatamente spintonate in terra da molte madri, poi furono invitate con decisi amorevoli calci nel sedere, a strisciare tra le gambe delle donne, le quali cercarono coraggiosamente di rimanere immobili, per non pestare la prole che cercava una via di fuga. Le bambine che riuscirono nel loro intento, strisciando in quella foresta di polpacci e piedi, immerse nel fetente pantano di benzina, finirono tutte brutalmente uccise da colpi di macete e bastoni chiodati. Disse Keman ridendo sarcastico, mentre i suoi occhi brillavano di una luce nera – Accendete le torce!. Le femmine Tutsi possono figliare!. La prole bastarda ci sottrae acqua e cibo, crescerà nell’odio, presto pretenderà d’impuganre le armi contro di noi, per vendicare anche la nostra razzia!.-

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Per queste ragioni, anche tutte le donne Tutsi dovevano morire: non c’era acqua e cibo per tutti in Africa, quindi solo i più forti avevano il diritto di sopravvivere!. Fu appiccato l’incendio con delle torce da quattro punti diversi, fiamme alte ed arancioni deflagrarono rapidamente, incendiando il primo cerchio esterno di donne. Atroci e disperati, furono gli urli strazianti che lacerarono l’aria, mentre un macabro sottofondo di risate maschili, risuonarono in un terzo concerto di morte. 9 Gradualmente le grida disumane scemavano, si spegnevano dentro le fiamme alte e rosse ed il fumo grigio, le donne diventavano tizzoni bruciat i croccanti e silenti, da cui continuavano a divampare fiamme rosse, che ardevano il gruppo di donne, aspergendo un denso fumo grigio dal tanfo orrendo!. A volte capitava che da questo girone infernale, qualche bambina od adolescente riuscisse miraco losamente a strisciare tra i corpi rigidi che ardevano. La maggioranza delle piccole aveva i vestiti in fiamme, gridavano e si divincolavano e poi non si muovevano più. Quelle pochissime che miraco losamente riuscivano a strisciare rapide tra i rigidi cadaveri carbonizzati, perirono inevitabilmente sotto i colpi della falange, che bloccava loro ogni via di fuga. L’elicottero gengiskano era seguito da altri due elicotteri Mil-mi_24 i tre mezzi militari, ronzarono minacciosi in cerchio, al calar della sera, sopra il villaggio di Kumi. Il grande frastuono aveva attirato l’attenzione di tutta la gente del villaggio, che corse subito a prendere le armi, temendo una punizione governativa, contro la truce pulizia etnica che era stata perpetrata.

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Invece, i megafoni degli elicotteri gengiskani, dissero che venivano in pace, portavano armi e munizioni, cibo ed acqua potabile ed aiuto militare. I gengiskani avevano a cuore il futuro degli africani, volevano che fossero liberi dall’oppressione capitalista, i gengiskani desideravano che i sub-sahariani potessero forgiare il loro futuro con le proprie mani, in Africa!. Questi grandi elicotteri gengiskani, avevano grandi luci accese che illuminavano a giorno il villaggio, ronzavano come calabroni minacciosi, ma già tutta la gente del villaggio vociferava che i gialli avevano portato armi e munizioni, ed erano potenti alleati: solo il cielo, gli aveva mandati!. 10 Kumi osservava silenzioso con la bocca spalancata, tutto quello che accadeva, nascosto dietro la tenda logora, dalla finestra senza vetri, della sua casa fatta di mattoni di terra. ___________ Il picco lo Kumi era abbarbicato al busto della sua mamma Adenike, grossi lacrimoni scendevano rigando il viso del bambino. Kumi piangeva, lo faceva in silenzio, le sue piccole manine stringevano decise, i logori vestiti scuri di Adenike, co me fossero stati un’ancora a cui aggrapparsi disperatamente, per evitare l’inevitabile. Il bimbo non capiva perché avrebbe dovuto abbandonare la sua famiglia, per seguire la falange di scout sub-sahariani, comandati dal sergente gengiskano. Perché la sua famiglia non poteva partire adesso, se suo fratello maggiore Kamau gli aveva detto, che la sua famiglia l’avrebbe raggiunto tra qualche settimana, nella savana secca?!. Adenike era scalza, magra, dagli zigomi ossuti e con gli occhi sporgenti, in un silenzioso dolore, con una dignità composta che le

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arrossava gli occhi, custodiva gelosamente nel suo cuore, un orrendo segreto, che non voleva e non poteva rivelare al piccolo Kumi. Intervenne con decisione il padre Asad, questi ruppe lo strazio che gli stava spezzando il cuore. Con un gesto forte e deciso, staccò Kumi dall’abbraccio materno, poi Asad prese per le braccia Kumi, guardandolo negli occhi con l’imperiale durezza di un padre, che non poteva dire al suo figlio di otto anni, che probabilmente solo lui ed il suo amico Usutu, sarebbero sopravvissuti alla Battaglia per Assuan, a cui tutta la loro tribù avrebbe dovuto prendere parte. 11 –Kumi!- disse con tono duro –Smettila di piangere!, ormai sei diventato grande!, non sei più un bambino!, hai già ucciso varie iene!. Devi ricordarti tutti i segreti di caccia che t’abbiamo insegnato!. Porta il nome della nostra famiglia, della nostra tribù, con onore!. Il tuo amico Usutu, ti sarà come un fratello!- Kumi aveva gli occhi rossi, s’asciugò il viso sull’avambraccio destro, era triste e non aveva capito, il vero significato del discorso del padre. Asad avrebbe voluto abbracciare suo figlio, ma sapeva che se l’avesse fatto, poi non avrebbe più avuto la forza per mettere Kumi sul rimorchio gengiskano, quindi Asad senza baciare il bambino, lo caricò di peso accanto ad Usutu, il quale aveva il muso lungo, era triste, senza dire una parola, bloccò con un forte abbraccio il piccolo Kumi. Il sergente gengiskano salì tranquillo sulla jeep, quindi impietosamente partì verso Ovest, sparendo in una nuvola di polvere. Kamau era il fratello più grande della famiglia, aveva 20 anni, nel rito della partenza aveva sempre distolto lo sguardo, tenendolo fisso altrove, per evitare d’incrociare gli occhi disperati del fratellino. Adesso che la jeep gengiskana s’era dissolta in una nuvola di polvere, Kamau cercò di sbirciare tra la polvere: in cuor suo sperava di rivedere ancora una volta, la testolina nera e riccio luta del picco lo Kumi.

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La jeep era ormai lontana, Adenike con le mani ossute s’era coperta il vo lto, piangeva in silenzio, con il coraggio e la dignità di chi sapeva che probabilmente lei e la sua famiglia, sarebbe morta nei prossimi 5 giorni. Piangeva di tristezza e gioia, perché il piccolo Kumi era part ito e non l’avrebbe più rivisto; ma forse Kumi sarebbe sopravvissuto e solo questo contava nel cuore di Adenike!. Emefa la sorella diciottenne di Kumi piangeva in silenzio, stringendo forte la mano di Lutalo, un altro fratello di Kumi, che aveva 14 anni. Le lacrime scendevano copiose e silenziose sui volti di Emefa e Lutalo, che fissavano il terreno arido e polveroso. I due adolescenti piangevano perché avevano perso il loro fratellino piccolo. I due piangevano, perché nella tribù erano considerati adulti, quindi erano stati informati della battaglia per Assuan. Emefa e Lutalo avrebbero voluto vivere, ma sapevano che sarebbe stato assai difficile sopravvivere ai prossimi 5 giorni. Non c’era più acqua potabile ai pozzi, l’unica cosa da fare era co mbattere gli egiziani, per ottenere un futuro. 12

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T0=2:10 da qualche parte al largo dell’isola di Malta. Sotto coperta trovai solo due sopravvissuti del mio equipaggio, stavano per salire in coperta, erano armati sino ai denti, perchè avevano udito esplosioni e spari. Gli ordinai di fare attenzione: i cartaginesi sparavano come dannat i, già la motovedetta del nostro capo formazione era esplosa, colava a picco tra le fiamme!. 13 Mandai il motorista con la mitragliatrice M60 sul lato di tribordo, ordinandogli di passare da poppa; restare basso ed al coperto, la struttura della nostra barca forse gli avrebbe offerto una qualche forma di riparo, dal fuoco nemico. I proiettili cartaginesi bucavano il battello come fosse stato di cartone, facendoli fischiare e rimbalzare da tutte le parti!. Merda santa!, come sparavano i cartaginesi!. Sparavano davvero proprio come dei dannati, mentre quei maledetti bastardi, facevano rotta rapidi, diretti su di noi!. Il mio meccanico di bordo, con il lanciamissili RPG7 invece strisciò in coperta, verso il nostro lato di babordo; all’improvviso fece fuoco colpendo la motovedetta cartaginese!. Il mezzo cartaginese esplose in una bolla di fiamme! Io con il mio fucile d’assalto M16A2 sparai sui superstiti che si gettavano in mare, poi sparai sulle luci degli spari che provenivano

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dalla motovedetta nemica, che era in fiamme e lentamente s’inclinava su un fianco. Mentre ricaricavo il mio M16A2 m’accorsi che il mio meccanico era riverso a terra, in una pozza di sangue. La nostra terza motovedetta era scappata, appena aveva visto il nostro capo formazione esplodere, mentre la nostra unità era stata devastata da potenti raffiche di mitragliatore PKM. Le camere d’aria della mia barca si stavano sgonfiando, sul lato di babordo!. 14 Vedendo però che una delle due motovedette cartaginesi era esplosa, la nostra terza motovedetta manovrò rapidamente per tornare a darci manforte!. Prese ad ingaggiare dal nostro lato di tribordo, l’ultimo battello nemico, il quale si trovò sotto il pesante fuoco del mio motorista con l’M60, quanto sotto il massiccio fuoco di soppressione dei nostri commilitoni della terza motovedetta!. La terza motobarca cartaginese all’improvviso virò di tribordo, si sganciò, per allontanarsi verso il largo!. Quasi tutti del mio equipaggio erano morti o morenti, non ce l’avrebbero fatta ad arrivare in tempo all’ospedale. Questo fu l’epitaffio tombale sentenziato dall’infermiere, che nel frattempo era saltato a bordo, mentre la terza nostra motovedetta si stava affiancando per soccorrerci, dato che la mia motovedetta si stava inclinando pericolosamente a babordo!. Io ero sotto shock, avevo le mani sudate, ero sudato come se avessi corso per un chilometro: pensai che eravamo a circa un miglio e mezzo dalla costa. Forse mi tremavano le mani, comunque mi guardai intorno, di nuovo. Vidi che c’erano tanti pezzi in affioramento dei due battelli, erano in fiamme, erano sparsi un po’ ovunque, c’erano morti e feriti che si lamentavano e che galleggiavano, il mare era nero come la pece,

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mentre grosse chiazze di carburante bruciavano illuminando la scena. Vari cartaginesi s’erano gettati in mare, volevano lasciare il loro battello che era una torcia in fiamme, in lento affondamento. La maggioranza dei cartaginesi nuotava verso il nostro natante, mentre erano pochi quelli che sembravano aver intenzione di raggiungere a nuoto Malta. Alcuni cartaginesi impugnavano ancora i propri AK47 e dall’oscurità, all’improvviso, presero a sparare raffiche contro la mia motovedetta!. 15 Era uno spettacolo orrendo, il motorista aveva il tremito, non ce la fece a rispondere al fuoco. Restò sul lato opposto del battello, al coperto, poi ebbe un conato e vomitò. Anche io avevo il tremito, provavo una forte nausea, non avevo mai fatto la guerra, tantomeno m’ero arruo lato in marina, pensando di vivere l’olocausto di un milite di fanteria!. Alcuni degli altri nostri commilitoni che erano a bordo della terza motovedetta s’erano pisciat i addosso, si buttavano acqua di mare addosso con i secchi di plastica, per darsi una pulita. La loro motovedetta era a tribordo della nostra ed era protetta dalla mia imbarcazione, non s’erano accorti dei proiettili nemici che colpivano il mio battello. Il mio capitano aveva il volto sfigurato, il busto era crivellato da grossi buchi neri che viravano in un rosso plumbeo, le ferite erano enormi come grossi aranci. La sua mano sinistra era spappolata, forse nel disperato ed istintivo tentativo di ripararsi dal fuoco. L’addetto radio ed il radarista, avevano i corpi sfigurati, da quanti proiettili avevano incassato: colpiti violentemente alla sprovvista, le loro pistole erano ancora riposte nelle fondine. C’erano enormi chiazze di sangue su tutto il ponte della mia motovedetta, il ponte era scivo loso, anche a causa dell’inclinazione rilevante, che stava assumendo la mia motovedetta.

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